CDCA e A Sud alla COP30 a Belém

La voce di A Sud dalla COP30 di Belém (Brasile) e le iniziative in Italia

Dal 10 al 21 novembre 2025 saremo a Belém, in Brasile, per partecipare come osservatori alla 30° Conferenza delle Nazioni Unite sul Clima. Racconteremo quanto avviene dentro e fuori le negoziazioni, porteremo e raccoglieremo le voci dei territori in lotta contro l’estrattivismo, contro il greenwashing e per una transizione ecologica realmente giusta.

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L’agenda della COP30

A Belém si discuteranno e valuteranno gli NDCs, i nuovi impegni climatici nazionali che stabiliscono gli obiettivi di riduzione delle emissioni di ogni paese. Accanto alla mitigazione, l’adattamento sarà uno dei temi centrali attraverso il Global Goal on Adaptation (GGA) e i nuovi Piani nazionali di adattamento. Un altro capitolo chiave sarà quello della finanza per il clima. Tra i punti principali il nuovo obiettivo di finanziamento (NCQG), che punta ad aumentare il sostegno ai Paesi in via di sviluppo da 100 a 300 miliardi di dollari l’anno, e la Roadmap Baku-Belém, che traccia un percorso per mobilitare almeno 1.300 miliardi di dollari l’anno entro il 2035.

Temi cruciali, che si scontrano con uno scenario geopolitico ostile, segnato dal negazionismo climatico, dai venti di guerra, dalla corsa al riarmo e dalla violenza istituzionale.  Non è un caso che in gioco a Belém ci sia più che mai la credibilità della diplomazia climatica e la sua capacità di tradurre le intenzioni in impegni concreti.

La Cupula dos povos

La Cúpula dos Povos è il grande incontro dei movimenti sociali e delle comunità che vivono in prima linea la crisi climatica. Nata nel 1992 come risposta critica alle negoziazioni ufficiali, propone un’alternativa fondata su giustizia climatica, sociale e ambientale, solidarietà e saperi ancestrali.

Dal 12 al 16 novembre 2025, in concomitanza con la COP30 di Belém, riunirà popoli indigeni, comunità quilombola e tradizionali, giovani e lavorator? in marce, dibattiti e azioni culturali.

La Cúpula mette al centro vite, diritti e territori, non statistiche: unisce chi costruisce ogni giorno soluzioni reali, dall’agroecologia alla difesa dei beni comuni, per spingere i governi ad adottare politiche di vera giustizia climatica.

Dichiarazione della Cupula Dos Povos

Perché A Sud e CDCA alla COP?

Nelle Cop si riuniscono i governi dei 197 Paesi che hanno ratificato la Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (UNFCCC), firmata a Rio de Janeiro nel 1992. Ma la COP30 non è solo un vertice diplomatico: è il terreno di confronto (e di scontro) tra attori diversi e diverse visioni del mondo. Da una parte il business as usual che trasforma la crisi climatica in profitto, dall’altra movimenti e territori che lottano per giustizia climatica, autodeterminazione e diritti della Natura.
La COP30 si terrà nel cuore dell’Amazzonia, a Belém do Pará, in Brasile. Non è un dettaglio geografico ma una scelta politica: è nel Sud globale che l’ingiustizia climatica colpisce più duramente mentre il Nord globale continua a negoziare emissioni e interessi fossili.
Qui non si decide solo il futuro del clima: si decide chi avrà diritto a un futuro.

Per raccontare cosa c’è in gioco, e come finisce la partita.

Andiamo alla COP per osservare da vicino i negoziati, capire quali equilibri politici e di potere si stanno ridefinendo, e portare la prospettiva dei territori e dei movimenti che chiedono giustizia climatica.
La partecipazione di A Sud e CDCA serve a connettere le lotte locali con quelle globali, rafforzare alleanze internazionali e raccontare – con sguardo indipendente e critico – come la diplomazia climatica sta affrontando, o eludendo, le proprie responsabilità.
Perché solo intrecciando voci e resistenze dal basso possiamo costruire un futuro giusto per tutt?.

Per costruire e rafforzare alleanze internazionali

Svolgere la COP in Brasile è un segnale che conta: significa rimettere al centro chi la crisi climatica la subisce davvero. Andiamo a Belém per stare con i movimenti globali per la giustizia climatica. In America Latina oggi si gioca una partita enorme: conflitti ambientali, estrattivismo, repressione, lotte indigene e popolari che resistono da decenni. Con tante realtà — dalla Colombia alla Bolivia, fino all’Amazzonia — abbiamo già lavorato, fatto campagne, costruito ponti. Lì ritroviamo compagn? con cui condividiamo visioni e pratiche.

Per portare una visione radicale dentro la COP

Sì, probabilmente sarà l’ennesimo flop diplomatico. Ma proprio per questo dobbiamo esserci, per non lasciare quei tavoli alle lobby fossili e ai governi che parlano di transizione mentre trivellano.
Da dentro vedi meglio le dinamiche, le crepe, le possibilità di alleanze e di conflitto.
Andiamo per portare la prospettiva della giustizia climatica e delle lotte dal basso, che legano crisi climatica, razzismo, patriarcato e disuguaglianze. La COP non è un punto d’arrivo: è un passaggio. Il resto si fa fuori, insieme, ogni giorno.


