CDCA e A Sud alla COP30 a Belém

La voce di A Sud dalla COP30 di Belém (Brasile) e le iniziative in Italia

Dal 10 al 21 novembre 2025 saremo a Belém, in Brasile, per partecipare come osservatori alla 30° Conferenza delle Nazioni Unite sul Clima. Racconteremo quanto avviene dentro e fuori le negoziazioni, porteremo e raccoglieremo le voci dei territori in lotta contro l’estrattivismo, contro il greenwashing e per una transizione ecologica realmente giusta.

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L’agenda della COP30

A Belém si discuteranno e valuteranno gli NDCs, i nuovi impegni climatici nazionali che stabiliscono gli obiettivi di riduzione delle emissioni di ogni paese. Accanto alla mitigazione, l’adattamento sarà uno dei temi centrali attraverso il Global Goal on Adaptation (GGA) e i nuovi Piani nazionali di adattamento. Un altro capitolo chiave sarà quello della finanza per il clima. Tra i punti principali il nuovo obiettivo di finanziamento (NCQG), che punta ad aumentare il sostegno ai Paesi in via di sviluppo da 100 a 300 miliardi di dollari l’anno, e la Roadmap Baku-Belém, che traccia un percorso per mobilitare almeno 1.300 miliardi di dollari l’anno entro il 2035.

Temi cruciali, che si scontrano con uno scenario geopolitico ostile, segnato dal negazionismo climatico, dai venti di guerra, dalla corsa al riarmo e dalla violenza istituzionale.  Non è un caso che in gioco a Belém ci sia più che mai la credibilità della diplomazia climatica e la sua capacità di tradurre le intenzioni in impegni concreti.

La Cupula dos povos

La Cúpula dos Povos è il grande incontro dei movimenti sociali e delle comunità che vivono in prima linea la crisi climatica. Nata nel 1992 come risposta critica alle negoziazioni ufficiali, propone un’alternativa fondata su giustizia climatica, sociale e ambientale, solidarietà e saperi ancestrali.

Dal 12 al 16 novembre 2025, in concomitanza con la COP30 di Belém, riunirà popoli indigeni, comunità quilombola e tradizionali, giovani e lavorator? in marce, dibattiti e azioni culturali.

La Cúpula mette al centro vite, diritti e territori, non statistiche: unisce chi costruisce ogni giorno soluzioni reali, dall’agroecologia alla difesa dei beni comuni, per spingere i governi ad adottare politiche di vera giustizia climatica.

Dichiarazione della Cupula Dos Povos

Perché A Sud e CDCA alla COP?

Nelle Cop si riuniscono i governi dei 197 Paesi che hanno ratificato la Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (UNFCCC), firmata a Rio de Janeiro nel 1992. Ma la COP30 non è solo un vertice diplomatico: è il terreno di confronto (e di scontro) tra attori diversi e diverse visioni del mondo. Da una parte il business as usual che trasforma la crisi climatica in profitto, dall’altra movimenti e territori che lottano per giustizia climatica, autodeterminazione e diritti della Natura.
La COP30 si terrà nel cuore dell’Amazzonia, a Belém do Pará, in Brasile. Non è un dettaglio geografico ma una scelta politica: è nel Sud globale che l’ingiustizia climatica colpisce più duramente mentre il Nord globale continua a negoziare emissioni e interessi fossili.
Qui non si decide solo il futuro del clima: si decide chi avrà diritto a un futuro.

Per raccontare cosa c’è in gioco, e come finisce la partita.

Andiamo alla COP per osservare da vicino i negoziati, capire quali equilibri politici e di potere si stanno ridefinendo, e portare la prospettiva dei territori e dei movimenti che chiedono giustizia climatica.
La partecipazione di A Sud e CDCA serve a connettere le lotte locali con quelle globali, rafforzare alleanze internazionali e raccontare – con sguardo indipendente e critico – come la diplomazia climatica sta affrontando, o eludendo, le proprie responsabilità.
Perché solo intrecciando voci e resistenze dal basso possiamo costruire un futuro giusto per tutt?.

Per costruire e rafforzare alleanze internazionali

Svolgere la COP in Brasile è un segnale che conta: significa rimettere al centro chi la crisi climatica la subisce davvero. Andiamo a Belém per stare con i movimenti globali per la giustizia climatica. In America Latina oggi si gioca una partita enorme: conflitti ambientali, estrattivismo, repressione, lotte indigene e popolari che resistono da decenni. Con tante realtà — dalla Colombia alla Bolivia, fino all’Amazzonia — abbiamo già lavorato, fatto campagne, costruito ponti. Lì ritroviamo compagn? con cui condividiamo visioni e pratiche.

Per portare una visione radicale dentro la COP

Sì, probabilmente sarà l’ennesimo flop diplomatico. Ma proprio per questo dobbiamo esserci, per non lasciare quei tavoli alle lobby fossili e ai governi che parlano di transizione mentre trivellano.
Da dentro vedi meglio le dinamiche, le crepe, le possibilità di alleanze e di conflitto.
Andiamo per portare la prospettiva della giustizia climatica e delle lotte dal basso, che legano crisi climatica, razzismo, patriarcato e disuguaglianze. La COP non è un punto d’arrivo: è un passaggio. Il resto si fa fuori, insieme, ogni giorno.


