Dal 10 al 21 novembre 2025 saremo a Belém, in Brasile, per partecipare come osservatori alla 30° Conferenza delle Nazioni Unite sul Clima. Racconteremo quanto avviene dentro e fuori le negoziazioni, porteremo e raccoglieremo le voci dei territori in lotta contro l’estrattivismo, contro il greenwashing e per una transizione ecologica realmente giusta.
Iscriviti al bollettino Sostieni il nostro lavoroL’agenda della COP30
A Belém si discuteranno e valuteranno gli NDCs, i nuovi impegni climatici nazionali che stabiliscono gli obiettivi di riduzione delle emissioni di ogni paese. Accanto alla mitigazione, l’adattamento sarà uno dei temi centrali attraverso il Global Goal on Adaptation (GGA) e i nuovi Piani nazionali di adattamento. Un altro capitolo chiave sarà quello della finanza per il clima. Tra i punti principali il nuovo obiettivo di finanziamento (NCQG), che punta ad aumentare il sostegno ai Paesi in via di sviluppo da 100 a 300 miliardi di dollari l’anno, e la Roadmap Baku-Belém, che traccia un percorso per mobilitare almeno 1.300 miliardi di dollari l’anno entro il 2035.
Temi cruciali, che si scontrano con uno scenario geopolitico ostile, segnato dal negazionismo climatico, dai venti di guerra, dalla corsa al riarmo e dalla violenza istituzionale. Non è un caso che in gioco a Belém ci sia più che mai la credibilità della diplomazia climatica e la sua capacità di tradurre le intenzioni in impegni concreti.
La Cupula dos povos
La Cúpula dos Povos è il grande incontro dei movimenti sociali e delle comunità che vivono in prima linea la crisi climatica. Nata nel 1992 come risposta critica alle negoziazioni ufficiali, propone un’alternativa fondata su giustizia climatica, sociale e ambientale, solidarietà e saperi ancestrali.
Dal 12 al 16 novembre 2025, in concomitanza con la COP30 di Belém, riunirà popoli indigeni, comunità quilombola e tradizionali, giovani e lavorator? in marce, dibattiti e azioni culturali.
La Cúpula mette al centro vite, diritti e territori, non statistiche: unisce chi costruisce ogni giorno soluzioni reali, dall’agroecologia alla difesa dei beni comuni, per spingere i governi ad adottare politiche di vera giustizia climatica.
Dichiarazione della Cupula Dos Povos
Perché A Sud e CDCA alla COP?
Nelle Cop si riuniscono i governi dei 197 Paesi che hanno ratificato la Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (UNFCCC), firmata a Rio de Janeiro nel 1992. Ma la COP30 non è solo un vertice diplomatico: è il terreno di confronto (e di scontro) tra attori diversi e diverse visioni del mondo. Da una parte il business as usual che trasforma la crisi climatica in profitto, dall’altra movimenti e territori che lottano per giustizia climatica, autodeterminazione e diritti della Natura.
La COP30 si terrà nel cuore dell’Amazzonia, a Belém do Pará, in Brasile. Non è un dettaglio geografico ma una scelta politica: è nel Sud globale che l’ingiustizia climatica colpisce più duramente mentre il Nord globale continua a negoziare emissioni e interessi fossili.
Qui non si decide solo il futuro del clima: si decide chi avrà diritto a un futuro.
Per raccontare cosa c’è in gioco, e come finisce la partita.
Andiamo alla COP per osservare da vicino i negoziati, capire quali equilibri politici e di potere si stanno ridefinendo, e portare la prospettiva dei territori e dei movimenti che chiedono giustizia climatica.
La partecipazione di A Sud e CDCA serve a connettere le lotte locali con quelle globali, rafforzare alleanze internazionali e raccontare – con sguardo indipendente e critico – come la diplomazia climatica sta affrontando, o eludendo, le proprie responsabilità.
Perché solo intrecciando voci e resistenze dal basso possiamo costruire un futuro giusto per tutt?.
Per costruire e rafforzare alleanze internazionali
Svolgere la COP in Brasile è un segnale che conta: significa rimettere al centro chi la crisi climatica la subisce davvero. Andiamo a Belém per stare con i movimenti globali per la giustizia climatica. In America Latina oggi si gioca una partita enorme: conflitti ambientali, estrattivismo, repressione, lotte indigene e popolari che resistono da decenni. Con tante realtà — dalla Colombia alla Bolivia, fino all’Amazzonia — abbiamo già lavorato, fatto campagne, costruito ponti. Lì ritroviamo compagn? con cui condividiamo visioni e pratiche.
Per portare una visione radicale dentro la COP
Sì, probabilmente sarà l’ennesimo flop diplomatico. Ma proprio per questo dobbiamo esserci, per non lasciare quei tavoli alle lobby fossili e ai governi che parlano di transizione mentre trivellano.
Da dentro vedi meglio le dinamiche, le crepe, le possibilità di alleanze e di conflitto.
Andiamo per portare la prospettiva della giustizia climatica e delle lotte dal basso, che legano crisi climatica, razzismo, patriarcato e disuguaglianze. La COP non è un punto d’arrivo: è un passaggio. Il resto si fa fuori, insieme, ogni giorno.
Diario dalla COP30
- Giorno 12 – 24 novembre 2025
Belém svela il fallimento della diplomazia climatica, ma apre spiragli: una roadmap anti-fossile e nuove alleanze per la giustizia.
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- Giorno 11 – 21 novembre 2025
Penultimo giorno a Belém: incendio in COP30, stalli politici e pressioni crescenti sul BAM e sull’uscita dai fossili.
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- Giorno 10 – 20 novembre 2025A Belém 85 Paesi spingono per uscire dai fossili, mentre Italia e Polonia frenano. La COP30 è al bivio, il tempo è adesso.
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- Giorno 9 – 19 novembre 2025
Belém rilancia la lotta globale ai fossili: la Colombia guida un fronte che vuole uscire davvero dal modello che brucia il pianeta.
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- Giorno 8 – 18 novembre 2025
Alla COP30 la transizione dai combustibili fossili sembra lontana, mentre i fondi dell’adattamento sono sotto il minimo.
