CDCA e A Sud alla COP30 a Belém

La voce di A Sud dalla COP30 di Belém (Brasile) e le iniziative in Italia

Dal 10 al 21 novembre 2025 saremo a Belém, in Brasile, per partecipare come osservatori alla 30° Conferenza delle Nazioni Unite sul Clima. Racconteremo quanto avviene dentro e fuori le negoziazioni, porteremo e raccoglieremo le voci dei territori in lotta contro l’estrattivismo, contro il greenwashing e per una transizione ecologica realmente giusta.

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L’agenda della COP30

A Belém si discuteranno e valuteranno gli NDCs, i nuovi impegni climatici nazionali che stabiliscono gli obiettivi di riduzione delle emissioni di ogni paese. Accanto alla mitigazione, l’adattamento sarà uno dei temi centrali attraverso il Global Goal on Adaptation (GGA) e i nuovi Piani nazionali di adattamento. Un altro capitolo chiave sarà quello della finanza per il clima. Tra i punti principali il nuovo obiettivo di finanziamento (NCQG), che punta ad aumentare il sostegno ai Paesi in via di sviluppo da 100 a 300 miliardi di dollari l’anno, e la Roadmap Baku-Belém, che traccia un percorso per mobilitare almeno 1.300 miliardi di dollari l’anno entro il 2035.

Temi cruciali, che si scontrano con uno scenario geopolitico ostile, segnato dal negazionismo climatico, dai venti di guerra, dalla corsa al riarmo e dalla violenza istituzionale.  Non è un caso che in gioco a Belém ci sia più che mai la credibilità della diplomazia climatica e la sua capacità di tradurre le intenzioni in impegni concreti.

La Cupula dos povos

La Cúpula dos Povos è il grande incontro dei movimenti sociali e delle comunità che vivono in prima linea la crisi climatica. Nata nel 1992 come risposta critica alle negoziazioni ufficiali, propone un’alternativa fondata su giustizia climatica, sociale e ambientale, solidarietà e saperi ancestrali.

Dal 12 al 16 novembre 2025, in concomitanza con la COP30 di Belém, riunirà popoli indigeni, comunità quilombola e tradizionali, giovani e lavorator? in marce, dibattiti e azioni culturali.

La Cúpula mette al centro vite, diritti e territori, non statistiche: unisce chi costruisce ogni giorno soluzioni reali, dall’agroecologia alla difesa dei beni comuni, per spingere i governi ad adottare politiche di vera giustizia climatica.

Dichiarazione della Cupula Dos Povos

Perché A Sud e CDCA alla COP?

Nelle Cop si riuniscono i governi dei 197 Paesi che hanno ratificato la Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (UNFCCC), firmata a Rio de Janeiro nel 1992. Ma la COP30 non è solo un vertice diplomatico: è il terreno di confronto (e di scontro) tra attori diversi e diverse visioni del mondo. Da una parte il business as usual che trasforma la crisi climatica in profitto, dall’altra movimenti e territori che lottano per giustizia climatica, autodeterminazione e diritti della Natura.
La COP30 si terrà nel cuore dell’Amazzonia, a Belém do Pará, in Brasile. Non è un dettaglio geografico ma una scelta politica: è nel Sud globale che l’ingiustizia climatica colpisce più duramente mentre il Nord globale continua a negoziare emissioni e interessi fossili.
Qui non si decide solo il futuro del clima: si decide chi avrà diritto a un futuro.

Per raccontare cosa c’è in gioco, e come finisce la partita.

Andiamo alla COP per osservare da vicino i negoziati, capire quali equilibri politici e di potere si stanno ridefinendo, e portare la prospettiva dei territori e dei movimenti che chiedono giustizia climatica.
La partecipazione di A Sud e CDCA serve a connettere le lotte locali con quelle globali, rafforzare alleanze internazionali e raccontare – con sguardo indipendente e critico – come la diplomazia climatica sta affrontando, o eludendo, le proprie responsabilità.
Perché solo intrecciando voci e resistenze dal basso possiamo costruire un futuro giusto per tutt?.

Per costruire e rafforzare alleanze internazionali

Svolgere la COP in Brasile è un segnale che conta: significa rimettere al centro chi la crisi climatica la subisce davvero. Andiamo a Belém per stare con i movimenti globali per la giustizia climatica. In America Latina oggi si gioca una partita enorme: conflitti ambientali, estrattivismo, repressione, lotte indigene e popolari che resistono da decenni. Con tante realtà — dalla Colombia alla Bolivia, fino all’Amazzonia — abbiamo già lavorato, fatto campagne, costruito ponti. Lì ritroviamo compagn? con cui condividiamo visioni e pratiche.

Per portare una visione radicale dentro la COP

Sì, probabilmente sarà l’ennesimo flop diplomatico. Ma proprio per questo dobbiamo esserci, per non lasciare quei tavoli alle lobby fossili e ai governi che parlano di transizione mentre trivellano.
Da dentro vedi meglio le dinamiche, le crepe, le possibilità di alleanze e di conflitto.
Andiamo per portare la prospettiva della giustizia climatica e delle lotte dal basso, che legano crisi climatica, razzismo, patriarcato e disuguaglianze. La COP non è un punto d’arrivo: è un passaggio. Il resto si fa fuori, insieme, ogni giorno.


