CDCA e A Sud alla COP30 a Belém

La voce di A Sud dalla COP30 di Belém (Brasile) e le iniziative in Italia

Dal 10 al 21 novembre 2025 saremo a Belém, in Brasile, per partecipare come osservatori alla 30° Conferenza delle Nazioni Unite sul Clima. Racconteremo quanto avviene dentro e fuori le negoziazioni, porteremo e raccoglieremo le voci dei territori in lotta contro l’estrattivismo, contro il greenwashing e per una transizione ecologica realmente giusta.

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L’agenda della COP30

A Belém si discuteranno e valuteranno gli NDCs, i nuovi impegni climatici nazionali che stabiliscono gli obiettivi di riduzione delle emissioni di ogni paese. Accanto alla mitigazione, l’adattamento sarà uno dei temi centrali attraverso il Global Goal on Adaptation (GGA) e i nuovi Piani nazionali di adattamento. Un altro capitolo chiave sarà quello della finanza per il clima. Tra i punti principali il nuovo obiettivo di finanziamento (NCQG), che punta ad aumentare il sostegno ai Paesi in via di sviluppo da 100 a 300 miliardi di dollari l’anno, e la Roadmap Baku-Belém, che traccia un percorso per mobilitare almeno 1.300 miliardi di dollari l’anno entro il 2035.

Temi cruciali, che si scontrano con uno scenario geopolitico ostile, segnato dal negazionismo climatico, dai venti di guerra, dalla corsa al riarmo e dalla violenza istituzionale.  Non è un caso che in gioco a Belém ci sia più che mai la credibilità della diplomazia climatica e la sua capacità di tradurre le intenzioni in impegni concreti.

La Cupula dos povos

La Cúpula dos Povos è il grande incontro dei movimenti sociali e delle comunità che vivono in prima linea la crisi climatica. Nata nel 1992 come risposta critica alle negoziazioni ufficiali, propone un’alternativa fondata su giustizia climatica, sociale e ambientale, solidarietà e saperi ancestrali.

Dal 12 al 16 novembre 2025, in concomitanza con la COP30 di Belém, riunirà popoli indigeni, comunità quilombola e tradizionali, giovani e lavorator? in marce, dibattiti e azioni culturali.

La Cúpula mette al centro vite, diritti e territori, non statistiche: unisce chi costruisce ogni giorno soluzioni reali, dall’agroecologia alla difesa dei beni comuni, per spingere i governi ad adottare politiche di vera giustizia climatica.

Dichiarazione della Cupula Dos Povos

Perché A Sud e CDCA alla COP?

Nelle Cop si riuniscono i governi dei 197 Paesi che hanno ratificato la Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (UNFCCC), firmata a Rio de Janeiro nel 1992. Ma la COP30 non è solo un vertice diplomatico: è il terreno di confronto (e di scontro) tra attori diversi e diverse visioni del mondo. Da una parte il business as usual che trasforma la crisi climatica in profitto, dall’altra movimenti e territori che lottano per giustizia climatica, autodeterminazione e diritti della Natura.
La COP30 si terrà nel cuore dell’Amazzonia, a Belém do Pará, in Brasile. Non è un dettaglio geografico ma una scelta politica: è nel Sud globale che l’ingiustizia climatica colpisce più duramente mentre il Nord globale continua a negoziare emissioni e interessi fossili.
Qui non si decide solo il futuro del clima: si decide chi avrà diritto a un futuro.

Per raccontare cosa c’è in gioco, e come finisce la partita.

Andiamo alla COP per osservare da vicino i negoziati, capire quali equilibri politici e di potere si stanno ridefinendo, e portare la prospettiva dei territori e dei movimenti che chiedono giustizia climatica.
La partecipazione di A Sud e CDCA serve a connettere le lotte locali con quelle globali, rafforzare alleanze internazionali e raccontare – con sguardo indipendente e critico – come la diplomazia climatica sta affrontando, o eludendo, le proprie responsabilità.
Perché solo intrecciando voci e resistenze dal basso possiamo costruire un futuro giusto per tutt?.

Per costruire e rafforzare alleanze internazionali

Svolgere la COP in Brasile è un segnale che conta: significa rimettere al centro chi la crisi climatica la subisce davvero. Andiamo a Belém per stare con i movimenti globali per la giustizia climatica. In America Latina oggi si gioca una partita enorme: conflitti ambientali, estrattivismo, repressione, lotte indigene e popolari che resistono da decenni. Con tante realtà — dalla Colombia alla Bolivia, fino all’Amazzonia — abbiamo già lavorato, fatto campagne, costruito ponti. Lì ritroviamo compagn? con cui condividiamo visioni e pratiche.

Per portare una visione radicale dentro la COP

Sì, probabilmente sarà l’ennesimo flop diplomatico. Ma proprio per questo dobbiamo esserci, per non lasciare quei tavoli alle lobby fossili e ai governi che parlano di transizione mentre trivellano.
Da dentro vedi meglio le dinamiche, le crepe, le possibilità di alleanze e di conflitto.
Andiamo per portare la prospettiva della giustizia climatica e delle lotte dal basso, che legano crisi climatica, razzismo, patriarcato e disuguaglianze. La COP non è un punto d’arrivo: è un passaggio. Il resto si fa fuori, insieme, ogni giorno.


