Dal 10 al 21 novembre 2025 saremo a Belém, in Brasile, per partecipare come osservatori alla 30° Conferenza delle Nazioni Unite sul Clima. Racconteremo quanto avviene dentro e fuori le negoziazioni, porteremo e raccoglieremo le voci dei territori in lotta contro l’estrattivismo, contro il greenwashing e per una transizione ecologica realmente giusta.
Iscriviti al bollettino Sostieni il nostro lavoroL’agenda della COP30
A Belém si discuteranno e valuteranno gli NDCs, i nuovi impegni climatici nazionali che stabiliscono gli obiettivi di riduzione delle emissioni di ogni paese. Accanto alla mitigazione, l’adattamento sarà uno dei temi centrali attraverso il Global Goal on Adaptation (GGA) e i nuovi Piani nazionali di adattamento. Un altro capitolo chiave sarà quello della finanza per il clima. Tra i punti principali il nuovo obiettivo di finanziamento (NCQG), che punta ad aumentare il sostegno ai Paesi in via di sviluppo da 100 a 300 miliardi di dollari l’anno, e la Roadmap Baku-Belém, che traccia un percorso per mobilitare almeno 1.300 miliardi di dollari l’anno entro il 2035.
Temi cruciali, che si scontrano con uno scenario geopolitico ostile, segnato dal negazionismo climatico, dai venti di guerra, dalla corsa al riarmo e dalla violenza istituzionale. Non è un caso che in gioco a Belém ci sia più che mai la credibilità della diplomazia climatica e la sua capacità di tradurre le intenzioni in impegni concreti.
La Cupula dos povos
La Cúpula dos Povos è il grande incontro dei movimenti sociali e delle comunità che vivono in prima linea la crisi climatica. Nata nel 1992 come risposta critica alle negoziazioni ufficiali, propone un’alternativa fondata su giustizia climatica, sociale e ambientale, solidarietà e saperi ancestrali.
Dal 12 al 16 novembre 2025, in concomitanza con la COP30 di Belém, riunirà popoli indigeni, comunità quilombola e tradizionali, giovani e lavorator? in marce, dibattiti e azioni culturali.
La Cúpula mette al centro vite, diritti e territori, non statistiche: unisce chi costruisce ogni giorno soluzioni reali, dall’agroecologia alla difesa dei beni comuni, per spingere i governi ad adottare politiche di vera giustizia climatica.
Dichiarazione della Cupula Dos Povos
Perché A Sud e CDCA alla COP?
Nelle Cop si riuniscono i governi dei 197 Paesi che hanno ratificato la Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (UNFCCC), firmata a Rio de Janeiro nel 1992. Ma la COP30 non è solo un vertice diplomatico: è il terreno di confronto (e di scontro) tra attori diversi e diverse visioni del mondo. Da una parte il business as usual che trasforma la crisi climatica in profitto, dall’altra movimenti e territori che lottano per giustizia climatica, autodeterminazione e diritti della Natura.
La COP30 si terrà nel cuore dell’Amazzonia, a Belém do Pará, in Brasile. Non è un dettaglio geografico ma una scelta politica: è nel Sud globale che l’ingiustizia climatica colpisce più duramente mentre il Nord globale continua a negoziare emissioni e interessi fossili.
Qui non si decide solo il futuro del clima: si decide chi avrà diritto a un futuro.
Per raccontare cosa c’è in gioco, e come finisce la partita.
Andiamo alla COP per osservare da vicino i negoziati, capire quali equilibri politici e di potere si stanno ridefinendo, e portare la prospettiva dei territori e dei movimenti che chiedono giustizia climatica.
La partecipazione di A Sud e CDCA serve a connettere le lotte locali con quelle globali, rafforzare alleanze internazionali e raccontare – con sguardo indipendente e critico – come la diplomazia climatica sta affrontando, o eludendo, le proprie responsabilità.
Perché solo intrecciando voci e resistenze dal basso possiamo costruire un futuro giusto per tutt?.
Per costruire e rafforzare alleanze internazionali
Svolgere la COP in Brasile è un segnale che conta: significa rimettere al centro chi la crisi climatica la subisce davvero. Andiamo a Belém per stare con i movimenti globali per la giustizia climatica. In America Latina oggi si gioca una partita enorme: conflitti ambientali, estrattivismo, repressione, lotte indigene e popolari che resistono da decenni. Con tante realtà — dalla Colombia alla Bolivia, fino all’Amazzonia — abbiamo già lavorato, fatto campagne, costruito ponti. Lì ritroviamo compagn? con cui condividiamo visioni e pratiche.
Per portare una visione radicale dentro la COP
Sì, probabilmente sarà l’ennesimo flop diplomatico. Ma proprio per questo dobbiamo esserci, per non lasciare quei tavoli alle lobby fossili e ai governi che parlano di transizione mentre trivellano.
Da dentro vedi meglio le dinamiche, le crepe, le possibilità di alleanze e di conflitto.
Andiamo per portare la prospettiva della giustizia climatica e delle lotte dal basso, che legano crisi climatica, razzismo, patriarcato e disuguaglianze. La COP non è un punto d’arrivo: è un passaggio. Il resto si fa fuori, insieme, ogni giorno.
Diario dalla COP30
- Giorno 12 – 24 novembre 2025
Belém svela il fallimento della diplomazia climatica, ma apre spiragli: una roadmap anti-fossile e nuove alleanze per la giustizia.
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- Giorno 11 – 21 novembre 2025
Penultimo giorno a Belém: incendio in COP30, stalli politici e pressioni crescenti sul BAM e sull’uscita dai fossili.
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- Giorno 10 – 20 novembre 2025A Belém 85 Paesi spingono per uscire dai fossili, mentre Italia e Polonia frenano. La COP30 è al bivio, il tempo è adesso.
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- Giorno 9 – 19 novembre 2025
Belém rilancia la lotta globale ai fossili: la Colombia guida un fronte che vuole uscire davvero dal modello che brucia il pianeta.
