Dal 10 al 21 novembre 2025 saremo a Belém, in Brasile, per partecipare come osservatori alla 30° Conferenza delle Nazioni Unite sul Clima. Racconteremo quanto avviene dentro e fuori le negoziazioni, porteremo e raccoglieremo le voci dei territori in lotta contro l’estrattivismo, contro il greenwashing e per una transizione ecologica realmente giusta.
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A Belém si discuteranno e valuteranno gli NDCs, i nuovi impegni climatici nazionali che stabiliscono gli obiettivi di riduzione delle emissioni di ogni paese. Accanto alla mitigazione, l’adattamento sarà uno dei temi centrali attraverso il Global Goal on Adaptation (GGA) e i nuovi Piani nazionali di adattamento. Un altro capitolo chiave sarà quello della finanza per il clima. Tra i punti principali il nuovo obiettivo di finanziamento (NCQG), che punta ad aumentare il sostegno ai Paesi in via di sviluppo da 100 a 300 miliardi di dollari l’anno, e la Roadmap Baku-Belém, che traccia un percorso per mobilitare almeno 1.300 miliardi di dollari l’anno entro il 2035.
Temi cruciali, che si scontrano con uno scenario geopolitico ostile, segnato dal negazionismo climatico, dai venti di guerra, dalla corsa al riarmo e dalla violenza istituzionale. Non è un caso che in gioco a Belém ci sia più che mai la credibilità della diplomazia climatica e la sua capacità di tradurre le intenzioni in impegni concreti.
La Cupula dos povos
La Cúpula dos Povos è il grande incontro dei movimenti sociali e delle comunità che vivono in prima linea la crisi climatica. Nata nel 1992 come risposta critica alle negoziazioni ufficiali, propone un’alternativa fondata su giustizia climatica, sociale e ambientale, solidarietà e saperi ancestrali.
Dal 12 al 16 novembre 2025, in concomitanza con la COP30 di Belém, riunirà popoli indigeni, comunità quilombola e tradizionali, giovani e lavorator? in marce, dibattiti e azioni culturali.
La Cúpula mette al centro vite, diritti e territori, non statistiche: unisce chi costruisce ogni giorno soluzioni reali, dall’agroecologia alla difesa dei beni comuni, per spingere i governi ad adottare politiche di vera giustizia climatica.
Dichiarazione della Cupula Dos Povos
Perché A Sud e CDCA alla COP?
Nelle Cop si riuniscono i governi dei 197 Paesi che hanno ratificato la Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (UNFCCC), firmata a Rio de Janeiro nel 1992. Ma la COP30 non è solo un vertice diplomatico: è il terreno di confronto (e di scontro) tra attori diversi e diverse visioni del mondo. Da una parte il business as usual che trasforma la crisi climatica in profitto, dall’altra movimenti e territori che lottano per giustizia climatica, autodeterminazione e diritti della Natura.
La COP30 si terrà nel cuore dell’Amazzonia, a Belém do Pará, in Brasile. Non è un dettaglio geografico ma una scelta politica: è nel Sud globale che l’ingiustizia climatica colpisce più duramente mentre il Nord globale continua a negoziare emissioni e interessi fossili.
Qui non si decide solo il futuro del clima: si decide chi avrà diritto a un futuro.
Per raccontare cosa c’è in gioco, e come finisce la partita.
Andiamo alla COP per osservare da vicino i negoziati, capire quali equilibri politici e di potere si stanno ridefinendo, e portare la prospettiva dei territori e dei movimenti che chiedono giustizia climatica.
La partecipazione di A Sud e CDCA serve a connettere le lotte locali con quelle globali, rafforzare alleanze internazionali e raccontare – con sguardo indipendente e critico – come la diplomazia climatica sta affrontando, o eludendo, le proprie responsabilità.
Perché solo intrecciando voci e resistenze dal basso possiamo costruire un futuro giusto per tutt?.
Per costruire e rafforzare alleanze internazionali
Svolgere la COP in Brasile è un segnale che conta: significa rimettere al centro chi la crisi climatica la subisce davvero. Andiamo a Belém per stare con i movimenti globali per la giustizia climatica. In America Latina oggi si gioca una partita enorme: conflitti ambientali, estrattivismo, repressione, lotte indigene e popolari che resistono da decenni. Con tante realtà — dalla Colombia alla Bolivia, fino all’Amazzonia — abbiamo già lavorato, fatto campagne, costruito ponti. Lì ritroviamo compagn? con cui condividiamo visioni e pratiche.
Per portare una visione radicale dentro la COP
Sì, probabilmente sarà l’ennesimo flop diplomatico. Ma proprio per questo dobbiamo esserci, per non lasciare quei tavoli alle lobby fossili e ai governi che parlano di transizione mentre trivellano.
Da dentro vedi meglio le dinamiche, le crepe, le possibilità di alleanze e di conflitto.
Andiamo per portare la prospettiva della giustizia climatica e delle lotte dal basso, che legano crisi climatica, razzismo, patriarcato e disuguaglianze. La COP non è un punto d’arrivo: è un passaggio. Il resto si fa fuori, insieme, ogni giorno.
Diario dalla COP30
- Giorno 12 – 24 novembre 2025
Belém svela il fallimento della diplomazia climatica, ma apre spiragli: una roadmap anti-fossile e nuove alleanze per la giustizia.
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- Giorno 11 – 21 novembre 2025
Penultimo giorno a Belém: incendio in COP30, stalli politici e pressioni crescenti sul BAM e sull’uscita dai fossili.
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- Giorno 10 – 20 novembre 2025A Belém 85 Paesi spingono per uscire dai fossili, mentre Italia e Polonia frenano. La COP30 è al bivio, il tempo è adesso.
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- Giorno 9 – 19 novembre 2025
Belém rilancia la lotta globale ai fossili: la Colombia guida un fronte che vuole uscire davvero dal modello che brucia il pianeta.
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- Giorno 8 – 18 novembre 2025
Alla COP30 la transizione dai combustibili fossili sembra lontana, mentre i fondi dell’adattamento sono sotto il minimo.