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- Giorno 7 – 17 novembre 2025
Belem in rivolta: popoli indigeni e movimenti sociali spingono per una COP30 che dica finalmente basta ai fossili.
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- Giorno 6 – 15 novembre 2025
Anche quest’anno i dati sulla presenza dei lobbisti Gas&Oil alla conferenza di Belém sono alti: su ogni 25 persone accreditate al vertice, uno è un lobbista dei combustibili fossili, in totale sono oltre 1600.
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- Giorno 5 – 14 novembre 2025
Il TFFF entra nella Cupula tra promesse e contraddizioni: fondi incerti, debiti in aumento e movimenti che denunciano l’ennesima falsa soluzione verde.
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- Giorno 4 – 13 novembre 2025
A Belém la protesta indigena irrompe nella COP30 e svela le contraddizioni del Brasile fossile. Intanto la Cupula esplode di mobilitazioni globali.
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- Giorno 3 – 12 novembre 2025
Adattamento al centro della COP30, ma i fondi restano insufficienti. A Belém arrivano movimenti e comunità indigene: la vera pressione viene dai territori.
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- Giorno 2 – 11 novembre 2025
Lula parla di disuguaglianze alla Cop30, ma il Brasile continua a spingere sul fossile. A Belém torna al centro il nodo tra clima e ingiustizia.
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- Giorno 1 – 10 novembre 2025
Dalla Cop30 alla Cúpula dos Povos: a Belém si apre la sfida per la giustizia climatica tra responsabilità globali, diritti dei popoli e resistenza dei territori.
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Articoli di approfondimento alla COP30
- Cosa resta della Cop30, la battaglia per il clima e i diritti è ancora lunga – 24 novembre 2025
Marica Di Pierri e Laura Greco su Domani – COP30 fallisce su fossili e foreste, ma il Bam e il blocco dei 82 paesi per l’uscita dal fossile aprono spiragli di lotta e nuove alleanze.
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- Sulla fine dei lavori della COP30 – 24 novembre 2025
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Cosa è successo alla 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici? Quali sono le grandi vittorie? Quali le sconfitte?
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- La tabella della discordia – cos’è successo alla COP30 – 23 novembre 2025
Laura Greco su Radio24 – COP30 a Belém annuncia impegni su energia, foreste e adattamento, ma senza una vera uscita dal fossile restano promesse vuote da incalzare con lotte dal basso.
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- “A resposta somos nós”. Ma alla COP30 le richieste dei popoli indigeni non fanno breccia – 23 novembre 2025
Laura Greco su EconomiaCircolare.com – Alla COP30 le voci indigene restano ai margini mentre la foresta corre verso il punto di non ritorno. Senza giustizia, non c’è futuro.
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- La “Dichiarazione di Belém” e il multilateralismo del phase out dai fossili spinto dal basso – 21 novembre 2025
Laura Greco su Altreconomia – Da Belém arriva una spinta dal basso per uscire dai fossili: governi e movimenti uniscono le voci per un phase out reale, giusto, globale.
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- Cop30: senza il Gender action plan ogni azione climatica è limitata – 21 novembre 2025
Marica Di Pierri e Laura Greco su Valori – Nonostante le ambiziose premesse il Gender action plan ha trovato diversi ostacoli sui tavoli negoziali della Cop30
- Cop30: senza il Gender action plan ogni azione climatica è limitata – 21 novembre 2025

- Alla Cop30 arrivano le storie di migrazioni climatiche – 21 novembre 2025
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30, in vista delle negoziazioni finali, si parla del fenomeno crescente degli sfollamenti forzati dal cambiamento climatico.
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- Belém, la foresta degli indigeni si ribella a Lula – 20 novembre 2025
Laura Greco su Il Manifesto – Le nazionalità dell’Amazzonia denunciano l’inagibilità politica alla Cop e chiedono una mobilitazione internazionale guidata direttamente dai popoli indigeni per proteggere i loro territori e affrontare la crisi climatica alla radice
- Alla Cop 30 i movimenti si riprendono la scena – 20 novembre 2025
Marica Di Pierri su Il Manifesto – Era dalla Cop 26 di Glasgow che non si vedeva così tanta società civile. Accanto al vertice ufficiale, in più di 50 mila hanno animato la «Cupula dos povos» per una svolta vera sul clima e i diritti
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- COP30, BELÉM | Italiani in mobilitazione – 20 novembre 2025]
Il Climate Pride in azione alla COP30: l? attivist? chiedono all’Italia una roadmap chiara e ambiziosa per uscire dai fossili.
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- A Belém torna il protagonismo sociale – 19 novembre 2025
Marica Di Pierri su Collettiva – Alla Cop30 movimenti, organizzazioni, popoli e sindacati riacquistano centralità: proposte e campagne dal basso sono arrivate nelle stanze dei negoziati.
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- Come procede la COP30 in Brasile? Intervista a Laura Greco da Bélem – 19 novembre 2025
Laura Greco su Scienza e Pace Magazine – COP30 tra repressione, lobby fossili e resistenze indigene: la giustizia climatica la costruiscono i territori, non i negoziati.
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- Lifegate dalla COP30 – 18 novembre 2025
Marica Di Pierri su Lifegate – Dalla COP30 il racconto dell’inedita comunicazione tra dentro e fuori la COP, tra le richieste indigene e l’ambiguo governo di Lula.
Ascolta su Lifegate
- Il Fondo per le foreste e la falsa soluzione del biocapitalismo si ripropone alla Cop30 di Belém – 18 novembre 2025
Laura Greco su Altreconomia – Il Tropical forests forever facility lanciato da Lula è l’ennesimo dispositivo finanziario che viene presentato come innovazione.
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- Attivismo e giustizia climatica: se il diritto alla protesta diventa un reato – 17 novembre 2025
Marica Di Pierri su Valori.it – Alla Cop30 emerge un allarme globale: in molti Paesi il diritto alla protesta viene represso e l’attivismo ambientale è sempre più criminalizzato
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- Alla Cop30 di Belèm il fondo per l’adattamento resta senza fondi – 17 novembre 2025]
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30 fallisce, per il terzo anno di fila, l’obiettivo di raccolta minima per finanziare l’adattamento dei Paesi del Sud globale.
