Dal 10 al 21 novembre 2025 saremo a Belém, in Brasile, per partecipare come osservatori alla 30° Conferenza delle Nazioni Unite sul Clima. Racconteremo quanto avviene dentro e fuori le negoziazioni, porteremo e raccoglieremo le voci dei territori in lotta contro l’estrattivismo, contro il greenwashing e per una transizione ecologica realmente giusta.
Iscriviti al bollettino Sostieni il nostro lavoroL’agenda della COP30
A Belém si discuteranno e valuteranno gli NDCs, i nuovi impegni climatici nazionali che stabiliscono gli obiettivi di riduzione delle emissioni di ogni paese. Accanto alla mitigazione, l’adattamento sarà uno dei temi centrali attraverso il Global Goal on Adaptation (GGA) e i nuovi Piani nazionali di adattamento. Un altro capitolo chiave sarà quello della finanza per il clima. Tra i punti principali il nuovo obiettivo di finanziamento (NCQG), che punta ad aumentare il sostegno ai Paesi in via di sviluppo da 100 a 300 miliardi di dollari l’anno, e la Roadmap Baku-Belém, che traccia un percorso per mobilitare almeno 1.300 miliardi di dollari l’anno entro il 2035.
Temi cruciali, che si scontrano con uno scenario geopolitico ostile, segnato dal negazionismo climatico, dai venti di guerra, dalla corsa al riarmo e dalla violenza istituzionale. Non è un caso che in gioco a Belém ci sia più che mai la credibilità della diplomazia climatica e la sua capacità di tradurre le intenzioni in impegni concreti.
La Cupula dos povos
La Cúpula dos Povos è il grande incontro dei movimenti sociali e delle comunità che vivono in prima linea la crisi climatica. Nata nel 1992 come risposta critica alle negoziazioni ufficiali, propone un’alternativa fondata su giustizia climatica, sociale e ambientale, solidarietà e saperi ancestrali.
Dal 12 al 16 novembre 2025, in concomitanza con la COP30 di Belém, riunirà popoli indigeni, comunità quilombola e tradizionali, giovani e lavorator? in marce, dibattiti e azioni culturali.
La Cúpula mette al centro vite, diritti e territori, non statistiche: unisce chi costruisce ogni giorno soluzioni reali, dall’agroecologia alla difesa dei beni comuni, per spingere i governi ad adottare politiche di vera giustizia climatica.
Dichiarazione della Cupula Dos Povos
Perché A Sud e CDCA alla COP?
Nelle Cop si riuniscono i governi dei 197 Paesi che hanno ratificato la Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (UNFCCC), firmata a Rio de Janeiro nel 1992. Ma la COP30 non è solo un vertice diplomatico: è il terreno di confronto (e di scontro) tra attori diversi e diverse visioni del mondo. Da una parte il business as usual che trasforma la crisi climatica in profitto, dall’altra movimenti e territori che lottano per giustizia climatica, autodeterminazione e diritti della Natura.
La COP30 si terrà nel cuore dell’Amazzonia, a Belém do Pará, in Brasile. Non è un dettaglio geografico ma una scelta politica: è nel Sud globale che l’ingiustizia climatica colpisce più duramente mentre il Nord globale continua a negoziare emissioni e interessi fossili.
Qui non si decide solo il futuro del clima: si decide chi avrà diritto a un futuro.
Per raccontare cosa c’è in gioco, e come finisce la partita.
Andiamo alla COP per osservare da vicino i negoziati, capire quali equilibri politici e di potere si stanno ridefinendo, e portare la prospettiva dei territori e dei movimenti che chiedono giustizia climatica.
La partecipazione di A Sud e CDCA serve a connettere le lotte locali con quelle globali, rafforzare alleanze internazionali e raccontare – con sguardo indipendente e critico – come la diplomazia climatica sta affrontando, o eludendo, le proprie responsabilità.
Perché solo intrecciando voci e resistenze dal basso possiamo costruire un futuro giusto per tutt?.
Per costruire e rafforzare alleanze internazionali
Svolgere la COP in Brasile è un segnale che conta: significa rimettere al centro chi la crisi climatica la subisce davvero. Andiamo a Belém per stare con i movimenti globali per la giustizia climatica. In America Latina oggi si gioca una partita enorme: conflitti ambientali, estrattivismo, repressione, lotte indigene e popolari che resistono da decenni. Con tante realtà — dalla Colombia alla Bolivia, fino all’Amazzonia — abbiamo già lavorato, fatto campagne, costruito ponti. Lì ritroviamo compagn? con cui condividiamo visioni e pratiche.
Per portare una visione radicale dentro la COP
Sì, probabilmente sarà l’ennesimo flop diplomatico. Ma proprio per questo dobbiamo esserci, per non lasciare quei tavoli alle lobby fossili e ai governi che parlano di transizione mentre trivellano.
Da dentro vedi meglio le dinamiche, le crepe, le possibilità di alleanze e di conflitto.
Andiamo per portare la prospettiva della giustizia climatica e delle lotte dal basso, che legano crisi climatica, razzismo, patriarcato e disuguaglianze. La COP non è un punto d’arrivo: è un passaggio. Il resto si fa fuori, insieme, ogni giorno.
Diario dalla COP30
- Giorno 12 – 24 novembre 2025
Belém svela il fallimento della diplomazia climatica, ma apre spiragli: una roadmap anti-fossile e nuove alleanze per la giustizia.
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- Giorno 11 – 21 novembre 2025
Penultimo giorno a Belém: incendio in COP30, stalli politici e pressioni crescenti sul BAM e sull’uscita dai fossili.
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- Giorno 10 – 20 novembre 2025A Belém 85 Paesi spingono per uscire dai fossili, mentre Italia e Polonia frenano. La COP30 è al bivio, il tempo è adesso.
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- Giorno 9 – 19 novembre 2025
Belém rilancia la lotta globale ai fossili: la Colombia guida un fronte che vuole uscire davvero dal modello che brucia il pianeta.
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- Giorno 8 – 18 novembre 2025
Alla COP30 la transizione dai combustibili fossili sembra lontana, mentre i fondi dell’adattamento sono sotto il minimo.
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- Giorno 7 – 17 novembre 2025
Belem in rivolta: popoli indigeni e movimenti sociali spingono per una COP30 che dica finalmente basta ai fossili.
