Dal 10 al 21 novembre 2025 saremo a Belém, in Brasile, per partecipare come osservatori alla 30° Conferenza delle Nazioni Unite sul Clima. Racconteremo quanto avviene dentro e fuori le negoziazioni, porteremo e raccoglieremo le voci dei territori in lotta contro l’estrattivismo, contro il greenwashing e per una transizione ecologica realmente giusta.
Iscriviti al bollettino Sostieni il nostro lavoroL’agenda della COP30
A Belém si discuteranno e valuteranno gli NDCs, i nuovi impegni climatici nazionali che stabiliscono gli obiettivi di riduzione delle emissioni di ogni paese. Accanto alla mitigazione, l’adattamento sarà uno dei temi centrali attraverso il Global Goal on Adaptation (GGA) e i nuovi Piani nazionali di adattamento. Un altro capitolo chiave sarà quello della finanza per il clima. Tra i punti principali il nuovo obiettivo di finanziamento (NCQG), che punta ad aumentare il sostegno ai Paesi in via di sviluppo da 100 a 300 miliardi di dollari l’anno, e la Roadmap Baku-Belém, che traccia un percorso per mobilitare almeno 1.300 miliardi di dollari l’anno entro il 2035.
Temi cruciali, che si scontrano con uno scenario geopolitico ostile, segnato dal negazionismo climatico, dai venti di guerra, dalla corsa al riarmo e dalla violenza istituzionale. Non è un caso che in gioco a Belém ci sia più che mai la credibilità della diplomazia climatica e la sua capacità di tradurre le intenzioni in impegni concreti.
La Cupula dos povos
La Cúpula dos Povos è il grande incontro dei movimenti sociali e delle comunità che vivono in prima linea la crisi climatica. Nata nel 1992 come risposta critica alle negoziazioni ufficiali, propone un’alternativa fondata su giustizia climatica, sociale e ambientale, solidarietà e saperi ancestrali.
Dal 12 al 16 novembre 2025, in concomitanza con la COP30 di Belém, riunirà popoli indigeni, comunità quilombola e tradizionali, giovani e lavorator? in marce, dibattiti e azioni culturali.
La Cúpula mette al centro vite, diritti e territori, non statistiche: unisce chi costruisce ogni giorno soluzioni reali, dall’agroecologia alla difesa dei beni comuni, per spingere i governi ad adottare politiche di vera giustizia climatica.
Dichiarazione della Cupula Dos Povos
Perché A Sud e CDCA alla COP?
Nelle Cop si riuniscono i governi dei 197 Paesi che hanno ratificato la Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (UNFCCC), firmata a Rio de Janeiro nel 1992. Ma la COP30 non è solo un vertice diplomatico: è il terreno di confronto (e di scontro) tra attori diversi e diverse visioni del mondo. Da una parte il business as usual che trasforma la crisi climatica in profitto, dall’altra movimenti e territori che lottano per giustizia climatica, autodeterminazione e diritti della Natura.
La COP30 si terrà nel cuore dell’Amazzonia, a Belém do Pará, in Brasile. Non è un dettaglio geografico ma una scelta politica: è nel Sud globale che l’ingiustizia climatica colpisce più duramente mentre il Nord globale continua a negoziare emissioni e interessi fossili.
Qui non si decide solo il futuro del clima: si decide chi avrà diritto a un futuro.
Per raccontare cosa c’è in gioco, e come finisce la partita.
Andiamo alla COP per osservare da vicino i negoziati, capire quali equilibri politici e di potere si stanno ridefinendo, e portare la prospettiva dei territori e dei movimenti che chiedono giustizia climatica.
La partecipazione di A Sud e CDCA serve a connettere le lotte locali con quelle globali, rafforzare alleanze internazionali e raccontare – con sguardo indipendente e critico – come la diplomazia climatica sta affrontando, o eludendo, le proprie responsabilità.
Perché solo intrecciando voci e resistenze dal basso possiamo costruire un futuro giusto per tutt?.
Per costruire e rafforzare alleanze internazionali
Svolgere la COP in Brasile è un segnale che conta: significa rimettere al centro chi la crisi climatica la subisce davvero. Andiamo a Belém per stare con i movimenti globali per la giustizia climatica. In America Latina oggi si gioca una partita enorme: conflitti ambientali, estrattivismo, repressione, lotte indigene e popolari che resistono da decenni. Con tante realtà — dalla Colombia alla Bolivia, fino all’Amazzonia — abbiamo già lavorato, fatto campagne, costruito ponti. Lì ritroviamo compagn? con cui condividiamo visioni e pratiche.
Per portare una visione radicale dentro la COP
Sì, probabilmente sarà l’ennesimo flop diplomatico. Ma proprio per questo dobbiamo esserci, per non lasciare quei tavoli alle lobby fossili e ai governi che parlano di transizione mentre trivellano.
Da dentro vedi meglio le dinamiche, le crepe, le possibilità di alleanze e di conflitto.
Andiamo per portare la prospettiva della giustizia climatica e delle lotte dal basso, che legano crisi climatica, razzismo, patriarcato e disuguaglianze. La COP non è un punto d’arrivo: è un passaggio. Il resto si fa fuori, insieme, ogni giorno.
Diario dalla COP30
- Giorno 12 – 24 novembre 2025
Belém svela il fallimento della diplomazia climatica, ma apre spiragli: una roadmap anti-fossile e nuove alleanze per la giustizia.
Leggi l’articolo / Ascolta su Scanner
- Giorno 11 – 21 novembre 2025
Penultimo giorno a Belém: incendio in COP30, stalli politici e pressioni crescenti sul BAM e sull’uscita dai fossili.