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- Massiccia partecipazione popolare a Belém – 16 novebre 2025
Marica Di Pierri su L’aria Che Respiri – Alla Cúpula dos Povos tantissime voci per reclamare la fine dei combustibili fossili e una giustizia climatica guidata dai popoli, non dalle multinazionali.
Ascolta su Radio Rai1
- In diretta da Bele?m – Aggiornamenti sulla prima settimana di COP30 – 15 novembre 2025
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – In diretta da Belém, per raccontare in diretta i lavori della 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici. ?Foto di Oliver Ninja e Midia Ninja
Guarda la diretta
- Cop30: chi difende i combustibili fossili dentro i negoziati sul clima – 14 novembre 2025
Marica Di Pierri per Altreconomia – Alla Cop30 un lobbista fossile ogni 25 delegat?: il vertice che dovrebbe chiudere l’era fossile continua a farsela scrivere da chi la profitta.
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- Giustizia climatica, questa dimenticata – 13 novembre 2025
Marica Di Pierri su Il Manifesto – Il legame tra clima e disuguaglianze è ormai assodato. Ma dopo 30 anni di conferenze, i ricchi continuano a fare grandi affari con i fossili.
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- L’adattamento secondo la COP30: “Adattarsi è sopravvivere” – 13 novembre 2025
Marica Di Pierri per EconomiaCircolare.com – COP30 punta a rendere operativo il Global Goal on Adaptation, tra governance multilivello, indicatori, fondi insufficienti e necessità di giustizia climatica.
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- La Cop30 in Brasile e le politiche industriali green – 11 novembre 2025
Marica Di Pierri per Tutta La Città Ne Parla, Radio3 – È iniziata la Cop30 a Belém, 10 giorni in cui si discuterà su come trovare una via d’uscita alla deriva del cambiamento climatico nonostante le difficoltà politiche che ci circondano.
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- Road to Belém – 7 novembre 2025
Marica Di Pierri per Valori.it – Verso la Cop30 di Belém, cosa aspettarci dal più importante appuntamento per salvare il clima della Terra? Diretta con Marica Di Pierri, Luca Lombroso, Giovanni Mori e Lorenzo Tecleme.
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- Da Parigi a Belém, i conti che non tornano – 6 novembre 2025
Marica Di Pierri per Il Manifesto – Tra tensioni e fragili compromessi, i preparativi alla vigilia della Conferenza Onu. A che punto sono gli impegni nazionali di riduzione e i piani di adattamento dei singoli Paesi.
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- A Sud a Belém alla Cop30 – 6 novembre 2025
A Sud seguirà negoziati e mobilitazioni dalla COP30 di Belém, amplificando le voci dei movimenti per giustizia climatica e sociale.
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- A Sud aderisce alla Global Call to Action della Cúpula dos Povos – 5 settembre 2025
Il 15 novembre scendiamo in piazza: basta disuguaglianze e razzismo ambientale, vogliamo giustizia climatica e un mondo dove la vita sia al centro.
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- Vertice dei Popoli Verso la COP30: Manifesto Politico – 13 giugno 2025
A Sud aderisce al Manifesto dei Popoli verso la COP30: un appello globale per giustizia climatica, anticapitalismo e democrazia dal basso.
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Racconteremo le negoziazioni
Per spiegare cosa accade davvero alla COP30, come si muovono i governi e quali interessi guidano le scelte sulla crisi climatica. Vi offriremo una copertura quotidiana per raccontarvi con le nostre parole e con uno sguardo critico, indipendente e radicale, vicino ai movimenti il dentro e fuori la Cop
Sveleremo le contraddizioni
Tra le promesse ufficiali e la realtà, mostrando lo scontro continuo tra lobby fossili e popoli che difendono la vita e i territori. Denunceremo le responsabilità smascherando la falsa transizione energetica e chi continua a inquinare mentre parla di sostenibilità con greenwashing e false soluzioni
Daremo voce alle comunità
Portando le loro storie, le lotte quotidiane e le alternative concrete alla devastazione ambientale, contro colonialismo ed estrazione. Ci collegheremo con l’Italia per connettere istanze e battaglie
INFO E CONTATTI
Per contatti e interviste con la delegazione:
maricadipierri@asud.net
+ 55 21 967071220
Laura Greco
lauragreco@asud.net
+55 21 997673184
Expo, Petrini (Slow Food) all’attacco: “E’ un circo Barnum, hanno dimenticato i contenuti”
[di Oriana Liso su Repubblica.it] “Straordinaria impresa estetica, ma si è persa l’occasione di fare cultura e trasmetterla. Non si può ostentare opulenza in un mondo in cui si muore di fame”. Farinetti: “Rischio c’è, ma lavoreremo fino al 31 ottobre per le idee: arriveranno 30 milioni di visitatori” “Siamo qui perché la sedia vuota non paga mai”: Carlin Petrini è a Expo, nel padiglione di Slow Food, con Jacques Herzog, l’architetto che l’ha progettato. Entrambi non risparmiano critiche all’Esposizione, sia per i contenuti che per alcune scelte architettoniche, diverse dal progetto originario di orti globali al quale avevano lavorato. “Circo Barnum” è la definizione del fondatore di Slow Food di una Expo “che non può ridursi solo in una fantasmagorica, straordinaria impresa estetica ma deve avere contenuti”. L’INTERVISTA – L’ARCHISTAR: “PERSA CHANCE DI INNOVARE” L’idea originale è stata “ridotta con cattivo gusto, facendo intendere che non aveva appeal per attirare le persone: hanno scelto un’ipotesi diversa, hanno perso grande opportunità di fare cultura e di trasmetterla”, è l’attacco di Petrini, mentre in prima fila arriva il commissario unico di Expo Giuseppe Sala. Critiche arrivano anche alle scelte di alcuni paesi (“non si può ostentare opulenza in un mondo in cui si muore di fame”), mentre il padiglione Slow Food ha scelto uno stile quasi monastico, con moduli di legno che potranno essere smontati e rimontati nelle scuole lombarde o in