Dal 10 al 21 novembre 2025 saremo a Belém, in Brasile, per partecipare come osservatori alla 30° Conferenza delle Nazioni Unite sul Clima. Racconteremo quanto avviene dentro e fuori le negoziazioni, porteremo e raccoglieremo le voci dei territori in lotta contro l’estrattivismo, contro il greenwashing e per una transizione ecologica realmente giusta.
Iscriviti al bollettino Sostieni il nostro lavoroL’agenda della COP30
A Belém si discuteranno e valuteranno gli NDCs, i nuovi impegni climatici nazionali che stabiliscono gli obiettivi di riduzione delle emissioni di ogni paese. Accanto alla mitigazione, l’adattamento sarà uno dei temi centrali attraverso il Global Goal on Adaptation (GGA) e i nuovi Piani nazionali di adattamento. Un altro capitolo chiave sarà quello della finanza per il clima. Tra i punti principali il nuovo obiettivo di finanziamento (NCQG), che punta ad aumentare il sostegno ai Paesi in via di sviluppo da 100 a 300 miliardi di dollari l’anno, e la Roadmap Baku-Belém, che traccia un percorso per mobilitare almeno 1.300 miliardi di dollari l’anno entro il 2035.
Temi cruciali, che si scontrano con uno scenario geopolitico ostile, segnato dal negazionismo climatico, dai venti di guerra, dalla corsa al riarmo e dalla violenza istituzionale. Non è un caso che in gioco a Belém ci sia più che mai la credibilità della diplomazia climatica e la sua capacità di tradurre le intenzioni in impegni concreti.
La Cupula dos povos
La Cúpula dos Povos è il grande incontro dei movimenti sociali e delle comunità che vivono in prima linea la crisi climatica. Nata nel 1992 come risposta critica alle negoziazioni ufficiali, propone un’alternativa fondata su giustizia climatica, sociale e ambientale, solidarietà e saperi ancestrali.
Dal 12 al 16 novembre 2025, in concomitanza con la COP30 di Belém, riunirà popoli indigeni, comunità quilombola e tradizionali, giovani e lavorator? in marce, dibattiti e azioni culturali.
La Cúpula mette al centro vite, diritti e territori, non statistiche: unisce chi costruisce ogni giorno soluzioni reali, dall’agroecologia alla difesa dei beni comuni, per spingere i governi ad adottare politiche di vera giustizia climatica.
Dichiarazione della Cupula Dos Povos
Perché A Sud e CDCA alla COP?
Nelle Cop si riuniscono i governi dei 197 Paesi che hanno ratificato la Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (UNFCCC), firmata a Rio de Janeiro nel 1992. Ma la COP30 non è solo un vertice diplomatico: è il terreno di confronto (e di scontro) tra attori diversi e diverse visioni del mondo. Da una parte il business as usual che trasforma la crisi climatica in profitto, dall’altra movimenti e territori che lottano per giustizia climatica, autodeterminazione e diritti della Natura.
La COP30 si terrà nel cuore dell’Amazzonia, a Belém do Pará, in Brasile. Non è un dettaglio geografico ma una scelta politica: è nel Sud globale che l’ingiustizia climatica colpisce più duramente mentre il Nord globale continua a negoziare emissioni e interessi fossili.
Qui non si decide solo il futuro del clima: si decide chi avrà diritto a un futuro.
Per raccontare cosa c’è in gioco, e come finisce la partita.
Andiamo alla COP per osservare da vicino i negoziati, capire quali equilibri politici e di potere si stanno ridefinendo, e portare la prospettiva dei territori e dei movimenti che chiedono giustizia climatica.
La partecipazione di A Sud e CDCA serve a connettere le lotte locali con quelle globali, rafforzare alleanze internazionali e raccontare – con sguardo indipendente e critico – come la diplomazia climatica sta affrontando, o eludendo, le proprie responsabilità.
Perché solo intrecciando voci e resistenze dal basso possiamo costruire un futuro giusto per tutt?.
Per costruire e rafforzare alleanze internazionali
Svolgere la COP in Brasile è un segnale che conta: significa rimettere al centro chi la crisi climatica la subisce davvero. Andiamo a Belém per stare con i movimenti globali per la giustizia climatica. In America Latina oggi si gioca una partita enorme: conflitti ambientali, estrattivismo, repressione, lotte indigene e popolari che resistono da decenni. Con tante realtà — dalla Colombia alla Bolivia, fino all’Amazzonia — abbiamo già lavorato, fatto campagne, costruito ponti. Lì ritroviamo compagn? con cui condividiamo visioni e pratiche.
Per portare una visione radicale dentro la COP
Sì, probabilmente sarà l’ennesimo flop diplomatico. Ma proprio per questo dobbiamo esserci, per non lasciare quei tavoli alle lobby fossili e ai governi che parlano di transizione mentre trivellano.
Da dentro vedi meglio le dinamiche, le crepe, le possibilità di alleanze e di conflitto.
Andiamo per portare la prospettiva della giustizia climatica e delle lotte dal basso, che legano crisi climatica, razzismo, patriarcato e disuguaglianze. La COP non è un punto d’arrivo: è un passaggio. Il resto si fa fuori, insieme, ogni giorno.
Diario dalla COP30
- Giorno 12 – 24 novembre 2025
Belém svela il fallimento della diplomazia climatica, ma apre spiragli: una roadmap anti-fossile e nuove alleanze per la giustizia.
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- Giorno 11 – 21 novembre 2025
Penultimo giorno a Belém: incendio in COP30, stalli politici e pressioni crescenti sul BAM e sull’uscita dai fossili.
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- Giorno 10 – 20 novembre 2025A Belém 85 Paesi spingono per uscire dai fossili, mentre Italia e Polonia frenano. La COP30 è al bivio, il tempo è adesso.
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- Giorno 9 – 19 novembre 2025
Belém rilancia la lotta globale ai fossili: la Colombia guida un fronte che vuole uscire davvero dal modello che brucia il pianeta.