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- Giorno 6 – 15 novembre 2025
Anche quest’anno i dati sulla presenza dei lobbisti Gas&Oil alla conferenza di Belém sono alti: su ogni 25 persone accreditate al vertice, uno è un lobbista dei combustibili fossili, in totale sono oltre 1600.
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- Giorno 5 – 14 novembre 2025
Il TFFF entra nella Cupula tra promesse e contraddizioni: fondi incerti, debiti in aumento e movimenti che denunciano l’ennesima falsa soluzione verde.
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- Giorno 4 – 13 novembre 2025
A Belém la protesta indigena irrompe nella COP30 e svela le contraddizioni del Brasile fossile. Intanto la Cupula esplode di mobilitazioni globali.
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- Giorno 3 – 12 novembre 2025
Adattamento al centro della COP30, ma i fondi restano insufficienti. A Belém arrivano movimenti e comunità indigene: la vera pressione viene dai territori.
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- Giorno 2 – 11 novembre 2025
Lula parla di disuguaglianze alla Cop30, ma il Brasile continua a spingere sul fossile. A Belém torna al centro il nodo tra clima e ingiustizia.
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- Giorno 1 – 10 novembre 2025
Dalla Cop30 alla Cúpula dos Povos: a Belém si apre la sfida per la giustizia climatica tra responsabilità globali, diritti dei popoli e resistenza dei territori.
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Articoli di approfondimento alla COP30
- Cosa resta della Cop30, la battaglia per il clima e i diritti è ancora lunga – 24 novembre 2025
Marica Di Pierri e Laura Greco su Domani – COP30 fallisce su fossili e foreste, ma il Bam e il blocco dei 82 paesi per l’uscita dal fossile aprono spiragli di lotta e nuove alleanze.
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- Sulla fine dei lavori della COP30 – 24 novembre 2025
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Cosa è successo alla 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici? Quali sono le grandi vittorie? Quali le sconfitte?
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- La tabella della discordia – cos’è successo alla COP30 – 23 novembre 2025
Laura Greco su Radio24 – COP30 a Belém annuncia impegni su energia, foreste e adattamento, ma senza una vera uscita dal fossile restano promesse vuote da incalzare con lotte dal basso.
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- “A resposta somos nós”. Ma alla COP30 le richieste dei popoli indigeni non fanno breccia – 23 novembre 2025
Laura Greco su EconomiaCircolare.com – Alla COP30 le voci indigene restano ai margini mentre la foresta corre verso il punto di non ritorno. Senza giustizia, non c’è futuro.
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- La “Dichiarazione di Belém” e il multilateralismo del phase out dai fossili spinto dal basso – 21 novembre 2025
Laura Greco su Altreconomia – Da Belém arriva una spinta dal basso per uscire dai fossili: governi e movimenti uniscono le voci per un phase out reale, giusto, globale.
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- Cop30: senza il Gender action plan ogni azione climatica è limitata – 21 novembre 2025
Marica Di Pierri e Laura Greco su Valori – Nonostante le ambiziose premesse il Gender action plan ha trovato diversi ostacoli sui tavoli negoziali della Cop30
- Cop30: senza il Gender action plan ogni azione climatica è limitata – 21 novembre 2025

- Alla Cop30 arrivano le storie di migrazioni climatiche – 21 novembre 2025
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30, in vista delle negoziazioni finali, si parla del fenomeno crescente degli sfollamenti forzati dal cambiamento climatico.
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- Belém, la foresta degli indigeni si ribella a Lula – 20 novembre 2025
Laura Greco su Il Manifesto – Le nazionalità dell’Amazzonia denunciano l’inagibilità politica alla Cop e chiedono una mobilitazione internazionale guidata direttamente dai popoli indigeni per proteggere i loro territori e affrontare la crisi climatica alla radice
- Alla Cop 30 i movimenti si riprendono la scena – 20 novembre 2025
Marica Di Pierri su Il Manifesto – Era dalla Cop 26 di Glasgow che non si vedeva così tanta società civile. Accanto al vertice ufficiale, in più di 50 mila hanno animato la «Cupula dos povos» per una svolta vera sul clima e i diritti
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- COP30, BELÉM | Italiani in mobilitazione – 20 novembre 2025]
Il Climate Pride in azione alla COP30: l? attivist? chiedono all’Italia una roadmap chiara e ambiziosa per uscire dai fossili.
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- A Belém torna il protagonismo sociale – 19 novembre 2025
Marica Di Pierri su Collettiva – Alla Cop30 movimenti, organizzazioni, popoli e sindacati riacquistano centralità: proposte e campagne dal basso sono arrivate nelle stanze dei negoziati.
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- Come procede la COP30 in Brasile? Intervista a Laura Greco da Bélem – 19 novembre 2025
Laura Greco su Scienza e Pace Magazine – COP30 tra repressione, lobby fossili e resistenze indigene: la giustizia climatica la costruiscono i territori, non i negoziati.
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- Lifegate dalla COP30 – 18 novembre 2025
Marica Di Pierri su Lifegate – Dalla COP30 il racconto dell’inedita comunicazione tra dentro e fuori la COP, tra le richieste indigene e l’ambiguo governo di Lula.
Ascolta su Lifegate
- Il Fondo per le foreste e la falsa soluzione del biocapitalismo si ripropone alla Cop30 di Belém – 18 novembre 2025
Laura Greco su Altreconomia – Il Tropical forests forever facility lanciato da Lula è l’ennesimo dispositivo finanziario che viene presentato come innovazione.
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- Attivismo e giustizia climatica: se il diritto alla protesta diventa un reato – 17 novembre 2025
Marica Di Pierri su Valori.it – Alla Cop30 emerge un allarme globale: in molti Paesi il diritto alla protesta viene represso e l’attivismo ambientale è sempre più criminalizzato
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- Alla Cop30 di Belèm il fondo per l’adattamento resta senza fondi – 17 novembre 2025]
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30 fallisce, per il terzo anno di fila, l’obiettivo di raccolta minima per finanziare l’adattamento dei Paesi del Sud globale.
