CDCA e A Sud alla COP30 a Belém

La voce di A Sud dalla COP30 di Belém (Brasile) e le iniziative in Italia

Dal 10 al 21 novembre 2025 saremo a Belém, in Brasile, per partecipare come osservatori alla 30° Conferenza delle Nazioni Unite sul Clima. Racconteremo quanto avviene dentro e fuori le negoziazioni, porteremo e raccoglieremo le voci dei territori in lotta contro l’estrattivismo, contro il greenwashing e per una transizione ecologica realmente giusta.

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L’agenda della COP30

A Belém si discuteranno e valuteranno gli NDCs, i nuovi impegni climatici nazionali che stabiliscono gli obiettivi di riduzione delle emissioni di ogni paese. Accanto alla mitigazione, l’adattamento sarà uno dei temi centrali attraverso il Global Goal on Adaptation (GGA) e i nuovi Piani nazionali di adattamento. Un altro capitolo chiave sarà quello della finanza per il clima. Tra i punti principali il nuovo obiettivo di finanziamento (NCQG), che punta ad aumentare il sostegno ai Paesi in via di sviluppo da 100 a 300 miliardi di dollari l’anno, e la Roadmap Baku-Belém, che traccia un percorso per mobilitare almeno 1.300 miliardi di dollari l’anno entro il 2035.

Temi cruciali, che si scontrano con uno scenario geopolitico ostile, segnato dal negazionismo climatico, dai venti di guerra, dalla corsa al riarmo e dalla violenza istituzionale.  Non è un caso che in gioco a Belém ci sia più che mai la credibilità della diplomazia climatica e la sua capacità di tradurre le intenzioni in impegni concreti.

La Cupula dos povos

La Cúpula dos Povos è il grande incontro dei movimenti sociali e delle comunità che vivono in prima linea la crisi climatica. Nata nel 1992 come risposta critica alle negoziazioni ufficiali, propone un’alternativa fondata su giustizia climatica, sociale e ambientale, solidarietà e saperi ancestrali.

Dal 12 al 16 novembre 2025, in concomitanza con la COP30 di Belém, riunirà popoli indigeni, comunità quilombola e tradizionali, giovani e lavorator? in marce, dibattiti e azioni culturali.

La Cúpula mette al centro vite, diritti e territori, non statistiche: unisce chi costruisce ogni giorno soluzioni reali, dall’agroecologia alla difesa dei beni comuni, per spingere i governi ad adottare politiche di vera giustizia climatica.

Dichiarazione della Cupula Dos Povos

Perché A Sud e CDCA alla COP?

Nelle Cop si riuniscono i governi dei 197 Paesi che hanno ratificato la Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (UNFCCC), firmata a Rio de Janeiro nel 1992. Ma la COP30 non è solo un vertice diplomatico: è il terreno di confronto (e di scontro) tra attori diversi e diverse visioni del mondo. Da una parte il business as usual che trasforma la crisi climatica in profitto, dall’altra movimenti e territori che lottano per giustizia climatica, autodeterminazione e diritti della Natura.
La COP30 si terrà nel cuore dell’Amazzonia, a Belém do Pará, in Brasile. Non è un dettaglio geografico ma una scelta politica: è nel Sud globale che l’ingiustizia climatica colpisce più duramente mentre il Nord globale continua a negoziare emissioni e interessi fossili.
Qui non si decide solo il futuro del clima: si decide chi avrà diritto a un futuro.

Per raccontare cosa c’è in gioco, e come finisce la partita.

Andiamo alla COP per osservare da vicino i negoziati, capire quali equilibri politici e di potere si stanno ridefinendo, e portare la prospettiva dei territori e dei movimenti che chiedono giustizia climatica.
La partecipazione di A Sud e CDCA serve a connettere le lotte locali con quelle globali, rafforzare alleanze internazionali e raccontare – con sguardo indipendente e critico – come la diplomazia climatica sta affrontando, o eludendo, le proprie responsabilità.
Perché solo intrecciando voci e resistenze dal basso possiamo costruire un futuro giusto per tutt?.

Per costruire e rafforzare alleanze internazionali

Svolgere la COP in Brasile è un segnale che conta: significa rimettere al centro chi la crisi climatica la subisce davvero. Andiamo a Belém per stare con i movimenti globali per la giustizia climatica. In America Latina oggi si gioca una partita enorme: conflitti ambientali, estrattivismo, repressione, lotte indigene e popolari che resistono da decenni. Con tante realtà — dalla Colombia alla Bolivia, fino all’Amazzonia — abbiamo già lavorato, fatto campagne, costruito ponti. Lì ritroviamo compagn? con cui condividiamo visioni e pratiche.

Per portare una visione radicale dentro la COP

Sì, probabilmente sarà l’ennesimo flop diplomatico. Ma proprio per questo dobbiamo esserci, per non lasciare quei tavoli alle lobby fossili e ai governi che parlano di transizione mentre trivellano.
Da dentro vedi meglio le dinamiche, le crepe, le possibilità di alleanze e di conflitto.
Andiamo per portare la prospettiva della giustizia climatica e delle lotte dal basso, che legano crisi climatica, razzismo, patriarcato e disuguaglianze. La COP non è un punto d’arrivo: è un passaggio. Il resto si fa fuori, insieme, ogni giorno.


