Dal 10 al 21 novembre 2025 saremo a Belém, in Brasile, per partecipare come osservatori alla 30° Conferenza delle Nazioni Unite sul Clima. Racconteremo quanto avviene dentro e fuori le negoziazioni, porteremo e raccoglieremo le voci dei territori in lotta contro l’estrattivismo, contro il greenwashing e per una transizione ecologica realmente giusta.
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A Belém si discuteranno e valuteranno gli NDCs, i nuovi impegni climatici nazionali che stabiliscono gli obiettivi di riduzione delle emissioni di ogni paese. Accanto alla mitigazione, l’adattamento sarà uno dei temi centrali attraverso il Global Goal on Adaptation (GGA) e i nuovi Piani nazionali di adattamento. Un altro capitolo chiave sarà quello della finanza per il clima. Tra i punti principali il nuovo obiettivo di finanziamento (NCQG), che punta ad aumentare il sostegno ai Paesi in via di sviluppo da 100 a 300 miliardi di dollari l’anno, e la Roadmap Baku-Belém, che traccia un percorso per mobilitare almeno 1.300 miliardi di dollari l’anno entro il 2035.
Temi cruciali, che si scontrano con uno scenario geopolitico ostile, segnato dal negazionismo climatico, dai venti di guerra, dalla corsa al riarmo e dalla violenza istituzionale. Non è un caso che in gioco a Belém ci sia più che mai la credibilità della diplomazia climatica e la sua capacità di tradurre le intenzioni in impegni concreti.
La Cupula dos povos
La Cúpula dos Povos è il grande incontro dei movimenti sociali e delle comunità che vivono in prima linea la crisi climatica. Nata nel 1992 come risposta critica alle negoziazioni ufficiali, propone un’alternativa fondata su giustizia climatica, sociale e ambientale, solidarietà e saperi ancestrali.
Dal 12 al 16 novembre 2025, in concomitanza con la COP30 di Belém, riunirà popoli indigeni, comunità quilombola e tradizionali, giovani e lavorator? in marce, dibattiti e azioni culturali.
La Cúpula mette al centro vite, diritti e territori, non statistiche: unisce chi costruisce ogni giorno soluzioni reali, dall’agroecologia alla difesa dei beni comuni, per spingere i governi ad adottare politiche di vera giustizia climatica.
Dichiarazione della Cupula Dos Povos
Perché A Sud e CDCA alla COP?
Nelle Cop si riuniscono i governi dei 197 Paesi che hanno ratificato la Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (UNFCCC), firmata a Rio de Janeiro nel 1992. Ma la COP30 non è solo un vertice diplomatico: è il terreno di confronto (e di scontro) tra attori diversi e diverse visioni del mondo. Da una parte il business as usual che trasforma la crisi climatica in profitto, dall’altra movimenti e territori che lottano per giustizia climatica, autodeterminazione e diritti della Natura.
La COP30 si terrà nel cuore dell’Amazzonia, a Belém do Pará, in Brasile. Non è un dettaglio geografico ma una scelta politica: è nel Sud globale che l’ingiustizia climatica colpisce più duramente mentre il Nord globale continua a negoziare emissioni e interessi fossili.
Qui non si decide solo il futuro del clima: si decide chi avrà diritto a un futuro.
Per raccontare cosa c’è in gioco, e come finisce la partita.
Andiamo alla COP per osservare da vicino i negoziati, capire quali equilibri politici e di potere si stanno ridefinendo, e portare la prospettiva dei territori e dei movimenti che chiedono giustizia climatica.
La partecipazione di A Sud e CDCA serve a connettere le lotte locali con quelle globali, rafforzare alleanze internazionali e raccontare – con sguardo indipendente e critico – come la diplomazia climatica sta affrontando, o eludendo, le proprie responsabilità.
Perché solo intrecciando voci e resistenze dal basso possiamo costruire un futuro giusto per tutt?.
Per costruire e rafforzare alleanze internazionali
Svolgere la COP in Brasile è un segnale che conta: significa rimettere al centro chi la crisi climatica la subisce davvero. Andiamo a Belém per stare con i movimenti globali per la giustizia climatica. In America Latina oggi si gioca una partita enorme: conflitti ambientali, estrattivismo, repressione, lotte indigene e popolari che resistono da decenni. Con tante realtà — dalla Colombia alla Bolivia, fino all’Amazzonia — abbiamo già lavorato, fatto campagne, costruito ponti. Lì ritroviamo compagn? con cui condividiamo visioni e pratiche.
Per portare una visione radicale dentro la COP
Sì, probabilmente sarà l’ennesimo flop diplomatico. Ma proprio per questo dobbiamo esserci, per non lasciare quei tavoli alle lobby fossili e ai governi che parlano di transizione mentre trivellano.
Da dentro vedi meglio le dinamiche, le crepe, le possibilità di alleanze e di conflitto.
Andiamo per portare la prospettiva della giustizia climatica e delle lotte dal basso, che legano crisi climatica, razzismo, patriarcato e disuguaglianze. La COP non è un punto d’arrivo: è un passaggio. Il resto si fa fuori, insieme, ogni giorno.
Diario dalla COP30
- Giorno 12 – 24 novembre 2025
Belém svela il fallimento della diplomazia climatica, ma apre spiragli: una roadmap anti-fossile e nuove alleanze per la giustizia.
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- Giorno 11 – 21 novembre 2025
Penultimo giorno a Belém: incendio in COP30, stalli politici e pressioni crescenti sul BAM e sull’uscita dai fossili.
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- Giorno 10 – 20 novembre 2025A Belém 85 Paesi spingono per uscire dai fossili, mentre Italia e Polonia frenano. La COP30 è al bivio, il tempo è adesso.
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- Giorno 9 – 19 novembre 2025
Belém rilancia la lotta globale ai fossili: la Colombia guida un fronte che vuole uscire davvero dal modello che brucia il pianeta.
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- Giorno 8 – 18 novembre 2025
Alla COP30 la transizione dai combustibili fossili sembra lontana, mentre i fondi dell’adattamento sono sotto il minimo.
