La foresta pluviale camerunese copre un’area di circa 20 milioni di ettari, cioè il 40% del territorio nazionale. La costruzione dell’oleodotto e la conseguenziale attività di deforestazione, minacciano seriamente la biodiversità e gli ecosistemi del paese, oltre ad aver privato le popolazioni indigene locale, in particolare i Pigmei-Bakola, dei territori e dei mezzi tradizionali di sussistenza, generando grandi conflitti sociali.
TRADUZIONI : EnglishDal Ciad meridionale alla costa del Camerun
La foresta pluviale camerunese copre un’area di circa 20 milioni di ettari, cioè il 40% del territorio nazionale. La costruzione dell’oleodotto e la conseguenziale attività di deforestazione, minacciano seriamente la biodiversità e gli ecosistemi del paese, oltre ad aver privato le popolazioni indigene locale, in particolare i Pigmei-Bakola, raccoglitori-cacciatori, dei territori e dei mezzi tradizionali di sussistenza, generando grandi conflitti sociali.
Nonostante tre anni di campagna internazionale di opposizione condotta dalle popolazioni locali e dalla società civile nazionale e internazionale, nel giugno del 2000 la Banca Mondiale decide di finanziare il Ciad-Cameroon Oil and Pipeline, un oleodotto di 1070 km che da Doba, nel Ciad meridionale trasporta il greggio fino a Kribi, in Camerun, attraversando interamente il paese e la foresta tropicale. Il progetto prevede, oltre alla costruzione dell’oleodotto, l’apertura di 300 pozzi petroliferi nel sud del Ciad.
Esiste un antagonismo tra le leggi non scritte, consuetudinarie e leggi governative per l’accesso alle risorse naturali, che lo Stato tenta di risolvere imponendo la legge statale come prevalente, senza considerare le esigenze delle comunità locali.
Il Ciad-Camerun Oil Pipeline, entrato in funzione nel 2003 e gestito da un consorzio di multinazionali petrolifere guidato dai giganti statunitensi Exxon Mobil e Texaco e dalla malese Petronas collega trecento pozzi petroliferi lungo un percorso di 1.070 chilometri che attraversa la foresta tropicale camerunese, passando per tutto il paese. Ha la funzione di trasportare il petrolio grezzo dalla regione di Doba, nel sud del Ciad, fino alla piattaforma sulla costa dell’Atlantico a Kribi, in Camerun, al fine di facilitare l’imbarco verso i porti europei e nordamericani;
Il progetto Pipeline risulta essere uno dei più grandi investimenti privati nell’Africa Sub-Sahariana al giorno d’oggi, nonché uno dei più controversi. L’investimento totale ammonta a 4,2 miliardi di dollari. Oltre alla Banca Mondiale, il progetto è finanziato dalla Banca Europea degli Investimenti (144 milioni di euro), la Ex-Im Bank (Export-Import Bank of the United States) (200 milioni di dollari), la COFACE (Compagnie Française D’Assurance pour le Commerce Extérieur) (200 milioni di dollari), un consorzio di banche private tra cui la Dutch ABN-Amro e la Crédit Agricole Indosuez e e dal governo ciadiano;
Nonostante le proteste sociali portate avanti dalle comunità locali e da alcune Ong, il progetto prese il via nel 2003 grazie al finanziamento della Banca Mondiale che assicurò di tenere in considerazione le loro osservazioni oltre a garantire che la normativa vigente relativa alle compensazioni previste per le popolazioni indigene sarebbe stata applicata.
I progetto è stato presentato dalle banche come una grande opportunità di uscita dal profondo stato di povertà del paese. Nelle intenzioni, oltre la crescita economica, il progetto doveva favorire la creazione di strutture e servizi per migliorare le condizioni di vita della popolazione, generando invece ancora più problematiche sociali e provocando un grande impatto sulla sussistenza delle popolazioni locali.
Il finanziamento fu concesso nonostante, nel 1998, il Camerun fosse in cima all’elenco di Trasparency International dei paesi più corrotti al mondo. Il modello economico basato sull’esportazione e caratterizzato da un sistema politico fortemente corrotto, l’esaurimento delle casse pubbliche e la crescita del debito estero sono fattori che incentivano le attività estrattive, lo sfruttamento e l’inquinamento delle foreste pluviali. Tutto ciò ha portato a un incremento della popolazione che vive al di sotto del livello di povertà , circa una metà di tutta la popolazione.
