CDCA e A Sud alla COP30 a Belém

La voce di A Sud dalla COP30 di Belém (Brasile) e le iniziative in Italia

Dal 10 al 21 novembre 2025 saremo a Belém, in Brasile, per partecipare come osservatori alla 30° Conferenza delle Nazioni Unite sul Clima. Racconteremo quanto avviene dentro e fuori le negoziazioni, porteremo e raccoglieremo le voci dei territori in lotta contro l’estrattivismo, contro il greenwashing e per una transizione ecologica realmente giusta.

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L’agenda della COP30

A Belém si discuteranno e valuteranno gli NDCs, i nuovi impegni climatici nazionali che stabiliscono gli obiettivi di riduzione delle emissioni di ogni paese. Accanto alla mitigazione, l’adattamento sarà uno dei temi centrali attraverso il Global Goal on Adaptation (GGA) e i nuovi Piani nazionali di adattamento. Un altro capitolo chiave sarà quello della finanza per il clima. Tra i punti principali il nuovo obiettivo di finanziamento (NCQG), che punta ad aumentare il sostegno ai Paesi in via di sviluppo da 100 a 300 miliardi di dollari l’anno, e la Roadmap Baku-Belém, che traccia un percorso per mobilitare almeno 1.300 miliardi di dollari l’anno entro il 2035.

Temi cruciali, che si scontrano con uno scenario geopolitico ostile, segnato dal negazionismo climatico, dai venti di guerra, dalla corsa al riarmo e dalla violenza istituzionale.  Non è un caso che in gioco a Belém ci sia più che mai la credibilità della diplomazia climatica e la sua capacità di tradurre le intenzioni in impegni concreti.

La Cupula dos povos

La Cúpula dos Povos è il grande incontro dei movimenti sociali e delle comunità che vivono in prima linea la crisi climatica. Nata nel 1992 come risposta critica alle negoziazioni ufficiali, propone un’alternativa fondata su giustizia climatica, sociale e ambientale, solidarietà e saperi ancestrali.

Dal 12 al 16 novembre 2025, in concomitanza con la COP30 di Belém, riunirà popoli indigeni, comunità quilombola e tradizionali, giovani e lavorator? in marce, dibattiti e azioni culturali.

La Cúpula mette al centro vite, diritti e territori, non statistiche: unisce chi costruisce ogni giorno soluzioni reali, dall’agroecologia alla difesa dei beni comuni, per spingere i governi ad adottare politiche di vera giustizia climatica.

Dichiarazione della Cupula Dos Povos

Perché A Sud e CDCA alla COP?

Nelle Cop si riuniscono i governi dei 197 Paesi che hanno ratificato la Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (UNFCCC), firmata a Rio de Janeiro nel 1992. Ma la COP30 non è solo un vertice diplomatico: è il terreno di confronto (e di scontro) tra attori diversi e diverse visioni del mondo. Da una parte il business as usual che trasforma la crisi climatica in profitto, dall’altra movimenti e territori che lottano per giustizia climatica, autodeterminazione e diritti della Natura.
La COP30 si terrà nel cuore dell’Amazzonia, a Belém do Pará, in Brasile. Non è un dettaglio geografico ma una scelta politica: è nel Sud globale che l’ingiustizia climatica colpisce più duramente mentre il Nord globale continua a negoziare emissioni e interessi fossili.
Qui non si decide solo il futuro del clima: si decide chi avrà diritto a un futuro.

Per raccontare cosa c’è in gioco, e come finisce la partita.

Andiamo alla COP per osservare da vicino i negoziati, capire quali equilibri politici e di potere si stanno ridefinendo, e portare la prospettiva dei territori e dei movimenti che chiedono giustizia climatica.
La partecipazione di A Sud e CDCA serve a connettere le lotte locali con quelle globali, rafforzare alleanze internazionali e raccontare – con sguardo indipendente e critico – come la diplomazia climatica sta affrontando, o eludendo, le proprie responsabilità.
Perché solo intrecciando voci e resistenze dal basso possiamo costruire un futuro giusto per tutt?.

Per costruire e rafforzare alleanze internazionali

Svolgere la COP in Brasile è un segnale che conta: significa rimettere al centro chi la crisi climatica la subisce davvero. Andiamo a Belém per stare con i movimenti globali per la giustizia climatica. In America Latina oggi si gioca una partita enorme: conflitti ambientali, estrattivismo, repressione, lotte indigene e popolari che resistono da decenni. Con tante realtà — dalla Colombia alla Bolivia, fino all’Amazzonia — abbiamo già lavorato, fatto campagne, costruito ponti. Lì ritroviamo compagn? con cui condividiamo visioni e pratiche.

Per portare una visione radicale dentro la COP

Sì, probabilmente sarà l’ennesimo flop diplomatico. Ma proprio per questo dobbiamo esserci, per non lasciare quei tavoli alle lobby fossili e ai governi che parlano di transizione mentre trivellano.
Da dentro vedi meglio le dinamiche, le crepe, le possibilità di alleanze e di conflitto.
Andiamo per portare la prospettiva della giustizia climatica e delle lotte dal basso, che legano crisi climatica, razzismo, patriarcato e disuguaglianze. La COP non è un punto d’arrivo: è un passaggio. Il resto si fa fuori, insieme, ogni giorno.


