Dal 10 al 21 novembre 2025 saremo a Belém, in Brasile, per partecipare come osservatori alla 30° Conferenza delle Nazioni Unite sul Clima. Racconteremo quanto avviene dentro e fuori le negoziazioni, porteremo e raccoglieremo le voci dei territori in lotta contro l’estrattivismo, contro il greenwashing e per una transizione ecologica realmente giusta.
Iscriviti al bollettino Sostieni il nostro lavoroL’agenda della COP30
A Belém si discuteranno e valuteranno gli NDCs, i nuovi impegni climatici nazionali che stabiliscono gli obiettivi di riduzione delle emissioni di ogni paese. Accanto alla mitigazione, l’adattamento sarà uno dei temi centrali attraverso il Global Goal on Adaptation (GGA) e i nuovi Piani nazionali di adattamento. Un altro capitolo chiave sarà quello della finanza per il clima. Tra i punti principali il nuovo obiettivo di finanziamento (NCQG), che punta ad aumentare il sostegno ai Paesi in via di sviluppo da 100 a 300 miliardi di dollari l’anno, e la Roadmap Baku-Belém, che traccia un percorso per mobilitare almeno 1.300 miliardi di dollari l’anno entro il 2035.
Temi cruciali, che si scontrano con uno scenario geopolitico ostile, segnato dal negazionismo climatico, dai venti di guerra, dalla corsa al riarmo e dalla violenza istituzionale. Non è un caso che in gioco a Belém ci sia più che mai la credibilità della diplomazia climatica e la sua capacità di tradurre le intenzioni in impegni concreti.
La Cupula dos povos
La Cúpula dos Povos è il grande incontro dei movimenti sociali e delle comunità che vivono in prima linea la crisi climatica. Nata nel 1992 come risposta critica alle negoziazioni ufficiali, propone un’alternativa fondata su giustizia climatica, sociale e ambientale, solidarietà e saperi ancestrali.
Dal 12 al 16 novembre 2025, in concomitanza con la COP30 di Belém, riunirà popoli indigeni, comunità quilombola e tradizionali, giovani e lavorator? in marce, dibattiti e azioni culturali.
La Cúpula mette al centro vite, diritti e territori, non statistiche: unisce chi costruisce ogni giorno soluzioni reali, dall’agroecologia alla difesa dei beni comuni, per spingere i governi ad adottare politiche di vera giustizia climatica.
Dichiarazione della Cupula Dos Povos
Perché A Sud e CDCA alla COP?
Nelle Cop si riuniscono i governi dei 197 Paesi che hanno ratificato la Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (UNFCCC), firmata a Rio de Janeiro nel 1992. Ma la COP30 non è solo un vertice diplomatico: è il terreno di confronto (e di scontro) tra attori diversi e diverse visioni del mondo. Da una parte il business as usual che trasforma la crisi climatica in profitto, dall’altra movimenti e territori che lottano per giustizia climatica, autodeterminazione e diritti della Natura.
La COP30 si terrà nel cuore dell’Amazzonia, a Belém do Pará, in Brasile. Non è un dettaglio geografico ma una scelta politica: è nel Sud globale che l’ingiustizia climatica colpisce più duramente mentre il Nord globale continua a negoziare emissioni e interessi fossili.
Qui non si decide solo il futuro del clima: si decide chi avrà diritto a un futuro.
Per raccontare cosa c’è in gioco, e come finisce la partita.
Andiamo alla COP per osservare da vicino i negoziati, capire quali equilibri politici e di potere si stanno ridefinendo, e portare la prospettiva dei territori e dei movimenti che chiedono giustizia climatica.
La partecipazione di A Sud e CDCA serve a connettere le lotte locali con quelle globali, rafforzare alleanze internazionali e raccontare – con sguardo indipendente e critico – come la diplomazia climatica sta affrontando, o eludendo, le proprie responsabilità.
Perché solo intrecciando voci e resistenze dal basso possiamo costruire un futuro giusto per tutt?.
Per costruire e rafforzare alleanze internazionali
Svolgere la COP in Brasile è un segnale che conta: significa rimettere al centro chi la crisi climatica la subisce davvero. Andiamo a Belém per stare con i movimenti globali per la giustizia climatica. In America Latina oggi si gioca una partita enorme: conflitti ambientali, estrattivismo, repressione, lotte indigene e popolari che resistono da decenni. Con tante realtà — dalla Colombia alla Bolivia, fino all’Amazzonia — abbiamo già lavorato, fatto campagne, costruito ponti. Lì ritroviamo compagn? con cui condividiamo visioni e pratiche.
Per portare una visione radicale dentro la COP
Sì, probabilmente sarà l’ennesimo flop diplomatico. Ma proprio per questo dobbiamo esserci, per non lasciare quei tavoli alle lobby fossili e ai governi che parlano di transizione mentre trivellano.
Da dentro vedi meglio le dinamiche, le crepe, le possibilità di alleanze e di conflitto.
Andiamo per portare la prospettiva della giustizia climatica e delle lotte dal basso, che legano crisi climatica, razzismo, patriarcato e disuguaglianze. La COP non è un punto d’arrivo: è un passaggio. Il resto si fa fuori, insieme, ogni giorno.
Diario dalla COP30
- Giorno 12 – 24 novembre 2025
Belém svela il fallimento della diplomazia climatica, ma apre spiragli: una roadmap anti-fossile e nuove alleanze per la giustizia.
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- Giorno 11 – 21 novembre 2025
Penultimo giorno a Belém: incendio in COP30, stalli politici e pressioni crescenti sul BAM e sull’uscita dai fossili.