Diario dalla COP30

  • Giorno 12 – 24 novembre 2025
    Belém svela il fallimento della diplomazia climatica, ma apre spiragli: una roadmap anti-fossile e nuove alleanze per la giustizia.
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  • Giorno 11 – 21 novembre 2025
    Penultimo giorno a Belém: incendio in COP30, stalli politici e pressioni crescenti sul BAM e sull’uscita dai fossili.
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  • Giorno 10 – 20 novembre 2025A Belém 85 Paesi spingono per uscire dai fossili, mentre Italia e Polonia frenano. La COP30 è al bivio, il tempo è adesso.
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  • Giorno 9 – 19 novembre 2025
    Belém rilancia la lotta globale ai fossili: la Colombia guida un fronte che vuole uscire davvero dal modello che brucia il pianeta.
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  • Giorno 7 – 17 novembre 2025
    Belem in rivolta: popoli indigeni e movimenti sociali spingono per una COP30 che dica finalmente basta ai fossili.
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  • Giorno 6 – 15 novembre 2025
    Anche quest’anno i dati sulla presenza dei lobbisti Gas&Oil alla conferenza di Belém sono alti: su ogni 25 persone accreditate al vertice, uno è un lobbista dei combustibili fossili, in totale sono oltre 1600.
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  • Giorno 5 – 14 novembre 2025
    Il TFFF entra nella Cupula tra promesse e contraddizioni: fondi incerti, debiti in aumento e movimenti che denunciano l’ennesima falsa soluzione verde.
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  • Giorno 4 – 13 novembre 2025
    A Belém la protesta indigena irrompe nella COP30 e svela le contraddizioni del Brasile fossile. Intanto la Cupula esplode di mobilitazioni globali.
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  • Giorno 3 – 12 novembre 2025
    Adattamento al centro della COP30, ma i fondi restano insufficienti. A Belém arrivano movimenti e comunità indigene: la vera pressione viene dai territori.
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  • Giorno 2 – 11 novembre 2025
    Lula parla di disuguaglianze alla Cop30, ma il Brasile continua a spingere sul fossile. A Belém torna al centro il nodo tra clima e ingiustizia.
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  • Giorno 1 – 10 novembre 2025
    Dalla Cop30 alla Cúpula dos Povos: a Belém si apre la sfida per la giustizia climatica tra responsabilità globali, diritti dei popoli e resistenza dei territori.
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Articoli di approfondimento alla COP30

  • Cosa resta della Cop30, la battaglia per il clima e i diritti è ancora lunga – 24 novembre 2025
    Marica Di Pierri e Laura Greco su Domani – COP30 fallisce su fossili e foreste, ma il Bam e il blocco dei 82 paesi per l’uscita dal fossile aprono spiragli di lotta e nuove alleanze.
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  • Sulla fine dei lavori della COP30 – 24 novembre 2025
    Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Cosa è successo alla 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici? Quali sono le grandi vittorie? Quali le sconfitte?
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  • La tabella della discordia – cos’è successo alla COP30 – 23 novembre 2025
    Laura Greco su Radio24 – COP30 a Belém annuncia impegni su energia, foreste e adattamento, ma senza una vera uscita dal fossile restano promesse vuote da incalzare con lotte dal basso.
    Ascolta su Il Sole 24 ore
  • “A resposta somos nós”. Ma alla COP30 le richieste dei popoli indigeni non fanno breccia – 23 novembre 2025
    Laura Greco su EconomiaCircolare.com – Alla COP30 le voci indigene restano ai margini mentre la foresta corre verso il punto di non ritorno. Senza giustizia, non c’è futuro.
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  • La “Dichiarazione di Belém” e il multilateralismo del phase out dai fossili spinto dal basso – 21 novembre 2025
    Laura Greco su Altreconomia – Da Belém arriva una spinta dal basso per uscire dai fossili: governi e movimenti uniscono le voci per un phase out reale, giusto, globale.
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    • Cop30: senza il Gender action plan ogni azione climatica è limitata – 21 novembre 2025
      Marica Di Pierri e Laura Greco su Valori – Nonostante le ambiziose premesse il Gender action plan ha trovato diversi ostacoli sui tavoli negoziali della Cop30

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  • Alla Cop30 arrivano le storie di migrazioni climatiche – 21 novembre 2025

Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30, in vista delle negoziazioni finali, si parla del fenomeno crescente degli sfollamenti forzati dal cambiamento climatico.
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  • Belém, la foresta degli indigeni si ribella a Lula – 20 novembre 2025
    Laura Greco su Il Manifesto – Le nazionalità dell’Amazzonia denunciano l’inagibilità politica alla Cop e chiedono una mobilitazione internazionale guidata direttamente dai popoli indigeni per proteggere i loro territori e affrontare la crisi climatica alla radice
  • Alla Cop 30 i movimenti si riprendono la scena – 20 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Il Manifesto – Era dalla Cop 26 di Glasgow che non si vedeva così tanta società civile. Accanto al vertice ufficiale, in più di 50 mila hanno animato la «Cupula dos povos» per una svolta vera sul clima e i diritti
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  • COP30, BELÉM | Italiani in mobilitazione – 20 novembre 2025]
    Il Climate Pride in azione alla COP30: l? attivist? chiedono all’Italia una roadmap chiara e ambiziosa per uscire dai fossili.
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  • A Belém torna il protagonismo sociale – 19 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Collettiva – Alla Cop30 movimenti, organizzazioni, popoli e sindacati riacquistano centralità: proposte e campagne dal basso sono arrivate nelle stanze dei negoziati.
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  • Come procede la COP30 in Brasile? Intervista a Laura Greco da Bélem – 19 novembre 2025
    Laura Greco su Scienza e Pace Magazine – COP30 tra repressione, lobby fossili e resistenze indigene: la giustizia climatica la costruiscono i territori, non i negoziati.
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  • Lifegate dalla COP30 – 18 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Lifegate – Dalla COP30 il racconto dell’inedita comunicazione tra dentro e fuori la COP, tra le richieste indigene e l’ambiguo governo di Lula.
    Ascolta su Lifegate
  • Il Fondo per le foreste e la falsa soluzione del biocapitalismo si ripropone alla Cop30 di Belém – 18 novembre 2025
    Laura Greco su Altreconomia – Il Tropical forests forever facility lanciato da Lula è l’ennesimo dispositivo finanziario che viene presentato come innovazione.
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  • Attivismo e giustizia climatica: se il diritto alla protesta diventa un reato – 17 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Valori.it – Alla Cop30 emerge un allarme globale: in molti Paesi il diritto alla protesta viene represso e l’attivismo ambientale è sempre più criminalizzato
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  • Alla Cop30 di Belèm il fondo per l’adattamento resta senza fondi – 17 novembre 2025]
    Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30 fallisce, per il terzo anno di fila, l’obiettivo di raccolta minima per finanziare l’adattamento dei Paesi del Sud globale.
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  • Massiccia partecipazione popolare a Belém – 16 novebre 2025
    Marica Di Pierri su L’aria Che Respiri – Alla Cúpula dos Povos tantissime voci per reclamare la fine dei combustibili fossili e una giustizia climatica guidata dai popoli, non dalle multinazionali.
    Ascolta su Radio Rai1
  • In diretta da Bele?m – Aggiornamenti sulla prima settimana di COP30 – 15 novembre 2025
    Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – In diretta da Belém, per raccontare in diretta i lavori della 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici. ?Foto di Oliver Ninja e Midia Ninja
    Guarda la diretta
  • Cop30: chi difende i combustibili fossili dentro i negoziati sul clima – 14 novembre 2025
    Marica Di Pierri per Altreconomia – Alla Cop30 un lobbista fossile ogni 25 delegat?: il vertice che dovrebbe chiudere l’era fossile continua a farsela scrivere da chi la profitta.
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  • Giustizia climatica, questa dimenticata – 13 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Il Manifesto – Il legame tra clima e disuguaglianze è ormai assodato. Ma dopo 30 anni di conferenze, i ricchi continuano a fare grandi affari con i fossili.
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  • L’adattamento secondo la COP30: “Adattarsi è sopravvivere” – 13 novembre 2025
    Marica Di Pierri per EconomiaCircolare.com – COP30 punta a rendere operativo il Global Goal on Adaptation, tra governance multilivello, indicatori, fondi insufficienti e necessità di giustizia climatica.
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  • La Cop30 in Brasile e le politiche industriali green – 11 novembre 2025
    Marica Di Pierri per Tutta La Città Ne Parla, Radio3 – È iniziata la Cop30 a Belém, 10 giorni in cui si discuterà su come trovare una via d’uscita alla deriva del cambiamento climatico nonostante le difficoltà politiche che ci circondano.
    Ascolta l’episodio
  • Road to Belém – 7 novembre 2025Marica Di Pierri per Valori.it – Verso la Cop30 di Belém, cosa aspettarci dal più importante appuntamento per salvare il clima della Terra? Diretta con Marica Di Pierri, Luca Lombroso, Giovanni Mori e Lorenzo Tecleme.
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  • Da Parigi a Belém, i conti che non tornano – 6 novembre 2025
    Marica Di Pierri per Il Manifesto – Tra tensioni e fragili compromessi, i preparativi alla vigilia della Conferenza Onu. A che punto sono gli impegni nazionali di riduzione e i piani di adattamento dei singoli Paesi.
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  • A Sud a Belém alla Cop30 – 6 novembre 2025
    A Sud seguirà negoziati e mobilitazioni dalla COP30 di Belém, amplificando le voci dei movimenti per giustizia climatica e sociale.
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  • A Sud aderisce alla Global Call to Action della Cúpula dos Povos  – 5 settembre 2025
    Il 15 novembre scendiamo in piazza: basta disuguaglianze e razzismo ambientale, vogliamo giustizia climatica e un mondo dove la vita sia al centro.
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  • Vertice dei Popoli Verso la COP30: Manifesto Politico – 13 giugno 2025
    A Sud aderisce al Manifesto dei Popoli verso la COP30: un appello globale per giustizia climatica, anticapitalismo e democrazia dal basso.
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Racconteremo le negoziazioni

Per spiegare cosa accade davvero alla COP30, come si muovono i governi e quali interessi guidano le scelte sulla crisi climatica. Vi offriremo una copertura quotidiana per raccontarvi con le nostre parole e con uno sguardo critico, indipendente e radicale, vicino ai movimenti il dentro e fuori la Cop