Africa, come aule o come capanni per gli attrezzi. LEGGI – I CONTADINI DI TERRA MADRE La polemica di Petrini non risparmia McDonald’s (“Noi non siamo la loro compensazione”), ma l’occasione è anche quella di lanciare l’edizione di Terra Madre che ci sarà ad ottobre e porterà a Milano centinaia di giovani contadini da tutto il mondo. Per questo Slow Food lancia una raccolta fondi e invita i milanesi ad accogliere i contadini nelle loro case. Pensando alle devastazioni del Primo maggio, Petrini – che cita anche la futura enciclica di papa Francesco – sottolinea: “Sono venuti con la maschera in volto a distruggere Milano, ora arriveranno i giovani contadini a costruire”. Petrini, alla fine, ringrazia Sala, definendolo il ‘Cireneo’ di Expo, “che si è preso questa croce sulle spalle, ma deve guardare anche agli aspetti negativi che abbiamo sollevato”. Una critica diretta, contestata però dal ministro dell’Agricoltura Maurizio Martina. “Trovo ingiusto dire che Expo non ha contenuti – replica – è bene riflettere su come si può migliorare ogni giorno ma rappresentarla all’anno zero è sbagliato. Abbiamo ancora negli occhi ad esempio l’iniziativa straordinaria di questa mattina organizzata dalla Caritas internazionale proprio sul tema cruciale della lotta alla fame nel mondo e sugli impegni concreti da assumere per raggiungere questo obiettivo. E’ solo l’ultima di tantissime iniziative che stanno animando dal basso il confronto e chi ha la curiosità di visitare l’esposizione troverà tracce concrete di questa esperienza, frutto del lavoro di tante persone appassionate: nei padiglioni nazionali – conclude Martina – con le associazioni e le ONG e nello sforzo dell’Italia che anche con la Carta di Milano e le sue attività quotidiane sta proponendo a tutti una piattaforma di confronto unica”. Nella polemica, rispondendo al duro attacco del fondatore di Slow food, interviene anche Oscar Farinetti, patron di Eataly, che dà ragione in parte a Petrini ma dice: “Rischiamo che diventi un’occasione persa, ma lavoreremo...
read more“BANCHE ARMATE”, PODIO EUROPEO
[di Gianni Ballarini su Nigrizia.it] La tedesca Deutsche bank, la francese Bnp Paribas e la britannica Barclays controllano oltre il 55% del valore (quasi 2,6 miliardi di euro) delle segnalazioni legate all’export definitivo. Tra le italiane spiccano Unicredit, Bnl e Banco di Brescia. L’Algeria è il primo paese di destinazione. Nordafrica e Medio Oriente rappresentano il 37,6% del valore complessivo. Continua a parlare straniero il vertice della lista delle cosiddette “Banche armate”, quegli istituti di credito che mettono a disposizione i loro conti correnti per l’accreditamento del denaro che le grandi aziende armate incassano vendendo i loro prodotti all’estero. La tedesca Deutsche bank(32,2%), la francese Bnp Paribas (12,7%) e la britannica Barclays (10,4%) controllano da sole oltre il55% del valore complessivo (quasi 2,6 miliardi di euro) delle transazioni legate all’export definitivo (somma degli importi segnalati con quelli accessori segnalati). Questi dati si estrapolano dal rapporto del ministero dell’economia e delle finanze (Mef) allegato allaRelazione al parlamento sulle operazioni autorizzate e svolte per il controllo dell’esportazione, importazione e transito dei materiali di armamento, riferita all’anno 2014, presentata il 30 marzo scorso dal Sottosegretario di stato alla presidenza del consiglio dei ministri alle cinque commissioni permanenti di Camera e Senato (affari costituzionali; affari esteri, emigrazione; difesa; finanze e tesoro; industria, commercio, turismo). Come si è più volte sottolineato in questi mesi, dal marzo 2013 gli istituti di credito non sono più obbligati a chiedere l’autorizzazione del Mef. Ora basta una loro semplice comunicazione via web delle transazioni effettuate. Una sburocratizzazione dell’iter che ha accontentato le esigenze delle banche. Meno quelle della società civile, che preferiva un controllo preventivo pubblico su queste attività tramite lo strumento delle autorizzazioni. Il valore complessivo delle segnalazioni bancarie (2.585.005.364,52 euro) è inferiore rispetto a quello registrato nel 2013 (2.906.095.617,28). Nei dati forniti non sono inclusi i valori finanziari relativi a operazioni effettuate estero su estero comunque riconducibili a operatori nazionali del settore, in quanto la normativa in vigore non prevede alcuna comunicazione al Mef. Tra gli istituti italiani spicca, come sempre, il Gruppo Unicredit con il 9,1% del mercato (anche se nettamente in ribasso rispetto ai dati 2013); Bnl (gruppo Bnp Paribas) con il 6,64% (171.845.285,26euro) e il Banco di Brescia (gruppo Ubi Banca) con il 4,42% pari a 114.333.186,05 euro. Dalla Relazione emerge che nel 2014 sono state 44 le banche accreditate per la trasmissione delle segnalazioni attraverso l’utilizzo della procedura informatizzata. Il numero totale di segnalazioni (comprendenti operazioni legate anche alle esportazioni temporanee e alle importazioni) è stato di8.473. Un dato interessante riguarda i paesi di destinazione delle armi e che hanno usato le banche con sedi in Italia per pagare i loro conti. Il primo, con notevole distacco dagli altri, è l’Algeria di Bouteflika, il paese nordafricano alle prese con conflitti interni di natura religiosa mai sopiti del tutto. Nel 2014 l’ammontare pagato da quel paese (o da aziende di quel paese) alle industrie armate italiane e transitato sui conti delle banche è stato di 290,5 milioni di euro. L’11,2% della cifra complessiva. Il secondo stato sono gli Emirati arabi uniti con oltre 247 milioni e il terzo la Gran Bretagna con poco più di 200 milioni. Ma significativi anche i dati relativi a Israele (quasi 160 milioni di euro), dell’Arabia Saudita (123,7 milioni) e della Turchia (circa 115 milioni di euro). Tutti paesi impegnati (apertamente o per interposte bande) in cruenti conflitti. Sommando i dati di Nordafrica e Medio Oriente si scopre che rappresentano le aree del mondo con maggiori rapporti...