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- Giorno 10 – 20 novembre 2025A Belém 85 Paesi spingono per uscire dai fossili, mentre Italia e Polonia frenano. La COP30 è al bivio, il tempo è adesso.
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- Giorno 9 – 19 novembre 2025
Belém rilancia la lotta globale ai fossili: la Colombia guida un fronte che vuole uscire davvero dal modello che brucia il pianeta.
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- Giorno 8 – 18 novembre 2025
Alla COP30 la transizione dai combustibili fossili sembra lontana, mentre i fondi dell’adattamento sono sotto il minimo.
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- Giorno 7 – 17 novembre 2025
Belem in rivolta: popoli indigeni e movimenti sociali spingono per una COP30 che dica finalmente basta ai fossili.
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- Giorno 6 – 15 novembre 2025
Anche quest’anno i dati sulla presenza dei lobbisti Gas&Oil alla conferenza di Belém sono alti: su ogni 25 persone accreditate al vertice, uno è un lobbista dei combustibili fossili, in totale sono oltre 1600.
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- Giorno 5 – 14 novembre 2025
Il TFFF entra nella Cupula tra promesse e contraddizioni: fondi incerti, debiti in aumento e movimenti che denunciano l’ennesima falsa soluzione verde.
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- Giorno 4 – 13 novembre 2025
A Belém la protesta indigena irrompe nella COP30 e svela le contraddizioni del Brasile fossile. Intanto la Cupula esplode di mobilitazioni globali.
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- Giorno 3 – 12 novembre 2025
Adattamento al centro della COP30, ma i fondi restano insufficienti. A Belém arrivano movimenti e comunità indigene: la vera pressione viene dai territori.
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- Giorno 2 – 11 novembre 2025
Lula parla di disuguaglianze alla Cop30, ma il Brasile continua a spingere sul fossile. A Belém torna al centro il nodo tra clima e ingiustizia.
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- Giorno 1 – 10 novembre 2025
Dalla Cop30 alla Cúpula dos Povos: a Belém si apre la sfida per la giustizia climatica tra responsabilità globali, diritti dei popoli e resistenza dei territori.
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Articoli di approfondimento alla COP30
- Cosa resta della Cop30, la battaglia per il clima e i diritti è ancora lunga – 24 novembre 2025
Marica Di Pierri e Laura Greco su Domani – COP30 fallisce su fossili e foreste, ma il Bam e il blocco dei 82 paesi per l’uscita dal fossile aprono spiragli di lotta e nuove alleanze.
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- Sulla fine dei lavori della COP30 – 24 novembre 2025
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Cosa è successo alla 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici? Quali sono le grandi vittorie? Quali le sconfitte?
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- La tabella della discordia – cos’è successo alla COP30 – 23 novembre 2025
Laura Greco su Radio24 – COP30 a Belém annuncia impegni su energia, foreste e adattamento, ma senza una vera uscita dal fossile restano promesse vuote da incalzare con lotte dal basso.
Ascolta su Il Sole 24 ore
- “A resposta somos nós”. Ma alla COP30 le richieste dei popoli indigeni non fanno breccia – 23 novembre 2025
Laura Greco su EconomiaCircolare.com – Alla COP30 le voci indigene restano ai margini mentre la foresta corre verso il punto di non ritorno. Senza giustizia, non c’è futuro.
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- La “Dichiarazione di Belém” e il multilateralismo del phase out dai fossili spinto dal basso – 21 novembre 2025
Laura Greco su Altreconomia – Da Belém arriva una spinta dal basso per uscire dai fossili: governi e movimenti uniscono le voci per un phase out reale, giusto, globale.
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- Cop30: senza il Gender action plan ogni azione climatica è limitata – 21 novembre 2025
Marica Di Pierri e Laura Greco su Valori – Nonostante le ambiziose premesse il Gender action plan ha trovato diversi ostacoli sui tavoli negoziali della Cop30
- Cop30: senza il Gender action plan ogni azione climatica è limitata – 21 novembre 2025

- Alla Cop30 arrivano le storie di migrazioni climatiche – 21 novembre 2025
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30, in vista delle negoziazioni finali, si parla del fenomeno crescente degli sfollamenti forzati dal cambiamento climatico.
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- Belém, la foresta degli indigeni si ribella a Lula – 20 novembre 2025
Laura Greco su Il Manifesto – Le nazionalità dell’Amazzonia denunciano l’inagibilità politica alla Cop e chiedono una mobilitazione internazionale guidata direttamente dai popoli indigeni per proteggere i loro territori e affrontare la crisi climatica alla radice
- Alla Cop 30 i movimenti si riprendono la scena – 20 novembre 2025
Marica Di Pierri su Il Manifesto – Era dalla Cop 26 di Glasgow che non si vedeva così tanta società civile. Accanto al vertice ufficiale, in più di 50 mila hanno animato la «Cupula dos povos» per una svolta vera sul clima e i diritti
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- COP30, BELÉM | Italiani in mobilitazione – 20 novembre 2025]
Il Climate Pride in azione alla COP30: l? attivist? chiedono all’Italia una roadmap chiara e ambiziosa per uscire dai fossili.
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- A Belém torna il protagonismo sociale – 19 novembre 2025
Marica Di Pierri su Collettiva – Alla Cop30 movimenti, organizzazioni, popoli e sindacati riacquistano centralità: proposte e campagne dal basso sono arrivate nelle stanze dei negoziati.
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- Come procede la COP30 in Brasile? Intervista a Laura Greco da Bélem – 19 novembre 2025
Laura Greco su Scienza e Pace Magazine – COP30 tra repressione, lobby fossili e resistenze indigene: la giustizia climatica la costruiscono i territori, non i negoziati.