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- Giorno 7 – 17 novembre 2025
Belem in rivolta: popoli indigeni e movimenti sociali spingono per una COP30 che dica finalmente basta ai fossili.
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- Giorno 6 – 15 novembre 2025
Anche quest’anno i dati sulla presenza dei lobbisti Gas&Oil alla conferenza di Belém sono alti: su ogni 25 persone accreditate al vertice, uno è un lobbista dei combustibili fossili, in totale sono oltre 1600.
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- Giorno 5 – 14 novembre 2025
Il TFFF entra nella Cupula tra promesse e contraddizioni: fondi incerti, debiti in aumento e movimenti che denunciano l’ennesima falsa soluzione verde.
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- Giorno 4 – 13 novembre 2025
A Belém la protesta indigena irrompe nella COP30 e svela le contraddizioni del Brasile fossile. Intanto la Cupula esplode di mobilitazioni globali.
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- Giorno 3 – 12 novembre 2025
Adattamento al centro della COP30, ma i fondi restano insufficienti. A Belém arrivano movimenti e comunità indigene: la vera pressione viene dai territori.
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- Giorno 2 – 11 novembre 2025
Lula parla di disuguaglianze alla Cop30, ma il Brasile continua a spingere sul fossile. A Belém torna al centro il nodo tra clima e ingiustizia.
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- Giorno 1 – 10 novembre 2025
Dalla Cop30 alla Cúpula dos Povos: a Belém si apre la sfida per la giustizia climatica tra responsabilità globali, diritti dei popoli e resistenza dei territori.
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Articoli di approfondimento alla COP30
- Cosa resta della Cop30, la battaglia per il clima e i diritti è ancora lunga – 24 novembre 2025
Marica Di Pierri e Laura Greco su Domani – COP30 fallisce su fossili e foreste, ma il Bam e il blocco dei 82 paesi per l’uscita dal fossile aprono spiragli di lotta e nuove alleanze.
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- Sulla fine dei lavori della COP30 – 24 novembre 2025
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Cosa è successo alla 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici? Quali sono le grandi vittorie? Quali le sconfitte?
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- La tabella della discordia – cos’è successo alla COP30 – 23 novembre 2025
Laura Greco su Radio24 – COP30 a Belém annuncia impegni su energia, foreste e adattamento, ma senza una vera uscita dal fossile restano promesse vuote da incalzare con lotte dal basso.
Ascolta su Il Sole 24 ore
- “A resposta somos nós”. Ma alla COP30 le richieste dei popoli indigeni non fanno breccia – 23 novembre 2025
Laura Greco su EconomiaCircolare.com – Alla COP30 le voci indigene restano ai margini mentre la foresta corre verso il punto di non ritorno. Senza giustizia, non c’è futuro.
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- La “Dichiarazione di Belém” e il multilateralismo del phase out dai fossili spinto dal basso – 21 novembre 2025
Laura Greco su Altreconomia – Da Belém arriva una spinta dal basso per uscire dai fossili: governi e movimenti uniscono le voci per un phase out reale, giusto, globale.
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- Cop30: senza il Gender action plan ogni azione climatica è limitata – 21 novembre 2025
Marica Di Pierri e Laura Greco su Valori – Nonostante le ambiziose premesse il Gender action plan ha trovato diversi ostacoli sui tavoli negoziali della Cop30
- Cop30: senza il Gender action plan ogni azione climatica è limitata – 21 novembre 2025

- Alla Cop30 arrivano le storie di migrazioni climatiche – 21 novembre 2025
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30, in vista delle negoziazioni finali, si parla del fenomeno crescente degli sfollamenti forzati dal cambiamento climatico.
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- Belém, la foresta degli indigeni si ribella a Lula – 20 novembre 2025
Laura Greco su Il Manifesto – Le nazionalità dell’Amazzonia denunciano l’inagibilità politica alla Cop e chiedono una mobilitazione internazionale guidata direttamente dai popoli indigeni per proteggere i loro territori e affrontare la crisi climatica alla radice
- Alla Cop 30 i movimenti si riprendono la scena – 20 novembre 2025
Marica Di Pierri su Il Manifesto – Era dalla Cop 26 di Glasgow che non si vedeva così tanta società civile. Accanto al vertice ufficiale, in più di 50 mila hanno animato la «Cupula dos povos» per una svolta vera sul clima e i diritti
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- COP30, BELÉM | Italiani in mobilitazione – 20 novembre 2025]
Il Climate Pride in azione alla COP30: l? attivist? chiedono all’Italia una roadmap chiara e ambiziosa per uscire dai fossili.
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- A Belém torna il protagonismo sociale – 19 novembre 2025
Marica Di Pierri su Collettiva – Alla Cop30 movimenti, organizzazioni, popoli e sindacati riacquistano centralità: proposte e campagne dal basso sono arrivate nelle stanze dei negoziati.
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- Come procede la COP30 in Brasile? Intervista a Laura Greco da Bélem – 19 novembre 2025
Laura Greco su Scienza e Pace Magazine – COP30 tra repressione, lobby fossili e resistenze indigene: la giustizia climatica la costruiscono i territori, non i negoziati.
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- Lifegate dalla COP30 – 18 novembre 2025
Marica Di Pierri su Lifegate – Dalla COP30 il racconto dell’inedita comunicazione tra dentro e fuori la COP, tra le richieste indigene e l’ambiguo governo di Lula.
Ascolta su Lifegate
- Il Fondo per le foreste e la falsa soluzione del biocapitalismo si ripropone alla Cop30 di Belém – 18 novembre 2025
Laura Greco su Altreconomia – Il Tropical forests forever facility lanciato da Lula è l’ennesimo dispositivo finanziario che viene presentato come innovazione.