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- Giorno 8 – 18 novembre 2025
Alla COP30 la transizione dai combustibili fossili sembra lontana, mentre i fondi dell’adattamento sono sotto il minimo.
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- Giorno 7 – 17 novembre 2025
Belem in rivolta: popoli indigeni e movimenti sociali spingono per una COP30 che dica finalmente basta ai fossili.
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- Giorno 6 – 15 novembre 2025
Anche quest’anno i dati sulla presenza dei lobbisti Gas&Oil alla conferenza di Belém sono alti: su ogni 25 persone accreditate al vertice, uno è un lobbista dei combustibili fossili, in totale sono oltre 1600.
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- Giorno 5 – 14 novembre 2025
Il TFFF entra nella Cupula tra promesse e contraddizioni: fondi incerti, debiti in aumento e movimenti che denunciano l’ennesima falsa soluzione verde.
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- Giorno 4 – 13 novembre 2025
A Belém la protesta indigena irrompe nella COP30 e svela le contraddizioni del Brasile fossile. Intanto la Cupula esplode di mobilitazioni globali.
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- Giorno 3 – 12 novembre 2025
Adattamento al centro della COP30, ma i fondi restano insufficienti. A Belém arrivano movimenti e comunità indigene: la vera pressione viene dai territori.
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- Giorno 2 – 11 novembre 2025
Lula parla di disuguaglianze alla Cop30, ma il Brasile continua a spingere sul fossile. A Belém torna al centro il nodo tra clima e ingiustizia.
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- Giorno 1 – 10 novembre 2025
Dalla Cop30 alla Cúpula dos Povos: a Belém si apre la sfida per la giustizia climatica tra responsabilità globali, diritti dei popoli e resistenza dei territori.
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Articoli di approfondimento alla COP30
- Cosa resta della Cop30, la battaglia per il clima e i diritti è ancora lunga – 24 novembre 2025
Marica Di Pierri e Laura Greco su Domani – COP30 fallisce su fossili e foreste, ma il Bam e il blocco dei 82 paesi per l’uscita dal fossile aprono spiragli di lotta e nuove alleanze.
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- Sulla fine dei lavori della COP30 – 24 novembre 2025
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Cosa è successo alla 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici? Quali sono le grandi vittorie? Quali le sconfitte?
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- La tabella della discordia – cos’è successo alla COP30 – 23 novembre 2025
Laura Greco su Radio24 – COP30 a Belém annuncia impegni su energia, foreste e adattamento, ma senza una vera uscita dal fossile restano promesse vuote da incalzare con lotte dal basso.
Ascolta su Il Sole 24 ore
- “A resposta somos nós”. Ma alla COP30 le richieste dei popoli indigeni non fanno breccia – 23 novembre 2025
Laura Greco su EconomiaCircolare.com – Alla COP30 le voci indigene restano ai margini mentre la foresta corre verso il punto di non ritorno. Senza giustizia, non c’è futuro.
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- La “Dichiarazione di Belém” e il multilateralismo del phase out dai fossili spinto dal basso – 21 novembre 2025
Laura Greco su Altreconomia – Da Belém arriva una spinta dal basso per uscire dai fossili: governi e movimenti uniscono le voci per un phase out reale, giusto, globale.
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- Cop30: senza il Gender action plan ogni azione climatica è limitata – 21 novembre 2025
Marica Di Pierri e Laura Greco su Valori – Nonostante le ambiziose premesse il Gender action plan ha trovato diversi ostacoli sui tavoli negoziali della Cop30
- Cop30: senza il Gender action plan ogni azione climatica è limitata – 21 novembre 2025

- Alla Cop30 arrivano le storie di migrazioni climatiche – 21 novembre 2025
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30, in vista delle negoziazioni finali, si parla del fenomeno crescente degli sfollamenti forzati dal cambiamento climatico.
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- Belém, la foresta degli indigeni si ribella a Lula – 20 novembre 2025
Laura Greco su Il Manifesto – Le nazionalità dell’Amazzonia denunciano l’inagibilità politica alla Cop e chiedono una mobilitazione internazionale guidata direttamente dai popoli indigeni per proteggere i loro territori e affrontare la crisi climatica alla radice
- Alla Cop 30 i movimenti si riprendono la scena – 20 novembre 2025
Marica Di Pierri su Il Manifesto – Era dalla Cop 26 di Glasgow che non si vedeva così tanta società civile. Accanto al vertice ufficiale, in più di 50 mila hanno animato la «Cupula dos povos» per una svolta vera sul clima e i diritti
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- COP30, BELÉM | Italiani in mobilitazione – 20 novembre 2025]
Il Climate Pride in azione alla COP30: l? attivist? chiedono all’Italia una roadmap chiara e ambiziosa per uscire dai fossili.
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- A Belém torna il protagonismo sociale – 19 novembre 2025
Marica Di Pierri su Collettiva – Alla Cop30 movimenti, organizzazioni, popoli e sindacati riacquistano centralità: proposte e campagne dal basso sono arrivate nelle stanze dei negoziati.
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- Come procede la COP30 in Brasile? Intervista a Laura Greco da Bélem – 19 novembre 2025
Laura Greco su Scienza e Pace Magazine – COP30 tra repressione, lobby fossili e resistenze indigene: la giustizia climatica la costruiscono i territori, non i negoziati.
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- Lifegate dalla COP30 – 18 novembre 2025
Marica Di Pierri su Lifegate – Dalla COP30 il racconto dell’inedita comunicazione tra dentro e fuori la COP, tra le richieste indigene e l’ambiguo governo di Lula.
Ascolta su Lifegate
- Il Fondo per le foreste e la falsa soluzione del biocapitalismo si ripropone alla Cop30 di Belém – 18 novembre 2025
Laura Greco su Altreconomia – Il Tropical forests forever facility lanciato da Lula è l’ennesimo dispositivo finanziario che viene presentato come innovazione.
