CDCA e A Sud alla COP30 a Belém

La voce di A Sud dalla COP30 di Belém (Brasile) e le iniziative in Italia

Dal 10 al 21 novembre 2025 saremo a Belém, in Brasile, per partecipare come osservatori alla 30° Conferenza delle Nazioni Unite sul Clima. Racconteremo quanto avviene dentro e fuori le negoziazioni, porteremo e raccoglieremo le voci dei territori in lotta contro l’estrattivismo, contro il greenwashing e per una transizione ecologica realmente giusta.

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L’agenda della COP30

A Belém si discuteranno e valuteranno gli NDCs, i nuovi impegni climatici nazionali che stabiliscono gli obiettivi di riduzione delle emissioni di ogni paese. Accanto alla mitigazione, l’adattamento sarà uno dei temi centrali attraverso il Global Goal on Adaptation (GGA) e i nuovi Piani nazionali di adattamento. Un altro capitolo chiave sarà quello della finanza per il clima. Tra i punti principali il nuovo obiettivo di finanziamento (NCQG), che punta ad aumentare il sostegno ai Paesi in via di sviluppo da 100 a 300 miliardi di dollari l’anno, e la Roadmap Baku-Belém, che traccia un percorso per mobilitare almeno 1.300 miliardi di dollari l’anno entro il 2035.

Temi cruciali, che si scontrano con uno scenario geopolitico ostile, segnato dal negazionismo climatico, dai venti di guerra, dalla corsa al riarmo e dalla violenza istituzionale.  Non è un caso che in gioco a Belém ci sia più che mai la credibilità della diplomazia climatica e la sua capacità di tradurre le intenzioni in impegni concreti.

La Cupula dos povos

La Cúpula dos Povos è il grande incontro dei movimenti sociali e delle comunità che vivono in prima linea la crisi climatica. Nata nel 1992 come risposta critica alle negoziazioni ufficiali, propone un’alternativa fondata su giustizia climatica, sociale e ambientale, solidarietà e saperi ancestrali.

Dal 12 al 16 novembre 2025, in concomitanza con la COP30 di Belém, riunirà popoli indigeni, comunità quilombola e tradizionali, giovani e lavorator? in marce, dibattiti e azioni culturali.

La Cúpula mette al centro vite, diritti e territori, non statistiche: unisce chi costruisce ogni giorno soluzioni reali, dall’agroecologia alla difesa dei beni comuni, per spingere i governi ad adottare politiche di vera giustizia climatica.

Dichiarazione della Cupula Dos Povos

Perché A Sud e CDCA alla COP?

Nelle Cop si riuniscono i governi dei 197 Paesi che hanno ratificato la Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (UNFCCC), firmata a Rio de Janeiro nel 1992. Ma la COP30 non è solo un vertice diplomatico: è il terreno di confronto (e di scontro) tra attori diversi e diverse visioni del mondo. Da una parte il business as usual che trasforma la crisi climatica in profitto, dall’altra movimenti e territori che lottano per giustizia climatica, autodeterminazione e diritti della Natura.
La COP30 si terrà nel cuore dell’Amazzonia, a Belém do Pará, in Brasile. Non è un dettaglio geografico ma una scelta politica: è nel Sud globale che l’ingiustizia climatica colpisce più duramente mentre il Nord globale continua a negoziare emissioni e interessi fossili.
Qui non si decide solo il futuro del clima: si decide chi avrà diritto a un futuro.

Per raccontare cosa c’è in gioco, e come finisce la partita.

Andiamo alla COP per osservare da vicino i negoziati, capire quali equilibri politici e di potere si stanno ridefinendo, e portare la prospettiva dei territori e dei movimenti che chiedono giustizia climatica.
La partecipazione di A Sud e CDCA serve a connettere le lotte locali con quelle globali, rafforzare alleanze internazionali e raccontare – con sguardo indipendente e critico – come la diplomazia climatica sta affrontando, o eludendo, le proprie responsabilità.
Perché solo intrecciando voci e resistenze dal basso possiamo costruire un futuro giusto per tutt?.

Per costruire e rafforzare alleanze internazionali

Svolgere la COP in Brasile è un segnale che conta: significa rimettere al centro chi la crisi climatica la subisce davvero. Andiamo a Belém per stare con i movimenti globali per la giustizia climatica. In America Latina oggi si gioca una partita enorme: conflitti ambientali, estrattivismo, repressione, lotte indigene e popolari che resistono da decenni. Con tante realtà — dalla Colombia alla Bolivia, fino all’Amazzonia — abbiamo già lavorato, fatto campagne, costruito ponti. Lì ritroviamo compagn? con cui condividiamo visioni e pratiche.

Per portare una visione radicale dentro la COP

Sì, probabilmente sarà l’ennesimo flop diplomatico. Ma proprio per questo dobbiamo esserci, per non lasciare quei tavoli alle lobby fossili e ai governi che parlano di transizione mentre trivellano.
Da dentro vedi meglio le dinamiche, le crepe, le possibilità di alleanze e di conflitto.
Andiamo per portare la prospettiva della giustizia climatica e delle lotte dal basso, che legano crisi climatica, razzismo, patriarcato e disuguaglianze. La COP non è un punto d’arrivo: è un passaggio. Il resto si fa fuori, insieme, ogni giorno.