Gli impatti causati dall’implementazione del progetto, sia di ordine ambientale che di ordine sociale e politico - diritto delle popolazioni locali, uso dei redditi scaturiti dalle risorse naturali- sono stati devastanti:
Per l’implementazione del progetto i diritti delle comunità indigene sulla terra non sono stati considerati, comportando lo sfollamento delle popolazioni che vivevano nelle aree forestali coinvolte dal progetto.
Quest’ultimo è stato caratterizzato da una mancata consultazione previa e dall’assenza di coinvolgimento decisionale delle popolazioni interessate.
Queste popolazioni non hanno ottenuto alcun compenso per l’espropriazione delle terre e hanno visto negarsi l’accesso ai pozzi d’acqua potabile, come nel caso dei Bakola;
L’etnia Bakola appartenente al gruppo dei Pigmei è composta principalmente da raccoglitori-cacciatori, conducono una vita semi-nomadica in vaste estensioni di foresta pluviale. Guardiani della biodiversità , sono un popolo dotato di un’alta conoscenza del loro ambiente, dimostrando nei secoli di saper vivere nella natura in modo totalmente sostenibile. Rappresentano uno dei tre maggiori gruppi etnici Pigmei del Camerun, tra cui i Baka presenti nell’est e i Bedjang nella regioni di Nditam. I Bakola non vivono isolati: da secoli scambiano prodotti e servizi con il popolo Bantu, ma la costruzione dell’oleodotto e la successiva deforestazione, stanno cambiando drasticamente la loro vita. Molti di loro hanno abbandonato il nomadismo e sono stati costretti a stanziarsi in piccoli accampamenti le strade principali che collegano Lolodorf, Bipindi e Kribi. L’oleodotto passa attraverso 120 km nei loro territori. A causa di questo insediamento circa 5000 Bakola sono stati emarginati. Fenomeni come la prostituzione, l’HIV, l’alcolismo e la criminalità si stanno diffondendo rapidamente. Molti Bakola collaborano alla caccia di frodo: le compagnie ordinano antilopi e scimmie, rifornendoli di armi per cacciarle.
L’espropriazione dei territori ha reso i Bakola ospiti nei territori Bantu
L’etnia Bamiléké appartenente al ceppo Bantu è il gruppo più numeroso negli altipiani occidentali e forma una delle comunità più grandi a Douala, dove controlla gran parte dell’economia del paese. La loro terra di origine è prevalentemente rurale, con un’ottantina di unità politiche governate da chefferies (capi) fieramente indipendenti. La loro principale forma di sussistenza è l’agricoltura. Molti Bakola lavorano come braccianti per i Bantu, in condizioni semi-servili. Questa situazione ha generato forti conflitti etnici.
Le sorgenti d’acqua sono state contaminate, esponendo gli abitanti a vari problemi di salute (malattie della pelle, diarrea, ecc.) e mettendo a rischio l’attività di pesca che costituisce una delle maggiori fonti di sussistenza per queste popolazioni;
L’apertura delle strade, necessarie alla costruzione dell’oleodotto, ha provocato un’ulteriore deforestazione dell’area, oltre a generare pesanti ripercussioni sulla fauna locale, un incremento del traffico e la successiva suddivisione del territorio. La foresta rappresenta l’unica forma di sostentamento per i Bakola. L’accesso alle risorse naturali è per i Bakola fondamentale per procurarsi cibo, medicinali e materiali sostenibili per la costruzione di case, oltre all’abbigliamento.
Lo sfruttamento del lavoro è all’ordine del giorno. La popolazione locale sono spesso discriminati quando vengono offerti loro solo i lavori peggiori, più pericolosi e peggio pagati. I lavori migliori sono riservati agli impiegati permanenti delle compagnie, che in genere vengono da altri distretti (e quindi da altri ceppi etnici).
Una valutazione dell’Environmental Defense Fund ha calcolato che, in condizioni ottimali, l’oleodotto, che trasporta 225.000 barili al giorno, ha perdite accidentali di greggio dell’ordine di 8.000 litri al giorno. L’oleodotto arriva in mare al largo della città ’ di Kribi, nell’Oceano Atlantico, che si trova tra due aree protette, i parchi nazionali di Campo e Douala Edea. Paradossalmente proprio in quest’area la stessa Banca mondiale finanzia la protezione ambientale con un progetto del GEF (Global Environmet Facility), un fondo per il recupero ambientale nato dopo il ’92). L’oleodotto attraversa 17 fiumi in Camerun e aree di foresta tropicale estremamente delicate, sboccando in un’area ricca di risorse ittiche. In queste zone le perdite di greggio causate dall’oleodotto hanno avuto delle ripercussioni ambientali devastanti.