Diario dalla COP30

  • Giorno 12 – 24 novembre 2025
    Belém svela il fallimento della diplomazia climatica, ma apre spiragli: una roadmap anti-fossile e nuove alleanze per la giustizia.
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  • Giorno 11 – 21 novembre 2025
    Penultimo giorno a Belém: incendio in COP30, stalli politici e pressioni crescenti sul BAM e sull’uscita dai fossili.
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  • Giorno 10 – 20 novembre 2025A Belém 85 Paesi spingono per uscire dai fossili, mentre Italia e Polonia frenano. La COP30 è al bivio, il tempo è adesso.
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  • Giorno 9 – 19 novembre 2025
    Belém rilancia la lotta globale ai fossili: la Colombia guida un fronte che vuole uscire davvero dal modello che brucia il pianeta.
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  • Giorno 7 – 17 novembre 2025
    Belem in rivolta: popoli indigeni e movimenti sociali spingono per una COP30 che dica finalmente basta ai fossili.
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  • Giorno 6 – 15 novembre 2025
    Anche quest’anno i dati sulla presenza dei lobbisti Gas&Oil alla conferenza di Belém sono alti: su ogni 25 persone accreditate al vertice, uno è un lobbista dei combustibili fossili, in totale sono oltre 1600.
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  • Giorno 5 – 14 novembre 2025
    Il TFFF entra nella Cupula tra promesse e contraddizioni: fondi incerti, debiti in aumento e movimenti che denunciano l’ennesima falsa soluzione verde.
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  • Giorno 4 – 13 novembre 2025
    A Belém la protesta indigena irrompe nella COP30 e svela le contraddizioni del Brasile fossile. Intanto la Cupula esplode di mobilitazioni globali.
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  • Giorno 3 – 12 novembre 2025
    Adattamento al centro della COP30, ma i fondi restano insufficienti. A Belém arrivano movimenti e comunità indigene: la vera pressione viene dai territori.
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  • Giorno 2 – 11 novembre 2025
    Lula parla di disuguaglianze alla Cop30, ma il Brasile continua a spingere sul fossile. A Belém torna al centro il nodo tra clima e ingiustizia.
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  • Giorno 1 – 10 novembre 2025
    Dalla Cop30 alla Cúpula dos Povos: a Belém si apre la sfida per la giustizia climatica tra responsabilità globali, diritti dei popoli e resistenza dei territori.
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Articoli di approfondimento alla COP30

  • Cosa resta della Cop30, la battaglia per il clima e i diritti è ancora lunga – 24 novembre 2025
    Marica Di Pierri e Laura Greco su Domani – COP30 fallisce su fossili e foreste, ma il Bam e il blocco dei 82 paesi per l’uscita dal fossile aprono spiragli di lotta e nuove alleanze.
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  • Sulla fine dei lavori della COP30 – 24 novembre 2025
    Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Cosa è successo alla 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici? Quali sono le grandi vittorie? Quali le sconfitte?
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  • La tabella della discordia – cos’è successo alla COP30 – 23 novembre 2025
    Laura Greco su Radio24 – COP30 a Belém annuncia impegni su energia, foreste e adattamento, ma senza una vera uscita dal fossile restano promesse vuote da incalzare con lotte dal basso.
    Ascolta su Il Sole 24 ore
  • “A resposta somos nós”. Ma alla COP30 le richieste dei popoli indigeni non fanno breccia – 23 novembre 2025
    Laura Greco su EconomiaCircolare.com – Alla COP30 le voci indigene restano ai margini mentre la foresta corre verso il punto di non ritorno. Senza giustizia, non c’è futuro.
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  • La “Dichiarazione di Belém” e il multilateralismo del phase out dai fossili spinto dal basso – 21 novembre 2025
    Laura Greco su Altreconomia – Da Belém arriva una spinta dal basso per uscire dai fossili: governi e movimenti uniscono le voci per un phase out reale, giusto, globale.
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    • Cop30: senza il Gender action plan ogni azione climatica è limitata – 21 novembre 2025
      Marica Di Pierri e Laura Greco su Valori – Nonostante le ambiziose premesse il Gender action plan ha trovato diversi ostacoli sui tavoli negoziali della Cop30

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  • Alla Cop30 arrivano le storie di migrazioni climatiche – 21 novembre 2025

Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30, in vista delle negoziazioni finali, si parla del fenomeno crescente degli sfollamenti forzati dal cambiamento climatico.
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  • Belém, la foresta degli indigeni si ribella a Lula – 20 novembre 2025
    Laura Greco su Il Manifesto – Le nazionalità dell’Amazzonia denunciano l’inagibilità politica alla Cop e chiedono una mobilitazione internazionale guidata direttamente dai popoli indigeni per proteggere i loro territori e affrontare la crisi climatica alla radice
  • Alla Cop 30 i movimenti si riprendono la scena – 20 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Il Manifesto – Era dalla Cop 26 di Glasgow che non si vedeva così tanta società civile. Accanto al vertice ufficiale, in più di 50 mila hanno animato la «Cupula dos povos» per una svolta vera sul clima e i diritti
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  • COP30, BELÉM | Italiani in mobilitazione – 20 novembre 2025]
    Il Climate Pride in azione alla COP30: l? attivist? chiedono all’Italia una roadmap chiara e ambiziosa per uscire dai fossili.
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  • A Belém torna il protagonismo sociale – 19 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Collettiva – Alla Cop30 movimenti, organizzazioni, popoli e sindacati riacquistano centralità: proposte e campagne dal basso sono arrivate nelle stanze dei negoziati.
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  • Come procede la COP30 in Brasile? Intervista a Laura Greco da Bélem – 19 novembre 2025
    Laura Greco su Scienza e Pace Magazine – COP30 tra repressione, lobby fossili e resistenze indigene: la giustizia climatica la costruiscono i territori, non i negoziati.
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  • Lifegate dalla COP30 – 18 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Lifegate – Dalla COP30 il racconto dell’inedita comunicazione tra dentro e fuori la COP, tra le richieste indigene e l’ambiguo governo di Lula.
    Ascolta su Lifegate
  • Il Fondo per le foreste e la falsa soluzione del biocapitalismo si ripropone alla Cop30 di Belém – 18 novembre 2025
    Laura Greco su Altreconomia – Il Tropical forests forever facility lanciato da Lula è l’ennesimo dispositivo finanziario che viene presentato come innovazione.
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  • Attivismo e giustizia climatica: se il diritto alla protesta diventa un reato – 17 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Valori.it – Alla Cop30 emerge un allarme globale: in molti Paesi il diritto alla protesta viene represso e l’attivismo ambientale è sempre più criminalizzato
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  • Alla Cop30 di Belèm il fondo per l’adattamento resta senza fondi – 17 novembre 2025]
    Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30 fallisce, per il terzo anno di fila, l’obiettivo di raccolta minima per finanziare l’adattamento dei Paesi del Sud globale.
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  • Massiccia partecipazione popolare a Belém – 16 novebre 2025
    Marica Di Pierri su L’aria Che Respiri – Alla Cúpula dos Povos tantissime voci per reclamare la fine dei combustibili fossili e una giustizia climatica guidata dai popoli, non dalle multinazionali.
    Ascolta su Radio Rai1
  • In diretta da Bele?m – Aggiornamenti sulla prima settimana di COP30 – 15 novembre 2025
    Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – In diretta da Belém, per raccontare in diretta i lavori della 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici. ?Foto di Oliver Ninja e Midia Ninja
    Guarda la diretta
  • Cop30: chi difende i combustibili fossili dentro i negoziati sul clima – 14 novembre 2025
    Marica Di Pierri per Altreconomia – Alla Cop30 un lobbista fossile ogni 25 delegat?: il vertice che dovrebbe chiudere l’era fossile continua a farsela scrivere da chi la profitta.
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  • Giustizia climatica, questa dimenticata – 13 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Il Manifesto – Il legame tra clima e disuguaglianze è ormai assodato. Ma dopo 30 anni di conferenze, i ricchi continuano a fare grandi affari con i fossili.
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  • L’adattamento secondo la COP30: “Adattarsi è sopravvivere” – 13 novembre 2025
    Marica Di Pierri per EconomiaCircolare.com – COP30 punta a rendere operativo il Global Goal on Adaptation, tra governance multilivello, indicatori, fondi insufficienti e necessità di giustizia climatica.
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  • La Cop30 in Brasile e le politiche industriali green – 11 novembre 2025
    Marica Di Pierri per Tutta La Città Ne Parla, Radio3 – È iniziata la Cop30 a Belém, 10 giorni in cui si discuterà su come trovare una via d’uscita alla deriva del cambiamento climatico nonostante le difficoltà politiche che ci circondano.
    Ascolta l’episodio
  • Road to Belém – 7 novembre 2025Marica Di Pierri per Valori.it – Verso la Cop30 di Belém, cosa aspettarci dal più importante appuntamento per salvare il clima della Terra? Diretta con Marica Di Pierri, Luca Lombroso, Giovanni Mori e Lorenzo Tecleme.
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  • Da Parigi a Belém, i conti che non tornano – 6 novembre 2025
    Marica Di Pierri per Il Manifesto – Tra tensioni e fragili compromessi, i preparativi alla vigilia della Conferenza Onu. A che punto sono gli impegni nazionali di riduzione e i piani di adattamento dei singoli Paesi.
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  • A Sud a Belém alla Cop30 – 6 novembre 2025
    A Sud seguirà negoziati e mobilitazioni dalla COP30 di Belém, amplificando le voci dei movimenti per giustizia climatica e sociale.
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  • A Sud aderisce alla Global Call to Action della Cúpula dos Povos  – 5 settembre 2025
    Il 15 novembre scendiamo in piazza: basta disuguaglianze e razzismo ambientale, vogliamo giustizia climatica e un mondo dove la vita sia al centro.
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  • Vertice dei Popoli Verso la COP30: Manifesto Politico – 13 giugno 2025
    A Sud aderisce al Manifesto dei Popoli verso la COP30: un appello globale per giustizia climatica, anticapitalismo e democrazia dal basso.
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Racconteremo le negoziazioni

Per spiegare cosa accade davvero alla COP30, come si muovono i governi e quali interessi guidano le scelte sulla crisi climatica. Vi offriremo una copertura quotidiana per raccontarvi con le nostre parole e con uno sguardo critico, indipendente e radicale, vicino ai movimenti il dentro e fuori la Cop

Sveleremo le contraddizioni

Tra le promesse ufficiali e la realtà, mostrando lo scontro continuo tra lobby fossili e popoli che difendono la vita e i territori. Denunceremo le responsabilità smascherando la falsa transizione energetica e chi continua a inquinare mentre parla di sostenibilità con greenwashing e false soluzioni

Daremo voce alle comunità

Portando le loro storie, le lotte quotidiane e le alternative concrete alla devastazione ambientale, contro colonialismo ed estrazione. Ci collegheremo con l’Italia per connettere istanze e battaglie


INFO E CONTATTI

Per contatti e interviste con la delegazione:

Marica Di Pierri
maricadipierri@asud.net
55 21 967071220

Laura Greco
lauragreco@asud.net
+55 21 997673184

TTIP | Multinazionali e risorse naturali

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TTIP | Multinazionali e risorse naturali