Diario dalla COP30

  • Giorno 12 – 24 novembre 2025
    Belém svela il fallimento della diplomazia climatica, ma apre spiragli: una roadmap anti-fossile e nuove alleanze per la giustizia.
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  • Giorno 11 – 21 novembre 2025
    Penultimo giorno a Belém: incendio in COP30, stalli politici e pressioni crescenti sul BAM e sull’uscita dai fossili.
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  • Giorno 10 – 20 novembre 2025A Belém 85 Paesi spingono per uscire dai fossili, mentre Italia e Polonia frenano. La COP30 è al bivio, il tempo è adesso.
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  • Giorno 9 – 19 novembre 2025
    Belém rilancia la lotta globale ai fossili: la Colombia guida un fronte che vuole uscire davvero dal modello che brucia il pianeta.
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  • Giorno 7 – 17 novembre 2025
    Belem in rivolta: popoli indigeni e movimenti sociali spingono per una COP30 che dica finalmente basta ai fossili.
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  • Giorno 6 – 15 novembre 2025
    Anche quest’anno i dati sulla presenza dei lobbisti Gas&Oil alla conferenza di Belém sono alti: su ogni 25 persone accreditate al vertice, uno è un lobbista dei combustibili fossili, in totale sono oltre 1600.
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  • Giorno 5 – 14 novembre 2025
    Il TFFF entra nella Cupula tra promesse e contraddizioni: fondi incerti, debiti in aumento e movimenti che denunciano l’ennesima falsa soluzione verde.
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  • Giorno 4 – 13 novembre 2025
    A Belém la protesta indigena irrompe nella COP30 e svela le contraddizioni del Brasile fossile. Intanto la Cupula esplode di mobilitazioni globali.
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  • Giorno 3 – 12 novembre 2025
    Adattamento al centro della COP30, ma i fondi restano insufficienti. A Belém arrivano movimenti e comunità indigene: la vera pressione viene dai territori.
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  • Giorno 2 – 11 novembre 2025
    Lula parla di disuguaglianze alla Cop30, ma il Brasile continua a spingere sul fossile. A Belém torna al centro il nodo tra clima e ingiustizia.
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  • Giorno 1 – 10 novembre 2025
    Dalla Cop30 alla Cúpula dos Povos: a Belém si apre la sfida per la giustizia climatica tra responsabilità globali, diritti dei popoli e resistenza dei territori.
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Articoli di approfondimento alla COP30

  • Cosa resta della Cop30, la battaglia per il clima e i diritti è ancora lunga – 24 novembre 2025
    Marica Di Pierri e Laura Greco su Domani – COP30 fallisce su fossili e foreste, ma il Bam e il blocco dei 82 paesi per l’uscita dal fossile aprono spiragli di lotta e nuove alleanze.
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  • Sulla fine dei lavori della COP30 – 24 novembre 2025
    Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Cosa è successo alla 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici? Quali sono le grandi vittorie? Quali le sconfitte?
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  • La tabella della discordia – cos’è successo alla COP30 – 23 novembre 2025
    Laura Greco su Radio24 – COP30 a Belém annuncia impegni su energia, foreste e adattamento, ma senza una vera uscita dal fossile restano promesse vuote da incalzare con lotte dal basso.
    Ascolta su Il Sole 24 ore
  • “A resposta somos nós”. Ma alla COP30 le richieste dei popoli indigeni non fanno breccia – 23 novembre 2025
    Laura Greco su EconomiaCircolare.com – Alla COP30 le voci indigene restano ai margini mentre la foresta corre verso il punto di non ritorno. Senza giustizia, non c’è futuro.
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  • La “Dichiarazione di Belém” e il multilateralismo del phase out dai fossili spinto dal basso – 21 novembre 2025
    Laura Greco su Altreconomia – Da Belém arriva una spinta dal basso per uscire dai fossili: governi e movimenti uniscono le voci per un phase out reale, giusto, globale.
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    • Cop30: senza il Gender action plan ogni azione climatica è limitata – 21 novembre 2025
      Marica Di Pierri e Laura Greco su Valori – Nonostante le ambiziose premesse il Gender action plan ha trovato diversi ostacoli sui tavoli negoziali della Cop30

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  • Alla Cop30 arrivano le storie di migrazioni climatiche – 21 novembre 2025

Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30, in vista delle negoziazioni finali, si parla del fenomeno crescente degli sfollamenti forzati dal cambiamento climatico.
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  • Belém, la foresta degli indigeni si ribella a Lula – 20 novembre 2025
    Laura Greco su Il Manifesto – Le nazionalità dell’Amazzonia denunciano l’inagibilità politica alla Cop e chiedono una mobilitazione internazionale guidata direttamente dai popoli indigeni per proteggere i loro territori e affrontare la crisi climatica alla radice
  • Alla Cop 30 i movimenti si riprendono la scena – 20 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Il Manifesto – Era dalla Cop 26 di Glasgow che non si vedeva così tanta società civile. Accanto al vertice ufficiale, in più di 50 mila hanno animato la «Cupula dos povos» per una svolta vera sul clima e i diritti
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  • COP30, BELÉM | Italiani in mobilitazione – 20 novembre 2025]
    Il Climate Pride in azione alla COP30: l? attivist? chiedono all’Italia una roadmap chiara e ambiziosa per uscire dai fossili.
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  • A Belém torna il protagonismo sociale – 19 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Collettiva – Alla Cop30 movimenti, organizzazioni, popoli e sindacati riacquistano centralità: proposte e campagne dal basso sono arrivate nelle stanze dei negoziati.
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  • Come procede la COP30 in Brasile? Intervista a Laura Greco da Bélem – 19 novembre 2025
    Laura Greco su Scienza e Pace Magazine – COP30 tra repressione, lobby fossili e resistenze indigene: la giustizia climatica la costruiscono i territori, non i negoziati.
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  • Lifegate dalla COP30 – 18 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Lifegate – Dalla COP30 il racconto dell’inedita comunicazione tra dentro e fuori la COP, tra le richieste indigene e l’ambiguo governo di Lula.
    Ascolta su Lifegate
  • Il Fondo per le foreste e la falsa soluzione del biocapitalismo si ripropone alla Cop30 di Belém – 18 novembre 2025
    Laura Greco su Altreconomia – Il Tropical forests forever facility lanciato da Lula è l’ennesimo dispositivo finanziario che viene presentato come innovazione.
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  • Attivismo e giustizia climatica: se il diritto alla protesta diventa un reato – 17 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Valori.it – Alla Cop30 emerge un allarme globale: in molti Paesi il diritto alla protesta viene represso e l’attivismo ambientale è sempre più criminalizzato
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  • Alla Cop30 di Belèm il fondo per l’adattamento resta senza fondi – 17 novembre 2025]
    Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30 fallisce, per il terzo anno di fila, l’obiettivo di raccolta minima per finanziare l’adattamento dei Paesi del Sud globale.
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  • Massiccia partecipazione popolare a Belém – 16 novebre 2025
    Marica Di Pierri su L’aria Che Respiri – Alla Cúpula dos Povos tantissime voci per reclamare la fine dei combustibili fossili e una giustizia climatica guidata dai popoli, non dalle multinazionali.
    Ascolta su Radio Rai1
  • In diretta da Bele?m – Aggiornamenti sulla prima settimana di COP30 – 15 novembre 2025
    Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – In diretta da Belém, per raccontare in diretta i lavori della 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici. ?Foto di Oliver Ninja e Midia Ninja
    Guarda la diretta
  • Cop30: chi difende i combustibili fossili dentro i negoziati sul clima – 14 novembre 2025
    Marica Di Pierri per Altreconomia – Alla Cop30 un lobbista fossile ogni 25 delegat?: il vertice che dovrebbe chiudere l’era fossile continua a farsela scrivere da chi la profitta.
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  • Giustizia climatica, questa dimenticata – 13 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Il Manifesto – Il legame tra clima e disuguaglianze è ormai assodato. Ma dopo 30 anni di conferenze, i ricchi continuano a fare grandi affari con i fossili.
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  • L’adattamento secondo la COP30: “Adattarsi è sopravvivere” – 13 novembre 2025
    Marica Di Pierri per EconomiaCircolare.com – COP30 punta a rendere operativo il Global Goal on Adaptation, tra governance multilivello, indicatori, fondi insufficienti e necessità di giustizia climatica.
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  • La Cop30 in Brasile e le politiche industriali green – 11 novembre 2025
    Marica Di Pierri per Tutta La Città Ne Parla, Radio3 – È iniziata la Cop30 a Belém, 10 giorni in cui si discuterà su come trovare una via d’uscita alla deriva del cambiamento climatico nonostante le difficoltà politiche che ci circondano.
    Ascolta l’episodio
  • Road to Belém – 7 novembre 2025Marica Di Pierri per Valori.it – Verso la Cop30 di Belém, cosa aspettarci dal più importante appuntamento per salvare il clima della Terra? Diretta con Marica Di Pierri, Luca Lombroso, Giovanni Mori e Lorenzo Tecleme.
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  • Da Parigi a Belém, i conti che non tornano – 6 novembre 2025
    Marica Di Pierri per Il Manifesto – Tra tensioni e fragili compromessi, i preparativi alla vigilia della Conferenza Onu. A che punto sono gli impegni nazionali di riduzione e i piani di adattamento dei singoli Paesi.
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  • A Sud a Belém alla Cop30 – 6 novembre 2025
    A Sud seguirà negoziati e mobilitazioni dalla COP30 di Belém, amplificando le voci dei movimenti per giustizia climatica e sociale.
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  • A Sud aderisce alla Global Call to Action della Cúpula dos Povos  – 5 settembre 2025
    Il 15 novembre scendiamo in piazza: basta disuguaglianze e razzismo ambientale, vogliamo giustizia climatica e un mondo dove la vita sia al centro.
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  • Vertice dei Popoli Verso la COP30: Manifesto Politico – 13 giugno 2025
    A Sud aderisce al Manifesto dei Popoli verso la COP30: un appello globale per giustizia climatica, anticapitalismo e democrazia dal basso.
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Racconteremo le negoziazioni

Per spiegare cosa accade davvero alla COP30, come si muovono i governi e quali interessi guidano le scelte sulla crisi climatica. Vi offriremo una copertura quotidiana per raccontarvi con le nostre parole e con uno sguardo critico, indipendente e radicale, vicino ai movimenti il dentro e fuori la Cop

Sveleremo le contraddizioni

Tra le promesse ufficiali e la realtà, mostrando lo scontro continuo tra lobby fossili e popoli che difendono la vita e i territori. Denunceremo le responsabilità smascherando la falsa transizione energetica e chi continua a inquinare mentre parla di sostenibilità con greenwashing e false soluzioni

Daremo voce alle comunità

Portando le loro storie, le lotte quotidiane e le alternative concrete alla devastazione ambientale, contro colonialismo ed estrazione. Ci collegheremo con l’Italia per connettere istanze e battaglie


INFO E CONTATTI

Per contatti e interviste con la delegazione:

Marica Di Pierri
maricadipierri@asud.net
55 21 967071220

Laura Greco
lauragreco@asud.net
+55 21 997673184

Tanzania accused of backtracking over sale of Masai’s ancestral land

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Tanzania accused of backtracking over sale of Masai’s ancestral land