Leggi l’articolo
- Giorno 10 – 20 novembre 2025A Belém 85 Paesi spingono per uscire dai fossili, mentre Italia e Polonia frenano. La COP30 è al bivio, il tempo è adesso.
- Leggi l’articolo / Ascolta su Scanner
- Giorno 9 – 19 novembre 2025
Belém rilancia la lotta globale ai fossili: la Colombia guida un fronte che vuole uscire davvero dal modello che brucia il pianeta.
Leggi l’articolo / Ascolta su Scanner
- Giorno 8 – 18 novembre 2025
Alla COP30 la transizione dai combustibili fossili sembra lontana, mentre i fondi dell’adattamento sono sotto il minimo.
Leggi l’articolo / Ascolta su Scanner
- Giorno 7 – 17 novembre 2025
Belem in rivolta: popoli indigeni e movimenti sociali spingono per una COP30 che dica finalmente basta ai fossili.
Leggi l’articolo / Ascolta su Scanner

- Giorno 6 – 15 novembre 2025
Anche quest’anno i dati sulla presenza dei lobbisti Gas&Oil alla conferenza di Belém sono alti: su ogni 25 persone accreditate al vertice, uno è un lobbista dei combustibili fossili, in totale sono oltre 1600.
Leggi l’articolo
- Giorno 5 – 14 novembre 2025
Il TFFF entra nella Cupula tra promesse e contraddizioni: fondi incerti, debiti in aumento e movimenti che denunciano l’ennesima falsa soluzione verde.
Leggi l’articolo / Ascolta su Scanner
- Giorno 4 – 13 novembre 2025
A Belém la protesta indigena irrompe nella COP30 e svela le contraddizioni del Brasile fossile. Intanto la Cupula esplode di mobilitazioni globali.
Leggi l’articolo /Ascolta su Scanner
- Giorno 3 – 12 novembre 2025
Adattamento al centro della COP30, ma i fondi restano insufficienti. A Belém arrivano movimenti e comunità indigene: la vera pressione viene dai territori.
Leggi l’articolo / Ascolta su Scanner
- Giorno 2 – 11 novembre 2025
Lula parla di disuguaglianze alla Cop30, ma il Brasile continua a spingere sul fossile. A Belém torna al centro il nodo tra clima e ingiustizia.
Leggi l’articolo / Ascolta su Scanner
- Giorno 1 – 10 novembre 2025
Dalla Cop30 alla Cúpula dos Povos: a Belém si apre la sfida per la giustizia climatica tra responsabilità globali, diritti dei popoli e resistenza dei territori.
Leggi l’articolo / Ascolta su Scanner
Articoli di approfondimento alla COP30
- Cosa resta della Cop30, la battaglia per il clima e i diritti è ancora lunga – 24 novembre 2025
Marica Di Pierri e Laura Greco su Domani – COP30 fallisce su fossili e foreste, ma il Bam e il blocco dei 82 paesi per l’uscita dal fossile aprono spiragli di lotta e nuove alleanze.
Leggi l’articolo
- Sulla fine dei lavori della COP30 – 24 novembre 2025
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Cosa è successo alla 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici? Quali sono le grandi vittorie? Quali le sconfitte?
Guarda la diretta
- La tabella della discordia – cos’è successo alla COP30 – 23 novembre 2025
Laura Greco su Radio24 – COP30 a Belém annuncia impegni su energia, foreste e adattamento, ma senza una vera uscita dal fossile restano promesse vuote da incalzare con lotte dal basso.
Ascolta su Il Sole 24 ore
- “A resposta somos nós”. Ma alla COP30 le richieste dei popoli indigeni non fanno breccia – 23 novembre 2025
Laura Greco su EconomiaCircolare.com – Alla COP30 le voci indigene restano ai margini mentre la foresta corre verso il punto di non ritorno. Senza giustizia, non c’è futuro.
Leggi l’articolo
- La “Dichiarazione di Belém” e il multilateralismo del phase out dai fossili spinto dal basso – 21 novembre 2025
Laura Greco su Altreconomia – Da Belém arriva una spinta dal basso per uscire dai fossili: governi e movimenti uniscono le voci per un phase out reale, giusto, globale.
Leggi l’articolo
-
- Cop30: senza il Gender action plan ogni azione climatica è limitata – 21 novembre 2025
Marica Di Pierri e Laura Greco su Valori – Nonostante le ambiziose premesse il Gender action plan ha trovato diversi ostacoli sui tavoli negoziali della Cop30
- Cop30: senza il Gender action plan ogni azione climatica è limitata – 21 novembre 2025

- Alla Cop30 arrivano le storie di migrazioni climatiche – 21 novembre 2025
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30, in vista delle negoziazioni finali, si parla del fenomeno crescente degli sfollamenti forzati dal cambiamento climatico.
Leggi l’articolo
- Belém, la foresta degli indigeni si ribella a Lula – 20 novembre 2025
Laura Greco su Il Manifesto – Le nazionalità dell’Amazzonia denunciano l’inagibilità politica alla Cop e chiedono una mobilitazione internazionale guidata direttamente dai popoli indigeni per proteggere i loro territori e affrontare la crisi climatica alla radice
- Alla Cop 30 i movimenti si riprendono la scena – 20 novembre 2025
Marica Di Pierri su Il Manifesto – Era dalla Cop 26 di Glasgow che non si vedeva così tanta società civile. Accanto al vertice ufficiale, in più di 50 mila hanno animato la «Cupula dos povos» per una svolta vera sul clima e i diritti
Leggi l’articolo
- COP30, BELÉM | Italiani in mobilitazione – 20 novembre 2025]
Il Climate Pride in azione alla COP30: l? attivist? chiedono all’Italia una roadmap chiara e ambiziosa per uscire dai fossili.
