CDCA e A Sud alla COP30 a Belém

La voce di A Sud dalla COP30 di Belém (Brasile) e le iniziative in Italia

Dal 10 al 21 novembre 2025 saremo a Belém, in Brasile, per partecipare come osservatori alla 30° Conferenza delle Nazioni Unite sul Clima. Racconteremo quanto avviene dentro e fuori le negoziazioni, porteremo e raccoglieremo le voci dei territori in lotta contro l’estrattivismo, contro il greenwashing e per una transizione ecologica realmente giusta.

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L’agenda della COP30

A Belém si discuteranno e valuteranno gli NDCs, i nuovi impegni climatici nazionali che stabiliscono gli obiettivi di riduzione delle emissioni di ogni paese. Accanto alla mitigazione, l’adattamento sarà uno dei temi centrali attraverso il Global Goal on Adaptation (GGA) e i nuovi Piani nazionali di adattamento. Un altro capitolo chiave sarà quello della finanza per il clima. Tra i punti principali il nuovo obiettivo di finanziamento (NCQG), che punta ad aumentare il sostegno ai Paesi in via di sviluppo da 100 a 300 miliardi di dollari l’anno, e la Roadmap Baku-Belém, che traccia un percorso per mobilitare almeno 1.300 miliardi di dollari l’anno entro il 2035.

Temi cruciali, che si scontrano con uno scenario geopolitico ostile, segnato dal negazionismo climatico, dai venti di guerra, dalla corsa al riarmo e dalla violenza istituzionale.  Non è un caso che in gioco a Belém ci sia più che mai la credibilità della diplomazia climatica e la sua capacità di tradurre le intenzioni in impegni concreti.

La Cupula dos povos

La Cúpula dos Povos è il grande incontro dei movimenti sociali e delle comunità che vivono in prima linea la crisi climatica. Nata nel 1992 come risposta critica alle negoziazioni ufficiali, propone un’alternativa fondata su giustizia climatica, sociale e ambientale, solidarietà e saperi ancestrali.

Dal 12 al 16 novembre 2025, in concomitanza con la COP30 di Belém, riunirà popoli indigeni, comunità quilombola e tradizionali, giovani e lavorator? in marce, dibattiti e azioni culturali.

La Cúpula mette al centro vite, diritti e territori, non statistiche: unisce chi costruisce ogni giorno soluzioni reali, dall’agroecologia alla difesa dei beni comuni, per spingere i governi ad adottare politiche di vera giustizia climatica.

Dichiarazione della Cupula Dos Povos

Perché A Sud e CDCA alla COP?

Nelle Cop si riuniscono i governi dei 197 Paesi che hanno ratificato la Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (UNFCCC), firmata a Rio de Janeiro nel 1992. Ma la COP30 non è solo un vertice diplomatico: è il terreno di confronto (e di scontro) tra attori diversi e diverse visioni del mondo. Da una parte il business as usual che trasforma la crisi climatica in profitto, dall’altra movimenti e territori che lottano per giustizia climatica, autodeterminazione e diritti della Natura.
La COP30 si terrà nel cuore dell’Amazzonia, a Belém do Pará, in Brasile. Non è un dettaglio geografico ma una scelta politica: è nel Sud globale che l’ingiustizia climatica colpisce più duramente mentre il Nord globale continua a negoziare emissioni e interessi fossili.
Qui non si decide solo il futuro del clima: si decide chi avrà diritto a un futuro.

Per raccontare cosa c’è in gioco, e come finisce la partita.

Andiamo alla COP per osservare da vicino i negoziati, capire quali equilibri politici e di potere si stanno ridefinendo, e portare la prospettiva dei territori e dei movimenti che chiedono giustizia climatica.
La partecipazione di A Sud e CDCA serve a connettere le lotte locali con quelle globali, rafforzare alleanze internazionali e raccontare – con sguardo indipendente e critico – come la diplomazia climatica sta affrontando, o eludendo, le proprie responsabilità.
Perché solo intrecciando voci e resistenze dal basso possiamo costruire un futuro giusto per tutt?.

Per costruire e rafforzare alleanze internazionali

Svolgere la COP in Brasile è un segnale che conta: significa rimettere al centro chi la crisi climatica la subisce davvero. Andiamo a Belém per stare con i movimenti globali per la giustizia climatica. In America Latina oggi si gioca una partita enorme: conflitti ambientali, estrattivismo, repressione, lotte indigene e popolari che resistono da decenni. Con tante realtà — dalla Colombia alla Bolivia, fino all’Amazzonia — abbiamo già lavorato, fatto campagne, costruito ponti. Lì ritroviamo compagn? con cui condividiamo visioni e pratiche.

Per portare una visione radicale dentro la COP

Sì, probabilmente sarà l’ennesimo flop diplomatico. Ma proprio per questo dobbiamo esserci, per non lasciare quei tavoli alle lobby fossili e ai governi che parlano di transizione mentre trivellano.
Da dentro vedi meglio le dinamiche, le crepe, le possibilità di alleanze e di conflitto.
Andiamo per portare la prospettiva della giustizia climatica e delle lotte dal basso, che legano crisi climatica, razzismo, patriarcato e disuguaglianze. La COP non è un punto d’arrivo: è un passaggio. Il resto si fa fuori, insieme, ogni giorno.