read moreFonti fossili: 10 milioni di dollari di sussidi al minuto. Lo studio shock del FMI
[di Francesca Mancuso su greenme.it]Le sovvenzioni a favore delle fonti fossili nel 2015 sono state superiori alla spesa sanitaria totale di tutti i governi del mondo. Una cifra scioccante, pari a 5,3 trilioni di dollari pari al 6,5 per cento del PIL mondiale. Due anni fa, nel 2013 erano 4,9 trilioni. Si parla di 10 milioni di dollari di sussidi al minuto. Un bel salto in avanti. Tutto questo accade mentre si parla di trovare soluzioni per salvare il clima e mentre si attende la conferenza delle Nazioni Unite di Parigi, alla fine di quest’anno. A rivelare le amare cifre è stato uno studio del Fondo Monetario Internazionale, dal titolo “How Large Are Global Energy Subsidies?”, secondo cui a favore di petrolio e carbone si spende più denaro di quello destinato alla salute. La vasta somma è in gran parte dovuta a chi inquina non pagando le imposte ai governi, legate alla combustione di carbone, petrolio e gas. Questi includono il danno causato alle popolazioni locali per l’inquinamento atmosferico, nonché alle persone colpite da eventi estremi come inondazioni, siccità e tempeste, strettamente legate ai cambiamenti climatici. Per approfondire: Tsunami e terremoti, colpa della deforestazione. I disastri in una mappa Sono soprattutto gli Usa a sovvenzionare le più grandi aziende di combustibili fossili del mondo. Secondo Nicholas Stern, economista della London School of Economics “questa analisi è molto importante e frantuma il mito che i combustibili fossili siano a buon mercato, mostrando quanto siano enormi i loro costi reali. Non vi è alcuna giustificazione per questi enormi sussidi a favore dei combustibili fossili, che distorcono i mercati e danneggiano le economie, soprattutto nei paesi più poveri”. Secondo Stern, le già terribili cifre del Fondo Monetario Internazionale (FMI) sarebbero state addirittura sottostimate. Secondo il FMI, la fine dei sussidi per i combustibili fossili consentirebbe di ridurre le emissioni globali di carbonio del 20%. Un passo da gigante nella lotta contro il riscaldamento globale. Senza contare che mettere una pietra sopra i sussidi permetterebbe anche di dimezzare il numero di morti premature dovute all’inquinamento atmosferico, risparmiando circa 1,6 milioni di vite ogni anno. E le rinnovabili? Se si aiutano in modo massiccio le fonti fossili, per le energie pulite arriveranno tempi duri. Anche le già limitate sovvenzioni a loro favore – 120 miliardi di dollari all’anno – rischiano di sparire. E in Italia? Qualche anno fa è stata Legambiente a togliere il coperchio sulla situazione italiana, scoprendo che ogni anno i contribuenti passano involontariamente 12 miliardi di euro alle fonti fossili sotto forma sussidi. Ma, a differenza dei 12 miliardi chiaramente forniti alle rinnovabili, si tratta di sussidi nascosti. Si tratta di 4,4 miliardi di sussidi diretti distribuiti ad autotrasportatori, centrali da fonti fossili e imprese energivore, e di 7,7 miliardi di sussidi indiretti tra finanziamenti per nuove strade e autostrade, sconti e regali per le trivellazioni, per un totale di 12,1 miliardi di euro. Una cifra che parla da sola se, stando al dossier dell’associazione, nel mondo, ogni anno, carbone, petrolio e gas ricevono 544 miliardi di dollari. Dire addio alle fossili, smettendo di favorirne la diffusione. Anche l’Onu qualche mese fa si è mossa su questo fronte, avviando una campagna di disinvestimento. Ma la strada è davvero in salita, più di quanto possiamo immaginare. Per il documento completo, clicca qui Francesca Mancuso pubblicato il 19 maggio 2015 su...
read moreFirenze, Ambiente, il capoluogo si candida a ospitare la pre-conferenza Cop21 sul clima
[di gonews su cottonbit.it] Firenze si candida a ospitare la pre-conferenza Cop21 di ottobre sul clima, in preparazione del vertice di Parigi che dovrà segnare una tappa decisiva nei negoziati del futuro accordo internazionale per il dopo 2020. Lo ha annunciato oggi il sindaco nel corso degli incontri istituzionali con il ministro dell’Ecologia francese Ségolène Royal e il ministro dell’Ambiente e tutela del territorio del governo italiano. Al centro degli incontri di oggi, lo scambio di programmi legislativi e buone pratiche Italia-Francia. Dopo l’incontro privato con i ministri nella Sala di Clemente VII in Palazzo Vecchio, il sindaco ha partecipato con loro a un dibattito pubblico nella Sala Giordano di Palazzo Medici Riccardi alla presenza dei referenti e delle associazioni di categoria per un confronto in materia di ecologia e ambiente. Presenti anche l’assessore all’Ambiente e l’assessore all’Urbanistica del Comune. Nel corso dell’incontro, il sindaco ha avanzato la candidatura di Firenze a ospitare la pre-conferenza Cop 21 del prossimo ottobre in preparazione della Conferenza di Parigi sul clima. A seguire, il sindaco e il ministro francese hanno visitato la mostra FloraFirenze attualmente in corso nei rinnovati spazi dell’ippodromo Le Mulina al parco delle Cascine. pubblicato il 2 maggio 2015 su...
