Dal 10 al 21 novembre 2025 saremo a Belém, in Brasile, per partecipare come osservatori alla 30° Conferenza delle Nazioni Unite sul Clima. Racconteremo quanto avviene dentro e fuori le negoziazioni, porteremo e raccoglieremo le voci dei territori in lotta contro l’estrattivismo, contro il greenwashing e per una transizione ecologica realmente giusta.
Iscriviti al bollettino Sostieni il nostro lavoroL’agenda della COP30
A Belém si discuteranno e valuteranno gli NDCs, i nuovi impegni climatici nazionali che stabiliscono gli obiettivi di riduzione delle emissioni di ogni paese. Accanto alla mitigazione, l’adattamento sarà uno dei temi centrali attraverso il Global Goal on Adaptation (GGA) e i nuovi Piani nazionali di adattamento. Un altro capitolo chiave sarà quello della finanza per il clima. Tra i punti principali il nuovo obiettivo di finanziamento (NCQG), che punta ad aumentare il sostegno ai Paesi in via di sviluppo da 100 a 300 miliardi di dollari l’anno, e la Roadmap Baku-Belém, che traccia un percorso per mobilitare almeno 1.300 miliardi di dollari l’anno entro il 2035.
Temi cruciali, che si scontrano con uno scenario geopolitico ostile, segnato dal negazionismo climatico, dai venti di guerra, dalla corsa al riarmo e dalla violenza istituzionale. Non è un caso che in gioco a Belém ci sia più che mai la credibilità della diplomazia climatica e la sua capacità di tradurre le intenzioni in impegni concreti.
La Cupula dos povos
La Cúpula dos Povos è il grande incontro dei movimenti sociali e delle comunità che vivono in prima linea la crisi climatica. Nata nel 1992 come risposta critica alle negoziazioni ufficiali, propone un’alternativa fondata su giustizia climatica, sociale e ambientale, solidarietà e saperi ancestrali.
Dal 12 al 16 novembre 2025, in concomitanza con la COP30 di Belém, riunirà popoli indigeni, comunità quilombola e tradizionali, giovani e lavorator? in marce, dibattiti e azioni culturali.
La Cúpula mette al centro vite, diritti e territori, non statistiche: unisce chi costruisce ogni giorno soluzioni reali, dall’agroecologia alla difesa dei beni comuni, per spingere i governi ad adottare politiche di vera giustizia climatica.
Dichiarazione della Cupula Dos Povos
Perché A Sud e CDCA alla COP?
Nelle Cop si riuniscono i governi dei 197 Paesi che hanno ratificato la Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (UNFCCC), firmata a Rio de Janeiro nel 1992. Ma la COP30 non è solo un vertice diplomatico: è il terreno di confronto (e di scontro) tra attori diversi e diverse visioni del mondo. Da una parte il business as usual che trasforma la crisi climatica in profitto, dall’altra movimenti e territori che lottano per giustizia climatica, autodeterminazione e diritti della Natura.
La COP30 si terrà nel cuore dell’Amazzonia, a Belém do Pará, in Brasile. Non è un dettaglio geografico ma una scelta politica: è nel Sud globale che l’ingiustizia climatica colpisce più duramente mentre il Nord globale continua a negoziare emissioni e interessi fossili.
Qui non si decide solo il futuro del clima: si decide chi avrà diritto a un futuro.
Per raccontare cosa c’è in gioco, e come finisce la partita.
Andiamo alla COP per osservare da vicino i negoziati, capire quali equilibri politici e di potere si stanno ridefinendo, e portare la prospettiva dei territori e dei movimenti che chiedono giustizia climatica.
La partecipazione di A Sud e CDCA serve a connettere le lotte locali con quelle globali, rafforzare alleanze internazionali e raccontare – con sguardo indipendente e critico – come la diplomazia climatica sta affrontando, o eludendo, le proprie responsabilità.
Perché solo intrecciando voci e resistenze dal basso possiamo costruire un futuro giusto per tutt?.
Per costruire e rafforzare alleanze internazionali
Svolgere la COP in Brasile è un segnale che conta: significa rimettere al centro chi la crisi climatica la subisce davvero. Andiamo a Belém per stare con i movimenti globali per la giustizia climatica. In America Latina oggi si gioca una partita enorme: conflitti ambientali, estrattivismo, repressione, lotte indigene e popolari che resistono da decenni. Con tante realtà — dalla Colombia alla Bolivia, fino all’Amazzonia — abbiamo già lavorato, fatto campagne, costruito ponti. Lì ritroviamo compagn? con cui condividiamo visioni e pratiche.
Per portare una visione radicale dentro la COP
Sì, probabilmente sarà l’ennesimo flop diplomatico. Ma proprio per questo dobbiamo esserci, per non lasciare quei tavoli alle lobby fossili e ai governi che parlano di transizione mentre trivellano.
Da dentro vedi meglio le dinamiche, le crepe, le possibilità di alleanze e di conflitto.
Andiamo per portare la prospettiva della giustizia climatica e delle lotte dal basso, che legano crisi climatica, razzismo, patriarcato e disuguaglianze. La COP non è un punto d’arrivo: è un passaggio. Il resto si fa fuori, insieme, ogni giorno.
Diario dalla COP30
- Giorno 12 – 24 novembre 2025
Belém svela il fallimento della diplomazia climatica, ma apre spiragli: una roadmap anti-fossile e nuove alleanze per la giustizia.
Leggi l’articolo / Ascolta su Scanner
- Giorno 11 – 21 novembre 2025
Penultimo giorno a Belém: incendio in COP30, stalli politici e pressioni crescenti sul BAM e sull’uscita dai fossili.
Leggi l’articolo
- Giorno 10 – 20 novembre 2025A Belém 85 Paesi spingono per uscire dai fossili, mentre Italia e Polonia frenano. La COP30 è al bivio, il tempo è adesso.
- Leggi l’articolo / Ascolta su Scanner
- Giorno 9 – 19 novembre 2025
Belém rilancia la lotta globale ai fossili: la Colombia guida un fronte che vuole uscire davvero dal modello che brucia il pianeta.