Diario dalla COP30

  • Giorno 12 – 24 novembre 2025
    Belém svela il fallimento della diplomazia climatica, ma apre spiragli: una roadmap anti-fossile e nuove alleanze per la giustizia.
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  • Giorno 11 – 21 novembre 2025
    Penultimo giorno a Belém: incendio in COP30, stalli politici e pressioni crescenti sul BAM e sull’uscita dai fossili.
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  • Giorno 10 – 20 novembre 2025A Belém 85 Paesi spingono per uscire dai fossili, mentre Italia e Polonia frenano. La COP30 è al bivio, il tempo è adesso.
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  • Giorno 9 – 19 novembre 2025
    Belém rilancia la lotta globale ai fossili: la Colombia guida un fronte che vuole uscire davvero dal modello che brucia il pianeta.
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  • Giorno 7 – 17 novembre 2025
    Belem in rivolta: popoli indigeni e movimenti sociali spingono per una COP30 che dica finalmente basta ai fossili.
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  • Giorno 6 – 15 novembre 2025
    Anche quest’anno i dati sulla presenza dei lobbisti Gas&Oil alla conferenza di Belém sono alti: su ogni 25 persone accreditate al vertice, uno è un lobbista dei combustibili fossili, in totale sono oltre 1600.
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  • Giorno 5 – 14 novembre 2025
    Il TFFF entra nella Cupula tra promesse e contraddizioni: fondi incerti, debiti in aumento e movimenti che denunciano l’ennesima falsa soluzione verde.
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  • Giorno 4 – 13 novembre 2025
    A Belém la protesta indigena irrompe nella COP30 e svela le contraddizioni del Brasile fossile. Intanto la Cupula esplode di mobilitazioni globali.
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  • Giorno 3 – 12 novembre 2025
    Adattamento al centro della COP30, ma i fondi restano insufficienti. A Belém arrivano movimenti e comunità indigene: la vera pressione viene dai territori.
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  • Giorno 2 – 11 novembre 2025
    Lula parla di disuguaglianze alla Cop30, ma il Brasile continua a spingere sul fossile. A Belém torna al centro il nodo tra clima e ingiustizia.
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  • Giorno 1 – 10 novembre 2025
    Dalla Cop30 alla Cúpula dos Povos: a Belém si apre la sfida per la giustizia climatica tra responsabilità globali, diritti dei popoli e resistenza dei territori.
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Articoli di approfondimento alla COP30

  • Cosa resta della Cop30, la battaglia per il clima e i diritti è ancora lunga – 24 novembre 2025
    Marica Di Pierri e Laura Greco su Domani – COP30 fallisce su fossili e foreste, ma il Bam e il blocco dei 82 paesi per l’uscita dal fossile aprono spiragli di lotta e nuove alleanze.
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  • Sulla fine dei lavori della COP30 – 24 novembre 2025
    Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Cosa è successo alla 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici? Quali sono le grandi vittorie? Quali le sconfitte?
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  • La tabella della discordia – cos’è successo alla COP30 – 23 novembre 2025
    Laura Greco su Radio24 – COP30 a Belém annuncia impegni su energia, foreste e adattamento, ma senza una vera uscita dal fossile restano promesse vuote da incalzare con lotte dal basso.
    Ascolta su Il Sole 24 ore
  • “A resposta somos nós”. Ma alla COP30 le richieste dei popoli indigeni non fanno breccia – 23 novembre 2025
    Laura Greco su EconomiaCircolare.com – Alla COP30 le voci indigene restano ai margini mentre la foresta corre verso il punto di non ritorno. Senza giustizia, non c’è futuro.
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  • La “Dichiarazione di Belém” e il multilateralismo del phase out dai fossili spinto dal basso – 21 novembre 2025
    Laura Greco su Altreconomia – Da Belém arriva una spinta dal basso per uscire dai fossili: governi e movimenti uniscono le voci per un phase out reale, giusto, globale.
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    • Cop30: senza il Gender action plan ogni azione climatica è limitata – 21 novembre 2025
      Marica Di Pierri e Laura Greco su Valori – Nonostante le ambiziose premesse il Gender action plan ha trovato diversi ostacoli sui tavoli negoziali della Cop30

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  • Alla Cop30 arrivano le storie di migrazioni climatiche – 21 novembre 2025

Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30, in vista delle negoziazioni finali, si parla del fenomeno crescente degli sfollamenti forzati dal cambiamento climatico.
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  • Belém, la foresta degli indigeni si ribella a Lula – 20 novembre 2025
    Laura Greco su Il Manifesto – Le nazionalità dell’Amazzonia denunciano l’inagibilità politica alla Cop e chiedono una mobilitazione internazionale guidata direttamente dai popoli indigeni per proteggere i loro territori e affrontare la crisi climatica alla radice
  • Alla Cop 30 i movimenti si riprendono la scena – 20 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Il Manifesto – Era dalla Cop 26 di Glasgow che non si vedeva così tanta società civile. Accanto al vertice ufficiale, in più di 50 mila hanno animato la «Cupula dos povos» per una svolta vera sul clima e i diritti
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  • COP30, BELÉM | Italiani in mobilitazione – 20 novembre 2025]
    Il Climate Pride in azione alla COP30: l? attivist? chiedono all’Italia una roadmap chiara e ambiziosa per uscire dai fossili.
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  • A Belém torna il protagonismo sociale – 19 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Collettiva – Alla Cop30 movimenti, organizzazioni, popoli e sindacati riacquistano centralità: proposte e campagne dal basso sono arrivate nelle stanze dei negoziati.
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  • Come procede la COP30 in Brasile? Intervista a Laura Greco da Bélem – 19 novembre 2025
    Laura Greco su Scienza e Pace Magazine – COP30 tra repressione, lobby fossili e resistenze indigene: la giustizia climatica la costruiscono i territori, non i negoziati.
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  • Lifegate dalla COP30 – 18 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Lifegate – Dalla COP30 il racconto dell’inedita comunicazione tra dentro e fuori la COP, tra le richieste indigene e l’ambiguo governo di Lula.
    Ascolta su Lifegate
  • Il Fondo per le foreste e la falsa soluzione del biocapitalismo si ripropone alla Cop30 di Belém – 18 novembre 2025
    Laura Greco su Altreconomia – Il Tropical forests forever facility lanciato da Lula è l’ennesimo dispositivo finanziario che viene presentato come innovazione.
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  • Attivismo e giustizia climatica: se il diritto alla protesta diventa un reato – 17 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Valori.it – Alla Cop30 emerge un allarme globale: in molti Paesi il diritto alla protesta viene represso e l’attivismo ambientale è sempre più criminalizzato
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  • Alla Cop30 di Belèm il fondo per l’adattamento resta senza fondi – 17 novembre 2025]
    Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30 fallisce, per il terzo anno di fila, l’obiettivo di raccolta minima per finanziare l’adattamento dei Paesi del Sud globale.
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  • Massiccia partecipazione popolare a Belém – 16 novebre 2025
    Marica Di Pierri su L’aria Che Respiri – Alla Cúpula dos Povos tantissime voci per reclamare la fine dei combustibili fossili e una giustizia climatica guidata dai popoli, non dalle multinazionali.
    Ascolta su Radio Rai1
  • In diretta da Bele?m – Aggiornamenti sulla prima settimana di COP30 – 15 novembre 2025
    Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – In diretta da Belém, per raccontare in diretta i lavori della 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici. ?Foto di Oliver Ninja e Midia Ninja
    Guarda la diretta
  • Cop30: chi difende i combustibili fossili dentro i negoziati sul clima – 14 novembre 2025
    Marica Di Pierri per Altreconomia – Alla Cop30 un lobbista fossile ogni 25 delegat?: il vertice che dovrebbe chiudere l’era fossile continua a farsela scrivere da chi la profitta.
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  • Giustizia climatica, questa dimenticata – 13 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Il Manifesto – Il legame tra clima e disuguaglianze è ormai assodato. Ma dopo 30 anni di conferenze, i ricchi continuano a fare grandi affari con i fossili.
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  • L’adattamento secondo la COP30: “Adattarsi è sopravvivere” – 13 novembre 2025
    Marica Di Pierri per EconomiaCircolare.com – COP30 punta a rendere operativo il Global Goal on Adaptation, tra governance multilivello, indicatori, fondi insufficienti e necessità di giustizia climatica.
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  • La Cop30 in Brasile e le politiche industriali green – 11 novembre 2025
    Marica Di Pierri per Tutta La Città Ne Parla, Radio3 – È iniziata la Cop30 a Belém, 10 giorni in cui si discuterà su come trovare una via d’uscita alla deriva del cambiamento climatico nonostante le difficoltà politiche che ci circondano.
    Ascolta l’episodio
  • Road to Belém – 7 novembre 2025Marica Di Pierri per Valori.it – Verso la Cop30 di Belém, cosa aspettarci dal più importante appuntamento per salvare il clima della Terra? Diretta con Marica Di Pierri, Luca Lombroso, Giovanni Mori e Lorenzo Tecleme.
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  • Da Parigi a Belém, i conti che non tornano – 6 novembre 2025
    Marica Di Pierri per Il Manifesto – Tra tensioni e fragili compromessi, i preparativi alla vigilia della Conferenza Onu. A che punto sono gli impegni nazionali di riduzione e i piani di adattamento dei singoli Paesi.
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  • A Sud a Belém alla Cop30 – 6 novembre 2025
    A Sud seguirà negoziati e mobilitazioni dalla COP30 di Belém, amplificando le voci dei movimenti per giustizia climatica e sociale.
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  • A Sud aderisce alla Global Call to Action della Cúpula dos Povos  – 5 settembre 2025
    Il 15 novembre scendiamo in piazza: basta disuguaglianze e razzismo ambientale, vogliamo giustizia climatica e un mondo dove la vita sia al centro.
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  • Vertice dei Popoli Verso la COP30: Manifesto Politico – 13 giugno 2025
    A Sud aderisce al Manifesto dei Popoli verso la COP30: un appello globale per giustizia climatica, anticapitalismo e democrazia dal basso.
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Racconteremo le negoziazioni

Per spiegare cosa accade davvero alla COP30, come si muovono i governi e quali interessi guidano le scelte sulla crisi climatica. Vi offriremo una copertura quotidiana per raccontarvi con le nostre parole e con uno sguardo critico, indipendente e radicale, vicino ai movimenti il dentro e fuori la Cop

Sveleremo le contraddizioni

Tra le promesse ufficiali e la realtà, mostrando lo scontro continuo tra lobby fossili e popoli che difendono la vita e i territori. Denunceremo le responsabilità smascherando la falsa transizione energetica e chi continua a inquinare mentre parla di sostenibilità con greenwashing e false soluzioni

Daremo voce alle comunità

Portando le loro storie, le lotte quotidiane e le alternative concrete alla devastazione ambientale, contro colonialismo ed estrazione. Ci collegheremo con l’Italia per connettere istanze e battaglie


INFO E CONTATTI

Per contatti e interviste con la delegazione:

Marica Di Pierri
maricadipierri@asud.net
55 21 967071220

Laura Greco
lauragreco@asud.net
+55 21 997673184

Winter School

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Winter School

Oltre alla Winter School, all’interno della settimana di iniziative sono in programma iniziative pubbliche e un toxic tour nei territori del Biocidio in Campania. Dal 14 al 18 dicembre il CDCA, in collaborazione con A Sud, organizza a Roma una settimana di winter school di Ecologia Politica e di attività pubbliche nel quadro del [progetto Entitle->https://www.cdca.it/spip.php?article2175], un programma di dottorato Europeo finanziato dalla Commissione Europea del quale CDCA è partner. Alla settimana di lavori parteciperanno una ventina di dottorandi provenienti da tutto il mondo e numerosi relatori e docenti universitari da vari paesi Europei. Oltre alla Winter School, all’interno della settimana di iniziative sono in programma iniziative pubbliche e un toxic tour nei territori del Biocidio in Campania. PROGRAMMA DELLE INIZIATIVE DOMENICA 14 DICEMBRE – Un Biocidio Tour che porterà nei territori della devastazione ambientale in campania la delegazione internazionale 15-16-17 DICEMBRE – Tre giorni di corso di dottorato sui temi della “Ricerca per la società civile“. Il corso si terrà in inglese e verrà aperto gratuitamente su selezione a un numero ridotto di partecipanti esterni con livello minimo di formazione Master/dottorato. Chi è interessato a partecipare può mandare CV e lettera di motivazione in inglese entro il 9 di dicembre a info@cdca.it Tutti i dettagli del corso nel Programma in PDF MARTEDì 16 DICEMBRE h.17.30 – Una conferenza pubblica Geografie del conflitto ambientale: esperienza e saperi dalle eco-resistenze c/o l’università Roma 3 (Metro Marconi). All’evento interverranno, fra gli altri, il premio Goldman 2004 Stephanie Roth impegnata per anni nella vertenza rumena di Rosia Montana e nella campagna europea Stop TTIP e Marco Armiero, Storico ambientale italiano direttore del Environmental Humanities Laboratory di Stoccolma. Vai alla pagina dell’evento GIOVEDI 18 DICEMBRE – La presentazione del libro Teresa e le altre – Storie di donne campane nella guerra dei rifiuti di Marco Armiero Il progetto ENTITLE – European Network for Political Ecology | [ENTITLE->https://www.cdca.it/spip.php?article2175] è una Rete di Formazione Iniziale dei ricercatori (ITN), finanziata dall’Unione Europea, posta all’interno del programma Marie Curie Actions FP7, coordinata da ICTA e dall’Università Autonoma di Barcellona (www.eco2.bcn) con la collaborazione di 8 università, 2 ONG e 1 SME. Obiettivo di ENTITLE è formare 17 ricercatori nel campo emergente e interdisciplinare dell’ecologia politica. Ricerca e formazione si articolano intorno a cinque sotto-programmi chiave riguardanti l’analisi di: conflitti ambientali; movimenti ambientalisti; disastri naturali; beni comuni; giustizia ambientale e democrazia. La ricerca è fondata sull’analisi empirica di un gruppo di casi studio, diversi tra loro per tema e posizione geografica. L’analisi è orientata all’azione e all’elaborazione politica al fine di individuare una serie di raccomandazioni dirette alle organizzazioni di società civile e gli organi decisionali. ENTITLE sviluppa una formazione basata sulla collaborazione continua tra le istituzioni partecipanti al progetto, cooperazione il cui successo che si manifesta attraverso in una serie di apprezzate schools www.environmentalconflicts.com Il progetto vede la collaborazione dei seguenti enti: Università Autonoma di Barcellona (Spagna) ? Centro de Estudos Sociais. Universidade de Coimbra (Portogallo) ? UNIMAM – University of Manchester (Regno Unito) ? University of Lund (Svezia) ? Humboldt University zu Berlin (Germania) ? Harokopio University (Grecia) ? Bogazici Universitesi (Turchia) ? University of Chile (Cile) ? Ent, environment and management (Vilanova i la Geltrú, Spain) ? Centro di Documentazione sui Conflitti Ambientali (Italia) ? Water and Environmental Develompent Organisation (Palestina) ENTITLE è un progetto...