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- Giorno 8 – 18 novembre 2025
Alla COP30 la transizione dai combustibili fossili sembra lontana, mentre i fondi dell’adattamento sono sotto il minimo.
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- Giorno 7 – 17 novembre 2025
Belem in rivolta: popoli indigeni e movimenti sociali spingono per una COP30 che dica finalmente basta ai fossili.
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- Giorno 6 – 15 novembre 2025
Anche quest’anno i dati sulla presenza dei lobbisti Gas&Oil alla conferenza di Belém sono alti: su ogni 25 persone accreditate al vertice, uno è un lobbista dei combustibili fossili, in totale sono oltre 1600.
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- Giorno 5 – 14 novembre 2025
Il TFFF entra nella Cupula tra promesse e contraddizioni: fondi incerti, debiti in aumento e movimenti che denunciano l’ennesima falsa soluzione verde.
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- Giorno 4 – 13 novembre 2025
A Belém la protesta indigena irrompe nella COP30 e svela le contraddizioni del Brasile fossile. Intanto la Cupula esplode di mobilitazioni globali.
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- Giorno 3 – 12 novembre 2025
Adattamento al centro della COP30, ma i fondi restano insufficienti. A Belém arrivano movimenti e comunità indigene: la vera pressione viene dai territori.
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- Giorno 2 – 11 novembre 2025
Lula parla di disuguaglianze alla Cop30, ma il Brasile continua a spingere sul fossile. A Belém torna al centro il nodo tra clima e ingiustizia.
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- Giorno 1 – 10 novembre 2025
Dalla Cop30 alla Cúpula dos Povos: a Belém si apre la sfida per la giustizia climatica tra responsabilità globali, diritti dei popoli e resistenza dei territori.
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Articoli di approfondimento alla COP30
- Cosa resta della Cop30, la battaglia per il clima e i diritti è ancora lunga – 24 novembre 2025
Marica Di Pierri e Laura Greco su Domani – COP30 fallisce su fossili e foreste, ma il Bam e il blocco dei 82 paesi per l’uscita dal fossile aprono spiragli di lotta e nuove alleanze.
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- Sulla fine dei lavori della COP30 – 24 novembre 2025
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Cosa è successo alla 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici? Quali sono le grandi vittorie? Quali le sconfitte?
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- La tabella della discordia – cos’è successo alla COP30 – 23 novembre 2025
Laura Greco su Radio24 – COP30 a Belém annuncia impegni su energia, foreste e adattamento, ma senza una vera uscita dal fossile restano promesse vuote da incalzare con lotte dal basso.
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- “A resposta somos nós”. Ma alla COP30 le richieste dei popoli indigeni non fanno breccia – 23 novembre 2025
Laura Greco su EconomiaCircolare.com – Alla COP30 le voci indigene restano ai margini mentre la foresta corre verso il punto di non ritorno. Senza giustizia, non c’è futuro.
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- La “Dichiarazione di Belém” e il multilateralismo del phase out dai fossili spinto dal basso – 21 novembre 2025
Laura Greco su Altreconomia – Da Belém arriva una spinta dal basso per uscire dai fossili: governi e movimenti uniscono le voci per un phase out reale, giusto, globale.
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- Cop30: senza il Gender action plan ogni azione climatica è limitata – 21 novembre 2025
Marica Di Pierri e Laura Greco su Valori – Nonostante le ambiziose premesse il Gender action plan ha trovato diversi ostacoli sui tavoli negoziali della Cop30
- Cop30: senza il Gender action plan ogni azione climatica è limitata – 21 novembre 2025

- Alla Cop30 arrivano le storie di migrazioni climatiche – 21 novembre 2025
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30, in vista delle negoziazioni finali, si parla del fenomeno crescente degli sfollamenti forzati dal cambiamento climatico.
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- Belém, la foresta degli indigeni si ribella a Lula – 20 novembre 2025
Laura Greco su Il Manifesto – Le nazionalità dell’Amazzonia denunciano l’inagibilità politica alla Cop e chiedono una mobilitazione internazionale guidata direttamente dai popoli indigeni per proteggere i loro territori e affrontare la crisi climatica alla radice
- Alla Cop 30 i movimenti si riprendono la scena – 20 novembre 2025
Marica Di Pierri su Il Manifesto – Era dalla Cop 26 di Glasgow che non si vedeva così tanta società civile. Accanto al vertice ufficiale, in più di 50 mila hanno animato la «Cupula dos povos» per una svolta vera sul clima e i diritti
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- COP30, BELÉM | Italiani in mobilitazione – 20 novembre 2025]
Il Climate Pride in azione alla COP30: l? attivist? chiedono all’Italia una roadmap chiara e ambiziosa per uscire dai fossili.
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- A Belém torna il protagonismo sociale – 19 novembre 2025
Marica Di Pierri su Collettiva – Alla Cop30 movimenti, organizzazioni, popoli e sindacati riacquistano centralità: proposte e campagne dal basso sono arrivate nelle stanze dei negoziati.
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- Come procede la COP30 in Brasile? Intervista a Laura Greco da Bélem – 19 novembre 2025
Laura Greco su Scienza e Pace Magazine – COP30 tra repressione, lobby fossili e resistenze indigene: la giustizia climatica la costruiscono i territori, non i negoziati.
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- Lifegate dalla COP30 – 18 novembre 2025
Marica Di Pierri su Lifegate – Dalla COP30 il racconto dell’inedita comunicazione tra dentro e fuori la COP, tra le richieste indigene e l’ambiguo governo di Lula.
Ascolta su Lifegate
- Il Fondo per le foreste e la falsa soluzione del biocapitalismo si ripropone alla Cop30 di Belém – 18 novembre 2025
Laura Greco su Altreconomia – Il Tropical forests forever facility lanciato da Lula è l’ennesimo dispositivo finanziario che viene presentato come innovazione.