Sveleremo le contraddizioni

Tra le promesse ufficiali e la realtà, mostrando lo scontro continuo tra lobby fossili e popoli che difendono la vita e i territori. Denunceremo le responsabilità smascherando la falsa transizione energetica e chi continua a inquinare mentre parla di sostenibilità con greenwashing e false soluzioni

Daremo voce alle comunità

Portando le loro storie, le lotte quotidiane e le alternative concrete alla devastazione ambientale, contro colonialismo ed estrazione. Ci collegheremo con l’Italia per connettere istanze e battaglie


INFO E CONTATTI

Per contatti e interviste con la delegazione:

Marica Di Pierri
maricadipierri@asud.net
55 21 967071220

Laura Greco
lauragreco@asud.net
+55 21 997673184

L’UE dice sì agli OGM: Monsanto ringrazia

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L’UE dice sì agli OGM: Monsanto ringrazia

[di Gabriele Cruciata su Il Vittoriale] «Queste autorizzazioni confermano che Juncker non ha alcuna intenzione di avvicinare l’Unione Europea ai suoi cittadini, ma vuole solamente agevolare gli interessi di Stati Uniti e Monsanto». Con queste parole Federica Ferrario, responsabile della campagna Agricoltura Sostenibile di Greenpeace, ha accolto la decisione della Commissione UE – capitanata dal lussemburghese Jean-Claude Juncker – di autorizzare l’importazione sul suolo europeo di 19 tipi di OGM. Si tratta di undici nuovi prodotti autorizzati e 8 permessi di importazione rinnovati. Ferrario ha poi proseguito, sostenendo che «Il presidente della Commissione spalanca le porte dell’Europa a una nuova ondata di OGM solo per compiacere le aziende biotech statunitensi. Questo è un esempio di TTIP in azione».   Le durissime parole della responsabile Greenpeace si uniscono ad una levata di scudi che ha visto protagonista anche il leader Verdi europei, José Bovè, secondo cui  «Juncker apre alle lobby biotech, prende in giro i consumatori europei e fa una grande concessione per facilitare la firma del TTIP».   La vicenda. I 19 OGM in questione sono stati inizialmente sottoposti al vaglio degli Stati membri, i quali non hanno raggiunto la maggioranza necessaria ad esprimere un parere. La palla è dunque passata alla Commissione – l’esecutivo UE -, che lo scorso 24 aprile ne ha autorizzato l’importazione. I prodotti derivati saranno sottoposti a controlli, e gli Stati membri potranno limitarne o vietarne la diffusione all’interno dei propri territori. Ma a riguardo è intervenuto ancora Bovè, sostenendo che, a causa del dogma del libero scambio di merci, «Non è possibile effettuare controlli efficaci», e che la libertà di scelta dei singoli Stati sarà dunque una chimera.   Le promesse di Juncker e gli interessi della Monsanto. All’alba del proprio mandato, il Presidente della Commissione Jean-Claude Juncker aveva promesso di impegnarsi affinché le istituzioni europee si avvicinassero maggiormente alla popolazione, abbattendo quel gap democraticodi cui l’Europa unita ancora oggi continua a soffrire. Ma le ultime decisioni della Commissione sono state lette come un tradimento da parte di Juncker, il quale viene accusato di aver agevolato gli affari della Monsanto, l’azienda statunitense leader nel mercato dei prodotti biotech. Ad alimentare il sospetto arriva un dato preciso: 11 dei 19 OGM autorizzati sono proprietà della multinazionale d’oltreoceano. A questo gioco istituzionale non possono tuttavia partecipare i cittadini, che da anni si oppongono alla diffusione degli organismi geneticamente modificati: l’ultima parola tocca sempre alle istituzioni europee e al principio di libera circolazione delle merci all’interno dell’UE.   Cos’è e cosa c’entra il TTIP? Visto come “pomo della discordia”, definito da alcuni “trattato fantasma”, il TTIP è il Trattato Transatlantico per il commercio e gli investimenti. È un accordo non ancora entrato in vigore che – attraverso l’abbattimento dei dazi doganali ed altre misure –  vuole creare un’immensa area di libero scambio tra UE e Stati Uniti. Secondo i promotori del TTIP, l’accordo permetterà uno sviluppo economico immenso delle aree interessate. Ma le voci critiche sono numerose e insistenti, tanto in Europa quanto oltreoceano. In particolare, viene contestata la previsione di crescita economica, e si sottolinea con preoccupazione l’enorme profitto che le multinazionali otterranno a discapito delle piccole imprese e dei prodotti locali. Ad alimentare i dissensi concorre il fatto che alcune parti dell’accordo siano sottoposte a segreto.   Qui la lista dei 19 OGM approvati dalla Commissione UE.   Nuovi prodotti introdotti:   – Mais MON 87460 (Monsanto): garantisce la resa anche se fa freddo; – Soia MON...