read more“Spingi e tira”, la rivincita dei contadini africani. Altro che EXPO
[di Alessandro Giannì su Zeroviolenza.it]Ci sono, e ci saranno, molti modi per etichettare l’Expo di Milano.Corruzione, luna park, abbuffata planetaria, occasione per il Paese. Di sicuro era un’occasione, sprecata fino ad ora, per parlare di sicurezza alimentare. Che non è la sicurezza degli alimenti (anche quello è un capitolo interessante…) ma la ragionevole certezza di aver da mangiare per sé e la propria famiglia. La cosiddetta rivoluzione verde ci aveva illuso che la “fame nel mondo” fosse solo un problema di volumi di produzione. Pochi s’erano fatti i cosiddetti conti della serva: se passo a un meccanismo di produzione “industriale” e costoso, a base di chimica e petrolio, come fanno i troppi indigenti del pianeta ad approfittarne? Dovremmo essere “noi” a regalare “a loro” tecnologie, know how, soldi per questi investimenti? Resta, come dire, il retrogusto di una ipocrisia che mira a coprire la patente malafede del primo mondo (noi) che ha continuato ad alimentarsi a spese del resto dell’umanità. A conti fatti, i ricorrenti “World Food Summit” della FAO e adesso l’Expo servono solo a certificare il fallimento di quest’approccio. Si può fare di meglio? Sì, e ce lo dimostrano un paio di esperienze dal continente forse più disperato: l’Africa. Il grande business agro-chimico ha cominciato ad allungare le mani sull’Africa una decina di anni fa, con i soliti risultati. Comunità rurali di piccoli agricoltori cacciati dalle terre per consentire l’avviamento delle solite monocolture e produzione massiccia delle solite “food commodities” (cereali e oleaginose, anche per biocarburanti) destinate all’esportazione. Iniziative “filantropiche” come l’Alliance for a Green Revolution in Africa (AGRA), l’Alliance for Food Security & Nutrition (del G8) e il World Economic Forum’s Grow Africa, si sono fatte largo aumentando le esportazioni e impoverendo i piccoli contadini, intrappolati nella spirale del debito causato dalla “necessità” di comprare fertilizzanti e pesticidi che spesso sono inutili: aumentano i costi ma i risultati, in termini di resa, scarseggiano. Nell’Africa sub Sahariana, i maggiori problemi per la produzione di cereali (mais e sorgo, ad esempio) derivano da alcune specie di insetti parassiti (farfalle come il tarlo dello stelo del mais,Busseola fusca, o il tarlo dello stelo maculato, Chilo partellus), dall’erba infestante detta striga (genere Striga) e dalla scarsa fertilità del suolo. La piralide causa danni che nelle aree colpite sono in media tra il 15 e il 40% del raccolto, con punte dell’80%. La striga fa danni che sono nell’ordine del 30-100%. L’accoppiata dei due flagelli causa spesso l’intera perdita del raccolto e i danni stimati sono nell’ordine di 7 miliardi di dollari/anno. Il controllo della piralide con i pesticidi non solo è costoso e pericoloso per l’ambiente, ma spesso inutile: le larve si celano negli steli, dove le sostanze chimiche non arrivano. Anche la striga è poco attaccabile dagli erbicidi: questa pianta si diffonde a tradimento, sotto terra, dove parassita le radici delle piante coltivate. Quando la pianta emerge, con graziosi fiori violetti, è troppo tardi (è per questo che la chiamano erba della strega) e in ogni caso il problema dei costi resta. Per prevenire disastrose carestie (si stima che il controllo di questi patogeni e una maggiore fertilità del suolo potrebbero nutrire 27 milioni di persone nella sola Africa orientale) è stato sviluppato un ingegnoso sistema, il “push and pull” che dei pesticidi fa a meno. Il protocollo è stato sviluppato dall’International Centre of Insect Physiology...
read moreTrivellazioni, sessantamila in marcia per dire “no” allo scempio nel nome del profitto
[di Emma Barbaro su il Ciriaco] L’Abruzzo si è mobilitato per difendere il territorio, così come dovrebbe fare tutta l’Irpinia Ombrina è un simbolo. Dell’umiltà di chi crede, della forza di chi spera, della voglia di vincere di chi lotta quotidianamente. Di un popolo, tutto, di una consapevolezza che si fa unione d’intenti. Tra quei 60.000 in marcia a Lanciano il 23 maggio scorso, tra quelle persone con cui ho avuto la fortuna di condividere un pezzo di una storia ancora tutta da scrivere, c’erano i ‘No Muos’, i No Triv Basilicata, delegazioni provenienti da Veneto e Lombardia, ma anche da Roma, Napoli, Bologna. C’erano le associazioni di settore, da Greenpeace al WWF, dai produttori vitivinicoli ai proprietari di bed and breakfast turistici. C’erano le rappresentanze istituzionali del Coordinamento Nazionale No Triv, c’era il costituzionalista Enzo Di Salvatore, il parroco di Caivano, i sindaci.C’erano le testimonianze di chi vuol vivere della bellezza delle coste frastagliate e accoglienti dell’Adriatico, del turismo, dei trabocchi, della pesca; di ogni territorio semplicemente toccato dallo Sblocca Italia. A Lanciano c’era la società civile che marcia compatta, corretta, pacifica. A Lanciano, in piazza, c’erano i bambini. Rita D’Ottavio di Viggiano, sale sul palco e fa ammenda. “Io che non mi sono accorta prima del pericolo che incombeva sulla mia terra, io che non sono stata vigile, che mi sono illusa e ho chiuso gli occhi per tanto tempo, oggi sento il dovere di aprirli agli altri. A tutti quelli che sono ancora in tempo, che posso ancora scegliere. Vado in giro per i territori a portare la testimonianza di una Basilicata triste, profanata, distrutta. Di una terra che ha paura, che troppe volte sceglie il silenzio, che è stata sfruttata e usurpata, ma che ancora cerca, con difficoltà, di tener dritta la testa”. La Basilicata insegna. “E’ come se noi lucani fossimo stati invitati a mangiare in una pizzeria in cui però, sul menù, si può scegliere solo una pizza- mi disse una volta il mio compagno di viaggio, Giovanni- O non si mangia, o ci si continua a nutrire solo di quello che ci mettono sotto al naso. Si può scegliere”. Questo è stato. Ma si può dire No. E Ombrina, è simbolo anche di questo. E’ la punta di un iceberg che mostra chiaramente quale sia la rotta (di collisione) verso cui viaggia il piano energetico nazionale. Il 23 maggio scorso, non si poteva fare a meno di sentirsi parte di un tutto. Di un complesso sociale, di un movimento che, partendo dal basso, sceglie di esserci. Come non pensare al destino del progetto ‘Gesualdo- 1′, sepolto nella burocrazia di un iter che dovrebbe essere trasferito al Ministero dell’Ambiente ma di cui, allo Stato, non si sa praticamente nulla. Come non pensare a tutti quei progetti per cui la Via ministeriale è già stata richiesta, a tutti quelli che ancora non sanno, a quelli che scelgono scientemente di camminare col paraocchi. A Lanciano, c’era chi marciava anche per loro. A Pescara, il giorno successivo, si è svolta una delle assemblee nazionali contro lo Sblocca Italia più partecipate di sempre. Convegni di mattina e pomeriggio, riunioni, gruppi di lavoro, proposte da vagliare. Ancora, i territori uniti. “Questo movimento per la prima volta comincia a capire che non ci sono solo scadenze che dipendono dalla propria soggettività, ma ci sono scelte...