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- Giorno 7 – 17 novembre 2025
Belem in rivolta: popoli indigeni e movimenti sociali spingono per una COP30 che dica finalmente basta ai fossili.
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- Giorno 6 – 15 novembre 2025
Anche quest’anno i dati sulla presenza dei lobbisti Gas&Oil alla conferenza di Belém sono alti: su ogni 25 persone accreditate al vertice, uno è un lobbista dei combustibili fossili, in totale sono oltre 1600.
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- Giorno 5 – 14 novembre 2025
Il TFFF entra nella Cupula tra promesse e contraddizioni: fondi incerti, debiti in aumento e movimenti che denunciano l’ennesima falsa soluzione verde.
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- Giorno 4 – 13 novembre 2025
A Belém la protesta indigena irrompe nella COP30 e svela le contraddizioni del Brasile fossile. Intanto la Cupula esplode di mobilitazioni globali.
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- Giorno 3 – 12 novembre 2025
Adattamento al centro della COP30, ma i fondi restano insufficienti. A Belém arrivano movimenti e comunità indigene: la vera pressione viene dai territori.
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- Giorno 2 – 11 novembre 2025
Lula parla di disuguaglianze alla Cop30, ma il Brasile continua a spingere sul fossile. A Belém torna al centro il nodo tra clima e ingiustizia.
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- Giorno 1 – 10 novembre 2025
Dalla Cop30 alla Cúpula dos Povos: a Belém si apre la sfida per la giustizia climatica tra responsabilità globali, diritti dei popoli e resistenza dei territori.
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Articoli di approfondimento alla COP30
- Cosa resta della Cop30, la battaglia per il clima e i diritti è ancora lunga – 24 novembre 2025
Marica Di Pierri e Laura Greco su Domani – COP30 fallisce su fossili e foreste, ma il Bam e il blocco dei 82 paesi per l’uscita dal fossile aprono spiragli di lotta e nuove alleanze.
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- Sulla fine dei lavori della COP30 – 24 novembre 2025
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Cosa è successo alla 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici? Quali sono le grandi vittorie? Quali le sconfitte?
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- La tabella della discordia – cos’è successo alla COP30 – 23 novembre 2025
Laura Greco su Radio24 – COP30 a Belém annuncia impegni su energia, foreste e adattamento, ma senza una vera uscita dal fossile restano promesse vuote da incalzare con lotte dal basso.
Ascolta su Il Sole 24 ore
- “A resposta somos nós”. Ma alla COP30 le richieste dei popoli indigeni non fanno breccia – 23 novembre 2025
Laura Greco su EconomiaCircolare.com – Alla COP30 le voci indigene restano ai margini mentre la foresta corre verso il punto di non ritorno. Senza giustizia, non c’è futuro.
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- La “Dichiarazione di Belém” e il multilateralismo del phase out dai fossili spinto dal basso – 21 novembre 2025
Laura Greco su Altreconomia – Da Belém arriva una spinta dal basso per uscire dai fossili: governi e movimenti uniscono le voci per un phase out reale, giusto, globale.
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- Cop30: senza il Gender action plan ogni azione climatica è limitata – 21 novembre 2025
Marica Di Pierri e Laura Greco su Valori – Nonostante le ambiziose premesse il Gender action plan ha trovato diversi ostacoli sui tavoli negoziali della Cop30
- Cop30: senza il Gender action plan ogni azione climatica è limitata – 21 novembre 2025

- Alla Cop30 arrivano le storie di migrazioni climatiche – 21 novembre 2025
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30, in vista delle negoziazioni finali, si parla del fenomeno crescente degli sfollamenti forzati dal cambiamento climatico.
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- Belém, la foresta degli indigeni si ribella a Lula – 20 novembre 2025
Laura Greco su Il Manifesto – Le nazionalità dell’Amazzonia denunciano l’inagibilità politica alla Cop e chiedono una mobilitazione internazionale guidata direttamente dai popoli indigeni per proteggere i loro territori e affrontare la crisi climatica alla radice
- Alla Cop 30 i movimenti si riprendono la scena – 20 novembre 2025
Marica Di Pierri su Il Manifesto – Era dalla Cop 26 di Glasgow che non si vedeva così tanta società civile. Accanto al vertice ufficiale, in più di 50 mila hanno animato la «Cupula dos povos» per una svolta vera sul clima e i diritti
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- COP30, BELÉM | Italiani in mobilitazione – 20 novembre 2025]
Il Climate Pride in azione alla COP30: l? attivist? chiedono all’Italia una roadmap chiara e ambiziosa per uscire dai fossili.
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- A Belém torna il protagonismo sociale – 19 novembre 2025
Marica Di Pierri su Collettiva – Alla Cop30 movimenti, organizzazioni, popoli e sindacati riacquistano centralità: proposte e campagne dal basso sono arrivate nelle stanze dei negoziati.
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- Come procede la COP30 in Brasile? Intervista a Laura Greco da Bélem – 19 novembre 2025
Laura Greco su Scienza e Pace Magazine – COP30 tra repressione, lobby fossili e resistenze indigene: la giustizia climatica la costruiscono i territori, non i negoziati.
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- Lifegate dalla COP30 – 18 novembre 2025
Marica Di Pierri su Lifegate – Dalla COP30 il racconto dell’inedita comunicazione tra dentro e fuori la COP, tra le richieste indigene e l’ambiguo governo di Lula.
Ascolta su Lifegate
- Il Fondo per le foreste e la falsa soluzione del biocapitalismo si ripropone alla Cop30 di Belém – 18 novembre 2025
Laura Greco su Altreconomia – Il Tropical forests forever facility lanciato da Lula è l’ennesimo dispositivo finanziario che viene presentato come innovazione.