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- Attivismo e giustizia climatica: se il diritto alla protesta diventa un reato – 17 novembre 2025
Marica Di Pierri su Valori.it – Alla Cop30 emerge un allarme globale: in molti Paesi il diritto alla protesta viene represso e l’attivismo ambientale è sempre più criminalizzato
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- Alla Cop30 di Belèm il fondo per l’adattamento resta senza fondi – 17 novembre 2025]
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30 fallisce, per il terzo anno di fila, l’obiettivo di raccolta minima per finanziare l’adattamento dei Paesi del Sud globale.
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- Massiccia partecipazione popolare a Belém – 16 novebre 2025
Marica Di Pierri su L’aria Che Respiri – Alla Cúpula dos Povos tantissime voci per reclamare la fine dei combustibili fossili e una giustizia climatica guidata dai popoli, non dalle multinazionali.
Ascolta su Radio Rai1
- In diretta da Bele?m – Aggiornamenti sulla prima settimana di COP30 – 15 novembre 2025
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – In diretta da Belém, per raccontare in diretta i lavori della 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici. ?Foto di Oliver Ninja e Midia Ninja
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- Cop30: chi difende i combustibili fossili dentro i negoziati sul clima – 14 novembre 2025
Marica Di Pierri per Altreconomia – Alla Cop30 un lobbista fossile ogni 25 delegat?: il vertice che dovrebbe chiudere l’era fossile continua a farsela scrivere da chi la profitta.
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- Giustizia climatica, questa dimenticata – 13 novembre 2025
Marica Di Pierri su Il Manifesto – Il legame tra clima e disuguaglianze è ormai assodato. Ma dopo 30 anni di conferenze, i ricchi continuano a fare grandi affari con i fossili.
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- L’adattamento secondo la COP30: “Adattarsi è sopravvivere” – 13 novembre 2025
Marica Di Pierri per EconomiaCircolare.com – COP30 punta a rendere operativo il Global Goal on Adaptation, tra governance multilivello, indicatori, fondi insufficienti e necessità di giustizia climatica.
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- La Cop30 in Brasile e le politiche industriali green – 11 novembre 2025
Marica Di Pierri per Tutta La Città Ne Parla, Radio3 – È iniziata la Cop30 a Belém, 10 giorni in cui si discuterà su come trovare una via d’uscita alla deriva del cambiamento climatico nonostante le difficoltà politiche che ci circondano.
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- Road to Belém – 7 novembre 2025
Marica Di Pierri per Valori.it – Verso la Cop30 di Belém, cosa aspettarci dal più importante appuntamento per salvare il clima della Terra? Diretta con Marica Di Pierri, Luca Lombroso, Giovanni Mori e Lorenzo Tecleme.
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- Da Parigi a Belém, i conti che non tornano – 6 novembre 2025
Marica Di Pierri per Il Manifesto – Tra tensioni e fragili compromessi, i preparativi alla vigilia della Conferenza Onu. A che punto sono gli impegni nazionali di riduzione e i piani di adattamento dei singoli Paesi.
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- A Sud a Belém alla Cop30 – 6 novembre 2025
A Sud seguirà negoziati e mobilitazioni dalla COP30 di Belém, amplificando le voci dei movimenti per giustizia climatica e sociale.
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- A Sud aderisce alla Global Call to Action della Cúpula dos Povos – 5 settembre 2025
Il 15 novembre scendiamo in piazza: basta disuguaglianze e razzismo ambientale, vogliamo giustizia climatica e un mondo dove la vita sia al centro.
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- Vertice dei Popoli Verso la COP30: Manifesto Politico – 13 giugno 2025
A Sud aderisce al Manifesto dei Popoli verso la COP30: un appello globale per giustizia climatica, anticapitalismo e democrazia dal basso.
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Racconteremo le negoziazioni
Per spiegare cosa accade davvero alla COP30, come si muovono i governi e quali interessi guidano le scelte sulla crisi climatica. Vi offriremo una copertura quotidiana per raccontarvi con le nostre parole e con uno sguardo critico, indipendente e radicale, vicino ai movimenti il dentro e fuori la Cop
Sveleremo le contraddizioni
Tra le promesse ufficiali e la realtà, mostrando lo scontro continuo tra lobby fossili e popoli che difendono la vita e i territori. Denunceremo le responsabilità smascherando la falsa transizione energetica e chi continua a inquinare mentre parla di sostenibilità con greenwashing e false soluzioni
Daremo voce alle comunità
Portando le loro storie, le lotte quotidiane e le alternative concrete alla devastazione ambientale, contro colonialismo ed estrazione. Ci collegheremo con l’Italia per connettere istanze e battaglie
INFO E CONTATTI
Per contatti e interviste con la delegazione:
maricadipierri@asud.net
+ 55 21 967071220
Laura Greco
lauragreco@asud.net
+55 21 997673184
Perchè il futuro sarà rinnovabile
[di Gianni Silvestrini su Sbilaciamoci.info] Il grande freddo/La copertura entro la metà secolo del 100 percento della domanda elettrica con le rinnovabili orienterà le strategie di un numero crescente di paesi. Ma non sarà un processo inerziale: occorrono scelte politiche forti, che forse verranno dopo la Conferenza di Parigi. Le rinnovabili diventeranno centrali negli scenari energetici mondiali, ma il percorso per arrivare ad un loro ruolo egemonico va studiato con intelligenza perché sono ancora molti gli ostacoli da superare. Questa evoluzione sarà più facile nella generazione di elettricità, considerato che quella “verde” diventerà meno cara dei kWh delle centrali termelettriche in un numero crescente di paesi. Se oggi questo è vero solo per alcune realtà, come in Brasile e in Cile, dal prossimo decennio il minor costo delle rinnovabili porterà benefici economici ad una larga parte dell’umanità oltre a limitare i rischi di un catastrofico cambiamento del clima. Ma, se si amplia lo sguardo all’insieme dei combustibili fossili, la situazione appare più complessa....