Uno dei fondatori di APCA, racconta la lotta della Patagonia e delle popolazioni argentine contro il fracking, la nuova tecnologia estrattiva, estendendo la riflessione ai possibili sviluppi internazionali. di Giulia di Trinca su Euro Roma Uno dei fondatori di APCA, racconta la lotta della Patagonia e delle popolazioni argentine contro il fracking, la nuova tecnologia estrattiva, estendendo la riflessione ai possibili sviluppi internazionali. Se il concetto di guerra preventiva per l’affermazione della democrazia e contro il terrorismo, servì a legittimare in paesi come Afganistan ed Iraq, l’intervento militare per l’accaparramento di petrolio e gas, oggi la definizione di rinascimento energetico, giustifica l’uso di nuove tecniche estrattive dannose per l’uomo e l’ambiente. Si nasconde nel significato del termine, l’idea di un’indipendenza energetica (da Russia e Paesi arabi) affatto pertinente alle fonti rinnovabili, ma ancora e dolorosamente, alla ricerca di idrocarburi questa volta da sorgenti non convenzionali. La tecnica per estrarli dagli strati profondi del sottosuolo si chiama fracking, ossia fratturazione idraulica della roccia, mediante cariche esplosive e milioni di litri d’acqua misti a sabbie e ad agenti chimici fortemente inquinanti. Le conseguenze di questa tecnologia riguardano la contaminazione dell’acqua, la migrazione di gas e fratture geologiche che recenti studi, hanno messo in relazione con movimenti sismici. Nonostante i danni provocati, le sanzioni che le imprese petrolifere sono state condannate a pagare,come è accaduto a Chevron in Ecuador e l’opposizione della società civile, il fracking continua ad essere utilizzato creando scenari sempre più inquietanti, senza badare al prezzo che esseri umani ed ambiente sono costretti a pagare. E’ il caso dell’Argentina, considerato il nuovo Eldorado e solo la prima tappa di un progetto estrattivo molto più ampio. Ne parliamo con Giulio, un’attivista italiano da anni residente in Argentina e tra i fondatori di APCA(Asamblea Permanente del Comahue por el Agua), che partendo dalla situazione locale del Nord della Patagonia, estende la sua riflessione ai possibili sviluppi globali riguardanti economia, ambiente e diritti umani. L’intervista prende subito il ritmo di un racconto che tradisce l’urgenza d’informare sui fatti, i cui precedenti si rintracciano nelle politiche neoliberiste dell’allora Presidente argentino Carlos Saùl Menem che negli anni ’90 del XX sec., avviò un’ampia opera di privatizzazione delle più importanti aziende pubbliche tra cui YPF (Yacimientos Petrolìferos Fiscales), l’impresa petrolifera statale argentina quasi regalata alla spagnola Repsol. Quest’ultima attuò una politica di depredazione dei giacimenti convenzionali e nello stesso tempo scoprì il sito di Vaca Muerta, il giacimento di gas shale ad oggi, più grande del mondo fuori dagli Stati Uniti. Successivamente il governo per partecipare alle attività di estrazione decise di nazionalizzare la YPF, di cui l’Argentina detiene il 51% e di permettere l’ingresso alle multinazionali, le uniche in grado di utilizzare la tecnologia del fracking, molto costosa e poco redditizia se si pensa che il tasso di ritorno energetico è al massimo di 1,5 ed oltretutto, bisognosa di infrastrutture e di un’alta preparazione degli operatori che in Argentina non esiste. Giulio continua spiegando che nel paese l’opera più distruttiva l’ha compiuta Apache, un’impresa di Houston specializzata nel fracking, che ha portato avanti il lavoro di esplorazione soprattutto nelle province di Neuquene Rio Negro. Essendo i due giacimenti differenti, poiché hanno orizzonti geologici e profondità diversi, in Neuquen si è cercato soprattutto il gas shale come in Vaca Muerta, che si ricava dalla roccia...

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Biomass and Land Conflicts

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Biomass and Land Conflicts

Industrial tree plantations and land grabbing are among the principal causes of deforestation and dispossession of the rural poor. on [Ejolt] Large-scale monocultures for pulp and paper production devastate landscapes and communities; while rich corporations and countries are hungrily buying up land in poor food-insecure countries for export. Owners of transnational companies, financiers, buyers of the pulp and crops produced are indirectly responsible for serious negative impacts on rural communities who depend on this land and face losing their livelihoods. The World Rainforest Movement and GRAIN are mapping land-based cases of Environmental Injustice and providing analysis and support for campaigns on ‘landgrabbing’. EJOLT aims to provide valuable input into the debate about future EU energy use and to help underline that food sovereignty is the solution to feeding the world and supporting small farmers and their families. Many argue that energy crop production for EU energy consumption from cars to heating and electricity is displacing food crops in the global South. Our work will help answer questions such as: ‘What volumes of imports are involved and how much environmental space in the South is being taken up through European biofuel policies?’ See An overview of industrial tree plantations in the global South. Conflicts, trends and resistance...