Diario dalla COP30

  • Giorno 12 – 24 novembre 2025
    Belém svela il fallimento della diplomazia climatica, ma apre spiragli: una roadmap anti-fossile e nuove alleanze per la giustizia.
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  • Giorno 11 – 21 novembre 2025
    Penultimo giorno a Belém: incendio in COP30, stalli politici e pressioni crescenti sul BAM e sull’uscita dai fossili.
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  • Giorno 10 – 20 novembre 2025A Belém 85 Paesi spingono per uscire dai fossili, mentre Italia e Polonia frenano. La COP30 è al bivio, il tempo è adesso.
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  • Giorno 9 – 19 novembre 2025
    Belém rilancia la lotta globale ai fossili: la Colombia guida un fronte che vuole uscire davvero dal modello che brucia il pianeta.
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  • Giorno 7 – 17 novembre 2025
    Belem in rivolta: popoli indigeni e movimenti sociali spingono per una COP30 che dica finalmente basta ai fossili.
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  • Giorno 6 – 15 novembre 2025
    Anche quest’anno i dati sulla presenza dei lobbisti Gas&Oil alla conferenza di Belém sono alti: su ogni 25 persone accreditate al vertice, uno è un lobbista dei combustibili fossili, in totale sono oltre 1600.
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  • Giorno 5 – 14 novembre 2025
    Il TFFF entra nella Cupula tra promesse e contraddizioni: fondi incerti, debiti in aumento e movimenti che denunciano l’ennesima falsa soluzione verde.
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  • Giorno 4 – 13 novembre 2025
    A Belém la protesta indigena irrompe nella COP30 e svela le contraddizioni del Brasile fossile. Intanto la Cupula esplode di mobilitazioni globali.
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  • Giorno 3 – 12 novembre 2025
    Adattamento al centro della COP30, ma i fondi restano insufficienti. A Belém arrivano movimenti e comunità indigene: la vera pressione viene dai territori.
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  • Giorno 2 – 11 novembre 2025
    Lula parla di disuguaglianze alla Cop30, ma il Brasile continua a spingere sul fossile. A Belém torna al centro il nodo tra clima e ingiustizia.
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  • Giorno 1 – 10 novembre 2025
    Dalla Cop30 alla Cúpula dos Povos: a Belém si apre la sfida per la giustizia climatica tra responsabilità globali, diritti dei popoli e resistenza dei territori.
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Articoli di approfondimento alla COP30

  • Cosa resta della Cop30, la battaglia per il clima e i diritti è ancora lunga – 24 novembre 2025
    Marica Di Pierri e Laura Greco su Domani – COP30 fallisce su fossili e foreste, ma il Bam e il blocco dei 82 paesi per l’uscita dal fossile aprono spiragli di lotta e nuove alleanze.
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  • Sulla fine dei lavori della COP30 – 24 novembre 2025
    Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Cosa è successo alla 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici? Quali sono le grandi vittorie? Quali le sconfitte?
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  • La tabella della discordia – cos’è successo alla COP30 – 23 novembre 2025
    Laura Greco su Radio24 – COP30 a Belém annuncia impegni su energia, foreste e adattamento, ma senza una vera uscita dal fossile restano promesse vuote da incalzare con lotte dal basso.
    Ascolta su Il Sole 24 ore
  • “A resposta somos nós”. Ma alla COP30 le richieste dei popoli indigeni non fanno breccia – 23 novembre 2025
    Laura Greco su EconomiaCircolare.com – Alla COP30 le voci indigene restano ai margini mentre la foresta corre verso il punto di non ritorno. Senza giustizia, non c’è futuro.
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  • La “Dichiarazione di Belém” e il multilateralismo del phase out dai fossili spinto dal basso – 21 novembre 2025
    Laura Greco su Altreconomia – Da Belém arriva una spinta dal basso per uscire dai fossili: governi e movimenti uniscono le voci per un phase out reale, giusto, globale.
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    • Cop30: senza il Gender action plan ogni azione climatica è limitata – 21 novembre 2025
      Marica Di Pierri e Laura Greco su Valori – Nonostante le ambiziose premesse il Gender action plan ha trovato diversi ostacoli sui tavoli negoziali della Cop30

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  • Alla Cop30 arrivano le storie di migrazioni climatiche – 21 novembre 2025

Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30, in vista delle negoziazioni finali, si parla del fenomeno crescente degli sfollamenti forzati dal cambiamento climatico.
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  • Belém, la foresta degli indigeni si ribella a Lula – 20 novembre 2025
    Laura Greco su Il Manifesto – Le nazionalità dell’Amazzonia denunciano l’inagibilità politica alla Cop e chiedono una mobilitazione internazionale guidata direttamente dai popoli indigeni per proteggere i loro territori e affrontare la crisi climatica alla radice
  • Alla Cop 30 i movimenti si riprendono la scena – 20 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Il Manifesto – Era dalla Cop 26 di Glasgow che non si vedeva così tanta società civile. Accanto al vertice ufficiale, in più di 50 mila hanno animato la «Cupula dos povos» per una svolta vera sul clima e i diritti
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  • COP30, BELÉM | Italiani in mobilitazione – 20 novembre 2025]
    Il Climate Pride in azione alla COP30: l? attivist? chiedono all’Italia una roadmap chiara e ambiziosa per uscire dai fossili.
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  • A Belém torna il protagonismo sociale – 19 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Collettiva – Alla Cop30 movimenti, organizzazioni, popoli e sindacati riacquistano centralità: proposte e campagne dal basso sono arrivate nelle stanze dei negoziati.
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  • Come procede la COP30 in Brasile? Intervista a Laura Greco da Bélem – 19 novembre 2025
    Laura Greco su Scienza e Pace Magazine – COP30 tra repressione, lobby fossili e resistenze indigene: la giustizia climatica la costruiscono i territori, non i negoziati.
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  • Lifegate dalla COP30 – 18 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Lifegate – Dalla COP30 il racconto dell’inedita comunicazione tra dentro e fuori la COP, tra le richieste indigene e l’ambiguo governo di Lula.
    Ascolta su Lifegate
  • Il Fondo per le foreste e la falsa soluzione del biocapitalismo si ripropone alla Cop30 di Belém – 18 novembre 2025
    Laura Greco su Altreconomia – Il Tropical forests forever facility lanciato da Lula è l’ennesimo dispositivo finanziario che viene presentato come innovazione.
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  • Attivismo e giustizia climatica: se il diritto alla protesta diventa un reato – 17 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Valori.it – Alla Cop30 emerge un allarme globale: in molti Paesi il diritto alla protesta viene represso e l’attivismo ambientale è sempre più criminalizzato
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  • Alla Cop30 di Belèm il fondo per l’adattamento resta senza fondi – 17 novembre 2025]
    Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30 fallisce, per il terzo anno di fila, l’obiettivo di raccolta minima per finanziare l’adattamento dei Paesi del Sud globale.
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  • Massiccia partecipazione popolare a Belém – 16 novebre 2025
    Marica Di Pierri su L’aria Che Respiri – Alla Cúpula dos Povos tantissime voci per reclamare la fine dei combustibili fossili e una giustizia climatica guidata dai popoli, non dalle multinazionali.
    Ascolta su Radio Rai1
  • In diretta da Bele?m – Aggiornamenti sulla prima settimana di COP30 – 15 novembre 2025
    Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – In diretta da Belém, per raccontare in diretta i lavori della 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici. ?Foto di Oliver Ninja e Midia Ninja
    Guarda la diretta
  • Cop30: chi difende i combustibili fossili dentro i negoziati sul clima – 14 novembre 2025
    Marica Di Pierri per Altreconomia – Alla Cop30 un lobbista fossile ogni 25 delegat?: il vertice che dovrebbe chiudere l’era fossile continua a farsela scrivere da chi la profitta.
    Leggi l’articolo
  • Giustizia climatica, questa dimenticata – 13 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Il Manifesto – Il legame tra clima e disuguaglianze è ormai assodato. Ma dopo 30 anni di conferenze, i ricchi continuano a fare grandi affari con i fossili.
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  • L’adattamento secondo la COP30: “Adattarsi è sopravvivere” – 13 novembre 2025
    Marica Di Pierri per EconomiaCircolare.com – COP30 punta a rendere operativo il Global Goal on Adaptation, tra governance multilivello, indicatori, fondi insufficienti e necessità di giustizia climatica.
    Leggi l’articolo
  • La Cop30 in Brasile e le politiche industriali green – 11 novembre 2025
    Marica Di Pierri per Tutta La Città Ne Parla, Radio3 – È iniziata la Cop30 a Belém, 10 giorni in cui si discuterà su come trovare una via d’uscita alla deriva del cambiamento climatico nonostante le difficoltà politiche che ci circondano.
    Ascolta l’episodio
  • Road to Belém – 7 novembre 2025Marica Di Pierri per Valori.it – Verso la Cop30 di Belém, cosa aspettarci dal più importante appuntamento per salvare il clima della Terra? Diretta con Marica Di Pierri, Luca Lombroso, Giovanni Mori e Lorenzo Tecleme.
    Guarda la diretta
  • Da Parigi a Belém, i conti che non tornano – 6 novembre 2025
    Marica Di Pierri per Il Manifesto – Tra tensioni e fragili compromessi, i preparativi alla vigilia della Conferenza Onu. A che punto sono gli impegni nazionali di riduzione e i piani di adattamento dei singoli Paesi.
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  • A Sud a Belém alla Cop30 – 6 novembre 2025
    A Sud seguirà negoziati e mobilitazioni dalla COP30 di Belém, amplificando le voci dei movimenti per giustizia climatica e sociale.
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  • A Sud aderisce alla Global Call to Action della Cúpula dos Povos  – 5 settembre 2025
    Il 15 novembre scendiamo in piazza: basta disuguaglianze e razzismo ambientale, vogliamo giustizia climatica e un mondo dove la vita sia al centro.
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  • Vertice dei Popoli Verso la COP30: Manifesto Politico – 13 giugno 2025
    A Sud aderisce al Manifesto dei Popoli verso la COP30: un appello globale per giustizia climatica, anticapitalismo e democrazia dal basso.
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Racconteremo le negoziazioni

Per spiegare cosa accade davvero alla COP30, come si muovono i governi e quali interessi guidano le scelte sulla crisi climatica. Vi offriremo una copertura quotidiana per raccontarvi con le nostre parole e con uno sguardo critico, indipendente e radicale, vicino ai movimenti il dentro e fuori la Cop

Sveleremo le contraddizioni

Tra le promesse ufficiali e la realtà, mostrando lo scontro continuo tra lobby fossili e popoli che difendono la vita e i territori. Denunceremo le responsabilità smascherando la falsa transizione energetica e chi continua a inquinare mentre parla di sostenibilità con greenwashing e false soluzioni

Daremo voce alle comunità

Portando le loro storie, le lotte quotidiane e le alternative concrete alla devastazione ambientale, contro colonialismo ed estrazione. Ci collegheremo con l’Italia per connettere istanze e battaglie


INFO E CONTATTI

Per contatti e interviste con la delegazione:

Marica Di Pierri
maricadipierri@asud.net
55 21 967071220

Laura Greco
lauragreco@asud.net
+55 21 997673184

Strategie per la difesa del mare e delle coste da inquinamenti da idrocarburi e sostanze nocive

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Strategie per la difesa del mare e delle coste da inquinamenti da idrocarburi e sostanze nocive

[di Ispra su isprambiente.it] L’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (ISPRA) ha avuto mandato dal Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare di realizzare uno strumento tecnico-operativo a supporto delle azioni poste in essere dai soggetti istituzionalmente competenti  all’interno del sistema nazionale di intervento per la difesa del mare e delle zone costiere a seguito di sversamenti accidentali in mare da idrocarburi e/o altre sostanze tossico nocive (HNS).   Nascono così, nell’ottica di prevenire e combattere gli effetti dannosi sulle risorse del mare, i presenti Quaderni delle emergenze ambientali in marerealizzati dall’ISPRA, Servizio Emergenze Ambientali in Mare, grazie all’alta professionalità tecnico-scientifica maturata in anni di formazione sul campo, in ambito nazionale ed internazionale.   Scarica qui i quaderni: Quaderno introduttivo emergenze ambientali in mare (pdf – 2 Mb) Quaderno n.1 – Sversamento di idrocarburi in mare: stima delle conseguenze ambientali e valutazione delle tipologie di intervento (pdf – 4 Mb) Quaderno n.2 – La bonifica delle coste interessate dallo spiaggiamento di idrocarburi (pdf – 5.8 Mb) Quaderno n.3 – Inquinamento chimico da HNS (Hazardous and Noxoius Substances) in mare (pdf – 8.5 Mb) Quaderno n. 4 – Modalità di campionamento degli idrocarburi in mare e lungo la costa (pdf – 3.2 Mb)  ...