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- Lifegate dalla COP30 – 18 novembre 2025
Marica Di Pierri su Lifegate – Dalla COP30 il racconto dell’inedita comunicazione tra dentro e fuori la COP, tra le richieste indigene e l’ambiguo governo di Lula.
Ascolta su Lifegate
- Il Fondo per le foreste e la falsa soluzione del biocapitalismo si ripropone alla Cop30 di Belém – 18 novembre 2025
Laura Greco su Altreconomia – Il Tropical forests forever facility lanciato da Lula è l’ennesimo dispositivo finanziario che viene presentato come innovazione.
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- Attivismo e giustizia climatica: se il diritto alla protesta diventa un reato – 17 novembre 2025
Marica Di Pierri su Valori.it – Alla Cop30 emerge un allarme globale: in molti Paesi il diritto alla protesta viene represso e l’attivismo ambientale è sempre più criminalizzato
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- Alla Cop30 di Belèm il fondo per l’adattamento resta senza fondi – 17 novembre 2025]
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30 fallisce, per il terzo anno di fila, l’obiettivo di raccolta minima per finanziare l’adattamento dei Paesi del Sud globale.
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- Massiccia partecipazione popolare a Belém – 16 novebre 2025
Marica Di Pierri su L’aria Che Respiri – Alla Cúpula dos Povos tantissime voci per reclamare la fine dei combustibili fossili e una giustizia climatica guidata dai popoli, non dalle multinazionali.
Ascolta su Radio Rai1
- In diretta da Bele?m – Aggiornamenti sulla prima settimana di COP30 – 15 novembre 2025
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – In diretta da Belém, per raccontare in diretta i lavori della 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici. ?Foto di Oliver Ninja e Midia Ninja
Guarda la diretta
- Cop30: chi difende i combustibili fossili dentro i negoziati sul clima – 14 novembre 2025
Marica Di Pierri per Altreconomia – Alla Cop30 un lobbista fossile ogni 25 delegat?: il vertice che dovrebbe chiudere l’era fossile continua a farsela scrivere da chi la profitta.
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- Giustizia climatica, questa dimenticata – 13 novembre 2025
Marica Di Pierri su Il Manifesto – Il legame tra clima e disuguaglianze è ormai assodato. Ma dopo 30 anni di conferenze, i ricchi continuano a fare grandi affari con i fossili.
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- L’adattamento secondo la COP30: “Adattarsi è sopravvivere” – 13 novembre 2025
Marica Di Pierri per EconomiaCircolare.com – COP30 punta a rendere operativo il Global Goal on Adaptation, tra governance multilivello, indicatori, fondi insufficienti e necessità di giustizia climatica.
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- La Cop30 in Brasile e le politiche industriali green – 11 novembre 2025
Marica Di Pierri per Tutta La Città Ne Parla, Radio3 – È iniziata la Cop30 a Belém, 10 giorni in cui si discuterà su come trovare una via d’uscita alla deriva del cambiamento climatico nonostante le difficoltà politiche che ci circondano.
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- Road to Belém – 7 novembre 2025
Marica Di Pierri per Valori.it – Verso la Cop30 di Belém, cosa aspettarci dal più importante appuntamento per salvare il clima della Terra? Diretta con Marica Di Pierri, Luca Lombroso, Giovanni Mori e Lorenzo Tecleme.
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- Da Parigi a Belém, i conti che non tornano – 6 novembre 2025
Marica Di Pierri per Il Manifesto – Tra tensioni e fragili compromessi, i preparativi alla vigilia della Conferenza Onu. A che punto sono gli impegni nazionali di riduzione e i piani di adattamento dei singoli Paesi.
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- A Sud a Belém alla Cop30 – 6 novembre 2025
A Sud seguirà negoziati e mobilitazioni dalla COP30 di Belém, amplificando le voci dei movimenti per giustizia climatica e sociale.
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- A Sud aderisce alla Global Call to Action della Cúpula dos Povos – 5 settembre 2025
Il 15 novembre scendiamo in piazza: basta disuguaglianze e razzismo ambientale, vogliamo giustizia climatica e un mondo dove la vita sia al centro.
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- Vertice dei Popoli Verso la COP30: Manifesto Politico – 13 giugno 2025
A Sud aderisce al Manifesto dei Popoli verso la COP30: un appello globale per giustizia climatica, anticapitalismo e democrazia dal basso.