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- Attivismo e giustizia climatica: se il diritto alla protesta diventa un reato – 17 novembre 2025
Marica Di Pierri su Valori.it – Alla Cop30 emerge un allarme globale: in molti Paesi il diritto alla protesta viene represso e l’attivismo ambientale è sempre più criminalizzato
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- Alla Cop30 di Belèm il fondo per l’adattamento resta senza fondi – 17 novembre 2025]
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30 fallisce, per il terzo anno di fila, l’obiettivo di raccolta minima per finanziare l’adattamento dei Paesi del Sud globale.
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- Massiccia partecipazione popolare a Belém – 16 novebre 2025
Marica Di Pierri su L’aria Che Respiri – Alla Cúpula dos Povos tantissime voci per reclamare la fine dei combustibili fossili e una giustizia climatica guidata dai popoli, non dalle multinazionali.
Ascolta su Radio Rai1
- In diretta da Bele?m – Aggiornamenti sulla prima settimana di COP30 – 15 novembre 2025
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – In diretta da Belém, per raccontare in diretta i lavori della 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici. ?Foto di Oliver Ninja e Midia Ninja
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- Cop30: chi difende i combustibili fossili dentro i negoziati sul clima – 14 novembre 2025
Marica Di Pierri per Altreconomia – Alla Cop30 un lobbista fossile ogni 25 delegat?: il vertice che dovrebbe chiudere l’era fossile continua a farsela scrivere da chi la profitta.
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- Giustizia climatica, questa dimenticata – 13 novembre 2025
Marica Di Pierri su Il Manifesto – Il legame tra clima e disuguaglianze è ormai assodato. Ma dopo 30 anni di conferenze, i ricchi continuano a fare grandi affari con i fossili.
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- L’adattamento secondo la COP30: “Adattarsi è sopravvivere” – 13 novembre 2025
Marica Di Pierri per EconomiaCircolare.com – COP30 punta a rendere operativo il Global Goal on Adaptation, tra governance multilivello, indicatori, fondi insufficienti e necessità di giustizia climatica.
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- La Cop30 in Brasile e le politiche industriali green – 11 novembre 2025
Marica Di Pierri per Tutta La Città Ne Parla, Radio3 – È iniziata la Cop30 a Belém, 10 giorni in cui si discuterà su come trovare una via d’uscita alla deriva del cambiamento climatico nonostante le difficoltà politiche che ci circondano.
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- Road to Belém – 7 novembre 2025
Marica Di Pierri per Valori.it – Verso la Cop30 di Belém, cosa aspettarci dal più importante appuntamento per salvare il clima della Terra? Diretta con Marica Di Pierri, Luca Lombroso, Giovanni Mori e Lorenzo Tecleme.
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- Da Parigi a Belém, i conti che non tornano – 6 novembre 2025
Marica Di Pierri per Il Manifesto – Tra tensioni e fragili compromessi, i preparativi alla vigilia della Conferenza Onu. A che punto sono gli impegni nazionali di riduzione e i piani di adattamento dei singoli Paesi.
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- A Sud a Belém alla Cop30 – 6 novembre 2025
A Sud seguirà negoziati e mobilitazioni dalla COP30 di Belém, amplificando le voci dei movimenti per giustizia climatica e sociale.
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- A Sud aderisce alla Global Call to Action della Cúpula dos Povos – 5 settembre 2025
Il 15 novembre scendiamo in piazza: basta disuguaglianze e razzismo ambientale, vogliamo giustizia climatica e un mondo dove la vita sia al centro.
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- Vertice dei Popoli Verso la COP30: Manifesto Politico – 13 giugno 2025
A Sud aderisce al Manifesto dei Popoli verso la COP30: un appello globale per giustizia climatica, anticapitalismo e democrazia dal basso.
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Racconteremo le negoziazioni
Per spiegare cosa accade davvero alla COP30, come si muovono i governi e quali interessi guidano le scelte sulla crisi climatica. Vi offriremo una copertura quotidiana per raccontarvi con le nostre parole e con uno sguardo critico, indipendente e radicale, vicino ai movimenti il dentro e fuori la Cop
Sveleremo le contraddizioni
Tra le promesse ufficiali e la realtà, mostrando lo scontro continuo tra lobby fossili e popoli che difendono la vita e i territori. Denunceremo le responsabilità smascherando la falsa transizione energetica e chi continua a inquinare mentre parla di sostenibilità con greenwashing e false soluzioni
Daremo voce alle comunità
Portando le loro storie, le lotte quotidiane e le alternative concrete alla devastazione ambientale, contro colonialismo ed estrazione. Ci collegheremo con l’Italia per connettere istanze e battaglie
INFO E CONTATTI
Per contatti e interviste con la delegazione:
maricadipierri@asud.net
+ 55 21 967071220
Laura Greco
lauragreco@asud.net
+55 21 997673184
U.N. researchers: ‘Montreal Protocol’ has almost totally corrected damage to ozone layer
In some rare good news for the environment, the UN on Wednesday said Earth’s damaged ozone layer was “well on track” for recovery by mid-century, although fixing it over Antarctica would take longer. By {Agence France In their first review in four years on Earth’s vital shield, UN agencies said a 1987 treaty to protect the ozone layer was so successful it was indirectly adding to problems in another area — global warming. Without the landmark Montreal Protocol, two million extra cases of skin cancer would have occurred each year by 2030 and levels of ozone-damaging compounds could have increased tenfold by 2050, the report said. The pact had also averted ultra-violet damage to human eyesight and to plants and animals, it said. “The Earth’s protective ozone layer is well on track to recovery in the next few decades,” the UN Environment Programme (UNEP) and the World Meteorological Organisation (WMO) said. Recovery to a benchmark level of 1980 “is expected to occur before mid-century in mid-latitudes and the Arctic, and somewhat later for the Antarctic ozone hole,” their report said, standing by estimates made in 2010. UNEP chief Achim Steiner hailed the Montreal Protocol, which set a timetable for scrapping chemicals that deplete the ozone, as “one of the most successful environmental treaties” in history. “However, the challenges that we face are still huge. The success of the Montreal Protocol should encourage further action not only on the protection and recovery of the ozone layer but also on climate.” Ozone is a three-atom molecule of oxygen. In the stratosphere, a layer of the atmosphere that lies at between 10 and 50 kilometres (six to 32 miles) in altitude, it is a natural shield for life on Earth’s surface. It filters out harmful ultra-violet light from the Sun that can cause sunburn, cataracts and skin cancer and damage vegetation. Its thinning — the “ozone hole” — is caused by extreme cold temperatures at high altitude but also by man-made chlorine compounds, such as coolants in air conditioners and refrigerators, insulation foams and propellants in hair sprays. Most of these substances, notably chlorofluorocarbons (CFCs) and halons, are being phased out on schedule under the Protocol, which has been ratified by all 197 UN members. Although it said the news for the ozone layer was generally good, the 110-page report, authored by 300 scientists, also warned of potential pitfalls. It pointed to an ozone-eroding compound, carbon tetrachloride, whose production continues to rise, even though it is covered by the treaty. Measured atmospheric levels of this substance are “much larger” than production and usage figures that countries have reported over the last decade, the report said. And it also pointed to man-made nitrous oxide (N2O) — a precursor of an ozone-gobbling gas, nitric oxide (NO) — which is not covered by the Protocol. N2O emissions mainly result from natural activity by soil bacteria, but around a third come from human activity, such as fertilisers, fossil fuels, livestock manure and industry. Tackling these emissions “will become more important” as CFC levels decline, the report said. – Heat-trapping substitutes- Many CFCs are also greenhouse gases — according to the report, action under the Protocol saved the equivalent about 10 billion tonnes of carbon dioxide annually in 2010. The problem is that industries have substituted CFCs...