Leggi l’articolo / Ascolta su Scanner
- Giorno 8 – 18 novembre 2025
Alla COP30 la transizione dai combustibili fossili sembra lontana, mentre i fondi dell’adattamento sono sotto il minimo.
Leggi l’articolo / Ascolta su Scanner
- Giorno 7 – 17 novembre 2025
Belem in rivolta: popoli indigeni e movimenti sociali spingono per una COP30 che dica finalmente basta ai fossili.
Leggi l’articolo / Ascolta su Scanner

- Giorno 6 – 15 novembre 2025
Anche quest’anno i dati sulla presenza dei lobbisti Gas&Oil alla conferenza di Belém sono alti: su ogni 25 persone accreditate al vertice, uno è un lobbista dei combustibili fossili, in totale sono oltre 1600.
Leggi l’articolo
- Giorno 5 – 14 novembre 2025
Il TFFF entra nella Cupula tra promesse e contraddizioni: fondi incerti, debiti in aumento e movimenti che denunciano l’ennesima falsa soluzione verde.
Leggi l’articolo / Ascolta su Scanner
- Giorno 4 – 13 novembre 2025
A Belém la protesta indigena irrompe nella COP30 e svela le contraddizioni del Brasile fossile. Intanto la Cupula esplode di mobilitazioni globali.
Leggi l’articolo /Ascolta su Scanner
- Giorno 3 – 12 novembre 2025
Adattamento al centro della COP30, ma i fondi restano insufficienti. A Belém arrivano movimenti e comunità indigene: la vera pressione viene dai territori.
Leggi l’articolo / Ascolta su Scanner
- Giorno 2 – 11 novembre 2025
Lula parla di disuguaglianze alla Cop30, ma il Brasile continua a spingere sul fossile. A Belém torna al centro il nodo tra clima e ingiustizia.
Leggi l’articolo / Ascolta su Scanner
- Giorno 1 – 10 novembre 2025
Dalla Cop30 alla Cúpula dos Povos: a Belém si apre la sfida per la giustizia climatica tra responsabilità globali, diritti dei popoli e resistenza dei territori.
Leggi l’articolo / Ascolta su Scanner
Articoli di approfondimento alla COP30
- Cosa resta della Cop30, la battaglia per il clima e i diritti è ancora lunga – 24 novembre 2025
Marica Di Pierri e Laura Greco su Domani – COP30 fallisce su fossili e foreste, ma il Bam e il blocco dei 82 paesi per l’uscita dal fossile aprono spiragli di lotta e nuove alleanze.
Leggi l’articolo
- Sulla fine dei lavori della COP30 – 24 novembre 2025
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Cosa è successo alla 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici? Quali sono le grandi vittorie? Quali le sconfitte?
Guarda la diretta
- La tabella della discordia – cos’è successo alla COP30 – 23 novembre 2025
Laura Greco su Radio24 – COP30 a Belém annuncia impegni su energia, foreste e adattamento, ma senza una vera uscita dal fossile restano promesse vuote da incalzare con lotte dal basso.
Ascolta su Il Sole 24 ore
- “A resposta somos nós”. Ma alla COP30 le richieste dei popoli indigeni non fanno breccia – 23 novembre 2025
Laura Greco su EconomiaCircolare.com – Alla COP30 le voci indigene restano ai margini mentre la foresta corre verso il punto di non ritorno. Senza giustizia, non c’è futuro.
Leggi l’articolo
- La “Dichiarazione di Belém” e il multilateralismo del phase out dai fossili spinto dal basso – 21 novembre 2025
Laura Greco su Altreconomia – Da Belém arriva una spinta dal basso per uscire dai fossili: governi e movimenti uniscono le voci per un phase out reale, giusto, globale.
Leggi l’articolo
-
- Cop30: senza il Gender action plan ogni azione climatica è limitata – 21 novembre 2025
Marica Di Pierri e Laura Greco su Valori – Nonostante le ambiziose premesse il Gender action plan ha trovato diversi ostacoli sui tavoli negoziali della Cop30
- Cop30: senza il Gender action plan ogni azione climatica è limitata – 21 novembre 2025

- Alla Cop30 arrivano le storie di migrazioni climatiche – 21 novembre 2025
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30, in vista delle negoziazioni finali, si parla del fenomeno crescente degli sfollamenti forzati dal cambiamento climatico.
Leggi l’articolo
- Belém, la foresta degli indigeni si ribella a Lula – 20 novembre 2025
Laura Greco su Il Manifesto – Le nazionalità dell’Amazzonia denunciano l’inagibilità politica alla Cop e chiedono una mobilitazione internazionale guidata direttamente dai popoli indigeni per proteggere i loro territori e affrontare la crisi climatica alla radice
- Alla Cop 30 i movimenti si riprendono la scena – 20 novembre 2025
Marica Di Pierri su Il Manifesto – Era dalla Cop 26 di Glasgow che non si vedeva così tanta società civile. Accanto al vertice ufficiale, in più di 50 mila hanno animato la «Cupula dos povos» per una svolta vera sul clima e i diritti
Leggi l’articolo
- COP30, BELÉM | Italiani in mobilitazione – 20 novembre 2025]
Il Climate Pride in azione alla COP30: l? attivist? chiedono all’Italia una roadmap chiara e ambiziosa per uscire dai fossili.
Leggi il comunicato
- A Belém torna il protagonismo sociale – 19 novembre 2025
Marica Di Pierri su Collettiva – Alla Cop30 movimenti, organizzazioni, popoli e sindacati riacquistano centralità: proposte e campagne dal basso sono arrivate nelle stanze dei negoziati.
Leggi l’articolo
- Come procede la COP30 in Brasile? Intervista a Laura Greco da Bélem – 19 novembre 2025
Laura Greco su Scienza e Pace Magazine – COP30 tra repressione, lobby fossili e resistenze indigene: la giustizia climatica la costruiscono i territori, non i negoziati.