Diario dalla COP30

  • Giorno 12 – 24 novembre 2025
    Belém svela il fallimento della diplomazia climatica, ma apre spiragli: una roadmap anti-fossile e nuove alleanze per la giustizia.
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  • Giorno 11 – 21 novembre 2025
    Penultimo giorno a Belém: incendio in COP30, stalli politici e pressioni crescenti sul BAM e sull’uscita dai fossili.
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  • Giorno 10 – 20 novembre 2025A Belém 85 Paesi spingono per uscire dai fossili, mentre Italia e Polonia frenano. La COP30 è al bivio, il tempo è adesso.
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  • Giorno 9 – 19 novembre 2025
    Belém rilancia la lotta globale ai fossili: la Colombia guida un fronte che vuole uscire davvero dal modello che brucia il pianeta.
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  • Giorno 7 – 17 novembre 2025
    Belem in rivolta: popoli indigeni e movimenti sociali spingono per una COP30 che dica finalmente basta ai fossili.
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  • Giorno 6 – 15 novembre 2025
    Anche quest’anno i dati sulla presenza dei lobbisti Gas&Oil alla conferenza di Belém sono alti: su ogni 25 persone accreditate al vertice, uno è un lobbista dei combustibili fossili, in totale sono oltre 1600.
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  • Giorno 5 – 14 novembre 2025
    Il TFFF entra nella Cupula tra promesse e contraddizioni: fondi incerti, debiti in aumento e movimenti che denunciano l’ennesima falsa soluzione verde.
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  • Giorno 4 – 13 novembre 2025
    A Belém la protesta indigena irrompe nella COP30 e svela le contraddizioni del Brasile fossile. Intanto la Cupula esplode di mobilitazioni globali.
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  • Giorno 3 – 12 novembre 2025
    Adattamento al centro della COP30, ma i fondi restano insufficienti. A Belém arrivano movimenti e comunità indigene: la vera pressione viene dai territori.
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  • Giorno 2 – 11 novembre 2025
    Lula parla di disuguaglianze alla Cop30, ma il Brasile continua a spingere sul fossile. A Belém torna al centro il nodo tra clima e ingiustizia.
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  • Giorno 1 – 10 novembre 2025
    Dalla Cop30 alla Cúpula dos Povos: a Belém si apre la sfida per la giustizia climatica tra responsabilità globali, diritti dei popoli e resistenza dei territori.
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Articoli di approfondimento alla COP30

  • Cosa resta della Cop30, la battaglia per il clima e i diritti è ancora lunga – 24 novembre 2025
    Marica Di Pierri e Laura Greco su Domani – COP30 fallisce su fossili e foreste, ma il Bam e il blocco dei 82 paesi per l’uscita dal fossile aprono spiragli di lotta e nuove alleanze.
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  • Sulla fine dei lavori della COP30 – 24 novembre 2025
    Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Cosa è successo alla 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici? Quali sono le grandi vittorie? Quali le sconfitte?
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  • La tabella della discordia – cos’è successo alla COP30 – 23 novembre 2025
    Laura Greco su Radio24 – COP30 a Belém annuncia impegni su energia, foreste e adattamento, ma senza una vera uscita dal fossile restano promesse vuote da incalzare con lotte dal basso.
    Ascolta su Il Sole 24 ore
  • “A resposta somos nós”. Ma alla COP30 le richieste dei popoli indigeni non fanno breccia – 23 novembre 2025
    Laura Greco su EconomiaCircolare.com – Alla COP30 le voci indigene restano ai margini mentre la foresta corre verso il punto di non ritorno. Senza giustizia, non c’è futuro.
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  • La “Dichiarazione di Belém” e il multilateralismo del phase out dai fossili spinto dal basso – 21 novembre 2025
    Laura Greco su Altreconomia – Da Belém arriva una spinta dal basso per uscire dai fossili: governi e movimenti uniscono le voci per un phase out reale, giusto, globale.
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    • Cop30: senza il Gender action plan ogni azione climatica è limitata – 21 novembre 2025
      Marica Di Pierri e Laura Greco su Valori – Nonostante le ambiziose premesse il Gender action plan ha trovato diversi ostacoli sui tavoli negoziali della Cop30

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  • Alla Cop30 arrivano le storie di migrazioni climatiche – 21 novembre 2025

Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30, in vista delle negoziazioni finali, si parla del fenomeno crescente degli sfollamenti forzati dal cambiamento climatico.
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  • Belém, la foresta degli indigeni si ribella a Lula – 20 novembre 2025
    Laura Greco su Il Manifesto – Le nazionalità dell’Amazzonia denunciano l’inagibilità politica alla Cop e chiedono una mobilitazione internazionale guidata direttamente dai popoli indigeni per proteggere i loro territori e affrontare la crisi climatica alla radice
  • Alla Cop 30 i movimenti si riprendono la scena – 20 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Il Manifesto – Era dalla Cop 26 di Glasgow che non si vedeva così tanta società civile. Accanto al vertice ufficiale, in più di 50 mila hanno animato la «Cupula dos povos» per una svolta vera sul clima e i diritti
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  • COP30, BELÉM | Italiani in mobilitazione – 20 novembre 2025]
    Il Climate Pride in azione alla COP30: l? attivist? chiedono all’Italia una roadmap chiara e ambiziosa per uscire dai fossili.
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  • A Belém torna il protagonismo sociale – 19 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Collettiva – Alla Cop30 movimenti, organizzazioni, popoli e sindacati riacquistano centralità: proposte e campagne dal basso sono arrivate nelle stanze dei negoziati.
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  • Come procede la COP30 in Brasile? Intervista a Laura Greco da Bélem – 19 novembre 2025
    Laura Greco su Scienza e Pace Magazine – COP30 tra repressione, lobby fossili e resistenze indigene: la giustizia climatica la costruiscono i territori, non i negoziati.
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  • Lifegate dalla COP30 – 18 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Lifegate – Dalla COP30 il racconto dell’inedita comunicazione tra dentro e fuori la COP, tra le richieste indigene e l’ambiguo governo di Lula.
    Ascolta su Lifegate
  • Il Fondo per le foreste e la falsa soluzione del biocapitalismo si ripropone alla Cop30 di Belém – 18 novembre 2025
    Laura Greco su Altreconomia – Il Tropical forests forever facility lanciato da Lula è l’ennesimo dispositivo finanziario che viene presentato come innovazione.
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  • Attivismo e giustizia climatica: se il diritto alla protesta diventa un reato – 17 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Valori.it – Alla Cop30 emerge un allarme globale: in molti Paesi il diritto alla protesta viene represso e l’attivismo ambientale è sempre più criminalizzato
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  • Alla Cop30 di Belèm il fondo per l’adattamento resta senza fondi – 17 novembre 2025]
    Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30 fallisce, per il terzo anno di fila, l’obiettivo di raccolta minima per finanziare l’adattamento dei Paesi del Sud globale.
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  • Massiccia partecipazione popolare a Belém – 16 novebre 2025
    Marica Di Pierri su L’aria Che Respiri – Alla Cúpula dos Povos tantissime voci per reclamare la fine dei combustibili fossili e una giustizia climatica guidata dai popoli, non dalle multinazionali.
    Ascolta su Radio Rai1
  • In diretta da Bele?m – Aggiornamenti sulla prima settimana di COP30 – 15 novembre 2025
    Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – In diretta da Belém, per raccontare in diretta i lavori della 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici. ?Foto di Oliver Ninja e Midia Ninja
    Guarda la diretta
  • Cop30: chi difende i combustibili fossili dentro i negoziati sul clima – 14 novembre 2025
    Marica Di Pierri per Altreconomia – Alla Cop30 un lobbista fossile ogni 25 delegat?: il vertice che dovrebbe chiudere l’era fossile continua a farsela scrivere da chi la profitta.
    Leggi l’articolo
  • Giustizia climatica, questa dimenticata – 13 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Il Manifesto – Il legame tra clima e disuguaglianze è ormai assodato. Ma dopo 30 anni di conferenze, i ricchi continuano a fare grandi affari con i fossili.
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  • L’adattamento secondo la COP30: “Adattarsi è sopravvivere” – 13 novembre 2025
    Marica Di Pierri per EconomiaCircolare.com – COP30 punta a rendere operativo il Global Goal on Adaptation, tra governance multilivello, indicatori, fondi insufficienti e necessità di giustizia climatica.
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  • La Cop30 in Brasile e le politiche industriali green – 11 novembre 2025
    Marica Di Pierri per Tutta La Città Ne Parla, Radio3 – È iniziata la Cop30 a Belém, 10 giorni in cui si discuterà su come trovare una via d’uscita alla deriva del cambiamento climatico nonostante le difficoltà politiche che ci circondano.
    Ascolta l’episodio
  • Road to Belém – 7 novembre 2025Marica Di Pierri per Valori.it – Verso la Cop30 di Belém, cosa aspettarci dal più importante appuntamento per salvare il clima della Terra? Diretta con Marica Di Pierri, Luca Lombroso, Giovanni Mori e Lorenzo Tecleme.
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  • Da Parigi a Belém, i conti che non tornano – 6 novembre 2025
    Marica Di Pierri per Il Manifesto – Tra tensioni e fragili compromessi, i preparativi alla vigilia della Conferenza Onu. A che punto sono gli impegni nazionali di riduzione e i piani di adattamento dei singoli Paesi.
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  • A Sud a Belém alla Cop30 – 6 novembre 2025
    A Sud seguirà negoziati e mobilitazioni dalla COP30 di Belém, amplificando le voci dei movimenti per giustizia climatica e sociale.
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  • A Sud aderisce alla Global Call to Action della Cúpula dos Povos  – 5 settembre 2025
    Il 15 novembre scendiamo in piazza: basta disuguaglianze e razzismo ambientale, vogliamo giustizia climatica e un mondo dove la vita sia al centro.
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  • Vertice dei Popoli Verso la COP30: Manifesto Politico – 13 giugno 2025
    A Sud aderisce al Manifesto dei Popoli verso la COP30: un appello globale per giustizia climatica, anticapitalismo e democrazia dal basso.
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Racconteremo le negoziazioni