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Racconteremo le negoziazioni
Per spiegare cosa accade davvero alla COP30, come si muovono i governi e quali interessi guidano le scelte sulla crisi climatica. Vi offriremo una copertura quotidiana per raccontarvi con le nostre parole e con uno sguardo critico, indipendente e radicale, vicino ai movimenti il dentro e fuori la Cop
Sveleremo le contraddizioni
Tra le promesse ufficiali e la realtà, mostrando lo scontro continuo tra lobby fossili e popoli che difendono la vita e i territori. Denunceremo le responsabilità smascherando la falsa transizione energetica e chi continua a inquinare mentre parla di sostenibilità con greenwashing e false soluzioni
Daremo voce alle comunità
Portando le loro storie, le lotte quotidiane e le alternative concrete alla devastazione ambientale, contro colonialismo ed estrazione. Ci collegheremo con l’Italia per connettere istanze e battaglie
INFO E CONTATTI
Per contatti e interviste con la delegazione:
maricadipierri@asud.net
+ 55 21 967071220
Laura Greco
lauragreco@asud.net
+55 21 997673184
UNDERGROUND | Viaggio fotografico nell’Italia avvelenata
Dal 2012 la Scuola di Fotogiornalismo dell’ISFCI e l’associazione A Sud hanno stabilito una collaborazione per narrare e documentare un’emergenza nazionale, quella ambientale, che vede nelle lotte popolari esplose nel 2013 in Campania, contro quello che viene definito un “Biocidio” – ovvero la violazione del diritto alla salute e alla vita causata del livello di contaminazione ambientale – il suo esempio più emblematico e drammatico. Da Brescia a Taranto passando per il Lazio (Corcolle, Riano, Malagrotta, Colleferro), la Sardegna e Crotone, le prime sei inchieste hanno dato forma al progetto UNDERGROUND, che racconta le zone del nostro paese con il maggior grado di criticità ambientale e di rischio sanitario per i residenti, accogliendo la sfida di cercare con la fotografia linguaggi e registri innovativi per permettere a pubblici diversi di entrare in contatto con questa drammatica quanto nascosta emergenza che, nel silenzio dei media e nell’indifferenza della politica, devasta territori continuando ad avvelenare le comunità che lo abitano. La collaborazione, tutt’ora in corso e che continuerà anche per gli anni a venire, intende comporre un Atlante Fotografico dell’Italia dei Veleni, che racconti attraverso la fotografia una emergenza che riguarda, da nord a sud, tutto il paese. -* Info e Contatti Per informazioni sul progetto Underground: A Sud/CDCA: {Marica Di Pierri} maricadipierri@asud.net {Salvatore Altiero} salvatorealtiero@asud.net vai al sito di A Sud Sdf/ISFCI: { Dario Coletti } coletti.dario@gmail.com { Manuela Fugenzi} manuelafugenzi@gmail.com Vai al sito dell’ISFCI -* Videoanteprima UNDERGROUND | Videoanteprima Il video raccoglie gli scatti realizzati dai fotografi con una voce narrante che racconta i singoli casi di conflitto trattati {Guarda il video} -* Rassegna Stampa A Taranto una mostra fotografica racconta i veleni d’Italia di {Sara Matera} per Linfalab.it Il racconto della presentazione in anteprima del progetto nel giugno 2014 durante il Festival Think Green di Taranto [[leggi]->http://asud.net/litalia-avvelenata-a-taranto-nei-giorni-del-think-green-festival/] ________________________________________________________ I PROGETTI Taranto, una città normale © Federico Roscioli 2013 Taranto è l’emblema di uno sviluppo industriale sregolato che produce conseguenze ambientali e sanitarie drammatiche per il territorio e chi lo abita. Ma Taranto è anche una città diversa da quella raccontata dai media nazionali se si presta attenzione a coloro che non si arrendono all’inquinamento e al ricatto occupazionale, ma lottano per cambiare e migliorare la propria città. È così che nascono Ammazza Che Piazza, un gruppo di ragazzi che riqualifica parchi e piazze della città da due anni; il Comitato dei Cittadini e Lavoratori Liberi e Pensanti che conduce un’attività di denuncia e sensibilizzazione ai temi ambientali; o iniziative come “la settimana europea per la mobilità alternativa”, nate grazie all’impegno delle associazioni The Howlers e Cirano, e con il patrocinio del Comune di Taranto. La normalità di Taranto è particolare, forse unica. L’accostamento dei record che riguardano questa città ricca di storia, tesori d’arte e degrado ha del paradossale: ospita il più grande centro siderurgico d’Europa, la più grande base navale militare d’Italia e uno dei più grandi porti commerciali del Mar Mediterraneo; negli anni Settanta è stata la città del meridione con il reddito pro-capite più alto; nel 2012 si è classificata ultima tra le 107 province italiane per qualità della vita; il Comune ha subito il più grande dissesto finanziario in Italia nel 2006; la pesca e la caratteristica coltura di ostriche e cozze dovuta alla particolarità dei suoi due mari sono state annientate dall’inquinamento industriale;...
read more12-16th August | Rosia Montana Activist Social Forum (#RMForum)
The Rosia Montana Activist Social Forum takes place during FânFest, the hay festival of Ro?ia Montan?, the biggest multi-art activist festival in Romania. 2014 marks the 3rd edition of the RMForum, which is scheduled from the 12 to the 16th of August, and the 9th edition of the festival. Rosia Montana Activist Social Forum (#RMForum) The fight against cyanide based gold mining and corruption often touches upon other initiatives, campaigns and struggles around Europe. The RMForum unites these energies, discussions and calls for action in a social gathering open to the wide public. With more than 30 workshops, three plenaries and speakers from 10 countries, the Rosia Montana social forum is the biggest of its kind in Romania. The ‘Romanian Autumn’ has seen an unprecedented mobilization of thousands of concerned citizens around the country, acting for true democracy and taking the streets for saving Rosia Montana. People from Romania and beyond who took the streets on a daily and weekly basis, turned the Romanian campaign, overnight, into an well-known global movement. The direct, street actions and the sit-ins were the spark needed to revive and build a strong civil society across the country. They managed to halt the immediate threat to Rosia Montana. The dynamism of these days has thus slowed down, but the euphoria and experiences that brought so many people together continues to be very vivid. More so, the need for debate, exchange of experiences and ideas became clearer in the context of the new social movements on the rise: the anti-fracking initiatives being just one example. Taking into account the importance of such moments and the responsibility of being one of the most important promoters of activism in Romania, the Save Rosia Montana campaign will organize the third edition of the social activism forum to bring together activists and concerned citizens across the country and from abroad. This year’s edition of RMForum will focus on five main themes: 1. struggles against dirty mining and the ban cyanide European coalition launch, 2. campaigns and social movements, 3. citizen journalism, 4. heritage restoration and sustainable development, and 5. campaigning boot-camp. Alongside the forum, Rosia Montana volunteers from across the world who have organised global protests and events last autumn will hold a “Diaspora forum”. The meeting will aim to strengthen this international support network as well as propose joint initiatives for the future. Here are some highlights of the program: {Ban cyanide & mining} No justice without struggle – Experiences from Finnish mining conflicts / London Mining Network (Struggles against mining in Latin America) / Plataforma pola defensa de Corcoesto e Bergantiños (The fight against Corcoesto’s golden mine. For the defense of our land) / The Save Rosia Montana campaign / Gaia Foundation (capacity building and community empowerment) / Mining Watch România / Solidarity for Taksim {Citizen journalism} Casa Jurnalistului (Multimedia reports and social events reviews) / Rise Project (Visualising information for social activism and advocacy) {Campaigns and social movements} Dialogue platform on forests (P?durea, mai pre?ioas? decât cheresteaua) / Shale gas – initiative groups in Romania / The European Citizen Initiative against TTIP / Pacha Mama România / NDDL (The struggle against the Notre-Dames-des-Landes airport) / WWF (The paradoxes of micro hydropower stations) / Bankwatch România (The impact of coal mining on human lives) / Ceata –...