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- Attivismo e giustizia climatica: se il diritto alla protesta diventa un reato – 17 novembre 2025
Marica Di Pierri su Valori.it – Alla Cop30 emerge un allarme globale: in molti Paesi il diritto alla protesta viene represso e l’attivismo ambientale è sempre più criminalizzato
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- Alla Cop30 di Belèm il fondo per l’adattamento resta senza fondi – 17 novembre 2025]
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30 fallisce, per il terzo anno di fila, l’obiettivo di raccolta minima per finanziare l’adattamento dei Paesi del Sud globale.
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- Massiccia partecipazione popolare a Belém – 16 novebre 2025
Marica Di Pierri su L’aria Che Respiri – Alla Cúpula dos Povos tantissime voci per reclamare la fine dei combustibili fossili e una giustizia climatica guidata dai popoli, non dalle multinazionali.
Ascolta su Radio Rai1
- In diretta da Bele?m – Aggiornamenti sulla prima settimana di COP30 – 15 novembre 2025
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – In diretta da Belém, per raccontare in diretta i lavori della 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici. ?Foto di Oliver Ninja e Midia Ninja
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- Cop30: chi difende i combustibili fossili dentro i negoziati sul clima – 14 novembre 2025
Marica Di Pierri per Altreconomia – Alla Cop30 un lobbista fossile ogni 25 delegat?: il vertice che dovrebbe chiudere l’era fossile continua a farsela scrivere da chi la profitta.
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- Giustizia climatica, questa dimenticata – 13 novembre 2025
Marica Di Pierri su Il Manifesto – Il legame tra clima e disuguaglianze è ormai assodato. Ma dopo 30 anni di conferenze, i ricchi continuano a fare grandi affari con i fossili.
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- L’adattamento secondo la COP30: “Adattarsi è sopravvivere” – 13 novembre 2025
Marica Di Pierri per EconomiaCircolare.com – COP30 punta a rendere operativo il Global Goal on Adaptation, tra governance multilivello, indicatori, fondi insufficienti e necessità di giustizia climatica.
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- La Cop30 in Brasile e le politiche industriali green – 11 novembre 2025
Marica Di Pierri per Tutta La Città Ne Parla, Radio3 – È iniziata la Cop30 a Belém, 10 giorni in cui si discuterà su come trovare una via d’uscita alla deriva del cambiamento climatico nonostante le difficoltà politiche che ci circondano.
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- Road to Belém – 7 novembre 2025
Marica Di Pierri per Valori.it – Verso la Cop30 di Belém, cosa aspettarci dal più importante appuntamento per salvare il clima della Terra? Diretta con Marica Di Pierri, Luca Lombroso, Giovanni Mori e Lorenzo Tecleme.
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- Da Parigi a Belém, i conti che non tornano – 6 novembre 2025
Marica Di Pierri per Il Manifesto – Tra tensioni e fragili compromessi, i preparativi alla vigilia della Conferenza Onu. A che punto sono gli impegni nazionali di riduzione e i piani di adattamento dei singoli Paesi.
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- A Sud a Belém alla Cop30 – 6 novembre 2025
A Sud seguirà negoziati e mobilitazioni dalla COP30 di Belém, amplificando le voci dei movimenti per giustizia climatica e sociale.
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- A Sud aderisce alla Global Call to Action della Cúpula dos Povos – 5 settembre 2025
Il 15 novembre scendiamo in piazza: basta disuguaglianze e razzismo ambientale, vogliamo giustizia climatica e un mondo dove la vita sia al centro.
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- Vertice dei Popoli Verso la COP30: Manifesto Politico – 13 giugno 2025
A Sud aderisce al Manifesto dei Popoli verso la COP30: un appello globale per giustizia climatica, anticapitalismo e democrazia dal basso.
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Racconteremo le negoziazioni
Per spiegare cosa accade davvero alla COP30, come si muovono i governi e quali interessi guidano le scelte sulla crisi climatica. Vi offriremo una copertura quotidiana per raccontarvi con le nostre parole e con uno sguardo critico, indipendente e radicale, vicino ai movimenti il dentro e fuori la Cop
Sveleremo le contraddizioni
Tra le promesse ufficiali e la realtà, mostrando lo scontro continuo tra lobby fossili e popoli che difendono la vita e i territori. Denunceremo le responsabilità smascherando la falsa transizione energetica e chi continua a inquinare mentre parla di sostenibilità con greenwashing e false soluzioni
Daremo voce alle comunità
Portando le loro storie, le lotte quotidiane e le alternative concrete alla devastazione ambientale, contro colonialismo ed estrazione. Ci collegheremo con l’Italia per connettere istanze e battaglie
INFO E CONTATTI
Per contatti e interviste con la delegazione:
maricadipierri@asud.net
+ 55 21 967071220
Laura Greco
lauragreco@asud.net
+55 21 997673184
13 Marzo | Lancio Atlante Italiano Conflitti Ambientali
Il CDCA – Centro di Documentazione Conflitti Ambientali in collaborazione con l’associazione A Sud presenta: L’ ATLANTE ITALIANO DEI CONFLITTI AMBIENTALI Evento di presentazione Scarica la locandina LUOGO E DATA venerdì 13 marzo 2015 | h.17.30 c/o Libreria Fandango | Via dei Prefetti n.22 – ROMA INTRODUCE E MODERA Marica Di Pierri | Presidente CDCA – Centro Documentazione Conflitti Ambientali INTERVENGONO Joan Martinez Alier | Economista | Dip. Economia Ecologica UAB – Univ. Autonoma Barcellona Roberta Pirastu | dip. Biologia e Biotecnologia C. Darwin – La Sapienza | Vicepresidente Ass. Italiana Epidemiologia | Membro equipe di ricerca Studio epidemiologico Sentieri – ISS Marco Cervino | Fisico | Consiglio Nazionale delle Ricerche CNR-ISAC | Istituto di Scienze dell’Atmosfera e del Clima Ferdinando Laghi | Vicepresidente Nazionale ISDE – Medici per l’Ambiente Francesca Nava | Giornalista La7 | Vincitrice Miglior inchiesta italiana Premio Ilaria Alpi 2014 Marianna Stori | Ricercatrice CDCA | Coordinatrice equipe di mappatura Atlante Italiano Saranno presenti e interverranno rappresentanti delle realtà territoriali che hanno