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- Attivismo e giustizia climatica: se il diritto alla protesta diventa un reato – 17 novembre 2025
Marica Di Pierri su Valori.it – Alla Cop30 emerge un allarme globale: in molti Paesi il diritto alla protesta viene represso e l’attivismo ambientale è sempre più criminalizzato
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- Alla Cop30 di Belèm il fondo per l’adattamento resta senza fondi – 17 novembre 2025]
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30 fallisce, per il terzo anno di fila, l’obiettivo di raccolta minima per finanziare l’adattamento dei Paesi del Sud globale.
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- Massiccia partecipazione popolare a Belém – 16 novebre 2025
Marica Di Pierri su L’aria Che Respiri – Alla Cúpula dos Povos tantissime voci per reclamare la fine dei combustibili fossili e una giustizia climatica guidata dai popoli, non dalle multinazionali.
Ascolta su Radio Rai1
- In diretta da Bele?m – Aggiornamenti sulla prima settimana di COP30 – 15 novembre 2025
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – In diretta da Belém, per raccontare in diretta i lavori della 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici. ?Foto di Oliver Ninja e Midia Ninja
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- Cop30: chi difende i combustibili fossili dentro i negoziati sul clima – 14 novembre 2025
Marica Di Pierri per Altreconomia – Alla Cop30 un lobbista fossile ogni 25 delegat?: il vertice che dovrebbe chiudere l’era fossile continua a farsela scrivere da chi la profitta.
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- Giustizia climatica, questa dimenticata – 13 novembre 2025
Marica Di Pierri su Il Manifesto – Il legame tra clima e disuguaglianze è ormai assodato. Ma dopo 30 anni di conferenze, i ricchi continuano a fare grandi affari con i fossili.
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- L’adattamento secondo la COP30: “Adattarsi è sopravvivere” – 13 novembre 2025
Marica Di Pierri per EconomiaCircolare.com – COP30 punta a rendere operativo il Global Goal on Adaptation, tra governance multilivello, indicatori, fondi insufficienti e necessità di giustizia climatica.
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- La Cop30 in Brasile e le politiche industriali green – 11 novembre 2025
Marica Di Pierri per Tutta La Città Ne Parla, Radio3 – È iniziata la Cop30 a Belém, 10 giorni in cui si discuterà su come trovare una via d’uscita alla deriva del cambiamento climatico nonostante le difficoltà politiche che ci circondano.
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- Road to Belém – 7 novembre 2025
Marica Di Pierri per Valori.it – Verso la Cop30 di Belém, cosa aspettarci dal più importante appuntamento per salvare il clima della Terra? Diretta con Marica Di Pierri, Luca Lombroso, Giovanni Mori e Lorenzo Tecleme.
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- Da Parigi a Belém, i conti che non tornano – 6 novembre 2025
Marica Di Pierri per Il Manifesto – Tra tensioni e fragili compromessi, i preparativi alla vigilia della Conferenza Onu. A che punto sono gli impegni nazionali di riduzione e i piani di adattamento dei singoli Paesi.
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- A Sud a Belém alla Cop30 – 6 novembre 2025
A Sud seguirà negoziati e mobilitazioni dalla COP30 di Belém, amplificando le voci dei movimenti per giustizia climatica e sociale.
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- A Sud aderisce alla Global Call to Action della Cúpula dos Povos – 5 settembre 2025
Il 15 novembre scendiamo in piazza: basta disuguaglianze e razzismo ambientale, vogliamo giustizia climatica e un mondo dove la vita sia al centro.
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- Vertice dei Popoli Verso la COP30: Manifesto Politico – 13 giugno 2025
A Sud aderisce al Manifesto dei Popoli verso la COP30: un appello globale per giustizia climatica, anticapitalismo e democrazia dal basso.
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Racconteremo le negoziazioni
Per spiegare cosa accade davvero alla COP30, come si muovono i governi e quali interessi guidano le scelte sulla crisi climatica. Vi offriremo una copertura quotidiana per raccontarvi con le nostre parole e con uno sguardo critico, indipendente e radicale, vicino ai movimenti il dentro e fuori la Cop
Sveleremo le contraddizioni
Tra le promesse ufficiali e la realtà, mostrando lo scontro continuo tra lobby fossili e popoli che difendono la vita e i territori. Denunceremo le responsabilità smascherando la falsa transizione energetica e chi continua a inquinare mentre parla di sostenibilità con greenwashing e false soluzioni
Daremo voce alle comunità
Portando le loro storie, le lotte quotidiane e le alternative concrete alla devastazione ambientale, contro colonialismo ed estrazione. Ci collegheremo con l’Italia per connettere istanze e battaglie
INFO E CONTATTI
Per contatti e interviste con la delegazione:
maricadipierri@asud.net
+ 55 21 967071220
Laura Greco
lauragreco@asud.net
+55 21 997673184
La crisi ambientale causa migrazioni di massa in tutto il mondo
[di Lester Browne su Arianna editrice.it] Espansione dei deserti, abbassamento delle falde acquifere e tossine costringono le persone a lasciare le proprie case Le persone non abbandonano le proprie case, le proprie famiglie e le loro comunità a meno che non abbiano altre alternative. Ma via via che gli stress ambientali crescono, possiamo aspettarci un crescente numero di profughi ambientali. L’innalzamento dei mari e l’incremento di tempeste devastanti colpiscono le coste, ma anche l’espansione dei deserti, l’abbassamento delle falde acquifere, nonché i rifiuti tossici e le radiazioni allontanano la gente dalle proprie case. In questo momento la desertificazione è in avanzamento praticamente ovunque. Il deserto del Sahara, per esempio, si sta espandendo in ogni direzione. Avanzando verso nord, schiaccia le popolazioni di Marocco, Tunisia e Algeria contro la costa del Mediterraneo. La regione africana