Leggi l’articolo
- Lifegate dalla COP30 – 18 novembre 2025
Marica Di Pierri su Lifegate – Dalla COP30 il racconto dell’inedita comunicazione tra dentro e fuori la COP, tra le richieste indigene e l’ambiguo governo di Lula.
Ascolta su Lifegate
- Il Fondo per le foreste e la falsa soluzione del biocapitalismo si ripropone alla Cop30 di Belém – 18 novembre 2025
Laura Greco su Altreconomia – Il Tropical forests forever facility lanciato da Lula è l’ennesimo dispositivo finanziario che viene presentato come innovazione.
Leggi l’articolo
- Attivismo e giustizia climatica: se il diritto alla protesta diventa un reato – 17 novembre 2025
Marica Di Pierri su Valori.it – Alla Cop30 emerge un allarme globale: in molti Paesi il diritto alla protesta viene represso e l’attivismo ambientale è sempre più criminalizzato
Leggi l’articolo
- Alla Cop30 di Belèm il fondo per l’adattamento resta senza fondi – 17 novembre 2025]
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30 fallisce, per il terzo anno di fila, l’obiettivo di raccolta minima per finanziare l’adattamento dei Paesi del Sud globale.
Leggi l’articolo

- Massiccia partecipazione popolare a Belém – 16 novebre 2025
Marica Di Pierri su L’aria Che Respiri – Alla Cúpula dos Povos tantissime voci per reclamare la fine dei combustibili fossili e una giustizia climatica guidata dai popoli, non dalle multinazionali.
Ascolta su Radio Rai1
- In diretta da Bele?m – Aggiornamenti sulla prima settimana di COP30 – 15 novembre 2025
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – In diretta da Belém, per raccontare in diretta i lavori della 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici. ?Foto di Oliver Ninja e Midia Ninja
Guarda la diretta
- Cop30: chi difende i combustibili fossili dentro i negoziati sul clima – 14 novembre 2025
Marica Di Pierri per Altreconomia – Alla Cop30 un lobbista fossile ogni 25 delegat?: il vertice che dovrebbe chiudere l’era fossile continua a farsela scrivere da chi la profitta.
Leggi l’articolo
- Giustizia climatica, questa dimenticata – 13 novembre 2025
Marica Di Pierri su Il Manifesto – Il legame tra clima e disuguaglianze è ormai assodato. Ma dopo 30 anni di conferenze, i ricchi continuano a fare grandi affari con i fossili.
Leggi l’articolo
- L’adattamento secondo la COP30: “Adattarsi è sopravvivere” – 13 novembre 2025
Marica Di Pierri per EconomiaCircolare.com – COP30 punta a rendere operativo il Global Goal on Adaptation, tra governance multilivello, indicatori, fondi insufficienti e necessità di giustizia climatica.
Leggi l’articolo
- La Cop30 in Brasile e le politiche industriali green – 11 novembre 2025
Marica Di Pierri per Tutta La Città Ne Parla, Radio3 – È iniziata la Cop30 a Belém, 10 giorni in cui si discuterà su come trovare una via d’uscita alla deriva del cambiamento climatico nonostante le difficoltà politiche che ci circondano.
Ascolta l’episodio
- Road to Belém – 7 novembre 2025
Marica Di Pierri per Valori.it – Verso la Cop30 di Belém, cosa aspettarci dal più importante appuntamento per salvare il clima della Terra? Diretta con Marica Di Pierri, Luca Lombroso, Giovanni Mori e Lorenzo Tecleme.
Guarda la diretta
- Da Parigi a Belém, i conti che non tornano – 6 novembre 2025
Marica Di Pierri per Il Manifesto – Tra tensioni e fragili compromessi, i preparativi alla vigilia della Conferenza Onu. A che punto sono gli impegni nazionali di riduzione e i piani di adattamento dei singoli Paesi.
Leggi l’articolo
- A Sud a Belém alla Cop30 – 6 novembre 2025
A Sud seguirà negoziati e mobilitazioni dalla COP30 di Belém, amplificando le voci dei movimenti per giustizia climatica e sociale.
Leggi l’articolo
- A Sud aderisce alla Global Call to Action della Cúpula dos Povos – 5 settembre 2025
Il 15 novembre scendiamo in piazza: basta disuguaglianze e razzismo ambientale, vogliamo giustizia climatica e un mondo dove la vita sia al centro.
Leggi l’articolo
- Vertice dei Popoli Verso la COP30: Manifesto Politico – 13 giugno 2025
A Sud aderisce al Manifesto dei Popoli verso la COP30: un appello globale per giustizia climatica, anticapitalismo e democrazia dal basso.