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Le mire di Italia e Croazia sul petrolio dell’Adriatico

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Le mire di Italia e Croazia sul petrolio dell’Adriatico

[di Giampaolo Tarantino su linkiesta.it] Ci sono già 1300 pozzi attivi. La Croazia trivella ancora, l’Italia vorrebbe ma non può   Incrementare la produzione di idrocarburi come previsto dalla Strategie economica nazionale (Sen) e, allo stesso tempo, non depotenziare la salvaguardia del territorio. È questo il quadro su cui deve vigilare il Ministero dell’Ambiente: «Sono convinto che non vi possa né debba esserci antagonismo fra ambiente e sviluppo, anche su un tema delicato come quello delle ricerche di idrocarburi», spiega il Ministro dell’Ambiente, Gian Luca Galletti in una conversazione con Linkiesta.   Rafforzamento della sicurezza e indipendenza dell’approvvigionamento nazionale, con una riduzione di circa 14 miliardi l’anno di acquisti energetici dall’estero: questi i pilastri della Sen. Il governo punta infatti a raddoppiare la produzione di idrocarburi, arrivando a 24 milioni all’anno di barili equivalenti – l’unità di misura che omogeneizza petrolio e gas – entro il 2020. Inoltre, toglie alle Regioni il potere di veto sulla ricerca e sulla trivellazione di giacimenti di petrolio e di metano.   Mentre l’Italia progetta il proprio futuro energetico, c’è già chi si è mosso per tempo. Nella primavera del 2014 la Croazia ha deciso di trivellare nel Mare Adriatico per cercare giacimenti di idrocarburi. La scorsa settimana, Il nostro Ministero dell’Ambiente ha chiesto e ottenuto dal governo croato l’avvio di consultazioni transfrontaliere sul piano di trivellazioni lanciato da Zagabria. Le esplorazioni in mare verranno effettuate lungo la linea di confine delle nostre acque territoriali. Ma cosa spinge l’Italia a controllare le attività esplorative della Croazia? In realtà, secondo il Ministro dell’Ambiente non è corretto parlare di “controllo”. «Si tratta di cooperazione internazionale su un tema strategico per l’Europa come l’energia. E’ una possibilità prevista da una direttiva comunitaria e dalla convenzione internazionale di Espoo. Partecipiamo alle valutazioni croate per contribuire a prevenire ogni impatto, anche potenziale, sulle acque e le coste di tutto l’Adriatico, un mare che ci unisce e che sta a entrambi molto a cuore». La scorsa settimana Galletti ha incontrato a Bruxelles il viceministro croato all’Ambiente, Dokoza . «Lì ho avuto conferma che non verranno firmati contratti fino al termine della procedura di valutazione ambientale strategica, i cui esiti saranno inseriti nei contratti di concessione. Credo che le osservazioni italiane, che verranno sia dal ministero che dalle regioni interessate, saranno prese in grande considerazione dal governo di Zagabria. L’obiettivo è comune e il percorso è condiviso».   Nel Mare Adriatico ci sono oltre 1300 pozzi attivi. L’Italia, va detto, ha una legislazione piuttosto restrittiva sulle trivellazioni. Secondo i dati della Commissione Attività produttive della Camera, al 31 dicembre 2013, nel nostro Paese «risultano vigenti sul territorio italiano 115 permessi di ricerca (di cui 94 sulla terraferma, e 21 in mare) e 200 concessioni di coltivazione (di cui 134 sulla terraferma e 66 in mare)». Per quanto riguarda invece le attività offshore (cioè quelle al largo delle coste) i permessi e le concessioni sono compresi in sette aree marine. In Italia, infatti, solo alcune aree della piattaforma continentale sono aperte alla ricerca di idrocarburi. Adesso il governo del premier Zoran Milanivic ha deciso di dare la caccia agli idrocarburi a pochissimi chilometri dalle coste italiane. Anche altri paesi rivieraschi come Grecia, Albania e Montenegro vogliono valorizzare il sottosuolo marino per incassare royalties e ridurre la dipendenza dagli approvvigionamenti dall’estero.   L’Italia, come previsto...

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Cantone boccia la Pedemontana: “L’appalto è già cresciuto del 47 per cento”

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Cantone boccia la Pedemontana: “L’appalto è già cresciuto del 47 per cento”

[di Andrea Montanari su repubblica.it] Le carte sui lavori per il primo tratto dell’autostrada lombarda (Lomazzo-Cassano Magnago) sono state inviate a Procura e Corte dei conti. L’appalto è stato vinto nel 2007 dal gruppo RTI Impregilo.   L’Autorità nazionale anticorruzione boccia la gara d’appalto per l’assegnazione dei lavori della tratta A della Pedemontana, del primo lotto della tangenziale di Varese e di quello di Como. La prima, lunga 15 chilometri, collega da Lomazzo e Cassano Magnago le autostrade A8 e A9 ed è stata inaugurata a gennaio dal governatore lombarde Roberto Maroni. Le altre due dovrebbero essere pronte, rispettivamente, ad aprile e a luglio, per un totale di circa otto chilometri. L’appalto è stato vinto nel 2007 dal gruppo RTI Impregilo per l’importo di 629 milioni 644mila 723,77 euro. Di cui 579 milioni 91mila 163 per lavori.   La relazione ispettiva dell’autorità presieduta da Raffaele Cantone, però, contesta che i costi sono saliti del 47 per cento dell’importo contrattuale. Falsando di fatto la gara ai danni degli altri concorrenti. L’aumento, pari a 296 milioni 108mila 351,26 euro, è stato dovuto a due variazioni e ha portato il costo complessivo a 925 milioni 773mila 75,02.  Nel rapporto ispettivo – inviato fra gli altri all’ufficio vigilanza dei lavori, al capo della Struttura tecnica di missione del ministero delle Infrastrutture, alla Corte dei conti, al Cipe e alla Procura – si legge che «la fattispecie riscontrata, in virtù del principio di invarianza delle condizioni negoziali, si traduce in una oggettiva alterazione della parità di condizione dei concorrenti e viola il principio di certezza delle situazioni giuridiche sotteso alla immodificabilità della lex specialis; contrariamente il bando di gara perderebbe la sua forza cogente per i soggetti partecipanti, ai quali non è dato interpretare e precisare il senso e la portata di quei parametri di gara la cui immutabilità è posta a garanzia di tutti indistintamente i partecipanti».   Inoltre l’Autorità nazionale anticorruzione fa notare che «la fattispecie riscontrata viola il principio della immodificabilità dell’offerta, teso a garantire, da un lato, la par condicio fra i concorrenti, e dall’altro, l’affidabilità del contraente». La durata dell’appalto era prevista in 2.480 giorni decorrenti dalla data di aggiudicazione. Mentre nel rapporto ispettivo firmato da Cantone si dice che «l’opera è in ritardo e solo con i successivi atti aggiuntivi hanno riportato il tutto entro l’anno 2014», dato che il completamento dei lavori e la messa in esercizio delle opere autostradali in questione «era stata assicurata entro il tempo utile per Expo 2015».   Il documento dell’Autorità anticorruzione si conclude con un’accusa pesante. Rileva che la gestione del procedimento di esecuzione dell’appalto relativo alla realizzazione del primo lotto della tangenziale di Como, del primo lotto della tangenziale di Varese e della tratta della Pedemontana che collega le autostrade A8 e A9 «non appare in linea» con i principi della legge 162 del 2006. Perché «attraverso gli accordi ratificati in corso di esecuzione sono state formulate clausole che variano sostanzialmente sia l’offerta del partecipante sia il contratto principale di appalto con conseguente aumento dei costi di esecuzione e di slittamento nel tempo della conclusione dei lavori, e ciò a danno dell’interesse pubblico e della collettività». Una nuova tegola che arriva sul vertice di Pedemontana in scadenza. Al quale si aggiunge l’audit firmato dal presidente dell’organismo di vigilanza della società...