del Sahel – la vasta fascia di savana che separa il Sahara meridionale dalle foreste pluviali dell’Africa centrale – si sta ritirando, man mano che il deserto avanza verso sud. Man mano che il deserto invade la Nigeria, la nazione più popolosa dell’Africa, dal nord contadini e pastori vengono spinti verso sud, schiacciati in un area sempre più ridotta di terra produttiva. Una conferenza ONU sulla desertificazione del 2006 tenutasi in Tunisia ha stimato che, entro il 2020, più di 60 milioni di persone potrebbero migrare dall’Africa sub-sahariana verso il nord Africa e l’Europa. In Iran i villaggi abbandonati per via dell’avanzamento dei deserti o per la mancanza di acqua si contano a migliaia. In Brasile, qualcosa come 250.000 miglia quadrate di territorio sono colpite dalla desertificazione, la maggior parte concentrate nella parte nord-est del paese. In Messico, molti dei migranti che ogni anno lasciano le comunità rurali nelle regioni aride e semi-aride del paese lo fanno a causa della desertificazione. Alcuni di questi profughi ambientali vanno a finire nelle città messicane, altri attraversano la frontiera nord per andare negli Stati Uniti. Analisti statunitensi stimano che il Messico sia costretto ad abbandonare 400 miglia quadrate di terreno agricolo ogni anno a causa della desertificazione. In Cina l’espansione dei deserti ha accelerato il passo in ogni decennio a partire dal 1950. Lo studioso di deserti Wang Tao riporta che nell’ultimo mezzo secolo circa, qualcosa come 24.000 villaggi nel nord e nell’ovest della Cina sono stati parzialmente o interamente abbandonati a causa dell’espansione dei deserti. La Cina si sta dirigendo verso una “Dust Bowl” ( lett. “conca di sabbia”, si intende una serie di tempeste di sabbia che colpirono Canada e Stati Uniti centrali tra il 1931 e il 1939; ndt) che costrinse più di due milioni di “Okies” (nomignolo dato agli abitanti dell’Oklahoma, che passò ad indicare i “migranti” della Grande Depressione che si recavano in California; ndt) ad abbandonare le proprie terre negli Stati Uniti degli anni ’30 del secolo scorso. Ma la dust bowl che si sta formando in Cina è molto più grande, così come lo è sua popolazione. In Cina i migranti si potrebbero misurare nell’ordine delle decine di milioni. E, come ha osservato un rapporto dell’ambasciata americana intitolato “Furore nella Mongolia interna” (dal titolo del libro di J. Steinbeck, che narra appunto di una famiglia in viaggio verso la California durante la Depressione; ndt): “Sfortunatamente gli ‘Okies’ cinesi del ventunesimo secolo non hanno una California verso cui...
read more[:en]Another take on gold mining[:]
[:en][by Julie de los Reyes on entitleblog.org ] How gold has circulated matters for understanding the impetus for gold extraction. A recent presentation in London on the gold market’s outlook served as a reminder on the importance of paying attention not only to the production of things, but also how they are circulated. For industry analysts, the linkages are quite clear: that any prognosis on the gold market, and any decision on whether to (re-)invest in gold and gold miners, must be grounded on a thorough appraisal of the commodity’s ‘fundamentals’. This meant not only looking at gold mine production, but also a vast array of factors that span currency movements, Indian weddings, and political tensions between Ukraine and Russia. Whether anyone can truly predict gold’s future prospects is another matter, but at the heart of these analyses was the issue of circulation which carries particular weight for gold, a commodity whose largest reserves are located above ground. Understanding why gold mining remains such a lucrative business activity in the first instance entails looking at how these existing gold reserves—which hold greater sway on gold’s price and supply—have circulated, and how these have changed in the past 15 years. This means setting our sights on the political and social mediation of actors and institutions located in places far from where physical extraction takes place, and perhaps rethinking the extractive complex beyond the ‘hole in the ground’—that demarcated space that has been the subject of much contestation over its appropriation and use—towards other scalar configurations that prop up gold’s extraction. Throughout history, gold has been prized for its lustre, its rarity, and for its function as a store of wealth. Its modern day valuation is not far removed from this. Gold and its value are largely sentiment driven: Central Bank desire to hold or sell gold, cultural affinity for gold jewellery, and its utility as an investment constitute its most significant sources of demand. It is thus moved by a broader and different set of factors than that which moves other commodities, that are primarily anchored on industrial use. In gold, only about 10 per cent on average can be attributed to technological demand. The configuration of supply is equally unique: above-ground gold reserves kept in vaults, traded in coins or used as jewellery comprise the largest stocks, with annual mine production contributing to only about 2 per cent of what is already there. Gold is malleable and can be transformed from one form to another without tarnishing, and is durable. It is estimated that nearly all the gold ever unearthed still exist up to this day. It therefore exemplifies an extreme case of recycling: what has been dug up can be continually reworked, re-used and re-circulated. Gold’s recent history has been punctuated by movements in already existing supply, sequestered or released at certain periods, that it is often helpful to think of its demand and supply dynamics as the flip side of the same coin. Central banks, for example, can swing from being suppliers to buyers, as has been the case since 2009. For gold mining, this configuration means that fluctuations on how gold is held can significantly dampen or bolster the gold price. Indeed, what has contributed to the making of a conducive environment for its extraction rested in part on the interplay of control and access,...