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Clima, da Lima a Parigi 2015: la farsa dei “vertici” e la roadmap dei movimenti

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Clima, da Lima a Parigi 2015: la farsa dei “vertici” e la roadmap dei movimenti

Clima e sistema economico. Quale nemico da combattere? di Laura Greco (A Sud) per [asud.net] Quello che sta accadendo dal 1994 ad oggi, nel susseguirsi dei tanti vertici sul cambiamento climatico che vedono la governance mondiale riunirsi da 20 anni per cercare soluzioni ed immaginare strategie per uscire dall’attuale crisi ambientale, è una vera e propria dichiarazione di guerra al clima. Le dichiarazioni di Ban Ki-moon, Segretario Generale delle Nazioni Unite, a pochi giorni dall’apertura dei lavori della 20° Conferenza della Parti Onu sui Cambiamenti Climatici, esprimono la sfida esattamente in questi termini: “Credo fermamente che ognuno di noi possa convertirsi in un leader della lotta contro il cambiamento climatico”. Stesso stile hanno tutti i discorsi di funzionari di organismi internazionali e governi convinti unanimemente della necessità di combattere un nemico comune. Come se il cambiamento climatico fosse un nemico naturale, al pari del terrorismo, che dobbiamo combattere tutti partecipando alla crociata globale. Non a caso la Conferenza delle Parti sul Clima (Cop 20) di questi giorni si sta svolgendo al cosiddetto “Piccolo Pentagono” di Lima, la base militare statunitense, a dimostrazione che il climate change rappresenta una vera minaccia alla sicurezza internazionale e va affrontato militarmente. Siccità, alluvioni, migranti ambientali e, soprattutto, la necessità di proteggere le risorse scarse del pianeta, necessitano dell’uso della forza e di interventi decisi e concreti. Segno che è davvero difficile ma sopratutto poco conveniente focalizzare l’attenzione sul vero nemico, un sistema economico ormai al collasso ed un modello di sviluppo che ha portato al surriscaldamento globale e alla drammatica emergenza ambientale e sociale che oggi stiamo vivendo. Meglio trasformare il cambiamento climatico in un cattivo da sconfiggere, rinunciando per sempre alla comprensione profonda del fenomeno. Gli attori del gioco: scienza, governance e lobbies economiche Pur essendo accertate ormai le conseguenze del cambiamento climatico sulle nostre vite, risulta quanto mai necessario che il mondo scientifico ribadisca con forza quale sia l’andamento della temperatura globale e ne chiarisca gli effetti, nel breve, medio e lungo periodo. Il 2 novembre a Copenhagen è stato presentato ufficialmente all’Assemblea dell’ONU il V rapporto dell’IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change). I risultati della ricerca sottolineano che la temperatura è aumentata di 0,85 °C nella bassa atmosfera terrestre dalla fine del XIX secolo e il livello degli oceani è salito di 19 cm. Per quanto riguarda le indicazioni per il futuro relativamente alle emissioni, non vi sono sconti e la prospettiva si rivela molto più drammatica di quanto non sia mai stato dichiarato nei rapporti precedenti: le emissioni mondiali a effetto serra dovranno diminuire tra il 40 e il 70 per cento entro il 2050 rispetto al 2010, e scomparire totalmente entro il 2100. Nel 2100 inoltre l’energia da fonti fossili dovrà essere eliminata completamente investendo gradualmente tutte le risorse per incentivare l’uso delle energie rinnovabili. Il rapporto indica inoltre che non c’è davvero più tempo, in 15 anni è indispensabile invertire la rotta per cercare di salvare il salvabile. Unica via d’uscita. Senza se e senza ma. È partendo da queste certezze scientifiche che la Cop 20 di Lima dovrebbe impostare i propri lavori puntando alla formulazione di un piano programmatico da presentare ed approvare al più importante e determinante appuntamento del 2015: la Cop 21 di Parigi. Scelte politiche che non dovrebbero essere subordinate al potere di...