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Taranto, “metalli nei fanghi prodotti da Acquedotto pugliese”

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Taranto, “metalli nei fanghi prodotti da Acquedotto pugliese”

[di Francesco Casula su ilfattoquotidiano.it] Traffico e gestione illecita di rifiuti è l’accusa ai vertici della società, proprietaria dell’impianto di compostaggio di Ginosa, in provincia di Taranto, nel quale confluivano le acque reflue urbane dei comuni della provincia di Bari e, secondo l’accusa, anche di alcuni siti industriali. Secondo le indagini dei carabinieri del Noe sono state riscontrate sostanze nocive (come ferro, mercurio, zinco e altro) che non potevano essere di natura urbana   Si chiama “pura Terra”, ma in realtà conteneva arsenico, piomboe tanti altri metalli nocivi. Insomma rifiuti industriali utilizzati per concimare i campi agricoli. I carabinieri del Nucleo Operativo ecologico di Lecce, guidati dal maggiore Nicola Candido, hanno sequestrato i fanghi prodotti dall’Acquedotto pugliese e venduti o ceduti gratuitamente a oltre 50 aziende agricole, operative in gran parte nel territorio tarantino. Traffico e gestione illecita di rifiuti è l’accusa mossa dalla Direzione distrettuale antimafia di Lecce ai vertici di Acquedotto Pugliese proprietaria dell’impianto di compostaggio di Ginosa, in provincia di Taranto, nel quale confluivano le acque reflue urbane dei comuni della provincia di Bari e, secondo l’accusa, anche di alcuni siti industriali. Secondo le indagini effettuate dai carabinieri del Noe, infatti, nei fanghi sono state riscontrate elevate percentuali di sostanze nocive (come ferro, mercurio, zinco e altro) che non potevano essere di natura urbana e pertanto il cosiddetto AMC, (“Ammendante compostato misto” un compost ricavato dai rifiuti depurati provenienti dagli insediamenti civili utilizzato in agricoltura) non poteva essere commercializzato. L’AMC, in sostanza, era in un rifiuto poiché dalle analisi, è stato accertato contenere elevate concentrazioni di metalli ed idrocarburi totali e quindi è “rilevante – secondo quanto hanno spiegato gli investigatori  – il rischio di inquinamento delle matrici suolo ed acqua sotterranea”. Non solo. I militari hanno chiarito che la commercializzazione del prodotto è un evidente rischio anche e soprattutto per la salute umana.   La presenza di metalli all’interno dei fanghi, tuttavia, è collegato allo scarico non autorizzato di alcune aziende alla rete fognaria. Un punto noto all’Acquedotto Pugliese che, come emerge dalle carte dell’inchiesta, aveva segnalato alla procura la presenza di sostanze rinvenienti da attività produttive non autorizzate” , ma nonostante la denuncia la commercializzazione, o la cessione gratuita, dei fanghi era proseguita indisturbata tanto da costringere la magistratura a sequestrare i fanghi presenti questa mattina all’interno dell’impianto tarantino. La consulenza tecnica disposta dal pubblico ministero Valeria Mignone aveva anche accertato che in alcuni casi i fanghi contenevano alluminio, antimonio, argento, arsenico, boro, berillio, cadmio, cromo, ferro, mercurio, selenio, stagno, tallio e vanadio in concentrazioni fino 87 volte superiori ai rispettivi valori minimi riscontrati. Per il piombo, addirittura, si arrivare a superare il valore minimo di 220 volte.   L’Acquedotto Pugliese e la società Aseco, di proprietà della prima e incaricata di gestire l’impianto della provincia di Taranto, avrebbero quindi dovuto smaltire i rifiuti e invece, secondo l’accusa, la strategia di rivenderli o cederli anche gratuitamente è servito a non attivare le procedure per lo smaltimento dei rifiuti risparmiando illegittimamente migliaia e migliaia di euro. La Dda di Lecce ha iscritto nel registro degli indagati 8 persone tra i quali Nicola Costantino, amministratore unico di Aqp.   Pubblicato il 23 marzo 2015 su ilfattoquotidiano.it...