read moreInquinamento. Rapporto shock dell’Oms
[di L.F. su quotidianosanità.it] 600mila morti l’anno in Europa, quasi 33mila solo in Italia. Morti che costano al nostro Paese ben 97 miliardi di dollari l’anno. Il 4,7% del Pil Presentato oggi ad Haifa in occasione della conferenza internazionale sull’ambiente e la salute. L’Europa sta meglio di altre parti del mondo – in tutto l’Oms calcola in 7milioni i morti per inquinamento a livello globale – ma comunque nove cittadini su 10 vivono in ambienti inquinati. E la realtà è quella di una vera e propria ecatombe permanente che, anche nel vecchio continente, uccide centinaia di migliaia di persone e assorbe risorse enormi. IL RAPPORTO OMS/OCSE Se nel mondo le stime parlano di 7 milioni di decessi prematuri, nel continente europeo l’inquinamento atmosferico causa 600mila morti premature all’anno. Numeri che hanno anche un forte impatto sulle risorse degli Stati europei, se è vero che ogni anno ‘l’aria sporca’ ci costa circa 1.600 miliardi di dollari. Questi alcuni numeri del nuovo studio dell’Oms Europa e Ocse, pubblicato e presentato oggi durante una tre giorni ad Haifa, in Israele, sul costo economico degli effetti sulla salute dell’inquinamento atmosferico in Europa. La prima valutazione in questo senso che calcola il peso economico di morti e malattie derivanti dall’inquinamento dell’aria nei 53 paesi della regione. Il rapporto segnala in ogni caso un miglioramento delle performance europee. Per quanto riguarda l’Italia il numero di morti prematuri l’anno nel 2010 è risultato di 32.447 (nel 2005 erano 34.511). Calcolati in numeri di anni di vita persi, queste morti equivalgono a 47.481 anni di vita andati perduti per cause evitabili. E tutto ciò ha un costo enorme. Per i decessi causati dall’inquinamento atmosferico l’Italia spende infatti 97miliardi di dollari l’anno. Il 4,7% del Pil, ed è una magra consolazione che cinque anni prima questa cifra raggiungeva addirittura il 5,7% del nostro prodotto interno lordo. Il costo economico delle morti da solo rappresenta oltre 1.400 miliardi dollari. A questo va aggiunto un altro 10% che è da imputare al costo di malattie da inquinamento atmosferico (cardiovascolari, ictus, etc). Il tutto si traduce in un totale di circa 1.600 miliardi dollari. In non meno di 10 dei 53 paesi della regione, questo costo è pari o superiore al 20% del PIL nazionale (VEDI TABELLA). Il valore economico dei decessi e delle malattie dovute all’inquinamento dell’aria, corrisponde all’importo che gli stati sono disposti a pagare per evitare queste morti e le malattie attraverso interventi necessari. Oltre il 90% dei cittadini della regione sono esposti a livelli annui di materia esterna e polveri sottili che si trovano sopra le linee guida sulla qualità dell’aria stabilite dall’Oms. Questo ha comportato 482.000 morti premature nel 2012 dovute a malattie cardiache e respiratorie, alle condizioni dei vasi sanguigni e a ictus e cancro ai polmoni. Nello stesso anno, l’inquinamento dell’aria interna ha determinato altre 117.200 morti premature, cinque volte di più nei paesi a basso e medio reddito che nei paesi ad alto reddito. “Frenare gli effetti sulla salute dell’inquinamento atmosferico paga dividendi. Le prove che abbiamo forniscono ai decisori di tutti i Governi un motivo valido per agire. Se diversi settori si incontrano su questo, non solo si salveranno più vite, ma si otterranno risultati che valgono somme strabilianti di denaro”, afferma il dottor Zsuzsanna Jakab, direttore...
read more[:en]Corporate COP21 – it’s official[:]
[:en][from corporateeurope.org]The first corporate sponsors of this winter’s ‘historic’ UN climate talks (COP21) have been unofficially unveiled: luxury brand Luis Vuitton (LVMH) and Suez Environment, a key member of the French pro-fracking lobby. According to an article by ATTAC’s Maxime Combes(link is external), others were initially announced in the press (BMW, Vattenfall and New Holland Agriculture) but later denied by the COP21 organisers. Only a question of time Finding out whether COP21 would have corporate sponsors was always a question of when rather than if. In November 2014, the French Government announced that the Senate had cut the public budget(link is external), and therefore they would look to the private sector. But there were also many reassurances(link is external) to civil society groups that the French Presidency of the climate talks would not make the same mistake as two years previously in Warsaw, when some of the biggest polluters – including Big Oil, Gas and Coal – were all able to wrap themselves in the colours of the UN and claim to be in favour of tackling climate change. The full list was promised from French officials(link is external)at the end of March, but its still not there. Blue is the new black this winter So how climate friendly are the announced sponsors, or are they using the chance of UN sponsorship to blue-wash their dirty images? Suez Environment is a French multinational and the world’s second largest environmental services provider, particularly focused on water. When the Argentinian capital of Buenos Aires took back control of its water services from Suez in 2006 with huge popular backing, the French giant launched – and recently won – a court case for €405 million in compensation (link is external)under the controversial investor-to-state ‘ISDS’ mechanism so common within international trade and investment treaties. A major focus now is on waste-water treatment, particularly from coal mining and fracking, giving it a direct financial interest in the continued extraction of dirty energy. Of note, GDF Suez – heavily involved in coal and fracking – owns more than a third of Suez environment. This may help explain Suez’s membership(link is external) of the new fracking lobby group, theCentre for Non-conventional Hydrocarbons(link is external). LVMH (Moet Hennessey – Louis Vuitton) is not involved in dirty energy extraction, but rather makes its money from selling extremely expensive luxury items for the uber-rich, slightly at odds with the idea of living equitably on a constrained planet. What’s more, they are well known tax-dodgers, with more than 200 subsiduaries(link is external) located in tax havens, allowing them to avoid paying their fair share towards the energy transition we need to make if we’re going to tackle climate change. But if climate’s becoming chique, then Louis Vuitton and their elite clientèle can’t miss out on being seen in this season’s UN-tinged blue. The other sponsors originally listed by Europe1(link is external) but later denied by the French Presidency include coal- and nuclear-plant operator Vattenfall (who’s currently suing the German government for phasing out nuclear, and already won a case against Berlin daring to increase efficiency standardsof its coal plants), gas-guzzling BMW (who roped in Angela Merkel to lobby against higher car emissions standards) and New Holland Agriculture (involved in ‘climate smart agriculture’, putting farming into the hands of multinationals and failed carbon markets(link is external)). Even if not the official COP21 sponsors, all three are confirmed...