Leggi l’articolo
Racconteremo le negoziazioni
Per spiegare cosa accade davvero alla COP30, come si muovono i governi e quali interessi guidano le scelte sulla crisi climatica. Vi offriremo una copertura quotidiana per raccontarvi con le nostre parole e con uno sguardo critico, indipendente e radicale, vicino ai movimenti il dentro e fuori la Cop
Sveleremo le contraddizioni
Tra le promesse ufficiali e la realtà, mostrando lo scontro continuo tra lobby fossili e popoli che difendono la vita e i territori. Denunceremo le responsabilità smascherando la falsa transizione energetica e chi continua a inquinare mentre parla di sostenibilità con greenwashing e false soluzioni
Daremo voce alle comunità
Portando le loro storie, le lotte quotidiane e le alternative concrete alla devastazione ambientale, contro colonialismo ed estrazione. Ci collegheremo con l’Italia per connettere istanze e battaglie
INFO E CONTATTI
Per contatti e interviste con la delegazione:
maricadipierri@asud.net
+ 55 21 967071220
Laura Greco
lauragreco@asud.net
+55 21 997673184
Edwin Chota, ucciso l’attivista peruviano che difendeva la Foresta Amazzonica”
L’indigeno stava attraversando il confine per incontrare comunità brasiliane impegnate nella lotta al disboscamento, quando, insieme ad altri tre colleghi, è stato sorpreso da uomini armati di fucile, probabilmente taglialegna o trafficanti di droga, che li hanno ammazzati. Per il suo forte impegno, l’indio era considerato il Chico Mendes del Perù È stato ucciso a colpi di fucile l’1 settembre, insieme ad altri 3 uomini, Edwin Chota, il più popolare attivista peruviano che lottava contro il disboscamento della Foresta Amazzonica e al traffico di droga nei suoi fiumi. L’indigeno era un personaggio molto conosciuto in Perù, un eroe per gli ambientalisti che, in quanto avvocato, lottava anche legalmente contro la corruzione nel suo paese che favoriva i taglialegna, fornendo loro permessi per abbattere alberi e sostituirli con terreni agricoli. Nel paese sono partite le indagini per individuare i responsabili. L’indios Ashaninka, proveniente da una piccola comunità indigena che vive nell’Alto Tamaya, una zona al confine tra Brasile e Perù, aveva iniziato un viaggio con altri 3 attivisti, Jorge Rìos Perez, Leoncio Quinticima Mendez e Francisco Pinedo, attraverso l’immensa area boscosa che avvolge quei territori per raggiungere, in Brasile, altre comunità che combattono contro il disboscamento dell’area. Chota amava la foresta dove era nato e cresciuto e aveva dedicato tutta la sua vita alla salvaguardia di quelle terre. I 4 uomini si sono incontrati con gli altri attivisti brasiliani ma, sulla via del ritorno, si sono imbattuti in un gruppo di persone, probabilmente taglialegna o trafficanti di droga, che li hanno uccisi a colpi di fucile. Le mogli dei 4 uomini, saputo della loro morte, hanno iniziato un viaggio di 3 giorni all’inteno della foresta, fino alla città di Pucallapa, per chiedere giustizia. Risposta immediata da parte del viceministro per gli Affari Culturali peruviano, Patricia Balbuena, che ha assicurato l’apertura di un’indagine per individuare i responsabili di questo duplice omicidio. Chota e i suoi compagni erano dei combattenti solitari, questo perché mai hanno potuto contare su un vero appoggio da parte delle istituzioni. Quelle stesse istituzioni che hanno sottovalutato le numerose minacce di morte ricevute dal leader indigeno e per questo, oggi, vengono attaccate duramente dall’opinione pubblica peruviana. Quelle istituzioni che l’indio aveva combattuto anche dal punto di vista legale, lui che, avvocato, non accettava la corruzione che favoriva i taglialegna dell’Amazzonia e i narcos; e che aveva trasformato la sua amata foresta in un via vai di trafficanti e di uomini armati di motosega. Il suo attivismo doveva fare i conti con un nuovo incremento dell’attività di disboscamento che, tra il 2012 e il 2013, ha conosciuto un nuovo picco. Per questo suo impegno civile e ambientalista era stato spesso paragonato a Chico Mendes, il sindacalista brasiliano che combatteva contro la deforestazione del polmone verde del Sud America e che venne ucciso, a soli 44 anni, per mano di uomini armati dalla mafia dei taglialegna. *Articolo pubblicato su ilfattoquotidiano.it,12 settembre...
read moreIllegal loggers blamed for murder of Peru forest campaigner
Authorities confirm killing of Edwin Chota and three other men, with reports saying they were shot in front of villagers Edwin Chota, an activist against illegal logging, was murdered along with three other men, say Peruvian authorities. Illegal loggers are being blamed for the murder of four Asheninka natives including a prominent anti-logging campaigner, Edwin Chota, near the Peruvian frontier with Brazil. Authorities in Peru have confirmed that Chota, the leader of Alto Tamaya-Saweto, a community in Peru’s Amazon Ucayali region, fought for his people’s right to gain titles to their land and expel illegal loggers who raided their forests on the Brazilian border. He featured in reports by National Geographic and the New York Times that detailed how death threats were made against him and members of his community. “This is a terribly sad outcome. And the saddest part is that it was a foreseen event,” said Julia Urrunaga, Peru director for the Environmental Investigation Agency, an international conservation group. “It was widely known that Edwin Chota and other leaders from the Alto Tamaya-Saweto community were asking for protection from the Peruvian authorities because they were receiving death treats from the illegal loggers operating in their area.” Local leader Reyder Sebastian Quinticuari, the president of Aconamac, an association of Ashaninka communities, told local media that Edwin Chota and his companions were killed on 1 September but the news was delayed due to the remoteness of the location. The circumstances of the deaths are not clear but one local indigenous leader, Robert Guimaraes Vasquez, told a newspaper that illegal loggers bound and shot Chota and companions on the sports field in their village in front of the inhabitants. He said illegal loggers were taking revenge after having been reported to the authorities. The Associated Press said the other slain men were identified by a police official in Pucallpa, the regional capital, as Jorge Rios, who was Chota’s deputy, Leoncio Quincicima and Francisco Pinedo. “Edwin Chota’s widow and other villagers travelled for six days by river to come here to report this crime,” Peru’s vice minister of intercultural affairs, Patricia Balbuena, told the Guardian. She had travelled to the regional capital, Pucallpa, to further investigate the case. “There are no military or police posts in these dangerous border regions and that must change,” she added, indicating police would travel to the scene of the crime as part of the investigation. Henderson Rengifo, a leader with Peru’s largest indigenous federation, Aidesep, called on the Peruvian state to do more protect indigenous people from criminal mafias. “There’s so much corruption in the regional governments that these logging mafias can kill our brothers with impunity,” he told the Guardian. “We must ensure that justice is done and this crime does not go unpunished.” A 2012 World Bank report estimated that as much as 80% of Peru’s logging exports are harvested illegally [PDF] and investigations have revealed that the wood is typically laundered using doctored papers to make it appear legal and ship it out of the country; while a 2012 report by the Environmental Investigation Agency indicated at least 40% of official cedar exports to the US included illegally logged timber. A recent operation conducted by Peruvian customs looked at other timber species and, in three months, stopped the export of a volume...