collaborato alla mappatura dei conflitti ambientali contenuti nell’Atlante. Tra essi: Forum Italiano Movimenti per l’Acqua | Coordinamento Nazionale No Triv | Coordinamento Comitati Sardi | Comitato Passeggino Rosso Brindisi | Attitudine No Expo | Comitato Spezia Via dal Carbone | Comitato No Tap | Comitato No Muos Niscemi ed altri. COMUNICATO STAMPA Una mappa nazionale della (in)giustizia ambientale Il Centro di Documentazione sui Conflitti Ambientali, aperto a Roma nel 2007, è lieto di invitarvi all’evento pubblico di presentazione della prima piattaforma web italiana geo referenziata, di consultazione gratuita, costruita assieme a dipartimenti universitari, ricercatori, giornalisti, attivisti e comitati territoriali, che raccoglie le schede descrittive delle più emblematiche vertenze ambientali italiane. Dal Vajont a Casal Monferrato, da Taranto a Brescia, dalla Terra dei Fuochi alla Val di Susa, dalle zone di sfruttamento petrolifero alle centrali a carbone, dai poli industriali all’agroindustria, dalle megainfrastrutture alle discariche, un atlante delle emergenze ambientali italiane e delle esperienze di cittadinanza attiva in difesa del territorio e del diritto alla salute. L’archivio, che al momento del lancio conterrà oltre 100 schede di conflitto, in continua espansione ma di rapida consultazione attraverso un sistema di filtri progressivi ed è pensato per essere utilizzato da ricercatori, giornalisti, docenti, studenti, cittadini, enti locali ed istituzioni pubbliche aventi come mission la salvaguardia dell’ambiente e della salute pubblica. Mappatura partecipata Una volta on-line, il portale diventerà strumento di mappatura partecipata: registrandosi come utenti, comitati territoriali, ricercatori, e società civile in qualunque forma organizzata potranno caricare direttamente sul portale, seguendo le semplici istruzioni e compilando il formulario predisposto, schede monografiche inerenti specifici conflitti ambientali che, previa validazione da parte dell’equipe di ricerca del CDCA, entreranno a far parte della mappatura visibile sulla home page dell’Altante. In tal senso il portale mira ad essere non solo un archivio in continua crescita, ma strumento di produzione diffusa di documentazione, di partecipazione cittadina e di messa in rete di realtà territoriali oltre che strumento di visibilità e denuncia dei fattori di rischio ambientale presenti da nord a sud del paese. Contributors Le schede contenute nell’Atlante sono state realizzate da ricercatori universitari, giornalisti esperti di tematiche ambientali ed attivisti, a stretto contatto con le realtà territoriali attive sui singoli casi. Contengono inoltre una nutrita bibliografia utile ad approfondire ogni aspetto tematico o specifico del singolo conflitto. L’Atlante Globale dei conflitti: EjAtlas L’Atlante italiano è...
read morePetrolio a gogò e lavoro usa e getta
C’è una relazione tra un presunto ritorno del petrolio ai fasti economici di inizio ’900 e la riduzione dei lavoratori a pura merce? Credo di sì, almeno nella testa di chiunque trasforma in valore economico ogni relazione e per profitto degrada natura e lavoro. di Mario Agostinelli su Energia Felice Quanto sia illusoria questa pretesa di ritorno a duecento anni fa’, lo dimostra la “guerra del prezzo del petrolio” che agita i mercati con le sue mille inquietanti contraddizioni. Come ho già evidenziato nei post più recenti, gli attuali prezzi del petrolio sono imposti dai cartelli e dagli interessi geopolitici del momento, anche se costituiscono una tendenza non sostenibile a lungo termine, con una perdita di orientamento delle politiche energetiche, climatiche, industriali e per l’occupazione a livello mondiale. La volatilità che ne proviene è tale che la presunta vittoria degli Stati Uniti nel campo dei fossili con il ricorso alla produzione shale è stata in poche settimane messa in dubbio dall’azione dei Sauditi, disposti a buttare fino a 25 miliardi di $ l’anno pur di tener botta sul mercato con un prezzo artificialmente basso, ancor più spinto di quello delle produzioni da scisto. Giochiamo su un precipizio di cui non percepiamo la profondità, sprecando risorse finanziarie e naturali, con ferite all’ambiente e un accanimento miope verso il lavoro e la povertà, al punto da tradire ancora una volta gli appuntamenti sul clima e di fare della ripresa una fiammata che non crea occupazione, ma ulteriori disuguaglianze, profitti e speculazione finanziaria. Se il petrolio rimane a 60 dollari, l’economia della Russia si contrarrà di circa il 4% nel 2015. Ma, nella guerra fredda che si è riaperta, Bloomberg New Energy Finance del 5 Gennaio ammonisce che la crisi del petrolio americano è alle porte. La Continental Resources Inc perde 4,6 miliardi di dollari nel 2015, avendo previsto un prezzo di 80 €. Halliburton Co., il più grande fornitore al mondo di servizi di fracking alle compagnie petrolifere, ha annunciato il licenziamento di 1.000 lavoratori. Il petrolio di West Texas Intermediate, che aveva raggiunto un picco di107,7 $ nel mese di giugno, è sceso a 52 dollari il 2 gennaio e ben 37 dei 38 giacimenti di scisto americani l’hanno seguito nella caduta. Michael Feroli, capo economista americano presso JPMorgan scrive che la crisi potrebbe spingere l’intero Texas in una “recessione regionale dolorosa”. Anche per il carbone si addensano nubi: la Banca Mondiale rifiuta di finanziare nuovi progetti nel settore, mentre i conflitti europei non si limitano al gas: 66 delle 126 miniere di carbone ucraine non sono in attività a causa dei combattimenti a Donetsk e Luhansk. In questo scenario che non induce all’ottimismo, c’è, al contrario, la conferma di un andamento costantemente positivo del settore delle rinnovabili, cioè della possibilità di ricorrere ad energia pulita per sopravvivere alla caduta del prezzo del petrolio. Da metà ottobre, mentre il greggio è sceso di quasi 30 dollari al barile, non ci sono stati cambiamenti nelle quotazioni dell’energia da fonti naturali, come misurato dal NEX (New Energy Global Innovation Index). E questo perché godono ormai di fatto di un sostegno politico e sociale generale – anche se contrastato nei media e disdegnato da Governi alla giornata come il nostro – che assicura stabilità oltre la tempesta. Di fatto, le rinnovabili continuano a...