read more[:en]Gudynas: Thinking like Araucarias: development and conservation in other timescales[:]
[:en][by Eduardo Gudynas on entitleblog.org] The dramatic loss of forests in Southern Chile and Argentina challenges classical environmental policies. Their recovery requires environmental planning in the time scale of centuries and even beyond one thousand years. But the time scales considered under present-day development hardly deal with a few years of recovery. Consequently, an effective conservation requires placing objectives in the third millennia and thus, implies that we must start thinking and feeling like araucarias trees. Fires of large tracts of forests in southern Chile and Argentina in March 2015 have caused a justified alarm. Namely, in Chile more than 6.000 hectares in the Reserva Natural China Muerta and Parque Nacional Conguillío were burnt, and in Argentina more than 1600 hectares in the Natural Park Los Alerces came into flames. Affected ecosystems were those of the southern temperate-to-cold forests in the Andean slopes. Noteworthily, the species present in that region are the coniferous Araucaria (Chilean pines, or Pehuén for Native indigenous Mapuche;Araucaria araucana) and the cypress Alerce (Patagonian cypress, or Lahuán for Mapuche; Fitzroya cupressoides). Most debates around the fires in those remote locations in the southern tip of South America, deal with the weakness of the State at fighting the flames or at developing good prevention programs. For instance, in some of the aforementioned cases, the fire devoured the forest because of the incapacity to stop it. Under this painful loss of the southern natural heritage, the issue of contrasting human and forest timescales is not at all easy to deal with. This is, however, a critical issue because the Araucarias and Alerces that were burnt in those fires may be centuries old; some even more that 1.000 years old. Sergio Donoso, a Chilean forestry academic, points out that many of these trees were there before the creation of the Chilean State and even precede the arrival of the Spanish colonisers. As he comments, we face a “dimension of time beyond our comprehension. The forests that are disappearing have stories in scales much more extended than we can deal with”. The areas now in ashes used to be the habitat of other remarkable trees, such as the southern oaks Lengas (Nothofagus pumilio) and Coigües (Nothofagus dombeyi) that may be around 400 years old. Araucarias, in turn, can reach a thousand years old, while Alerces even 3000 years old. The loss of these forests requires environmental restoration tasks along centuries and even millenniums. Actions and programs, both at the level of the government and in society, should point to year 3015. This may sound senseless to many, as today the rhythms of our lives pay attention to hours, minutes and even seconds. Personal and family activities are planned on scales of weeks to months. Governments rarely plan, and when they do, those plans hardly go beyond the next 4 or 5 years. There is no institutional thinking in future policies for the coming decades. For most politicians and academics, the design of development plans for the next century would be an absurdity. Our policies and myths on development do not think like Araucaria or Alerce trees. From the time perspective of those trees, our presence just happened like a flash. However, we can finish them all in a couple of days; our capacity for environmental destruction is almost instantaneous. Therefore, we are not only...
read more[:en]Incorporating Induced Seismicity in the 2014 United States National Seismic Hazard Model—Results of 2014 Workshop and Sensitivity Studies[:]
[:en][By Mark D. Petersen, Charles S. Mueller, Morgan P. Moschetti, Susan M. Hoover, Justin L. Rubinstein, Andrea L. Llenos, Andrew J. Michael, William L. Ellsworth, Arthur F. McGarr, Austin A. Holland, and John G. Anderson] Abstract The U.S. Geological Survey National Seismic Hazard Model for the conterminous United States was updated in 2014 to account for new methods, input models, and data necessary for assessing the seismic ground shaking hazard from natural (tectonic) earthquakes. The U.S. Geological Survey National Seismic Hazard Model project uses probabilistic seismic hazard analysis to quantify the rate of exceedance for earthquake ground shaking (ground motion). For the 2014 National Seismic Hazard Model assessment, the seismic hazard from potentially induced earthquakes was intentionally not considered because we had not determined how to properly treat these earthquakes for the seismic hazard analysis. The phrases “potentially induced” and “induced” are used interchangeably in this report, however it is acknowledged that this classification is based on circumstantial evidence and scientific judgment. For the 2014 National Seismic Hazard Model update, the potentially induced earthquakes were removed from the NSHM’s earthquake catalog, and the documentation states that we would consider alternative models for including induced seismicity in a future version of the National Seismic Hazard Model. As part of the process of incorporating induced seismicity into the seismic hazard model, we evaluate the sensitivity of the seismic hazard from induced seismicity to five parts of the hazard model: (1) the earthquake catalog, (2) earthquake rates, (3) earthquake locations, (4) earthquake Mmax (maximum magnitude), and (5) earthquake ground motions. We describe alternative input models for each of the five parts that represent differences in scientific opinions on induced seismicity characteristics. In this report, however, we do not weight these input models to come up with a preferred final model. Instead, we present a sensitivity study showing uniform seismic hazard maps obtained by applying the alternative input models for induced seismicity. The final model will be released after further consideration of the reliability and scientific acceptability of each alternative input model. Forecasting the seismic hazard from induced earthquakes is fundamentally different from forecasting the seismic hazard for natural, tectonic earthquakes. This is because the spatio-temporal patterns of induced earthquakes are reliant on economic forces and public policy decisions regarding extraction and injection of fluids. As such, the rates of induced earthquakes are inherently variable and nonstationary. Therefore, we only make maps based on an annual rate of exceedance rather than the 50-year rates calculated for previous U.S. Geological Survey hazard maps. Read the report – called Incorporating Induced Seismicity in the 2014 United States National Seismic Hazard Model—Results of 2014 Workshop and Sensitivity Studies. ...