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No waste incineration in cement kilns

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No waste incineration in cement kilns

Mariel Vilella reports on November 14, 2014 that “last weekend we gathered in Barletta, Italy, to put waste incineration in cement kilns on the spot once more. on[ EJOLT] By Joan Martínez Alier Mariel Vilella reports on November 14, 2014 that “last weekend we gathered in Barletta, Italy, to put waste incineration in cement kilns on the spot once more. It was a very exciting and inspiring meeting of community leaders, NGOs, waste experts and policy-makers that was a success of participation and achieved a significant media impact. This was the first step in the path towards wide and strong coordination of local struggles on this front and we hope to continue working on this direction. Please do get in touch for further details and get involved!!”. In the EJOLT Atlas we have a few of such cases of conflict, local inhabitants complaining in Slovenia, Mexico, Spain and elsewhere against waste incineration by cement factories. The event had an enormous success of participation, with more than 200 people attending the talks given by community leaders, NGOs, waste experts, and policy-makers on the various issues surrounding waste incineration in cement kilns and the main solutions around zero waste alternatives. It received extensive press coverage in local newspapers and television and all of the organizers, including Movimiento Legge Rifiuti Zero Puglia, Zero Waste Italy, Zero Waste Europe and GAIA – Global Alliance for Incinerator Alternatives, celebrated its outcomes. Precisely, the gathering was a chance to strategize and plan further coordination at the European level amongst the various groups working on this front and resulted in the elaboration of a manifesto that will be made public in the coming days. More info...

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Tap, sul gasdotto nel Salento è guerra al progetto

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Tap, sul gasdotto nel Salento è guerra al progetto

Sulla Valutazione di impatto ambientale rilasciata dal governo pesa la contrarietà della Regione Puglia, che non concederà il nullaosta (vincolante) se non in presenza di dati che attestino il rispetto della cosiddetta normativa Seveso (e che la società non ha fornito nonostante le ripetute richieste della giunta Vendola). Ai giudici del Tar (e al presidente della Repubblica a cui è stato inviato un ricorso urgente di Tap) l’ultima parola. di Tiziana Colluto su Il Fatto Quotidiano Il braccio di ferro sul gasdotto che dall’Azerbaijan dovrà sbarcare sulle coste salentine si trasforma in guerra di carte bollate.Regione Puglia da un lato, multinazionale Tap dall’altro. Nel mezzo, il pacchetto di disposizioni sul rischio di incidenti rilevanti, la cosiddetta normativa Seveso. Non un dettaglio, visto che è un contenzioso che potrebbe minare alle fondamenta laValutazione di impatto ambientale, il via libera che l’opera ha già incassato dal Ministero dell’Ambiente lo scorso 28 agosto. Non un orpello, dato che sulla quantità di gas che sarà presente nell’impianto e sui relativi pericoli a pochi passi da case e centri abitati Tap continua a tacere, non avendo fornito i chiarimentipiù volte richiesti dagli enti. La questione è lunga e complessa e rispolvera leggi, sentenze econflitti di competenze che ora spetterà al Tar Lazio districare. È a questo che si è rivolta la società, che ha presentato, inoltre, ricorso straordinario al Presidente della Repubblica. Due strade diverse per impugnare provvedimenti dello stesso tenore, le note con cui il Servizio Rischio Industriale della Regione Puglia, il 15 gennaio prima e il 30 aprile poi, ha ritenuto necessario il rispetto della disciplina Seveso. “A nostro avviso, ilmetanodotto, considerato nel suo complesso di tubo e centrale didepressurizzazione, ne è soggetto. Per questo abbiamo deciso di resistere in giudizio”, conferma Loredana Capone, assessore regionale allo Sviluppo Economico. Il gasdotto, infatti, dopo il suo arrivo sulla spiaggia di San Foca, sulla costa adriatica leccese, dovrebbe penetrare per 8,2 chilometri nell’entroterra. Un percorso interrato, un lungo serpentone tra campagne, aziende e case, fino aidodici ettari che accoglieranno il terminale di ricezione (Prt), il centro di supervisione e controllo dell’intero mega tubo, il cervello da cui misurare, controllare e immettere gas naturale nella rete di Snam. Nelle more del contenzioso, il Comune di Melendugno ha diffidato il comando dei vigili del fuoco a non rilasciare il nulla osta difattibilità, uno dei documenti fondamentali che Tap dovrà acquisire. E che al momento, evidentemente, non avrà: la questione, infatti, sarà, assieme alla scelta contestata dellalocalizzazione dell’approdo, uno dei nodi da affrontare in sede di conferenza di servizi, convocata per il 3 dicembre dal Ministero dello Sviluppo economico. Per la società non ci sono dubbi: il metanodotto è esonerato dall’assoggettabilità alla normativa Seveso perché è un tipo di impianto non industriale, in cui non si fa né lavorazione né stoccaggio di gas. Lo dice forte di una nota del comando provinciale dei vigili del fuoco di Lecce. Lo dice supportata, soprattutto, dai pareri dei ministeri dell’Ambiente e dell’Interno. Quello che preoccupa, però, è ciò che la multinazionale non dice. “La Regione le ha chiesto due volte di calcolare quanta sostanza pericolosa sarà presente nella condotta e nel terminale di ricezione. Per farlo, avrebbe bisogno dei dati su diametro e lunghezza dei tubi, pressione e temperatura, per ricavare volume dei cilindri e densità del gas. Nulla, quelle...