read moreVia il bosco per la centrale a biomasse, rivolta in Sicilia
La Regione e una multinazionale – la Sper spa che ha un impianto a Dittaino – siglano un accordo: protestano sindaci e ambientalisti di Lorenzo Tondo su [palermo.repubblica.it] Diecimila ettari di bosco nel cuore della Sicilia rasi al suolo e venduti a una società italo-tedesca. Questo prevede l’accordo tra la Regione e la Sper spa, azienda proprietaria di una centrale elettrica a biomasse con sede a Dittaino, provincia di Enna che da qualche mese ha iniziato a spogliare intere aree collinari: circa 3 chilometri quadrati nelle zona di San Cataldo. Una vicenda che ha sollevato le proteste di sindaci e ambientalisti, preoccupati per il rischio idrogeologico in un’area soggetta a frequenti frane ed erosioni. “È un paesaggio terrificante quello che oggi si apre ai visitatori e agli abitanti della zona – dice l’assessore all’ambiente e al territorio di San Cataldo Angelo La Rosa – lande a perdita d’occhio di creste e valli completamente denudate; tronchi di eucalipteti appena abbattuti disseminati sul terreno; cataste già pronte per essere caricate su grossi mezzi in direzione di Dittaino, ad alimentare le grandi bocche delle fornaci di una centrale a biomasse”. Il piano di deforestazione, espletato tramite una regolare gara d’appalto indetta dalla Regione, prevede il taglio di tronchi d’albero di eucalipto in un’area complessiva di 10 mila ettari di terreno in 10 anni nelle zone di contrada Buriana, Montecanino, Gabbara, Cioccafa, Mustigarufi, Gibliscemi, Cimia e Ficari. Il legname viene poi trasportato nella centrale di Dittaino, entrata in funzione lo scorso dicembre. L’impianto è gestito dalla stessa Sper Spa, composta da 3 società: la italo-tedesca RWE che detiene il 70 per cento, la Fri-El con il 20 e la Infrastrutture e Gestioni con il 10. Costo della centrale: 100 milioni di euro senza alcun contributo pubblico. “Nulla da dire sul taglio degli alberi e il loro utilizzo – precisa La Rosa – A preoccupare è invece la scellerata modalità di abbattimento di decine e decine di ettari di bosco senza soluzione di continuità. Mentre in Italia si decide, dopo i recenti disastri alluvionali, di investire a difesa del dissesto idrogeologico, qui si denudano i versanti argillosi, esponendoli al ruscellamento selvaggio e aumentando il rischio idrogeologico e la perdita dell’habitat di diverse specie animali”. Alle parole di La Rosa fanno eco gli ambientalisti, Lipu, Wwf e Legambiente in prima fila, che hanno reso noto come a Gabara, una delle zone interessate dal disboscamento, si stava pensando a un progetto a lungo termine per far diventare l’area boschiva riserva naturale nella quale inserire un parco geo-minerario. Dello stesso avviso il Pd che, per bocca di Ivo Cigna, presidente provinciale del Forum Ambiente del partito, dichiara: “Non è la prima volta che registriamo generiche autorizzazioni al taglio degli alberi. Anche in questo caso sospettiamo che si sia operato senza la tutela del perimetro dell’area e senza una approfondita analisi ambientale. Attendiamo risposte dalla Regione e un intervento a tutela di un’area a forte rischio idrogeologico”. *Articolo pubblicato su palermo.repubblica.it, 18 gennaio...
read moreNo prospect of relief from constant nuclear headache
Keeping nuclear waste safe costs billions of dollars a year, but what to do with it in the long-term is still no nearer being resolved by Paul Brown on Climate News Network LONDON | A private consortium formed to deal with Europe’s most difficult nuclear waste at a site in Britain’s beautiful Lake District has been sacked by the British government because not sufficient progress has been made in making it safe. It is the latest setback for an industry that claims nuclear power is the low-carbon answer to climate change, but has not yet found a safe resting place for radioactive rubbish it creates when nuclear fuel and machinery reaches the end of its life. Dealing with the waste stored at this one site at Sellafield ? the largest of a dozen nuclear sites in Britain ? already costs the UK taxpayer £2 billion a year, and it is expected to be at least as much as this every year for half a century. Hundreds of people are employed to prevent the radioactivity leaking or overheating to cause a nuclear disaster, and the cost of dealing with the waste at this site alone has already risen to £70 billion. Dangerous to humans This extraordinary legacy of dangerous radioactive waste is present in every country that has adopted nuclear power as a form of electricity production, as well as those with nuclear weapons. No country has yet solved the problem of how to deal with waste that remains dangerous to humans for thousands of years. Among the many other countries that have a serious unresolved nuclear waste problem are the US, Russia, China, India, Japan, France, Germany and Canada, as well as a number of eastern European countries that have ageing Russian reactors. Only Sweden seems to have practical plans to deal with its nuclear waste, and these are years away from completion. Many countries, including Germany and Italy, have rejected nuclear power, partly because they cannot find a solution to the waste problem. But many others ? including the UK, India and China ? intend to go on building them even though it stores up a dangerous radioactive legacy for future generations. The problem began after the Second World War when, in the rush to build atomic weapons, the governments of the US, Russia and the UK gave no heed to the high dangerous nuclear waste it was creating in the process. This problem continued, even in non-weapon states such as Germany and Japan, when nuclear power was seen as a new, cheap form of electricity production. Ill-founded hope The belief was always that science would find some way of neutralising the dangerous radioactivity, and then it could be buried as simply as any other rubbish. This hope has proved to be ill-founded. Highly radioactive waste, dangerous for as long as 200,000 years, has to be isolated and guarded in every country that has dabbled in nuclear energy. At Sellafield, huge water tanks filled with unknown quantities of radioactive rubbish have yet to be emptied. The only bright spot is Sweden, which has a deep depository to dispose of short-lived waste in stable granite formations. Other similar depositories are planned along the same lines for more dangerous spent fuel, but these are still at the planning stage. Long-term...