read more[:en]Framing “necessity” and whale-hunting in the Faroe Islands[:]
[:en][by Benedict Singleton on entitleblog.org] Traditional whale-hunting practices are contested by animal welfare groups but may provide an alternative to the Islands’ dependency on globalised food supply chains. Over the summer of 2014, the hottest topic on the Faroe Islands (an autonomous territory within the Kingdom of Denmark) was the “grindadráp”. Grindadráp is the traditional, community-based, opportunistic driving of pilot whales for slaughter, where the meat is divided between participants and the rest of the local community. In question was the action of the Sea Shepherd Conservation Society (SSCS), an animal welfare group, to stop this customary and recognised by law practice. Over a 3 month campaign, Grindstop 2014, several hundred SSCS activists descended upon the Faroe Islands in a bid to prevent the “grindadráp”. However, at the time of the campaign only few whales were sighted and only one “grindadráp” took place – 33 whales being killed on Sandoy. 17 SSCS activists were arrested. In their opposition to the “grindadráp”, SSCS activists used a range of arguments. One common argument was on the necessity of whale hunting nowadays. SSCS activists argued consistently that there was no need in a ‘modern’ globalised society with a Scandinavian style welfare system to continue to hunt whales, like their ancestors had in the past for survival reasons. This was perhaps epitomised in an exchange between the leader of the Grindstop campaign and a young single mother at a public debate. The mother explained that the free whale meat was part of how she made ends meet. The SSCS leader responded that whale meat should not be considered the solution to poverty, particular not in Europe. Elsewhere, another senior member of SSCS explains: “We met a Faroese person, a women, and she said: ‘I’m very poor, my car is ten years old’. That’s how she measures poor. Now, for me, coming from a country that you actually see poverty, and people need something to survive, to actually have something to eat, otherwise they die. It’s an insult when these people are saying: ‘we need this to feed the population’.” To SSCS “grindadráp“ is unnecessary as people can buy alternative foods in the shops. This approach ignores the networks of food sharing that exist in the Faroes, of which whaling is a part. These networks no doubt conceal some poverty and are important in maintaining the ties that bind the Faroese together. On the other hand, SSCS activists are correct when claiming that if the whale hunting stops many Faroese would be largely unaffected. ‘Necessity’ is a tricky concept and depends heavily on how needs are framed. While there’s clearly no ‘correct’ answer to the question of whether “grindadráp” is necessary or not, after having spent time there two related aspects are striking. The first is how expensive everything is. Living in the Faroe Islands is a pricy affair, even in comparison to other Scandinavian countries. The second is how little locally produced food there is. Almost everything seems to either come from Denmark or the UK. Historically, the Faroese grew wheat, but it was never very successful and was quickly abandoned once new possibilities opened up to exploit the sea in the early nineteenth century. The only agricultural produce has traditionally been potatoes, rhubarb and angelica; very little of these seem to make it into...
read moreMyanmar, la Cina costruisce un porto e un gasdotto: in fuga pescatori locali e 23 villaggi fantasma
[Su Repubblica.it] Il colosso asiatico si collega al Golfo del Bengala per ricevere il greggio del Medio Oriente. L’ente nazionale petrolifero cinese, assieme all’omologo birmano, ha aperto un porto sulle coste occidentali del Myanmar e ora sta ultimando il gasdotto che lo collegherà alla provincia cinese dello Yunnan. Intanto, le aziende del Dragone costruiscono dighe e impianti idroelettrici in tutta la Birmania. I rischi per l’ambiente e per una popolazione in stragrande maggioranza rurale. MILANO – Vie del gas e del petrolio, rapporti geopolitici e impatto ambientale sono al centro dell’attenzione del Corridoio BCIM, che collega la Cina al Golfo del Bengala, permettendo di evitare il Golfo di Malacca. Da quest’ultima via, tra Indonesia, Malesia e Singapore, passa ora il 40% del petrolio mondiale, un transito inferiore solo a quello dello Stretto di Hormuz nel Golfo Persico, ma Malacca, oltre che di pirati, è sinonimo di egemonia americana. Ecco perché il Dragone cinese ha bisogno di vie alternative… Una via alternativa in espansione. BCIM indica Bangladesh, Cina, India e Myanmar (nome con il quale è stata ribattezzata la Birmania dal 2010), cioè i quattro Stati che costituiscono soltanto il 9% della superficie mondiale, ma ben il 40% della popolazione globale. Allo stesso tempo, gli scambi commerciali tra i quattro sono bassi (5% del volume totale nel 2012), ma molti analisti sostengono siano destinati a crescere. Soprattutto seguendo la sete di energia. Del resto, la Cina è diventato il maggior consumatore del pianeta e, secondo l’Energy Information Administration (http://www. eia. gov/) statunitense, soppianterà a breve gli Usa come primo importatore al mondo. Un porto con dodici serbatoi di stoccaggio. Da pochi giorni, il governo birmano ha ufficialmente aperto un porto in mare aperto, al largo delle coste occidentali, che permetterà di portare il greggio del Medio Oriente all’interno della Cina. È un progetto previsto dalla joint venture da 2,45 miliardi di dollari tra le aziende statali dei due paesi coinvolti, la China National Petroleum Corp. (Cnpc) e la Myanmar Oil and Gas Enterprise (Moge). Il porto, che ha dodici serbatoi di stoccaggio con una capacità di 83 milioni di litri ciascuno, ha stravolto Ramree Island, trasformando questo villaggio birmano di pescatori e foreste di mangrovie in uno snodo del commercio energetico della zona: ora è un hub di 17 chilometri quadrati e c’è il progetto di farne un’area di libero scambio sul modello di Singapore. Un gasdotto fino alla Cina. Costruito il porto, si sta ora ultimando il gasdotto, lungo 770 chilometri, che colleghi questa regione del Myanmar, l’Arakan, con lo Yunnan, provincia cinese dell’estremo sud-ovest, in forte crescita economica. Secondo il comunicato stampa riportato sul sito della Cnpc, le tubature nello zona di Kyaukphyu sono già pronte per trasportare una media di 190 milioni di galloni di petrolio al giorno. Le raffinerie per ricevere il greggio non sono ancora terminate ma le operazioni di prova al porto sono già iniziate. Le critiche degli ambientalisti. In una cerimonia nella capitale, U Nyan Tun, vicepresidente del Governo birmano che nel 2011 ha preso il posto della giunta militare, ha elencato i vantaggi del nuovo gasdotto per il suo paese: ricavi, manodopera e fornitura di greggio per il consumo interno; su quest’ultimo punto, non ha fornito dati precisi, sebbene si parli del 90% da trasportare in Cina. Attivisti locali hanno risposto citando potenziali...