Diario dalla COP30

  • Giorno 12 – 24 novembre 2025
    Belém svela il fallimento della diplomazia climatica, ma apre spiragli: una roadmap anti-fossile e nuove alleanze per la giustizia.
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  • Giorno 11 – 21 novembre 2025
    Penultimo giorno a Belém: incendio in COP30, stalli politici e pressioni crescenti sul BAM e sull’uscita dai fossili.
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  • Giorno 10 – 20 novembre 2025A Belém 85 Paesi spingono per uscire dai fossili, mentre Italia e Polonia frenano. La COP30 è al bivio, il tempo è adesso.
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  • Giorno 9 – 19 novembre 2025
    Belém rilancia la lotta globale ai fossili: la Colombia guida un fronte che vuole uscire davvero dal modello che brucia il pianeta.
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  • Giorno 7 – 17 novembre 2025
    Belem in rivolta: popoli indigeni e movimenti sociali spingono per una COP30 che dica finalmente basta ai fossili.
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  • Giorno 6 – 15 novembre 2025
    Anche quest’anno i dati sulla presenza dei lobbisti Gas&Oil alla conferenza di Belém sono alti: su ogni 25 persone accreditate al vertice, uno è un lobbista dei combustibili fossili, in totale sono oltre 1600.
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  • Giorno 5 – 14 novembre 2025
    Il TFFF entra nella Cupula tra promesse e contraddizioni: fondi incerti, debiti in aumento e movimenti che denunciano l’ennesima falsa soluzione verde.
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  • Giorno 4 – 13 novembre 2025
    A Belém la protesta indigena irrompe nella COP30 e svela le contraddizioni del Brasile fossile. Intanto la Cupula esplode di mobilitazioni globali.
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  • Giorno 3 – 12 novembre 2025
    Adattamento al centro della COP30, ma i fondi restano insufficienti. A Belém arrivano movimenti e comunità indigene: la vera pressione viene dai territori.
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  • Giorno 2 – 11 novembre 2025
    Lula parla di disuguaglianze alla Cop30, ma il Brasile continua a spingere sul fossile. A Belém torna al centro il nodo tra clima e ingiustizia.
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  • Giorno 1 – 10 novembre 2025
    Dalla Cop30 alla Cúpula dos Povos: a Belém si apre la sfida per la giustizia climatica tra responsabilità globali, diritti dei popoli e resistenza dei territori.
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Articoli di approfondimento alla COP30

  • Cosa resta della Cop30, la battaglia per il clima e i diritti è ancora lunga – 24 novembre 2025
    Marica Di Pierri e Laura Greco su Domani – COP30 fallisce su fossili e foreste, ma il Bam e il blocco dei 82 paesi per l’uscita dal fossile aprono spiragli di lotta e nuove alleanze.
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  • Sulla fine dei lavori della COP30 – 24 novembre 2025
    Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Cosa è successo alla 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici? Quali sono le grandi vittorie? Quali le sconfitte?
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  • La tabella della discordia – cos’è successo alla COP30 – 23 novembre 2025
    Laura Greco su Radio24 – COP30 a Belém annuncia impegni su energia, foreste e adattamento, ma senza una vera uscita dal fossile restano promesse vuote da incalzare con lotte dal basso.
    Ascolta su Il Sole 24 ore
  • “A resposta somos nós”. Ma alla COP30 le richieste dei popoli indigeni non fanno breccia – 23 novembre 2025
    Laura Greco su EconomiaCircolare.com – Alla COP30 le voci indigene restano ai margini mentre la foresta corre verso il punto di non ritorno. Senza giustizia, non c’è futuro.
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  • La “Dichiarazione di Belém” e il multilateralismo del phase out dai fossili spinto dal basso – 21 novembre 2025
    Laura Greco su Altreconomia – Da Belém arriva una spinta dal basso per uscire dai fossili: governi e movimenti uniscono le voci per un phase out reale, giusto, globale.
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    • Cop30: senza il Gender action plan ogni azione climatica è limitata – 21 novembre 2025
      Marica Di Pierri e Laura Greco su Valori – Nonostante le ambiziose premesse il Gender action plan ha trovato diversi ostacoli sui tavoli negoziali della Cop30

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  • Alla Cop30 arrivano le storie di migrazioni climatiche – 21 novembre 2025

Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30, in vista delle negoziazioni finali, si parla del fenomeno crescente degli sfollamenti forzati dal cambiamento climatico.
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  • Belém, la foresta degli indigeni si ribella a Lula – 20 novembre 2025
    Laura Greco su Il Manifesto – Le nazionalità dell’Amazzonia denunciano l’inagibilità politica alla Cop e chiedono una mobilitazione internazionale guidata direttamente dai popoli indigeni per proteggere i loro territori e affrontare la crisi climatica alla radice
  • Alla Cop 30 i movimenti si riprendono la scena – 20 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Il Manifesto – Era dalla Cop 26 di Glasgow che non si vedeva così tanta società civile. Accanto al vertice ufficiale, in più di 50 mila hanno animato la «Cupula dos povos» per una svolta vera sul clima e i diritti
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  • COP30, BELÉM | Italiani in mobilitazione – 20 novembre 2025]
    Il Climate Pride in azione alla COP30: l? attivist? chiedono all’Italia una roadmap chiara e ambiziosa per uscire dai fossili.
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  • A Belém torna il protagonismo sociale – 19 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Collettiva – Alla Cop30 movimenti, organizzazioni, popoli e sindacati riacquistano centralità: proposte e campagne dal basso sono arrivate nelle stanze dei negoziati.
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  • Come procede la COP30 in Brasile? Intervista a Laura Greco da Bélem – 19 novembre 2025
    Laura Greco su Scienza e Pace Magazine – COP30 tra repressione, lobby fossili e resistenze indigene: la giustizia climatica la costruiscono i territori, non i negoziati.
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  • Lifegate dalla COP30 – 18 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Lifegate – Dalla COP30 il racconto dell’inedita comunicazione tra dentro e fuori la COP, tra le richieste indigene e l’ambiguo governo di Lula.
    Ascolta su Lifegate
  • Il Fondo per le foreste e la falsa soluzione del biocapitalismo si ripropone alla Cop30 di Belém – 18 novembre 2025
    Laura Greco su Altreconomia – Il Tropical forests forever facility lanciato da Lula è l’ennesimo dispositivo finanziario che viene presentato come innovazione.
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  • Attivismo e giustizia climatica: se il diritto alla protesta diventa un reato – 17 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Valori.it – Alla Cop30 emerge un allarme globale: in molti Paesi il diritto alla protesta viene represso e l’attivismo ambientale è sempre più criminalizzato
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  • Alla Cop30 di Belèm il fondo per l’adattamento resta senza fondi – 17 novembre 2025]
    Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30 fallisce, per il terzo anno di fila, l’obiettivo di raccolta minima per finanziare l’adattamento dei Paesi del Sud globale.
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  • Massiccia partecipazione popolare a Belém – 16 novebre 2025
    Marica Di Pierri su L’aria Che Respiri – Alla Cúpula dos Povos tantissime voci per reclamare la fine dei combustibili fossili e una giustizia climatica guidata dai popoli, non dalle multinazionali.
    Ascolta su Radio Rai1
  • In diretta da Bele?m – Aggiornamenti sulla prima settimana di COP30 – 15 novembre 2025
    Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – In diretta da Belém, per raccontare in diretta i lavori della 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici. ?Foto di Oliver Ninja e Midia Ninja
    Guarda la diretta
  • Cop30: chi difende i combustibili fossili dentro i negoziati sul clima – 14 novembre 2025
    Marica Di Pierri per Altreconomia – Alla Cop30 un lobbista fossile ogni 25 delegat?: il vertice che dovrebbe chiudere l’era fossile continua a farsela scrivere da chi la profitta.
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  • Giustizia climatica, questa dimenticata – 13 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Il Manifesto – Il legame tra clima e disuguaglianze è ormai assodato. Ma dopo 30 anni di conferenze, i ricchi continuano a fare grandi affari con i fossili.
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  • L’adattamento secondo la COP30: “Adattarsi è sopravvivere” – 13 novembre 2025
    Marica Di Pierri per EconomiaCircolare.com – COP30 punta a rendere operativo il Global Goal on Adaptation, tra governance multilivello, indicatori, fondi insufficienti e necessità di giustizia climatica.
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  • La Cop30 in Brasile e le politiche industriali green – 11 novembre 2025
    Marica Di Pierri per Tutta La Città Ne Parla, Radio3 – È iniziata la Cop30 a Belém, 10 giorni in cui si discuterà su come trovare una via d’uscita alla deriva del cambiamento climatico nonostante le difficoltà politiche che ci circondano.
    Ascolta l’episodio
  • Road to Belém – 7 novembre 2025Marica Di Pierri per Valori.it – Verso la Cop30 di Belém, cosa aspettarci dal più importante appuntamento per salvare il clima della Terra? Diretta con Marica Di Pierri, Luca Lombroso, Giovanni Mori e Lorenzo Tecleme.
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  • Da Parigi a Belém, i conti che non tornano – 6 novembre 2025
    Marica Di Pierri per Il Manifesto – Tra tensioni e fragili compromessi, i preparativi alla vigilia della Conferenza Onu. A che punto sono gli impegni nazionali di riduzione e i piani di adattamento dei singoli Paesi.
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  • A Sud a Belém alla Cop30 – 6 novembre 2025
    A Sud seguirà negoziati e mobilitazioni dalla COP30 di Belém, amplificando le voci dei movimenti per giustizia climatica e sociale.
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  • A Sud aderisce alla Global Call to Action della Cúpula dos Povos  – 5 settembre 2025
    Il 15 novembre scendiamo in piazza: basta disuguaglianze e razzismo ambientale, vogliamo giustizia climatica e un mondo dove la vita sia al centro.
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  • Vertice dei Popoli Verso la COP30: Manifesto Politico – 13 giugno 2025
    A Sud aderisce al Manifesto dei Popoli verso la COP30: un appello globale per giustizia climatica, anticapitalismo e democrazia dal basso.
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Racconteremo le negoziazioni

Per spiegare cosa accade davvero alla COP30, come si muovono i governi e quali interessi guidano le scelte sulla crisi climatica. Vi offriremo una copertura quotidiana per raccontarvi con le nostre parole e con uno sguardo critico, indipendente e radicale, vicino ai movimenti il dentro e fuori la Cop

Sveleremo le contraddizioni

Tra le promesse ufficiali e la realtà, mostrando lo scontro continuo tra lobby fossili e popoli che difendono la vita e i territori. Denunceremo le responsabilità smascherando la falsa transizione energetica e chi continua a inquinare mentre parla di sostenibilità con greenwashing e false soluzioni

Daremo voce alle comunità

Portando le loro storie, le lotte quotidiane e le alternative concrete alla devastazione ambientale, contro colonialismo ed estrazione. Ci collegheremo con l’Italia per connettere istanze e battaglie


INFO E CONTATTI

Per contatti e interviste con la delegazione:

Marica Di Pierri
maricadipierri@asud.net
55 21 967071220

Laura Greco
lauragreco@asud.net
+55 21 997673184

Fracking e terremoti indotti: pubblicate in Usa le mappe di rischio sismico

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Fracking e terremoti indotti: pubblicate in Usa le mappe di rischio sismico

[di Maria Rita D’Orsogna su ilfattoquotidiano.it] Per la prima volta nella sua storia, l’Usgs pubblica una mappa di rischio sismico indotto: potenziali terremoti causati dall’uomo, in principal modo dall’attività estrattiva di petrolio e di gas. L’Usgs è The United States Geological Survey, una sorta diIngv italiano, il massimo ente geologico americano. Finora i terremoti causati dall’uomo non venivano inclusi nelle cartine di rischio sismico perché li si ritenevano rari. Ma con l’esplosione dei terremoti indotti da operazioni petrolifere è stato impossibile ignorare i rischi per il futuro e così un gruppo di 150 geologi americani si è riunito per creare la nuova cartina con i rischi di terremoti dovuti all’uomo. Di solito le mappe del rischio sismico Usa per eventi ‘naturali’ sono aggiornate ogni sei anni e sono fatte per previsioni a medio termine. Si studiano gli eventi sismici del passato e si indicano le probabilità di terremoti per i prossimi 50 anni. Le mappe per eventi ‘umani’ appena pubblicate invece sono per indicare il rischio sismico a brevissimo termine: un anno solo, visto che l’attività umana varia a breve termine, e potrebbe cambiare grazie a interventi legislativi o proteste dal basso. Tutti i dati sono contenuti nel rapporto dal titolo chiarissimo: Incorporating Induced Seismicity in the 2014 United States National Seismic Hazard Model. Primo in classifica per sismicità indotta dall’uomo, l’Oklahoma, come annunciato da vari interventi dell’Oklahoma Geolgical Survey negli scorsi giorni. Ne abbiamo già parlato tante volte: Stato dalla sismicità quasi inesistente prima dell’arrivo delle trivelle e del fracking in cui ora si registrano più terremoti che nella sismica California. Nel 2013 in Oklahoma il numero di terremoti è stato di 600 volte superiore rispetto a prima dell’arrivo dei petrolieri. Parallelamente sono stati pompati 1.1 miliardi di barili di petrol-monnezza ad alta pressione.  E cioè la bellezza di 130 miliardi di litri di acque di scarto. A seguire l’area attorno a Dallas-Forth Worth, il Kansas, il Colorado, il New Mexico, l’Alabama, l’Arkansas, e l’Ohio che hanno tutti registrato un impennarsi dell’attività sismica in anni recenti. Tutte le zone incriminate sono nei pressi di pozzi di reiniezione o di attività estrattiva.  In totale sono 17 le aree trivel-terremotate. Il capo del Usgs Mark Petersen dice di essere preoccupato per l’incolumità dei residenti, considerato che spesso la reiniezione di materiale di scarto ad alta pressione viene fatta nei pressi di faglie dormienti di cui non si conosce l’esatta estensione e locazione. Non esiste nessun altro modo pratico di gestire questi enormi volumi di fluidi di scarto se non pomparli sottoterra ed incrociare le dita nella speranza che le faglie sismiche continuino a dormire. Uno direbbe, ma almeno l’Oklahoma sarà ricco? Neanche per niente. Un lavoro su cinque in Oklahoma è in qualche modo collegato all’oil and gas.  Il 24% dei bambini dell’Oklahoma vive sotto la soglia di povertà. Lo Stato è il 46esimo su 50 per la salute pubblica, ed il numero uno per il tasso di tagli all’istruzione. E così nel giro di una settimane ecco tre storie legate ai livelli di sismicità indotta: città piccole del Texas, lo Stato dell’Oklahoma, il resto del Midwest. Cosa fare? E’ la domanda da un milione di dollari. Alcuni geofisici parlano di migliorare i monitoraggi, ridurre le reiniezioni o farle in luoghi lontani da faglie note e/o zone densamente popolate. Dal mio punto di vista, è il paradigma di base che è sbagliato. Tornare indietro in Oklahoma o in Basilicata non si può, e si può solo cercare di mettere cerotti, ma per chi non ha ancora attuato...