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Profughi sul Pianeta

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Profughi sul Pianeta

[di La nuova Ecologia su kyotoclub.org]   Quali sono gli effetti del global warming sui fenomeni migratori? E quali risposte dare ai bisogni di giustizia globale? Un confronto fra scienza, sociologia, diritti umani. Aspettando il nuovo rapporto dell’Ipcc sul clima.     A cura di Tiziana Finelli e Marco Fratoddi Interventi di Valerio Calzolaio, Stefano Caserini, Tiziana Finelli, Maurizio Gubbiotti, Marco Omizzolo Interviste a Cristopher Hein e Stefano Masini Con un reportage di Alessandro Grassani Hanno collaborato Eleonora Porcacchia e Michele D’Amico   Scarica qui il Dossier “Profughi sul...

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Nulla di tranquillo sul suolo pedemontano

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Nulla di tranquillo sul suolo pedemontano

[di Rete Comitati Alto Vicentino su ecomagazine.info] Nelle ultime settimane il sonnolento iter della Superstrada Pedemontana Veneta è stato investito direttamene o indirettamente da alcuni eventi negativi da quali partiamo per fare una riflessione.   A fine gennaio 2015 il Commissario Straordinario per la realizzazione della SPV, nonché amministratore delegato di Veneto Strade, Ing. Silvano Vernizzi, viene indagata per turbativa d‘asta in relazione all’affidamento ad Adria infrastrutture dell’incarico per la realizzazione della “via del Mare”, una superstrada a pagamento lunga 18, 8 km, del costo di 210 milioni di euro che dovrebbe collegare l’autostrada A4 dal casello di Meolo a Jesolo.   A fine febbraio 2015 la Corte dei Conti invia una richiesta di chiarimenti all’Ing. Vernizzi, rilevando tra l’altro come il contributo pubblico sia passato da 175 a 614 milioni di euro e come esista un potenziale conflitto di interesse tra la carica di Commissario straordinario e quella di Presidente della Commissione VIA ricoperta fino a pochi mesi fa da Vernizzi stesso, nonché la completa discrezionalità dell’affidamento di incarichi e consulenze e la mancanza di pianificazione adeguata.   A metà marzo 2015 la magistratura di Firenze arresta per corruzione, induzione indebita, turbata libertà degli incanti ed altri delitti contro la Pubblica amministrazione Tra gli arrestati il super-dirigente del Ministero dei Lavori Pubblici Ercole Incalza, e l’imprenditore Stefano Perotti. Secondo l’accusa, Ercole Incalza grazie alla sua posizione strategica, induceva le società concessionarie di molte grandi opere ad affidare a Stefano Perotti la direzione dei lavori delle stessa. In cambio Stefano Perrotti affidava incarichi e consulenze a persone indicate da Ercole Incalza. Perotti era, fino al suo arresto, il direttore dei lavori anche della Superstrada Pedemontana Veneta.   Nella seconda metà di marzo, la corte dei conti invia una seconda richiesta di chiarimenti al Commissario Vernizzi. Questa volta, la magistratura contabile, oltra chiedere chiarimenti proprio su Stefano Perotti e sulle modalità con le quali gli è stata affidata la direzione dei lavori, mette in discussione l’impianto stesso della convenzione che sorregge SPV rilevando come le previsioni di traffico siano state sovrastimate e paventando il rischio che non venga raggiunta la soglia dei 25.000 veicoli al giorno al di sotto della quale ulteriori costi per circa 400 milioni ricadrebbero sulla collettività, portando il totale dell’esborso pubblico sopra il miliardo di euro ed eliminando (assieme ad altre clausole della convenzione tra concessionario e Regione) il rischio d’impresa per il soggetto privato ( In pratica la Corte de conti riprende alcune delle argomentazioni sostenute da anni dagli attivisti dei comitati contro la SPV).   Qualunque persona di buon senso, a questo punto fermerebbe tutto in attesa di chiarire tutti gli aspetti della questione.   Invece no: i lavori proseguono come se nulla fosse, perché, sostengono politici di ogni schieramento, “occorre isolare le mele marce”, ma le opere vanno continuate.   Il caso SPV è paradigmatico.   La Pedemontana Veneta è nata all’interno del “sistema Galan”, con tutte le logiche di spartizione ed affidamento tra i soggetti che negli ultimi quindici anni si sono divisi gli appalti in Veneto. Alla fine l’opera è stata affidata all’attuale concessionario solo a causa di un eccesso di sicurezza del proprio potere da parte dei boiardi veneti, i cui legali hanno presentato in ritardo la richiesta di esercitare il “diritto di prelazione”, abominevole clausola presente nella normativa per le opere realizzate in project financing.   Come tutte le grandi opere, dal...

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[:en]Boom and Bust tracking the global coal plant pipeline[:]

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[:en]Boom and Bust tracking the global coal plant pipeline[:]