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La Shell ha fatto pressioni per influenzare un accordo sulle energie rinnovabili

Posted by on 8:50 am in Notizie | Commenti disabilitati su La Shell ha fatto pressioni per influenzare un accordo sulle energie rinnovabili

La Shell ha fatto pressioni per influenzare un accordo sulle energie rinnovabili

[su internazionale.it] La compagnia petrolifera anglo olandese Royal Dutch Shell ha condotto un’attività di lobbying per compromettere gli obiettivi in materia di energia rinnovabile prima di un accordo sul taglio delle emissioni raggiunto dai leader dell’Unione europea a ottobre. Lo hanno rivelato alcuni documenti citati dal Guardian. A quanto risulta, una parte fondamentale dell’accordo è stata influenzata dalle pressioni della Shell risalenti già all’ottobre del 2011.   In un incontro nel 2014, i capi dei governi dell’Ue avevano concordato di tagliare entro il 2030 le emissioni del 40 per cento rispetto ai livelli del 1990. In seguito però sono emerse divergenze tra gli stati su come raggiungere questo obiettivo. Il Regno Unito e altri paesi si sono opposti all’inserimento nell’accordo di particolari obblighi a livello nazionale sull’efficienza energetica e le energie rinnovabili. Alla fine questi aspetti sono stati esclusi dall’accordo.   I documenti ottenuti dal Guardian dimostrano che nell’ottobre del 2011 la Shell aveva cominciato a fare pressioni sull’allora presidente della Commissione europea José Manuel Barroso, sostenendo che una strategia di espansione del settore del gas avrebbe consentito all’Unione di risparmiare 500 miliardi di euro nella transizione verso un sistema energetico a basse emissioni di carbonio, rispetto a un approccio incentrato sulle energie rinnovabili.   Secondo il Registro per la trasparenza dell’Unione europea, la Shell rappresenta la sesta lobby più potente a Bruxelles, e spende circa 4,5 milioni di euro all’anno per fare pressioni sulle istituzioni europee a tutela dei propri interessi.   Pubblicato il 27 Aprile 2015 su internazionale.it...

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Petrolio: una silenziosa marea nera minaccia le Canarie

Posted by on 8:37 am in Notizie | Commenti disabilitati su Petrolio: una silenziosa marea nera minaccia le Canarie

Petrolio: una silenziosa marea nera minaccia le Canarie

[di Greenpeace su ilfattoquotidiano.it] Una minaccia tossica incombe in questi giorni sulle Canarie. Sono pochi in Italia a sapere che 1.400 tonnellate di carburante(IFO-380: una miscela di gasolio e olio pesante, molto viscosa e tossica) continuano a fuoriuscire dal peschereccio russo Oleg Naydenov, affondato a 2.700 metri di profondità al largo di Gran Canaria. Il peschereccio pirata – in passato già colto sul fatto da Greenpeace – era lungo 120 metri e si è incendiato nel porto di La Luz, a Gran Canaria: le autorità non hanno avuto idea migliore chetrainarlo in acque internazionali, dove è poi affondato.   Naturalmente, il carburante stivato continua a fuoriuscire e al momento sono visibili almeno due “chiazze” di carburante (il mare negli ultimi giorni è stato parecchio mosso): una nei pressi del sito dell’affondamento (circa 27 km al largo di Gran Canaria) e una lunga ormai un centinaio di chilometri che si dirige verso sud. Al solito, cominciano a esserci i primi tangibili effetti della marea nera: tartarughe, delfini e uccelli imbrattati e, nonostante la discutibile manovra di “allontanamento”, il catrame comincia ad arrivare sulle spiagge di Gran Canaria e minaccia altre due isole: Tenerife e La Gomera.   Se di tutto questo sapete poco o niente, forse è anche grazie aldivieto di sorvolo nell’area emanato dalle autorità spagnole, che si allineano a quelle degli Stati Uniti e del Messico che hanno fatto la stessa cosa, rispettivamente, dopo il disastro della Deepwater Horizon di cinque anni fa e a seguito dell’esplosione della piattaforma di Pemex “Abkatun Alpha” dello scorso primo aprile. Avere testimoni della marea nera è scomodo, soprattutto se dovessero scoprire che si usano massicce dosi di “disperdenti” (come il corexit usato per la Deepwater Horizon).   I disperdenti fanno sparire il catrame ma sono incredibilmente tossici. Uno dei componenti del corexit è il 2-butoxyethanol, che – da test in laboratorio – è noto per ridurre la fertilità, aumentare la mortalità degli embrioni e i difetti alla nascita. Ovviamente, il petrolio (e i suoi derivati) non sono molto meno pericolosi, ma i disperdenti servono a far “sparire” le chiazze e quindi a calmare l’opinione pubblica.   Le maree nere sono infatti da sempre oggetto di grande attenzione da parte dei cittadini anche in Italia. Ma della storia della “Abkatun Alpha” (8 morti) e dell’Oleg Naydenov non si parla troppo sui media italiani. Perché? Potrebbe essere un altro elemento di quella “strategia delle trivelle” per cui bisogna evitare di disturbare il manovratore?   La stessa strategia delle trivelle ci ha regalato l’articolo 38 dello “Sblocca Italia”, che ha imposto con un voto di fiducia le trivelle a un Parlamento così poco d’accordo che alla prima occasione si è ribellato, infilando nella legge sugli “Ecoreati” una norma contro le ricerche di idrocarburi con airguns. Guarda caso, proprio per la presenza di questo codicillo, Renzi vuol far saltare il provvedimento, così atteso, contro i reati ambientali. Legge che evidentemente la maggioranza del Parlamento intende approvare così com’è. Perché, per la maggioranza degli italiani, il nostro non è un Paese per fossili. Ma questo, Renzi, non l’ha capito.   Pubblicato il 24 aprile 2015...