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Olanda, la class action: “Il governo non ci protegge dai cambiamenti climatici”

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Olanda, la class action: “Il governo non ci protegge dai cambiamenti climatici”

[di F.Q. su ilfattoquotidiano.it]Tra gli 886 cittadini che si sono mobilitati ci sono insegnanti, artisti e bambini rappresentati dai genitori. Si chiede l’obbligo per il governo di ridurre le emissioni di CO2 tra il 25 e il 40% rispetto al 1990 entro il 2020, di dichiarare l’aumento delle temperature superiore ai 2 gradi una “violazione dei diritti umani” e di definire illegale il comportamento del governo   Vogliono portare in tribunale il governo olandese con l’accusa non aver protetto i suoi cittadini dai cambiamenti climatici. Sono insegnati, imprenditori, artisti e bambini rappresentati dai genitori: 886 cittadini che hanno avviato la class action con cui accusano l’esecutivo di non aver messo in atto misure sufficienti a ridurre le emissioni di CO2.   Guidati dalla Fondazione Urgenda, gli attivisti chiedono ai giudici di obbligare il governo a ridurre le emissioni entro il 2020 tra il 25 e il 40% rispetto ai livelli del 1990, obiettivo che era stato posto dall’International Panel on Climate Change per cercare di evitare l’aumento di 2 gradi delle temperature globali. Si chiede poi al tribunale di dichiarare che un aumento delle temperature superiore ai 2 gradi potrebbe portare ad una violazione dei diritti umani fondamentali in tutto il mondo e di stabilire che il governo olandese, non contribuendo con la sua quota proporzionale alla prevenzione del riscaldamento globale, ha agito in maniera illegale.   Secondo la Fondazione Urgenda si tratta della prima volta in Europa che i cittadini chiedono di ritenere uno stato responsabile per la sua mancanza di azioni per ridurre le emissioni e della prima volta al mondo in cui i diritti umani vengono citati come base legale per proteggere i cittadini contro i cambiamenti climatici. L’obiettivo è quello di creare un precendete per i cittadini di tutto il mondo per fare pressione sui governi contro i cambiamenti climatici.   Tra i protagonisti della class action c’è Joos Ockels, moglie del defunto astronauta Wubbo Ockels, il primo cittadino olandese ad andare nello spazio, il Dj Gregor Salto e il climatologo statunitense della Nasa James Hansen. “Siamo tutti in attesa che il governo intervenga, ma il governo ha fatto così poco. Se il caso ha successo, saranno costretti ad agire”, ha riferito Dj Salto al Guardian.   pubblicato il 16 aprile 2015 su...

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[:en]La crisis del agua en Chile[:]

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[:en]La crisis del agua en Chile[:]