read moreMassa Carrara, procura indaga su smaltimento del materiale delle cave
[su ilfattoquotidiano.it] Accertamenti sulla gestione dei depositi di detriti derivanti dall’estrazione dei blocchi e il loro impatto ambientale, ma anche aspetti inerenti la normativa dei rifiuti. I primi controlli riguardano un sottobacino in località Miseglia, ma “potrebbero allargarsi” La procura di Massa Carrara ha avviato un’indagine su una serie di cave per valutare se siano state violate le norme sullosmaltimento del materiale di riserva, che si ricava dall’estrazione dei blocchi di marmo. L’obiettivo è anche appurare se ci sia stato un inquinamento delle acque e se possa essere stato messo in pericolo l’equilibrio idrogeologicodell’area. I primi accertamenti, svolti dal corpo forestale, si sono concentrati nel bacino di Miseglia, nel comune di Carrara, e si sono basati su alcune segnalazioni arrivate in procura. Il corpo forestale hasequestrato documentazione nelle ditte che gestiscono le cave e durante l’attività – alla quale hanno partecipato oltre 40 unità dei Comandi provinciali di Massa Carrara, Lucca, Pisa, Livorno, Siena e Arezzo – sono state effettuate diverse ispezioni in alcuni siti estrattivi. Gli accertamenti hanno riguardato la gestione deidepositi di detriti derivanti dall’estrazione dei blocchi, i “ravaneti”, al fine di valutarne le possibili conseguenze sia sull’assetto idraulico dei corsi d’acqua, sia sull’assetto geomorfologico e idrogeologico del territorio. Le attività di controllo hanno riguardato anche gli aspetti inerenti la normativa dei rifiuti, sia dal punto di vista della gestione delle terre e rocce prodotte durante le varie fasi di coltivazione, sia dello smaltimento della “marmettola”, prodotto residuo delle operazioni di taglio, possibile causa di problemi biologici per gli habitat dei corsi d’acqua e degli acquiferi sotterranei. L’indagine si colloca nell’ambito del contrasto agli illeciti ambientali, con obiettivo la tutela del territorio e delle sue risorse naturali. La procura non esclude infatti un eventuale collegamento futuro con i disastri provocati dall’alluvione del novembre 2014 a Carrara. Il vicequestore aggiunto Carlo Chiavacci, comandante provinciale di Massa Carrara del Corpo Forestale dello Stato, ha dichiarato: “L’attività a oggi interessa quattro cave che fanno parte di un sottobacino in località Miseglia, ma è probabile che l’indagine si possa allargare”. Leggi anche Carrara, 3 indagati dopo le perquisizioni in cave: frana colposa e reati ambientali Pubblicato l’11 maggio 2015...
read moreTrivelle:direttiva offshore;Forum H2o,bene ma preoccupazione
[su regione.vda.it] PESCARA – “Una direttiva attesa da molti anni, così come in Italia si attendeva il suo recepimento, ma ora è fondamentale capire come lo Stato la applicherà. C’è grossa preoccupazione per i mari chiusi e vulnerabili, come l’Adriatico”. Così il Forum abruzzese dei movimenti per l’acqua commenta l’approvazione, da parte del Cdm, della direttiva sugli offshore. “La direttiva – spiega Augusto De Sanctis, del Forum – è finalizzata a stabilire come gli Stati membri debbano prevenire il rischio di incidenti gravi in materia di idrocarburi e come intervenire qualora avvengano comunque. Il provvedimento prevede che vengano redatti piani di sicurezza interni ed esterni, nonché che sia effettuata la valutazione della capacità finanziaria delle aziende coinvolte, che devono saper gestire tutte le problematiche connesse agli incidenti, compresi eventuali risarcimenti, che possono essere anche miliardari”. “Bene, dunque, la direttiva – conclude – ma sono gli stessi contenuti del provvedimento a far capire che il rischio zero non esiste, che, purtroppo, gli incidenti non vengono esclusi e quanto l’impatto possa essere rilevante sull’economia turistica e della pesca, sull’ambiente e sulla salute”. Pubblicato il 18 Maggio 2015...
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Marica Di Pierri per Valori.it – Verso la Cop30 di Belém, cosa aspettarci dal più importante appuntamento per salvare il clima della Terra? Diretta con Marica Di Pierri, Luca Lombroso, Giovanni Mori e Lorenzo Tecleme.