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Clima: Australia, -40% di gas serra o crisi irreversibile

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Clima: Australia, -40% di gas serra o crisi irreversibile

L’Australia, uno dei Paesi più colpiti dal riscaldamento globale, dovrebbe impegnarsi maggiormente nella riduzione dei gas serra. A osservarlo è il Climate Institute che ha consigliato al Governo australiano di fissare degli obiettivi vincolanti a medio termine e di renderli noti agli altri Paesi entro l’inizio del prossimo anno. di Marco Mancini su Green Style Di recente l’Australia ha anche rifiutato di contribuire al Green Climate Fund, un fondo che aiuta i Paesi in via di sviluppo ad adattarsi ai cambiamenti climatici. Secondo il think tank del Climate Institute il governo australiano dovrebbe ridurre le emissioni di CO2 e degli altri gas serra climalteranti del 40% entro il 2025. Entro il 2035 i tagli dovranno raggiungere la percentuale del 65% rispetto ai livelli registrati in Australia nel 2000. Questa misura è necessaria per contenere l’innalzamento delle temperature, limitandolo a un aumento di 2° C. Oltre questa soglia gli scienziati hanno fissato un punto di non ritorno per il riscaldamento globale e i suoi devastanti effetti. L’Australia, nei meeting internazionali sul clima, non si è dimostrata molto collaborativa. I leader sono stati restii a comunicare gli obiettivi di riduzione delle emissioni dopo il 2020. Al momento il Governo si è impegnato a tagliare le emissioni del 5% entro il 2020, garantendo un fondo di 2,5 miliardi di dollari alle aziende che investono in tecnologie a basso impatto. Secondo gli esperti occorre però pianificare interventi a lungo termine per ottenere risultati davvero incisivi. Come ha spiegato Erwin Jackson, vice direttore del Climate Institute: “Affinché le politiche contro i cambiamenti climatici rimangano stabili ed efficaci, bisogna pianificare interventi per i prossimi 50 anni, non per 5 anni”. Le imprese che investono nella decarbonizzazione hanno infatti bisogno di sicurezze. L’Europa si è già impegnata a tagliare di almeno il 40% le emissioni di gas serra entro il 2030, rispetto ai livelli registrati nel 1990. La Cina e gli Stati Uniti hanno promesso di svelare i loro programmi climatici l’anno prossimo. Anche l’Australia dovrebbe seguire il loro esempio, offrendo alla comunità internazionale risposte più concrete riguardo al suo impegno nella lotta al riscaldamento globale. Una battaglia che potrà essere vinta solo concertando misure collettive. *Articolo pubblicato su greenstyle.it, titolo originale: “Clima: Australia, -40% di gas serra entro il 2025 o crisi irreversibile”, 10 novembre...

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Fighting Environmental Crime

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Fighting Environmental Crime

Over 50 experts working in the field of fighting environmental crimes gathered in Brussels on 3 November for a dialogue with policymakers, police and prosecutors from Europe and beyond. The conference “Smart Enforcement: How to Target Environmental Law Enforcement Efforts in Times of Crisis”, was organized by the EFFACE project (European Union Action to Fight Environmental Crime). by {Nick Meynen} on[ EJOLT] EFFACE studies the costs and impacts of environmental crime and analyses the relevant international and European institutions and instruments. Their ultimate aim is to put forward policy options and recommendations to the European Commission for more effectively combating environmental crime within the EU and internationally. Here’s a very brief overview of just some of the most remarkable or interesting points made at the Smart Enforcement Conference: Sandra Rousseau, Head of Research at the Research Centre for Economics and Corporate Sustainability (Katholieke Universiteit Leuven) opened with an amazing research finding. After studying 40 facilities in the Flemish textile improvement sector and their environmental offenses (mostly related to water pollution), she found that a company where a crime is detected can expect a fine as low as 181 euro, after correction for dismissal and settlement rates. The cost for compliance with the law in the cases she studied ranged from 10,000 euro to 1 million euro. Now which signal would that send to companies that commit environmental crimes? She added that ‘companies who were sanctioned were very likely to become ‘repeat offenders’ as they learn how low the fine is. This also highlights the importance of other sanctions such as firm closures.’ Regina Schneider, Head of Enforcement at the European Environmental Bureau remarked that the Lisbon Treaty allows the European Commission to define a minimum level of sanctions and asked Miroslav Angelov, Legal and Policy officer, from DG Environment if the European Commission is currently considering this. He replied that ‘after entering into force of the Lisbon Treaty, Article 83/2 of the TFEU includes an explicit legal basis for establishment of minimum rules regarding definition of criminal offences and sanctions under certain conditions and in areas which were subject to harmonisation measures.’ Miroslav added that the Commission is currently carefully assessing the transposition of the Environmental Crime Directive, including the national provisions on criminal sanctions, and indicated, however, that currently there are no concrete plans concerning whether, how and when to amend the mentioned directive. Florentin Blanc, Consultant and Specialist on Business Inspection Reforms made the point that deterrence is not necessarily the most powerful driver of compliance, and that achieving deterrence is in any case complex. Monetary sanctions may be too weak, stronger sanctions (e.g. closure, even temporary) may be stronger, but regulators will often have difficulties using them because of the economic and social impacts. Looking at all drivers of compliance, and not only deterrence, is essential. Andrew Farmer, Director of Research at the Institute for European Environmental Policy said we need a mixture of carrots and sticks. We need to support good practices and ‘get the bad moving’. He said that there are very good examples of self-reporting by businesses and added that ‘EU environmental law should be developed in a smart way. For example, it should be careful in stating minimum numbers of inspection as in many member states, the minimum will become the maximum...