[:en][by Cristián Frêne on entitleblog.org] La crisis hídrica ha puesto nuevamente en el debate los problemas de acceso, propiedad, calidad y disponibilidad de agua en Chile. El sistema privatizado de aguas en Chile junto a la economía enfocada a la exportación, hacen crisis ante momentos de escasez en todo el territorio chileno. Algunos colectivos luchan porque se formulen mecanismos equitativos de acceso y uso, que respondan a las necesidades de las comunidades humanas y de los ecosistemas de los que dependemos, priorizando la soberanía alimentaria y el desarrollo local por sobre los intereses privados con fines exportadores.   Chile es un país que basa su economía en la exportación de materias primas, cuyos procesos son altamente demandantes de agua dulce. El modelo chileno de gestión de las aguas, establecido durante la dictadura de Pinochet, separa el dominio de la tierra y el agua y se basa en la propiedad privada de ésta. El modelo de privatización de aguas en Chile es único en el mundo, ya que establece la entrega del agua en su fuente a un ente privado, de manera perpetua y gratuita, por la vía de derechos de aprovechamiento de agua, que en la práctica son derechos de propiedad amparados constitucionalmente. En ese contexto legal, la gran empresa privada en los sectores agrícola, forestal, piscícola, hidroeléctrica y minero tiene concentrados los derechos de aprovechamiento de agua en un 95%, lucrando con sus exportaciones pero despojando de agua a los habitantes locales.   Esta situación ha generado una serie de conflictos socio-ecológicos, donde el agua es el elemento unificador de las demandas sociales. Los conflictos por el agua en Chile se repiten y aumentan en todo el país, dando cuenta de un problema sistémico, que cruza lo político, social, cultural, ecológico y económico. Incluso, ante la abundancia de agua en el sur, algunos genios del lucro han decidido emprender un proyecto, financiado por la estatal Corporación de Fomento de Chile, para cargar barcos con agua de glaciares y exportarla a otra parte del planeta, bajo la absurda premisa que de otra forma el agua se “perdería en el mar”.   De acuerdo a un estudio realizado por el Ministerio de Obras Públicas a fines de 2014, actualmente en Chile hay más de 400 mil personas que no tienen acceso al agua para cubrir sus necesidades básicas de higiene, alimentación y consumo. La mayoría de ellas habitan entre las regiones de Coquimbo y Los Lagos y son abastecidas de agua por camiones aljibe financiados por el Estado. Sin embargo, la calidad y cantidad de esta agua dista mucho de cumplir con los parámetros establecidos internacionalmente, ya que la mayoría de las personas que recibe agua en camiones municipales obtiene una cuota de 7 a 12 litros de agua por persona al día, que no puede ser considerada como agua potable debido a las condiciones de traslado y almacenamiento.   Las propuestas El primer paso político para reconocer la importancia estratégica del agua es establecer en la Constitución que las aguas son bienes nacionales de uso público, garantizando que el bien común esté por sobre la propiedad privada. Se requiere un Código de Aguas que integre funciones sociales, ambientales y productivas del agua, pero considerando una priorización de usos. El Estado debería resguardar, para cada cuenca hidrográfica, un caudal mínimo que permita asegurar el consumo humano y la soberanía alimentaria de los habitantes locales, así como un...

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Xylella, l’Ue: “A nord di Lecce via le piante in un raggio di 100 metri da ulivi malati”

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Xylella, l’Ue: “A nord di Lecce via le piante in un raggio di 100 metri da ulivi malati”

[di Tiziana Colluto su IlFattoQuotidiano.it] Accordo sugli interventi dopo una discussione durata due giorni a Bruxelles per il contenimento del batterio Xylella fastidiosa nel Salento: in vista abbattimenti di ulivi e fermo dei vivai. Secondo l’Osservatorio fitosanitario regionale per ogni albero “infetto” se ne abbatteranno 300 sani. Destinata a scomparire la produzione di barbatelle. La Puglia medita il ricorso   “Rigide misure di eradicazione” a nord del Leccese, con l’eradicazione non solo degli ulivi malati ma anche di tutte le piante ospiti nel raggio di 100 metri, ma anche blocco totale dell’attività vivaistica e divieto di impiantare nuovi ulivi. Sarà difficile da digerire per la Puglia la decisione sul contenimento del batterio Xylella fastidiosa presa dal Comitato permanente per la salute delle piante che si è riunito a Bruxelles. Tra le novità, anche una prima tutela dei confini europei, con il bando specifico delle importazioni di piante di caffè provenienti da Honduras e Costa Rica, visto l’elevato rischio di essere infettate, come testimoniato dal ritrovamento di vegetali contaminati vicino a Parigi. È una misura di cui si discuterà anche giovedì 30 aprile, nella seduta plenaria delParlamento di Strasburgo.   Non c’è certezza che sia Xylella a far seccare gli ulivi, ma è un dettaglio, il protocollo di quarantena è scattato comunque. Per il Salento, la tagliola imposta rischia di provocare, in prospettiva,più danni di quelli che sta già procurando la malattia. Ha provato ad opporsi l’Italia, ma è rimasta isolata davanti al fronte comune di Francia, Grecia e Spagna, a cui si sono aggiunti tutti gli altri Paesi membri. Ora, però, la Puglia potrebbe decidere di optare per la guerra legale.   Il metodo imposto dall’Unione Europea è graduale. Si utilizzerà la mannaia più drastica nel Brindisino e nel Tarantino, come nel caso del focolaio di Oria: ogni volta che sarà segnalato un albero attaccato dal patogeno, si farà il deserto intorno, con la “rimozione e la distruzione delle piante infette e di tutte quelle ospiti nel raggio di 100 metri, a prescindere dal loro stato di salute”. Tradotto: per ogni ulivo malato, se ne abbatteranno 300 sani, secolari compresi. Questa è la proporzione, stimata dall’Osservatorio fitosanitario regionale, le cui controdeduzioni sono rimaste lettera morta.   Sarà differente l’approccio nel Leccese. A sud del confine amministrativo della provincia, resta la “fascia di eradicazione” di 20 chilometri, dove “viene mantenuto il requisito di rimuovere sistematicamente tutte le piante infette e di testare quelle circostanti nell’arco di 100 metri”. Dunque, via non tutti, ma solo gli alberi malati. Nel resto della penisola salentina, dove l’eradicazione del batterio “non è più possibile”, si dovrà, invece, imparare a gestire la fitopatia ed è prevista “la possibilità per l’Italia di applicare misure di contenimento”.   La Puglia diventa un sorvegliato speciale. La strada è tutta in salita. E la decisione dell’Ue non fa altro che renderla ancora più ripida: è stata ribadita l’interdizione assoluta all’impianto di tutte le specie ospiti di Xylella fastidiosa. Significa che ogni ulivo perduto non potrà essere sostituito con una pianta giovane e neppure con le altre finite nella lista nera, come mandorlo, albicocco, susino, pesco, quercia. È un divieto “adottato per la prima volta in maniera così restrittiva, visto che – ha replicato l’Osservatorio fitosanitario barese nelle osservazioni inviate quattro giorni fa all’Ue – in situazioni analoghe di lotta ad organismi nocivi di quarantena, per esempio Erwinia a., è stato posto il divieto di messa a dimora di piante ospiti per un periodo limitato di dodici mesi; inoltre, per altri patogeni da quarantena...