Diario dalla COP30

  • Giorno 12 – 24 novembre 2025
    Belém svela il fallimento della diplomazia climatica, ma apre spiragli: una roadmap anti-fossile e nuove alleanze per la giustizia.
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  • Giorno 11 – 21 novembre 2025
    Penultimo giorno a Belém: incendio in COP30, stalli politici e pressioni crescenti sul BAM e sull’uscita dai fossili.
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  • Giorno 10 – 20 novembre 2025A Belém 85 Paesi spingono per uscire dai fossili, mentre Italia e Polonia frenano. La COP30 è al bivio, il tempo è adesso.
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  • Giorno 9 – 19 novembre 2025
    Belém rilancia la lotta globale ai fossili: la Colombia guida un fronte che vuole uscire davvero dal modello che brucia il pianeta.
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  • Giorno 7 – 17 novembre 2025
    Belem in rivolta: popoli indigeni e movimenti sociali spingono per una COP30 che dica finalmente basta ai fossili.
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  • Giorno 6 – 15 novembre 2025
    Anche quest’anno i dati sulla presenza dei lobbisti Gas&Oil alla conferenza di Belém sono alti: su ogni 25 persone accreditate al vertice, uno è un lobbista dei combustibili fossili, in totale sono oltre 1600.
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  • Giorno 5 – 14 novembre 2025
    Il TFFF entra nella Cupula tra promesse e contraddizioni: fondi incerti, debiti in aumento e movimenti che denunciano l’ennesima falsa soluzione verde.
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  • Giorno 4 – 13 novembre 2025
    A Belém la protesta indigena irrompe nella COP30 e svela le contraddizioni del Brasile fossile. Intanto la Cupula esplode di mobilitazioni globali.
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  • Giorno 3 – 12 novembre 2025
    Adattamento al centro della COP30, ma i fondi restano insufficienti. A Belém arrivano movimenti e comunità indigene: la vera pressione viene dai territori.
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  • Giorno 2 – 11 novembre 2025
    Lula parla di disuguaglianze alla Cop30, ma il Brasile continua a spingere sul fossile. A Belém torna al centro il nodo tra clima e ingiustizia.
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  • Giorno 1 – 10 novembre 2025
    Dalla Cop30 alla Cúpula dos Povos: a Belém si apre la sfida per la giustizia climatica tra responsabilità globali, diritti dei popoli e resistenza dei territori.
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Articoli di approfondimento alla COP30

  • Cosa resta della Cop30, la battaglia per il clima e i diritti è ancora lunga – 24 novembre 2025
    Marica Di Pierri e Laura Greco su Domani – COP30 fallisce su fossili e foreste, ma il Bam e il blocco dei 82 paesi per l’uscita dal fossile aprono spiragli di lotta e nuove alleanze.
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  • Sulla fine dei lavori della COP30 – 24 novembre 2025
    Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Cosa è successo alla 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici? Quali sono le grandi vittorie? Quali le sconfitte?
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  • La tabella della discordia – cos’è successo alla COP30 – 23 novembre 2025
    Laura Greco su Radio24 – COP30 a Belém annuncia impegni su energia, foreste e adattamento, ma senza una vera uscita dal fossile restano promesse vuote da incalzare con lotte dal basso.
    Ascolta su Il Sole 24 ore
  • “A resposta somos nós”. Ma alla COP30 le richieste dei popoli indigeni non fanno breccia – 23 novembre 2025
    Laura Greco su EconomiaCircolare.com – Alla COP30 le voci indigene restano ai margini mentre la foresta corre verso il punto di non ritorno. Senza giustizia, non c’è futuro.
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  • La “Dichiarazione di Belém” e il multilateralismo del phase out dai fossili spinto dal basso – 21 novembre 2025
    Laura Greco su Altreconomia – Da Belém arriva una spinta dal basso per uscire dai fossili: governi e movimenti uniscono le voci per un phase out reale, giusto, globale.
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    • Cop30: senza il Gender action plan ogni azione climatica è limitata – 21 novembre 2025
      Marica Di Pierri e Laura Greco su Valori – Nonostante le ambiziose premesse il Gender action plan ha trovato diversi ostacoli sui tavoli negoziali della Cop30

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  • Alla Cop30 arrivano le storie di migrazioni climatiche – 21 novembre 2025

Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30, in vista delle negoziazioni finali, si parla del fenomeno crescente degli sfollamenti forzati dal cambiamento climatico.
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  • Belém, la foresta degli indigeni si ribella a Lula – 20 novembre 2025
    Laura Greco su Il Manifesto – Le nazionalità dell’Amazzonia denunciano l’inagibilità politica alla Cop e chiedono una mobilitazione internazionale guidata direttamente dai popoli indigeni per proteggere i loro territori e affrontare la crisi climatica alla radice
  • Alla Cop 30 i movimenti si riprendono la scena – 20 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Il Manifesto – Era dalla Cop 26 di Glasgow che non si vedeva così tanta società civile. Accanto al vertice ufficiale, in più di 50 mila hanno animato la «Cupula dos povos» per una svolta vera sul clima e i diritti
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  • COP30, BELÉM | Italiani in mobilitazione – 20 novembre 2025]
    Il Climate Pride in azione alla COP30: l? attivist? chiedono all’Italia una roadmap chiara e ambiziosa per uscire dai fossili.
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  • A Belém torna il protagonismo sociale – 19 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Collettiva – Alla Cop30 movimenti, organizzazioni, popoli e sindacati riacquistano centralità: proposte e campagne dal basso sono arrivate nelle stanze dei negoziati.
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  • Come procede la COP30 in Brasile? Intervista a Laura Greco da Bélem – 19 novembre 2025
    Laura Greco su Scienza e Pace Magazine – COP30 tra repressione, lobby fossili e resistenze indigene: la giustizia climatica la costruiscono i territori, non i negoziati.
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  • Lifegate dalla COP30 – 18 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Lifegate – Dalla COP30 il racconto dell’inedita comunicazione tra dentro e fuori la COP, tra le richieste indigene e l’ambiguo governo di Lula.
    Ascolta su Lifegate
  • Il Fondo per le foreste e la falsa soluzione del biocapitalismo si ripropone alla Cop30 di Belém – 18 novembre 2025
    Laura Greco su Altreconomia – Il Tropical forests forever facility lanciato da Lula è l’ennesimo dispositivo finanziario che viene presentato come innovazione.
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  • Attivismo e giustizia climatica: se il diritto alla protesta diventa un reato – 17 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Valori.it – Alla Cop30 emerge un allarme globale: in molti Paesi il diritto alla protesta viene represso e l’attivismo ambientale è sempre più criminalizzato
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  • Alla Cop30 di Belèm il fondo per l’adattamento resta senza fondi – 17 novembre 2025]
    Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30 fallisce, per il terzo anno di fila, l’obiettivo di raccolta minima per finanziare l’adattamento dei Paesi del Sud globale.
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  • Massiccia partecipazione popolare a Belém – 16 novebre 2025
    Marica Di Pierri su L’aria Che Respiri – Alla Cúpula dos Povos tantissime voci per reclamare la fine dei combustibili fossili e una giustizia climatica guidata dai popoli, non dalle multinazionali.
    Ascolta su Radio Rai1
  • In diretta da Bele?m – Aggiornamenti sulla prima settimana di COP30 – 15 novembre 2025
    Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – In diretta da Belém, per raccontare in diretta i lavori della 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici. ?Foto di Oliver Ninja e Midia Ninja
    Guarda la diretta
  • Cop30: chi difende i combustibili fossili dentro i negoziati sul clima – 14 novembre 2025
    Marica Di Pierri per Altreconomia – Alla Cop30 un lobbista fossile ogni 25 delegat?: il vertice che dovrebbe chiudere l’era fossile continua a farsela scrivere da chi la profitta.
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  • Giustizia climatica, questa dimenticata – 13 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Il Manifesto – Il legame tra clima e disuguaglianze è ormai assodato. Ma dopo 30 anni di conferenze, i ricchi continuano a fare grandi affari con i fossili.
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  • L’adattamento secondo la COP30: “Adattarsi è sopravvivere” – 13 novembre 2025
    Marica Di Pierri per EconomiaCircolare.com – COP30 punta a rendere operativo il Global Goal on Adaptation, tra governance multilivello, indicatori, fondi insufficienti e necessità di giustizia climatica.
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  • La Cop30 in Brasile e le politiche industriali green – 11 novembre 2025
    Marica Di Pierri per Tutta La Città Ne Parla, Radio3 – È iniziata la Cop30 a Belém, 10 giorni in cui si discuterà su come trovare una via d’uscita alla deriva del cambiamento climatico nonostante le difficoltà politiche che ci circondano.
    Ascolta l’episodio
  • Road to Belém – 7 novembre 2025Marica Di Pierri per Valori.it – Verso la Cop30 di Belém, cosa aspettarci dal più importante appuntamento per salvare il clima della Terra? Diretta con Marica Di Pierri, Luca Lombroso, Giovanni Mori e Lorenzo Tecleme.
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  • Da Parigi a Belém, i conti che non tornano – 6 novembre 2025
    Marica Di Pierri per Il Manifesto – Tra tensioni e fragili compromessi, i preparativi alla vigilia della Conferenza Onu. A che punto sono gli impegni nazionali di riduzione e i piani di adattamento dei singoli Paesi.
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  • A Sud a Belém alla Cop30 – 6 novembre 2025
    A Sud seguirà negoziati e mobilitazioni dalla COP30 di Belém, amplificando le voci dei movimenti per giustizia climatica e sociale.
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  • A Sud aderisce alla Global Call to Action della Cúpula dos Povos  – 5 settembre 2025
    Il 15 novembre scendiamo in piazza: basta disuguaglianze e razzismo ambientale, vogliamo giustizia climatica e un mondo dove la vita sia al centro.
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  • Vertice dei Popoli Verso la COP30: Manifesto Politico – 13 giugno 2025
    A Sud aderisce al Manifesto dei Popoli verso la COP30: un appello globale per giustizia climatica, anticapitalismo e democrazia dal basso.
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Racconteremo le negoziazioni