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- Massiccia partecipazione popolare a Belém – 16 novebre 2025
Marica Di Pierri su L’aria Che Respiri – Alla Cúpula dos Povos tantissime voci per reclamare la fine dei combustibili fossili e una giustizia climatica guidata dai popoli, non dalle multinazionali.
Ascolta su Radio Rai1
- In diretta da Bele?m – Aggiornamenti sulla prima settimana di COP30 – 15 novembre 2025
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – In diretta da Belém, per raccontare in diretta i lavori della 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici. ?Foto di Oliver Ninja e Midia Ninja
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- Cop30: chi difende i combustibili fossili dentro i negoziati sul clima – 14 novembre 2025
Marica Di Pierri per Altreconomia – Alla Cop30 un lobbista fossile ogni 25 delegat?: il vertice che dovrebbe chiudere l’era fossile continua a farsela scrivere da chi la profitta.
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- Giustizia climatica, questa dimenticata – 13 novembre 2025
Marica Di Pierri su Il Manifesto – Il legame tra clima e disuguaglianze è ormai assodato. Ma dopo 30 anni di conferenze, i ricchi continuano a fare grandi affari con i fossili.
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- L’adattamento secondo la COP30: “Adattarsi è sopravvivere” – 13 novembre 2025
Marica Di Pierri per EconomiaCircolare.com – COP30 punta a rendere operativo il Global Goal on Adaptation, tra governance multilivello, indicatori, fondi insufficienti e necessità di giustizia climatica.
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- La Cop30 in Brasile e le politiche industriali green – 11 novembre 2025
Marica Di Pierri per Tutta La Città Ne Parla, Radio3 – È iniziata la Cop30 a Belém, 10 giorni in cui si discuterà su come trovare una via d’uscita alla deriva del cambiamento climatico nonostante le difficoltà politiche che ci circondano.
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- Road to Belém – 7 novembre 2025
Marica Di Pierri per Valori.it – Verso la Cop30 di Belém, cosa aspettarci dal più importante appuntamento per salvare il clima della Terra? Diretta con Marica Di Pierri, Luca Lombroso, Giovanni Mori e Lorenzo Tecleme.
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- Da Parigi a Belém, i conti che non tornano – 6 novembre 2025
Marica Di Pierri per Il Manifesto – Tra tensioni e fragili compromessi, i preparativi alla vigilia della Conferenza Onu. A che punto sono gli impegni nazionali di riduzione e i piani di adattamento dei singoli Paesi.
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- A Sud a Belém alla Cop30 – 6 novembre 2025
A Sud seguirà negoziati e mobilitazioni dalla COP30 di Belém, amplificando le voci dei movimenti per giustizia climatica e sociale.
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- A Sud aderisce alla Global Call to Action della Cúpula dos Povos – 5 settembre 2025
Il 15 novembre scendiamo in piazza: basta disuguaglianze e razzismo ambientale, vogliamo giustizia climatica e un mondo dove la vita sia al centro.
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- Vertice dei Popoli Verso la COP30: Manifesto Politico – 13 giugno 2025
A Sud aderisce al Manifesto dei Popoli verso la COP30: un appello globale per giustizia climatica, anticapitalismo e democrazia dal basso.
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Racconteremo le negoziazioni
Per spiegare cosa accade davvero alla COP30, come si muovono i governi e quali interessi guidano le scelte sulla crisi climatica. Vi offriremo una copertura quotidiana per raccontarvi con le nostre parole e con uno sguardo critico, indipendente e radicale, vicino ai movimenti il dentro e fuori la Cop
Sveleremo le contraddizioni
Tra le promesse ufficiali e la realtà, mostrando lo scontro continuo tra lobby fossili e popoli che difendono la vita e i territori. Denunceremo le responsabilità smascherando la falsa transizione energetica e chi continua a inquinare mentre parla di sostenibilità con greenwashing e false soluzioni
Daremo voce alle comunità
Portando le loro storie, le lotte quotidiane e le alternative concrete alla devastazione ambientale, contro colonialismo ed estrazione. Ci collegheremo con l’Italia per connettere istanze e battaglie
INFO E CONTATTI
Per contatti e interviste con la delegazione:
maricadipierri@asud.net
+ 55 21 967071220
Laura Greco
lauragreco@asud.net
+55 21 997673184
The growing debate on degrowht
Why are a record 3000 thinkers gathering from 2 to 6 September in the German city Leipzig to discuss how we can get our economy to degrow? By {Nick Meynen} on [EJOLT] One reason is that a growing body of research from various disciplines shows that a policy focus on GDP growth is the major driver behind the long-term destruction of the conditions that make live enjoyable on this Earth. Another is that it makes sense to look into how all people on this planet could have a good life – an impossible feat if we stick to the current GDP growth model. According to author and activist Naomi Klein “{everything is easier than imagining to change capitalism}” but that is what is needed to avoid a climate catastrophe – as the IPCC admits in more diplomatic terms in their already leaked draft report slated for November. She made clear that, when it comes to addressing the climate crisis, we as humans have failed catastrophically. Not in theory, but in practice, given that the first climate negotiations started in 1990 and emissions have gone up by 61 percent since then, which brings us on a path towards runaway climate change that makes life much harder for billions. She sees the establishment of the global free-trade-regime in parallel to the climate negotiations as one of the main reasons for the failure to address climate change. “We need an economy which expands in the quality of how we treat and take care of each other – and contracts in how we exploit resources.” Alberto Acosta, former energy and mining Minister of Ecuador, professor in economy and president of the last Constituent Assembly of Ecuador, made it very clear that it is not enough to simply do away with the growth paradigm. That is why the focus of the 2014 conference is on concrete steps towards a society beyond the imperative of growth. Scientific debates, exchanges between activists and economic pioneers are looking at how to deal with the state, how to deal with the market and how to let the degrowth economy beyond state and market grow. If that sounds contradictory: it’s not. Degrowth is about a transition of one economic model – founded on increasing extraction of non-renewable resources – in order to give emphasis to the blossoming of different models: based on sharing, justice, the commons, transition towns and being sustainable. The negative connotation of the word ‘degrowth’ makes many people look for another word such as post-growth: how society looks like once we abandon the idea that GDP growth = good. Silke Helfrich, who wrote the popular book “The Wealth of the Commons. A world beyond market and state” fired the public up with her enthusiasm. There was rap poetry by Nnimmo Bassey, a Right Livelihood Award winner speaking on the connections between climate justice activism in the South and degrowth debates in the North. An abundance of artists are giving the conference a flair of being a creative hotspot of positive energy and testimonies of the already existing “real life solutions”, as the Indian writer Ashish Kothari says. There’s finally a urgent need for a growing number of organisations and collectives to discuss what growth has meant in the history, who has really benefitted from it and...