1997: le banche presentano il progetto “Chad-Cameroon Oil and Pipeline†come soluzione efficace per far uscire dalla povertà i due paesi africani.
1999 vengono avviati i lavori di costruzione, le aspettative sono altissime: l’oleodotto viene presentato come un modello etico, grazie a un contratto stipulato tra Banca Mondiale e i due governi. Per la prima volta le entrate petrolifere sarebbero monitorate dagli organismi internazionali, per far sì che i guadagni siano destinati a progetti di sviluppo e non ad arricchire le tasche di politici e imprenditori locali. L’accordo prevede che l’80 percento delle entrate venga destinato a programmi di sviluppo (sanità , istruzione e infrastrutture) e il 10 percento a un fondo bancario destinato alle generazioni future.
1999: la Shelle la Total Final Elf si ritirano dal progetto. Secondo le fonti la decisione è dovuta in parte alle opposizioni locali e alle organizzazioni ambientaliste, come la Friends of the Earth International (FOEI). La multinazionale statunitense Exxon Mobil coinvolge così nel progetto la Chevron (25%) e la Petronas (35%).
6 giugno 2000: dopo tre anni di campagna internazionale condotta dalle organizzazioni non governative e dalle popolazioni locali, il Consiglio dei Direttori esecutivi della Banca mondiale decide di finanziare il "Chad-Cameroon Oil and Pipeline".
10 ottobre 2003: il mega oleodotto vine ufficialmente inaugurato. Agli esponenti della società civile è preclusa la possibilità di incontrare i giornalisti e di manifestare contro la costruzione dell’oleodotto. La popolazione ciadiana indice una giornata di lutto per ricordare le continue violazioni dei diritti umani connessi all’oleodotto.
Settembre 2005: il Tribunale dei Popoli di Yaoundé – istituito dalle organizzazioni che appoggiano la causa della popolazione, tra cui l’Ong FOCARFE- decide di assumere il caso per indagare su quali e quante siano state le violazioni dei diritti umani collegate all’oleodotto.
Settembre 2008: la Banca Mondiale decide di terminare il finanziamento per l’oleodotto, causa prolungati e non risolti dissidi con il governo di N’Djamena, pretendendo da questo il ripagamento anticipato di tutto il prestito di 140 milioni., infatti, continua a non rispettare l’accordo preso tempo fa con i banchieri di Washington di destinare una parte dei proventi derivanti dallo sfruttamento petrolifero a un fondo per combattere la povertà che affligge il paese, continua a investire piuttosto in armi e in altre attività più o meno lecite a beneficio di un’élite politica corrotta.
2008 con gli stessi proventi del petrolio, ben 1,4 miliardi di dollari solo quest’anno, il governo del Ciad, titolare dei diritti d’estrazione dei 170,000 barili di petrolio al giorno, riesce a saldare facilmente i debiti con i banchieri di Washington, svincolandosi definitivamente dall’obbligo di ridistribuire le risorse economiche fra la popolazione.
09 giugno 2008 alcune associazioni ambientaliste accusano l’oleodotto di inquinare l’ambiente versando tonnellate di amianto anche in zone abitate. Secondo l’Agence de presse africaine, le Ong, tra le quali l’Association camerounaise de défense de l’environnement (Acde) e la società di certificazione e gestione ambientale britannica Vega environmental consultant, sostengono che la Ctco, “Cameroon oil transportation companyâ€, ha versato più di 7 tonnellate di amianto a Belabo (100 km ad est di Yaoundé), che ospita una stazione di pompaggio di petrolio. Secondo gli ambientalisti camerunesi questa situazione mette a rischio la salute di oltre 22 mila persone che vivono vicino alle tubazioni e che sopravvivono grazie ad attività agro-pastorali. Il governo di Yaoundé per ora tace imbarazzato, ma gli ambientalisti incalzano e sottolineano che «Nonostante la pericolosità accertata dell’amianto, è scandaloso che i rifiuti siano stati sotterrati ad appena mezzo metro nel suolo, se non verrà fatto niente al più presto per rimediare a questa situazione, ci dovremo aspettare uno sviluppo del cancro e di altre malattie tra la popolazione».
CEECEC case Forestry and Communities in Cameroon
Articolo “Il Manifesto" del 10/09/2005
Documento CRBM: Campagna per la Riforma della Banca Mondiale
The Courier ACP-EU: Doba-Kribi pipeline, How will the Pygmies fare? Gennaio - febbraio 2002
Forest Peoples Programme: Securing indigenous land rights in the Cameroon oil pipeline zone. Luglio 2007
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Traversing peoples lives, how the world bank finances community disruption in Cameroon. 2002
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