Masai told to leave historic homeland by end of the year so it can become a hunting reserve for the Dubai royal family by {David Smith} on [The Guardian] The Tanzanian government has been accused of going back on a deal not to sell Maasai land bordering the Serengeti national park. Tanzania has been accused of reneging on its promise to 40,000 Masai pastoralists by going ahead with plans to evict them and turn their ancestral land into a reserve for the royal family of Dubai to hunt big game. Activists celebrated last year when the government said it had backed down over a proposed 1,500 sq km “wildlife corridor” bordering the Serengeti national park that would serve a commercial hunting and safari company based in the United Arab Emirates. Now the deal appears to be back on and the Masai have been ordered to quit their traditional lands by the end of the year. Masai representatives will meet the prime minister, Mizengo Pinda, in Dodoma on Tuesday to express their anger. They insist the sale of the land would rob them of their heritage and directly or indirectly affect the livelihoods of 80,000 people. The area is crucial for grazing livestock on which the nomadic Masai depend. Unlike last year, the government is offering compensation of 1 billion shillings (£369,350), not to be paid directly but to be channelled into socio-economic development projects. The Masai have dismissed the offer. “I feel betrayed,” said Samwel Nangiria, co-ordinator of the local Ngonett civil society group. “One billion is very little and you cannot compare that with land. It’s inherited. Their mothers and grandmothers are buried in that land. There’s nothing you can compare with it.” Nangiria said he believes the government never truly intended to abandon the scheme in the Loliondo district but was wary of global attention. “They had to pretend they were dropping the agenda to fool the international press.” He said it had proved difficult to contact the Ortelo Business Corporation (OBC), a luxury safari company set up by a UAE official close to the royal family. The OBC has operated in Loliondo for more than 20 years with clients reportedly including Prince Andrew. Activists opposing the hunting reserve have been killed by police in the past two years, according to Nangiria, who says he has received threatening calls and text messages. “For me it is dangerous on a personal level. They said: ‘We discovered you are the mastermind, you want to stop the government using the land’. Another said: ‘You have decided to shorten your life. The hands of the government are too long. Put your family ahead of the Masai.’” Nangiria is undeterred. “I will fight for my community. I’m more energetic than I was. The Masai would like to ask the prime minister about the promise. What happened to the promise? Was it a one-year promise or forever? Perhaps he should put the promise in writing.” This will be the last time the Masai settle for talks, he added, before pursuing other methods including a court injunction. They could also be an influential voting bloc in next year’s elections. An international campaign against the hunting reserve was led last year by the online activism site Avaaz.org, whose Stop the Serengeti Sell-off petition attracted more...

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Nutrire il pianeta: senza OGM da Nord A Sud

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Nutrire il pianeta: senza OGM da Nord A Sud

I danni inflitti alle popolazioni e ai territori dall’uso sempre più esteso degli OGM sono evidenti: dall’inquinamento della terra alla siccità, dai cambiamenti climatici alle problematiche relative alla sicurezza alimentare di Sara Fidanza per A Sud Rispetto all’uso degli OGM durante questi mesi nell’ambito delle negoziazioni sul TTIP, l’accordo commerciale UE-USA per la creazione di quella che sarebbe la più grande area al mondo di libero scambio, si sta cercando di aggirare l’applicazione del “principio di precauzione” (PP), attraverso il quale, in Europa, era stato possibile opporsi alla commercializzazione degli OGM in assenza di certezze scientifiche circa i potenziali effetti negativi sulla salute. Negli Stati Uniti, invece, in base all’applicazione del principio di “equivalenza sostanziale” (ES), la commercializzazione dei cibi transgenici è consentita laddove venga dimostrato che i valori riguardanti le qualità organolettiche dell’alimento transgenico siano equivalenti a quelli dello stesso tipo di alimento non modificato già presente sul mercato. Difendendo il TTIP, la Commissione europea sostiene che la modifica delle leggi che riguardano gli OGM non rientra nei negoziati e quindi gli Stati non saranno costretti a modificare le loro normative. Al di là di queste dichiarazioni la verità è che ci saranno sempre più OGM in circolazione perché l’armonizzazione delle normative europee ed americane in materia alimentare si tradurrà appunto nell’abbattimento delle barriere c.d “non tariffarie”. Ma dobbiamo fare attenzione: il contenuto del TTIP è uno dei segreti meglio custoditi dell’Ue: non hanno ottenuto informazioni neanche i parlamentari europei e quindi nessuno è in grado di dire quali cibi arriveranno in Europa dopo l’entrata in vigore del trattato. Il commissario europeo all’Agricoltura, il rumeno Dacian Ciolos, ha dichiarato che il TTIP non dovrà in nessun caso aprire le porte dell’Ue ai cibi Ogm ma l’agenzia di stampa Reuters ha riportato la risposta del segretario statunitense all’Agricoltura, Tom Vilsack a Ciolos: due pugni battuti sul tavolo durante un incontro a Bruxelles. L’americano ha sostenuto infatti che dalle trattative sul TTIP dovranno essere spazzate via tutte le barriere “non scientifiche”. Traduzione: poiché le agenzie statunitensi Fda ed Epa, con competenze in materia alimentare e ambientale, garantiscono scientificamente l’assenza di rischi per i prodotti OGM e i loro pareri sono determinanti nella normativa Usa su cibo e agricoltura, l’Unione Europea dovrà adeguarsi. O “armonizzarsi”, come ha sostenuto Vilsacks. Il segretario statunitense ha ribadito che l’Ue dovrà “ripensare” al suo NO alla carne di animali che hanno ricevuto trattamenti ormonali o ai polli lavati con candeggina: questi trattamenti servono a ridurre gli agenti patogeni; allo stesso modo non sarebbe una soluzione né libera né soddisfacente decidere che una parte della carne U.S.A importata in Europa debba provenire da animali che non abbiano subito trattamenti ormonali. Anche di dichiarare la presenza di OGM sulle etichette dei cibi, come vorrebbe l’Unione Europea, non se ne parla. Vilsack dal suo punto di vista ha affermato che etichette del genere indurrebbero i consumatori a credere che la presenza di Ogm possa costituire un problema e ha suggerito che si potrebbe aggirare l’ostacolo con un’app: prima di acquistare il cibo si potrebbe passare il telefonino sul codice a barre per vedere se contiene o meno OGM. Anche l’ambasciatore americano in Italia Gardner, ha dichiarato in un convegno che se l’Europa non avanzerà un ambizioso programma in agricoltura, cedendo così rispetto all’ingresso sul mercato degli OGM, è...