read moreLa BP colpevole di “gross negligence”
Tutti ricordano lo scoppio del pozzo Macondo della BP, nel golfo del Messico, con 11 morti e quei tre mesi di petrolio quotidiano ad avvelenare il mare e tutto quanto quel mare ospitava. di Maria Rita D’Orsogna* su Comune “BP has acted with conscious disregard of known risks. Its conduct was reckless. Decisions made by BP have been primarily driven by a desire to save time and money, rather than ensuring that the well was secure”. Carl Barbier, US District Court sul pozzo Macondo della BP Il 4 settembre 2014, piu’ di quattro anni dopo lo scoppio, il giudice federale Carl Barbier ha emesso la sua sentenza: la peggiore fuoriuscita di petrolio offshore nella storia degli Stati Uniti e’ dovuta a “willful misconduct and gross negligence” da parte della BP, cioe’ dolo volontario e grave negligenza. Per tutti questi anni la BP aveva continuato – beffardamente – a sostenere che non era solo colpa sua e che le sue socie, Transocean e Hallburton, dovessero essere ugualmente responsabili, se non di piu’. La sentenza di Barbier, per la prima volta, riconosce l’esatto contrario. La colpa principale e’ della BP. Questa sentenza è grave per la ditta inglese perché afferma che non si è trattato di un incidente imprevedibile o del fato, ma di qualcosa di volontario e prevenibile. La sentenza espone ora la BP a circa 18 miliardi di dollari in sanzioni civili, in aggiunta ai 4 gia’ pagati nelle precedenti cause penali, e ai 28 pagati ai residenti che hanno avuto perdite finanziarie connesse allo scoppio. Secondo Barbier, la BP è responsabile per i due terzi del disastro in quanto proprietaria del pozzo esploso. Il resto della colpa e’ della Transocean Ltd, proprietaria della piattaforma che trivellava il golfo, e in piccola parte della ditta che forniva il cemento per la sigillazione, la Halliburton. Barbier è giunto alla conclusione che la BP abbia anteposto la ricerca di guadagno facile sulla sicurezza, per esempio lasciando che sigillazioni e valvole delicate perdessero lungo le cementificazioni, rinuciando a test fondamentali per capire lo stato del sottosuolo, e portandolo in “condizioni estremamente fragili e vulnerabili a scoppi” durante gli ultimi 30 metri di trivellazione. Il giudice non risparmia parole. Parla di “condotta irresponsabile”, di “disprezzo consapevole di rischi noti”, e di “una catena di fallimenti” che hanno portato allo scoppio. La BP ovviamente non ne vuole sapere: dice che l’accusa di “negligenza grave” è ingiusta e che ricorrera’ in appello. Le parole qui non sono secondarie. Secondo il Clean Water Act, se la negligenza e’ semplice, si pagano poco piu’ di mille dollari al barile. La negligenza grave invece porta la multa a 4.300 dollari al barile. Barbier non ha ancora determinato l’esatto quantitativo di petrolio fuoriuscito. Il governo federale dice 5 milioni di barili, la BP la meta’. Tutto questo vuol dire che i 3.5 miliardi di dollari che la BP prevedeva di spendere per questa causa non le basteranno. Per niente. Gli azionisti non se l’aspettavano. La BP ha perso oggi il 6% del suo valore in borsa, e nell’ultimo anno ha dovuto vendere circa il 10% fra riserve, raffinerie ed oleodotti per far fronte ai pagamenti. E il golfo? La legge prevede che l’ ottanta percento della multa dovrà essere usata per il ripristino ambientale, ma il golfo e’ in...
read moreBP’s reckless conduct caused Deepwater Horizon oil spill, judge rules
Judge’s ruling that BP bears 67% of blame for Deepwater Horizon disaster could nearly quadruple amount of civil penalties *[The Guardian] BP bears the majority of responsibility among the companies involved in the Deepwater Horizon oil spill, a federal judge ruled Thursday, citing the energy giant’s reckless conduct over the disaster in a ruling that exposes it to billions of dollars in penalties. BP plc already has agreed to pay billions of dollars in criminal fines and compensation to people and businesses affected by the disaster, the worst-ever US oil spill. But US district Judge Carl Barbier’s ruling could nearly quadruple what the London-based company has to pay in civil fines for polluting the Gulf of Mexico during the 2010 spill. Barbier presided over a trial in 2013 to apportion blame for the spill that spewed oil for 87 days in 2010. Eleven men died after the well blew. The judge essentially divided blame among the three companies involved in the spill, ruling that BP bears 67% of the blame; Swiss-based drilling rig owner Transocean Ltd takes 30%; and Houston-based cement contractor Halliburton Energy Service takes 3%. In his 153-page ruling, Barbier said BP made “profit-driven decisions” during the drilling of the well that led to the deadly blowout. “These instances of negligence, taken together, evince an extreme deviation from the standard of care and a conscious disregard of known risks,” he wrote. BP said in a news release that it would appeal the ruling, saying the company “believes that an impartial view of the record does not support the erroneous conclusion reached by the district court.” The ruling means BP could face as much as $17.6bn in civil fines under the Clean Water Act, said David Uhlmann, a University of Michigan law professor and former chief of the Justice Department’s environmental crimes section. “It also repudiates BP’s claims that it was merely negligent and will further damage BP’s already badly damaged reputation,” Uhlmann wrote in an email. The judge was assigned to oversee most of the federal litigation spawned by BP’s spill. Last year, he presided over two phases of a trial for claims against BP and its contractors brought by the federal government, the five Gulf states and private lawyers representing businesses and residents. Barbier heard eight weeks of testimony without a jury for the trial’s first phase, which was designed to identity the causes of the blowout of BP’s Macondo well and assign percentages of fault to the companies involved in the drilling project. The judge heard three weeks of testimony for the second phase, which focused on dueling estimates of how much oil spilled into the Gulf and examined BP’s efforts to seal the well. Millions of gallons of crude gushed into the Gulf after the well blew and triggered an explosion on theDeepwater Horizon drilling rig, killing wildlife, staining beaches and polluting marshes. BP ultimately sealed its well after several techniques failed to stop the gusher. BP says it has spent more than $24bn in spill-related expenses, including cleanup costs and payments to businesses and residents who claim the spill cost them money. The company also has estimated that it will pay a total of $42bn to fully resolve its liability. BP pleaded guilty in January 2013 to manslaughter charges for the rig workers’...