read moreTTIP | Radio Gamma 5 intevista Simona Maltese
Ascolta al min. 10’26 l’intervista a Simona Maltese membro dell’associazione A Sud e rappresentante della campagna STOP-TTIP Italia realizzata da Radio Gamma 5 il lunedì 7 luglio 2014 [di CDCA] Il tema centrale dell’intervista è stato il controverso Transatlantic Trade and Investment Partnership (TTIP), il nuovo accordo bilaterale tra USA e UE che in questi giorni ha raggiunto a Bruxelles il suo sesto round di negoziazioni. Il TTIP istituirà la più grande area di libero scambio del pianeta consentendo, ad esempio, la libera commercializzazione dei prodotti OGM, l’avanzamento del potere legale e sanzionatorio della proprietà intellettuale a scapito dell’accesso libero e pubblico alla cultura e il peggioramento degli standard circa i diritti del lavoro, sindacali e previdenziali dei lavoratori. Gli argomenti trattati in particolare nell’intervista hanno riguardato: -status di negoziazione del trattato e i round precedenti; -barriere non tariffarie e questioni più controverse; -Investor State Dispute Settlement (ISDS): il sistema di arbitrato internazionale che permetterebbe ad un’impresa di citare in giudizio uno Stato per aver minacciato o compromesso i suoi interessi commerciali/investimenti; -Multilateral Agreement on Investment (MAI), impedito nel 1998 grazie alle contestazioni popolari; -posizionamento dell’Italia rispetto al trattato; -rischio diffusione della pratica del fracking, cioé la tecnica di fratturazione idraulica delle rocce del sottosuolo volta ad estrarre il gas di scisto; -iniziative e mobilitazioni in Italia e in Europa -* Clicca qui per ascoltare l’intervista * * * * * Leggi anche “Vendere il TTIP all’opinione pubblica europea prima che sia troppo tardi” SCOPRI LA CAMPAGNA ITALIANA STOP TTIP Leggi e scarica il documento di analisi dell’Associazione A Sud “La terza velocità: riflessioni su Europa e Italia oltre il binomio sviluppo –...
read moreEni, la Procura di Brindisi apre inchiesta sul petrolchimico e la discarica di Micorosa
Dopo gli esposti di alcuni cittadini che vivono vicino allo stabilimento e si sono ammalati di tumore e di due comitati ambientalisti i pm avviano un’indagine. di {Tiziana Colluto} su Il Fatto Quotidiano] Ma individuare i contorni del caso non è semplice, sia per la difficoltà di provare il nesso diretto tra inquinamento e patologie sia perché il sito è passato di mano più volte prima di arrivare all’attuale proprietà, che fa capo a Syndial e Versalis. Intanto il ministero dell’Ambiente procede con l’iter per la messa in sicurezza della discarica, che sarà pagata con soldi pubbliciCielo e terra, emissioni e rifiuti tossici, inquinamento e malattie. La Procura di Brindisi mette gli occhi sul petrolchimico del gruppo Eni e sui veleni sepolti da decenni ai suoi piedi nella mega discarica di Micorosa. L’apertura di un’inchiesta era inevitabile, dopo gli esposti piovuti nelle ultime settimane. Il primo è stato presentato il 16 giugno scorso da sei cittadini che hanno contratto un tumore al sangue o sono parenti di persone decedute per questo, tutti residenti in aree prossime agli stabilimenti. Hanno nominato come consulente Maurizio Portaluri, il primario di Radiologia dell’ospedale Perrino, e sostengono che la loro patologia sia “con alto grado di probabilità conseguenza diretta dell’esposizione cronica” ad arsenico, rame, mercurio, cadmio,vanadio, zinco, nichel, idrocarburi, benzene e polveri sottili, tutte sostanze rilevate nelle aree adiacenti agli impianti e nel sito di Micorosa. E’ contro quest’ultimo, poi, che ha puntato il dito il duplice esposto depositato alla fine del mese scorso dal comitato No al carbone e dal Forum nazionale dei movimenti per l’acqua, lo stesso, quest’ultimo, che ha scoperchiato il pentolone dell’inquinamento nei siti ex Montedison di Bussi sul Tirino, in Abruzzo. Non è dato sapere se le indagini su emissioni e rifiuti interrati viaggeranno in parallelo o, com’è più probabile, andranno a intrecciarsi, confluendo in ununico fascicolo. La Procura sta muovendo i primissimi passi e i contorni della questione, almeno sul piano giudiziario, sono ancora sfuocati. Per due motivi. Innanzitutto il contesto brindisino, al contrario di quello di Vado Ligure o di Porto Tolle, è un groviglio di fonti di inquinamento molteplici e differenziate. Ritrovare il bandolo della matassa, cioè un nesso di causalità, si può fare solo a costo di certosine, minuziose, impeccabili indagini epidemiologiche, da affiancare agli studi già esistenti. La seconda difficoltà è insita nel principio per cui la responsabilità penale è personale: per individuare i nomi da iscrivere nel registro degli indagati si dovrebbero rintracciare quelli di chi ha causato il presunto inquinamento, a partire dai vertici delle aziende che, negli anni, si sono succedute alla guida del petrolchimico. Un’alternativa per evitare l’impasse, tuttavia, c’è. Ed è messa sul tavolo dal d.lgs. 121 del 2011, che ha esteso ai reati ambientali la possibilità di riconoscere la responsabilità penale-amministrativa di società o enti quando gli illeciti, però, siano stati commessi “a vantaggio” o “nell’interesse dell’organizzazione”. Sebbene su un piano differente, una stoccata in tal senso l’ha data, il 6 febbraio scorso, il Tar di Lecce. Oggetto del contendere, in quel caso, era l’onere delle bonifiche di Micorosa. Nel ricostruire i passaggi societari, dalla Montecatini fino alle attuali Syndial e Versalis, entrambe partecipate da Eni, i giudici amministrativi hanno scritto che “è corretto affermare che sussiste la responsabilità delle imprese, nell’ambito delle quali risultano confluite per fusione...