Per spiegare cosa accade davvero alla COP30, come si muovono i governi e quali interessi guidano le scelte sulla crisi climatica. Vi offriremo una copertura quotidiana per raccontarvi con le nostre parole e con uno sguardo critico, indipendente e radicale, vicino ai movimenti il dentro e fuori la Cop

Sveleremo le contraddizioni

Tra le promesse ufficiali e la realtà, mostrando lo scontro continuo tra lobby fossili e popoli che difendono la vita e i territori. Denunceremo le responsabilità smascherando la falsa transizione energetica e chi continua a inquinare mentre parla di sostenibilità con greenwashing e false soluzioni

Daremo voce alle comunità

Portando le loro storie, le lotte quotidiane e le alternative concrete alla devastazione ambientale, contro colonialismo ed estrazione. Ci collegheremo con l’Italia per connettere istanze e battaglie


INFO E CONTATTI

Per contatti e interviste con la delegazione:

Marica Di Pierri
maricadipierri@asud.net
55 21 967071220

Laura Greco
lauragreco@asud.net
+55 21 997673184

Consumi idrici, l’emorragia di acqua e i biologi italiani

Posted by on 7:49 am in Notizie | Commenti disabilitati su Consumi idrici, l’emorragia di acqua e i biologi italiani

Consumi idrici, l’emorragia di acqua e i biologi italiani

[di Luciano O. Atzori e E. Tarsitano, E. Baviera, S. Rubini, G. Amoruso, M.G. Foddis, A. De Rosa, D. Di Martino su greenreport.it] In Europa la principale fonte di consumo è rappresentata dalla produzione di energia, seguita dall’agricoltura   Quando si parla di consumi idrici siamo istintivamente portati a pensare a quanta acqua utilizziamo per i fabbisogni personali e viene in mente quanto abbiamo appreso dagli studi fatti o attraverso la lettura di specifici articoli e cioè che ogni essere umano ha bisogno di pochi litri di acqua al giorno per compensare le perdite dovute ai normali processi fisiologici.   Dopo queste prime riflessioni siamo portati a considerare la nostra vita domestica e tutta l’acqua che dilapidiamo per cucinare, per la pulizia personale, della casa e degli indumenti. Molti di noi successivamente riflettono sui potenziali consumi generati dall’industria e dal settore agricolo (attività agronomiche e zootecniche) e solo qualcuno riesce ad ipotizzare i consumi idrici dovuti al terziario (scuole, ospedali, uffici vari, caserme, attività commerciali, ecc.) di cui tutti usufruiamo. Ma quasi nessuno arriva a capire che la maggior parte dei consumi idrici sono dovuti alla nostra alimentazione. Può sembrare strano e quasi impossibile eppure è proprio così. Cerchiamo di capire come e perché.   Secondo i dati ISTAT del 2011 il consumo giornaliero medio reale di acqua nei Comuni capoluogo si aggira intorno ai 160-180 litri procapite. Questo valore può sembrare esorbitante, ma in realtà rappresenta solo un “piccolo numero” nell’oceano della cosiddetta “Impronta idrica italiana” (volume di acqua dolce impiegato per produrre beni e servizi) che in Italia è pari a oltre 130 miliardi cubi l’anno cioè a un consumo di circa 6 mila litri di acqua al giorno per persona!   Per limitare questa “emorragia di acqua” sono state avviate, e tuttora sono in essere,  parecchie campagne informative, ma quasi tutte erano e sono basate su una comunicazione poco esatta infatti in questa si sono lanciati imput quasi esclusivamente sui consumi domestici facendo credere alla popolazione che i consumi globali dell’acqua sono generati soprattutto da un mal uso che si fa di questa nell’ambito delle mura delle proprie case. Insomma ci hanno fatto credere che chiudendo il rubinetto mentre ci laviamo i denti o laviamo le stoviglie, che facendo docce meno durature o facendo un minor numero di lavaggi con lavatrici e lavastoviglie avremo dato un forte contributo ai consumi idrici. Niente di più falso in quanto nessuno ci ha mai detto che i consumi domestici di acqua incidono su circa il 4% del nostro bilancio complessivo quindi anche a seguito di una forte contrazione di questi consumi si potrebbe agire su piccoli valori, lo dimostra il fatto che a seguito di questa incessante comunicazione sul consumo idrico si è passati da 206/litri/abitante/giorno del 2002 agli attuali 160-180 litri (cioè si è registrata una riduzione di circa  il 15 per cento sul sulla quota dell’impronta idrica domestica che come detto risulta essere pari al 4% del totale)!   Con ciò non si vuole affermare che i messaggi di questo tipo rivolti alla popolazione siano completamente sbagliati e forvianti bensì che bisognerebbe indirizzare la comunicazione verso altri fronti! Ma quali? Sull’industria o sull’agricoltura?   Bé, senza alcun dubbio, appare evidente che riducendo il galoppante consumismo (tutti comperiamo beni di cui non abbiamo un reale bisogno se non quello indotto dalle...