read moreI contributi di Entitle alla conferenza sulla decrescità di Leipzig
I membri del progetto [ENTITLE->https://cdca.it/spip.php?article2175] hanna partecipato attivamente alla conferenza sulla decrescità tenutosi a Leipzig: sulla pagina dedicata alla conferenza, che si è svolta nel mese di settembre 2014, potete trovare numerosi video che riportano gli interessanti interventi tematici dei principali momenti di discussione. Visita il sito leipzig.degrowth.org Riportiamo qui alcuni fra i contributi dei membri del progetto Entile 2 Settembre 2014 Sessione introduttiva | Che cos’è la Decrescita? di Federico Demaria Evento d’apertura | I discorsi d’apertura alla conferenza di {Pablo Paolo Kilian}, {Nina Treu} & {Daniel Constein}, { Naomi Klein} e {Alberto Acosta} Plenaria d’apertura | La Decrescita per la Sostenibilità Ecologica e l’Equità Sociale, facilitatori: {Sylvia Lorek}, {Federico Demaria}, {Silke Helfrich}, {Alberto Acosta}, {Nicola Bullard} 3 Settembre 2014 Lezioni keynote | Critiche e Resistenze di fronte alla Crisi. Interventi di: {Haris Konstatatos}: “Crisi socio-ecologica e crisi della democrazia: una visione dal Sud Europa” {Barbara Muraca}: “Tra il fallimento e l’utopia: la decrescita come via d’uscita dalla crisi?” _ Rispondere alla crisi europea: le strategie del Movimento per la Decrescita. Giorgios Velegrakis 4 Settembre 2014 Décroissance, Postwachstum, decreixement, decrescita – quali sono le differenze? | {Joan Martinez-Alier, Francois Schneider, Niko Paech, Mauro Bonaiuti, Elisabeth von Thadden} 6 Settembre 2014 Plenaria di chiusura | Verso quale direzione ci muoveremo? {Giorgos Kallis, Christopher Laumanns, Andrea Vetter, Lucia...
read moreENTITLE at 4° Conference on Degrowth for Ecological Sustainability and Social Equity
[ENTITLE->https://cdca.it/spip.php?article2176&lang=en] members participated actively at the Fourth International Conference on Degrowth for Ecological Sustainability and Social Equity that took place in the German city of Leipzig from September 2-6, 2014. The 2014 conference focused on concrete steps towards a society beyond the imperative of growth and it gave room for scientific debates, exchange between activists and economic pioneers as well as artistic approaches to the subject. Both scientific insights and concrete projects and policies were presented, experimented with and discussed. The conference is part of an international cycle of events: previous conferences occured in Paris in 2008, in Barcelona in 2010 and in Venice and Montreal in 2012. Why degrowth? Many analyses from various scientific disciplines imply that a growth-based economic and social system cannot have a future: Despite a growing number of technological solutions for “Green Growth”, inequality and the destruction of nature are significantly on the rise. It is high time to develop economic and social models that are independent of growth and can provide for a good life for everybody. We provide here some videos of the Entitle members’ contributions to the conference 02.09 -* Introductory Course: “Degrowth: What?!” By Federico Demaria -* Opening Plenary: Degrowth for Ecological Sustainability and Social Equity. Facilitator: {Sylvia Lorek, Speakers: Federico Demaria, Silke Helfrich, Alberto Acosta, Nicola Bullard} 03.09 -* Keynote lectures ({Barbara Muraca and Haris Konstantatos)} -* Responses to the eurocrisis: Strategies for the degrowth-movement. Among speakers, Giorgos Velegrakis) 4.09 -* Décroissance, Postwachstum, decreixement, decrescita – all degrowth but different?. Speakers: {Joan Martinez-Alier, Francois Schneider, Niko Paech, Mauro Bonaiuti, Elisabeth von Thadden} 6.09 -* Degrowth Closing Plenary: How do we move on? Speakers: {Giorgos Kallis, Christopher Laumanns, Andrea Vetter, Lucia...