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How saving West African forests might have prevented the Ebola epidemic

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How saving West African forests might have prevented the Ebola epidemic

Deforestation has destroyed much of the region’s habitat for fruit bats – and put these Ebola carriers into greater contact with people [the guardian] The world now knows in great detail how Thomas Eric Duncan, a man who just a few weeks ago showed admirable compassion for a sick, pregnant neighbor in Liberia, has become the first person to come down with Ebola in the United States. What is less well known is how the virus came to West Africa to infect Duncan’s neighbor. Knowing and acting on that story is absolutely critical if we hope to contain future outbreaks of Ebola and other scary diseases before they turn into global headlines. The Ebola epidemic in West Africa may have surprised most of the medical establishment – this is the first such outbreak in the region – but the risk had been steadily rising for at least a decade. The risk had grown so high, in fact, that this outbreak was almost inevitable and very possibly predictable. All that was needed was to see the danger was a bat’s eye view of the region. Once blanketed with forests, West Africa has been skinned alive over the last decade. Guinea’s rainforests have been reduced by 80%, while Liberia has sold logging rights to over half its forests. Within the next few years Sierra Leone is on track to be completely deforested. This matters because those forests were habitat for fruit bats, Ebola’s reservoir host. With their homes cut down around them, the bats are concentrating into the remnants of their once-abundant habitat. At the same time, mining has become big business in the region, employing thousands of workers who regularly travel into bat territory to get to the mines. The result: virus, bats and people have had more opportunities to meet. Fruit bats carry the Ebola virus, but generally don’t die from it. The virus could easily have migrated from Central to West Africa inside them in much the same way that birds spread West Nile virus across North America: passing it among flocks during seasonal migrations. Although bats have long been on the menu in West Africa, there are other transmission routes for the virus besides bushmeat. It is conceivable the two-year-old boy in Guinea thought to be the first case in this outbreak was infected after eating bat-contaminated fruit. This mode of transmission may also explain how the disease gets into wild gorilla populations. The bottom line is that there is no public health without environmental health. Deforestation didn’t cause this Ebola epidemic, but did make it much more likely. The region’s legacy of war and poverty, its beleaguered health care systems, and a series of bureaucratic fumbles fanned a small and isolated outbreak into a full-blown epidemic fire, which has already killed more people than all previous 25 known Ebola outbreaks put together. It is shocking to realize that a tiny virus with just a handful of genes can fracture families, shred communities, destroy national economies and destabilize whole regions in just a matter of months. But this is what are witnessing with Ebola. Even as global efforts intensify to quash the outbreak in West Africa, let’s not lose sight of what we can learn in this most sobering of teachable moments: we must give environmental science...

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Botswana President shamed by Bushman protest at election rally

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Botswana President shamed by Bushman protest at election rally

Botswana’s President Ian Khama was met with protests during an election rally at a Bushman eviction camp last Saturday, over government attempts to starve the Bushmen off their ancestral land in the Central Kalahari Game Reserve. on[ Survival International] Kalahari Bushmen demanded that their right to hunt to feed their families be recognized. They brandished slogans reading “Hunters Not Poachers” and “Bushmen are the best conservationists.” The Presidency of Ian Khama – who sits on the board of U.S. environmental organization Conservation International – has been marred by controversy over his attempts to force the Bushmen out of the reserve in the name of conservation, while allowing fracking exploration and a diamond mine to go ahead on their land. During his visit to “New Xade” eviction camp, Khama failed to address any issues currently affecting the Bushmen, such as the government’s refusal to allow the Bushmen to hunt inside the reserve; the requirement for Bushmen to apply for restrictive permits to enter the reserve; and the recent opening of a diamond mine on Bushman land. Despite an historic High Court ruling in 2006 which upheld the Bushmen’s right to live, and hunt, inside the reserve, the government issued a blanket ban on hunting earlier this year. The Bushmen are better at looking after their environment than anyone else. But they are accused of “poaching” because they hunt their food and face harassment, torture and arrest, while fee-paying big-game hunters are encouraged. Bushman eviction camps like New Xade have been called “places of death” by the Bushmen. Forced to live a sedentary lifestyle, the previously semi-nomadic hunter-gatherers face high levels of alcoholism and AIDS, as reported by the BBC in January 2014. Stephen Corry, Director of Survival International, the global movement for tribal peoples’ rights, said today, “The Central Kalahari Game Reserve was created as a ‘place of sanctuary’ for the Bushmen to live and hunt in. Yet not a single conservation organization stood up for the Bushmen’s human rights when they were illegally evicted in the name of ‘conservation’. They have similarly turned a blind eye to the diamond mining and fracking exploration President Khama encourages on Bushman land. Conservation International has even elevated Khama – the man responsible for the tribes’ continued persecution – to its board of directors, shamefully ignoring his atrocious human rights...