read moreL’UE dice sì agli OGM: Monsanto ringrazia
[di Gabriele Cruciata su Il Vittoriale] «Queste autorizzazioni confermano che Juncker non ha alcuna intenzione di avvicinare l’Unione Europea ai suoi cittadini, ma vuole solamente agevolare gli interessi di Stati Uniti e Monsanto». Con queste parole Federica Ferrario, responsabile della campagna Agricoltura Sostenibile di Greenpeace, ha accolto la decisione della Commissione UE – capitanata dal lussemburghese Jean-Claude Juncker – di autorizzare l’importazione sul suolo europeo di 19 tipi di OGM. Si tratta di undici nuovi prodotti autorizzati e 8 permessi di importazione rinnovati. Ferrario ha poi proseguito, sostenendo che «Il presidente della Commissione spalanca le porte dell’Europa a una nuova ondata di OGM solo per compiacere le aziende biotech statunitensi. Questo è un esempio di TTIP in azione». Le durissime parole della responsabile Greenpeace si uniscono ad una levata di scudi che ha visto protagonista anche il leader Verdi europei, José Bovè, secondo cui «Juncker apre alle lobby biotech, prende in giro i consumatori europei e fa una grande concessione per facilitare la firma del TTIP». La vicenda. I 19 OGM in questione sono stati inizialmente sottoposti al vaglio degli Stati membri, i quali non hanno raggiunto la maggioranza necessaria ad esprimere un parere. La palla è dunque passata alla Commissione – l’esecutivo UE -, che lo scorso 24 aprile ne ha autorizzato l’importazione. I prodotti derivati saranno sottoposti a controlli, e gli Stati membri potranno limitarne o vietarne la diffusione all’interno dei propri territori. Ma a riguardo è intervenuto ancora Bovè, sostenendo che, a causa del dogma del libero scambio di merci, «Non è possibile effettuare controlli efficaci», e che la libertà di scelta dei singoli Stati sarà dunque una chimera. Le promesse di Juncker e gli interessi della Monsanto. All’alba del proprio mandato, il Presidente della Commissione Jean-Claude Juncker aveva promesso di impegnarsi affinché le istituzioni europee si avvicinassero maggiormente alla popolazione, abbattendo quel gap democraticodi cui l’Europa unita ancora oggi continua a soffrire. Ma le ultime decisioni della Commissione sono state lette come un tradimento da parte di Juncker, il quale viene accusato di aver agevolato gli affari della Monsanto, l’azienda statunitense leader nel mercato dei prodotti biotech. Ad alimentare il sospetto arriva un dato preciso: 11 dei 19 OGM autorizzati sono proprietà della multinazionale d’oltreoceano. A questo gioco istituzionale non possono tuttavia partecipare i cittadini, che da anni si oppongono alla diffusione degli organismi geneticamente modificati: l’ultima parola tocca sempre alle istituzioni europee e al principio di libera circolazione delle merci all’interno dell’UE. Cos’è e cosa c’entra il TTIP? Visto come “pomo della discordia”, definito da alcuni “trattato fantasma”, il TTIP è il Trattato Transatlantico per il commercio e gli investimenti. È un accordo non ancora entrato in vigore che – attraverso l’abbattimento dei dazi doganali ed altre misure – vuole creare un’immensa area di libero scambio tra UE e Stati Uniti. Secondo i promotori del TTIP, l’accordo permetterà uno sviluppo economico immenso delle aree interessate. Ma le voci critiche sono numerose e insistenti, tanto in Europa quanto oltreoceano. In particolare, viene contestata la previsione di crescita economica, e si sottolinea con preoccupazione l’enorme profitto che le multinazionali otterranno a discapito delle piccole imprese e dei prodotti locali. Ad alimentare i dissensi concorre il fatto che alcune parti dell’accordo siano sottoposte a segreto. Qui la lista dei 19 OGM approvati dalla Commissione UE. Nuovi prodotti introdotti: – Mais MON 87460 (Monsanto): garantisce la resa anche se fa freddo; – Soia MON...
read moreLa Shell ha fatto pressioni per influenzare un accordo sulle energie rinnovabili
[su internazionale.it] La compagnia petrolifera anglo olandese Royal Dutch Shell ha condotto un’attività di lobbying per compromettere gli obiettivi in materia di energia rinnovabile prima di un accordo sul taglio delle emissioni raggiunto dai leader dell’Unione europea a ottobre. Lo hanno rivelato alcuni documenti citati dal Guardian. A quanto risulta, una parte fondamentale dell’accordo è stata influenzata dalle pressioni della Shell risalenti già all’ottobre del 2011. In un incontro nel 2014, i capi dei governi dell’Ue avevano concordato di tagliare entro il 2030 le emissioni del 40 per cento rispetto ai livelli del 1990. In seguito però sono emerse divergenze tra gli stati su come raggiungere questo obiettivo. Il Regno Unito e altri paesi si sono opposti all’inserimento nell’accordo di particolari obblighi a livello nazionale sull’efficienza energetica e le energie rinnovabili. Alla fine questi aspetti sono stati esclusi dall’accordo. I documenti ottenuti dal Guardian dimostrano che nell’ottobre del 2011 la Shell aveva cominciato a fare pressioni sull’allora presidente della Commissione europea José Manuel Barroso, sostenendo che una strategia di espansione del settore del gas avrebbe consentito all’Unione di risparmiare 500 miliardi di euro nella transizione verso un sistema energetico a basse emissioni di carbonio, rispetto a un approccio incentrato sulle energie rinnovabili. Secondo il Registro per la trasparenza dell’Unione europea, la Shell rappresenta la sesta lobby più potente a Bruxelles, e spende circa 4,5 milioni di euro all’anno per fare pressioni sulle istituzioni europee a tutela dei propri interessi. Pubblicato il 27 Aprile 2015 su internazionale.it...