read moreHundreds Of Thousands Turn Out For People’s Climate March In New York City
NEW YORK — More than 400,000 people turned out for the People’s Climate March in New York City on Sunday, just days before many of the world’s leaders are expected to debate environmental action at the United Nations climate summit. Early reports from event organizers are hailing the turnout as the largest climate march in history, far bigger than the Forward on Climate rally held in Washington, D.C., last year. High-profile environmentalists including Bill McKibben, Leonardo DiCaprio, Jane Goodall and Vandana Shiva marched alongside policymakers such as Sens. Sheldon Whitehouse (D-R.I.), Bernie Sanders (I-Vt.) and Charles Schumer (D-N.Y.). U.N. Secretary-General Ban Ki-moon and former Vice President Al Gore were also there, and more than 550 buses carried in people from around the country. Follow along for live updates below The rally comes at an opportune time as 120 world leaders, including President Barack Obama, are expected to convene Tuesday at the United Nations in New York to discuss ways to tackle the growing threat of carbon pollution. The White House has pledged to “show the world that the U.S. is leading on climate change, and to call on other leaders to step up to the plate,” John Podesta, who serves as a counselor to the president, told reporters on Thursday. However, a recent study found that the world spewed more carbon dioxide into the atmosphere last year than ever before, primarily driven by China, India and the United States. And the top leaders of China and India announced earlier this month that they won’t be attending Tuesday’s summit. The march began around 11:30 a.m., at New York City’s Columbus Circle just off Central Park. At times, it stretched more than 4 miles as marchers carried banners, signs and entire contraptions depicting everything from Mother Earth herself to the dinosaurs that now make up fossil fuels. “Today I march because I want to behold a brighter future. We have destroyed ourselves. We have destroyed our health and I’m here because our political leaders have failed us,” Stanley Sturgill, a retired coal miner from Kentucky now suffering from black lung, said at a press conference before the march. “We know together we can build our bright future.” More than 1,500 groups filled Central Park West before the march. They represented a variety of interests, including the scientific community and religious organizations. More than 50,000 students were there because they were worried about their future, while grandparents came out of concern for their legacy. “We need to act now … We only have one atmosphere and we of the Marshall Islands only have one land to call ‘home,'” Kathy Jetnil-Kijiner, a young mother from the island nation, said before the march. “We don’t want to move and we shouldn’t have to move.” PIC: Demonstrators make their way down Sixth Avenue in New York during the People’s Climate March on...
read moreCrisi, biocidio e portato sociale delle lotte ambientali
L’eldorado sviluppo-occupazione continua ad essere la principale giustificazione ideologica alla monetizzazione dell’ambiente operata da politica, criminalità ed imprenditoria; a dimostrarlo, gli arresti e le indagini sulla corruzione nelle grandi opere inutili, dall’Expo di Milano, al MOSE di Venezia, al tunnel TAV sotto Firenze. di {M. Di Pierri} e {S. Altiero} su [ilgranellodisabbia] Tangenti e corruzione, da questo punto di vista, altro non sono che messa a profitto dei territori accompagnati da un attacco feroce alle comunità che si oppongono a scelte imposte attraverso processi decisionali antidemocratici. D’altro canto, a smascherare l’inganno, giustizia e media arrivano sempre dopo il danno ambientale, mentre spesa pubblica e avanzamento dei lavori garantiscono la distribuzione di profitti ai soggetti interessati. Va avanti così da anni, il tutto presentato come nuovo impulso allo sviluppo, eppure, disoccupazione ai massimi storici e ristagno economico non li nega nessuno: non c’è bisogno di un grande spirito analitico, allora, per affermare che la realizzazione di grandi opere a utilità sociale nulla, tra devastazione dell’ambiente e concentrazione di profitto, a tutto serva tranne che a dare risposta a quegli stessi problemi la cui soluzione è spesso utilizzata come arma di convincimento. Ciò che è meno chiaro, invece, è che un altro scambio iniquo e ben più antico, attraverso la devastazione ambientale a costo zero, è stato gradualmente imposto al Paese e riguarda l’intera storia dello sviluppo industriale: assunta la necessità di utilizzare l’ambiente come semplice combustibile dei processi produttivi e ricettore delle emissioni connesse, in una concezione economica in cui massimizzare i costi ambientali significava abbattere quelli di produzione, è passato un altro scambio, ben più velato e subdolo, quello lavoro-salute. La devastazione ambientale ha significato quindi semplice sfruttamento del territorio attraverso la realizzazione di grandi opere inutili, ad alto impatto ambientale e scarsa utilità sociale, ma anche compromissione della salute umana, come nel caso dell’industrializzazione forzata e deregolamentata. Negli ultimi anni si sono moltiplicate le evidenze, prima empiriche da parte delle comunità impattate e poi scientifiche, circa le conseguenze sanitarie di questo scambio, tanto da poter tracciare i confini non di una “terra” ma di un intero “Paese dei fuochi”. In Italia il 3% del territorio è rappresentato da aree vaste contaminate: 9.000 km2 di territorio in cui vive un sesto della popolazione nazionale, circa 6 milioni di persone. Impianti produttivi altamente nocivi, centrali elettriche alimentate da fonti fossili, discariche, inceneritori, chimica e petrolchimica, qui si scontano le conseguenze di politiche industriali, scelte energetiche e modelli di smaltimento dei rifiuti urbani e industriali impattanti in termini di rischio ecologico e sanitario. A ciò si somma l’insistere di questi impatti in aree già svantaggiate dal punto di vista socio-economico. Istituiti a partire dal 1998, con Decreto del Ministero dell’Ambiente d’intesa con le regioni interessate, i Sin – Siti di Interesse Nazionale per le Bonifiche, rappresentano la punta dell’iceberg di una crisi ambientale che interessa capillarmente il paese. Fino al 2012 si individuavano 57 Sin. Nel 2013, con Decreto Ministeriale 11/1/2013, 18 di essi sono stati declassati a Siti di Interesse Regionale. A ciò non corrisponde una parziale bonifica dei siti né un minor rischio registrato: le ragioni addotte sono la mancanza dei fondi necessari che cela – verrebbe da dire – una precisa volontà politica di minimizzare l’evidenza del rischio. A parte i Sin, le aree contaminate in Italia sono...