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Chevron | Watson, criminale d’impresa internazionale

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Chevron | Watson, criminale d’impresa internazionale

John Watson, amministratore delegato della Chevron, criminale d’impresa internazionale Inoltriamo la notizia della presentazione il 23 ottobre presso la Corte Penale Internazionale di una domanda di apertura di un caso contro l’amministratore de la Chevron Texaco John Watson per il caso di contaminazione petrolifera nella foresta Amazzonica ecuadoriana. Una domanda preparata dall’avvocato Pablo Fajardo, l’avvocato capo del processo contro la Chevron in Ecuador che abbiamo avuto l’onore di ricevere a Roma nel quadro delle attività del progetto EJOLT l’anno scorso, insieme a l’avvocato Argentino Eduardo Bernabé Toledo, collega del procuratore Argentino Gustavo Gomez che è stato con noi numerose volte qui a Roma. Una domanda importante in quanto prova a portare a livello di giustizia penale internazionale un caso diventato storico ma che ancora non riesce a ricevere giustizia, sfidando i limiti e l’attenzione fino ad oggi data a situazioni di crimine ambientale dal diritto penale internazionale. * * * di {Nick Meynen} su [Ejolt]- Pablo Fajardo, avvocato dei 30.000 ecuadoriani vittime dei disastri ambientali causati dalla Texaco in Amazzonia, ha presentato il 23 ottobre scorso una denuncia presso la Corte Penale Internazionale (TPI-ICC International Criminal Court) dell’Aja. Questa la nuova linea, in quello che viene probabilmente considerato il conflitto legale più complesso di tutti i tempi, l’accusa di crimini contro l’umanità contro due dirigenti della Chevron: John Watson (amministratore delegato) e Hewitt Pate (vicepresidente). Chevron ha acquistato la Texaco nel 2000 e fino ad ora è riuscita ad evitare l’attuazione della sentenza definitiva che la obbliga a pagare 9,5 miliardi di dollari alle vittime. Denunciando i due maggiori rappresentanti della Chevron alla Corte Penale Internazionale gli avvocati compiono un grande passo: fanno in modo che la responsabilità ricada su persone fisiche. Chi conosce la storia di questa battaglia legale sa bene il perché di questa scelta. Il caso è stato sollevato nel 1993 e dopo numerose battaglie legali, la decisione finale è stata presa dalla Corte Suprema in Ecuador – il Paese dove Chevron voleva essere giudicata. La multinazionale petrolifera ha combattuto una lunga battaglia legale a New York chiedendo che il giudizio venisse emesso dal tribunale ecuadoriano. Alla fine ha ottenuto la possibilità di trasferire il caso in Ecuador, dopo la promessa di rispettare la decisione del tribunale. Era questa la condizione per poter spostare il caso dalla corte federale degli Stati Uniti alla nazione del Sud America. Ad ogni modo, nonostante la sentenza finale della Corte Suprema in Ecuador, Chevron non ha ancora pagato i 9,5 miliardi di dollari per il risarcimento dei danni. Lo sversamento di rifiuti tossici nelle acque ecuadoriane ha causato la morte per cancro di milioni di persone. Le migliaia di sopravvissuti si sono rivolte alle Corti di Giustizia dei paesi esteri in cui Chevron detiene asset. Il caso è stato portato nelle aule dei tribunali di Brasile, Argentina e Canada, dove è tuttora aperto. Tuttavia, l’esercito di 2000 professionisti legali – sì, 2000 – arruolati da Chevron è finora riuscito a evitare qualsiasi applicazione del provvedimento giudiziario. Da tempo, la compagnia petrolifera statunitense cerca di portare la battaglia fuori dalla corte e diritta nelle vite delle persone che difendono le vittime. Chevron ricorre a spie per seguire i legali degli ecuadoriani e delle loro famiglie. Paga hackers per sabotare i siti web dove vengono condivise le informazioni sul caso. Apre casi...

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Belarus Free Theater e Stop TTIP dicono no al fracking

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Belarus Free Theater e Stop TTIP dicono no al fracking