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Rifiuti: in Italia censite 188 discariche abusive

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Rifiuti: in Italia censite 188 discariche abusive

[di Vincenzo Mulè da ilfattoquotidiano.it] Dalle Alpi alla Sicilia, ci costano oltre 40 milioni ogni sei mesi. A causa della condanna inflitta dalla Corte europea che ha obbligato l’Italia a bonificare. Finora con scarsi risultati. La denuncia del Movimento 5 stelle.   Un elenco dettagliato di 188 siti inquinati e abbandonati al loro destino. La gran parte dei quali situati in sei regioni:Campania (48), Calabria (43), Abruzzo (28), Lazio (21), Puglia (12) e Sicilia (12). Sono le discariche abusive presenti sul nostro territorio e responsabili della pesante condanna subita dall’Italia da parte della Corte europea lo scorso dicembre. Una sentenza che costa al nostro Paese quasi 43 milioni di euro ogni sei mesi. Che al giorno fanno poco meno di 240mila euro. Una vicenda lunga e intricata, alla quale mancava la cosiddetta “pistola fumante”. Ossia, la mappa dei luoghi dove si trovavano queste discariche. Un dettaglio non da poco, che permette di risalire airesponsabili territoriali, i presidenti delle Regioni e gli assessori che per primi nulla hanno fatto per porre rimedio alla situazione di degrado del territorio. L’elenco delle dislocazioni delle discariche è infatti risultato a lungo irreperibile. «Desaparecido» è stato definito. Fino a quando Claudia Mannino, deputata del Movimento 5 Stelle, non è riuscita a ottenerlo dal dipartimento Ambiente della Commissione europea permettendo così di documentare i dettagli geografici dello scandalo rifiuti italiano.   DALLE ALPI ALLA SICILIA – Nelle nove discariche presenti nel Veneto, fa impressione il dato che cinque di queste vengano rintracciate a Venezia. Quello dell’ex repubblica marinara non è l’unico capoluogo di provincia indicato come sede di siti inquinati: ne troviamo uno a Lecce, uno a Matera, uno a Reggio Calabria, due a La Spezia (entrambi riconducibili al sito di Pitelli), uno a Mantova ed uno, infine, ad Ascoli Piceno. Anche la provincia italiana, quella dei piccoli borghi, non è immune dalle peste delle discariche abusive: Castel di Sangro, Lama dei Peligni e Penne in Abruzzo; Amantea, Isca sullo Jonio, Joppolo e Pizzo in Calabria; Casamicciola Terme, Bellosguardo, Gioia Sannitica in Campania; Oriolo Romano, Riano, Arpino, Campoli Appennino e Filettino nel Lazio; Peschici, Santeremo in Colle, Lesina in Puglia; Cammarata, Augusta e Monreale in Sicilia; Pietrasanta e Stazzema in Toscana; Gualdo Tadino in Umbria.  E sono soltanto alcuni dei piccoli centri indicati nella lista emersa dalle carte del dipartimento ambiente della Commissione europea. Anche la piccola Isola del Giglio, teatro dell’inchino marinaresco più tragico della storia, vanta la sua bella discarica abusiva.   REGIONI SOTTO ACCUSA – La prima conseguenza della pubblicazione di questo elenco sarà la chiamata in causa degli amministratori locali di tutte le Regioni, con l’eccezione di Valle d’Aosta e Trentino Alto Adige, uniche due non presenti nella lista. Per evitare di incorrere in ulteriori sanzioni pecuniarie, le Regioni interessate devono infatti portare a termine la messa in sicurezza e, eventualmente, la bonifica delle discariche entro il 2 giugno 2015, fornendone prova alla Commissione europea tramite le autorità italiane. Con la sentenza del 2 dicembre 2014, infatti, la Corte di Giustizia aveva accertato l’omessa esecuzione da parte della Repubblica italiana (e per essa, dei Governi succedutisi nell’arco di oltre 7 anni) della decisione della stessa Corte del 26 aprile 2007, che aveva dichiarato l’inadempienza dell’Italia, a partire dal 9 febbraio 2004, agli obblighi di attuazione di alcune disposizioni delle direttive comunitarie in materia di gestione dei rifiuti e delle discariche. La Corte Ue aveva usato la mano pesante con l’Italia, rifilandole una multa di 40 milioni di euroforfettari, già pagati secondo quanto ha...