[:en][by Christine Shearer, Nicole Ghio, Lauri Myllyvirta, and Ted Nace on action.sierraclub.org] From 2005 to 2012, worldwide coal-fired generating capacity boomed, growing at three times the previous pace. The increase in the global coal fleet was twice the size of the entire existing U.S. coal fleet. That boom is now busting. In India, projects shelved or cancelled since 2012 outnumber project completions by six to one, and new construction initiations are at a near-standstill. In both Europe and the U.S., the coal fleet is shrinking, with retirements outnumbering new plants. China faces a looming glut in coal-fired generating capacity, with plant utilization rates at a 35-year low.   Bad news for coal builders is good news for the climate and public health. Because coal is the most carbon-intensive fossil fuel and coal plants have a long lifespan, growth in coal capacity has major implications for climate stability. In addition to its effect on climate, pollution from coal combustion is responsible for an estimated 800,000 premature deaths each year.   This report provides the results of a worldwide survey completed in January 2015 by the Global Coal Plant Tracker. It includes the following conclusions: Boom is turning to bust. After a period of extraordinary growth, worldwide coal plant construction has slowed rapidly due to increasingly effective citizen opposition, competition from renewables, and economic restructuring. Since 2010, two plants have been shelved or cancelled worldwide for every plant completed. In Europe, South Asia, Latin America, and Africa, the failure-tocompletion rate is 4:1 or higher. The amount of new coal-fired generating capacity in the proposal pipeline worldwide dropped from 1,401 GW in 2012 to 1,080 GW in 2014, a 23 percent decline. The proposed coal plant pipeline remains highly dangerous. Even if the trend of two coal plant proposals halted for every one plant built continues, the remaining one-third will use up nearly all of the available carbon budget for avoiding the internationally recognized 2°C warming threshold. Stronger efforts are needed to curb new coal capacity. China faces a capacity glut. In 2014, China recorded a 1.6 percent decline in power generation from coal, and the overall utilization rate for thermal plants declined to 54 percent, the lowest level in over three decades. Although coal capacity additions fell by half from 2006 to 2014, China needs to cancel more proposed coal plants to avoid large amounts of stranded or underutilized coalfired capacity. India’s coal boom has withered. Grassroots citizen opposition, coal supply issues, and other problems have caused financing for new coal plants to dry up. Although 69 GW of capacity is still under construction due to a surge in construction starts prior to 2012, less than 10 GW of new construction has started since mid-2012. For every project completed in India since mid-2012, six projects have been shelved or cancelled. Nevertheless, approximately 300 GW of capacity remains in planning, a potentially dangerous carbon bomb. In the United States and the European Union, coal capacity continues a long-term decline. From 2003 to 2014, the amount of coal-fired generating capacity retired in the US and the EU exceeded new capacity by 22 percent. With most new capacity plans halted and large amounts of capacity slated for retirement, reductions in coal capacity are expected to accelerate. Some countries are defying the slowdown. Concentrations of proposed new coal-fired generating...

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L’ambiente in Europa 2015: necessità di politiche e investimenti più decisivi

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L’ambiente in Europa 2015: necessità di politiche e investimenti più decisivi

[su eea.europa.eu] Le politiche ambientali e climatiche dell’Europa hanno fornito benefici sostanziali, migliorando l’ambiente e la qualità della vita, dando impulso al contempo all’innovazione, alla creazione di posti di lavoro e alla crescita. Nonostante questi successi, l’Europa si trova ancora a dover affrontare una serie di sfide ambientali in costante aumento. Risolverle richiederà modifiche fondamentali nei sistemi di produzione e consumo che sono alla radice dei problemi ambientali. Questi sono alcuni dei messaggi chiave della valutazione quinquennale “L’ambiente in Europa – Stato e prospettive nel 2015en” (SOER 2015) dell’Agenzia europea dell’ambiente, pubblicata oggi. Il SOER 2015 è una valutazione integrata dell’ambiente in Europa. La relazione include valutazioni e dati a livello globale, regionale e nazionale, oltre ad analisi comparative tra vari paesi.   Le politiche dell’UE hanno prodotto benefici sostanziali Oggi, i cittadini europei usufruiscono di aria e acqua più pulite, meno rifiuti vengono portati in discarica e viene riciclato un maggior numero di risorse. Tuttavia, l’Europa è ancora ben lontana dal centrare l’obiettivo di “vivere bene entro i limiti del nostro pianeta” entro il 2050, come previsto nel 7° Programma d’azione europeo per l’ambienteen. Sebbene utilizziamo le risorse naturali in modo più efficiente rispetto a prima, stiamo continuando a deteriorare le fonti primarie da cui dipendiamo in Europa e nel resto del mondo. Le sfide maggiori rimangono problemi quali la perdita della biodiversità e il cambiamento climatico.   Hans Bruyninckx, direttore esecutivo dell’AEA ha affermato: “La nostra analisi mostra che le politiche europee hanno affrontato con successo le numerose sfide ambientali nel corso degli anni. Tuttavia evidenzia al tempo stesso  che continuiamo a danneggiare i sistemi naturali che sostengono la nostra prosperità. Sebbene vivere entro i limiti del pianeta rappresenti una sfida immensa, vi sono enormi benefici nel raccogliere questa sfida. Utilizzare appieno la capacità innovativa dell’Europa potrebbe renderci realmente sostenibili e situarci alla frontiera della scienza e della tecnologia, creando nuovi settori produttivi e una società più sana”.   Il SOER 2015 evidenzia la necessità di politiche più ambiziose per raggiungere la “Visione  2050” dell’Europa e sottolinea l’esigenza di nuovi approcci che rispondano alla natura sistemica di molti problemi ambientali. Ad esempio, le pressioni esterne, incluse le macro-tendenze globali, possono contrastare le politiche specifiche e gli sforzi di gestione ambientale a livello locale. Inoltre, molte sfide ambientali sono strettamente correlate a sistemi di produzione e consumo che favoriscono un più alto livello occupazionale e distribuiscono mezzi di sostentamento. Di conseguenza modifiche a tali sistemi comportano diversi costi e benefici.Per di più i miglioramenti dal punto di vista dell’efficienza vengono spesso vanificati dall’aumento del consumo.   La relazione in conclusione afferma che sebbene la piena adozione delle politiche esistenti sia fondamentale, né le politiche ambientali attualmente in vigore, né i successi in termini di efficacia guidati da fattori economici e tecnologici saranno sufficienti a raggiungere la “Visione 2050 “ dell’Europa .   Esigenza di trasformazione dei sistemi chiave Affrontare le sfide complesse che attendono l’Europa richiederà politiche più ambiziose, oltre a una migliore conoscenza e a investimenti intelligenti, volti a trasformare radicalmente sistemi fondamentali quali alimentazione, energia, alloggi, trasporti, finanza, sanità e istruzione. Saranno necessarie strategie e approcci volti alla mitigazione delle pressioni , alla prevenzione di potenziali danni, al ripristino degli ecosistemi, alla correzione delle disuguaglianze socio-economiche e all’adattamento alle tendenze globali, come il cambiamento climatico e l’esaurimento delle...