Leggi il comunicato
- A Belém torna il protagonismo sociale – 19 novembre 2025
Marica Di Pierri su Collettiva – Alla Cop30 movimenti, organizzazioni, popoli e sindacati riacquistano centralità: proposte e campagne dal basso sono arrivate nelle stanze dei negoziati.
Leggi l’articolo
- Come procede la COP30 in Brasile? Intervista a Laura Greco da Bélem – 19 novembre 2025
Laura Greco su Scienza e Pace Magazine – COP30 tra repressione, lobby fossili e resistenze indigene: la giustizia climatica la costruiscono i territori, non i negoziati.
Leggi l’articolo
- Lifegate dalla COP30 – 18 novembre 2025
Marica Di Pierri su Lifegate – Dalla COP30 il racconto dell’inedita comunicazione tra dentro e fuori la COP, tra le richieste indigene e l’ambiguo governo di Lula.
Ascolta su Lifegate
- Il Fondo per le foreste e la falsa soluzione del biocapitalismo si ripropone alla Cop30 di Belém – 18 novembre 2025
Laura Greco su Altreconomia – Il Tropical forests forever facility lanciato da Lula è l’ennesimo dispositivo finanziario che viene presentato come innovazione.
Leggi l’articolo
- Attivismo e giustizia climatica: se il diritto alla protesta diventa un reato – 17 novembre 2025
Marica Di Pierri su Valori.it – Alla Cop30 emerge un allarme globale: in molti Paesi il diritto alla protesta viene represso e l’attivismo ambientale è sempre più criminalizzato
Leggi l’articolo
- Alla Cop30 di Belèm il fondo per l’adattamento resta senza fondi – 17 novembre 2025]
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30 fallisce, per il terzo anno di fila, l’obiettivo di raccolta minima per finanziare l’adattamento dei Paesi del Sud globale.
Leggi l’articolo

- Massiccia partecipazione popolare a Belém – 16 novebre 2025
Marica Di Pierri su L’aria Che Respiri – Alla Cúpula dos Povos tantissime voci per reclamare la fine dei combustibili fossili e una giustizia climatica guidata dai popoli, non dalle multinazionali.
Ascolta su Radio Rai1
- In diretta da Bele?m – Aggiornamenti sulla prima settimana di COP30 – 15 novembre 2025
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – In diretta da Belém, per raccontare in diretta i lavori della 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici. ?Foto di Oliver Ninja e Midia Ninja
Guarda la diretta
- Cop30: chi difende i combustibili fossili dentro i negoziati sul clima – 14 novembre 2025
Marica Di Pierri per Altreconomia – Alla Cop30 un lobbista fossile ogni 25 delegat?: il vertice che dovrebbe chiudere l’era fossile continua a farsela scrivere da chi la profitta.
Leggi l’articolo
- Giustizia climatica, questa dimenticata – 13 novembre 2025
Marica Di Pierri su Il Manifesto – Il legame tra clima e disuguaglianze è ormai assodato. Ma dopo 30 anni di conferenze, i ricchi continuano a fare grandi affari con i fossili.
Leggi l’articolo
- L’adattamento secondo la COP30: “Adattarsi è sopravvivere” – 13 novembre 2025
Marica Di Pierri per EconomiaCircolare.com – COP30 punta a rendere operativo il Global Goal on Adaptation, tra governance multilivello, indicatori, fondi insufficienti e necessità di giustizia climatica.
Leggi l’articolo
- La Cop30 in Brasile e le politiche industriali green – 11 novembre 2025
Marica Di Pierri per Tutta La Città Ne Parla, Radio3 – È iniziata la Cop30 a Belém, 10 giorni in cui si discuterà su come trovare una via d’uscita alla deriva del cambiamento climatico nonostante le difficoltà politiche che ci circondano.
Ascolta l’episodio
- Road to Belém – 7 novembre 2025
Marica Di Pierri per Valori.it – Verso la Cop30 di Belém, cosa aspettarci dal più importante appuntamento per salvare il clima della Terra? Diretta con Marica Di Pierri, Luca Lombroso, Giovanni Mori e Lorenzo Tecleme.
Guarda la diretta
- Da Parigi a Belém, i conti che non tornano – 6 novembre 2025
Marica Di Pierri per Il Manifesto – Tra tensioni e fragili compromessi, i preparativi alla vigilia della Conferenza Onu. A che punto sono gli impegni nazionali di riduzione e i piani di adattamento dei singoli Paesi.
Leggi l’articolo
- A Sud a Belém alla Cop30 – 6 novembre 2025
A Sud seguirà negoziati e mobilitazioni dalla COP30 di Belém, amplificando le voci dei movimenti per giustizia climatica e sociale.
Leggi l’articolo
- A Sud aderisce alla Global Call to Action della Cúpula dos Povos – 5 settembre 2025
Il 15 novembre scendiamo in piazza: basta disuguaglianze e razzismo ambientale, vogliamo giustizia climatica e un mondo dove la vita sia al centro.
Leggi l’articolo
- Vertice dei Popoli Verso la COP30: Manifesto Politico – 13 giugno 2025
A Sud aderisce al Manifesto dei Popoli verso la COP30: un appello globale per giustizia climatica, anticapitalismo e democrazia dal basso.