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[:en]Ethiopia: from autarchy to developmentalism[:]

Posted by on 6:00 am in News | Commenti disabilitati su [:en]Ethiopia: from autarchy to developmentalism[:]

[:en]Ethiopia: from autarchy to developmentalism[:]

[:en][By Ivan Cuesta-Fernandez on entitleblog.org] As fast-track growth overhauls the Ethiopian society, the regime is obliged to re-consider its recipe of mixed authoritarianism and development – as Franco’s Spain was.   On May 24 Ethiopia will celebrate its fifth parliamentary elections. A defeat of the incumbent Ethiopia’s People Revolutionary Democratic Front (EPRDF), in power since 1991, appears as highly unlikely. Such a defeat would see the opposition making a giant stride forward from its current unique seat in the chamber. That alone reflects the EPRDF’s deliberate efforts – in the 2010 elections, marred by credible allegations of intimidation and fraud – to avoid at any rate a repetition of the ‘accident’ of 2005. Then, the regime was inflicted a devastating and utterly humiliating loss in Addis Ababa. To halt the propagation of the malaise, the then PM Meles Zenawi decided to administer the country through authoritarianism and developmentalism in equal doses. Predictably Zenawi’s death in Brussels in 2012 did not change much and his successor Hailemariam Desalegn is imparting a recipe only marginally more developmental.   Developmentalism can hardly come as a surprise, given that high-modernism has since long been a constitutive feature of the modern Ethiopian state. Yet since the mid-2000s it has been colonizing – quite literally – larger and larger portions of the landscape. The first 5-year Growth and Transformation Plan issued in 2005 promised to overcome decades if not centuries of autarchy as well as open up the country to foreign investments. Since then, developmentalism has yielded 12,000 kilometers of roads, trebled existing electric generation capacities, and put the country on track to cut extreme poverty by half.   With infrastructures spreading across the country – as exemplified by the 6-lane expressway linking Addis Ababa and Adama, or the new tramway in the capital – regime propagandists have found a fertile ground. The political mobilization of infrastructures has nonetheless reached new heights with the mammoth Grand Ethiopian Renaissance Dam. The project, to be commissioned in 2017, envisages to add some 5,000 megawatts to installed capacities – by far the largest hydropower complex in Africa. Completing the dam has become so paramount to the regime’s legitimacy that when the World Bank refused to contribute funding to the estimated budget of 4.5 billion dollars, the government resorted to non-conventional measures: ‘voluntary’ contributions by public workers – up to one month of their salaries -, private banks, or Ethiopians in the diaspora. All in all, such a massive resource mobilization has thrust the Ethiopian GDP to skyrocket at an average annual rate of 10,9% over the last decade, a feat only paralleled in the 20th century by Japan, China and a handful of countries – including Spain’s overcoming of autarchy between 1959 and 1973.   The analogy with Francisco Franco’s dictatorship may not be so arbitrary, after all. If Franco – invariably wearing a hat – visited a reservoir every second day, Meles Zenawi did not shy away from such events. Between 1939 and 1975 Franco’s regime dug 600 reservoirs – thus catapulting Spain to the status of second worldwide in dams per capita. Franco inaugurating yet another reservoir came to symbolize the modernist project as much as the popular and nationally manufactured Seat 600. Yet reservoirs and dams also reconfigured the Spanish geography according to Franco’s own political grammar. To a certain extent, Meles Zenawi espoused a parallel agenda. Thereby, Zenawi also maneuvered to cement Ethiopia’s internal and external power on a geographical hydro-revolution – its power...

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Ambiente, la Ue bacchetta l’Italia: “Aree protette a rischio, fermate il degrado”

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Ambiente, la Ue bacchetta l’Italia: “Aree protette a rischio, fermate il degrado”