read moreBRICS e IMPERIALISMO
Patrick Bond e il Centre for Civil Society Di Durban, in Sudafrica, sono partner di EJOLT e in questo articolo mostrano un’analisi sul ruolo dei paesi BRICS all’interno del sistema economico-finanziario globale. Il testo è tratto da “Link. International journal of socialist renewal“ di {Patrick Bond} su [Links] Contrariamente alle voci che giravano, l’alleanza Brasile-Russia-India-Cina-Sud Africa (BRICS) ha confermato, il 15 Luglio al summit di Fortaleza in Brasile, di voler evitare di sfidare l’ingiusto e caotico sistema finanziario mondiale. I BRICS “stanno realmente venendo incontro alle richieste dell’Occidente”, come si è vantato il China Daily, “di finanziare la crescita dei paesi in via di sviluppo e stabilizzare il mercato finanziario globale”. Se la subordinazione dei BRICS continua, ha rimarcato nel blog del Financial Times il finanziere Ousmène Jacques Mandeng della Pramerica Investment Management, “ciò potrebbe aiutare a superare i principali vincoli dell’architettura finanziaria globale. Potrebbe essere benissimo il pezzo mancante per promuovere l’attuale globalizzazione finanziaria”. Ossequiosi nei confronti della finanza, ciò ci ricorda una parola coniata mezzo secolo fa dall’economista politico Brasiliano Ruy Mauro Marini, “sub-imperialismo”: cioè “collaborare attivamente con l’espansione imperialista, assumendo in questa espansione la posizione di nazione chiave.” Marini ha descritto il ruolo del Brasile di “vice-sceriffo” in America Latina, ma il concetto si applica anche al progetto imperialista su scala globale. Come parte del contro-vertice della società civile, abbiamo lanciato una raccolta di scritti su questo tema sul Fortaleza Journal, «Tensoes Mundial-World tensions», co-edito con Ana Garcia, economista politica di Rio de Janeiro. Due dozzine di scrittori, inclusi Elmar Altvater, Omar Bonilla, Virginia Fontes, Sam Moyo, Leo Panitch, James Petras, William Robinson, Arundhati Roy e Immanuel Wallerstein, si sono confrontati con la contraddittoria collocazione geopolitica dei BRICS. A detta di tutti, i due problemi principali del nostro tempo – come il più recente sondaggio di Pew Global conferma – sono il cambiamento climatico e la sistemica l’instabilità finanziaria . In entrambi i casi, i BRICS soffrono ciò che in psicologia è definita “co-dipendenza”. La parola proviene direttamente dagli Alcolisti Anonimi e si intende la “parte di una iniziale comprensione che il problema non era solo l’alcolista, ma anche la famiglia e gli amici che costituiscono una rete per l’alcolista stesso”, come afferma Lennard Davis nel suo libro del 2008, “Obsession”. I BRICS sono amichevoli familiari che incoraggiano la dipendenza dei capitalisti occidentali, fatalmente drogati di accumulazione speculativa e inquinante. Soffrendo quel che sembra essere sempre più una menomazione neurologica di un tossicodipendente, i funzionari a Washington, Londra, Bruxelles, Francoforte e Tokyo continuano con grande scompiglio il pompaggio di dollari, euro e yen a interessi zero nell’economia mondiale. Questa è una correzione senza speranza di un tossicodipendente: mantenere politiche di liberalizzazione economica che abbassano le barriere economiche nazionali e generano nuove bolle sui diversi prodotti. Un’altra fatale ossessione occidentale facilitata dai BRICS è l’emissione di gas serra a qualsiasi livello che massimizzi il profitto delle aziende – condannando le future generazioni all’inferno. (L’ultima volta che l’1% del mondo ha seriamente perso il vizio – riuscendoci solo momentaneamente – è stato nel 1987 quando è stato firmato il Protocollo di Montreal e sono stati banditi i clorofluorocarburi (CFC) per fermare l’espansione del buco dell’ozono. Ma da quando vi è stato questo episodio di successo di crisi di astinenza si è affermata l’ossessione neoliberista e neoconservatrice. Gli apatici...
read moreThe growing debate on degrowht
Why are a record 3000 thinkers gathering from 2 to 6 September in the German city Leipzig to discuss how we can get our economy to degrow? By {Nick Meynen} on [EJOLT] One reason is that a growing body of research from various disciplines shows that a policy focus on GDP growth is the major driver behind the long-term destruction of the conditions that make live enjoyable on this Earth. Another is that it makes sense to look into how all people on this planet could have a good life – an impossible feat if we stick to the current GDP growth model. According to author and activist Naomi Klein “{everything is easier than imagining to change capitalism}” but that is what is needed to avoid a climate catastrophe – as the IPCC admits in more diplomatic terms in their already leaked draft report slated for November. She made clear that, when it comes to addressing the climate crisis, we as humans have failed catastrophically. Not in theory, but in practice, given that the first climate negotiations started in 1990 and emissions have gone up by 61 percent since then, which brings us on a path towards runaway climate change that makes life much harder for billions. She sees the establishment of the global free-trade-regime in parallel to the climate negotiations as one of the main reasons for the failure to address climate change. “We need an economy which expands in the quality of how we treat and take care of each other – and contracts in how we exploit resources.” Alberto Acosta, former energy and mining Minister of Ecuador, professor in economy and president of the last Constituent Assembly of Ecuador, made it very clear that it is not enough to simply do away with the growth paradigm. That is why the focus of the 2014 conference is on concrete steps towards a society beyond the imperative of growth. Scientific debates, exchanges between activists and economic pioneers are looking at how to deal with the state, how to deal with the market and how to let the degrowth economy beyond state and market grow. If that sounds contradictory: it’s not. Degrowth is about a transition of one economic model – founded on increasing extraction of non-renewable resources – in order to give emphasis to the blossoming of different models: based on sharing, justice, the commons, transition towns and being sustainable. The negative connotation of the word ‘degrowth’ makes many people look for another word such as post-growth: how society looks like once we abandon the idea that GDP growth = good. Silke Helfrich, who wrote the popular book “The Wealth of the Commons. A world beyond market and state” fired the public up with her enthusiasm. There was rap poetry by Nnimmo Bassey, a Right Livelihood Award winner speaking on the connections between climate justice activism in the South and degrowth debates in the North. An abundance of artists are giving the conference a flair of being a creative hotspot of positive energy and testimonies of the already existing “real life solutions”, as the Indian writer Ashish Kothari says. There’s finally a urgent need for a growing number of organisations and collectives to discuss what growth has meant in the history, who has really benefitted from it and...