Leggi l’articolo
Racconteremo le negoziazioni
Per spiegare cosa accade davvero alla COP30, come si muovono i governi e quali interessi guidano le scelte sulla crisi climatica. Vi offriremo una copertura quotidiana per raccontarvi con le nostre parole e con uno sguardo critico, indipendente e radicale, vicino ai movimenti il dentro e fuori la Cop
Sveleremo le contraddizioni
Tra le promesse ufficiali e la realtà, mostrando lo scontro continuo tra lobby fossili e popoli che difendono la vita e i territori. Denunceremo le responsabilità smascherando la falsa transizione energetica e chi continua a inquinare mentre parla di sostenibilità con greenwashing e false soluzioni
Daremo voce alle comunità
Portando le loro storie, le lotte quotidiane e le alternative concrete alla devastazione ambientale, contro colonialismo ed estrazione. Ci collegheremo con l’Italia per connettere istanze e battaglie
INFO E CONTATTI
Per contatti e interviste con la delegazione:
maricadipierri@asud.net
+ 55 21 967071220
Laura Greco
lauragreco@asud.net
+55 21 997673184
Chevron | Watson, criminale d’impresa internazionale
John Watson, amministratore delegato della Chevron, criminale d’impresa internazionale Inoltriamo la notizia della presentazione il 23 ottobre presso la Corte Penale Internazionale di una domanda di apertura di un caso contro l’amministratore de la Chevron Texaco John Watson per il caso di contaminazione petrolifera nella foresta Amazzonica ecuadoriana. Una domanda preparata dall’avvocato Pablo Fajardo, l’avvocato capo del processo contro la Chevron in Ecuador che abbiamo avuto l’onore di ricevere a Roma nel quadro delle attività del progetto EJOLT l’anno scorso, insieme a l’avvocato Argentino Eduardo Bernabé Toledo, collega del procuratore Argentino Gustavo Gomez che è stato con noi numerose volte qui a Roma. Una domanda importante in quanto prova a portare a livello di giustizia penale internazionale un caso diventato storico ma che ancora non riesce a ricevere giustizia, sfidando i limiti e l’attenzione fino ad oggi data a situazioni di crimine ambientale dal diritto penale internazionale. * * * di {Nick Meynen} su [Ejolt]- Pablo Fajardo, avvocato dei 30.000 ecuadoriani vittime dei disastri ambientali causati dalla Texaco in Amazzonia, ha presentato il 23 ottobre scorso una denuncia presso la Corte Penale Internazionale (TPI-ICC International Criminal Court) dell’Aja. Questa la nuova linea, in quello che viene probabilmente considerato il conflitto legale più complesso di tutti i tempi, l’accusa di crimini contro l’umanità contro due dirigenti della Chevron: John Watson (amministratore delegato) e Hewitt Pate (vicepresidente). Chevron ha acquistato la Texaco nel 2000 e fino ad ora è riuscita ad evitare l’attuazione della sentenza definitiva che la obbliga a pagare 9,5 miliardi di dollari alle vittime. Denunciando i due maggiori rappresentanti della Chevron alla Corte Penale Internazionale gli avvocati compiono un grande passo: fanno in modo che la responsabilità ricada su persone fisiche. Chi conosce la storia di questa battaglia legale sa bene il perché di questa scelta. Il caso è stato sollevato nel 1993 e dopo numerose battaglie legali, la decisione finale è stata presa dalla Corte Suprema in Ecuador – il Paese dove Chevron voleva essere giudicata. La multinazionale petrolifera ha combattuto una lunga battaglia legale a New York chiedendo che il giudizio venisse emesso dal tribunale ecuadoriano. Alla fine ha ottenuto la possibilità di trasferire il caso in Ecuador, dopo la promessa di rispettare la decisione del tribunale. Era questa la condizione per poter spostare il caso dalla corte federale degli Stati Uniti alla nazione del Sud America. Ad ogni modo, nonostante la sentenza finale della Corte Suprema in Ecuador, Chevron non ha ancora pagato i 9,5 miliardi di dollari per il risarcimento dei danni. Lo sversamento di rifiuti tossici nelle acque ecuadoriane ha causato la morte per cancro di milioni di persone. Le migliaia di sopravvissuti si sono rivolte alle Corti di Giustizia dei paesi esteri in cui Chevron detiene asset. Il caso è stato portato nelle aule dei tribunali di Brasile, Argentina e Canada, dove è tuttora aperto. Tuttavia, l’esercito di 2000 professionisti legali – sì, 2000 – arruolati da Chevron è finora riuscito a evitare qualsiasi applicazione del provvedimento giudiziario. Da tempo, la compagnia petrolifera statunitense cerca di portare la battaglia fuori dalla corte e diritta nelle vite delle persone che difendono le vittime. Chevron ricorre a spie per seguire i legali degli ecuadoriani e delle loro famiglie. Paga hackers per sabotare i siti web dove vengono condivise le informazioni sul caso. Apre casi...