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Dossier Ombrina Mare, storie e numeri di un’operazione insensata

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Dossier Ombrina Mare, storie e numeri di un’operazione insensata

[di Legambiente su issuu.it] Non accenna a fermarsi la corsa al petrolio in Italia; e un governo dimissionario, con un vero e proprio colpo di mano vara una Strategia Energetica Nazionale che tutela ed incentiva le fonti fossili. Un paradosso per il Bel Paese dove trivellazioni selvagge, per lo sfruttamento di scarsissime risorse petrolifere e per un esiguo ritorno economico, rischiano di ipotecare il futuro mettendo in pericolo ambiente, paesaggio, agricoltura, turismo e salute pubblica. Si tratta di una prospettiva insensata che non ridurrà né la bolletta energetica né la dipendenza dall’estero in quanto, secondo le stime dello stesso Ministero dello Sviluppo Economico le riserve certe di petrolio disponibili nei fondali marini, pari a 10,3 milioni di tonnellate, coprirebbero ai consumi attuali solo 7 settimane del fabbisogno nazionale.   Non solo: anche attingendo al petrolio presente nel sottosuolo terrestre, il totale delle riserve certe nel nostro Paese verrebbe consumato in appena 13 mesi. Infine, considerato che il prezzo degli idrocarburi è stabilito su base mondiale non vi è possibilità alcuna, senza un intervento pubblico, che a trarre beneficio dalle trivellazioni possano essere i consumatori italiani. Intanto però, al momento il sostegno pubblico è certo per le compagnie petrolifere che, tra canoni irrisori, royalties bassissime, esenzioni e riduzioni dei valori unitari e sussidi alle fonti fossili, vedono il Bel Paese come terra e mare di conquista. Particolarmente grave la situazione, e altrettanto saranno le conseguenze, per l’Abruzzo che, nell’inquietante quadro del Ministro (del petrolio) Passera, sarebbe condannato a regione petrolchimica.   La Strategia Energetica Nazionale individua infatti, per l’Abruzzo un elevato potenziale di sviluppo degli idrocarburi che, sotto la prospettiva di base logistica per lo sviluppo di nuove attività estrattive per l’intero Sud Italia, prefigura un vero e proprio distretto energetico del fossile. Tutto questo, a dispetto degli interessi economici e della volontà ampiamente maggioritaria della popolazione, infatti, nella nostra Regione. Ombrina Mare si inserisce in questo contesto, e considerato il livello avanzato del progetto, rischia di fare da apripista alla nuova strategia delle trivellazioni. Il dossier “Ombrina Mare: storie e numeri di una operazione insensata” vuole così contribuire alla discussione, cercando di portare a conoscenza della popolazione abruzzese le tante forzature normative, le presunte compiacenze e l’aleatorietà dei numeri che ancora una volta, come per il centro oli di Ortona, non convincono.   Scarica qui il dossier in...

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[:en]Operations of Capital[:]

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[:en][By SANDRO MEZZADRA and BRETT NEILSON in  (1/2015) di South Atlantic Quarterly – Extraction, Logistics and Finance] Extraction, finance, and logistics provide strategic conduits of analysis to unearth key logics and trends that otherwise remain obscured in discussions of contemporary capital and capitalism. In this sense, they are more than important sectors through which to observe emerging dynamics shaping the current capitalist transition and its uneven global scope. Many analyses that make reference to the concept of neoliberalism in a generic sense point to the hegemonic circulation of economic doctrines or processes of deregulation and governance without really taking stock of the underlying transformations of capitalism that we try to highlight by focusing on extraction, finance, and logistics. Crucial to our analysis is the concept of operations of capital, which draws attention to both the material aspects of capital’s intervention in specific situations and their wider articulation into systemic patterns. The need to move toward such an analysis becomes particularly urgent in the context of the crisis of 2007–8. While the hegemony of neoliberal economic doctrines has definitely been questioned (and in some cases even shattered) by the turbulent pace of the crisis, the trends we analyze have only been entrenched. By bringing together in this issue studies of finance, extraction, and logistics, we do not mean to imply an easy synthesis of potentially incongruous perspectives; rather, we wish to highlight the need to work through these different angles and analytically probe their conceptual and empirical intersections in ways that complicate and enrich our understanding of how contemporary capitalism is mutating in and beyond its returning crises.   An analysis of processes of financialization provides a privileged avenue to grasp the novel elements and mutations in capitalist regimes of accumulation, distribution, exploitation, and extraction. Beyond descriptions of financial market trends and technologies, there is the ongoing and violent tendency of finance to penetrate and subsume economic activity and social life as a whole. The unfolding of the crisis and its management have only entrenched this tendency. Financialization has produced, but also faces, a new landscape, making it necessary to rethink arguments about globalization, the relevance of territory and space, the role of the state, structures of governance and legal orders, and the relation of capital to labor and social cooperation. The analysis of financialization must account for the material interfaces and multifarious devices through which finance “hits the ground.” By focusing on the techniques finance uses and the limits it encounters in its voracious quest to permeate nonfinancial domains, what becomes evident is the need to multiply empirical points of entry and to complexify the conceptual framework for the critical analysis of contemporary capitalism. As much as financialization exceeds the boundaries of a specific economic “sector,” extraction and logistics cannot be confined to limited realms of activity. As we have argued elsewhere (Mezzadra and Neilson 2013), extraction and logistics are crucial to the working of the contemporary capitalist world due to their expansive global scope, underlying rationality, and capacity to violently disrupt and fabricate space, territories, and lives.   Extraction refers literally to the forced removal of raw materials and life forms from the earth’s surface, depths, and biosphere. While these activities are by no means historically new, they have reached unprecedented and critical levels as the rush to convert materials,...

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La rapina globale della biomassa

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La rapina globale della biomassa