read moreRifiutiamoci | Campagna contro la costruzione di nuovi impianti di TMB
Rifiutiamoci! è una campagna promossa da realtà sociali, associazioni e cittadini della Valle del Sacco con l’obiettivo di fermare la decisione regionale di costruire un impianto di trattamento dei rifiuti nei pressi della discarica di Colle Fagiolara. Rifiutiamoci! è una campagna promossa da realtà sociali, associazioni e cittadini della Valle del Sacco con l’obiettivo di fermare la decisione regionale di costruire un impianto di trattamento dei rifiuti nei pressi della discarica di Colle Fagiolara. La Valle del Sacco è una zona pesantemente contaminata dalla compresenza di impianti contaminanti che nel corso dei decenni hanno reso il fiume Sacco, secondo bacino idrografico della regione, una delle aree più devastate del paese dal punto di vista ambientale e sanitario. L’installazione, nella medesima zona, di un nuovo impianto inquinante, risulta violare ancora una volta il diritto delle comunità residenti di vivere in un ambiente salubre, di vedere tutelata la propria salute e di poter contribuire a determinare la gestione del territorio e delle sue risorse. Perchè dire no all’ impianto TMB Vecchi inceneritori malmessi , mega-discariche e nessun beneficio: questo è ciclo dei rifiuti della Valle del sacco, un sistema vecchio e al collasso con il quale la popolazione è costretta a vivere senza poter avere alcuna voce in capitolo. Attualmente, la Regione Lazio e il Comune di Colleferro intendono costruire l’impianto di trattamento Meccanico Biologico nei pressi della discarica di Colle Fagiolara, davanti a una scuola superiore, a meno di 100 metri dal Parco Naturale “La Selva” e a un numeroso nucleo residenziale. L’impianto presenta delle criticità poiché, come scritto nel progetto, produrrà combustibile da rifiuto, materiale quindi destinato agli inceneritori di Colleferro e frazione organica stabilizzata che confluirà nella discarica. E’ necessario opporsi poiché un simile impianto manterrà in vita gli inceneritori e la discarica di Colleferro e non ci sarà nessun miglioramento nella gestione dei rifiuti. “L’economia della monnezza” continua ad essere attiva e regala guadagni facili a chi gestisce gli impianti mentre i cittadini subiscono i danni ambientali di questa gestione scellerata dei rifiuti. “Rifiutiamoci” intende ribadire che non è accettabile continuare a basare lo smaltimento dei rifiuti su discariche e inceneritori. I cittadini e le associazioni che la sottoscrivono credono fortemente che sia possibile applicare pratiche sostenibili al fine di ottenere una riduzione dei rifiuti. Nella Valle del Sacco, molti comuni hanno ancora percentuali irrisorie di raccolta differenziata e la maggior parte dei rifiuti finisce nella discarica di Colle Fagiolara. Non è ammissibile pensare di autorizzare un impianto simile senza prima aver applicato sul territorio una seria svolta sostenibile, capace di risolvere il problema dei rifiuti e di salvaguardare la salute delle comunità. Per un ciclo virtuoso dei rifiuti, per dire basta all’economia della monnezza Rifiutiamoci di essere cittadini di serie B! Rifiutiamoci di dover pagare con la salute! {Info e contatti:} Visita il sito UGI: Unione Giovani Indipendenti Colleferro {Obiettivi della campagna:} La campagna Rifiutiamoci chiede al Comune di Colleferro: – Il fermo immediato del “falso” impianto TMB – La chiusura degli inceneritori e della discarica – L’avvio immediato della raccolta differenziata porta a porta Perché il Comune di Colleferro? Come garante della salute di una comunità, il Sindaco di Colleferro deve esprimersi chiaramente su questa vicenda e deve dare delle risposte concrete, ricordando cheesistono dati sanitari e studi epidemiologici che attribuiscono agli impianti di smaltimento...