Per spiegare cosa accade davvero alla COP30, come si muovono i governi e quali interessi guidano le scelte sulla crisi climatica. Vi offriremo una copertura quotidiana per raccontarvi con le nostre parole e con uno sguardo critico, indipendente e radicale, vicino ai movimenti il dentro e fuori la Cop

Sveleremo le contraddizioni

Tra le promesse ufficiali e la realtà, mostrando lo scontro continuo tra lobby fossili e popoli che difendono la vita e i territori. Denunceremo le responsabilità smascherando la falsa transizione energetica e chi continua a inquinare mentre parla di sostenibilità con greenwashing e false soluzioni

Daremo voce alle comunità

Portando le loro storie, le lotte quotidiane e le alternative concrete alla devastazione ambientale, contro colonialismo ed estrazione. Ci collegheremo con l’Italia per connettere istanze e battaglie


INFO E CONTATTI

Per contatti e interviste con la delegazione:

Marica Di Pierri
maricadipierri@asud.net
55 21 967071220

Laura Greco
lauragreco@asud.net
+55 21 997673184

Clima, Galletti: il 22 giugno Stati Generali sui cambiamenti climatici

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Clima, Galletti: il 22 giugno Stati Generali sui cambiamenti climatici

[da minambiente.it] Il 22 giugno prossimo si terranno gli Stati Generali sui cambiamenti climatici. Lo ha annunciato il ministro dell’Ambiente, Gian Luca Galletti, intervenuto al Meeting di Primavera, organizzato a Roma dalla Fondazione per lo Sviluppo sostenibile presieduta da Edo Ronchi. “Questo appuntamento – ha detto Galletti – è strettamente collegato agli obiettivi di riduzione delle emissioni inquinanti che ci siamo posti a livello europeo e mondiale. Sarà una tappa di avvicinamento verso la conferenza di Parigi di fine anno e rientra anche in una fase di preparazione del Green Act”.   Proprio sul Green Act, il provvedimento sull’ambiente previsto dal Programma Nazionale di Riforme del governo, il ministro fa un punto dello stato di avanzamento: “Ora – ha spiegato – siamo in una fase di ascolto. Non abbiamo fretta – ha chiarito – perché in Parlamento ci sono molte riforme ed il Green act ha bisogno di una fase di confronto, non lunghissima, ma necessaria. Vale la pena di fare una grande concertazione, per fare un disegno di legge che dimostri quanto l’ ambiente sia importante per la ripresa.   Galletti ha affrontato anche il tema dell’emergenza dissesto idrogeologico: “Tra poche settimane – ha detto – firmerò l’Accordo di programma con tutte le Regioni italiane, saranno stanziati i primi fondi. Seicento milioni sono già disponibili per le grandi aree del Nord da Milano, a Genova, a Bologna ed entro fine anno saranno disponibili altri 600 milioni per intervenire su tutto il territorio nazionale. La parte emergenziale e’ al centro dell’ attività del mio ministero, ma serve anche programmazione: dobbiamo mettere in campo interventi di lungo periodo che pensino all’ambiente come motore dello sviluppo economico. La nuova economia – ha concluso – sarà verde, passerà da lineare a circolare, vedrà meno sfruttamento di materie prime e meno rifiuti”.   Pubblicato...