read moreUn referendum per fermare le trivelle
[di Enrico Gagliano su Zeroviolenze.it] L’eco mediatica delle imponenti manifestazioni di Pescara del 2013 e, più recentemente, di Lanciano ha lasciato ai margini del dibattito un punto di domanda che è invece dirimente nella prospettiva del superamento della Strategia Energetica Nazionale: nel recente passato qual è stato il primo step che ha rappresentato un punto di svolta, in senso più marcatamente “fossile”, nella politica energetica del nostro Paese? In una logica di condivisione e di costruzione di un percorso comune, ci siamo interrogati su questo aspetto assieme ad altri soggetti che si sono resi protagonisti, sia localmente sia a livello nazionale, delle lotte contro scalpelli e fanghi di perforazione, giungendo infine ad identificare quel punto di svolta nell’approvazione del Decreto Sviluppo e, in particolare, in un breve passaggio dell’art. 35. Cosa prevedeva di così eversivo il famigerato art. 35, comma 1, del Decreto Legge 22 giugno 2012, n. 83, poi convertito con modificazioni dalla Legge 7 agosto 2012, n. 134? Si ricorderà come, all’indomani del disastro avvenuto nel Golfo del Messico, l’art. 2, comma 3, lett. h, del D. Lgs. 29 giugno 2010, n. 128, entrato in vigore il 26 agosto 2010, avesse introdotto tre diversi divieti di ricerca, prospezione e coltivazione di: – idrocarburi liquidi e gassosi all’interno di aree marine e costiere a qualsiasi titolo protette per scopi di tutela ambientale; – idrocarburi liquidi e gassosi all’interno di zone marine poste entro 12 miglia dalle suddette aree protette; – di soli idrocarburi liquidi all’interno della fascia marina compresa entro 5 miglia dalle linee di base delle acque territoriali. Due anni dopo, dietro la facciata “green” dell’applicazione del divieto di ricerca, prospezione e coltivazione di idrocarburi liquidi e gassosi entro il limite delle 12 miglia dalle linee di costa e dal perimetro esterno delle aree marine e costiere protette del limite, il velenoso comma 1 dell’art. 35 faceva “salvi i procedimenti concessori di cui agli articoli 4, 6 e 9 della legge n. 9 del 1991 in corso alla data di entrata in vigore del Decreto Legislativo 29 giugno 2010 n. 128 ed i procedimenti autorizzatori e concessori conseguenti e connessi, nonché l’efficacia dei titoli abilitativi già rilasciati alla medesima data, anche ai fini della esecuzione delle attività di ricerca, sviluppo e coltivazione da autorizzare nell’ambito dei titoli stessi, delle eventuali relative proroghe e dei procedimenti autorizzatori e concessori conseguenti e connessi”. Fu per tutti noi amaro dover scoprire a posteriori che gattopardescamente il MISE aveva posto quei procedimenti in un limbo anziché considerarli definitivamente ed irreversibilmente conclusi a seguito del rigetto delle istanze. Con appena 84 parole il Governo Monti dava una risposta chirurgica ed immediata alle pressanti richieste dell’establishment finanziario internazionale. L’art. 35 ha una dimensione economica di assoluto rispetto: a dircelo sono i “numeri” che il MISE rese noti il 1 dicembre del 2010, cinque mesi dopo l’approvazione del Decreto Prestigiacomo, nel corso di un seminario dal titolo molto eloquente: “Conseguenze derivanti dall’applicazione del D. Lgs. n. 128/2010”. Dopo aver verificato l’esistenza di istanze e di titoli già rilasciati all’interno delle aree interdette, il MISE inviò, per poi farle svanire nel nulla, “note di preavviso di rigetto per tutte le istanze di permessi di ricerca poste ubicate in corrispondenza di aree in cui l’interdizione era totale o pressoché totale” nonché “note di riperimetrazione delle aree delle istanze caratterizzate da una...
read moreSblocca Italia, finanza e disastri ambientali
[di Luca Cardin su Zeroviolenza.it] Intervista ad Augusto De Sanctis D. L’Italia è il paese del sole. I dati di marzo sulla produzione del fotovoltaico dicono che stiamo andando in quella direzione. Il governo però con lo Sblocca Italia continua a rilasciare autorizzazioni per la ricerca di idrocarburi. Qual è l’entità degli interessi dietro queste concessioni? R. Il mondo degli idrocarburi è sempre più finanziarizzato e molte aziende medio-piccole sostanzialmente appaiono vivere più di annunci di permessi ottenuti che vengono pubblicizzati adeguatamente sui mercati secondari della borsa di Londra per ottenere qualche punto in più nella quotazione dei titoli. Alcune di queste società hanno una patrimonializzazione piuttosto limitata rispetto ai progetti che dovrebbero gestire e questo pone seri dubbi sulla loro solvibilità in caso di grande incidente. Altre criticità riguardano l’identificabilità del reale proprietario delle aziende, visto che in diversi casi vi sono fondi di investimento esteri che a loro volta sono schermati da società con sedi in paradisi fiscali. Anche alcune transazioni su titoli minerari avvenute nel recente passato hanno destato forti dubbi, visto che le aziende diventano veri e propri concessionari. I grandi player del mercato degli idrocarburi in Italia sono ENI, Total, Edison, che gestiscono i giacimenti di petrolio in Basilicata, il primo giacimento per importanza in Europa e i pozzi di gas in alto Adriatico e pianura padana, anch’essi di una qualche rilevanza. Il resto sono progetti di limitatissime dimensioni, seppur molto preoccupanti per gli impatti in un paese densamente abitato, con un patrimonio artistico e paesaggistico immenso ed un territorio estremamente fragile come l’Italia. In larga parte sono proposti da società londinesi di piccola e media grandezza. Quando parliamo di idrocarburi troppo spesso parliamo solo di pozzi. In realtà dobbiamo guardare all’intera logistica connessa all’estrazione, stoccaggio, trasformazione e trasporto di gas naturale e petrolio. D. Qual è il quadro più ampio a cui guardare? R. L’Italia dovrebbe diventare, secondo la Strategia Energetica nazionale approvata dal Governo Monti nel 2012, un ”Hub del gas”. Dovrebbe diventare, cioè, una piattaforma logistica per gli altri paesi del nord Europa, un’area di produzione e passaggio di idrocarburi, nonostante negli ultimi 20 anni il consumo interno di gas sia diminuito del 30%! Quindi infrastrutture per l’importazione – si veda la questione del gasdotto TAP, per il trasporto nel territorio italiano – si vedano i grandi gasdotti in costruzione e/o progettazione come la rete Adriatica di Snam o il Larino-Chieti di Gasdotti Italia, una società londinese, per lo stoccaggio temporaneo nel sottosuolo in vecchi giacimenti esauriti – si considerino la decine di stoccaggi in corso di realizzazione ed autorizzazione in Pianura padana e lungo il versante Adriatico. Infine la rete degli impianti di gestione dell’enorme massa di rifiuti che viene prodotta nell’industria degli idrocarburi. Tutto senza valutazione Ambientale Strategica, che permetterebbe trasparenza e pianificazione condivisa, nonostante vi siano precisi obblighi dettati da una Direttiva europea entrata in vigore in Italia dal 2004! Un accenno meritano le ridicole royalty che il Paese chiede alle compagnie. Si va dal 7% al 10% sul valore del prodotto. In Norvegia siamo al 70%. Il vero scandalo è però nel regime delle franchigie. Sotto una certa soglia – ad esempio 80 milioni di mc di gas naturale estratto in mare – le aziende non pagano nulla allo Stato. Regaliamo una risorsa alle compagnie che poi ce la rivendono a prezzo pieno. Una follia. D. Quindi l’Adriatico e regioni...