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La crisi ambientale causa migrazioni di massa in tutto il mondo

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La crisi ambientale causa migrazioni di massa in tutto il mondo

 [di Lester Browne su Arianna editrice.it] Espansione dei deserti, abbassamento delle falde acquifere e tossine costringono le persone a lasciare le proprie case   Le persone non abbandonano le proprie case, le proprie famiglie e le loro comunità a meno che non abbiano altre alternative. Ma via via che gli stress ambientali crescono, possiamo aspettarci un crescente numero di profughi ambientali. L’innalzamento dei mari e l’incremento di tempeste devastanti colpiscono le coste, ma anche l’espansione dei deserti, l’abbassamento delle falde acquifere, nonché i rifiuti tossici e le radiazioni allontanano la gente dalle proprie case.   In questo momento la desertificazione è in avanzamento praticamente ovunque. Il deserto del Sahara, per esempio, si sta espandendo in ogni direzione. Avanzando verso nord, schiaccia le popolazioni di Marocco, Tunisia e Algeria contro la costa del Mediterraneo. La regione africana del Sahel – la vasta fascia di savana che separa il Sahara meridionale dalle foreste pluviali dell’Africa centrale – si sta ritirando, man mano che il deserto avanza verso sud. Man mano che il deserto invade la Nigeria, la nazione più popolosa dell’Africa, dal nord contadini e pastori vengono spinti verso sud, schiacciati in un area sempre più ridotta di terra produttiva.   Una conferenza ONU sulla desertificazione del 2006 tenutasi in Tunisia ha stimato che, entro il 2020, più di 60 milioni di persone potrebbero migrare dall’Africa sub-sahariana verso il nord Africa e l’Europa.   In Iran i villaggi abbandonati per via dell’avanzamento dei deserti o per la mancanza di acqua si contano a migliaia. In Brasile, qualcosa come 250.000 miglia quadrate di territorio sono colpite dalla desertificazione, la maggior parte concentrate nella parte nord-est del paese.   In Messico, molti dei migranti che ogni anno lasciano le comunità rurali nelle regioni aride e semi-aride del paese lo fanno a causa della desertificazione. Alcuni di questi profughi ambientali vanno a finire nelle città messicane, altri attraversano la frontiera nord per andare negli Stati Uniti.   Analisti statunitensi stimano che il Messico sia costretto ad abbandonare 400 miglia quadrate di terreno agricolo ogni anno a causa della desertificazione.   In Cina l’espansione dei deserti ha accelerato il passo in ogni decennio a partire dal 1950. Lo studioso di deserti Wang Tao riporta che nell’ultimo mezzo secolo circa, qualcosa come 24.000 villaggi nel nord e nell’ovest della Cina sono stati parzialmente o interamente abbandonati a causa dell’espansione dei deserti.   La Cina si sta dirigendo verso una “Dust Bowl” ( lett. “conca di sabbia”, si intende una serie di tempeste di sabbia che colpirono Canada e Stati Uniti centrali tra il 1931 e il 1939; ndt) che costrinse più di due milioni di “Okies” (nomignolo dato agli abitanti dell’Oklahoma, che passò ad indicare i “migranti” della Grande Depressione che si recavano in California; ndt) ad abbandonare le proprie terre negli Stati Uniti degli anni ’30 del secolo scorso. Ma la dust bowl che si sta formando in Cina è molto più grande, così come lo è sua popolazione. In Cina i migranti si potrebbero misurare nell’ordine delle decine di milioni. E, come ha osservato un rapporto dell’ambasciata americana intitolato “Furore nella Mongolia interna” (dal titolo del libro di J. Steinbeck, che narra appunto di una famiglia in viaggio verso la California durante la Depressione; ndt): “Sfortunatamente gli ‘Okies’ cinesi del ventunesimo secolo non hanno una California verso cui...

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[:en]Another take on gold mining[:]

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[:en]Another take on gold mining[:]

[:en][by Julie de los Reyes on entitleblog.org ] How gold has circulated matters for understanding the impetus for gold extraction.   A recent presentation in London on the gold market’s outlook served as a reminder on the importance of paying attention not only to the production of things, but also how they are circulated. For industry analysts, the linkages are quite clear: that any prognosis on the gold market, and any decision on whether to (re-)invest in gold and gold miners, must be grounded on a thorough appraisal of the commodity’s ‘fundamentals’. This meant not only looking at gold mine production, but also a vast array of factors that span currency movements, Indian weddings, and political tensions between Ukraine and Russia. Whether anyone can truly predict gold’s future prospects is another matter, but at the heart of these analyses was the issue of circulation which carries particular weight for gold, a commodity whose largest reserves are located above ground.   Understanding why gold mining remains such a lucrative business activity in the first instance entails looking at how these existing gold reserves—which hold greater sway on gold’s price and supply—have circulated, and how these have changed in the past 15 years. This means setting our sights on the political and social mediation of actors and institutions located in places far from where physical extraction takes place, and perhaps rethinking the extractive complex beyond the ‘hole in the ground’—that demarcated space that has been the subject of much contestation over its appropriation and use—towards other scalar configurations that prop up gold’s extraction.   Throughout history, gold has been prized for its lustre, its rarity, and for its function as a store of wealth. Its modern day valuation is not far removed from this. Gold and its value are largely sentiment driven: Central Bank desire to hold or sell gold, cultural affinity for gold jewellery, and its utility as an investment constitute its most significant sources of demand. It is thus moved by a broader and different set of factors than that which moves other commodities, that are primarily anchored on industrial use. In gold, only about 10 per cent on average can be attributed to technological demand.   The configuration of supply is equally unique: above-ground gold reserves kept in vaults, traded in coins or used as jewellery comprise the largest stocks, with annual mine production contributing to only about 2 per cent of what is already there. Gold is malleable and can be transformed from one form to another without tarnishing, and is durable.  It is estimated that nearly all the gold ever unearthed still exist up to this day. It therefore exemplifies an extreme case of recycling: what has been dug up can be continually reworked, re-used and re-circulated.   Gold’s recent history has been punctuated by movements in already existing supply, sequestered or released at certain periods, that it is often helpful to think of its demand and supply dynamics as the flip side of the same coin. Central banks, for example, can swing from being suppliers to buyers, as has been the case since 2009.  For gold mining, this configuration means that fluctuations on how gold is held can significantly dampen or bolster the gold price. Indeed, what has contributed to the making of a conducive environment for its extraction rested in part on the interplay of control and access,...