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[:en]Brewing traditions: performing cultural authenticity around whaling[:]

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[:en]Brewing traditions: performing cultural authenticity around whaling[:]

[:en][by Benedict Singleton on entitleblog.org] The use of an unusual ingredient in an Icelandic beer this year highlights the changing nature of tradition and culture.   Some environmental conflicts involve traditional or cultural practices. In such circumstances, actors on both sides utilise a range of arguments about the authenticity of said practices. This is certainly the case in many conflicts around whaling, where pro-whaling actors outline the cultural nature of whaling (whale hunting) activities. Whaling is a diverse and controversial activity in many parts of the world involving different groups of people hunting different species of whales for different reasons. The English language term ‘whaling’ thus includes Norwegian and Icelandic “commercial whaling”, Japanese “scientific whaling” and various forms of “indigenous whaling”.   Despite this variety, whalers around the world, to varying degrees, assert the traditional roots of their practices. These claims are then met in turn by anti-whalers who dispute this framing of ‘whaling cultures’. An example of this took place when the Makah, an American Indian tribe in Washington State, US, briefly resumed whaling around the turn of the millennium. For many Makah, restarting whaling was an important symbolic and material part of rejuvenating their community. In making arguments for resuming hunting the Makah highlighted the historical importance of whaling within their culture and diet, framing themselves as inherently and integrally a ‘whaling people’. As no Makah had hunted whales for the best part of a century, many of the skills and rituals needed had to be learned anew. In the event, a method of whaling was devised that mixed older (a hand-carved paddle canoe and thrown harpoon) and newer (a high powered rifle and modern support boat) equipment and techniques.   This framing of Makah culture as a whaling culture was contested by those who opposed the resumption of whale hunting, both inside and outside the tribe. Rather than a tradition, whaling was framed as an inauthentic anachronism. They highlighted the ‘modern’ aspects of both the hunt and contemporary Makah lifestyles. They also highlighted ‘Indian values’ that they argued were against the hunt. A competing vision of Makah culture was thus articulated in (unsuccessful) efforts to prevent the Makah hunting a grey whale. What occurred during the Makah whaling debate was a kind of “strategic essentialism”. In essence, both sides mobilised particular aspects of a culture to define the authenticity of particular practices: anti-whalers assert that changes mean the tradition is gone while whalers assert continuity. Culture and tradition are neither static nor unchanging, but practices that are (re)enacted in political struggles over the very nature the situation. With this in mind, it is possible to see the brewing of a new beer in Iceland this spring in a new light.   A brewery decided to produce a beer utilising an unusual ingredient, a by-product of whaling, fin whale testicles. I argue that this collaboration between the brewery Steðji and the fin whaling company Hvalur H/F, represents a further example of strategic essentialism. The beer, Hvalur 2 (following the success of last year’s product), has been brewed for the traditional calendar month of Þorri. Þorri, as the month of frost, would traditionally be the time when the last of the fresh food would be gone and all that would be left would be the dried, smoked or fermented food from the previous year. Nowadays, however, fresh produce is available...

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L’Italia cancellata dal cemento

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L’Italia cancellata dal cemento

[di Luca Martinelli su altreconomia.it ]Quasi il 20 per cento della fascia costiera entro i 300 metri dal mare è ormai impermeabilizzato; il 60 per cento del consumo di suolo riguarda terreni agricoli; il 40 per cento del territorio occupato è coperto di strade. Questi i dati drammatici del “Rapporto sul consumo di suolo 2015” dell’Istituto superiore per la protezione e ricerca ambientale.   Scarica il Rapporto sul Consumo di Suolo 2015 a questo link   Le coste italiane sono oasi di cemento: il 19,4% per cento dei litorali entro i 300 metri dal mare è stato impermeabilizzato, con una punta del 40 per cento in Liguria.Questo dato, tratto dal Rapporto sul consumo di suolo 2015 dell’Istituto superiore per la protezione e ricerca ambientale (ISPRA,www.isprambiente.gov.it/it), evidenzia come le aree costiere abbiano quasi triplicato il dato nazionale, che stima un consumo complessivo di suolo pari al 7 per cento del territorio nazionale.   Michele Munafò è il responsabile della ricerca ISPRA sul consumo di suolo: “Lungo le coste sono stati impermeabilizzati quasi 500 chilometri quadrati, e sinceramente non mi aspettavo un dato così alto. Ricordo che le aree costiere al di là dell’aspetto produttivo, legato alla fertilità dei suoli, sono molto importanti dal punto di vista paesaggistico, oltre a rappresentare spesso aree delicatissime, che dovrebbero essere salvaguardate. Guardare a che cosa accade nei primi 300 metri, poi, significa considerare un’area poco più ampia della battigia”. Se si allarga anche alla fascia dai 300 ai mille metri, il dato del consumo di suolo continuerà ad impressionarci: 16%, più del doppio della media nazionale. Il rapporto ISPRA, però, evidenzia l’attacco del cemento anche nei confronti di altre aree fragili, cioè -ricorda Munafò- “quelle che tendenzialmente dovrebbero non essere consumabili, perché protette o vincolate, come le aree entro i 150 metri dai corsi d’acqua, aree delicate, tutelate dalla legge Galasso, fondamentali per l’equilibrio idrologico, per prevenire fenomeni di dissesto. È molto significativo, guardando alla cronaca dei ‘disastri’ degli ultimi anni, il dato della Liguria, dove oltre al 40% dalla costa e cementificio anche il suolo consumato in aree a pericolosità idraulica, pari al 30 per cento del totale. L’acqua da qualche parte deve pur andare” spiega Munafò. I dati nazionali evidenziano come siano stati spazzati via complessivamente34mila ettari all’interno di aree protette, e siano stati impermeabilizzati il 9 per cento delle zone a pericolosità idraulica e il 5 per cento delle rive di fiumi e laghi. Se un’indicazione positiva si può trarre, da questo rapporto, è che la velocità media del consumo di suolo si è leggermente ridotta, passando da 8 metri quadrati al secondo a 6-7 metri quadrati al secondo, in media, tra il 2008 e il 2013. “Gran parte del consumo di suolo, il 60 per cento, va ad impattare su aree agricole coltivate, andando a provocare perdita di suolo -spiega Munafò-. Ma non è trascurabile nemmeno il dato relativo al consumo di suolo che riguarda le aree aperte urbane, pari al 22 per cento, perché vanno perse zone che hanno una importanza fondamentale per la resilienza urbana, per la qualità dell’ambiente urbano, per l’adattamento ai cambiamenti climatici. Ribaltando il punto di vista -continua il ricercatore dell’ISPRA- quel 60 per cento è quasi poco: a partire dal disegno di legge depositato nel 2012 dall’allora ministroMario Catania si è sempre parlato di interventi legislativi per fermare il consumo di...