Un drappo rosso di 400 metri è stato disteso dagli attivisti. Simboleggiava la linea da non oltrepassare nell’utilizzo delle risorse. Il 22 ottobre a Roma è andato in scena un flash mob anti fracking, promosso dalla compagnia teatrale venuta in Italia per uno spettacolo al teatro Vascello di {Francesco Paniè} su [www.rinnovabili.it] Una linea rossa da non varcare: la linea di confine tra il lecito e l’illecito, tra il rispetto dei diritti e la loro violazione. Tra il rispetto dell’ambiente e il suo sfruttamento con il fracking. Era questo il significato di quel telo rosso fuoco, steso per 400 metri da un centinaio di attivisti durante il flashmob di ieri sera a Roma. La manifestazione-lampo è nata grazie all’arrivo in Italia del Belarus Free Theatre, una compagnia di attori itineranti bielorussi che racconta – dentro e fuori dal teatro – i temi sociali e ambientali. Vi hanno preso parte anche gli attivisti di No Fracking Italia, l’associazione A Sud e la campagna Stop TTIP Italia. «Roma ci ha invitati e noi abbiamo risposto – spiega Julia Farrington, Events Manager dei Belarus e produttrice artistica associata di Index on Censorship, organizzazione internazionale per la libertà di espressione – Non siamo un’organizzazione ambientalista, siamo attori, non possiamo fare il loro lavoro. Tuttavia, questi temi non vogliamo raccontarli soltanto sul palco. Ecco perché, dovunque andiamo, cerchiamo di abbinare allo spettacolo teatrale un evento di piazza, unendoci alle campagne locali in difesa dell’ambiente e dei diritti civili. È un modo di portare il nostro messaggio fuori dai luoghi dell’arte performativa e dare un contributo alle istanze delle comunità locali». Tra le lotte promosse e sostenute dalla compagnia bielorussa, c’è anche quella contro i sistemi di produzione energetica invasivi e pericolosi. I Belarus, fuggiti dal loro Paese perché a rischio prigione con la dittatura di Lukashenko, ci hanno costruito sopra la Red Forest Campaign. Il nome rievoca il disastro di Chernobyl, che nel 1986 ha investito il 90% del territorio bielorusso, colorando di rosso le foreste. La Red Forest Campaign è nata per opporsi alla costruzione di un nuovo impianto nucleare a Ostrovets, al confine con la Lituania e con l’area Ue. Il progetto sta andando avanti, violando molte norme ambientali in vigore nell’Unione, ma è sostenuto dal dittatore, che bolla come “nemici dello stato” tutti coloro che si oppongono alla costruzione del nuovo impianto. Fuggiti dal patrio suolo, tuttavia, nel corso degli anni i Belarus hanno ottenuto l’appoggio di grandi personalità del teatro e della vita pubblica internazionale, come Vaclav Havel, Mick Jagger, Arthur Kopit, Mark Ravenhill, Tom Stoppard, Jude Law, Kevin Spacey e il premio Nobel Harold Pinter. «Il fracking minaccia le nostre provviste d’acqua – dichiara la compagnia – In molti paesi la legge potrebbe permettere alle aziende energetiche che utilizzano questo sistema di trivellare anche sotto i terreni privati – perfino nel vostro cortile». In realtà tutto questo avviene già: in Inghilterra infatti il governo ha deciso di permettere il fracking sotto le case, rimuovendo il limite di 300 metri in vigore fino a pochi giorni fa. L’Italia ne ha proibito la pratica, con un iter legislativo ancora in bilico: manca ancora un passaggio parlamentare, infatti, per rendere effettivo il divieto di fratturazione idraulica del nostro suolo. Avrà successo? È da vedere, dato che si sta delineando un quadro internazionale...

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Designed to fail … and the solutions

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Designed to fail … and the solutions

While violent conflicts over rare metals used in our phones and laptops continue and e-waste keeps piling up, engineers break their heads over new ways to ensure that products die quicker. By {Nick Meynen} on [Ejolt It takes 244 kg of fossil fuel, 21,8 kg of chemicals and 1.5 tons of water to manufacture one computer and monitor. Carsten Wachholz, product policy officer from the European Environmental Bureau: “To offset the energy consumed to manufacture a laptop, it must be used for more than 20 years, even with a 20-30% efficiency improvement rate over that time”. The opposite is happening: computers made in 2010 have a [10% shorter->http://future.arte.tv/fr/la-tragedie-electronique] lifespan than those made in 2000[1]. The same goes up for cell phones, iPods and so on. Unsurprisingly, the amount of e-waste created in the world keeps rising exponentially, to over [50 million tons of e-waste, annually->http://future.arte.tv/fr/la-tragedie-electronique]. The idea of planned obsolescence started with light bulbs, nylon socks and cars but it has now moved to all electronic devices, textbooks, washing machines, microwaves, software and almost every product that can possibly break or become ‘old-fashioned’. Engineers are asked to make sure that things go to the dump faster so you need to buy a new one quicker. This makes lots of money for the companies, but it has some nasty side-effects: increasing material and energy consumption on a planet with shrinking stocks and increasing waste. These are major drivers behind environmental injustices, which we have carefully mapped over the last three years of research. So let’s take a closer look at this source of so many evils and on how to stop it. “Designed to Fail”: a brief history When one looks up the definition of “Planned Obsolescence” in Wikipedia, it scratches on the surface: “The rationale behind the strategy is … reducing the time between repeat purchases … There is an information asymmetry between the producer – who knows how long the product was designed to last – and the consumer, who does not.” In plain English: producers fool consumers while hoping to see them again sooner and sooner. A good starting point to find out more is to watch The Light Bulb Conspiracy. This award-winning documentary traces the story of planned obsolescence. In the 1920s, light bulbs lasted 2500 hours on average, but by 1940 the average had become 1000. Official documents showed in the documentary found that a secret cartel from the 3 biggest producers at the time agreed that no light bulb should last longer than 1000 hours and members would have to pay fines to the cartel based on how much over this limit their light bulbs lasted. In 1932 Bernard London wrote “Ending the Depression Through Planned Obsolescence.” He wanted the government to make planned obsolescence on consumer articles compulsory by law, to stimulate and perpetuate consumption. But why make it public and enforce it by law when companies do it secretly – thus avoiding the difficult public explanation of why it is needed to make things less good? When Dupont invented Nylon socks in 1940, tests were made on the wives and daughters of the engineers who made them. They didn’t show any signs of developing ladders. That was a bad business model. So Dupont’s engineers were ordered to make them less strong. In...