read moreLa BP colpevole di “gross negligence”
Tutti ricordano lo scoppio del pozzo Macondo della BP, nel golfo del Messico, con 11 morti e quei tre mesi di petrolio quotidiano ad avvelenare il mare e tutto quanto quel mare ospitava. di Maria Rita D’Orsogna* su Comune “BP has acted with conscious disregard of known risks. Its conduct was reckless. Decisions made by BP have been primarily driven by a desire to save time and money, rather than ensuring that the well was secure”. Carl Barbier, US District Court sul pozzo Macondo della BP Il 4 settembre 2014, piu’ di quattro anni dopo lo scoppio, il giudice federale Carl Barbier ha emesso la sua sentenza: la peggiore fuoriuscita di petrolio offshore nella storia degli Stati Uniti e’ dovuta a “willful misconduct and gross negligence” da parte della BP, cioe’ dolo volontario e grave negligenza. Per tutti questi anni la BP aveva continuato – beffardamente – a sostenere che non era solo colpa sua e che le sue socie, Transocean e Hallburton, dovessero essere ugualmente responsabili, se non di piu’. La sentenza di Barbier, per la prima volta, riconosce l’esatto contrario. La colpa principale e’ della BP. Questa sentenza è grave per la ditta inglese perché afferma che non si è trattato di un incidente imprevedibile o del fato, ma di qualcosa di volontario e prevenibile. La sentenza espone ora la BP a circa 18 miliardi di dollari in sanzioni civili, in aggiunta ai 4 gia’ pagati nelle precedenti cause penali, e ai 28 pagati ai residenti che hanno avuto perdite finanziarie connesse allo scoppio. Secondo Barbier, la BP è responsabile per i due terzi del disastro in quanto proprietaria del pozzo esploso. Il resto della colpa e’ della Transocean Ltd, proprietaria della piattaforma che trivellava il golfo, e in piccola parte della ditta che forniva il cemento per la sigillazione, la Halliburton. Barbier è giunto alla conclusione che la BP abbia anteposto la ricerca di guadagno facile sulla sicurezza, per esempio lasciando che sigillazioni e valvole delicate perdessero lungo le cementificazioni, rinuciando a test fondamentali per capire lo stato del sottosuolo, e portandolo in “condizioni estremamente fragili e vulnerabili a scoppi” durante gli ultimi 30 metri di trivellazione. Il giudice non risparmia parole. Parla di “condotta irresponsabile”, di “disprezzo consapevole di rischi noti”, e di “una catena di fallimenti” che hanno portato allo scoppio. La BP ovviamente non ne vuole sapere: dice che l’accusa di “negligenza grave” è ingiusta e che ricorrera’ in appello. Le parole qui non sono secondarie. Secondo il Clean Water Act, se la negligenza e’ semplice, si pagano poco piu’ di mille dollari al barile. La negligenza grave invece porta la multa a 4.300 dollari al barile. Barbier non ha ancora determinato l’esatto quantitativo di petrolio fuoriuscito. Il governo federale dice 5 milioni di barili, la BP la meta’. Tutto questo vuol dire che i 3.5 miliardi di dollari che la BP prevedeva di spendere per questa causa non le basteranno. Per niente. Gli azionisti non se l’aspettavano. La BP ha perso oggi il 6% del suo valore in borsa, e nell’ultimo anno ha dovuto vendere circa il 10% fra riserve, raffinerie ed oleodotti per far fronte ai pagamenti. E il golfo? La legge prevede che l’ ottanta percento della multa dovrà essere usata per il ripristino ambientale, ma il golfo e’ in...
read moreBP’s reckless conduct caused Deepwater Horizon oil spill, judge rules
Judge’s ruling that BP bears 67% of blame for Deepwater Horizon disaster could nearly quadruple amount of civil penalties *[The Guardian] BP bears the majority of responsibility among the companies involved in the Deepwater Horizon oil spill, a federal judge ruled Thursday, citing the energy giant’s reckless conduct over the disaster in a ruling that exposes it to billions of dollars in penalties. BP plc already has agreed to pay billions of dollars in criminal fines and compensation to people and businesses affected by the disaster, the worst-ever US oil spill. But US district Judge Carl Barbier’s ruling could nearly quadruple what the London-based company has to pay in civil fines for polluting the Gulf of Mexico during the 2010 spill. Barbier presided over a trial in 2013 to apportion blame for the spill that spewed oil for 87 days in 2010. Eleven men died after the well blew. The judge essentially divided blame among the three companies involved in the spill, ruling that BP bears 67% of the blame; Swiss-based drilling rig owner Transocean Ltd takes 30%; and Houston-based cement contractor Halliburton Energy Service takes 3%. In his 153-page ruling, Barbier said BP made “profit-driven decisions” during the drilling of the well that led to the deadly blowout. “These instances of negligence, taken together, evince an extreme deviation from the standard of care and a conscious disregard of known risks,” he wrote. BP said in a news release that it would appeal the ruling, saying the company “believes that an impartial view of the record does not support the erroneous conclusion reached by the district court.” The ruling means BP could face as much as $17.6bn in civil fines under the Clean Water Act, said David Uhlmann, a University of Michigan law professor and former chief of the Justice Department’s environmental crimes section. “It also repudiates BP’s claims that it was merely negligent and will further damage BP’s already badly damaged reputation,” Uhlmann wrote in an email. The judge was assigned to oversee most of the federal litigation spawned by BP’s spill. Last year, he presided over two phases of a trial for claims against BP and its contractors brought by the federal government, the five Gulf states and private lawyers representing businesses and residents. Barbier heard eight weeks of testimony without a jury for the trial’s first phase, which was designed to identity the causes of the blowout of BP’s Macondo well and assign percentages of fault to the companies involved in the drilling project. The judge heard three weeks of testimony for the second phase, which focused on dueling estimates of how much oil spilled into the Gulf and examined BP’s efforts to seal the well. Millions of gallons of crude gushed into the Gulf after the well blew and triggered an explosion on theDeepwater Horizon drilling rig, killing wildlife, staining beaches and polluting marshes. BP ultimately sealed its well after several techniques failed to stop the gusher. BP says it has spent more than $24bn in spill-related expenses, including cleanup costs and payments to businesses and residents who claim the spill cost them money. The company also has estimated that it will pay a total of $42bn to fully resolve its liability. BP pleaded guilty in January 2013 to manslaughter charges for the rig workers’...