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Air gun, la Camera cancella divieto. Il ddl Ecoreati tornerà al Senato

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Air gun, la Camera cancella divieto. Il ddl Ecoreati tornerà al Senato

[su qualenergia.it]La Camera con 353 voti favorevoli e 19 contrari ha dato parere positivo a tre emendamenti che eliminano il divieto della controversa tecnica per cercare gas e petrolio in mare. La proposta di legge sugli Ecoreati dovrà tornare per al Senato per una seconda lettura.   Si va verso la soppressione del divieto di utilizzo dell’air gun contenuto nella proposta di legge sugli Ecoreati, in discussione oggi in aula alla Camera e che dovrà tornare peral Senato per una seconda lettura.   Dopo il ministro dell’Ambiente, Gian Luca Galletti, la Camera, infatti, con 353 voti a favore e 19 contrari ha dato parere positivo a tre emendamenti identici al ddl: l’1.10 prima firma Dambruoso (SC), 1.17 a prima firma Sarro (FI) e 1.13 a prima firma Piso (AP). Modifiche che sopprimono l’articolo che vietava la controversa tecnica di esplorazione usata per la ricerca di idrocarburi in mare. Ora il provvedimento inevitabilmente tornerà al Senato.   Accesi i toni delle opposizioni. I deputati della Commissione Ambiente del M5S alla Camera parlano di “pura schizofrenia politica”. Il ministro Galletti, protestano, “dovrebbe ricordare che quegli articoli al Senato sono stati introdotti proprio dal suo partito e da coloro che alla Camera inorridiscono leggendoli”.   “Sulla norma che vieta gli air gun Renzi cede alle lobbies dei petrolieri, in barba ai tanti cittadini che da anni chiedono che il Parlamento approvi una legge che punisca gli ecoreati”, afferma la deputata di Sel Serena Pellegrino, capogruppo in commissione Ambiente a Montecitorio. Con un secondo passaggio al Senato per Pellegrino “c’è il rischio concreto che questo provvedimento venga affossatodefinitivamente, e di questo Renzi si deve assumere la responsabilità.”   Per Angelo Bonelli, coportavoce dei Verdi, “la Camera dei Deputati sta modificando il ddl sugli Ecoreati cancellando una norma buona, quella sul divieto di utilizzo della tecnica air gun per le ricerche petrolifere, introdotta al Senato, per lasciare nel testo la norma più vergognosa: quella sul disastro ambientale abusivo”.   L’uso dell’air gun, denuncia, “sconvolge i fondali del nostro mare con danni incredibili al patrimonio ittico e non solo, mentre la norma prevista disastro ambientale abusivo impedirà ai magistrati di aprire inchieste e, quindi, chiedere i processi per quelle grandi industrie che inquinano con autorizzazione dello Stato”.   In difesa del Governo si leva la voce del ministro della Giustizia (ed ex ministro dell’Ambiente nel governo Letta), Andrea Orlando: “doveva esserci un raccordo serio con la normativa europea e valutare come intervenire non mettendo in pericolo la possibilità di effettuare attività di ricerca”. Il testo stralciato, così come era stato approvato al Senato, “non affronta nessuno di questi due punti e sanziona soltanto un tipo di metodo di trivellazione e paradossalmente lascia impunite forme di trivellazione ancora più impattanti e invasive rispetto all’air gun.”   “Il Governo ha realizzato l’ennesimo colpo di mano per modificare la legge sugli reati ambientali. Renzi e il suo Ministro dell’Ambiente Galletti hanno stralciato dal testo della Camera il divieto della tecnica dell’Air gun già introdotto al Senato grazie al sostegno del Movimento 5 Stelle. Le lobby del petrolio non hanno digerito la sua soppressione e ora l’esecutivo si sta dando da fare per accontentarli”. È quanto hanno dichiarato i senatori M5S Gianni Girotto e Gianluca Castaldi che ora promettono battaglia in Senato “per impedire che la maggioranza la insabbi”.   Pubblicato il 05 maggio 2015...

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La molteplicità dei fattori in gioco nelle migrazioni indotte da cause ambientali

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La molteplicità dei fattori in gioco nelle migrazioni indotte da cause ambientali

[di Koko Warner su diarioeuropeo.it] Lo scenario definito dall’International Panel on Climate Change suggerisce che il cambiamento climatico avrà un’importanza crescente tra i fattori determinanti della migrazione indotta da cause ambientali. I prossimi decenni saranno probabilmente caratterizzati da crescenti flussi in uscita dalle aree rurali, soggette a pressione ambientale e caratterizzate da bassi redditi nel settore agricolo, particolarmente nei paesi in via di sviluppo. Il cambiamento climatico, soprattutto attraverso il riscaldamento globale, finirà per esacerbare tali pressioni e accelerare i processi migratori. La migrazione indotta da cause ambientali è ancora una questione emergente e relativamente inesplorata, sia in termini di ricerca scientifica approfondita, sia in termini di disponibilità di dati affidabili. Non esiste una definizione comunemente accettata di migrazione indotta dal cambiamento ambientale, il che complica la comprensione delle complesse interazioni tra cambiamento ambientale e mobilità umana. Recenti progetti, metodi e nozioni di ricerca fondati su dati empirici stanno aiutando a colmare alcune delle più importanti lacune sul rapporto tra cambiamento ambientale, migrazioni e sfollamenti. Definire la migrazione indotta da cause ambientali I migranti ambientali sono stati classificati da Renaud et al. (2010)1 come “migranti in seguito a emergenze ambientali”, che fuggono dai peggiori impatti ambientali per salvare le proprie vite; “migranti forzati da cause ambientali”, che devono partire per sfuggire a conseguenze gravi e inevitabili del degrado ambientale; e infine “migranti motivati da cause ambientali”, che decidono di lasciare un ambiente in corso di deterioramento costante per prevenire le conseguenze peggiori. In letteratura i migranti ambientali sono stati definiti in molteplici modi. Per esempio, l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni definisce i migranti ambientali come “persone o gruppi di persone che, a causa di cambiamenti improvvisi o progressivi dell’ambiente che influiscono negativamente sulle loro vite o sulle loro condizioni di vita, sono obbligati a lasciare le loro abituali abitazioni, o scelgono di farlo, sia in maniera temporanea che permamente, e che devono spostarsi all’interno del loro paese o all’estero”2 . Esistono due ragioni principali per le quali usare il termine “rifugiato ambientale” è inappropriato. Innanzi tutto i dati empirici mostrano che la maggior parte dei migranti ambientali restano all’interno dei confini nazionali, mentre il diritto dei rifugiati nella sua attuale forma si applica solamente alle migrazioni internazionali. In secondo luogo, la definizione di rifugiato fornita dall’articolo 1A della Convenzione di Ginevra del 1951 sui rifugiati (emendata dal Protocollo del 1967 relativo allo status), stabilisce che il rifugiato è colui che “nel giustificato timore d’essere perseguitato per la sua razza, la sua religione, la sua cittadinanza, la sua appartenenza a un determinato gruppo sociale o le sue opinioni politiche, si trova fuori dello Stato di cui possiede la cittadinanza e non può o, per tale timore, non vuole domandare la protezione di detto Stato; oppure chiunque, essendo apolide e trovandosi fuori del suo Stato di domicilio in seguito a tali avvenimenti, non può o, per il timore sopra indicato, non vuole ritornarvi”3 . La formulazione dell’articolo non menziona eventi, fattori o processi relativi all’ambiente naturale, di conseguenza in termini legali non è corretto usare il termine “rifugiato ambientale” o “rifugiato climatico”. Secondo i Principi Guida delle Nazioni Unite sullo sfollamento delle persone all’interno del loro paese, “Gli sfollati sono persone o gruppi di persone che sono state costrette od obbligate a fuggire o a lasciare le proprie case o i propri...