read moreTravelling through the contaminated territories of Campania
The polluted fields of the Campania region in Southern Italy are infamous as the outcomes of two decades of urban and industrial waste mismanagement. There, struggles for environmental justice are also struggles for reclaiming dignity. By Ilenia Iengo* on [Entitle Blog] Acerra, Giugliano, Chiaiano. In this order, on December 14 2014, a delegation of international researchers, journalists and activists have met and discussed with local communities that are fighting for environmental, social and political justice. In the territories around the city of Napoli, these communities are struggling against an imposed and long-lasting contamination process that has unfolded during more than 20 years of the so-called “waste emergency” in Campania. Since the 1980s, the contamination of Campania’s territories has been caused by the illegal trade and disposal of hazardous waste perpetrated by Camorra—the Neapolitan mafia organisation—that dumped around 600,000 tonnes of industrial and toxic waste per year over the last 20 years with the [complicity of industrial companies and the State.->http://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S0921800910002594] The tour has been organised by the Italian environmental NGO A Sud, as part of the week of training on the interface between academia and activism carried out within the Entitle project. The first stop was in Acerra, where we met the local activists outside the gates of the waste incinerator towering over their territory, which has a capacity to burn 600,000 tonnes of waste per year. The highly contested plant is managed by the Northern Italian company A2A, and it was built between 2004 and 2009 by the FIBE corporation, following a tender issued by the Commissioner to address the waste emergency in Campania. Since 2009 the facility has been burning garbage bypassing both environmental impact assessments and local communities’ participation in decision-making process. The tour continued to Giugliano, in the northern periphery of Naples. There, we were introduced to the history of the Resit landfill and stood in awe in front of the Taverna del Re waste-blocks storage site. Since the 1980s, and until mid-90s, a company utilised by Camorra (Ecology 89) has been running the Resit landfill in illegal ways: by dumping all sorts of hazardous and toxic waste it turned the area into an “ecological bomb”. To present day, it continues to produce leachate and biogas that affect the surrounding agricultural productions and the local communities. Not least, this is affecting a Roma community of 60 families, men, women and numerous children, settled by the Giugliano municipality at the border of the landfill, amid social and economic disastrous conditions caused by the environmental hazard of the landfill. Taverna del Re is the next stop of the tour and the size of the globally known pyramids of waste is impressive, disruptive, and distressful for all of us, both locals and “outsiders”. The first feeling to arise is helplessness: the site has been proposed by some as the mausoleum of shame and human greediness. In Taverna del Re, a storage site of waste expands in an area of about 130 hectares, where 6 million tonnes of waste blocks sit and continue to produce leachate. The waste stored in Taverna del Re should have been there only temporarily, until the opening and functioning of the incinerator. Nonetheless, it still stands in the same area after almost ten years since the opening of the site, because there is uncertainty...
read moreStop Ogm, via libera dell’Europa
Stop Ogm, via libera dell’Europa Via libera al provvedimento che consente di limitare o proibire la coltivazione di organismi geneticamente modificati sul territorio nazionale, anche se questi sono autorizzati a livello europeo. Moncalvo (Coldiretti): «Una buona notizia» su Vita L’Europarlamento ha approvato (480 sì, 159 no e 58 astenuti) la direttiva che consente a ogni singolo Paese membro di limitare o proibire la coltivazione di organismi geneticamente modificati (Ogm) sul proprio territorio nazionale, anche se questi sono autorizzati a livello europeo. «La libertà di non coltivare Ogm come ha fatto fino ad ora l’Italia e come chiedono quasi 8 cittadini su 10 (76 per cento) che si oppongono al biotech nei campi è un importante e atteso riconoscimento della sovranità degli Stati di fronte al pressing e alle ripetute provocazioni delle multinazionali del biotech», afferma Roberto Moncalvo, presidente di Coldiretti. Secondo una analisi della Coldiretti nell’Unione Europea nonostante l’azione delle lobbies che producono Ogm, nel 2013 sono rimasti solo cinque, su ventotto, i Paesi a coltivare Ogm (Spagna, Portogallo, Repubblica Ceca, Slovacchia e Romania), con appena 148mila ettari di mais transgenico MON810 piantati nel 2013, la quasi totalità in Spagna (136.962 ettari). Si tratta quindi di fatto, sottolinea Coldiretti in una nota, di un unico Paese (la Spagna) dove si coltiva un unico prodotto (il mais MON810). «L’Europa da un lato, le Alpi e il mare dall’altro, renderanno l’Italia – precisa Moncalvo – finalmente sicura da ogni contaminazione da Ogm a tutela della straordinaria biodiversità e del patrimonio di distintività del Made in Italy». «Per l’Italia gli organismi geneticamente modificati (Ogm) in agricoltura – conclude Moncalvo – non pongono solo seri problemi di sicurezza ambientale, ma soprattutto perseguono un modello di sviluppo che è il grande alleato dell’omologazione e il grande nemico del Made in Italy». *Articolo pubblicato su vita.it, 13 gennaio...