[di Paolo Fantauzzi su L’espresso.it] Nel nostro Paese ci sono centinaia di siti “Natura 2000” per difendere specie rare o a rischio estinzione. Ma la loro tutela, affidata agli enti locali, è spesso un optional. Tanto da essere perfino teatro di esercitazioni militari non autorizzate. E ora Bruxelles, che ha aperto un’inchiesta, minaccia sanzioni.   Le ex cave di argilla “Danesi”, a metà strada fra Brescia e Lodi, sono uno spettacolo quasi unico nel loro genere: una dozzina di laghetti all’interno di un’area protetta (la riserva Naviglio di Melotta), così particolari da essere stati inseriti dall’Unione europea nei  siti “Natura 2000”, istituiti per difendere habitat naturali e specie particolarmente rare o a rischio. Zone non a caso rigidamente tutelate in cui le attività umane sono escluse. Eppure in questo piccolo angolo di paradiso la Provincia di Cremona, ente gestore del sito, su richiesta della proprietà ha autorizzato la pesca sportiva, prima vietata.   A Monticiano, nel senese, l’anno scorso è stata accordata invece la costruzione di una centrale termoelettrica a biomasse. A pochi chilometri di distanza c’è la riserva naturale dell’Alto Merse, che potrebbe essere deteriorata dagli inquinanti atmosferici. Ma è impossibile saperlo: una valutazione di incidenza, come prevede la normativa comunitaria, non è mai stata effettuata. C’è tutto un campionario di pressappochismo, inefficienze e sostanziale indifferenza nelle accuse rivolte all’Italia dalla Commissione europea, che nei mesi scorsi ha aperto un’inchiesta sul mancato rispetto delle aree protette. Un carteggio che va avanti dall’estate fra Roma e Bruxelles e che ha avuto una svolta nei giorni scorsi, quando a Palazzo Chigi è arrivata una richiesta di informazioni supplementari. Con una serie di prescrizioni (21 in tutto) ben precise: in caso contrario, nei confronti del nostro Paese sarà aperta l’ennesima procedura di infrazione   (attualmente siamo a quota 93). IN BOCCA AL LUPO La cifra della vicenda la dà un particolare piccolo ma a suo modo esemplificativo: quello dell’Abruzzo, che ha un terzo del territorio protetto. La Commissione europea dedica un intero paragrafo a quella che si fregia del titolo di “regione più verde d’Europa”: niente trasparenza nelle procedure che devono valutare l’incidenza ambientale, strutture tecniche inadeguate, assenza di comunicazione fra i vali livelli amministrativi e perfino il mancato coinvolgimento delle realtà che gestiscono le riserve naturali.   Può così accadere che a giudicare gli interventi nelle zone limitrofe siano comuni che hanno a malapena il segretario comunale. O che a valutare le eventuali ripercussioni su specie tutelate come il lupo appenninico o l’orso bruno marsicano sia un piccolo municipio di poche centinaia di abitanti, mentre l’Ente parco nazionale viene solo sentito per un parere consultivo. I casi citati nel rapporto sono numerosi. E a volte hanno dell’incredibile. Come il progetto di ampliamento dell’aeroporto di Cagliari, a due passi dall’habitat protetto dove vive una specie rara come il pollo sultano, e che dovrebbe essere realizzato – si legge nel documento – “sulla base di cartografie errate e ignorando anche le prescrizioni della Regione Sardegna sulla necessità di porre in essere delle fasce di rispetto”. Oppure il piano di gestione dei rifiuti del Lazio egli impianti eolici sulle pendici meridionali del monte Mutria, nel casertano, che non sono nemmeno stati sottoposto a una valutazione d’incidenza. MEA CULPA Le 12 pagine con cui la Ue riepiloga le contestazioni ed elenca alcune delle principali violazioni dimostrano la leggerezza con...

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[:en]UN Climate Summit Poem “Dear Matafele Peinem”[:]

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[:en]UN Climate Summit Poem “Dear Matafele Peinem”[:]

[:en][by Kathy Jetnil-Kijiner on youtube.it] On 23 September 2014, 26 year old poet Kathy Jetnil-Kijiner, from the Marshall Islands, addressed the Opening Ceremony of the UN Secretary-General’s Climate Summit. Kathy was selected from among over 500 civil society candidates in an open, global nomination process conducted by the UN Non-Governmental Liaison Service.   Kathy performed a new poem entitled “Dear Matafele Peinem”, written to her daughter. The poem received a standing ovation. Kathy is also a teacher, journalist and founder of the environmental NGO, Jo-jikum.   Published in September 23, 2014...

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Comincia la strage degli ulivi

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Comincia la strage degli ulivi

[su comune-info.net] Nelle campagne di Oria, comune della provincia di Brindisi, sono cominciati i primi abbattimenti degli ulivi infettati. La notizia si è diffusa domenica pomeriggio tra cittadini, contadini e associazioni che da settimane protestano contro la scelta del governo e del commissario Giuseppe Silletti. Altri abbattimenti sarebbero in programma martedì 14 a Veglie, provincia di Lecce. “Il governo avrebbe potuto approfittare dell’apertura della Commissione europea e di Efsa, l’Autorità europea per la sicurezza alimentare – spiega Antonia Battaglia di Peacelink – creata da Peacelink per approfondire la ricerca e studiare la cura che viene messa in atto con successo. Ma così non è stato… Mentre continuiamo a lavorare, attendiamo il nuovo parere Efsa del 17 aprile. Abbiamo convinto l’Europa ma l’Italia deve ascoltarci!”.   Di certo, ovunque la protesta contro gli abbattimenti saprà essere enorme, creativa quanto determinata. “Non si torna indietro da ulivi abbattuti e da un terreno avvelenato. Dal basso li faremo tremare”, si legge in molti post dedicati alla straordinaria protesta.   Pubblicato il 13 aprile 2015 su comune-info.net   Link correlati: Ministro Martina, smettetela!  L’appello del Comitato #difendiAMOgliulivi al Ministro dell’Agricoltura...