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Inquinamento. Rapporto shock dell’Oms

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Inquinamento. Rapporto shock dell’Oms

[di L.F. su quotidianosanità.it] 600mila morti l’anno in Europa, quasi 33mila solo in Italia. Morti che costano al nostro Paese ben 97 miliardi di dollari l’anno. Il 4,7% del Pil    Presentato oggi ad Haifa in occasione della conferenza internazionale sull’ambiente e la salute. L’Europa sta meglio di altre parti del mondo – in tutto l’Oms calcola in 7milioni i morti per inquinamento a livello globale – ma comunque nove cittadini su 10 vivono in ambienti inquinati. E la realtà è quella di una vera e propria ecatombe permanente che, anche nel vecchio continente, uccide centinaia di migliaia di persone e assorbe risorse enormi. IL RAPPORTO OMS/OCSE     Se nel mondo le stime parlano di 7 milioni di decessi prematuri, nel continente europeo l’inquinamento atmosferico causa 600mila morti premature all’anno. Numeri che hanno anche un forte impatto sulle risorse degli Stati europei, se è vero che ogni anno ‘l’aria sporca’ ci costa circa 1.600 miliardi di dollari. Questi alcuni numeri del nuovo studio dell’Oms Europa e Ocse, pubblicato e presentato oggi durante una tre giorni ad Haifa, in Israele, sul costo economico degli effetti sulla salute dell’inquinamento atmosferico in Europa. La prima valutazione in questo senso che calcola il peso economico di morti e malattie derivanti dall’inquinamento dell’aria nei 53 paesi della regione.   Il rapporto segnala in ogni caso un miglioramento delle performance europee. Per quanto riguarda l’Italia il numero di morti prematuri l’anno nel 2010 è risultato di 32.447 (nel 2005 erano 34.511). Calcolati in numeri di anni di vita persi, queste morti equivalgono a 47.481 anni di vita andati perduti per cause evitabili. E tutto ciò ha un costo enorme. Per i decessi causati dall’inquinamento atmosferico l’Italia spende  infatti 97miliardi di dollari l’anno. Il 4,7% del Pil, ed è una magra consolazione che cinque anni prima questa cifra raggiungeva addirittura il 5,7% del nostro prodotto interno lordo.     Il costo economico delle morti da solo rappresenta oltre 1.400 miliardi dollari. A questo va aggiunto un altro 10% che è da imputare al costo di malattie da inquinamento atmosferico (cardiovascolari, ictus, etc). Il tutto si traduce in un totale di circa 1.600 miliardi dollari. In non meno di 10 dei 53 paesi della regione, questo costo è pari o superiore al 20% del PIL nazionale (VEDI TABELLA).   Il valore economico dei decessi e delle malattie dovute all’inquinamento dell’aria,  corrisponde all’importo che gli stati sono disposti a pagare per evitare queste morti e le malattie attraverso interventi necessari. Oltre il 90% dei cittadini della regione sono esposti a livelli annui di materia esterna e polveri sottili che si trovano sopra le linee guida sulla qualità dell’aria stabilite dall’Oms. Questo ha comportato 482.000 morti premature nel 2012 dovute a malattie cardiache e respiratorie, alle condizioni dei vasi sanguigni e a ictus e cancro ai polmoni. Nello stesso anno, l’inquinamento dell’aria interna ha determinato altre 117.200 morti premature, cinque volte di più nei paesi a basso e medio reddito che nei paesi ad alto reddito.   “Frenare gli effetti sulla salute dell’inquinamento atmosferico paga dividendi. Le prove che abbiamo forniscono ai decisori di tutti i Governi un motivo valido per agire. Se diversi settori si incontrano su questo, non solo si salveranno più vite, ma si otterranno risultati che valgono somme strabilianti di denaro”, afferma il dottor Zsuzsanna Jakab, direttore...

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[:en]Corporate COP21 – it’s official[:]

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[:en]Corporate COP21 – it’s official[:]

[:en][from corporateeurope.org]The first corporate sponsors of this winter’s ‘historic’ UN climate talks (COP21) have been unofficially unveiled: luxury brand Luis Vuitton (LVMH) and Suez Environment, a key member of the French pro-fracking lobby. According to an article by ATTAC’s Maxime Combes(link is external), others were initially announced in the press (BMW, Vattenfall and New Holland Agriculture) but later denied by the COP21 organisers.   Only a question of time   Finding out whether COP21 would have corporate sponsors was always a question of when rather than if. In November 2014, the French Government announced that the Senate had cut the public budget(link is external), and therefore they would look to the private sector. But there were also many reassurances(link is external) to civil society groups that the French Presidency of the climate talks would not make the same mistake as two years previously in Warsaw, when some of the biggest polluters – including Big Oil, Gas and Coal – were all able to wrap themselves in the colours of the UN and claim to be in favour of tackling climate change. The full list was promised from French officials(link is external)at the end of March, but its still not there.   Blue is the new black this winter   So how climate friendly are the announced sponsors, or are they using the chance of UN sponsorship to blue-wash their dirty images?   Suez Environment is a French multinational and the world’s second largest environmental services provider, particularly focused on water. When the Argentinian capital of Buenos Aires took back control of its water services from Suez in 2006 with huge popular backing, the French giant launched – and recently won – a court case for €405 million in compensation (link is external)under the controversial investor-to-state ‘ISDS’ mechanism so common within international trade and investment treaties. A major focus now is on waste-water treatment, particularly from coal mining and fracking, giving it a direct financial interest in the continued extraction of dirty energy. Of note, GDF Suez – heavily involved in coal and fracking – owns more than a third of Suez environment. This may help explain Suez’s membership(link is external) of the new fracking lobby group, theCentre for Non-conventional Hydrocarbons(link is external).   LVMH (Moet Hennessey – Louis Vuitton) is not involved in dirty energy extraction, but rather makes its money from selling extremely expensive luxury items for the uber-rich, slightly at odds with the idea of living equitably on a constrained planet. What’s more, they are well known tax-dodgers, with more than 200 subsiduaries(link is external) located in tax havens, allowing them to avoid paying their fair share towards the energy transition we need to make if we’re going to tackle climate change. But if climate’s becoming chique, then Louis Vuitton and their elite clientèle can’t miss out on being seen in this season’s UN-tinged blue.   The other sponsors originally listed by Europe1(link is external) but later denied by the French Presidency include coal- and nuclear-plant operator Vattenfall (who’s currently suing the German government for phasing out nuclear, and already won a case against Berlin daring to increase efficiency standardsof its coal plants), gas-guzzling BMW (who roped in Angela Merkel to lobby against higher car emissions standards) and New Holland Agriculture (involved in ‘climate smart agriculture’, putting farming into the hands of multinationals and failed carbon markets(link is external)). Even if not the official COP21 sponsors, all three are confirmed...