read moreValle del Sacco | Per il TAR non è solo un problema locale
Il tribunale amministrativo smentisce la misura voluta dall’allora titolare dell’Ambiente Corrado Clini, con cui il sito inquinato in Ciociaria passava alla competenza regionale. Esultano i comitati locali di Paolo Fantauzzi su [L’Espresso] Non solo la Terra dei fuochi, adesso anche la Valle del Sacco. Un altro pezzo della “strategia della tranquillità” cade dal quadro rassicurante dipinto dal dicastero dell’Ambiente in tema di bonifiche. E sotto processo, letteralmente, finisce il decreto ministeriale che a inizio 2013 ha declassificato 18 Sin su 57 (i Siti di interesse nazionale, ovvero i più inquinati) trasformandoli in Sir e affidandone la competenza alle regioni. « Non hanno le caratteristiche per essere classificati di interesse nazionale » la motivazione fornita dal ministero, all’epoca guidato da Corrado Clini. Affermazione che lasciava intendere che l’inquinamento e la pericolosità per la salute non fossero poi così gravi. Nell’elenco figurava anche la Terra dei fuochi (parte del più ampio Sin “Litorale Domizio Flegreo e Agro Aversano”), in cui la situazione si sarebbe rivelata poi talmente compromessa da spingere il governo Letta, dopo meno di un anno, ad adottare un apposito decreto legge. Adesso ad assestare un duro colpo al provvedimento è il Tar del Lazio, che ha accolto il ricorso della Regione contro la decisione di declassificare anche la Valle del Sacco: un’area che si estende per circa 60 chilometri in provincia di Frosinone e contaminata principalmente dal micidiale beta-esaclorocicloesano, un sottoprodotto degli erbicidi prodotti dalle aziende chimiche di Colleferro finito nelle acque del fiume Sacco. Una decisione che Legambiente e numerose altre associazioni e comitati ecologisti avevano ritenuto assolutamente inspiegabile e ingiustificata. E che adesso trova conferma nel Tribunale amministrativo, che stronca con parole durissime la ratio del decreto: “Il ragionamento del Ministero, ad avviso di questo Collegio, è erroneo in radice” si legge nella sentenza depositata lo scorso 16 luglio, perché “la norma applicata sembra ampliare (piuttosto che restringere) le fattispecie dei territori potenzialmente rientranti nell’ambito dei siti di interesse nazionale”. Perché un’area continuasse a essere classificata come Sin il ministero aveva infatti stilato una lista di sei requisiti. Alla Valle del Sacco ne mancava uno: la presenza, attualmente o in passato, di raffinerie, impianti chimici integrati o acciaierie. Ma per i giudici del Tar Lazio “il testo normativo non autorizza una lettura tale da indurre a considerare, per la qualificazione di Sin, la presenza di tutte le circostanze” e la lista non può essere considerata “un’elencazione di requisiti che ogni Sin deve possedere”. Insomma, più di ogni altra considerazione deve contare la pericolosità degli inquinanti presenti, l’impatto sull’ambiente, l’estensione dell’area interessata e il rischio sanitario per la popolazione. Fattori di rischio rispetto ai quali quella fetta di Ciociaria non fa eccezione. «È una grande vittoria soprattutto giuridica» commentaFrancesco Bearzi, coordinatore per la provincia di Frosinone della Rete per la tutela del Valle del Sacco . «Ma tutto questo non porterà necessariamente a un vantaggio, perché ora il ministero dovrà svolgere con competenza quel lavoro che finora non ha eseguito». Già, perché come ha certificato lo stesso dicastero , sulle bonifiche poco o nulla finora è stato fatto. Al massimo ci si limita ad alzare per decreto i limiti delle sostanze pericolose, come ha denunciato l’Espresso . Intanto, mentre siamo in ritardo di vent’anni sulla tabella di marcia, i veleni restano e le persone continuano ad ammalarsi...
read moreBasilicata, approvata la più grande discarica d’idrocarburi d’Europa
La Regione Basilicata ha approvato un nuovo progetto per una discarica per idrocarburi nel Comune di Guardia Perticara. di {ferrariled } su[ 5 minuti per l’ambiente] La Regione Basilicata ha approvato la realizzazione della discarica Semataf, destinata ai rifiuti speciali tra cui idrocarburi da costruirsi nel comune di Giardia Perticara in provincia di Potenza che volume sarà la più grande in Europa. Proprio qualche giorno fa i comuni di Corleto Perticara, Guardia Perticara e Gorgoglione per l’impianto estrattivo Tempa Rossa hanno fatto richiesta per avere gratuitamente il gas quale forma di compensazione (ma sarebbe meglio dire risarcimento) per la perdita dell’uso del territorio e per compensazione per la reintegrazione dell’equilibrio ambientale e territoriale. Ma subito dopo ecco l’approvazione della grande discarica che come fa notare Ola Organizzazione Lucana ambientalista: La discarica per rifiuti speciali di Guardia Perticara già smaltisce fanghi petroliferi, amianto ed altri rifiuti speciali solidi provenienti dal giacimento petrolifero considerato il più grande in Europa in terrà ferma, mentre i reflui petroliferi prodotti vengono smaltiti in Val Basento. Ola ricorda che Guardia Perticara è un piccolo borgo forse tra i più belli d’Italiae che a breve ospiterà la discarica per rifiuti petroliferi più grande d’Europa. Infatti la Regione Basilicata ha approvato il progetto: la sezione di trattamento, disidratazione ed inertizzazione, con l’aggiunta di nuovi codici di rifiuti da destinare a trattamento o recupero, indicati nelle appendici n. 2, 3 e 4 del Rapporto Istruttorio A.I.A.; l’installazione di un nuovo impianto di lavaggio; l’ampliamento del piazzale da destinare ad attività di deposito preliminare e messa in riserva; la costruzione del IV lotto di discarica, per una volumetria complessiva pari ad ulteriori 340.000 mc. che si aggiungeranno ai 150mila m3 già autorizzati per un totale complessivo di mezzo milione circa di mc di rifiuti, con una capacità di trattamento autorizzata pari a 110mila tonnellate/anno. Complessivamente la nuova piattaforma, ad ultimazione degli interventi, occuperà una nuova superficie di 13 ettari mentre sono 25 gli ettari totali impegnati. Vedi la planimetria della piattaforma interessata alla costruzione della discarica La situazione è destinata a peggiorare poiché le estrazioni di idrocarburi sono destinate a raddoppiare in tutta la Basilicata per effetto della revisione al Titolo V della Costituzione. Quella di Guardia Perticara, il paese più piccolo della Basilicata e borgo tra i più belli d’Italia, può a breve essere considerata la mega discarica per rifiuti petroliferi più grande d’Europa, considerata l’entità dei giacimenti onshore nelle valli del Sauro e Agri, anche in vista del previsto raddoppio delle estrazioni di idrocarburi ed i barili estraibili sull’intero territorio lucano derivanti dalla revisione del Titolo V della Costituzione. Spiega Ola: Le compagnie petrolifere si apprestano ad un ulteriore incremento delle attività di ricerca e perforazione sull’intero territorio regionale predisponendo i siti per lo smaltimento dei rifiuti chimici prodotti, mettendo così a più grave rischio l’ambiente e la salute dei cittadini, in una regione considerata dalle compagnie petrolifera “servitù petrolifera”. Fonte: Ola *Articolo pubblicato su 5minutiperlambiente.wordpress.com, titolo originale: “In Basilicata approvata la più grande discarica per idrocarburi d’Europa” 22 Giugno...