read moreEtiopia: la diga “italiana” e il land grabbing riducono i Kwegu alla fame
[ su Greenreport.it] «I Kwegu, la tribù più piccola e vulnerabile della bassa Valle dell’Omo, sono ridotti alla fame a causa della distruzione della loro foresta e del lento prosciugarsi del fiume da cui dipendono», a dirlo è Survival International, ha ricevuto rapporti preoccupanti dall’Etiopia sulla situazione di a questo piccolo popolo di circa mille persone che vivono di caccia, pesca e agricoltura di sussistenza lungo il fiume Omo. Infatti, secondo Survival International, la gigantesca diga Gibe III, alta 243 metri, che sta realizzando l’italiana Salini Costruttori, e «l’irrigazione su larga scala delle piantagioni commerciali nelle terre indigene avranno l’effetto di fermare le piene del fiume Omo e di distruggere le riserve di pesce da cui dipendono i Kwegu». International Rivers il 12 febbraio ha pubblicato immagini satellitari che rivelano che il govrno dell’Etiopia ha già cominciato a riempire il bacino idrico della diga che cancellerà la terra anchestrale dei Kwegu. «Forse moriremo. Il fiume ci tiene in vita. Dove andremo a vivere se portano via l’acqua dal letto del fiume? Se non ci saranno più pesci, cosa daremo da mangiare ai bambini?> aveva già detto nel 2012 un Kwegu quando i bulldozer cominciarono le operazioni per spianare il loro territorio. Intanto, molti Kwegu denunciano gli alveari della tribù sono stati distrutti dalle piantagioni di canna da zucchero del progetto governativo Kuraz e che i raccolti di sorgo piantati lungo le sponde del fiume non sono cresciuti perché non ci sono state le piene stagionali. Per sopravvivere, i Kwegu dipendono dal cibo delle tribù vicine. Survival dice che «I popoli indigeni della bassa Valle dell’Omo non sono stati praticamente consultati in merito ai progetti che interessano le loro terre, e chi decide di resistere si scontra con la forza brutale e le intimidazioni. Il governo sta costringendo con la forza diverse tribù a sedentarizzarsi, in un processo noto come “villaggizzazione”». Un Suri (Un popolo che confina con i Kwegu) ha detto a Survival: «Il governo ci ha detto che dobbiamo vivere in case nuove, ma noi non vogliamo. Non hanno cercato di spiegarci cosa stanno facendo, né ci hanno chiesto cosa vogliamo». Il regime autoritario etiope è uno tra quelli che beneficia maggiormente degli aiuti italiani: per il triennio 2013- 2015 la nostra ex colonia è stata confermata come uno dei Paesi prioritari per gli aiuti italiani, con un raddoppio dei fondi stanziati rispetto al triennio precedente pari a 99 milioni di euro. Ma anche statunitensi, britannici e tedeschi finanziano munificamente il regime di Addis Abeba, anche se recentemente il Department for International Development britannico ha annunciato che smetterà di finanziare un programma collegato ai reinsediamenti forzati delle tribù dell’Omo, ma non ha però, ridotto i finanziamenti all’Etiopia (510.729.000 euro), né ha fatto alcun riferimento al programma di reinsediamento forzato delle tribù. «Inoltre – denuncia ancora Survival – ad oggi, nonostante la crescente crisi umanitaria nella valle dell’Omo, non è ancora stato diffuso il rapporto della missione nell’area compiuta nell’agosto 2014 dal Development Assistance Group, un consorzio dei più grandi donatori all’Etiopia, di cui fanno parte anche l’Italia, gli Stati Uniti, la Gran Bretagna, la Germania e la Banca Mondiale». La missione era stata annunciata nel giugno 2014. Stephen Corry, Direttore generale di Survival International conclude: «Le agenzie dei donatori devono garantire che i soldi dei contribuenti non siano utilizzati per sostenere governi responsabili dello sfratto dei...