read moreRifiutiamoci | Campagna contro la costruzione di nuovi impianti di TMB
Rifiutiamoci! è una campagna promossa da realtà sociali, associazioni e cittadini della Valle del Sacco con l’obiettivo di fermare la decisione regionale di costruire un impianto di trattamento dei rifiuti nei pressi della discarica di Colle Fagiolara. Rifiutiamoci! è una campagna promossa da realtà sociali, associazioni e cittadini della Valle del Sacco con l’obiettivo di fermare la decisione regionale di costruire un impianto di trattamento dei rifiuti nei pressi della discarica di Colle Fagiolara. La Valle del Sacco è una zona pesantemente contaminata dalla compresenza di impianti contaminanti che nel corso dei decenni hanno reso il fiume Sacco, secondo bacino idrografico della regione, una delle aree più devastate del paese dal punto di vista ambientale e sanitario. L’installazione, nella medesima zona, di un nuovo impianto inquinante, risulta violare ancora una volta il diritto delle comunità residenti di vivere in un ambiente salubre, di vedere tutelata la propria salute e di poter contribuire a determinare la gestione del territorio e delle sue risorse. Perchè dire no all’ impianto TMB Vecchi inceneritori malmessi , mega-discariche e nessun beneficio: questo è ciclo dei rifiuti della Valle del sacco, un sistema vecchio e al collasso con il quale la popolazione è costretta a vivere senza poter avere alcuna voce in capitolo. Attualmente, la Regione Lazio e il Comune di Colleferro intendono costruire l’impianto di trattamento Meccanico Biologico nei pressi della discarica di Colle Fagiolara, davanti a una scuola superiore, a meno di 100 metri dal Parco Naturale “La Selva” e a un numeroso nucleo residenziale. L’impianto presenta delle criticità poiché, come scritto nel progetto, produrrà combustibile da rifiuto, materiale quindi destinato agli inceneritori di Colleferro e frazione organica stabilizzata che confluirà nella discarica. E’ necessario opporsi poiché un simile impianto manterrà in vita gli inceneritori e la discarica di Colleferro e non ci sarà nessun miglioramento nella gestione dei rifiuti. “L’economia della monnezza” continua ad essere attiva e regala guadagni facili a chi gestisce gli impianti mentre i cittadini subiscono i danni ambientali di questa gestione scellerata dei rifiuti. “Rifiutiamoci” intende ribadire che non è accettabile continuare a basare lo smaltimento dei rifiuti su discariche e inceneritori. I cittadini e le associazioni che la sottoscrivono credono fortemente che sia possibile applicare pratiche sostenibili al fine di ottenere una riduzione dei rifiuti. Nella Valle del Sacco, molti comuni hanno ancora percentuali irrisorie di raccolta differenziata e la maggior parte dei rifiuti finisce nella discarica di Colle Fagiolara. Non è ammissibile pensare di autorizzare un impianto simile senza prima aver applicato sul territorio una seria svolta sostenibile, capace di risolvere il problema dei rifiuti e di salvaguardare la salute delle comunità. Per un ciclo virtuoso dei rifiuti, per dire basta all’economia della monnezza Rifiutiamoci di essere cittadini di serie B! Rifiutiamoci di dover pagare con la salute! {Info e contatti:} Visita il sito UGI: Unione Giovani Indipendenti Colleferro {Obiettivi della campagna:} La campagna Rifiutiamoci chiede al Comune di Colleferro: – Il fermo immediato del “falso” impianto TMB – La chiusura degli inceneritori e della discarica – L’avvio immediato della raccolta differenziata porta a porta Perché il Comune di Colleferro? Come garante della salute di una comunità, il Sindaco di Colleferro deve esprimersi chiaramente su questa vicenda e deve dare delle risposte concrete, ricordando cheesistono dati sanitari e studi epidemiologici che attribuiscono agli impianti di smaltimento...