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Sicilsaldo lavorerà al mega gasdotto europeo Tap. l Ros sul fondatore: «soggiogato da Cosa nostra»

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Sicilsaldo lavorerà al mega gasdotto europeo Tap. l Ros sul fondatore: «soggiogato da Cosa nostra»

[di Claudia Campese su meridionews.it] L’azienda gelese – diretta da Angelo Brunetti fino al 2008, quando gli è subentrato il figlio Emilio – ha vinto l’appalto insieme all’albanese Gener 2 per i lavori preparatori all’infrastruttura che porterà il metano in Italia dall’Azerbaijan. Ma il nome della ditta è noto anche agli inquirenti per non avere reagito in passato alle pesanti estorsioni ricevute   «Ho pagato per non avere problemi». Quello di Angelo Brunetti, titolare dellaSicilsaldo srl fino al 2008 – quando a lui è subentrato il figlio Emilio – è un nome noto a più livelli. Come imprenditore, innanzitutto, per aver fondato nel1994 a Gela un’azienda che si occupa di progettazione e costruzione in vari settori. Negli anni ha macinato milioni di fatturato e commesse importanti da multinazionali come Snam Rete gas del gruppo Eni e Agip. Adesso si occuperà – insieme alla società albanese Gener 2 – dei lavori preparatori di una delle più importanti infrastrutture energetiche a livello europeo: il Trans Adriatic Pipeline (Tap), gasdotto che porterà il metano dalla Grecia all’Italia, passando per l’Albania. Una prosecuzione della mega struttura che parte dall’Azerbaijan. Ma quello di Brunetti e della Sicilsando è un nome noto anche ai magistrati e alle forze dell’ordine. I Ros dei Carabinieri di Catania, nell’informativa contenuta nell’indagine Iblis, lo hanno definito un «imprenditore completamente soggiogato da Cosa nostra etnea».   Brunetti, negli anni trascorsi ai vertici della Sicilsaldo, non ha mai riportato condanne né imputazioni. Nel 2007 è stato indagato dalla Direzione investigativa antimafia di Caltanissetta per concessione illecita di subappalto con l’aggravante di aver favorito la mafia. Provvedimento poi archiviato. E per tre volte è stata persona offesa in altrettanti processi come vittima di estorsioni. Nel 2013, ad esempio, – nel processo Iblis sulle collusioni tra politica, mafia e imprenditoria nel Catanese – , quando secondo gli avvocati della difesa avrebbe piuttosto dovuto essere indagato per favoreggiamento. «Nel 2004, sentito dalla polizia giudiziaria, Brunetti non ha denunciato tutti i fatti o meglio non ha denunciato alcune persone – spiegava allora il pm etneoAntonino Fanara in aula – Ma ha poi ritrattato, diciamo così».   In quel processo, Brunetti stesso in aula ha raccontato di aver pagato un pizzo da 50 milioni a Franco Costanzo (condannato in appello nel processo Iblis abbreviato a 11 anni 8 mesi per associazione mafiosa), altri 60mila euro ad Alfio Mirabile, esponente della famiglia mafiosa catanese dei Santapaola, e altri15mila euro a Rosario Di Dio (condannato in primo grado in Iblis ordinario a 20 anni per associazione mafiosa e considerato un boss locale). Anche per il tramite di Giovanni Buscemi e Massimo Oliva (condannati in primo grado nel processo Iblis ordinario a 12 anni per associazione mafiosa). Dall’altro lato, però, ci sono due foto che mostrano Brunetti a una cerimonia di famiglia a casa di Buscemi. «Non ho avuto mai litigi con i ragazzi, con Buscemi e Oliva ho avuto sempre buoni rapporti», spiegava lo stesso Brunetti in aula. La moglie, Maria Grazia di Francesco, inoltre, è proprietaria di una cantina di vini che sono stati venduti anche nel bar del distributore di benzina di Di Dio.   In un’indagine successiva sempre della procura di Caltanissetta, Brunetti viene citato per aver pagato più di 100mila euro ad esponenti di Cosa nostra di Gela e della Stidda, a partire dal 2003. Su di lui il collaboratore di giustizia Crocifisso Smorta ha detto in un verbale del 2009: «Presentatomi tempo prima dal Bevilacqua Giuseppe (imprenditore di Gela coinvolto in un’inchiesta per mafia del 2009, ndr) come un suo amico che poteva farci qualche regalo». Secondo una sentenza del 2010 del tribunale di Palermo, Brunetti avrebbe avuto rapporti anche con Salvatore Bisconti, esponente della famiglia mafiosa di Belmonte Mezzagno, in provincia di Palermo. «Io ho rapporti...

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[:en]The top twenty coal banks[:]

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[:en][on coalbanks.org] The overall state of the global banking sector’s support for the coal industry is not a pretty picture, with 2013 a record year for coal finance.   To really bring home the reality of the findings contained in our latest report on coal finance, we’ve created some attractive visualisations. Once you’ve had a look, we hope the infographics will inspire you to contact the Top 20 coal banks and urge them to quit coal now.   Click the thumbnail on the left to enlarge our main Coal Banks infographic.   To see all of our Coal Banks infographics, please go to: INFOGRAPHICS   Published...

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[:en]The Gulf Oil Spill Disintegrated This Island[:]

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[:en]The Gulf Oil Spill Disintegrated This Island[:]

[:en][on video.nationalgeographic.com] Cat Island was once one of the four largest bird-nesting grounds in Louisiana. But the Deepwater Horizon oil spill killed the mangroves growing there, destroying the root system that held the island’s sediment in place. Since 2010, the 5.5 acre island has been washing away into the Gulf of Mexico, and migratory birds find their home disappearing before their eyes. Published in April 14, 2015...

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