read moreBelarus Free Theater e Stop TTIP dicono no al fracking
Un drappo rosso di 400 metri è stato disteso dagli attivisti. Simboleggiava la linea da non oltrepassare nell’utilizzo delle risorse. Il 22 ottobre a Roma è andato in scena un flash mob anti fracking, promosso dalla compagnia teatrale venuta in Italia per uno spettacolo al teatro Vascello di {Francesco Paniè} su [www.rinnovabili.it] Una linea rossa da non varcare: la linea di confine tra il lecito e l’illecito, tra il rispetto dei diritti e la loro violazione. Tra il rispetto dell’ambiente e il suo sfruttamento con il fracking. Era questo il significato di quel telo rosso fuoco, steso per 400 metri da un centinaio di attivisti durante il flashmob di ieri sera a Roma. La manifestazione-lampo è nata grazie all’arrivo in Italia del Belarus Free Theatre, una compagnia di attori itineranti bielorussi che racconta – dentro e fuori dal teatro – i temi sociali e ambientali. Vi hanno preso parte anche gli attivisti di No Fracking Italia, l’associazione A Sud e la campagna Stop TTIP Italia. «Roma ci ha invitati e noi abbiamo risposto – spiega Julia Farrington, Events Manager dei Belarus e produttrice artistica associata di Index on Censorship, organizzazione internazionale per la libertà di espressione – Non siamo un’organizzazione ambientalista, siamo attori, non possiamo fare il loro lavoro. Tuttavia, questi temi non vogliamo raccontarli soltanto sul palco. Ecco perché, dovunque andiamo, cerchiamo di abbinare allo spettacolo teatrale un evento di piazza, unendoci alle campagne locali in difesa dell’ambiente e dei diritti civili. È un modo di portare il nostro messaggio fuori dai luoghi dell’arte performativa e dare un contributo alle istanze delle comunità locali». Tra le lotte promosse e sostenute dalla compagnia bielorussa, c’è anche quella contro i sistemi di produzione energetica invasivi e pericolosi. I Belarus, fuggiti dal loro Paese perché a rischio prigione con la dittatura di Lukashenko, ci hanno costruito sopra la Red Forest Campaign. Il nome rievoca il disastro di Chernobyl, che nel 1986 ha investito il 90% del territorio bielorusso, colorando di rosso le foreste. La Red Forest Campaign è nata per opporsi alla costruzione di un nuovo impianto nucleare a Ostrovets, al confine con la Lituania e con l’area Ue. Il progetto sta andando avanti, violando molte norme ambientali in vigore nell’Unione, ma è sostenuto dal dittatore, che bolla come “nemici dello stato” tutti coloro che si oppongono alla costruzione del nuovo impianto. Fuggiti dal patrio suolo, tuttavia, nel corso degli anni i Belarus hanno ottenuto l’appoggio di grandi personalità del teatro e della vita pubblica internazionale, come Vaclav Havel, Mick Jagger, Arthur Kopit, Mark Ravenhill, Tom Stoppard, Jude Law, Kevin Spacey e il premio Nobel Harold Pinter. «Il fracking minaccia le nostre provviste d’acqua – dichiara la compagnia – In molti paesi la legge potrebbe permettere alle aziende energetiche che utilizzano questo sistema di trivellare anche sotto i terreni privati – perfino nel vostro cortile». In realtà tutto questo avviene già: in Inghilterra infatti il governo ha deciso di permettere il fracking sotto le case, rimuovendo il limite di 300 metri in vigore fino a pochi giorni fa. L’Italia ne ha proibito la pratica, con un iter legislativo ancora in bilico: manca ancora un passaggio parlamentare, infatti, per rendere effettivo il divieto di fratturazione idraulica del nostro suolo. Avrà successo? È da vedere, dato che si sta delineando un quadro internazionale...
read moreDesigned to fail … and the solutions
While violent conflicts over rare metals used in our phones and laptops continue and e-waste keeps piling up, engineers break their heads over new ways to ensure that products die quicker. By {Nick Meynen} on [Ejolt It takes 244 kg of fossil fuel, 21,8 kg of chemicals and 1.5 tons of water to manufacture one computer and monitor. Carsten Wachholz, product policy officer from the European Environmental Bureau: “To offset the energy consumed to manufacture a laptop, it must be used for more than 20 years, even with a 20-30% efficiency improvement rate over that time”. The opposite is happening: computers made in 2010 have a [10% shorter->http://future.arte.tv/fr/la-tragedie-electronique] lifespan than those made in 2000[1]. The same goes up for cell phones, iPods and so on. Unsurprisingly, the amount of e-waste created in the world keeps rising exponentially, to over [50 million tons of e-waste, annually->http://future.arte.tv/fr/la-tragedie-electronique]. The idea of planned obsolescence started with light bulbs, nylon socks and cars but it has now moved to all electronic devices, textbooks, washing machines, microwaves, software and almost every product that can possibly break or become ‘old-fashioned’. Engineers are asked to make sure that things go to the dump faster so you need to buy a new one quicker. This makes lots of money for the companies, but it has some nasty side-effects: increasing material and energy consumption on a planet with shrinking stocks and increasing waste. These are major drivers behind environmental injustices, which we have carefully mapped over the last three years of research. So let’s take a closer look at this source of so many evils and on how to stop it. “Designed to Fail”: a brief history When one looks up the definition of “Planned Obsolescence” in Wikipedia, it scratches on the surface: “The rationale behind the strategy is … reducing the time between repeat purchases … There is an information asymmetry between the producer – who knows how long the product was designed to last – and the consumer, who does not.” In plain English: producers fool consumers while hoping to see them again sooner and sooner. A good starting point to find out more is to watch The Light Bulb Conspiracy. This award-winning documentary traces the story of planned obsolescence. In the 1920s, light bulbs lasted 2500 hours on average, but by 1940 the average had become 1000. Official documents showed in the documentary found that a secret cartel from the 3 biggest producers at the time agreed that no light bulb should last longer than 1000 hours and members would have to pay fines to the cartel based on how much over this limit their light bulbs lasted. In 1932 Bernard London wrote “Ending the Depression Through Planned Obsolescence.” He wanted the government to make planned obsolescence on consumer articles compulsory by law, to stimulate and perpetuate consumption. But why make it public and enforce it by law when companies do it secretly – thus avoiding the difficult public explanation of why it is needed to make things less good? When Dupont invented Nylon socks in 1940, tests were made on the wives and daughters of the engineers who made them. They didn’t show any signs of developing ladders. That was a bad business model. So Dupont’s engineers were ordered to make them less strong. In...