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Idrocarburi, emanato nuovo disciplinare tipo previsto dallo Sblocca Italia

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[di Enzo Salvatore e Augusto De Sanctis su stopombrina.wordpress.com] Il Decreto Sblocca/Sporca Italia per essere attuato nella parte relativi agli idrocarburi prevedeva l’adozione di un decreto da parte del Ministro dello Sviluppo Economico contenente il nuovo disciplinare relativo alla prospezione, ricerca e coltivazione di idrocarburi.   Ieri sulla Gazzetta ufficiale è stato pubblicato il Decreto a firma del Ministro Guidi.   Il provvedimento è complesso e sarà oggetti di approfondimento in seguito. Qui sotto una prima analisi speditiva.   IL TITOLO CONCESSORIO UNICO Il Ministro Guidi ha adottato il nuovo disciplinare tipo che dà attuazione all’art. 38 dello Sblocca Italia. Il decreto – che abroga il precedente del 2011 – prevede che le sue disposizioni trovino applicazione anche ai procedimenti in corso:   «Il presente decreto, che sostituisce il disciplinare tipo approvato con decreto 4 marzo 2011, si applica ai titoli minerari vigenti, ai procedimenti in corso o attivati successivamente alla data di pubblicazione del presente decreto nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica italiana»   Le richieste per il rilascio dei permessi e delle concessioni presentate dopo il 2006 potranno essere convertite in richieste per titoli concessori unici. E perfino i titoli (permessi e concessioni) già rilasciati dopo il 2006 potranno essere convertiti in titoli concessori unici:   «I titoli minerari conferiti dopo l’entrata in vigore del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152, previa intesa con la regione territorialmente interessata o la provincia autonoma di Trento o di Bolzano per le attività da svolgere in terraferma, o le istanze di titoli in corso, possono essere convertiti, rispettivamente in titoli unici, o in istanze per titoli unici, su istanza del titolare o del richiedente, da presentare al Ministero entro novanta giorni dalla data di entrata in vigore della legge di conversione del decreto-legge 12 settembre 2014, n. 133, convertito, con modificazioni, dalla legge 11 novembre 2014, n. 164, con l’obbligo di presentare la documentazione prevista dal decreto direttoriale di cui all’art. 19, comma 6, entro novanta giorni dall’emanazione dello stesso».   La conversione delle richieste e dei titoli che già si possiedono in titoli concessori unici è una eventualità considerata dallo Sblocca Italia, ma ciò, a nostro avviso, è possibilesolo dopo l’approvazione del “piano delle aree”, che dovrà stabilire – secondo l’art. 38, comma 1 bis, dello Sblocca Italia – dove si potrà estrarre (e dove no). Non prima!   In questo modo, il decreto ministeriale elude l’obiettivo posto dal Legislatore: se il Parlamento ha inteso razionalizzare le attività petrolifere attraverso un piano, non si può, nell’attesa che esso venga adottato, stabilire che nel frattempo chiunque lo desideri possa convertire titoli minerari che già si possiedono, richieste già avanzate e nuove richieste in titoli concessori unici e richieste per titoli concessori unici. Quando il piano arriverà non si potrà far più nulla sull’esistente: ci sarà ben poco da vietare. D’altra parte, se lo stesso Legislatore ha stabilito che nelle more dell’approvazione del piano debba applicarsi la “vecchia” normativa (e non lo Sblocca Italia) vuol dire che ha inteso implicitamente vietare che i “vecchi” titoli possano essere convertiti in titoli concessori unici e che i procedimenti in corso possano concludersi con un titolo concessorio unico.   PROCEDURE AMBIENTALI   Un altro aspetto singolare riguarda il programma dei lavori di cui all’art.3 comma 12:   “12. Il procedimento unico per il conferimento del titolo concessorio unico è...

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Fracking e terremoti indotti: pubblicate in Usa le mappe di rischio sismico

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Fracking e terremoti indotti: pubblicate in Usa le mappe di rischio sismico