read moreBiomasse a Rotonda. Via libera alla centrale, ma la guerra continua
[di Pino Perciante su lagazzettadelmezzogiorno.it] Non si spengono le polemiche dopo la riattivazione della centrale a biomasse del Mercure da parte del Consiglio dei ministri. Palazzo Chigi si è dovuto esprimere a causa del mancato accordo nelle varie conferenze di servizi che si sono susseguite sulla vicenda, fonte di tante divisioni nelle comunità locali. Sul fronte del si c’è da sempre il sindaco di Castelluccio Inferiore Roberto Giordano. «L’impianto darà impulso allo sviluppo non solo del Mercure ma dell’intero Lagonegrese – sottolinea – da non dimenticare che l’accordo prevede circa 150 posti di lavoro, 40 direttamente da Enel e un centinaio nell’indotto. Le compensazioni poi sono importanti per i nostri bilanci e perché serviranno anche a ridurre la pressione fiscale su imprese e cittadini». Sul fronte del no la tesi è tutt’altra: “Una centrale a biomasse da 35 megawatt nel parco del Pollino è inevitabilmente destinata ad avere pesanti ripercussioni sull’ambiente e sulla salute – sostengono da sempre i comuni di Rotonda e Viggianello – e finirà col seppellire definitivamente l’agricoltura e il turismo». Parole forti, ma in realtà la riconversione della struttura (nel comune calabrese di Laino Borgo ma ai confini con la Basilicata) ha passato tutti gli esami autorizzativi e ambientali, anche se ad una velocità più lenta del perdurare dei lavori sulla Salerno –Reggio Calabria. «Siamo felici che il Governo abbia risolto una volta per tutte l’annosa vicenda – è il commento entusiasta del comitato pro centrale – ridare forza a questo impianto significa dire basta alla burocrazia, ripartire con il lavoro e dare speranza a un’area flagellata dalla disoccupazione. Nei sei mesi di funzionamento, la centrale ha dimostrato di non avere alcuna influenza sull’ambiente e sulla salute e ha rimesso in moto un’economia locale virtuosa. Solo la burocrazia era riuscita a fermarla. Ora – conclude il comitato – occorre ripartire alla svelta e sperare che la Regione Calabria, come ha sempre fatto, proceda anche questa volta a rilasciare rapidamente l’autorizzazione definitiva». I dati forniti da Enel sul rifornimento delle biomasse e sul trasporto non hanno mai convinto gli ecologisti, ma l’impianto (la cui riconversione è costata circa 70 milioni) sembra avere tutte le carte in regola. Battaglia ormai persa per gli ambientalisti? Neanche per sogno: «La mobilitazione si fa ancora più accesa – precisa Ferdinando Laghi , uno degli animatori della rete di opposizione – il provvedimento del Consiglio dei ministri è l’ennesima ingerenza del governo rispetto alla volontà del territorio, ma la battaglia tecnica e legale è ancora tutta da combattere». Una vittoria, però, sarà difficile. Il via libera del Consiglio dei ministri è un segnale fin troppo chiaro della volontà della politica di rimettere in esercizio la centrale. Nell’immediato della decisione presa dal Consiglio dei ministri si è aggiunto in totale dissenso il Movimento 5 stelle, ma il fronte dei contrari potrebbe allargarsi riprendendo le tante frange del malcontento che si sono manifestate in passato tra gli ambientalisti. Favorevoli alla riapertura si dicono i sindacati ma anche in questo caso il fronte di quelli che potremmo definire come i possibilisti andrà di sicuro a crescere nelle prossime ore. Situazione, dunque, in movimento per quanto riguarda opinioni, giudizi e prese di posizione ma l’atto del governo sembra non avere margini di riconsiderazione e si prevede di far ripartire la centrale in tempi...
read moreIlva, rinviata l’udienza e la difesa Gnudi spera di ottenere un patteggiamento
[di Francesco Casula su ilfattoquotidiano] Il gup Vilma Gilli dovrà poi rispondere all’istanza di astensione presentata dal legale di Nicola Riva. Secondo l’avvocato Pasquale Annicchiarico, infatti, il magistrato è una cittadina di Taranto come tutti quelli ammessi nel procedimento come parti civili perché danneggiati dall’Ilva e dalle sue emissioni nocive Dopo il “no” della Procura di Taranto alla prima ipotesi dipatteggiamento, i legali dell’Ilva sono costretti a chiedere di allungare i tempi dell’udienza preliminare pur di continuare a sperare nell’ipotesi di patteggiamento. Ottenuto il via libera dal comitato di Sorveglianza, ma sempre in attesa di quello del ministero per lo Sviluppo economico, gli avvocati del commissario Pietro Gnudi hanno infatti chiesto e ottenuto dal giudice Vilma Gilli, che dovrà decidere sul rinvio a giudizio dei 49 imputati e delle 3 società (Ilva spa, Riva Fire e Riva Forni Elettrici) nel procedimento “Ambiente svenduto”, un rinvio fino al prossimo 1 luglio. Un’ultima possibilità, quindi, per studiare una nuova proposta da sottoporre al pool di inquirenti guidati dal procuratore Franco Sebastio. Pochi giorni fa era stata l’ex ministro Paola Severino, che dopo aver firmato un decreto Salva Ilva è diventata consulente legale dell’Ilva a gestione commissariale, a sottoporre una prima bozza ai magistrati tarantini che, però, hanno ritenuto la proposta inaccettabile. L’ex Guardasigilli, infatti, aveva offerto il pagamento di una sanzione pecuniaria di 3 milioni e 98mila euro, l’interdizione di 8 mesi che però non sarebbe stata applicata dato il commissariamento dell’azienda e la necessità di assicurare lacontinuità produttiva dell’azienda che altrimenti avrebbe avuto enormi ricadute occupazionali e infine l’esclusione della confisca di beni dell’Ilva visto che in realtà questa non avrebbe goduto “di alcun vantaggio patrimoniale”, ma sarebbe stata “strumentalmente asservito agli scopi illeciti del sodalizio criminoso in epoca passata, ha riportato conseguenze dannose e pregiudizievoli sul piano economico gestionale”. In sostanza per i legali dell’Ilva commissariale, come già anticipato dal Fatto nei giorni scorsi, Ilva è stata vittima della famiglia Rivache avrebbero, attraverso un accordo di cash pooling, fatto transitare i profitti della fabbrica nelle casse della Riva Fire che controllava Ilva spa. Un punto sul quale, però, i magistrati ionici non avrebbero voluto sentire ragioni. E così lo staff di legali dell’Ilva commissariata sarebbe già al lavoro per una nuova proposta. Al momento l’ipotesi più accreditata potrebbe tornare a essere quella che fin dall’inizio era apparsa quella idonea: una confisca da circa 2 miliardi di euro che in realtà non verrebbero mai realmente confiscate ma si tratterebbe di obbligazioni garantite dallo Stato vincolati all’attuazione del piano ambientale varato dal Governo del valore complessivo di 1 miliardo e 800 milioni di euro. Soldi che lo Stato dovrebbe recuperare dal tesoro sequestrato dai pm milanesi alla famiglia Riva e al momento ancora bloccati in Svizzera. Un rischio, insomma, che ancora una volta potrebbe pesare sulle tasche dei cittadini italiani. Ma non è l’unica notizia emersa dall’udienza di questa mattina: il prossimo 1 luglio, infatti, il gup Vilma Gilli dovrà rispondere anche all’istanza di astensione presentata dal legale di Nicola Riva. Secondo l’avvocato Pasquale Annicchiarico, infatti, il magistrato è una cittadina di Taranto come tutti quelli ammessi nel procedimento come parti civili perché danneggiati dall’Ilva e dalle sue emissioni nocive. Un punto che per la difesa dell’industriale accusato di associazione a delinquere finalizzato al disastro ambientale non può garantire il giudizio sereno richiesto al giudice nonostante qualche mese fa la Cassazione abbia respinto un’istanza di rimessione che chiedeva di spostare il processo da Taranto per il condizionamento ambientale e le pressioni sulla magistratura. ...