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Canada’s real international shame — and it’s not Ford: Burman

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Canada’s real international shame — and it’s not Ford: Burman

When will this horrid scandal end? Can someone please turn the channel? Shamed on the world stage and ridiculed by many, Canada has been exposed in recent days as a country with political leadership that is greedy, self-indulgent, incompetent and dismissive of our children, as well as woefully captive of special interests. by {Tony Burman} on [tarsandssolutions And I’m not referring to Rob Ford. His 15 seconds of fame — as “The Crack-smoking Mayor Who Knocked Down Granny,” as London’s tabloids described him — will end one day. Just keep breathing deeply. I mean, in tabloid terms, another story: “The Short-Sighted Canadian Government That Robbed Our Children.” And, sadly, its legacy may never end. What makes it worse is that this comes at a time when the government of Stephen Harper faces criticism for blackening Canada’s reputation in foreign policy in other areas as weAlthough it hasn’t received the media attention of the Ford soap opera, Canada in the past week has been the target of unprecedented international condemnation as one of the world’s worst polluters. These reports have coincided with a major UN climate change conference in Warsaw, Poland. One after another, accusations have been directed at the Harper government for being an international deadbeat when it comes to climate change and the environment. The Washington-based Center for Global Development ranked Canada dead last among the 27 wealthy nations it assessed in terms of environmental protection. Every other country has made progress except Canada, according to the group. A report issued this week by the Europe-based Germanwatch and Climate Action Network placed Canada at the bottom of an international list of countries in tackling greenhouse-gas emissions, ahead of only Iran, Kazakhstan and Saudi Arabia. By any measurement, this is not how most Canadians want their country to be seen internationally in an area so crucial to Canada as the environment. This challenges the conventional wisdom — often reflected in current political debate and media coverage — that Canadians have tired of the environment and climate change as public policy issues. According to a new survey released last Monday, Canadians increasingly believe — six in 10 — that climate change is real and caused by human activity, which is the highest level since 2007. But they are losing faith in government to address the issue. The survey was conducted by the Environics Institute for Survey Research and the David Suzuki Foundation. Read the rest of the article here by Tony Burman, Toronto Star, November 23rd...

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Biogas Marche | Vincono i cittadini!

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Biogas Marche | Vincono i cittadini!

Il Consiglio di Stato dà ragione definitivamente ai cittadini ed ai territori di {Coordinamento regionale di Comitati a tutela dell’Ambiente, della Salute e del Territorio, aderente al Coordinamento Nazionale Terre Nostre} su [Terre Nostre Marche ] Con le sentenze del 22 settembre 2014, N° 04729/2014, N° 04727/2014, N° 04730/2014 riferiti agli impianti a biogas rispettivamente di Osimo, Camerata Picena e Corridonia, i giudici hanno disposto e confermato l’annullamento delle relative autorizzazioni degli impianti, comprovando tutte le tesi che sosteniamo da due anni, ribadite in manifestazioni, assemblee pubbliche, nelle azioni legali e negli atti stragiudiziali di diffida che abbiamo depositato in Regione, nei comuni ed in tutte le sedi di magistratura. Sono illegittime quindi le autorizzazioni rilasciate senza la preventiva sottoposizione a screening di VIA ed escluse da tale procedura sulla base della sola soglia dimensionale (potenza degli impianti). Non solo. Come avevamo chiaramente evidenziato nelle nostre diffide ed osservazioni, oggi il Consiglio di Stato ha confermato che “{Ogni normativa contrastante con la normativa comunitaria in materia ambientale che impone la V.I.A. quale provvedimento volto a valutare la compatibilità degli insediamenti produttivi con le esigenze di tutela dell’ecosistema doveva pertanto essere disapplicata}”. Ogni legge interna (statale o regionale) in contrasto con la direttiva comunitaria, andava cioè disapplicata dagli enti e dai soggetti preposti (funzionari e/o amministratori). Di questo obbligo, già palese nelle normative e in consolidata giurisprudenza nazionale e comunitaria, avevamo reso pienamente edotti fin dal settembre 2012 con i nostri atti depositati sia i funzionari sia gli amministratori della Regione Marche. Tale evidenza, oggi confermata senza possibilità di dubbi interpretativi, è stata invece ignorata, con il proseguimento degli iter e l’ emanazione dei decreti autorizzativi degli impianti. Questo passaggio nelle sentenza di oggi, inoltre, spazza via anche la “foglia di fico” politica con cui il Presidente Spacca assieme a tutto il coro pro “biogas alla marchigiana” succedutosi in questi anni si sono nascosti, ovvero il tentativo di giustificare la Legge Regionale 3/2012, la relativa illegittima esclusione dagli screening di VIA e tutte le seguenti condotte della Regione Marche con il fatto che il contrasto con la direttiva comunitaria derivi da una difformità fra questa e la vigente legge nazionale (Dlgs 152/2006). Il giudice ha chiarito come le norme in contrasto con quelle europee dovevano comunque essere disapplicate e, conseguentemente, che andava applicata direttamente la Direttiva Comunitaria, come abbiamo ripetuto e ribadito per anni in ogni sede. Oggi è un giorno importante non solo per chi in questi due anni ha speso tanti soldi e fatto tantissimi sacrifici per organizzare manifestazioni e convegni, per presentare i ricorsi e le azioni legali a tutela dei propri diritti messi a rischio da impianti autorizzati in maniera illegittima, non solo per i sindaci che a fianco dei cittadini hanno dovuto impiegare migliaia di euro per difendersi da una Regione sorda a qualsiasi fondata richiesta, magari togliendo risorse ai servizi, alla manutenzione delle strade, delle scuole, del verde pubblico… E’ un giorno di vittoria di tutti i marchigiani contro l’ arroganza politica del Potere, contro politici, politicanti e compagnia cantando che per anni si sono arrampicati sugli specchi negando l’evidenza. Questi personaggi sono stati per l’ennesima volta sconfitti e smentiti dai tribunali, battuti dai territori e dai cittadini che, a mani nude, hanno saputo portare avanti questa battaglia a difesa della Salute, dell’ Ambiente,...

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L’Europa apre le porte al petrolio sporco del Canada

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L’Europa apre le porte al petrolio sporco del Canada

L’Unione europea si appresta ad aprire le porte all’importazione del petrolio più «sporco» del mondo, quello che il Canada estrae dalle sabbie...

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