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Tanzania accused of backtracking over sale of Masai’s ancestral land

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Tanzania accused of backtracking over sale of Masai’s ancestral land

Masai told to leave historic homeland by end of the year so it can become a hunting reserve for the Dubai royal family by {David Smith} on [The Guardian] The Tanzanian government has been accused of going back on a deal not to sell Maasai land bordering the Serengeti national park. Tanzania has been accused of reneging on its promise to 40,000 Masai pastoralists by going ahead with plans to evict them and turn their ancestral land into a reserve for the royal family of Dubai to hunt big game. Activists celebrated last year when the government said it had backed down over a proposed 1,500 sq km “wildlife corridor” bordering the Serengeti national park that would serve a commercial hunting and safari company based in the United Arab Emirates. Now the deal appears to be back on and the Masai have been ordered to quit their traditional lands by the end of the year. Masai representatives will meet the prime minister, Mizengo Pinda, in Dodoma on Tuesday to express their anger. They insist the sale of the land would rob them of their heritage and directly or indirectly affect the livelihoods of 80,000 people. The area is crucial for grazing livestock on which the nomadic Masai depend. Unlike last year, the government is offering compensation of 1 billion shillings (£369,350), not to be paid directly but to be channelled into socio-economic development projects. The Masai have dismissed the offer. “I feel betrayed,” said Samwel Nangiria, co-ordinator of the local Ngonett civil society group. “One billion is very little and you cannot compare that with land. It’s inherited. Their mothers and grandmothers are buried in that land. There’s nothing you can compare with it.” Nangiria said he believes the government never truly intended to abandon the scheme in the Loliondo district but was wary of global attention. “They had to pretend they were dropping the agenda to fool the international press.” He said it had proved difficult to contact the Ortelo Business Corporation (OBC), a luxury safari company set up by a UAE official close to the royal family. The OBC has operated in Loliondo for more than 20 years with clients reportedly including Prince Andrew. Activists opposing the hunting reserve have been killed by police in the past two years, according to Nangiria, who says he has received threatening calls and text messages. “For me it is dangerous on a personal level. They said: ‘We discovered you are the mastermind, you want to stop the government using the land’. Another said: ‘You have decided to shorten your life. The hands of the government are too long. Put your family ahead of the Masai.’” Nangiria is undeterred. “I will fight for my community. I’m more energetic than I was. The Masai would like to ask the prime minister about the promise. What happened to the promise? Was it a one-year promise or forever? Perhaps he should put the promise in writing.” This will be the last time the Masai settle for talks, he added, before pursuing other methods including a court injunction. They could also be an influential voting bloc in next year’s elections. An international campaign against the hunting reserve was led last year by the online activism site Avaaz.org, whose Stop the Serengeti Sell-off petition attracted more...

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Nutrire il pianeta: senza OGM da Nord A Sud

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Nutrire il pianeta: senza OGM da Nord A Sud

I danni inflitti alle popolazioni e ai territori dall’uso sempre più esteso degli OGM sono evidenti: dall’inquinamento della terra alla siccità, dai cambiamenti climatici alle problematiche relative alla sicurezza alimentare di Sara Fidanza per A Sud Rispetto all’uso degli OGM durante questi mesi nell’ambito delle negoziazioni sul TTIP, l’accordo commerciale UE-USA per la creazione di quella che sarebbe la più grande area al mondo di libero scambio, si sta cercando di aggirare l’applicazione del “principio di precauzione” (PP), attraverso il quale, in Europa, era stato possibile opporsi alla commercializzazione degli OGM in assenza di certezze scientifiche circa i potenziali effetti negativi sulla salute. Negli Stati Uniti, invece, in base all’applicazione del principio di “equivalenza sostanziale” (ES), la commercializzazione dei cibi transgenici è consentita laddove venga dimostrato che i valori riguardanti le qualità organolettiche dell’alimento transgenico siano equivalenti a quelli dello stesso tipo di alimento non modificato già presente sul mercato. Difendendo il TTIP, la Commissione europea sostiene che la modifica delle leggi che riguardano gli OGM non rientra nei negoziati e quindi gli Stati non saranno costretti a modificare le loro normative. Al di là di queste dichiarazioni la verità è che ci saranno sempre più OGM in circolazione perché l’armonizzazione delle normative europee ed americane in materia alimentare si tradurrà appunto nell’abbattimento delle barriere c.d “non tariffarie”. Ma dobbiamo fare attenzione: il contenuto del TTIP è uno dei segreti meglio custoditi dell’Ue: non hanno ottenuto informazioni neanche i parlamentari europei e quindi nessuno è in grado di dire quali cibi arriveranno in Europa dopo l’entrata in vigore del trattato. Il commissario europeo all’Agricoltura, il rumeno Dacian Ciolos, ha dichiarato che il TTIP non dovrà in nessun caso aprire le porte dell’Ue ai cibi Ogm ma l’agenzia di stampa Reuters ha riportato la risposta del segretario statunitense all’Agricoltura, Tom Vilsack a Ciolos: due pugni battuti sul tavolo durante un incontro a Bruxelles. L’americano ha sostenuto infatti che dalle trattative sul TTIP dovranno essere spazzate via tutte le barriere “non scientifiche”. Traduzione: poiché le agenzie statunitensi Fda ed Epa, con competenze in materia alimentare e ambientale, garantiscono scientificamente l’assenza di rischi per i prodotti OGM e i loro pareri sono determinanti nella normativa Usa su cibo e agricoltura, l’Unione Europea dovrà adeguarsi. O “armonizzarsi”, come ha sostenuto Vilsacks. Il segretario statunitense ha ribadito che l’Ue dovrà “ripensare” al suo NO alla carne di animali che hanno ricevuto trattamenti ormonali o ai polli lavati con candeggina: questi trattamenti servono a ridurre gli agenti patogeni; allo stesso modo non sarebbe una soluzione né libera né soddisfacente decidere che una parte della carne U.S.A importata in Europa debba provenire da animali che non abbiano subito trattamenti ormonali. Anche di dichiarare la presenza di OGM sulle etichette dei cibi, come vorrebbe l’Unione Europea, non se ne parla. Vilsack dal suo punto di vista ha affermato che etichette del genere indurrebbero i consumatori a credere che la presenza di Ogm possa costituire un problema e ha suggerito che si potrebbe aggirare l’ostacolo con un’app: prima di acquistare il cibo si potrebbe passare il telefonino sul codice a barre per vedere se contiene o meno OGM. Anche l’ambasciatore americano in Italia Gardner, ha dichiarato in un convegno che se l’Europa non avanzerà un ambizioso programma in agricoltura, cedendo così rispetto all’ingresso sul mercato degli OGM, è...