read moreEcocide, a new dimension to crime against environment
A new era in environmental protection has emerged in Nigeria and 94 other countries, where environmental violations by Transnational Corporations, especially those involved in oil and mineral exploration are rife, as new laws that stipulate stringent punishments for crimes against the environment in these countries are being worked out. by {Onche Odeh} on [daily indipendent ] This may put an end to the era when multinational oil and other companies in the extractive industry that pollute the environment where they work, would rather than take responsibility by cleaning up the mess, preferred to engage in divide-and-rule as a strategy of evading justice as seen in Nigeria’s Niger Delta area. It follows a resolution, through an overwhelming vote, by the United Nations Human Rights Council sitting in Geneva on June 26 against Transnational Corporations’ (TNC) voluntary mechanisms. The participants instead voted for an international legally binding mechanism to regulate the activities of TNCs relating to the protection of human rights. The resolution was supported by over 610 organisations, 400 individuals, and 95 countries while 13 states abstained. Dr. Godwin Uyi Ojo, Executive Director of the {Environmental Rights Action/Friends of the Earth Nigeria} (ERA/FoEN), who was at the meeting, gave insight on the resolution shortly upon arrival in the country, saying modalities are being worked out to domesticate the treaty in Nigeria. He, however, said this victory ushers in a period to play up ecocide, as a crime that should go with a minimum life jail term for perpetrators. Speaking in Lagos, Ojo said, “{While we celebrate this victory we call on the United Nations to recognised the crime of ecocide being perpetrated at the sites of extraction on a global scale}”. Should ecocide become embedded in Nigeria’s law, he said, “TNCs and their Chief Executive Officers (CEOs) who repeatedly and fragrantly take operational and managerial decisions that have repeatedly resulted in ecological destruction, loss of lives and livelihoods are guilty of ecocide or crime against humanity that must be punished.” Ojo said a uniform binding mechanism will ensure that “{environmental racism as practiced by TNCs, Shell and other oil companies in Nigeria will come to an end because the same standards deployed in Europe and America will be the same standards to be applied in Nigeria and elsewhere}”. He also disclosed that the new legal regime would end the disdain of Shell against national oversight agencies such as {National Oil Spills Detection and Response Agency } (NOSDRA) and {Nigerian Maritime Administration and Safety Agency } (NIMASA). Recall that a fine of N1.84 trillion was imposed on Shell by NIMASA for compensation for lost livelihoods for over five million affected fishermen and women, and US$5 billion for administrative fine imposed by NOSDRA. “{Unfortunately till date Shell holds both institutions in disdian in the manner it has dismissed them and refused to pay up these fines},” Ojo said, adding that the non-implementation of the UNEP report and failure to set up $1 billion fund for the cleanup and restoration of the Ogoni were part of the evidence supporting the case for a legally binding mechanism. “{The Nigerian situation of resource violence worked seriously against TNCs and Shell’s activities in Nigeria, and Chevron refusal to pay over $9 billion by the Ecuadorian Supreme Court judgment were major evidences that swayed the votes in...