read moreCanada’s real international shame — and it’s not Ford: Burman
When will this horrid scandal end? Can someone please turn the channel? Shamed on the world stage and ridiculed by many, Canada has been exposed in recent days as a country with political leadership that is greedy, self-indulgent, incompetent and dismissive of our children, as well as woefully captive of special interests. by {Tony Burman} on [tarsandssolutions And I’m not referring to Rob Ford. His 15 seconds of fame — as “The Crack-smoking Mayor Who Knocked Down Granny,” as London’s tabloids described him — will end one day. Just keep breathing deeply. I mean, in tabloid terms, another story: “The Short-Sighted Canadian Government That Robbed Our Children.” And, sadly, its legacy may never end. What makes it worse is that this comes at a time when the government of Stephen Harper faces criticism for blackening Canada’s reputation in foreign policy in other areas as weAlthough it hasn’t received the media attention of the Ford soap opera, Canada in the past week has been the target of unprecedented international condemnation as one of the world’s worst polluters. These reports have coincided with a major UN climate change conference in Warsaw, Poland. One after another, accusations have been directed at the Harper government for being an international deadbeat when it comes to climate change and the environment. The Washington-based Center for Global Development ranked Canada dead last among the 27 wealthy nations it assessed in terms of environmental protection. Every other country has made progress except Canada, according to the group. A report issued this week by the Europe-based Germanwatch and Climate Action Network placed Canada at the bottom of an international list of countries in tackling greenhouse-gas emissions, ahead of only Iran, Kazakhstan and Saudi Arabia. By any measurement, this is not how most Canadians want their country to be seen internationally in an area so crucial to Canada as the environment. This challenges the conventional wisdom — often reflected in current political debate and media coverage — that Canadians have tired of the environment and climate change as public policy issues. According to a new survey released last Monday, Canadians increasingly believe — six in 10 — that climate change is real and caused by human activity, which is the highest level since 2007. But they are losing faith in government to address the issue. The survey was conducted by the Environics Institute for Survey Research and the David Suzuki Foundation. Read the rest of the article here by Tony Burman, Toronto Star, November 23rd...
read moreBiogas Marche | Vincono i cittadini!
Il Consiglio di Stato dà ragione definitivamente ai cittadini ed ai territori di {Coordinamento regionale di Comitati a tutela dell’Ambiente, della Salute e del Territorio, aderente al Coordinamento Nazionale Terre Nostre} su [Terre Nostre Marche ] Con le sentenze del 22 settembre 2014, N° 04729/2014, N° 04727/2014, N° 04730/2014 riferiti agli impianti a biogas rispettivamente di Osimo, Camerata Picena e Corridonia, i giudici hanno disposto e confermato l’annullamento delle relative autorizzazioni degli impianti, comprovando tutte le tesi che sosteniamo da due anni, ribadite in manifestazioni, assemblee pubbliche, nelle azioni legali e negli atti stragiudiziali di diffida che abbiamo depositato in Regione, nei comuni ed in tutte le sedi di magistratura. Sono illegittime quindi le autorizzazioni rilasciate senza la preventiva sottoposizione a screening di VIA ed escluse da tale procedura sulla base della sola soglia dimensionale (potenza degli impianti). Non solo. Come avevamo chiaramente evidenziato nelle nostre diffide ed osservazioni, oggi il Consiglio di Stato ha confermato che “{Ogni normativa contrastante con la normativa comunitaria in materia ambientale che impone la V.I.A. quale provvedimento volto a valutare la compatibilità degli insediamenti produttivi con le esigenze di tutela dell’ecosistema doveva pertanto essere disapplicata}”. Ogni legge interna (statale o regionale) in contrasto con la direttiva comunitaria, andava cioè disapplicata dagli enti e dai soggetti preposti (funzionari e/o amministratori). Di questo obbligo, già palese nelle normative e in consolidata giurisprudenza nazionale e comunitaria, avevamo reso pienamente edotti fin dal settembre 2012 con i nostri atti depositati sia i funzionari sia gli amministratori della Regione Marche. Tale evidenza, oggi confermata senza possibilità di dubbi interpretativi, è stata invece ignorata, con il proseguimento degli iter e l’ emanazione dei decreti autorizzativi degli impianti. Questo passaggio nelle sentenza di oggi, inoltre, spazza via anche la “foglia di fico” politica con cui il Presidente Spacca assieme a tutto il coro pro “biogas alla marchigiana” succedutosi in questi anni si sono nascosti, ovvero il tentativo di giustificare la Legge Regionale 3/2012, la relativa illegittima esclusione dagli screening di VIA e tutte le seguenti condotte della Regione Marche con il fatto che il contrasto con la direttiva comunitaria derivi da una difformità fra questa e la vigente legge nazionale (Dlgs 152/2006). Il giudice ha chiarito come le norme in contrasto con quelle europee dovevano comunque essere disapplicate e, conseguentemente, che andava applicata direttamente la Direttiva Comunitaria, come abbiamo ripetuto e ribadito per anni in ogni sede. Oggi è un giorno importante non solo per chi in questi due anni ha speso tanti soldi e fatto tantissimi sacrifici per organizzare manifestazioni e convegni, per presentare i ricorsi e le azioni legali a tutela dei propri diritti messi a rischio da impianti autorizzati in maniera illegittima, non solo per i sindaci che a fianco dei cittadini hanno dovuto impiegare migliaia di euro per difendersi da una Regione sorda a qualsiasi fondata richiesta, magari togliendo risorse ai servizi, alla manutenzione delle strade, delle scuole, del verde pubblico… E’ un giorno di vittoria di tutti i marchigiani contro l’ arroganza politica del Potere, contro politici, politicanti e compagnia cantando che per anni si sono arrampicati sugli specchi negando l’evidenza. Questi personaggi sono stati per l’ennesima volta sconfitti e smentiti dai tribunali, battuti dai territori e dai cittadini che, a mani nude, hanno saputo portare avanti questa battaglia a difesa della Salute, dell’ Ambiente,...
read moreL’Europa apre le porte al petrolio sporco del Canada
L’Unione europea si appresta ad aprire le porte all’importazione del petrolio più «sporco» del mondo, quello che il Canada estrae dalle sabbie...