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WINTER SCHOOL ENTITLE | Political Ecology and Research for Society

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WINTER SCHOOL ENTITLE | Political Ecology and Research for Society

Entitle Intensive Course, Research for civil society Rome December 2014 WINTER SCHOOL ENTITLE | Political Ecology and Research for Society From 14 to 18 December, the CDCA, in collaboration with A SUD, are organizing in Rome a week of Winter School of Political Ecology and several public activities inside of [ENTITLE PROJECT->https://cdca.it/spip.php?article2176&lang=en]}, the European doctoral program funded by the European Commission which is partner CDCA. At week’s meeting are present more than twenty graduate students from all over the world and numerous speakers and academics from various European countries.   In addition to the Winter School, within the week of initiatives are planned public events and one “Toxic Tour” on the territories of “BIOCIDE” in Campania.   PROGRAM INITIATIVES –14th December, Sunday | Toxic Tour 1 day-visit in Naples: a biocide tour that will take the international delegation in the areas of environmental devastation in Campania (South of Itlay) see the program here –15-16-17 December | Three days of the PhD program on the themes of Research for civil society. The course will be held in English and will be open for free on the selection of a small number of external participants with minimal training Master / PhD. 15th December Understanding the interface between social scientists and civil society actors 16th December The practice of social science-civil society interface on the ground (plus public event Geographies of environmental conflict: experience and knowledge from eco-resistance) 17th December Tools and challenges of the social science-civil society interface and collaboration -Those interested in participating can send CV and motivation letter in English by December 9 to info@cdca.it Full details of the course in the program in PDF –16 December, Tuesday h.17.30 | A public lecture “Geographies of environmental conflict: experience and knowledge from eco-resistance” Location: University Roma 3 (Metro Marconi). Speakers -* Stephanie Roth, Goldman Prize 2004, Stop TTIP campaign -* Marco Armiero, Environme ntal Humanities Laboratory, Royal Institute of Technology, Stockholm -* Federica Giardini, Prof. of Political Philosophy, Roma 3 University -* Christos Zografos, Entitle coordinator, ICTA, Universitat Autònoma de Barcelona Moderation and conclusion by Salvatore Altiero, A Sud/CDCA The conference will be in Italian: English speakers will be translated into Italian The event is open to the public, no registration required. For information write to lucie.cdca@gmail.com –18 December, Thursday | Presentation of the book Teresa and the other – Stories of women in the war bells waste of Marco Armiero Click here to see the agenda of Entitle Intensive Course | Research for civil society This research project is funded by the European Commission’s Seventh Framework Programme (FP7/2007- 2013) Support for training and career development of Researchers (Marie Curie) – Networks for Initial Training...

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Why Nicaragua’s canal could spell environmental disaster, and possibly revolution

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Why Nicaragua’s canal could spell environmental disaster, and possibly revolution

Construction is about to begin on a massive, Chinese-built canal through the heart of Nicaragua — but there are many people who want to stop it [By Sami Grover on [mnn.com->http://www.mnn.com/earth-matters/wilderness-resources/stories/why-nicaraguas-canal-could-spell-environmental-disaster], 15th december 2014] Lake Nicaragua is the largest reservoir of drinking water in Central America, not to mention an important source of both irrigation water and eco-tourism revenue for one of the poorest nations in the region. For these reasons alone, it would be reasonable to assume that dredging a canal through it would only be done with extreme caution and with careful assessment of the possible environmental and economic interests. Not so, say a growing number of conservationists, scientists, farmers and indigenous rights activists. And with construction on a 173-mile, $50 billion inter-ocean Nicaraguan canal set to begin before the end of December, many fear that time may be running out to stop this mega-project. As reported in a story over at NPR, plans for a canal cutting through Nicaragua and connecting the Pacific and Atlantic oceans have been around since before the Panama Canal was completed in 1914. Due to a combination of engineering challenges, threats from volcanic activity and projected costs — and competition from the Panama Canal — those plans have never came to fruition. With global shipping continuing to grow, however, the Nicaraguan government recently granted rights to a Chinese-based private company, the HK Nicaragua Canal Development Investment Company (operating as the HKND Group), to construct the canal, which will also include a rail line, an oil pipeline and deep water shipping terminals at either end. HKND will retain rights to operate the canal for the next 100 years. On the one hand, the country’s government claims the mega-project could create hundreds of thousands of jobs and kickstart astronomical growth in this cash-poor nation. On the other hand, it could cause ecological disaster and social unrest. As detailed in a recent opinion piece on Nature.com, there have been no independent environmental assessment reports of the proposed canal, and no requirement to make the assessments undertaken by the HKND Group available to the Nicaraguan public, say the authors Axel Meyer, professor of zoology and evolutionary biology at the University of Konstanz, Germany, and Jorge A. Huete-Pérez, director of the Centre for Molecular Biology at the Universidad Cenroamericana, Managua, Nicaragua, and the president of the Nicaraguan Academy of Sciences. Here’s just some of the reasons why Meyer and Huete-Pérez are so concerned: In our view, this canal could create an environmental disaster in Nicaragua and beyond. The excavation of hundreds of kilometres from coast to coast, traversing Lake Nicaragua, the largest drinking-water reservoir in the region, will destroy around 400,000 hectares of rain forests and wetlands. The accompanying development could imperil surrounding ecosystems. Some 240 kilometres north of the most likely route of the canal lies the Bosawas Biosphere Reserve — 2 million hectares of tropical forest that is the last refuge of many disappearing species. Less than 115 kilometres to the south is the Indio Maiz Biological Reserve, with more than 318,000 hectares of tropical dry forest. Worse still, the probable canal route cuts through the northern sector of the Cerro Silva Natural Reserve. They also warn that the canal could lead to saltwater seepage into Lake Nicaragua itself, not to mention the introduction...