read moreBonifiche, TAR Lazio boccia sonoramente il Ministero dell’Ambiente sui declassamenti dei Siti di Interesse Nazionale a Siti di Interesse Regionale
Primo stop alla strategia ministeriale di mettere la polvere inquinata sotto il tappeto. Ora cambiare radicalmente il decreto “inquinatore protetto” in discussione in Parlamento. COMUNICATO STAMPA 18/07/2014 Il Ministero dell’Ambiente rimedia una sonora bocciatura davanti al TAR Lazio sull’operazione di declassamento dei Siti nazionali di bonifica avvenuta nel 2013 Il Ministero, sulla base delle valutazioni dei suoi dirigenti e funzionari, prendendo spunto da una modifica al Decreto legislativo 152/2006 riguardante i criteri per l’individuazione dei Siti di Interesse Nazionale per le bonifiche (le aree più inquinate del paese), ne avevano declassati ben 18 siti su 57, trasformandoli in Siti di Interesse Regionale. Un’operazione realizzata in sordina, senza alcun coinvolgimento delle comunità (tranne le regioni a cui il Ministero aveva dato pochi giorni di tempo per esprimersi) ma dalla portata enorme, visto che i funzionari e i dirigenti del Ministero considerarono degna di declassamento anche la Terra dei Fuochi (ma anche La Maddalena in Sardegna)! La Regione Lazio, il comune di Ceccano e, con intervento “ad adiuvandum”, l’associazione “Rete per la Tutela della Valle del Sacco ONLUS” hanno proposto un ricorso sul declassamento del sito “Valle del Sacco” che ora il TAR del Lazio ha accolto pienamente. Per il Coordinamento nazionale siti contaminati, per il Forum dei Movimenti per l’Acqua e per la Rete Stop Biocidio Lazio si tratta di una sentenza importantissima per i risvolti che dovrebbe avere a livello nazionale. Le motivazioni alla base dell’accoglimento del ricorso sul SIN Valle del Sacco rappresentano una pesantissima censura sull’intera operazione portata avanti dal Ministero dell’Ambiente per sollevarsi dalle proprie responsabilità dopo un decennio di sostanziale inazione rispetto al risanamento dei SIN e, più in generale, rispetto allo stato di inquinamento di moltissime aree del paese. I giudici del TAR, infatti, ritengono che, rispetto all’applicazione dei nuovi criteri per il riconoscimento (o l’esclusione) delle aree “il ragionamento del Ministero, ad avviso di questo Collegio, è erroneo in radice” e che “La norma applicata sembra anzi ampliare (piuttosto che restringere) le fattispecie dei territori potenzialmente rientranti nell’ambito dei siti di interesse nazionale…”. Infatti il Ministero aveva inteso che un’area per essere classificata quale SIN dovesse soddisfare contemporaneamente tutti i criteri del Decreto. Scrivono i giudici del TAR Lazio “Il testo normativo non autorizza, in effetti, ad avviso del Collegio, una lettura tale da indurre a considerare, per la qualificazione di SIN, la presenza di tutte le circostanze cui l’art. 252 comma 2 predetto fa riferimento…..Si tratta, in altre parole, di criteri che variamente combinati devono (o possono) portare l’Amministrazione a riconoscere quella grave situazione di compromissione e di rischio ambientali tale da implicare (a prescindere dalle cause che l’hanno determinata) il superiore interesse nazionale”. Sulle bonifiche si sta giocando una partita al ribasso rispetto alle politiche industriali del paese, con una strategia volta ad annacquare il principio “chi inquina paga” a favore dei grandi gruppi industriali che non vogliono pagare integralmente il prezzo del risanamento delle aree che hanno contaminato. In poco più di un anno vi sono stati ben quattro decreti, tutti volti a nascondere la polvere inquinata sotto il tappeto (Governo Monti: Decreto di declassamento dei SIN; Governo Letta: Decreto del “fare” e Decreto “destinazione Italia”; Governo Renzi: Decreto “competitività” ora in discussione in parlamento). Grazie alla mobilitazione dei comitati le prime tre norme sono state modificate limitando i danni...
read moreDeforestazione, Indonesia supera il Brasile. Colpa dell’olio di palma
Il paese con la terza foresta tropicale più grande al mondo scalza il Brasile e diventa il primo per deforestazione. Ma ottiene la pole position anche per emissioni di gas serra. E, guarda caso, è un hub mondiale del land grabbing di {Federico Gennari Sartori} su [Pagina99] Tutti sanno che la foresta amazzonica è la più grande del mondo. E tutti sanno anche che è quella più minacciata dalla deforestazione, che ambientalisti e organizzazioni non governative di tutto il mondo cercano di contrastare. Per anni il Brasile, che ospita la porzione più ampia dell’Amazzonia, è stato il paese più colpito dal disboscamento, ma sembra che oggi il triste primato spetti a qualcun’altro. A molti risulterà strano sapere che si tratta dell’Indonesia. È la tesi di Primary forest cover loss in Indonesia over 2000–2012, uno studio pubblicato domenica sulla rivista Nature Climate Change, che svela una realtà poco conosciuta e sottovalutata dai media internazionali. Guarda caso, l’Indonesia ha qualche problema anche in materia di emissioni. Ed è uno dei paesi al mondo più colpiti dal fenomeno del land grabbing. Un cerchio che, mettendo in relazione informazioni apparentemente scollegate, si chiude facilmente. Le isole indonesiane sono coperte dalla terza area di foreste tropicali più grande al mondo, dopo l’Amazzonia e il Congo. Si tratta della cosiddetta “foresta primaria”, quella più antica, che ha conservato la propria composizione originaria senza esser mai stata distrutta e poi ripiantata. Secondo lo studio circa il 10% delle piante, il 17% delle specie di uccelli e il 12% dei mammiferi di tutto il mondo vivrebbero in questa prozione del globo, comprese specie protette o in via di estinzione, come l’elefante indiano e la tigre del Bengala. Buona parte dell’Indonesia rappresenta quindi un’area cruciale per la biodiversità su scala globale. Tra 2000 e 2012 l’Indonesia ha perso 6,02 milioni di ettari di foresta (60mila Km2), un’area grande all’incirca come la superficie dell’intera Irlanda. E nel 2012 la deforestazione ha colpito ben 840mila ettari contro i 460mila del Brasile, che negli anni ha cercato di avviare più efficaci politiche di controllo. È questa la conclusione dei ricercatori, che sostengono di aver prodotto il miglior studio al momento disponibile, basato su dati maggiormente attinenti alla realtà. O quantomeno più veritieri di quelli pubblicati dal governo indonesiano. «Sono curiosa di vedere come il governo reagirà ai miei risultati» ha dichiarato Belinda Arunarwati Margono, prima firmataria della ricerca e per sette anni incaricata della raccolta dei dati presso il Ministero delle Foreste indonesiano. Attualmente impegnata nell’università del Sud Dakota, ritiene che negli ultimi 12 anni siano stati abbattuti circa 1 milione di ettari in più rispetto alle stime ufficiali, che tenevano conto anche di rimboschimenti compensativi. In realtà, se ne sono andati almeno 47.600 ettari in più ogni anno e la discrepanza è tutt’altro che indifferente. Secondo Margono la discrepanza tra le stime è in parte dovuta a ragioni tecniche, ma la ragione principale è che «il governo non può pubblicare intermanete i dati per legge». Manca la trasparenza, ma deve esserci anche un certo imbarazzo da parte del governo indonesiano. Nel 2011 era stato varato un regolamento proprio a tutela delle foreste. Si trattava di una moratoria sulla concessione di nuove licenze per lo sfruttamento di zone coperte da foreste primarie o torbiere, che a quanto pare non è servita...