[di Maria Rita D’Orsogna su ilfattoquotidiano.it] Per la prima volta nella sua storia, l’Usgs pubblica una mappa di rischio sismico indotto: potenziali terremoti causati dall’uomo, in principal modo dall’attività estrattiva di petrolio e di gas. L’Usgs è The United States Geological Survey, una sorta diIngv italiano, il massimo ente geologico americano. Finora i terremoti causati dall’uomo non venivano inclusi nelle cartine di rischio sismico perché li si ritenevano rari. Ma con l’esplosione dei terremoti indotti da operazioni petrolifere è stato impossibile ignorare i rischi per il futuro e così un gruppo di 150 geologi americani si è riunito per creare la nuova cartina con i rischi di terremoti dovuti all’uomo. Di solito le mappe del rischio sismico Usa per eventi ‘naturali’ sono aggiornate ogni sei anni e sono fatte per previsioni a medio termine. Si studiano gli eventi sismici del passato e si indicano le probabilità di terremoti per i prossimi 50 anni. Le mappe per eventi ‘umani’ appena pubblicate invece sono per indicare il rischio sismico a brevissimo termine: un anno solo, visto che l’attività umana varia a breve termine, e potrebbe cambiare grazie a interventi legislativi o proteste dal basso. Tutti i dati sono contenuti nel rapporto dal titolo chiarissimo: Incorporating Induced Seismicity in the 2014 United States National Seismic Hazard Model. Primo in classifica per sismicità indotta dall’uomo, l’Oklahoma, come annunciato da vari interventi dell’Oklahoma Geolgical Survey negli scorsi giorni. Ne abbiamo già parlato tante volte: Stato dalla sismicità quasi inesistente prima dell’arrivo delle trivelle e del fracking in cui ora si registrano più terremoti che nella sismica California. Nel 2013 in Oklahoma il numero di terremoti è stato di 600 volte superiore rispetto a prima dell’arrivo dei petrolieri. Parallelamente sono stati pompati 1.1 miliardi di barili di petrol-monnezza ad alta pressione.  E cioè la bellezza di 130 miliardi di litri di acque di scarto. A seguire l’area attorno a Dallas-Forth Worth, il Kansas, il Colorado, il New Mexico, l’Alabama, l’Arkansas, e l’Ohio che hanno tutti registrato un impennarsi dell’attività sismica in anni recenti. Tutte le zone incriminate sono nei pressi di pozzi di reiniezione o di attività estrattiva.  In totale sono 17 le aree trivel-terremotate. Il capo del Usgs Mark Petersen dice di essere preoccupato per l’incolumità dei residenti, considerato che spesso la reiniezione di materiale di scarto ad alta pressione viene fatta nei pressi di faglie dormienti di cui non si conosce l’esatta estensione e locazione. Non esiste nessun altro modo pratico di gestire questi enormi volumi di fluidi di scarto se non pomparli sottoterra ed incrociare le dita nella speranza che le faglie sismiche continuino a dormire. Uno direbbe, ma almeno l’Oklahoma sarà ricco? Neanche per niente. Un lavoro su cinque in Oklahoma è in qualche modo collegato all’oil and gas.  Il 24% dei bambini dell’Oklahoma vive sotto la soglia di povertà. Lo Stato è il 46esimo su 50 per la salute pubblica, ed il numero uno per il tasso di tagli all’istruzione. E così nel giro di una settimane ecco tre storie legate ai livelli di sismicità indotta: città piccole del Texas, lo Stato dell’Oklahoma, il resto del Midwest. Cosa fare? E’ la domanda da un milione di dollari. Alcuni geofisici parlano di migliorare i monitoraggi, ridurre le reiniezioni o farle in luoghi lontani da faglie note e/o zone densamente popolate. Dal mio punto di vista, è il paradigma di base che è sbagliato. Tornare indietro in Oklahoma o in Basilicata non si può, e si può solo cercare di mettere cerotti, ma per chi non ha ancora attuato...

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Olanda, la class action: “Il governo non ci protegge dai cambiamenti climatici”

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Olanda, la class action: “Il governo non ci protegge dai cambiamenti climatici”

[di F.Q. su ilfattoquotidiano.it]Tra gli 886 cittadini che si sono mobilitati ci sono insegnanti, artisti e bambini rappresentati dai genitori. Si chiede l’obbligo per il governo di ridurre le emissioni di CO2 tra il 25 e il 40% rispetto al 1990 entro il 2020, di dichiarare l’aumento delle temperature superiore ai 2 gradi una “violazione dei diritti umani” e di definire illegale il comportamento del governo   Vogliono portare in tribunale il governo olandese con l’accusa non aver protetto i suoi cittadini dai cambiamenti climatici. Sono insegnati, imprenditori, artisti e bambini rappresentati dai genitori: 886 cittadini che hanno avviato la class action con cui accusano l’esecutivo di non aver messo in atto misure sufficienti a ridurre le emissioni di CO2.   Guidati dalla Fondazione Urgenda, gli attivisti chiedono ai giudici di obbligare il governo a ridurre le emissioni entro il 2020 tra il 25 e il 40% rispetto ai livelli del 1990, obiettivo che era stato posto dall’International Panel on Climate Change per cercare di evitare l’aumento di 2 gradi delle temperature globali. Si chiede poi al tribunale di dichiarare che un aumento delle temperature superiore ai 2 gradi potrebbe portare ad una violazione dei diritti umani fondamentali in tutto il mondo e di stabilire che il governo olandese, non contribuendo con la sua quota proporzionale alla prevenzione del riscaldamento globale, ha agito in maniera illegale.   Secondo la Fondazione Urgenda si tratta della prima volta in Europa che i cittadini chiedono di ritenere uno stato responsabile per la sua mancanza di azioni per ridurre le emissioni e della prima volta al mondo in cui i diritti umani vengono citati come base legale per proteggere i cittadini contro i cambiamenti climatici. L’obiettivo è quello di creare un precendete per i cittadini di tutto il mondo per fare pressione sui governi contro i cambiamenti climatici.   Tra i protagonisti della class action c’è Joos Ockels, moglie del defunto astronauta Wubbo Ockels, il primo cittadino olandese ad andare nello spazio, il Dj Gregor Salto e il climatologo statunitense della Nasa James Hansen. “Siamo tutti in attesa che il governo intervenga, ma il governo ha fatto così poco. Se il caso ha successo, saranno costretti ad agire”, ha riferito Dj Salto al Guardian.   pubblicato il 16 aprile 2015 su...

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[:en]La crisis del agua en Chile[:]

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[:en]La crisis del agua en Chile[:]