read moreRosewood traffic and criminalization of journalists in Madagascar
The logging of rosewood is a very sensitive issue in Madagascar. According to Global Witness and the Environmental Investigation Agency (EIA), a dozen private operators and three main companies are benefiting from illegal logging in Masoala, while three banks facilitated the illegal timber trade. China is one main destination. by Nick on[ EJOLT] The logging of rosewood is a very sensitive issue in Madagascar. According to Global Witness and the Environmental Investigation Agency (EIA), a dozen private operators and three main companies are benefiting from illegal logging in Masoala, while three banks facilitated the illegal timber trade. China is one main destination. (more details and references in the Masoala rosewood illegal logging case in the Atlas of Environmental Justice). On July 21st, Jean-Luc Rahaga, publication director of the national daily “Madagascar Matin” and its editor, Didier Ramanoelina, were suspected of “libel and press offenses” and jailed in Antananarivo. They were arrested because they published a letter from a reader who accused three members of the Government to be directly involved in the rosewood traffic – including the Minister of infrastructure, Rivo Rakotovao. The arrests came after the Minister complained. After a trial held behind closed doors on July 23rd, it became clear that the two journalists risked six months to two years in prison and the newspaper one month suspension of publication. More than fifty journalists demonstrated outside the Court and in the streets of Antananarivo to protest, qualifying the arrest as a return of dictatorship. The environmental justice organisation Alliance Voahary Gasy (AVG), which is highly involved in exposing the illegal logging of rosewood in Madagascar, also supported the prisoners. According to AVG’s Coordinator, Andry Ralamboson, “The Malagasy Justice has taken a disproportionate decision contrary to the Criminal Code in which preventive detention is an exceptional measure”. Meanwhile, none of the barons of this illicit trade, whose names are known for many years, has ever been questioned. To defuse the growing protest, President Hery Rajaonarimampianina intervened publicly to disapprove “the imprisonment of journalists for acts within the scope of their profession.” Immediately after that declaration, the Minister withdrew his complaint. Despite the release of the two journalists, media in Madagascar are concerned about the future of press freedom in Madagascar and environmental civil society and public opinion are waiting for a real punishment of rosewood traffickers whose names were published by the Environmental Investigation Agency (EIA) and Global Witness in...
read moreA treaty to stop corporate crimes and impunity
EJOLT supports a worldwide campaign to stop corporate crimes and impunity by Nick on [Ejolt] Godwin Ojo from EJOLT partner ERA participated in a recent meeting from the United Nations Human Rights Council (UNHRC), where a step toward a legally binding instrument to enforce human rights obligations on Transnational Corporations was taken. Here’s final statement from the Global Campaign to Dismantle Corporate Power and Stop Impunity Regarding the week of mobilisation to stop corporate crimes and impunity: July 2014 -The ongoing and past violations of human rights by Transnational Corporations (TNCs) urgently demand radical action. Tragedies like the 2013 Rana Plaza disaster in Bangladesh that killed 1,132 factory (mostly women) workers, the 2012 Marikana massacre of 34 miners in South Africa, the destruction caused by Shell in Nigeria’s Ogoniland and the decades-long devastation caused by Chevron in the Ecuadorean Amazon –along with countless others –are evidence of the immediate necessity for access to justice and remedy for victims. On June 26th, 2014, the United Nations Human Rights Council (UNHRC) adopted a resolution establishing an intergovernmental working group with the mandate of drafting a legally binding instrument to enforce human rights obligations on Transnational Corporations. After intense debate, a majority of twenty member states of the UNHRC, representing a population of 3.8 billion people, voted in favour of this historic resolution. Human rights defenders and communities affected by TNCs along with social movements and campaign networks played a key role in achieving this important historic victory. Considering previous attempts to establish a legally binding human rights regime for TNCs, the intergovernmental process to develop a broad-ranging treaty on business and human rights will be intense and inevitably lead to confrontations with corporate power. Despite these considerable hurdles, social movements, human rights defenders and affected communities are engaged to win this battle. The Global Campaign to Dismantle Corporate Power –a network of social movements, organizations, campaigns and affected communities –is determined to strengthen the mobilization of a broad and sustained counter-power that will ensure that the scope, content and applicability of such an intergovernmental Treaty responds to the needs of victims. The social movements, networks and organizations from the Global Campaign to Dismantle Corporate Power and Stop Impunity are collectively building an International Peoples’ Treaty that affirms an alternative vision of law and justice coming from the PEOPLE (1). The International Peoples’ Treaty places the people as the paramount subjects, political actors and source of the laws and norms of a political, economic and legal system that challenges the current framework of extraordinary privileges and impunity enjoyed by TNCs. The International Peoples’ Treaty is above all a political document and process that emerges from the need to fight against the existing architecture of impunity and the urgent demands for a binding legal norm in order to stop corporate abuses. Even though the term “Treaty,” legally refers to a document signed by states, our vision is that the people, beyond states, can make law: we defend the notion of international law “from below.” It is from within this radical and subversive framework that the will and determination emerges to overcome the lack of imagination and political will of those saying that a binding Treaty on TNCs is impossible. While The Peoples Treaty represents a political vision from below, it is complimentary to...