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How saving West African forests might have prevented the Ebola epidemic

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How saving West African forests might have prevented the Ebola epidemic

Deforestation has destroyed much of the region’s habitat for fruit bats – and put these Ebola carriers into greater contact with people [the guardian] The world now knows in great detail how Thomas Eric Duncan, a man who just a few weeks ago showed admirable compassion for a sick, pregnant neighbor in Liberia, has become the first person to come down with Ebola in the United States. What is less well known is how the virus came to West Africa to infect Duncan’s neighbor. Knowing and acting on that story is absolutely critical if we hope to contain future outbreaks of Ebola and other scary diseases before they turn into global headlines. The Ebola epidemic in West Africa may have surprised most of the medical establishment – this is the first such outbreak in the region – but the risk had been steadily rising for at least a decade. The risk had grown so high, in fact, that this outbreak was almost inevitable and very possibly predictable. All that was needed was to see the danger was a bat’s eye view of the region. Once blanketed with forests, West Africa has been skinned alive over the last decade. Guinea’s rainforests have been reduced by 80%, while Liberia has sold logging rights to over half its forests. Within the next few years Sierra Leone is on track to be completely deforested. This matters because those forests were habitat for fruit bats, Ebola’s reservoir host. With their homes cut down around them, the bats are concentrating into the remnants of their once-abundant habitat. At the same time, mining has become big business in the region, employing thousands of workers who regularly travel into bat territory to get to the mines. The result: virus, bats and people have had more opportunities to meet. Fruit bats carry the Ebola virus, but generally don’t die from it. The virus could easily have migrated from Central to West Africa inside them in much the same way that birds spread West Nile virus across North America: passing it among flocks during seasonal migrations. Although bats have long been on the menu in West Africa, there are other transmission routes for the virus besides bushmeat. It is conceivable the two-year-old boy in Guinea thought to be the first case in this outbreak was infected after eating bat-contaminated fruit. This mode of transmission may also explain how the disease gets into wild gorilla populations. The bottom line is that there is no public health without environmental health. Deforestation didn’t cause this Ebola epidemic, but did make it much more likely. The region’s legacy of war and poverty, its beleaguered health care systems, and a series of bureaucratic fumbles fanned a small and isolated outbreak into a full-blown epidemic fire, which has already killed more people than all previous 25 known Ebola outbreaks put together. It is shocking to realize that a tiny virus with just a handful of genes can fracture families, shred communities, destroy national economies and destabilize whole regions in just a matter of months. But this is what are witnessing with Ebola. Even as global efforts intensify to quash the outbreak in West Africa, let’s not lose sight of what we can learn in this most sobering of teachable moments: we must give environmental science...

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Botswana President shamed by Bushman protest at election rally

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Botswana President shamed by Bushman protest at election rally

Botswana’s President Ian Khama was met with protests during an election rally at a Bushman eviction camp last Saturday, over government attempts to starve the Bushmen off their ancestral land in the Central Kalahari Game Reserve. on[ Survival International] Kalahari Bushmen demanded that their right to hunt to feed their families be recognized. They brandished slogans reading “Hunters Not Poachers” and “Bushmen are the best conservationists.” The Presidency of Ian Khama – who sits on the board of U.S. environmental organization Conservation International – has been marred by controversy over his attempts to force the Bushmen out of the reserve in the name of conservation, while allowing fracking exploration and a diamond mine to go ahead on their land. During his visit to “New Xade” eviction camp, Khama failed to address any issues currently affecting the Bushmen, such as the government’s refusal to allow the Bushmen to hunt inside the reserve; the requirement for Bushmen to apply for restrictive permits to enter the reserve; and the recent opening of a diamond mine on Bushman land. Despite an historic High Court ruling in 2006 which upheld the Bushmen’s right to live, and hunt, inside the reserve, the government issued a blanket ban on hunting earlier this year. The Bushmen are better at looking after their environment than anyone else. But they are accused of “poaching” because they hunt their food and face harassment, torture and arrest, while fee-paying big-game hunters are encouraged. Bushman eviction camps like New Xade have been called “places of death” by the Bushmen. Forced to live a sedentary lifestyle, the previously semi-nomadic hunter-gatherers face high levels of alcoholism and AIDS, as reported by the BBC in January 2014. Stephen Corry, Director of Survival International, the global movement for tribal peoples’ rights, said today, “The Central Kalahari Game Reserve was created as a ‘place of sanctuary’ for the Bushmen to live and hunt in. Yet not a single conservation organization stood up for the Bushmen’s human rights when they were illegally evicted in the name of ‘conservation’. They have similarly turned a blind eye to the diamond mining and fracking exploration President Khama encourages on Bushman land. Conservation International has even elevated Khama – the man responsible for the tribes’ continued persecution – to its board of directors, shamefully ignoring his atrocious human rights...

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