read more[:en]Sblocca Italia: Extractivism made in Italy[:]
[:en][by Salvatore De Rosa on entitleblog.org] The Unlock Italy Law, recently passed in the Italian parliament, is a festival of deregulation and legalised plunder. From fossil fuel extraction to construction permits, the country is put on sale to restart growth. But from the targeted territories, social movements are waging resistance. And they bring another idea of prosperity. Italy’s current Prime Minister, Matteo Renzi, has been the third in three years to be appointed by the Parliament without national elections. Following the fall of Berlusconi’s III government in 2011, the Italian deadlock was solved through agreements between political parties and the President Giorgio Napolitano, with the blessing of the Troika. The reason given for the top-down intervention was the need for a fast solution to rescue Europe’s third largest economy from the “brink of a full-blown debt crisis”. After the technocrat Mario Monti and the moderate Enrico Letta, the “young” Matteo Renzi became the leader of Partito Democratico (the centre-left Democratic Party) and gained the top office in February 2014 thanks to a broad support coalition from his party and the party of Berlusconi. Renzi promoted himself as the Rottamatore, the Scrapper, that is, the champion of the “new” and the dismantler of the old political establishment. However, his political vision is nothing new under the sun: merely a servile devotion to the continuation and the deepening of the neoliberal model. Renzi’s ability to delight the masses, to forge convenient alliances and to coalesce consensus around him, has allowed a comparison with thePrince outlined in the work of another famous Florentine, Niccoló Machiavelli. Renzi, this post-modern prince, is indeed ready to shake the country to the foundations in order to please the kings of the market, trying to balance at the same time Italy’s adherence to the Troika’s diktats. Facing the worst economic stagnation since World War II, rising unemployment and the piling up of a public debt out of control, Renzi’s self-declared task has been “to honour the commitments with the European partners but to restart growth and to attract investments”. His policies since the start of the mandate have been aimed to loose the course of austerity and to foster structural reforms that would facilitate direct investments at the expense of environmental regulations and democratic procedures. On the labour side, his recipe for a “better future for Italians”, one of Renzi’s favourite refrains, implies an increasing submission of labour rights to corporate demands (concretised recently by the Jobs Act). More comprehensively, his cabinet is downsizing regulations on natural resource use and permits-granting procedures for infrastructural and extractive projects to make the country more attractive to investors. Italy for sale The main outcome of this neo-liberal effort has been the Sblocca Italia (Unlock Italy) reform package. Imposed by decree during the summer of 2014, and ratified recently into law 133/2014 after parliamentary vote, the Sblocca Italia law is an assemblage of normative changes composed by 45 articles that address a heterogeneity of sectorswith the stated goal to “reduce bureaucracy, unlock the country’s development, re-launch the economy”. From construction permits to oil extraction, touching on waste management, public administration reform, disaster prevention, privatisation of public services and even internet infrastructure, Unlock Italy is a festival of deregulation and legalised plunder. To assess the law in its entirety is beyond the reach of this post. What deserve attention, though, from a Political Ecology perspective are at least three areas of its...
read more[su yabasta.it] Il ripensare la relazione complessiva tra l’insieme della vita sociale individuale e collettiva e l’equilibrio ambientale sono oggi al centro di riflessioni ed azioni sempre più necessarie. I cambiamenti climatici, la crisi ambientale dimostrano che non è più il tempo di attendere. Il Progetto Energetico Risparmio, partendo dal tema del risparmio energetico, comunemente inteso come l’insieme delle tecniche e dei comportamenti per ridurre i consumi di energia necessaria allo svolgimento delle attività umane, si prefigge attraverso la pubblicazione dell’e-book “Energetico Risparmio” di contribuire a promuovere comportamenti individuali e collettivi corretti e attenti alla riduzione dell’impatto ambientale. SCARICA E DIFFONDI “Energetico Risparmio” E-book in .pdf adatto a tutti i supporti: smartphone, tablet, e-reader, PC. All’interno: * Due è il numero magico per salvare il mondo * Nutrirsi senza mangiarsi il pianeta * Test: sei Attila o San Francesco? O semplicemente una persona consapevole? * Gesti che salvano il pianeta Il Progetto è realizzato da Associazione Ya Basta, con il finanziamento del Centro servizi Volontariato di Padova ed in collaborazione con Informambiente – Padova Pubblicato su ...