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Obama, taglio del 40% delle emissioni di gas serra

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Obama, taglio del 40% delle emissioni di gas serra

[su greenreport.it] Complimenti da Sierra Club, si arrabbiano i repubblicani   Il presidente Usa Barack Obama ha  firmato un ordine esecutivo che fissa i nuovi obiettivi di riduzione delle emissioni di gas serra per le agenzie federali, utilizzando così il suo potere esecutivo per affrontare alla radice le cause del cambiamento climatico e dare l’esempio agli altri Paesi ed al refrattario mondo del business.   Le direttive firmate da Obama per le agenzie federali di Obama prevedono che nei prossimi 10 anni taglino in media le emissioni del 40% rispetto al 2008 e che aumentino l’uso di energia elettrica da fonti rinnovabili fino al 30%. Si tratta di obiettivi in linea con l’accordo climatico sottoscritto nel novembre 2014 con la Cina, che prevede che entro il 2025 gli Usa riducano del 26 – 28% le emissioni di gas serra rispetto ai livelli del 2005. Obama, facendo arrabbiare molto i repubblicani, mantiene la sua promessa/minaccia: utilizzare i gli ultimi due anni di mandato con una interpretazione espansiva della sua autorità presidenziale, attuando mosse unilaterali per combattere il cambiamento climatico, scavalcando così l’ostruzionismo della maggioranza repubblicana al Congresso.   La direttiva di Obama amplia l’obiettivo che il presidente Usa aveva proposto nel suo primo anno di mandato: tagliare le emissioni di gas serra federali del 28% entro il 2020 e Christy Goldfuss, responsabile del White House Council on Environmental Quality, sottolinea che «Da allora, le agenzie federali hanno ridotto le loro emissioni del 17%, con un aumento, al 9% dal 3%, della quota di energia elettrica da fonti rinnovabili che consumano». Secondo lo staff della Casa Bianca, la nuova direttiva, diminuendo l’energia sprecata, potrebbe far risparmiare al governo federale Usa fino a 18 miliardi dollari nei prossimi 10 anni.   Durante una visita al Dipartimento dell’energia, Obama ha detto: «Stiamo dimostrando che è possibile far crescere la nostra robusta economia facendo allo stesso tempo la cosa giusta per il nostro ambiente e per la lotta in modo serio ai cambiamenti climatici.  L’America ancora una volta saprà essere leader con l’esempio». Anche se la quota di emissioni di gas serra prodotta dal governo federale Usa  nel 2023 è stata meno dell’1% del dato nazionale, Obama punta evidentemente a dare l’esempio. Infatti il governo federale è anche  il maggior consumatore di energia negli Usa, visto che è proprietario di 360.000 edifici, 650.000 veicoli e spende 445 miliardi dollari all’anno in beni e servizi, quindi può influenzare società private che fanno affari con il governo a ridurre le loro emissioni per raggiungere gli obiettivi nazionali. Non a caso, insieme all’ordine esecutivo, l’amministrazione Obama ha pubblicato una nuova scheda di valutazione per capire quante emissioni producano i fornitori federali e per monitorare le loro riduzioni.   Obama, dopo aver visitato il tetto solare del Dipartimento dell’energia, ha sottolineato che «Mano a mano che crescono  le economie di scala e la domanda di solare ed eolico e di energie rinnovabili, possono ovviamente contribuire a ridurre il prezzo complessivo, diventando molto più efficienti e  inizieremo  un ciclo virtuoso che è un bene per l’economia e crea posti di lavoro qui in America».   Secondo il direttore esecutivo di Sierra Club,  Michael Brune, «Con questo annuncio, il presidente Obama è ancora una volta all’avanguardia nella lotta contro la crisi climatica. E sta portando con lui alcune delle più grandi...

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[:en]Prices fail to reflect fossil fuels’ real costs[:]

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[:en]Prices fail to reflect fossil fuels’ real costs[:]

[:en][By Tim Radford on climatenewsnetwork.net] The price consumers pay for the fossil fuels we use are appreciably lower than their true cost to society, US researchers say, and by the same logic renewables are seriously over-priced. LONDON | Forget the price of petrol at the pumps. The true cost of any fossil fuel is much greater if social costs are factored in, according to new research.   A climate scientist in the US reports in Climatic Change journal that American motorists get a gallon of gasoline for at least $3.80 less than it really costs, and the price of coal-fired electricity would quadruple if consumers had to pay the real price. In contrast, solar and wind power are much cheaper than they might seem.   Professor Drew Shindell, of Duke University in Durham, North Carolina, has been calculating the economic entity called social cost ? a measure of all the other burdens, charges, and impositions that arrive with a quantity of goods sold on the open market.   In particular, he has focused on all the health, climate and environmental problems that are linked to emissions from fossil fuels, biomass burning, and agriculture.   Harder to quantify All these exact a price from society as a whole, but the motorist or the tractor driver or the industrialist doesn’t pay for the harder-to-quantify costs of air pollution, healthcare, falling crop yields, lost work and school days, or higher insurance premiums against flood and other weather extremes. The US government has already proposed “social cost” accounting to price the emission of carbon dioxide to the atmosphere from fossil fuels at $37 per metric ton of carbon dioxide emitted. The purpose of such notional values is to help planners work out which steps are likely to be the most cost-effective. Other scientists have already suggested such calculations are far too low. One recent studysuggested the true figure should be six times higher. Another has pronounced the governmental basis for its calculations as flawed, and a third team has suggested that no matter what the cost of action, the price paid for doing nothing would be higher.   “We are making decisions based on misleading costs” The new study is yet another attempt to provide a framework for economic calculations that reflect the new reality of climate change. “We think we know what the prices of fossil fuels are, but their impacts on climate and human health are much larger than previously realised,” Prof Shindell warns. “We are making decisions based on misleading costs.”   Potent pollutants His new economic models include damage from potent but short-lived climate pollutants such as methane and aerosols, as well as longer-lived greenhouse gases such as nitrous oxide. He also challenges the US Energy Information Administration’s estimated generation costs of 10 cents per kilowatt hour for coal, 13 cents for solar energy, eight cents for wind power and seven cents for natural gas.   “Not surprisingly, the US has seen a surge in the use of natural gas, the apparent cheapest option. However, when you add in environmental and health damages, costs rise to 17 cents per kilowatt hour for natural gas and a whopping 42 cents for coal,” he says.   “There is room for ongoing discussion about what the value of atmospheric emissions should be. But one thing there should be no debate over is that the current assigned price of zero is...

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