read moreValle del Sacco | Per il TAR non è solo un problema locale
Il tribunale amministrativo smentisce la misura voluta dall’allora titolare dell’Ambiente Corrado Clini, con cui il sito inquinato in Ciociaria passava alla competenza regionale. Esultano i comitati locali di Paolo Fantauzzi su [L’Espresso] Non solo la Terra dei fuochi, adesso anche la Valle del Sacco. Un altro pezzo della “strategia della tranquillità” cade dal quadro rassicurante dipinto dal dicastero dell’Ambiente in tema di bonifiche. E sotto processo, letteralmente, finisce il decreto ministeriale che a inizio 2013 ha declassificato 18 Sin su 57 (i Siti di interesse nazionale, ovvero i più inquinati) trasformandoli in Sir e affidandone la competenza alle regioni. « Non hanno le caratteristiche per essere classificati di interesse nazionale » la motivazione fornita dal ministero, all’epoca guidato da Corrado Clini. Affermazione che lasciava intendere che l’inquinamento e la pericolosità per la salute non fossero poi così gravi. Nell’elenco figurava anche la Terra dei fuochi (parte del più ampio Sin “Litorale Domizio Flegreo e Agro Aversano”), in cui la situazione si sarebbe rivelata poi talmente compromessa da spingere il governo Letta, dopo meno di un anno, ad adottare un apposito decreto legge. Adesso ad assestare un duro colpo al provvedimento è il Tar del Lazio, che ha accolto il ricorso della Regione contro la decisione di declassificare anche la Valle del Sacco: un’area che si estende per circa 60 chilometri in provincia di Frosinone e contaminata principalmente dal micidiale beta-esaclorocicloesano, un sottoprodotto degli erbicidi prodotti dalle aziende chimiche di Colleferro finito nelle acque del fiume Sacco. Una decisione che Legambiente e numerose altre associazioni e comitati ecologisti avevano ritenuto assolutamente inspiegabile e ingiustificata. E che adesso trova conferma nel Tribunale amministrativo, che stronca con parole durissime la ratio del decreto: “Il ragionamento del Ministero, ad avviso di questo Collegio, è erroneo in radice” si legge nella sentenza depositata lo scorso 16 luglio, perché “la norma applicata sembra ampliare (piuttosto che restringere) le fattispecie dei territori potenzialmente rientranti nell’ambito dei siti di interesse nazionale”. Perché un’area continuasse a essere classificata come Sin il ministero aveva infatti stilato una lista di sei requisiti. Alla Valle del Sacco ne mancava uno: la presenza, attualmente o in passato, di raffinerie, impianti chimici integrati o acciaierie. Ma per i giudici del Tar Lazio “il testo normativo non autorizza una lettura tale da indurre a considerare, per la qualificazione di Sin, la presenza di tutte le circostanze” e la lista non può essere considerata “un’elencazione di requisiti che ogni Sin deve possedere”. Insomma, più di ogni altra considerazione deve contare la pericolosità degli inquinanti presenti, l’impatto sull’ambiente, l’estensione dell’area interessata e il rischio sanitario per la popolazione. Fattori di rischio rispetto ai quali quella fetta di Ciociaria non fa eccezione. «È una grande vittoria soprattutto giuridica» commentaFrancesco Bearzi, coordinatore per la provincia di Frosinone della Rete per la tutela del Valle del Sacco . «Ma tutto questo non porterà necessariamente a un vantaggio, perché ora il ministero dovrà svolgere con competenza quel lavoro che finora non ha eseguito». Già, perché come ha certificato lo stesso dicastero , sulle bonifiche poco o nulla finora è stato fatto. Al massimo ci si limita ad alzare per decreto i limiti delle sostanze pericolose, come ha denunciato l’Espresso . Intanto, mentre siamo in ritardo di vent’anni sulla tabella di marcia, i veleni restano e le persone continuano ad ammalarsi...
read moreBasilicata, approvata la più grande discarica d’idrocarburi d’Europa
La Regione Basilicata ha approvato un nuovo progetto per una discarica per idrocarburi nel Comune di Guardia Perticara. di {ferrariled } su[ 5 minuti per l’ambiente] La Regione Basilicata ha approvato la realizzazione della discarica Semataf, destinata ai rifiuti speciali tra cui idrocarburi da costruirsi nel comune di Giardia Perticara in provincia di Potenza che volume sarà la più grande in Europa. Proprio qualche giorno fa i comuni di Corleto Perticara, Guardia Perticara e Gorgoglione per l’impianto estrattivo Tempa Rossa hanno fatto richiesta per avere gratuitamente il gas quale forma di compensazione (ma sarebbe meglio dire risarcimento) per la perdita dell’uso del territorio e per compensazione per la reintegrazione dell’equilibrio ambientale e territoriale. Ma subito dopo ecco l’approvazione della grande discarica che come fa notare Ola Organizzazione Lucana ambientalista: La discarica per rifiuti speciali di Guardia Perticara già smaltisce fanghi petroliferi, amianto ed altri rifiuti speciali solidi provenienti dal giacimento petrolifero considerato il più grande in Europa in terrà ferma, mentre i reflui petroliferi prodotti vengono smaltiti in Val Basento. Ola ricorda che Guardia Perticara è un piccolo borgo forse tra i più belli d’Italiae che a breve ospiterà la discarica per rifiuti petroliferi più grande d’Europa. Infatti la Regione Basilicata ha approvato il progetto: la sezione di trattamento, disidratazione ed inertizzazione, con l’aggiunta di nuovi codici di rifiuti da destinare a trattamento o recupero, indicati nelle appendici n. 2, 3 e 4 del Rapporto Istruttorio A.I.A.; l’installazione di un nuovo impianto di lavaggio; l’ampliamento del piazzale da destinare ad attività di deposito preliminare e messa in riserva; la costruzione del IV lotto di discarica, per una volumetria complessiva pari ad ulteriori 340.000 mc. che si aggiungeranno ai 150mila m3 già autorizzati per un totale complessivo di mezzo milione circa di mc di rifiuti, con una capacità di trattamento autorizzata pari a 110mila tonnellate/anno. Complessivamente la nuova piattaforma, ad ultimazione degli interventi, occuperà una nuova superficie di 13 ettari mentre sono 25 gli ettari totali impegnati. Vedi la planimetria della piattaforma interessata alla costruzione della discarica La situazione è destinata a peggiorare poiché le estrazioni di idrocarburi sono destinate a raddoppiare in tutta la Basilicata per effetto della revisione al Titolo V della Costituzione. Quella di Guardia Perticara, il paese più piccolo della Basilicata e borgo tra i più belli d’Italia, può a breve essere considerata la mega discarica per rifiuti petroliferi più grande d’Europa, considerata l’entità dei giacimenti onshore nelle valli del Sauro e Agri, anche in vista del previsto raddoppio delle estrazioni di idrocarburi ed i barili estraibili sull’intero territorio lucano derivanti dalla revisione del Titolo V della Costituzione. Spiega Ola: Le compagnie petrolifere si apprestano ad un ulteriore incremento delle attività di ricerca e perforazione sull’intero territorio regionale predisponendo i siti per lo smaltimento dei rifiuti chimici prodotti, mettendo così a più grave rischio l’ambiente e la salute dei cittadini, in una regione considerata dalle compagnie petrolifera “servitù petrolifera”. Fonte: Ola *Articolo pubblicato su 5minutiperlambiente.wordpress.com, titolo originale: “In Basilicata approvata la più grande discarica per idrocarburi d’Europa” 22 Giugno...
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Marica Di Pierri per Valori.it – Verso la Cop30 di Belém, cosa aspettarci dal più importante appuntamento per salvare il clima della Terra? Diretta con Marica Di Pierri, Luca Lombroso, Giovanni Mori e Lorenzo Tecleme.