[:en][by Cristián Frêne on entitleblog.org] La crisis hídrica ha puesto nuevamente en el debate los problemas de acceso, propiedad, calidad y disponibilidad de agua en Chile. El sistema privatizado de aguas en Chile junto a la economía enfocada a la exportación, hacen crisis ante momentos de escasez en todo el territorio chileno. Algunos colectivos luchan porque se formulen mecanismos equitativos de acceso y uso, que respondan a las necesidades de las comunidades humanas y de los ecosistemas de los que dependemos, priorizando la soberanía alimentaria y el desarrollo local por sobre los intereses privados con fines exportadores.   Chile es un país que basa su economía en la exportación de materias primas, cuyos procesos son altamente demandantes de agua dulce. El modelo chileno de gestión de las aguas, establecido durante la dictadura de Pinochet, separa el dominio de la tierra y el agua y se basa en la propiedad privada de ésta. El modelo de privatización de aguas en Chile es único en el mundo, ya que establece la entrega del agua en su fuente a un ente privado, de manera perpetua y gratuita, por la vía de derechos de aprovechamiento de agua, que en la práctica son derechos de propiedad amparados constitucionalmente. En ese contexto legal, la gran empresa privada en los sectores agrícola, forestal, piscícola, hidroeléctrica y minero tiene concentrados los derechos de aprovechamiento de agua en un 95%, lucrando con sus exportaciones pero despojando de agua a los habitantes locales.   Esta situación ha generado una serie de conflictos socio-ecológicos, donde el agua es el elemento unificador de las demandas sociales. Los conflictos por el agua en Chile se repiten y aumentan en todo el país, dando cuenta de un problema sistémico, que cruza lo político, social, cultural, ecológico y económico. Incluso, ante la abundancia de agua en el sur, algunos genios del lucro han decidido emprender un proyecto, financiado por la estatal Corporación de Fomento de Chile, para cargar barcos con agua de glaciares y exportarla a otra parte del planeta, bajo la absurda premisa que de otra forma el agua se “perdería en el mar”.   De acuerdo a un estudio realizado por el Ministerio de Obras Públicas a fines de 2014, actualmente en Chile hay más de 400 mil personas que no tienen acceso al agua para cubrir sus necesidades básicas de higiene, alimentación y consumo. La mayoría de ellas habitan entre las regiones de Coquimbo y Los Lagos y son abastecidas de agua por camiones aljibe financiados por el Estado. Sin embargo, la calidad y cantidad de esta agua dista mucho de cumplir con los parámetros establecidos internacionalmente, ya que la mayoría de las personas que recibe agua en camiones municipales obtiene una cuota de 7 a 12 litros de agua por persona al día, que no puede ser considerada como agua potable debido a las condiciones de traslado y almacenamiento.   Las propuestas El primer paso político para reconocer la importancia estratégica del agua es establecer en la Constitución que las aguas son bienes nacionales de uso público, garantizando que el bien común esté por sobre la propiedad privada. Se requiere un Código de Aguas que integre funciones sociales, ambientales y productivas del agua, pero considerando una priorización de usos. El Estado debería resguardar, para cada cuenca hidrográfica, un caudal mínimo que permita asegurar el consumo humano y la soberanía alimentaria de los habitantes locales, así como un...

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Xylella, l’Ue: “A nord di Lecce via le piante in un raggio di 100 metri da ulivi malati”

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Xylella, l’Ue: “A nord di Lecce via le piante in un raggio di 100 metri da ulivi malati”

[di Tiziana Colluto su IlFattoQuotidiano.it] Accordo sugli interventi dopo una discussione durata due giorni a Bruxelles per il contenimento del batterio Xylella fastidiosa nel Salento: in vista abbattimenti di ulivi e fermo dei vivai. Secondo l’Osservatorio fitosanitario regionale per ogni albero “infetto” se ne abbatteranno 300 sani. Destinata a scomparire la produzione di barbatelle. La Puglia medita il ricorso   “Rigide misure di eradicazione” a nord del Leccese, con l’eradicazione non solo degli ulivi malati ma anche di tutte le piante ospiti nel raggio di 100 metri, ma anche blocco totale dell’attività vivaistica e divieto di impiantare nuovi ulivi. Sarà difficile da digerire per la Puglia la decisione sul contenimento del batterio Xylella fastidiosa presa dal Comitato permanente per la salute delle piante che si è riunito a Bruxelles. Tra le novità, anche una prima tutela dei confini europei, con il bando specifico delle importazioni di piante di caffè provenienti da Honduras e Costa Rica, visto l’elevato rischio di essere infettate, come testimoniato dal ritrovamento di vegetali contaminati vicino a Parigi. È una misura di cui si discuterà anche giovedì 30 aprile, nella seduta plenaria delParlamento di Strasburgo.   Non c’è certezza che sia Xylella a far seccare gli ulivi, ma è un dettaglio, il protocollo di quarantena è scattato comunque. Per il Salento, la tagliola imposta rischia di provocare, in prospettiva,più danni di quelli che sta già procurando la malattia. Ha provato ad opporsi l’Italia, ma è rimasta isolata davanti al fronte comune di Francia, Grecia e Spagna, a cui si sono aggiunti tutti gli altri Paesi membri. Ora, però, la Puglia potrebbe decidere di optare per la guerra legale.   Il metodo imposto dall’Unione Europea è graduale. Si utilizzerà la mannaia più drastica nel Brindisino e nel Tarantino, come nel caso del focolaio di Oria: ogni volta che sarà segnalato un albero attaccato dal patogeno, si farà il deserto intorno, con la “rimozione e la distruzione delle piante infette e di tutte quelle ospiti nel raggio di 100 metri, a prescindere dal loro stato di salute”. Tradotto: per ogni ulivo malato, se ne abbatteranno 300 sani, secolari compresi. Questa è la proporzione, stimata dall’Osservatorio fitosanitario regionale, le cui controdeduzioni sono rimaste lettera morta.   Sarà differente l’approccio nel Leccese. A sud del confine amministrativo della provincia, resta la “fascia di eradicazione” di 20 chilometri, dove “viene mantenuto il requisito di rimuovere sistematicamente tutte le piante infette e di testare quelle circostanti nell’arco di 100 metri”. Dunque, via non tutti, ma solo gli alberi malati. Nel resto della penisola salentina, dove l’eradicazione del batterio “non è più possibile”, si dovrà, invece, imparare a gestire la fitopatia ed è prevista “la possibilità per l’Italia di applicare misure di contenimento”.   La Puglia diventa un sorvegliato speciale. La strada è tutta in salita. E la decisione dell’Ue non fa altro che renderla ancora più ripida: è stata ribadita l’interdizione assoluta all’impianto di tutte le specie ospiti di Xylella fastidiosa. Significa che ogni ulivo perduto non potrà essere sostituito con una pianta giovane e neppure con le altre finite nella lista nera, come mandorlo, albicocco, susino, pesco, quercia. È un divieto “adottato per la prima volta in maniera così restrittiva, visto che – ha replicato l’Osservatorio fitosanitario barese nelle osservazioni inviate quattro giorni fa all’Ue – in situazioni analoghe di lotta ad organismi nocivi di quarantena, per esempio Erwinia a., è stato posto il divieto di messa a dimora di piante ospiti per un periodo limitato di dodici mesi; inoltre, per altri patogeni da quarantena...

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