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Indios, petrolio e caramelle

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Indios, petrolio e caramelle

Un pomeriggio, un amico inglese mi raccontò del suo arrivo in una comunità indigena dell’Amazzonia dopo giorni di navigazione lungo un fiume. Stanco, esausto e felice si abbandonò sulla riva allo stupore dei nativi. di Lorenzo Grimaldi su Lavoro Culturale   La rivolta contro nuove forme di colonizzazione nella foresta amazzonica peruviana Improvvisamente il rumore di un elicottero irruppe in quel primo scambio di odori. La macchina volante atterrò poco distante. Gli indigeni corsero increduli mentre uomini con vestiti puliti e stirati cominciarono a lanciare caramelle all’intorno. Scesi dall’elicottero iniziarono a parlare dei loro progetti su quella regione che evidentemente sentivano già loro. Raccontarono del petrolio, del progresso e della possibilità di fare soldi facili. La letteratura coloniale riporta vari momenti in cui gli europei cercarono di ingraziarsi le simpatie dei capi indigeni con doni, affinché le ricchezze del Nuovo Continente potessero essere meglio saccheggiate. Evidentemente, idee inscritte in modelli sociali, politici ed economici, importate e costruite dalle amministrazioni coloniali, non si sono estinte con l’Indipendenza. Cosa è successo dopo secoli di storia coloniale? Chi sono gli indigeni di cui parliamo oggi? Già sul finire del XIX secolo, la paura che le popolazioni autoctone scomparissero per sempre spinse i ritrattisti dell’epoca (viaggiatori e studiosi di vario genere) a “trascrivere un passato” (mitizzato ed esotizzato) prima che “la storia” lo spazzasse via. E mentre negli ultimi decenni, in molte regioni dell’America Latina, già si scrivevano epigrafi in onore degli antichi abitanti, ecco che hanno iniziato a fiorire in tutto il continente mobilitazioni etniche che rivendicano una alterità originaria e obbligano a ripensare categorie classiche del pensiero occidentale come natura, cultura, Stato-nazione, sviluppo e così via. Richieste di riconoscimento e autorappresentazione stanno portando in vari Paesi latinoamericani a ridefinire le comunità nazionali. Quando nel 1994 un giornalista intervistò il Subcomandante Marcos, durante l’occupazione degli indigeni chiapanechi di San Cristobal de Las Casas (Messico), questi gli disse che la guerra per la parola era appena cominciata. È la stessa lotta che gli indigeni della foresta amazzonica stanno affrontando per difendere le proprie terre, e quindi la propria identità, di fronte alle multinazionali del petrolio. Era il 1971 quando, per la prima volta nella storia, gli indios Quechua del Rio Pastaza videro il petrolio. Appena il liquido nero cominciò a spruzzare dalla terra ingegneri e tecnici della Occidental Petroleum Corporation (OXY) vi fecero il bagno ubriachi di gioia. Avevano trovato una riserva petrolifera nell’Amazzonia del Perù. In quell’area compresa fra i fiumi Tigre, Corrientes e Pastaza, vivono vari popoli indigeni, tradizionalmente pescatori e cacciatori: Quechua, Achuar, Kichua, Candosci, Urarina.[1] Il 12 per cento del petrolio prodotto nel Perù viene da questa regione, mentre il 42 per cento viene dalla sua foresta amazzonica, per un utile di circa cinquecento milioni di dollari mensili.[2] Nel 2009 sono entrato a lavorare in un progetto non governativo di monitoraggio ambientale indipendente. Mi occupavo della formazione di osservatori ambientali nelle comunità indigene Quechua del fiume Pastaza. Iniziammo a documentare come quarant’anni di sfruttamento petrolifero avessero mutato il volto delle foreste e con esse quello degli uomini che vi vivono. Ma non è stata solo un’antropologia dell’assenza, una documentazione di tragedie, con il Nulla che avanza. Si è trattato di partecipare a un movimento, quello degli indigeni amazzonici, che proprio nella prima decade del nuovo millennio iniziava ad affermarsi...

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Degrowth: a vocabulary for a new era

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Degrowth: a vocabulary for a new era

“Degrowth: a vocabulary for a new era” is now available! The book has more than 50 chapters on the key words of the degrowth theory and movement. Email the news about the release of the book to your network, tweet it to your followers, share the video on facebook. We will be very grateful! The Editors {Giacomo D’Alisa, Federico Demaria and Giorgos Kallis } – Watch a short and funny trailer video for our book – You can find more information about the contents of the book and download selected chapters at www.vocabulary.degrowth.org. * * * * * We live in an era of stagnation, rapid impoverishment, rising inequalities and socio-ecological disasters. In the dominant discourse, these are effects of economic crisis, lack of growth or underdevelopment. This book argues that growth is the cause of these problems and that it has become uneconomic, ecologically unsustainable and intrinsically unjust. When the language in use is inadequate to articulate what begs to be articulated, then it is time for a new vocabulary. A movement of activists and intellectuals, first starting in France and then spreading to the rest of the world, has called for the decolonization of public debate from the idiom of economism and the abolishment of economic growth as a social objective. ‘Degrowth’ (‘de?croissance’) has come to signify for them the desired direction of societies that will use fewer natural resources and will organize themselves to live radically differently. ‘Simplicity’, ‘conviviality’, ‘autonomy’, ‘care’, ‘commons’ and ‘de?pense’ are some of the words that express what a degrowth society might look like. Degrowth: A vocabulary for a new era is the first English language book to comprehensively cover the burgeoning literature on degrowth. It presents and explains the different lines of thought, imaginaries and proposed courses of action that together complete the degrowth puzzle. The book brings together the top scholars writing in the field with young researchers who cultivate the research frontier and activists who practise degrowth on the ground. It will be an indispensable source of information and inspiration for all those who not only believe that another world is possible, but who work and struggle to construct it right now. The Editors: -* Giacomo D’Alisa is Research Fellow at the Autonomous University of Barcelona, Spain. -* Federico Demaria is a PhD candidate at the Autonomous University of Barcelona, Spain. -* Giorgios Kallis is ICREA Professor at the Autonomous University of Barcelona, Spain. The three editors are members of Research & Degrowth. SEE MORE:...