read moreLa California regala pannelli solari alle famiglie a reddito basso
[di Luca Pagni su Repubblica.it ] Lo stato Usa finanzierà il progetto con i soldi raccolti dalla lotta al riscaldamento globale, in particolare dalle industrie responsabili delle maggiori emissioni di Co2. Non è la prima volta: dal 2013 il governo del Perù stanzia fondi per portare energia fotovoltaica gratuita nelle zone rurali MILANO – La California si conferma all’avanguardia nello sviluppo delle energie rinnovabili. La conferma arriva da una iniziativa che riesce nel triplice scopo di coniugare incremento di energia verde, intervento di carattere sociale e lotta all’inquinamento. L’operazione prende spunto dal progetto Grid Alternatives, con il quale lo stato Usa del sole e del surf intende muoversi sulle industrie che più delle altre contribuiscono all’aumento del riscaldamento globale con le loro emissioni di Co2 a rimborsare la comunità: invece di compensazioni in denaro, le industrie coinvolte nel progetto finanzieranno l’acquisto e l’installazione di pannelli solari sui tette delle abitazioni delle famiglie meno abbienti. L’obiettivo – ha riferito in un suo articolo il San Francisco Chronicle – prevede di raggiungere con le nuove installazioni almeno 1.600 famiglie a basso reddito entro la fine dell’anno. In questo modo, la California vuole sostenere l’industria del fotovoltaico ma allo stesso tempo dare un aiuto economico alle famiglie che non sia sotto forma di sovvenzione o sussidio federale. La California ha già raccolto 1,6 miliardi di dollari grazie alle sue campagne contro la produzione di co2 e di questo 14,7 milioni sono andati all’installazione di pannelli fotovoltaici. Il nuovo progetto dovrebbe portare alle famiglie vantaggi per circa mille dollari all’anno e terminerà entro il 2021. In verità, l’idea della California non è del tutto un inedito. Si potrebbe dire che gli statunitensi si siano ispirati all’iniziativa varata nel 2013 dal Perù, a livello sperimentale nelle aree più povere del paese nonché prive di stabili collegamenti con la rete elettrica nazionale. Il governo di Lima ha finanziato l’installazione di pannelli solari per 500mila famiglie. Secondo Jorge Marino, ministro peruviano dell’Energia, una volta completata nel 2016, l’iniziativa garantirà l’accesso all’elettricità al 95 per cento della popolazione peruviana: “Questo programma è stato pensato per le persone più povere, quelle che non hanno la luce in casa e usano ancora lampade ad olio, spendendo i pochi soldi che hanno a disposizione per acquistare un combustibile costoso che fa male alla salute”. Lo stato sudamericano vuole offrire energia pulita e gratuita a più di 2 milioni di cittadini poveri, quasi il 10 percento della popolazione. Il progetto avrà un costo complessivo di 3 miliardi di dollari. pubblicato il 27 maggio 2015 su...
read more[:en]Here’s how much corporations paid US senators to fast-track the TPP bill[:]
[:en][by C Robert Gibson and Taylor Channing on theguardian.com] Critics of the controversial Trans-Pacific Partnership are unlikely to be silenced by an analysis of the flood of money it took to push the pact over its latest hurdle A decade in the making, the controversial Trans-Pacific Partnership (TPP) is reaching its climax and as Congress hotly debates the biggest trade deal in a generation, its backers have turned on the cash spigot in the hopes of getting it passed. “We’re very much in the endgame,” US trade representative Michael Froman told reporters over the weekend at a meeting of the 21-member Asia-Pacific Economic Cooperation forum on the resort island of Boracay. His comments came days after TPP passed another crucial vote in the Senate. That vote, to give Barack Obama the authority to speed the bill through Congress, comes as the president’s own supporters, senior economists and a host of activists have lobbied against a pact they argue will favor big business but harm US jobs, fail to secure better conditions for workers overseas and undermine free speechonline. Those critics are unlikely to be silenced by an analysis of the sudden flood of money it took to push the pact over its latest hurdle. Fast-tracking the TPP, meaning its passage through Congress without having its contents available for debate or amendments, was only possible after lots of corporate money exchanged hands with senators. The US Senate passed Trade Promotion Authority (TPA) – the fast-tracking bill – by a 65-33 margin on 14 May. Last Thursday, the Senate voted 62-38 to bring the debate on TPA to a close. Those impressive majorities follow months of behind-the-scenes wheeling and dealing by the world’s most well-heeled multinational corporations with just a handful of holdouts. Using data from the Federal Election Commission, this chart shows all donations that corporate members of the US Business Coalition for TPP made to US Senate campaigns between January and March 2015, when fast-tracking the TPP was being debated in the Senate: Out of the total $1,148,971 given, an average of $17,676.48 was donated to each of the 65 “yea” votes. The average Republican member received $19,673.28 from corporate TPP supporters. The average Democrat received $9,689.23 from those same donors. The amounts given rise dramatically when looking at how much each senator running for re-election received. Two days before the fast-track vote, Obama was a few votes shy of having the filibuster-proof majority he needed. Ron Wyden and seven other Senate Democrats announced they were on the fence on 12 May, distinguishing themselves from the Senate’s 54 Republicans and handful of Democrats as the votes to sway. In just 24 hours, Wyden and five of those Democratic holdouts – Michael Bennet of Colorado, Dianne Feinstein of California, Claire McCaskill of Missouri, Patty Murray of Washington, and Bill Nelson of Florida – caved and voted for fast-track. Bennet, Murray, and Wyden – all running for re-election in 2016 – received $105,900 between the three of them. Bennet, who comes from the more purple state of Colorado, got $53,700 in corporate campaign donations between January and March 2015, according to Channing’s research. Almost 100% of the Republicans in the US Senate voted for fast-track – the only two non-votes on TPA were a Republican from Louisiana and a Republican from Alaska. Senator Rob Portman of Ohio, who is the former US trade representative, has been one of the loudest...
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Marica Di Pierri per Valori.it – Verso la Cop30 di Belém, cosa aspettarci dal più importante appuntamento per salvare il clima della Terra? Diretta con Marica Di Pierri, Luca Lombroso, Giovanni Mori e Lorenzo Tecleme.