read more“Il paese dei fuochi” speciale a cura di A Sud su Lo Straniero
Con soddisfazione, segnaliamo l’uscita de “Il Paese dei fuochi, il Focus a cura di A Sud inserito nel numero speciale de “Lo Straniero” (Agosto-Settembre). Una cosa bella, o meglio, un modo bello di raccontare cose brutte, bello perché fatto con amici e persone incontrate lungo il cammino, diretti A Sud, nelle piazze, ai presidi, ai cortei, alle infinite assemblee, in difesa dei territori e delle comunità che li abitano contro devastazioni ambientali e saccheggio criminale di politica e capitale, mafioso e non, operati a spese delle comunità, delle loro risorse comuni e della loro salute. Il Focus “Il Paese dei fuochi”, all’interno del numero speciale de “Lo Straniero” (Agosto-Settembre), curato da A Sud, è incentrato sullo sforzo di mettere insieme il contributo d’analisi di accademici e studiosi con il vissuto e le testimonianze dirette di attivisti e cittadini impegnati sul tema delle lotte ambientali in difesa della salute e per la riappropriazione del territorio sottratto. In epoca di “assalto privato ai beni comuni”, un lavoro che mette a fuoco gli effetti devastanti dell’intreccio di interessi tra politica, criminalità e imprenditoria e della spirale antidemocratica nelle decisioni che riguardano sviluppo industriale, modello energetico, gestione dei rifiuti urbani e industriali, grandi opere e gestione del territorio. Analisi e attivismo, comunicazione e lotta, perché per quello in cui si crede non bastano la penna e la parola, servono i corpi; non basta riempirsene la vita, bisogna capire a fondo la realtà e raccontare come l’hai vista a chi è un po’ più in là. E’ possibile acquistare il Paese dei fuochi al link www.contrastobooks.com *** CONTRIBUTI E AUTORI {Il paese dei fuochi: l’Italia del biocidio} Focus a cura di A Sud Sezione Orizzonti de Lo Straniero, n°170/171 SAGGI Analisi delle lotte ambientali – di Marica Di Pierri e Salvatore Altiero Le dinamiche dello sviluppo industriale – di Giorgio Nebbia Dal biocidio all’alternativa – di Giovanni Carrosio Mare e petrolio – di Alex Giuzio Le bonifiche in Italia – di Marino Ruzzenenti Beni comuni e comunità – di Giovanna Ricoveri Ripensare il diritto di proprietà – di Paolo Maddalena Epidemiologia e cittadinanza – di Gianni Tognoni Autonarrazione e ricostruzione – di Stefano Laffi TESTIMONIANZE Chiaiano, Campania – di Leandro Sgueglia Abruzzo, già regione verde – di Luigi Iasci e Silvia Ferrantes Colleferro, alle porte di Roma – di Alessandro Coltré Valle del Mercure, Basilicata – di Ivano Farina Centrale Tirreno Power, in provincia di Savona – di Maurizio Loschi Civitavecchia, Lazio – di Maria Elena Lacquaniti INFO & CONTATTI Per acquistare una copia: [www.contrastobooks.com ->http://www.contrastobooks.com/product_info.php?products_id=575] Per contattare i curatori del focus: maricadipierri@asud.net salvatorealtiero@asud.net -* Visita il sito dell’Associazione A SUD, Ecologia e Cooperazione...
read moreIn Fortaleza, BRICS became co-dependent upon eco-financial imperialism
Contrary to rumour, the Brazil-Russia-India-China-South Africa (BRICS) alliance confirmed it would avoid challenging the unfair, chaotic world financial system at the Fortaleza, Brazil, summit on July 15, 2014. By Patrick Bond on [Links] DURBAN | The BRICS “are actually meeting Western demands”, as China Daily bragged, “to finance development of developing nations and stabilise the global financial market”. If BRICS subservience continues, remarked financier Ousmène Jacques Mandeng of Pramerica Investment Management in a Financial Times blog, “it would help overcome the main constraints of the global financial architecture. It may well be the piece missing to promote actual financial globalisation”. Fawning to finance reminds us of the term Brazilian political economist Ruy Mauro Marini coined a half-century ago, “sub-imperialism”: i.e., “collaborating actively with imperialist expansion, assuming in this expansion the position of a key nation.” Marini described Brazil’s “deputy sheriff” role in Latin America, but the concept also applies to the global-scale imperialist project. As part of the civil society counter-summitry, we launched a collection on this theme in the Fortaleza journal, Tensoes Mundiais-World Tensions, co-edited with Rio de Janeiro political economist Ana Garcia. Two dozen writers including Elmar Altvater, Omar Bonilla, Virginia Fontes, Sam Moyo, Leo Panitch, James Petras, William Robinson, Arundhati Roy and Immanuel Wallerstein grappled with the BRICS’ contradictory geopolitical location. By all accounts, the two overarching problems of our time – as the most recent Pew global public opinion survey confirms – are climate change and systemic financial instability. In both, the BRICS suffer what in psychology is termed “co-dependency”. The word “comes directly out of Alcoholics Anonymous, part of a dawning realisation that the problem was not solely the addict, but also the family and friends who constitute a network for the alcoholic”, according to Lennard Davis in his 2008 book Obsession. BRICS are friendly family enablers of Western capitalists who are fatally addicted to speculative-centric, carbon-intensive accumulation. Suffering what increasingly appears to be the neurological impairment of a junkie, officials in Washington, London, Brussels, Frankfurt and Tokyo continue helter-skelter pumping of zero-interest dollars, euros and yen into the world economy. This is a hopeless drug-addict’s fix: maintaining policies of economic liberalisation that lower national economic barriers and generate new asset bubbles. Another fatal Western obsession facilitated by the BRICS is emission of greenhouse gases at whatever level maximises corporate profits – future generations be damned to burn. (The last time the world’s 1 per cent seriously kicked the habit – and momentarily succeeded – was in 1987 when the Montreal Protocol was signed and CFCs banned so as to halt ozone-hole expansion. But since that successful cold-turkey episode, neoliberal and neoconservative fetishes took hold. Half-hearted efforts at the UN and other multilaterals to address global-scale environmental, economic and geopolitical disasters have conspicuously failed.) BRICS elites are not enemies of the Western economic hedonists, as revealed in the Fortaleza declaration’s exceedingly gentle advice: “Monetary policy settings in some advanced economies may bring renewed stress and volatility to financial markets and changes in monetary stance need to be carefully calibrated and clearly communicated in order to minimise negative spillovers.” (This refers to currency crashes suffered by most BRICS when the West began reducing “quantitative easing” money-printing in May 2013 – yet another example of co-dependency.) The BRICS repeatedly enable the West’s most self-destructive habits during...