read more“Vendere il TTIP all’opinione pubblica europea prima che sia troppo tardi”
Vendere, eliminare e concludere sono le parole che hanno animato la conferenza tenutasi lo scorso mercoledì 18 giugno presso l’aula dei gruppi parlamentari a pochi passi dalla Camera dei deputati. {Simona Maltese per A Sud} / Campagna Stop-TTIP-Italia su [asud.net] Autorevoli esponenti italiani e americani appartenenti al mondo della diplomazia, della finanza e del commercio, nonché politici italiani, si sono incontrati per discutere di un trattato che potrebbe creare la più grande area di libero scambio al mondo con circa 800 milioni di consumatori, metà del prodotto interno lordo mondiale e un terzo del commercio globale. Si tratta del Transatlantic Trade and Investiment Partnership (TTIP) e di ciò che è stato definito dall’associazione Ego, organizzatrice dell’evento, “il potenziale royal model” per le relazioni commerciali tra Stati Uniti e Unione Europea. Inaugura l’evento il Sottosegretario allo Sviluppo Economico Carlo Calenda che avvia il suo intervento cercando di dirimere ogni possibile dubbio rispetto ai vantaggi derivanti dal TTIP e ripetendo più e più volte che i benefici maggiori riguarderebbero le piccole e medie imprese italiane come avrebbero – a suo dire – dimostrato gli studi di impatto ad oggi realizzati: tutti i settori produttivi beneficerebbero di effetti positivi per via della sigla del trattato che darebbero respiro alla sofferente e piccola impresa italiana. Troppo piccola però – verrebbe da dire – è la nostra impresa made in italy rispetto ai colossi finanziari che si ergono all’orizzonte dei negoziati per rendere credibile questa previsione. Secondo il rapporto realizzato da Prometeia spa per il Ministero per lo sviluppo economico i primi timidi segnali di crescita pari a circa lo 0.5% del Pil si manifesterebbero non prima di 3 anni dall’entrata in vigore dell’accordo. A ciò si aggiunge la circostanza che solo il 10% delle imprese italiane è realmente nelle condizioni economico-finanziarie di esportare a livello internazionale ed europeo. La stessa Kathleen Doherty, vice capo Missione dell’Ambasciata Usa in Italia, dichiara che nelle top ten delle industrie mondiali IT (information technology) che esportano in tutto il mondo non figura alcuna realtà europea. In Italia in particolare l’esternalizzazione verso altri mercati in molti casi non ha prodotto effetti significativi sull’economia come dimostrano gli ultimi dati ISTAT, ciò perché la presenza delle nostre imprese nel mercato internazionale si è sostanziata in una maggiore delocalizzazione che ha ridotto i costi di manodopera e delle tecnologie impiegate, ma non ha comportato un ritorno di capitali tali da rilanciare la crescita e redistribuzione della ricchezza. Se il TTIP promette quindi un maggiore export, non sembrerebbe così automatico il beneficio per la crescita del nostro Paese e delle piccole-medie imprese. Il sottosegretario Calenda invece non ha dubbi: è una “partita win to win” tra gli americani e gli europei, lanciandosi in una digressione sul passaggio dall’economia di produzione ad un’economia di consumo. Cita la globalizzazione ricordando gli straordinari obiettivi raggiunti tra cui 1.000.000 di persone nel mondo uscite dalla povertà e paesi risorti da una crisi dilagante come il Mozambico ritratto come uno dei paesi più sviluppati dell’Africa. Tutto ciò a suo dire potrebbe essere migliorato e potenziato dal TTIP. Calenda ricorda inoltre i gravi insuccessi del WTO dal 2001 a oggi durante i negoziati per il Doha Round, non considerando però l’accordo raggiunto in Indonesia lo scorso dicembre con il Bali Package che prevede una grande conquista per i...
read moreRifiutiamoci | Campagna contro la costruzione di nuovi impianti di TMB
Rifiutiamoci! è una campagna promossa da realtà sociali, associazioni e cittadini della Valle del Sacco con l’obiettivo di fermare la decisione regionale di costruire un impianto di trattamento dei rifiuti nei pressi della discarica di Colle Fagiolara. La Valle del Sacco è una zona pesantemente contaminata dalla compresenza di impianti contaminanti che nel corso dei decenni hanno reso il fiume Sacco, secondo bacino idrografico della regione, una delle aree più devastate del paese dal punto di vista ambientale e sanitario. L’installazione, nella medesima zona, di un nuovo impianto inquinante, risulta violare ancora una volta il diritto delle comunità residenti di vivere in un ambiente salubre, di vedere tutelata la propria salute e di poter contribuire a determinare la gestione del territorio e delle sue risorse. Perchè dire no all’ impianto TMB Vecchi inceneritori malmessi , mega-discariche e nessun beneficio: questo è ciclo dei rifiuti della Valle del sacco, un sistema vecchio e al collasso con il quale la popolazione è costretta a vivere senza poter avere alcuna voce in capitolo. Attualmente, la Regione Lazio e il Comune di Colleferro intendono costruire l’impianto di trattamento Meccanico Biologico nei pressi della discarica di Colle Fagiolara, davanti a una scuola superiore, a meno di 100 metri dal Parco Naturale “La Selva” e a un numeroso nucleo residenziale. L’impianto presenta delle criticità poiché, come scritto nel progetto, produrrà combustibile da rifiuto, materiale quindi destinato agli inceneritori di Colleferro e frazione organica stabilizzata che confluirà nella discarica. E’ necessario opporsi poiché un simile impianto manterrà in vita gli inceneritori e la discarica di Colleferro e non ci sarà nessun miglioramento nella gestione dei rifiuti. “L’economia della monnezza” continua ad essere attiva e regala guadagni facili a chi gestisce gli impianti mentre i cittadini subiscono i danni ambientali di questa gestione scellerata dei rifiuti. “Rifiutiamoci” intende ribadire che non è accettabile continuare a basare lo smaltimento dei rifiuti su discariche e inceneritori. I cittadini e le associazioni che la sottoscrivono credono fortemente che sia possibile applicare pratiche sostenibili al fine di ottenere una riduzione dei rifiuti. Nella Valle del Sacco, molti comuni hanno ancora percentuali irrisorie di raccolta differenziata e la maggior parte dei rifiuti finisce nella discarica di Colle Fagiolara. Non è ammissibile pensare di autorizzare un impianto simile senza prima aver applicato sul territorio una seria svolta sostenibile, capace di risolvere il problema dei rifiuti e di salvaguardare la salute delle comunità. Per un ciclo virtuoso dei rifiuti, per dire basta all’economia della monnezza Rifiutiamoci di essere cittadini di serie B! Rifiutiamoci di dover pagare con la salute! Obiettivi della campagna RIFIUTIAMOCI: {La campagna Rifiutiamoci chiede al Comune di Colleferro:} – Il fermo immediato del “falso” impianto TMB – La chiusura degli inceneritori e della discarica – L’avvio immediato della raccolta differenziata porta a porta {Perché il Comune di Colleferro?} Come garante della salute di una comunità, il Sindaco di Colleferro deve esprimersi chiaramente su questa vicenda e deve dare delle risposte concrete, ricordando cheesistono dati sanitari e studi epidemiologici che attribuiscono agli impianti di smaltimento di Colleferro una grossa colpa: quella di contribuire all’aumento di malattie respiratorie e cardiovascolari nei cittadini di Colleferro e dei comuni limitrofi. Info e Contatti: {Visita il sito:} UGI: Unione Giovani Indipendenti, Colleferro Materiali: -* Scarica il logo della campagna Vedi le foto della campagna di informazione...
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Marica Di Pierri per Valori.it – Verso la Cop30 di Belém, cosa aspettarci dal più importante appuntamento per salvare il clima della Terra? Diretta con Marica Di Pierri, Luca Lombroso, Giovanni Mori e Lorenzo Tecleme.