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[:en]Gudynas: Thinking like Araucarias: development and conservation in other timescales[:]

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[:en]Gudynas: Thinking like Araucarias: development and conservation in other timescales[:]

[:en][by Eduardo Gudynas on entitleblog.org] The dramatic loss of forests in Southern Chile and Argentina challenges classical environmental policies. Their recovery requires environmental planning in the time scale of centuries and even beyond one thousand years. But the time scales considered under present-day development hardly deal with a few years of recovery. Consequently, an effective conservation requires placing objectives in the third millennia and thus, implies that we must start thinking and feeling like araucarias trees.   Fires of large tracts of forests in southern Chile and Argentina in March 2015 have caused a justified alarm. Namely, in Chile more than 6.000 hectares in the Reserva Natural China Muerta and Parque Nacional Conguillío were burnt, and in Argentina more than 1600 hectares in the Natural Park Los Alerces came into flames.   Affected ecosystems were those of the southern temperate-to-cold forests in the Andean slopes. Noteworthily, the species present in that region are the coniferous Araucaria (Chilean pines, or Pehuén for Native indigenous Mapuche;Araucaria araucana) and the cypress Alerce (Patagonian cypress, or Lahuán for Mapuche; Fitzroya cupressoides).   Most debates around the fires in those remote locations in the southern tip of South America, deal with the weakness of the State at fighting the flames or at developing good prevention programs. For instance, in some of the aforementioned cases, the fire devoured the forest because of the incapacity to stop it. Under this painful loss of the southern natural heritage, the issue of contrasting human and forest timescales is not at all easy to deal with. This is, however, a critical issue because the Araucarias and Alerces that were burnt in those fires may be centuries old; some even more that 1.000 years old.   Sergio Donoso, a Chilean forestry academic, points out that many of these trees were there before the creation of the Chilean State and even precede the arrival of the Spanish colonisers. As he comments, we face a “dimension of time beyond our comprehension. The forests that are disappearing have stories in scales much more extended than we can deal with”. The areas now in ashes used to be the habitat of other remarkable trees, such as the southern oaks Lengas (Nothofagus pumilio) and Coigües (Nothofagus dombeyi) that may be around 400 years old. Araucarias, in turn, can reach a thousand years old, while Alerces even 3000 years old.   The loss of these forests requires environmental restoration tasks along centuries and even millenniums. Actions and programs, both at the level of the government and in society, should point to year 3015. This may sound senseless to many, as today the rhythms of our lives pay attention to hours, minutes and even seconds. Personal and family activities are planned on scales of weeks to months. Governments rarely plan, and when they do, those plans hardly go beyond the next 4 or 5 years. There is no institutional thinking in future policies for the coming decades. For most politicians and academics, the design of development plans for the next century would be an absurdity. Our policies and myths on development do not think like Araucaria or Alerce trees.   From the time perspective of those trees, our presence just happened like a flash. However, we can finish them all in a couple of days; our capacity for environmental destruction is almost instantaneous. Therefore, we are not only...

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[:en]Incorporating Induced Seismicity in the 2014 United States National Seismic Hazard Model—Results of 2014 Workshop and Sensitivity Studies[:]

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[:en]Incorporating Induced Seismicity in the 2014 United States National Seismic Hazard Model—Results of 2014 Workshop and Sensitivity Studies[:]

[:en][By Mark D. Petersen, Charles S. Mueller, Morgan P. Moschetti, Susan M. Hoover, Justin L. Rubinstein, Andrea L. Llenos, Andrew J. Michael, William L. Ellsworth, Arthur F. McGarr, Austin A. Holland, and John G. Anderson]   Abstract The U.S. Geological Survey National Seismic Hazard Model for the conterminous United States was updated in 2014 to account for new methods, input models, and data necessary for assessing the seismic ground shaking hazard from natural (tectonic) earthquakes. The U.S. Geological Survey National Seismic Hazard Model project uses probabilistic seismic hazard analysis to quantify the rate of exceedance for earthquake ground shaking (ground motion). For the 2014 National Seismic Hazard Model assessment, the seismic hazard from potentially induced earthquakes was intentionally not considered because we had not determined how to properly treat these earthquakes for the seismic hazard analysis. The phrases “potentially induced” and “induced” are used interchangeably in this report, however it is acknowledged that this classification is based on circumstantial evidence and scientific judgment. For the 2014 National Seismic Hazard Model update, the potentially induced earthquakes were removed from the NSHM’s earthquake catalog, and the documentation states that we would consider alternative models for including induced seismicity in a future version of the National Seismic Hazard Model. As part of the process of incorporating induced seismicity into the seismic hazard model, we evaluate the sensitivity of the seismic hazard from induced seismicity to five parts of the hazard model: (1) the earthquake catalog, (2) earthquake rates, (3) earthquake locations, (4) earthquake Mmax (maximum magnitude), and (5) earthquake ground motions. We describe alternative input models for each of the five parts that represent differences in scientific opinions on induced seismicity characteristics. In this report, however, we do not weight these input models to come up with a preferred final model. Instead, we present a sensitivity study showing uniform seismic hazard maps obtained by applying the alternative input models for induced seismicity. The final model will be released after further consideration of the reliability and scientific acceptability of each alternative input model. Forecasting the seismic hazard from induced earthquakes is fundamentally different from forecasting the seismic hazard for natural, tectonic earthquakes. This is because the spatio-temporal patterns of induced earthquakes are reliant on economic forces and public policy decisions regarding extraction and injection of fluids. As such, the rates of induced earthquakes are inherently variable and nonstationary. Therefore, we only make maps based on an annual rate of exceedance rather than the 50-year rates calculated for previous U.S. Geological Survey hazard maps.   Read the report – called Incorporating Induced Seismicity in the 2014 United States National Seismic Hazard Model—Results of 2014 Workshop and Sensitivity Studies.  ...

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