[su greenreport.it] Il mercato delle commodity agricole da esportazione produce gravi conflitti locali   L’ultimo rapporto “Patterns of global biomass trade – Implications for food sovereignty and socio-environmental conflicts” dell’Environmental Justice Organizations, Liabilities and Trade (Ejolt) realizzato con il contributo di ricercatori di World Rainforest Movement, Grain, delle università austriache dell’Alpen-Adria e di Vienna e di quella etiope di Gondar, spiega la brutta storia dell’olio di palma in Indonesia e fa lo stesso per la soia in Paraguay, dove gli indios stanno protestando contro il governo e le multinazionali,  e per i grandi investimenti nel landgrabbing in Etiopia. Tre casi di studio che servono ad illustrare un’analisi più ampia dei modelli globali delle biomasse.   Uno degli autori, Andreas Mayer dell’istituto di ecologia sociale dell’università dell’Alpen-Adria, sottolinea che «L’attuale espansione di terreni agricoli nel sud del mondo mette grande pressione sulle popolazioni locali che sono spesso gravemente minacciate di perdere i loro mezzi di sussistenza. Il rapporto si propone di rivelare le condizioni biofisiche ed i driver strutturali di questi conflitti e quindi di identificare i potenziali conflitti che derivano dal modello dominante della produzione agricola industrializzata».   Tra la fine del XX secolo  e l’inizio del XXI  secolo, il commercio mondiale di prodotti agricoli è cresciuto oltre tre volte più velocemente rispetto alla produzione agricola. Quasi tutti la nuova terra messa in produzione dal 1986 è stato utilizzata per coltivare prodotti da esportare ed Ejolt evidenzia che «Mentre i maggiori volumi di produzione agricola del commercio aumentato la disponibilità globale di prodotti agricoli, i benefici e gli impatti negativi non sono distribuiti in modo uniforme a livello globale».   Se si guarda ai vari continenti, le aree dove l’aumento della produzione agricola per l’esportazione è più forte sono l’America Latina ed alcuni paesi del Sudest asiatico e dell’Europa orientale. «Questo orientamento all’ export è spesso associato ad  impatti negativi sull’autosufficienza alimentare – dicono i ricercatori – ed è una  potenziale minaccia per la sovranità alimentare dei paesi produttori».   Il caso più conosciuto di rapina della biomassa è quello dell’olio di palma, ma, nonostante le denunce delle associazioni ambientaliste e delle comunità locali, l’espansione dell’industria dell’olio di palma sembra inarrestabile. Mentre prima era usato soprattutto per cucinare e nella preparazione di alimenti, attualmente più della metà di tutto l’olio di palma che viene prodotto nel mondo finisce in saponi, cosmetici, biodiesel e per altri utilizzi industriali. Le piantagioni di palma da olio sono la monocoltura in più rapida crescita al mondo e quasi la metà di questa vertiginosa crescita globale – avvenuta tra i primi anni ‘60 e 2010 – è avvenuta in un solo Paese: l’Indonesia, dove si è passati dai meno di 70.000 ettari degli anni ’60 ai 6 milioni di ettari del 2012. Un’enorme espansione delle piantagioni di palma da olio che ha provocato forti danni ambientali, con la distruzione di interi ecosistemi e un impatto gigantesco sulla biodiversità, ma anche sul cambiamento climatico, dato che per far posto alle piantagioni sono state “bonificate” torbiere e paludi e sono state abbattute intere foreste che stoccavano quantità enormi di carbonio.   Ma l’espansione delle piantagioni di palma da olio è avvenuta anche a danno di comunità locali e popoli autoctoni che sono stati espropriati dei loro territori ancestrali dalle multinazionali e dalle loro filiali locali, con metodi brutali e che hanno scatenato conflitti sociali,...

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[:en]Summer School on Degrowth and Environmental Justice[:]

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[:en]Summer School on Degrowth and Environmental Justice[:]

[:en]ICTA UAB has the pleasure of inviting you to the second edition of the summer school on degrowth offered by ICTA and Research & Degrowth, this year with environmental justice as a special focus. The summer school will take place between the 6th and 15th of July at the premises of Universitat Autonoma de Barcelona and the social centers Can Masdeu (Barcelona) and Can Decreix (Cerbere), France.   As a way of refreshing your understanding of the term, degrowth represents a cluster of definitions. The most overarching one is the escape from growth as self-perceived obligation, and an eternally correct and single path out of the crisis, misery and environmental degradation. Degrowth evokes also the recognition of collective limits, while challenging borders and closure. It challenges the artificial distinction between life and work, while critically reviewing technology and market-based solutions to social needs. It calls for an economy of care, gift and conviviality, rather than an economics of scarcity and trade. In that sense degrowth challenges not only the outcomes but the very spirit of capitalism.   Environmental justice is a key source of inspiration for degrowth both as a movement and field of studies. In this edition of the summer school we will try to reestablish the links between claims from communities in resistance against environmental injustice around the planet and the internal and external, environmental and social sources of degrowth.   Escaping the vocabulary of growth also means avoiding its toxic penetration in the Global South. Rather, it means paying attention to voices in the South that advocate finding original, innovative, culturally specific and individually-constructed paths to buen vivir, paths that lead to qualitative improvements in the field of health, education, social services and environmental conditions.   The alliance between movements in the North and in the South requires identifying, mapping and exploring both common sources and practical links that help to break barriers and borders. In the course we will undertake a critical revision of the proposals being put forward in the name of degrowth deepening their logic and extent in the light of environmental justice. Like last year, the summer school will bring together leading scholars in the field of degrowth and environmental justice, among which Joan Martinez-Alier, Giorgos Kallis, Beatriz Rodriguez-Labajos, François Schneider together with well-experienced facilitators to offer modules that allow for interactivity and collaborative work.   Course structure and description: towards participatory implementation   The course will consist of two interconnected parts. The first will take place at ICTA, one of the most reputable environmental research institutes in Europe, where we will build on the foundations of environmental conflicts and degrowth, taking a wider set of perspectives and teaching methods. The second one will take place at Can Decreix (Cerbere), a center dedicated to experiencing degrowth. There, attention will be paid to proposals, practices, coherence and the existence borders through the prism of degrowth and environmental conflicts.   Selected lectures will be complemented by work in small groups, on-site visits, discussions, get together and team building exercises. The implementation of the course will be done in a way that participants with particular skills and expertise share their relevant knowledge to the rest of the group.   The course will be academically certified with ECTS credits. A detailed program will be published by...