read moreU.N. researchers: ‘Montreal Protocol’ has almost totally corrected damage to ozone layer
In some rare good news for the environment, the UN on Wednesday said Earth’s damaged ozone layer was “well on track” for recovery by mid-century, although fixing it over Antarctica would take longer. By {Agence France In their first review in four years on Earth’s vital shield, UN agencies said a 1987 treaty to protect the ozone layer was so successful it was indirectly adding to problems in another area — global warming. Without the landmark Montreal Protocol, two million extra cases of skin cancer would have occurred each year by 2030 and levels of ozone-damaging compounds could have increased tenfold by 2050, the report said. The pact had also averted ultra-violet damage to human eyesight and to plants and animals, it said. “The Earth’s protective ozone layer is well on track to recovery in the next few decades,” the UN Environment Programme (UNEP) and the World Meteorological Organisation (WMO) said. Recovery to a benchmark level of 1980 “is expected to occur before mid-century in mid-latitudes and the Arctic, and somewhat later for the Antarctic ozone hole,” their report said, standing by estimates made in 2010. UNEP chief Achim Steiner hailed the Montreal Protocol, which set a timetable for scrapping chemicals that deplete the ozone, as “one of the most successful environmental treaties” in history. “However, the challenges that we face are still huge. The success of the Montreal Protocol should encourage further action not only on the protection and recovery of the ozone layer but also on climate.” Ozone is a three-atom molecule of oxygen. In the stratosphere, a layer of the atmosphere that lies at between 10 and 50 kilometres (six to 32 miles) in altitude, it is a natural shield for life on Earth’s surface. It filters out harmful ultra-violet light from the Sun that can cause sunburn, cataracts and skin cancer and damage vegetation. Its thinning — the “ozone hole” — is caused by extreme cold temperatures at high altitude but also by man-made chlorine compounds, such as coolants in air conditioners and refrigerators, insulation foams and propellants in hair sprays. Most of these substances, notably chlorofluorocarbons (CFCs) and halons, are being phased out on schedule under the Protocol, which has been ratified by all 197 UN members. Although it said the news for the ozone layer was generally good, the 110-page report, authored by 300 scientists, also warned of potential pitfalls. It pointed to an ozone-eroding compound, carbon tetrachloride, whose production continues to rise, even though it is covered by the treaty. Measured atmospheric levels of this substance are “much larger” than production and usage figures that countries have reported over the last decade, the report said. And it also pointed to man-made nitrous oxide (N2O) — a precursor of an ozone-gobbling gas, nitric oxide (NO) — which is not covered by the Protocol. N2O emissions mainly result from natural activity by soil bacteria, but around a third come from human activity, such as fertilisers, fossil fuels, livestock manure and industry. Tackling these emissions “will become more important” as CFC levels decline, the report said. – Heat-trapping substitutes- Many CFCs are also greenhouse gases — according to the report, action under the Protocol saved the equivalent about 10 billion tonnes of carbon dioxide annually in 2010. The problem is that industries have substituted CFCs...
read moreI contributi di Entitle alla conferenza sulla decrescità di Leipzig
I membri del progetto [ENTITLE->https://cdca.it/spip.php?article2175] hanna partecipato attivamente alla conferenza sulla decrescità tenutosi a Leipzig: sulla pagina dedicata alla conferenza, che si è svolta nel mese di settembre 2014, potete trovare numerosi video che riportano gli interessanti interventi tematici dei principali momenti di discussione. Visita il sito leipzig.degrowth.org Riportiamo qui alcuni fra i contributi dei membri del progetto Entile 2 Settembre 2014 Sessione introduttiva | Che cos’è la Decrescita? di Federico Demaria Evento d’apertura | I discorsi d’apertura alla conferenza di {Pablo Paolo Kilian}, {Nina Treu} & {Daniel Constein}, { Naomi Klein} e {Alberto Acosta} Plenaria d’apertura | La Decrescita per la Sostenibilità Ecologica e l’Equità Sociale, facilitatori: {Sylvia Lorek}, {Federico Demaria}, {Silke Helfrich}, {Alberto Acosta}, {Nicola Bullard} 3 Settembre 2014 Lezioni keynote | Critiche e Resistenze di fronte alla Crisi. Interventi di: {Haris Konstatatos}: “Crisi socio-ecologica e crisi della democrazia: una visione dal Sud Europa” {Barbara Muraca}: “Tra il fallimento e l’utopia: la decrescita come via d’uscita dalla crisi?” _ Rispondere alla crisi europea: le strategie del Movimento per la Decrescita. Giorgios Velegrakis 4 Settembre 2014 Décroissance, Postwachstum, decreixement, decrescita – quali sono le differenze? | {Joan Martinez-Alier, Francois Schneider, Niko Paech, Mauro Bonaiuti, Elisabeth von Thadden} 6 Settembre 2014 Plenaria di chiusura | Verso quale direzione ci muoveremo? {Giorgos Kallis, Christopher Laumanns, Andrea Vetter, Lucia...