read moreComplaint against CEO of Chevron submitted to ICC
By Nick Meynen. BREAKING NEWS: Pablo Fajardo, lawyer for 30.000 Ecuadorian victims of Texaco’s environmental liabilities in the Amazon, just filed a complaint at the International Criminal Court (ICC) in The Hague. This new frontline in probably the most complex legal conflict ever, accuses the top two people in Chevron: John Watson (CEO) and Hewitt Pate (Vice-president) of crimes against humanity. Chevron aquired Texaco in 2000 and has so far managed to avoid the implementation of a final court order that obliges them to pay 9,5 billion US dollars to the victims. By blaming the top two people in Chevron of crimes against humanity at the ICC, the lawyers are taking a big step: they are making people personally accountable for the lack of justice. Anyone who knows the history of this legal battle understands why they do this. The plaintiffs opened a case in 1993 and after many legal battles, a final decision was taken by the highest Court in Ecuador – the country where Chevron wanted to be judged. Chevron fought a long legal battle in New York demanding to be judged in Ecuador. In the end, Chevron was allowed to have the case moved to Ecuador after it had promised to abide by the court decision. This was a condition of the case being moved out of U.S. federal court to the South American nation. However, despite the final order of the highest court in Ecuador to pay 9,5 billion dollar compensation, implementation is still lacking. Chevron’s dumping in Ecuador has caused the deaths of thousands of people due to cancer. The thousands of surviving victims are trying to enforce the judgement in countries where Chevron has assets. Cases have been opened and are advancing in Brazil, Argentina and Canada. But the army of 2000 legal professionals – yes, two thousand – employed by Chevron has so far managed to prevent any actual implementation of the court order. Since long, Chevron has done everything it can to take the battle outside the court and straight into the lifes of the people defending the victims. Chevron employs spies that follow the lawyers of the Ecuadorians and their families. It pays hackers sabotaging the websites where information on the case is shared. It opens racketeering cases against the lawyers themselves and anyone who funds them. On the other side there are two Ecuadorian lawyers and a few supporting lawyers in other countries that are working on this for years under these enormous pressures. What these Ecuadorian lawyers are now doing now is to turn the tables. John Watson and Hewitt Pate are now faced with a complaint for crimes against humanity at the ICC. Watson and other high-level Chevron executives have promised the affected communities a “lifetime of litigation” and said they would fight the case “until hell freezes over, and then fight it out on the ice.” Julio Prieto, one of the lawyers behind the complaint who we interviewed a day before the case was submitted: “John Watson was in charge of acquiring Texaco for around 20 billion dollar so if Chevron has to pay 9,5 billion dollar from Texaco’s liabilities, he would have done a very bad business deal. I’m pretty sure that he loses his job if any money is paid to the victims. So...
read moreWhen to count the damage? Economic tools for evaluating liabilities in environmental justice struggles
One way to confront environmental injustice is to use economic evaluation tools. by {Nick } on [EJOLT] BRUSSELS, 20 October 2014 | MEDIA RELEASE The health and environmental implications of fossil fuel exploitation, nuclear waste or mining-related pollution are some of the more well-known effects of the increasing energy and material use of the global economy. One way to confront environmental injustice is to use economic evaluation tools. Environmental Justice Organisations (EJOs) are conducting cost-benefit analyses (CBAs) and multi-criteria analyses (MCA) with the support of academics, in order to explore and reveal the un-sustainability of environmentally controversial projects. In some cases, that strategy has made the difference. The experience with CBA against sugarcane plantations in the Tana Delta, Kenya shows that this has been an important and powerful advocacy tool. In others it would have backfired. In the case of the opposition to the mining project in Mount Ida, Turkey, monetary reductionism would have harmed the social legitimacy of other values articulated, such as territorial rights and access to resources. Christos Zografos from the Autonomous University of Barcelona (UAB) and author of the report said: “{Possibly helpful in some cases, evaluation tools are by no means a panacea: they are best used when employed strategically, when they do not alter or obstruct the priorities or forms of expression of those experiencing environmental injustice, and if they can help level power asymmetries}.” An international team of academics and activists collaborated to find out what works where, based on the wide variety of experiences with economic valuation in the EJOLT project. The outcomes suggest that they help when they support existing debates on local futures and visions and when there are complementarities with regulatory and institutional developments. Oppositely, evaluation methods disable local mobilization when they force communities to bring their concerns into assessment schemes that do not fit their own languages and concerns, when they reproduce uneven power relations, or where public decisions have little to do with formulating and advancing ‘reasoned arguments’. Beatriz Rodriguez from the Autonomous University of Barcelona (UAB) and author of the report said: “{Evaluation tools can be used to ‘deconstruct alibis’ for perpetrating environmental injustice, specifically the alibi of ‘sound economic sense’ that is regularly put forth by promoters of projects harmful to the environment and communities}”. Insights on the benefits from an activist-academic collaboration and recommendations on the use of evaluation tools are all outlined in the report. In the short briefing associated with the report we focus on when Environmental Justice Organisations could use evaluation tools and how. We list 10 issues for EJOs to consider before, during and after using an economic valuation tool. For more information, please contact -* Author {Beatriz Rodriguez-Labajos} (ICTA-UAB) beatriz.rodriguez@uab.cat Tel. +34 93586 8643 -* Author C{hristos Zografos } (ICTA-UAB) christos.zografos@uab.cat Tel +34 93586 8640 *by {Nick } on EJOLT,...