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The 20th Conference of the Parties in Lima | Watch it ON LIVE

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The 20th Conference of the Parties in Lima | Watch it ON LIVE

Regional powers like Brazil and Peru see themselves as key facilitators for Paris deal, but critics say they should also take bold action on emissions domestically To follow the COP 20 happening now in Lima between 1-12th December, please view the following links: –To watch it on live webcast: http://unfccc6.meta-fusion.com/cop20/ –To access the relevant documents for meetings and negotiations: http://unfccc.int/meetings/lima_dec_2014/meeting/8141.php –To track the UN Climate Talks Live: http://climatetalkslive.org/ * * * * * Lima climate talks: South American diplomats hopeful of progress on deal {Regional powers like Brazil and Peru see themselves as key facilitators for Paris deal, but critics say they should also take bold action on emissions domestically} by {Jonathan Watts} on The Guardian South American diplomats expect to make progress towards a global climate deal at this week’s UN talks in Lima, despite growing criticism from NGOs that governments in the region are backtracking on pledges to reduce greenhouse gas emissions and protect the environment. Senior officials from the host, Peru, and biggest regional emitter, Brazil, told the Guardian they aimed to help negotiators draw up a draft agreement specifying measures to prevent global warming reaching catastrophic levels. The draft is expected be finalised and signed at at conference next year in Paris. It will be legally binding and applicable to all signatories, though levels of responsibility to reduce greenhouse gases will vary from nation to nation depending on their level of development. Before that, however, a great deal of work has to be done at the UN conference of the parties (COP) in Lima, where Latin American countries will need to play an important role. Peru as hosts and Brazil as an influential player at previous climate summits are in a strong position to bridge the differences between the major emitters – China, the United States and the European Union – and to bring on board developing countries. {Peru’s environment minister Manuel Pulgar Vidal, right, and UN climate chief Christina Figueres during a press conference at the COP20 in Lima. } “The only way to succeed in Paris is by having a strong outcome here in Lima,” said Peru’s minister of environment Manuel Pulgar-Vidal, a green activist for 30 years who will chair the conference and has led his country’s outreach preparations. “We developed a plan to have the COP to show the world that we, as Peru and as a Latin American country, can facilitate this very big and complex process.” Peru is a member of the AILAC bloc of six Latin American nations who are pushing for aggressive emission cuts not only by rich countries, but by big emerging economies such as China and Brazil. The member states – also including Chile, Colombia, Costa Rica, Guatemala and Panama – are neither very rich, nor very poor and most sit close to the equator, hence their claim to represent the “beautiful middle” in the talks, between the extremes of north and south. However, they have often been criticised for failing to match international words with domestic deeds. Peru has come under fire as a country where some of the worst deforestation of the Amazon is taking place as a result oil drilling, gold mining, illegal logging and land clearance for farms. It has also been censured as the fourth most deadly country in the...

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Green lies: cosa è bene sapere per andare…oltre la crescita

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Green lies: cosa è bene sapere per andare…oltre la crescita

“Green lies. Il volto sporco dell’energia pulita” è un documentario che mette in luce, attraverso le testimonianze di cittadini riunitisi in comitati, le anomalie che caratterizzano le pratiche o lo sviluppo della green economy quando sono «esasperate da operazioni di speculazione economica». Da vedere per riflettere. di Cinzia Di Fenza, Ass. Oltre La Crescita su Il Cambiamento Il documentario è stato proiettato di recente nell’ambito della rassegna di Oltre la Crescita e mette in luce, attraverso le testimonianze di alcuni comitati cittadini, le anomalie che caratterizzano le pratiche e lo sviluppo della green economy «esasperate nella maggior parte dei casi da operazioni di speculazione economica e che, di contro, hanno ricadute negative sui territori e le popolazioni locali» (…). Le rinnovabili potranno davvero essere una rivoluzione energetica e culturale, solo se diverranno un mezzo a portata di tutti e non un beneficio per pochi. Alla proiezione è seguita una discussione con le persone coinvolte e con i partecipanti all’incontro. Erano presenti anche Lucie Greyl (del Centro Documentazione Conflitti Ambientali CDCA e realizzatrice delle interviste) e Carlo Sessa (esperto in progetti di ricerca comunitari, analisi di lungo periodo e partecipazione dei cittadini). Due i focus principali da cui muovere per capire meglio di cosa parliamo e la posta in gioco: – {la Green economy, che nell’informazione dei media (e nelle scelte economiche) si sta affermando come la soluzione al problema di coniugare tutela ambientale e crescita economica. Ma è davvero così?} – {l’importanza della partecipazione delle persone e delle comunità per fare pressione, contribuire al cambiamento, influenzare le decisioni pubbliche.} Cosa significa green economy nella sua realizzazione concreta e come si sta traducendo nelle pratiche? Molte delle esperienze esistenti in italia (ma il trend è spesso improntato allo stesso modo) rispondono a pure logiche di profitto, senza apportare benefici economici più vasti per le economie locali né i benefici ambientali reclamizzati, ma anzi contribuendo a compromettere ulteriormente la qualità della vita e il futuro del territorio. Quale i ruolo del modello economico che c’è dietro alla realizzazione delle opere? Spesso le opere definite di energie rinnovabili o alternative non si rivelano tali. Siamo di fronte a un modello predatorio che, e a ben guardare, tende troppo spesso a riprodurre lo stesso modello di sviluppo basato sul ritmo di prelievo e consumo di risorse naturali che afferma di voler superare. Scarsa incidenza delle norme e dei provvedimenti nazionali e regionali in materia. Non contribuiscono realmente a facilitare la riconversione ecologica dell’economia (ad es. la Strategia Energetica nazionale o anche quella della Regione Toscana). La (dis) informazione dei media mainstream e le strategie di comunicazione delle multinazionali dell’energia. Riescono a veicolare messaggi falsamente “green” ad un’opinione pubblica mediamente non avvezza ad andare oltre quello che si legge o si ascolta in TV. L’espropriazione del “potere” decisionale locale. Accade laddove le comunità locali direttamente investite dalla realizzazione di queste opere (pale fotovoltaiche, impianti di geotermia, ecc.) non sono coinvolte nel processo decisionale e nelle scelte su interventi che impatteranno sul loro futuro, oltre che sull’ambiente. La partecipazione delle persone si riduce, nel migliore dei casi, ad una mera consultazione e “presa d’atto” di scelte già adottate. Venendo anche meno al principio fondamentale del coinvolgimento dei cittadini per l’efficacia delle politiche ambientali e per la sostenibilità dello sviluppo. Ci sono un ruolo e responsabilità...