read moreENTITLE at 4° Conference on Degrowth for Ecological Sustainability and Social Equity
[ENTITLE->https://cdca.it/spip.php?article2176&lang=en] members participated actively at the Fourth International Conference on Degrowth for Ecological Sustainability and Social Equity that took place in the German city of Leipzig from September 2-6, 2014. The 2014 conference focused on concrete steps towards a society beyond the imperative of growth and it gave room for scientific debates, exchange between activists and economic pioneers as well as artistic approaches to the subject. Both scientific insights and concrete projects and policies were presented, experimented with and discussed. The conference is part of an international cycle of events: previous conferences occured in Paris in 2008, in Barcelona in 2010 and in Venice and Montreal in 2012. Why degrowth? Many analyses from various scientific disciplines imply that a growth-based economic and social system cannot have a future: Despite a growing number of technological solutions for “Green Growth”, inequality and the destruction of nature are significantly on the rise. It is high time to develop economic and social models that are independent of growth and can provide for a good life for everybody. We provide here some videos of the Entitle members’ contributions to the conference 02.09 -* Introductory Course: “Degrowth: What?!” By Federico Demaria -* Opening Plenary: Degrowth for Ecological Sustainability and Social Equity. Facilitator: {Sylvia Lorek, Speakers: Federico Demaria, Silke Helfrich, Alberto Acosta, Nicola Bullard} 03.09 -* Keynote lectures ({Barbara Muraca and Haris Konstantatos)} -* Responses to the eurocrisis: Strategies for the degrowth-movement. Among speakers, Giorgos Velegrakis) 4.09 -* Décroissance, Postwachstum, decreixement, decrescita – all degrowth but different?. Speakers: {Joan Martinez-Alier, Francois Schneider, Niko Paech, Mauro Bonaiuti, Elisabeth von Thadden} 6.09 -* Degrowth Closing Plenary: How do we move on? Speakers: {Giorgos Kallis, Christopher Laumanns, Andrea Vetter, Lucia...
read moreBRICS e IMPERIALISMO
Patrick Bond e il Centre for Civil Society Di Durban, in Sudafrica, sono partner di EJOLT e in questo articolo mostrano un’analisi sul ruolo dei paesi BRICS all’interno del sistema economico-finanziario globale. Il testo è tratto da “Link. International journal of socialist renewal“ di {Patrick Bond} su [Links] Contrariamente alle voci che giravano, l’alleanza Brasile-Russia-India-Cina-Sud Africa (BRICS) ha confermato, il 15 Luglio al summit di Fortaleza in Brasile, di voler evitare di sfidare l’ingiusto e caotico sistema finanziario mondiale. I BRICS “stanno realmente venendo incontro alle richieste dell’Occidente”, come si è vantato il China Daily, “di finanziare la crescita dei paesi in via di sviluppo e stabilizzare il mercato finanziario globale”. Se la subordinazione dei BRICS continua, ha rimarcato nel blog del Financial Times il finanziere Ousmène Jacques Mandeng della Pramerica Investment Management, “ciò potrebbe aiutare a superare i principali vincoli dell’architettura finanziaria globale. Potrebbe essere benissimo il pezzo mancante per promuovere l’attuale globalizzazione finanziaria”. Ossequiosi nei confronti della finanza, ciò ci ricorda una parola coniata mezzo secolo fa dall’economista politico Brasiliano Ruy Mauro Marini, “sub-imperialismo”: cioè “collaborare attivamente con l’espansione imperialista, assumendo in questa espansione la posizione di nazione chiave.” Marini ha descritto il ruolo del Brasile di “vice-sceriffo” in America Latina, ma il concetto si applica anche al progetto imperialista su scala globale. Come parte del contro-vertice della società civile, abbiamo lanciato una raccolta di scritti su questo tema sul Fortaleza Journal, «Tensoes Mundial-World tensions», co-edito con Ana Garcia, economista politica di Rio de Janeiro. Due dozzine di scrittori, inclusi Elmar Altvater, Omar Bonilla, Virginia Fontes, Sam Moyo, Leo Panitch, James Petras, William Robinson, Arundhati Roy e Immanuel Wallerstein, si sono confrontati con la contraddittoria collocazione geopolitica dei BRICS. A detta di tutti, i due problemi principali del nostro tempo – come il più recente sondaggio di Pew Global conferma – sono il cambiamento climatico e la sistemica l’instabilità finanziaria . In entrambi i casi, i BRICS soffrono ciò che in psicologia è definita “co-dipendenza”. La parola proviene direttamente dagli Alcolisti Anonimi e si intende la “parte di una iniziale comprensione che il problema non era solo l’alcolista, ma anche la famiglia e gli amici che costituiscono una rete per l’alcolista stesso”, come afferma Lennard Davis nel suo libro del 2008, “Obsession”. I BRICS sono amichevoli familiari che incoraggiano la dipendenza dei capitalisti occidentali, fatalmente drogati di accumulazione speculativa e inquinante. Soffrendo quel che sembra essere sempre più una menomazione neurologica di un tossicodipendente, i funzionari a Washington, Londra, Bruxelles, Francoforte e Tokyo continuano con grande scompiglio il pompaggio di dollari, euro e yen a interessi zero nell’economia mondiale. Questa è una correzione senza speranza di un tossicodipendente: mantenere politiche di liberalizzazione economica che abbassano le barriere economiche nazionali e generano nuove bolle sui diversi prodotti. Un’altra fatale ossessione occidentale facilitata dai BRICS è l’emissione di gas serra a qualsiasi livello che massimizzi il profitto delle aziende – condannando le future generazioni all’inferno. (L’ultima volta che l’1% del mondo ha seriamente perso il vizio – riuscendoci solo momentaneamente – è stato nel 1987 quando è stato firmato il Protocollo di Montreal e sono stati banditi i clorofluorocarburi (CFC) per fermare l’espansione del buco dell’ozono. Ma da quando vi è stato questo episodio di successo di crisi di astinenza si è affermata l’ossessione neoliberista e neoconservatrice. Gli apatici...
read more


Marica Di Pierri per Valori.it – Verso la Cop30 di Belém, cosa aspettarci dal più importante appuntamento per salvare il clima della Terra? Diretta con Marica Di Pierri, Luca Lombroso, Giovanni Mori e Lorenzo Tecleme.