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Terni, all’ARPA seminario scientifico su “Ambiente e Salute”

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Terni, all’ARPA seminario scientifico su “Ambiente e Salute”

[Pubblicato su arpat.it]  Il 18 febbraio 2015 si è tenuto, a Terni, il convegno “Ambiente e Salute: verso la valutazione dell’esposizione” organizzato congiuntamente da ARPA Umbria e Regione Umbria per approfondire alcune questioni inerenti la tematica ambiente-salute.   Occasione per la discussione sono stati i risultati del ProgettoSENTIERI (Studio Epidemiologico Nazionale dei Territori e degli Insediamenti Esposti a Rischio da Inquinamento) finanziato dal ministero della Salute e coordinato dall’Istituto superiore di sanità, che hanno dimostrato la relazione tra mortalità-morbosità ed esposizione all’inquinamento in alcune aree in prossimità di grandi industrie attive o dismesse e di aree oggetto di smaltimento di rifiuti industriali e/o pericolosi. Lo scopo del convegno è stato quello di proporre ai medici, ai tecnici ambientali, alle istituzioni, alle forze sociali ed economiche del territorio un approfondimento circa lo stato dell’arte scientifico in materia di relazioni tra ambiente e salute per giungere ad un’azione coordinata nell’ambito del “Piano Regionale di Prevenzione”.   Per chi fosse interessato ad approfondire l’argomento, ARPA Umbria ha messo a disposizione onlinele slide e i filmati degli interventi che si sono succeduti nel corso della mattina.   Il Piano Regionale di Prevenzione / Emilio Duca, Direttore Regionale “Salute e Coesione sociale” Il Piano Regionale di Prevenzione / Maria Donata Giaimo, Direzione “Salute e Coesione sociale” Late lessons from early warnings / Walter Ganapini, Direttore Generale di Arpa Umbria Verso la Valutazione dell’Esposizione / Fabrizio Bianchi, Istituto Fisiologia Clinica – CNR Le strategie dell’OMS / Roberto Bertollini, Chief Scientist – WHO Fabrizio Oleari / ex Presidente, Istituto Superiore di Sanità Giancarlo Marchetti / Direttore Tecnico Arpa Umbria Fabrizio Stracci / Direttore del Registro Tumori Umbro di Popolazione Maria Donata Giaimo / Direzione “Salute e Coesione sociale” Regione Umbria Svedo Piccioni / ex Direttore generale Arpa Umbria   Pubblicato il 13 marzo 2015 su arpat.it...

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Naufraghi del diritto: i rifugiati ambientali

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Naufraghi del diritto: i rifugiati ambientali

[di Claudia Orlandini da istitutodipolitica.it] Le conseguenze dei cambiamenti climatici hanno posto nuove sfide alla comunità internazionale. Oltre alla ricerca di nuove soluzioni in termini di governance, anche la tutela dei diritti umani è al centro di un ampio dibattito. Vi è un punto in comune tra gli abitanti del pianeta, sebbene essi vivano in aree geografiche lontane e diverse: potrebbero diventare, ed alcuni già lo sono, rifugiati ambientali. Coniato nel 1985 dallo studioso egiziano El-Hinnawi, negli anni recenti il terminerifugiato ambientale ha assunto una posizione sempre più rilevante in ambito di diritto internazionale. Rifugiato ambientale è la persona costretta a lasciare il proprio territorio a causa dell’impatto di fenomeni ambientali che ne pregiudicano la sopravvivenza. È l’isolano del Pacifico che vede la propria terra sommersa dal mare, è l’africano che deve spostarsi a causa della desertificazione, è l’Inuit che deve far fronte allo scioglimento dei ghiacciai. Sono tutti coloro costretti a fuggire per cercare condizioni ambientali vivibili.   Sin dall’apparizione di tale concetto, il relativo status giuridico è stato oggetto di polemiche. Oggi il “rifugiato”, secondo i criteri definiti dalla Convenzione di Ginevra del 1951, è un individuo soggetto a persecuzioni per motivi di razza, religione, nazionalità, appartenenza ad un gruppo sociale o opinioni politiche. In tal senso i rifugiati ambientali risultano esclusi dalla suddetta definizione: per alcuni, i negazionisti in primis, la causa ambientale non è paragonabile ad una persecuzione religiosa o ad una guerra civile. Le vittime dei cambiamenti climatici, non essendo soggette a violenza od oppressione, non sono degne di beneficiare della tutela che deriva dallo status di rifugiato. Sono quindi una categoria di migranti forzati non riconosciuti dal diritto internazionale, privi di assistenza in quanto le organizzazioni internazionali non hanno a disposizione un mandato per la loro protezione. Modificare la Convenzione di Ginevra, come fu fatto con il Protocollo del 1967 che abolì le limitazioni temporali e geografiche nel conferimento dello status di rifugiato, o redigere un nuovo testo ad hoc, potrebbe aprire le porte a questa nuova categoria e fornire risposte adeguate al panorama politico-sociale odierno. Ciò dovrebbe essere il frutto del lavoro dei legislatori internazionali, in modo da creare un quadro giuridico robusto ricordando che, in virtù della Dichiarazione Universale dei diritti dell’uomo del 1948, in particolare dell’art.3, ogni individuo ha diritto alla vita, alla libertà e alla sicurezza. Una Convenzione flessibile ed al passo con i tempi sarebbe un modello valido sia in vista dell’adattamento dei testi giuridici esistenti che per la creazione di nuovi strumenti ad uso dei governi. Questi ultimi dovranno far fronte a flussi migratori che, secondo le stime dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni, potrebbero coinvolgere 400 milioni di persone. Tali spostamenti avranno un forte impatto sulla distribuzione spaziale della popolazione, con le relative implicazioni politiche, economiche e sociali.   La rigidità attuale della definizione di “rifugiato”, che a primo impatto necessiterebbe solo di una maggiore attenzione e volontà politica per colmare il vuoto istituzionale nella sua declinazione “ambientale”, è probabilmente legata ad una motivazione economica: la paura degli Stati e delle organizzazioni internazionali di dover investire cospicue risorse finanziarie per proteggere una nuova e numerosa categoria. Questo riconoscimento implicherebbe un’impennata dei costi volti alla protezione, all’assistenza e al reinsediamento. Tuttavia non si può pensare di chiudere gli occhi su un’emergenza che è già in atto. Nell’isola di Kutubdia, in Bangladesh, negli ultimi...