read moreNigeria: Shell ci rinuncia, ecco quanto pagherà ai pescatori di Bodo
Il colosso petrolifero Shell pagherà i pescatori di Bodo, in Nigeria, per gli sversamenti di greggio del 2008 e 2009. di Chiara Boracchi su Lifegate La compagnia petrolifera Royal Dutch Shell verserà 55 milioni di sterline, pari a circa 84 milioni di dollari a titolo di risarcimento agli oltre 15.600 pescatori Ogoni della comunità di Bodo, sul delta del Niger, danneggiati dalle due fuoriuscite di greggio avvenute tra il 2008 e il 2009. Shell inizialmente aveva ammesso lo sversamento di soli 4.000 barili; gli esperti ne hanno stimati 60 volte tanto. Per questo, la compagnia si è attirata le critiche di Amnesty International, che l’aveva accusata di voler eludere le proprie responsabilità di fronte all’accaduto. Dal canto suo, Shell afferma di aver sempre voluto risarcire i pescatori e di considerare gli sversamenti provenienti dai propri oleodotti un grave danno all’immagine. Secondo lo studio legale Leigh Day che rappresenta i pescatori, gli 84 milioni di dollari saranno così suddivisi: 30 milioni a beneficio della comunità nel suo complesso e circa 3300 dollari a ciascun pescatore danneggiato. La notizia è stata divulgata a Londra prima del processo che sarebbe dovuto iniziare a breve contro la società. Si tratta della più importante vittoria ambientale mai ottenuta finora da uno Stato africano. Ed è anche la prima volta che l’indennizzo per una fuoriuscita di petrolio viene pagato direttamente a singoli individui anziché che capi locali o soltanto all’intera comunità. I pescatori e lo studio legale si sono detti soddisfatti del risultato ottenuto: nel 2011, infatti, l’offerta iniziale di Shell per la comunità di Bodo era appena di 4.000 sterline complessive (circa 6.000 dollari). A detta di Day Martyn, l’avvocato che con il suo team ha seguito la vicenda, “Il salario minimo in Nigeria è 18.000 naira al mese (circa 70 sterline) e il 70 per cento della popolazione Bodo vive sotto la soglia di povertà. Ognuno dei 15.600 ha detto sì alla trattativa “. A breve inizieranno anche i lavori di ripulitura di tutta l’area danneggiata, come affermato dalla consociata nigeriana del colosso petrolifero, Shell Petroleum Development Company. La compagnia (insieme ad altre che operano nella zona), è già stata criticata dalle Nazioni Unite, Amnesty e il Governo nigeriano per non aver ancora ripulito l’area di Ogoniland dopo gli sversamenti. *Articolo pubblicato su lifegate.it, 8 gennaio...
read moreBolivia’s nuclear dream: What is at stake?
Evo Morales’s plans to develop a nuclear energy programme in Bolivia have sparked debates in the country around issues of citizen participation and socio-ecological justice. by Isabella M. Radhuber on [Entitle Blog] “Bolivia could be the energy centre of South America; that is our dream” (Evo Morales). Bolivia’s government has publicly announced plans to develop a nuclear energy programme for peaceful purposes, such as electricity networks, agriculture, medicine and research. From 2015 to 2025 infrastructure shall be developed mainly in the department La Paz, with investments of $2 billion US Dollars. In September 2014, the presence of uranium deposits has been confirmed in the northeast of the departmento (region) of Santa Cruz. These add to other known deposits in Potosí and Tarija, according to earlier reports. The International Atomic Energy Agency officially visited Bolivia and confirmed their support. Potential bilateral partners currently include Russia, Iran, Argentina and France, illustrating the potential to create a new energy geopolitics. (Political) power is the main argument put forward by the Bolivian government for implementing this plan. In president Evo Morales’s opinion, countries that control their energy sectors have more power than those who have money or missiles. According to the proposal, Bolivia’s nuclear energy programme shall first feed the internal market, and only then the external. Morales argues that this is a step—and the best way—towards liberation from technological dependence.Official declarations argue that nuclear energy cannot be stigmatised due to the experiences in Chernobyl and Fukushima. Furthermore, nuclear energy is believed to be a clean energy source. Morales informed the public after several years of planning, which – according to him – applauded the initiative. On the other side, a group of international anti-nuclear activists has written an [open letter to president Morales->http://www.pressenza.com/es/2014/05/carta-abierta-evo-morales-sobre-central-nuclear/] expressing their concerns. Different groups in society have started to generate debates, in order to inform the population about the risks and problems related to the plan, alongside the benefits highlighted by the government. Mainly, they demand the participation of society in this decision; some ask for a referendum. Critics argue that Bolivia is currently producing enough electricity for national supply. They also raise doubts regarding whether Bolivia has enough uranium deposits for the programme and stress that Bolivia’s nuclear programme is unconstitutional. Just recently, from 2006 to 2008, a Constitutional Assembly took place in Bolivia through a highly participatory process with 255 directly elected members. The new Constitution—which was approved in 2009 via referendum—is globally groundbreaking on several counts. These include: designing of intercultural democracy and decolonisation, as proposed by the country’s indigenous majority; centrality given to socio-ecological dimensions and the role of the Mother Earth; and the recognition of basic social rights. Moreover, article 344 of the Constitution prohibits the storage, transit and deposit of nuclear and toxic waste. The question is not whether Bolivia has the right to develop a nuclear energy programme just as other countries have done and still do. Trying to preserve an “island” where the world works differently, as long as we do not have to change our energy and consumption patterns, would be quite neo-colonial indeed. Rather, the question is whether Bolivia is willing to leave the globally groundbreaking path towards more democracy and socio-ecological justice as proposed by the indigenous majority. And this is not the exclusive responsibility of Bolivia’s...