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Territori di conversione ecologica

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Territori di conversione ecologica

Martedì 2 dicembre viene presentata alle forze politiche e all’opinione pubblica una proposta di legge regionale sulla riconversione ecologica del sistema produttivo della regione Lazio, promossa dall’Associazione A Sud e dalla Fondazione Ecosistemi e che ha coinvolto nei mesi di lavoro numerose realtà sociali, sindacali e produttive. di Laura Greco per A Sud su comune-info.net “La Fiera delle Utopie Concrete non è la fiera dei sogni, tanto meno dei sogni di denari e potenza, ma tra le Utopie ce n’è una che appare più realistica di altre: che la ricerca di ricchezza, di benessere, di felicità debba indirizzarsi altrove per non spingere alla rapida svendita e al degrado dell’intero pianeta” (Alexander Langer, cit.) Era giugno del 2013 quando diversi soggetti, tra cui la Cgil Roma e Lazio, la Fiom, associazioni come Occhio del Riciclone, esperienze di autoproduzione come OfficineZero e Scup, cooperative e associazioni come Fairwatch, Solidarius, Laboratorio urbano Reset assieme a giursiti, avvocati, rappresentanti di imprese, si sono riuniti a Roma, ispirate da un precedente: una legge regionale veneta sulla riconversione ecologica allora in discussione presso il consiglio regionale. Da quell’incontro è nato un percorso mirato all’elaborazione condivisa di una proposta legislativa declinata sulle specificità del territorio laziale, tenendo conto delle sue criticità e delle esperienze virtuose esistenti, con il costante accompagnamento di Marta Bonafoni, consigliera regionale proveniente da una storia di attivismo sociale che ha appoggiato da principio il percorso. La Regione Lazio, colpita negli ultimi decenni da una grave crisi occupazionale e interessata da un’altrettanto grave crisi ambientale, è stata caratterizzata da uno sviluppo industriale che, soprattutto nell’ultimo mezzo secolo, ha drammaticamente segnato il territorio. Si pensi, per fare solo un esempio, ai livelli di inquinamento riscontrabili nella Valle del Sacco o a Civitavecchia, dove il livello di morti per tumori legati alla contaminazione ambientale è superiore alle medie regionali di riferimento. A ciò si aggiunga la gravità della crisi economica che ci consegna numeri allarmanti: 14.269 le imprese chiuse in Italia nel solo 2013, 54 al giorno, che nel Lazio arrivano, secondo Confcommercio, a quota 90. Nonostante tale evidenza, è del tutto assente dal dibattito politico nazionale e locale un necessario dibattito circa l’incompatibilità ambientale del sistema economico e il bisogno urgente di impostare una transizione verso modelli produttivi, energetici e di consumo improntati alla sostenibilità ambientale e sociale. La proposta di legge sulla riconversione rcologica è rivolta in primis alle piccole e medie imprese, accanto alle quali ricadono entro l’ambito di intervento del provvedimento anche altri soggetti: lavoratori di imprese in procedimento fallimentare, associazioni, onlus, organizzazioni con scopi sociali e enti che tutelano beni comuni, accogliendo la sfida di ampliare il concetto stesso di conversione introducendovi la riconversione sociale, e dunque l’ambito culturale, formativo. Riprendendo quanto diceva Langer a proposito della conversione ecologica, essa viene definita come la «svolta oggi quanto mai necessaria ed urgente che occorre per prevenire il suicidio dell’umanità e per assicurare l’ulteriore abitabilità del nostro pianeta e la convivenza tra i suoi esseri viventi. Preferisco usare questa espressione, piuttosto che termini come rivoluzione, riforma o ristrutturazione, in quanto meno ipotecata e in quanto contiene anche una dimensione di pentimento, di svolta, di un volgersi verso una più profonda consapevolezza e verso una riparazione del danno arrecato. Inoltre nel concetto di “conversione” è meglio implicita anche una nota di coinvolgimento personale,...

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Walls and the Tiger

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Walls and the Tiger

When a traditional rural community in Southeast India is shattered by so-called “development”, pushing farmers to suicide, all hope seems lost. But determined to save their lives, one community fights back against powerful global forces that threaten to destroy their families and environment alike. Their struggle is the subject of a new documentary: Walls & The Tiger by Nick on [EJOLT] By {Sushma Kallam} and {Nick Meynen} Set to be released this fall, the documentary follows these activists in their campaign to protect and sustain traditional communities and fragile ecosystems from corrupt industrialization. Propelled by graceful, urgent storytelling and filled with revelations of courage in the face of adversity, this film adds cathartic force to one of the most crucial political and human rights issues of the 21st century: the decimation of rural people and their environments in the name of development. Or in the words of Gandhi: “Today cities dominate and drain the villages so that they are crumbling to ruin. Exploiting of villages is itself organized violence. If we want Swaraj (independence) to be built on non-violence, we will have to give the villages their proper place.” walls_tiger1 Rampant consumerism divides the world. People in the West get cheap fashion and cutting-edge electronics at a fraction of the real cost. People in developing countries pay the hidden price. Farmers and fishermen in sustainable communities are relocated to slums. Fertile farmland is turned into industrial parks. Oceans are poisoned by chemical waste. All of this will be illustrated through stunning images in the film. By understanding the interdependency of our consumption and the rest of the world, we hope to inspire change in our audience. “We accept development. But not at the cost of the environment and not at the cost of the poor mans’ resources,” explains one of the activists in the documentary. “It is our responsibility to provide fresh air and fresh water to our (future) generations. Without this, development means nothing.” Unlike many similar communities that crumbled at the will of big industry, these Kona Forest villagers have decided to take on the development that stands to destroy their environment and livelihoods. By uniting to protect their land and resources, everyday farmers have become savvy activists, actively working to protect their livelihoods and taking to the courts, filing a lawsuit against powerful global forces. Their story will stand as a model for many communities that face similar situations throughout the world. Despite facing arrests and abuse from the authorities, these rural activists have worked to fearlessly protect their established way of life. In the face of adversity, they have demonstrated that when the “walls” of development encroach upon them, “the tiger” strikes back. The film’s campaign will inform, stir debate, and elicit an emotional response, raising the issue to a global human rights concern. It is also a hymn to a fast disappearing world of traditional subsistence farming. Exposing injustice, scrutinizing corruption, fostering resistance and serving as a rousing wake up call to all, this film tells a story that nobody in mainstream visual media is telling, despite widespread focus on India’s agrarian crisis. Sushma Kallam, the director of the film, has spent the past 13 years in the United States working as an IT consultant for top global corporations, specializing in supply-chain management. During...

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