read moreColombia: vivere tra le miniere di carbone. Come operano i fornitori di carbone di Enel
Prodeco, fornitore di carbone di Enel, è coinvolta nello sfruttamento della miniera Cerrejòn nei pressi del villaggio di Tabaco, la cui popolazione è stata dislocata e le case distrutte dai buldozer; Drummond, a sua volta fornitore di Enel, è accusata di finanziare le forze paramilitari. di {Daniela Patrucco} su [Speziapolis] Le miniere di carbone in Colombia continuano ad espandersi. Nuovi impianti portuali sono stati costruiti e altri sono in costruzione. Molte altre concessioni sono state date e ci sono progetti di ulteriore espansione, mentre gli agricoltori e le comunità indigene senzatetto lottano per la loro sopravvivenza, tra le miniere di carbone. L’alleanza tra il governo e il carbone continua a creare dipendenza, ma la chiamano sviluppo. Il settore del carbone è in piena espansione in Colombia. Dal 2000, la produzione di carbone è più che raddoppiata e ora ammonta a 89 milioni di tonnellate all’anno. E le previsioni prevedono un ulteriore balzo a 150 milioni di tonnellate all’anno entro il 2020. La nazione, dilaniata dalla guerra, estrae già più carbone di tutto il resto dell’America Latina. Di volta in volta, il governo colombiano ha dichiarato che l’industria estrattiva è un “motore di sviluppo” per il paese. Ma dopo decenni di estrazione del carbone, non vi è beneficio visibile per la popolazione nelle regioni minerarie. Circa il 90% del carbone della Colombia viene prodotto nelle province di La Guajira e Cesar, vicino alla costa caraibica. Dopo 30 anni di estrazione del carbone, queste province sono tra le più povere della nazione. In Colombia, il carbone è un’attività di esportazione. Mentre qualche piccola miniera artigianale di carbone produce per il mercato interno, il 92% del carbone della nazione viene spedito fuori del paese. Quattro grandi società internazionali, che operano in Cesar e La Guajira, producono la quasi totalità delle esportazioni di carbone della Colombia. Enormi miniere a cielo aperto, una cicatrice per il paesaggio che rende impossibile immaginare che si trattava una volta di terra verde e produttiva. La miniera Cerrejón a La Guajira si estende su una superficie di 69.000 ettari. È la più grande miniera di tutta l’America Latina ed è di proprietà delle grandi multinazionali minerarie: Anglo American, BHP Billiton e Xstrata Glencore (di cui fa parte la controllata Prodeco). Cerrejón è stata la prima miniera di carbone a cielo aperto in Colombia, nel 1970. Per la popolazione locale la miniera è come un mostro insaziabile intento a divorare le loro risorse più preziose: terreno e acqua. Gli abitanti tradizionali, comunità indigene e afro-colombiane, hanno perso gran parte della loro terra. Ma anche le terre rimanenti non conoscono tregua, da parte dell’industria mineraria. Enormi discariche di roccia come altrettante torri si ergono sopra i villaggi, con il rumore come compagno costante: esplosioni, macchine agricole e camion traghettano il carbone di giorno e di notte. L’attività mineraria è attiva 24 ore a La Guajira e Cesar. Nel 2001, la polizia e le forze di sicurezza private sono entrate nel villaggio di Tabaco. Hanno espulso gli abitanti e loro case con i bulldozer, lasciando la comunità traumatizzata e impoverita. Ci sono voluti anni e anni di pressioni internazionali per obbligare Cerrejón a firmare un accordo che dovrebbe fornire alla comunità nuova terra e case. La società, tuttavia, non ha fretta di mantenere questa promessa. Mentre l’antico villaggio è stato sepolto...
read moreMujeres Tras la Camara
Mujeres Tras la Camara è progetto itinerante di documentari partecipativi fatti da e con le donne che vivono sulla loro pelle i conflitti socio-ambientali in Sud America a causa di progetti agro-produttivi, di estrazione petrolifera e mineraria. [di {Clorinda Purrello} per CDCA] Le donne sono spesso escluse dagli spazi di partecipazione politica, ma allo stesso tempo sono coloro che vivono in prima persona gli effetti negativi dei conflitti ambientali nei loro territori e che partecipano attivamente a processi di resistenza. Questo progetto vuole apportare valore alle conoscenze locali, all’autodeterminazione e favorire la riflessione critica di coloro che vivono questi processi e, soprattutto, vuole essere uno strumento per la diffusione delle loro voci. La nostra missione è infatti quella di trasmettere gli strumenti e le competenze tecniche necessarie per la realizzazione di vari documentari il cui contenuto sará costruito collettivamente in base alle preoccupazioni, desideri e proposte delle partecipanti. Il progetto durerà un anno e prevede la produzione di due documentari in ogni paese che visiteremo (Argentina, Uruguay, Paraguay, Chile, Bolivia, Perú e Colombia) e quella di un documentario finale. ‘E inoltre prevista la creazione di una pagina web di dominio condiviso con i partecipanti dei vari paesi, con l’intenzione di creare una rete fra le varie comunità e creare una piattaforma di diffusione delle loro produzioni collettive. Artikulación Esporádika é una piattaforma che unisce da vari anni, principalmente in Ecuador, vari collettivi che si occupano di violenza di genere e di conflitti socio ambientali, con la intenzione di appoggiare azioni politiche, sociali e artistiche intraprese principalmente da donne, sia in contesto urbano che rurale. Mujeres tras la cámara é giá iniziato nella selva ecuadoriana con un primo documentario prodotto con un gruppo di donne dell etnia Sápara in resistenza al progetto di estrazione petrolifera previsto nel loro territorio ancestrale ( link del docu itiumu suraka). Abbiamo iniziato un raccolta fondi per la realizzazione di questo progetto al seguente link Sostieni Mujeres tras la cámara!! La voce dei popoli ha bisogno di te!! Guarda alcuni estratti...
read more


Marica Di Pierri per Valori.it – Verso la Cop30 di Belém, cosa aspettarci dal più importante appuntamento per salvare il clima della Terra? Diretta con Marica Di Pierri, Luca Lombroso, Giovanni Mori e Lorenzo Tecleme.