read morePetrolio: una silenziosa marea nera minaccia le Canarie
[di Greenpeace su ilfattoquotidiano.it] Una minaccia tossica incombe in questi giorni sulle Canarie. Sono pochi in Italia a sapere che 1.400 tonnellate di carburante(IFO-380: una miscela di gasolio e olio pesante, molto viscosa e tossica) continuano a fuoriuscire dal peschereccio russo Oleg Naydenov, affondato a 2.700 metri di profondità al largo di Gran Canaria. Il peschereccio pirata – in passato già colto sul fatto da Greenpeace – era lungo 120 metri e si è incendiato nel porto di La Luz, a Gran Canaria: le autorità non hanno avuto idea migliore chetrainarlo in acque internazionali, dove è poi affondato. Naturalmente, il carburante stivato continua a fuoriuscire e al momento sono visibili almeno due “chiazze” di carburante (il mare negli ultimi giorni è stato parecchio mosso): una nei pressi del sito dell’affondamento (circa 27 km al largo di Gran Canaria) e una lunga ormai un centinaio di chilometri che si dirige verso sud. Al solito, cominciano a esserci i primi tangibili effetti della marea nera: tartarughe, delfini e uccelli imbrattati e, nonostante la discutibile manovra di “allontanamento”, il catrame comincia ad arrivare sulle spiagge di Gran Canaria e minaccia altre due isole: Tenerife e La Gomera. Se di tutto questo sapete poco o niente, forse è anche grazie aldivieto di sorvolo nell’area emanato dalle autorità spagnole, che si allineano a quelle degli Stati Uniti e del Messico che hanno fatto la stessa cosa, rispettivamente, dopo il disastro della Deepwater Horizon di cinque anni fa e a seguito dell’esplosione della piattaforma di Pemex “Abkatun Alpha” dello scorso primo aprile. Avere testimoni della marea nera è scomodo, soprattutto se dovessero scoprire che si usano massicce dosi di “disperdenti” (come il corexit usato per la Deepwater Horizon). I disperdenti fanno sparire il catrame ma sono incredibilmente tossici. Uno dei componenti del corexit è il 2-butoxyethanol, che – da test in laboratorio – è noto per ridurre la fertilità, aumentare la mortalità degli embrioni e i difetti alla nascita. Ovviamente, il petrolio (e i suoi derivati) non sono molto meno pericolosi, ma i disperdenti servono a far “sparire” le chiazze e quindi a calmare l’opinione pubblica. Le maree nere sono infatti da sempre oggetto di grande attenzione da parte dei cittadini anche in Italia. Ma della storia della “Abkatun Alpha” (8 morti) e dell’Oleg Naydenov non si parla troppo sui media italiani. Perché? Potrebbe essere un altro elemento di quella “strategia delle trivelle” per cui bisogna evitare di disturbare il manovratore? La stessa strategia delle trivelle ci ha regalato l’articolo 38 dello “Sblocca Italia”, che ha imposto con un voto di fiducia le trivelle a un Parlamento così poco d’accordo che alla prima occasione si è ribellato, infilando nella legge sugli “Ecoreati” una norma contro le ricerche di idrocarburi con airguns. Guarda caso, proprio per la presenza di questo codicillo, Renzi vuol far saltare il provvedimento, così atteso, contro i reati ambientali. Legge che evidentemente la maggioranza del Parlamento intende approvare così com’è. Perché, per la maggioranza degli italiani, il nostro non è un Paese per fossili. Ma questo, Renzi, non l’ha capito. Pubblicato il 24 aprile 2015...
read more[:en]Ethiopia: from autarchy to developmentalism[:]
[:en][By Ivan Cuesta-Fernandez on entitleblog.org] As fast-track growth overhauls the Ethiopian society, the regime is obliged to re-consider its recipe of mixed authoritarianism and development – as Franco’s Spain was. On May 24 Ethiopia will celebrate its fifth parliamentary elections. A defeat of the incumbent Ethiopia’s People Revolutionary Democratic Front (EPRDF), in power since 1991, appears as highly unlikely. Such a defeat would see the opposition making a giant stride forward from its current unique seat in the chamber. That alone reflects the EPRDF’s deliberate efforts – in the 2010 elections, marred by credible allegations of intimidation and fraud – to avoid at any rate a repetition of the ‘accident’ of 2005. Then, the regime was inflicted a devastating and utterly humiliating loss in Addis Ababa. To halt the propagation of the malaise, the then PM Meles Zenawi decided to administer the country through authoritarianism and developmentalism in equal doses. Predictably Zenawi’s death in Brussels in 2012 did not change much and his successor Hailemariam Desalegn is imparting a recipe only marginally more developmental. Developmentalism can hardly come as a surprise, given that high-modernism has since long been a constitutive feature of the modern Ethiopian state. Yet since the mid-2000s it has been colonizing – quite literally – larger and larger portions of the landscape. The first 5-year Growth and Transformation Plan issued in 2005 promised to overcome decades if not centuries of autarchy as well as open up the country to foreign investments. Since then, developmentalism has yielded 12,000 kilometers of roads, trebled existing electric generation capacities, and put the country on track to cut extreme poverty by half. With infrastructures spreading across the country – as exemplified by the 6-lane expressway linking Addis Ababa and Adama, or the new tramway in the capital – regime propagandists have found a fertile ground. The political mobilization of infrastructures has nonetheless reached new heights with the mammoth Grand Ethiopian Renaissance Dam. The project, to be commissioned in 2017, envisages to add some 5,000 megawatts to installed capacities – by far the largest hydropower complex in Africa. Completing the dam has become so paramount to the regime’s legitimacy that when the World Bank refused to contribute funding to the estimated budget of 4.5 billion dollars, the government resorted to non-conventional measures: ‘voluntary’ contributions by public workers – up to one month of their salaries -, private banks, or Ethiopians in the diaspora. All in all, such a massive resource mobilization has thrust the Ethiopian GDP to skyrocket at an average annual rate of 10,9% over the last decade, a feat only paralleled in the 20th century by Japan, China and a handful of countries – including Spain’s overcoming of autarchy between 1959 and 1973. The analogy with Francisco Franco’s dictatorship may not be so arbitrary, after all. If Franco – invariably wearing a hat – visited a reservoir every second day, Meles Zenawi did not shy away from such events. Between 1939 and 1975 Franco’s regime dug 600 reservoirs – thus catapulting Spain to the status of second worldwide in dams per capita. Franco inaugurating yet another reservoir came to symbolize the modernist project as much as the popular and nationally manufactured Seat 600. Yet reservoirs and dams also reconfigured the Spanish geography according to Franco’s own political grammar. To a certain extent, Meles Zenawi espoused a parallel agenda. Thereby, Zenawi also maneuvered to cement Ethiopia’s internal and external power on a geographical hydro-revolution – its power...
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Marica Di Pierri per Valori.it – Verso la Cop30 di Belém, cosa aspettarci dal più importante appuntamento per salvare il clima della Terra? Diretta con Marica Di Pierri, Luca Lombroso, Giovanni Mori e Lorenzo Tecleme.