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Cambiamento climatico: a febbraio già superate le 400 ppm di CO2

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Cambiamento climatico: a febbraio già superate le 400 ppm di CO2

[pubblicato su greenreport.it] Respiriamo un’aria che nessuno dei nostri antenati ha mai respirato   Bruttissime notizie per il cambiamento climatico arrivano dall’osservatorio della National Oceanic and Atmospheric Administration (Noaa) di Manua Loa, nelle Hawaii: a febbraio  la CO2 in atmosfera ha raggiunto le 400,26 parti per milione (ppm), superando la soglia che era stata varcata per la prima volta il 9 maggio  2013. Nel 2014 il dato a febbraio era di 397,91 ppm e i 400 ppm vennero superati solo ad aprile, un livello che rimase più alto per  3 mesi. È quindi probabile che nel 2015 la media annua raggiunga i 400 ppm, una vera e propria svolta epocale per le concentrazioni di CO2 in atmosfera.   Mauna Loa è uno dei tre siti principali dell’Organizzazione meteorologica mondiale per le misurazioni a lungo termine di biossido di carbonio ed ha cominciato a raccogliere dati nel 1956. L’altro sito nell’emisfero settentrionale è Alert a Nunavut, in Canada, dive la raccolta dati è iniziata nel 1975. Il terzo sito è in Australia, la Cape Grim Air Baseline Air Pollution Monitoring Station, nel nord-ovest della Tasmania, che ha iniziato la sua attività nel 1976.   L’incertezza stimata del tasso di crescita media annua della CO2 a  Mauna Loa è di 0,11 ppm/anno. Una stima che si basa sulla deviazione standard delle differenze tra i valori medi mensili misurati indipendentemente dalla Scripps Institution of Oceanography e da Noaa/Esrl. Il tasso di crescita annuo misurato a Mauna Loa non è lo stesso di quello globale : la deviazione standard delle differenze globali è di 0,26 ppm/anno.   Il livello di 400,26 ppm  non era mai stato raggiunto negli ultimi 23 milioni di anni ed è il segnale evidente che il riscaldamento globale sta procedendo più velocemente di quanto si pensasse e molto più in fretta delle (non) risposte che vengono dai governi e dall’economia del nostro pianet. Come scrive Science: «Oggi noi respiriamo un’aria che nessuno dei nostri antenati dell’intero genere Homo ha mai respirato» ed è colpa dei combustibili fossili che continuiamo a bruciare .   Intanto le concentrazioni atmosferiche di CO2 aumentano di oltre 2 ppm all’anno, abbastanza da far salire la temperatura media di 0,8 gradi centigradi. Secondo gli scienziati, continuando su questa strada, arriveremo a concentrazioni di CO2 in atmosfera di 550 ppm  ed ad un aumento delle temperature medie annuali fino a 6°C, che rendono un sogno l’obiettivo di mantenere l’aumento delle temperature a 2 gradi centigradi che si sono dati i governi nei summit dell’Unfccc.   Per avere il 50% di possibilità  di mantenere il riscaldamento globale di origine antropica sotto i 2° C, bisognerebbe bloccare quasi tutte le emissioni di CO2 prima che le emissioni cumulative raggiungano il trilione di tonnellate di carbonio. Il mondo ha  già emesso più della metà di questo ammontare a partire dalla rivoluzione industriale, agli  attuali tassi di crescita in accelerazione della combustione di combustibili fossili, emetteremo il resto entro la metà di questo secolo.   Le concentrazioni di CO2 atmosferica oscillano durante tutto l’anno, raggiungendo il loro picco a metà primavera in entrambi gli emisferi. Questo è dovuto alla crescita della vegetazione. Durante la fase di crescita produttiva, da metà primavera per tutta l’estate, la vegetazione rimuove molta CO2 dall’atmosfera, mentre emette CO2  durante i mesi più freddi a causa della pausa di crescita e della decomposizione della...

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«Solo Zaia difende Alles» Pronta la mobilitazione

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«Solo Zaia difende Alles» Pronta la mobilitazione

[Pubblicato su La Nuova di Venezia e Mestre] Il presidente della Municipalità lancia un appello alle Istituzioni e ai candidati No al progetto dell’azienda targata Mantovani (trattamento di rifiuti pericolosi) MARGHERA. Il presidente Flavio Dal Corso richiama l’attenzione delle istituzioni e dei candidati in lizza per il Comune e la Regione, contro il tentativo di Alles spa (del gruppo Mantovani) di realizzare il suo progetto di revamping del suo impianto di trattamento di rifiuti pericolosi, autorizzato dalla Giunta regionale che però, poi, si è vista bocciare il suo via libera al revamping dal Tar.   «La Municipalità di Marghera», ha dichiarato ieri Dal Corso, «è pronta a mobilitare i cittadini, come ha già fatto, contro coloro che continuano a trattare Porto Marghera come il posto dove smaltire e stoccare di tutto e di più, con livelli di concentrazione assolutamente inaccettabili e in assoluto spregio alla difesa della salute degli abitanti e dell’ambiente».   Dopo la sentenza del Tar del Veneto che lo scorso 10 luglio ha annullato la delibera regionale di autorizzazione al revamping di Alles – su ricorso presentato dal Comune di Venezia – la stessa Alles ha presentato ricorso in secondo grado al Consiglio di Stato che ne discuterà il merito il 24 marzo a Roma. La Giunta Regionale di Luca Zaia aveva approvato il revamping di Alles, malgrado il no della Municipalità di Marghera, del consiglio comunale di Venezia, di Mira e di quello provinciale. «Neanche una mozione votata all’unanimità dal Consiglio Regionale del Veneto», ricorda Dal Corso, «che impegnava la Giunta Regionale a revocare la delibera su Alles, aveva fatto annullare gli effetti e la validità dell’autorizzazione data da Zaia che continua tuttora a difendere in ogni grado di giudizio la sua delibera di autorizzazione, contrariamente a quanto detto dall’assessore all’ambiente Maurizio Conte che in un incontro con la Municipalità di Marghera addirittura si era augurato la bocciatura da parte degli organi giudiziari e l’intenzione di cambiare completamente la commissione regionale per la Valutazione dell’Impatto ambientale».   Secondo il presidente della Municipalità «il ricorso di Alles contro la bocciatura del Tar, spalleggiato dalla Giunta Zaia, vuole fare di Porto Marghera un polo d’attrazione per tutte le attività pericolose e inquinanti, come il trattamento e lo smaltimento di rifiuti civili e industriali, speciali, pericolosi e tossico-nocivi d a tutto il Veneto e oltre. Ma per noi Porto Marghera deve rimanere un’area produttiva e industriale e non ridiventare, come alcuni decenni fa, il posto dove smaltire e stoccare di tutto e di più, con livelli di concentrazione inaccettabili e in assoluto spregio alla difesa della salute degli abitanti e dell’ambiente».(g.fav.)   Pubblicato il 6 marzo 2015 su La Nuova di Venezia e...

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