read moreThe concept of “ecological debt” and its value for environmental justice
EJOLT’s latest report is about the value of the ecological debt concept to struggles for environmental justice. Posted by {Nick } on [EJOLT] “Ecological debt. History, meaning and relevance for environmental justice” can be downloaded here. It comes together with a peer reviewed article published in Global Environmental Change. The ecological debt concept emerged in the early 1990s from within social movements driven by rising environmental awareness, emerging Western consciousness of responsibility for past colonial subjugations, and a general sense of unease during the debt crisis. First developed organically, mainly in locally-scaled, civil contexts, ecological debt has since gained attention in academia and international environmental negotiations. Now, the concept of ecological debt requires further elucidation and elaboration, especially in light of its historical interconnection with environmental justice. In this paper, the development of the concept of ecological debt in both activist and academic circles is described, proposed theoretical building blocks for its operationalization are discussed and three brief cases illustrating its recent utilization are presented. Ecological debt is built upon a theoretical foundation that draws on biophysical accounting systems, ecological economics, environmental justice and human rights, historical injustices and restitution, and an ecologically-oriented world-system analysis framework. Drawing on these building blocks, the concept of ecological debt has been used as a biophysical measure, a legal instrument and a distributional principle. In theory and in practice, it has much to offer the environmental justice movement. We conclude by reflecting on some of the pros and cons of the ecological debt concept as a tool to be used in fulfilling some of the goals of environmental justice movements in the world today. Keywords: Ecological debt, Climate debt, Carbon debt, Environmental Justice, sustainable development, debt cancellation, environmental movements, ecological economics, biophysical measures, Climate ethics, human rights, world economy Authors: Rikard Warlenius (coord.) with contributions from Gregory Pierce, Vasna Ramasar, Eva Quistorp, Joan Martíonez-Alier, Leida Rijnhout, Ivonne Yanez *Published on ejolt.org, January 16,...
read moreLe comunità di tutto il mondo unite contro le multinazionali delle miniere
L’esempio della piccola comunità colombiana di Doima in lotta contro Anglo Gold Ashanti su [Greenreport] Per molte comunità di tutto il mondo un territorio integro, acqua e aria pulita e la salvaguardia di mezzi di sussistenza vitali sono ottime ragioni per opporsi alle attività più devastanti che hanno a che fare con le miniere. Ora è nata una nuova piattaforma web, ispirata dalle comunità che resistono alle attività minerarie, per creare un network di solidarietà e ampliare il crescente coro di voci che dicono “Yes to life, no to mining”, “Sì alla vita, No all’industria mineraria”. Tra le piccole comunità che hanno promosso “Si a la vida, no a la mineria” c’è anche quella di Doima, nella Colombia centrale, che rischia un triste destino se il colosso minerario Anglo Gold Ashanti (Aga) riuscirà a farsi strada nel suo territorio. La multinazionale sudafricana vuole trasformare la gola di un vicino fiume in una diga per lo stoccaggio degli sterili della sua miniere d’oro di La Colosa. La gigantesca diga, che alla fine arriverà a 250 metri di altezza verrà alimentata da un “minerodotto”, una strada lunga più di 100 km che taglierà in due fertili terreni agricoli, ed alla fine dovrebbero esserci stoccate 1.420 milioni di tonnellate di rifiuti tossici. Il tutto a monte dei ricchi terreni agricoli ricchi della comunità e del grande fiume Magdalena, la “spina dorsale” della Colombia. La popolazione di Doima è fortemente consapevole dei pericoli che corre con la diga di La Colosa, rischi che riguardano non solo i servizi ecosistemici e la biodiversità locale, ma quelli dell’intera Colombia. L’enorme vasca per gli sterili minerari verrebbe realizzata a soli 4 km dalla faglia di Igabue, una delle più sismicamente attive del Sud America e se la diga dovesse crollare le scorie tossiche si riverserebbero a valle fino a raggiungere in soli 10 Km il fiume Magdalena, inquinando l’acqua ed i terreni agricoli lungo una vasta area conosciuta come “La despensa de Colombia” per la sua fertilità. Purtroppo i crolli delle dighe dei lagunaggi minerari non sono infrequenti. Ma l’Aga non molla e sta attuando una tattica molto aggressiva e con , l’aiuto delle autorità centrali e la mancanza di consultazione della popolazione, sta cercando di far passare un progetto che prevede l’utilizzo di 530 litri di acqua consumati per ogni grammo di oro prodotto- Ma la gente di Doima non si fa convincere dalla propaganda e dalle promesse e continua a resistere contro la diga e la miniera. Negli ultimi tre anni la comunità ha bloccato il ponte che porta a Doima; fatto pressioni sull’amministrazione locale ed il governo nazionale; indetto e vinto un referendum comunitario con 2.971 voti contro 24 e difeso quel voto con successo di fronte alla Corte Constitutional de Colombia. Ma la cosa che da maggior forza a questa comunità è la notorietà che la sua lotta ha ottenuto in tutto il mondo grazie alla rete della solidarietà d tra le comunità che si oppongono alle miniere in tutto il mondo. Su Ecologist Mariana Gomez, un’attivista e antropologa di Doima, spiega che i messaggi di sostegno che sono arrivati dagli alleati internazionali hanno svolto un ruolo fondamentale nel sostenere la resistenza di questa comunità contadina colombiana: «Abbiamo un detto qui: la resistenza è come un fuoco, è necessario continuare ad alimentarla...
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Marica Di Pierri per Valori.it – Verso la Cop30 di Belém, cosa aspettarci dal più importante appuntamento per salvare il clima della Terra? Diretta con Marica Di Pierri, Luca Lombroso, Giovanni Mori e Lorenzo Tecleme.