read moreInceneritori, biomassa e zero bonifiche: Roma ha deciso il futuro della Sardegna
Licenza di inquinare per basi militari e grandi fabbriche (leggi), con relativo colpo di spugna sulle bonifiche, ma nel decreto legge ‘Ambiente protetto’ (leggi) c’è anche un’ipoteca sul futuro della Sardegna. di {Piero Loi} su [Sardinia Post] Lo dice il documento, lo confermano il presidente dell’Isde – Medici per l’ambiente Sardegna Vincenzo Migaleddu eStefano Deliperi del Gruppo d’intervento giuridico. Le nuove disposizioni indicano infatti le attività produttive su cui il governo intende puntare da qui al 2019. Ne viene fuori un piano quinquennale all’insegna di macchine da perforazione, taglio e trivellazione, essiccatoi, inceneritori, griglie rotanti, scaricatori di ceneri, cavi elettrici. E sono ingenti le risorse messe in campo per sostenere la produzioni di questi beni: 800 milioni di euro ottenuti mediante la riduzione del Fondo per la coesione e lo sviluppo.Tradotto: pieno sostegno a inceneritori, centrali a biomasse e a nuove forme di attività mineraria. Insomma, nel decreto ‘Ambiente protetto’, di verde c’è poco. In compenso però, c’è tanta, troppa Sardegna. Nel senso sbagliato. Sulcis, carbone e trivelle dietro l’angolo Basta prendere l’articolo quindici del decreto. Dove si parla di nuovi limiti soglia a cui anche le regioni autonome dovranno conformarsi per l’attivazione della Valutazione d’impatto ambientale. E di siti per lo stoccaggio del biossido di carbonio. “In questo caso, il riferimento è al progetto di cattura e sequestro della Co2 prodotta dalla centrale a carbone che dovrebbe sorgere al posto della Carbosulcis, come stabilito dalla legge ‘Destinazione Italia’”, dice Deliperi. “Un progetto la cui realizzazione sembra però legata all’esito della procedura d’infrazione aperta dall’Unione europea per aiuti di Stato”, precisa il responsabile del GriG. In ogni caso, il nuovo decreto apre alla possibilità di effettuare perforazioni esplorative di iniezione dell’anidride carbonica allo stato supercritico, cioè liquido. Il problema, tuttavia, è che la fattibilità e la sicurezza di questa procedura è ancora tutta da dimostrare. “Con la Co2 non parliamo di un pacco che rimane fermo dove lo metti”, precisa Deliperi. “Desta dunque preoccupazione per l’eventuale fuoriuscita dell’anidride carbonica dai depositi in cui verrà confinata. E a concentrazioni elevate può essere letale”, aggiunge il presidente dei Medici per l’ambiente – Isde Sardegna Vincenzo Migaleddu. Si sa tuttavia che lo stoccaggio della Co2 necessita di giacimenti di carbone non umidi e profondi tra gli 800 e i 1500 metri. Tutto il contrario, insomma, rispetto a quelli della Carbosulcis,che che vanno dai 200 e i 700 metri. E sono troppo umidi. Lo stabilisce l’Enea, l’ente che insieme alla Sotacarbo ha condotto uno studio preliminare sulle condizioni dei giacimenti compresi tra Carbonia e Portovesme. Insomma, lì lo stoccaggio non si può fare,. Pertanto, trivellazioni e prove di iniezione dovranno essere effettuate nella parte dei giacimenti che si trova sotto il braccio di mare compreso tra Portovesme e Carloforte. Rimane poi aperto un problema: l’idea che non si voglia arrivare all’implementazione di una procedura conosciuta come “Enhanced coal bed methane”, che prevede l’iniezione nel sottosuolo di anidride carbonica – è questa l’analogia con la procedura del sequestro della Co2 – per ottenere metano. In pratica, una tecnica analoga a quella della fratturazione idraulica delle rocce del sottosuolo o fracking. Anche in questo caso il rischio è che s’inneschino terremoti, ma c’è un altro problema, la possibilità che le falde acquifere vengano contaminate da metalli pesanti o sostanze radioattive smosse nel corso dell’iniezione della...
read moreMap of most influential environmental justice conflicts in the US
The 40 most influential environmental justice conflicts in recent American history are now included in our Global Atlas of Environmental Justice . The U.S. cases were compiled by the University of Michigan’sSchool of Natural Resources and Environment. by {Nick} on [EJOLT] In the United States, decades of research have documented a strong correlation between the location of environmental burdens and the racial/ethnic background of the most impacted residents. In an effort to choose landmark cases in the U.S. the team from University of Michigan elicited feedback from more than 200 environmental justice leaders, activists, and scholars in identifying these case studies. “We felt that we could not identify influential cases without incorporating the voices of the activists and leaders who have worked within the field for more than three decades” says Alejandro Colsa-Perez, a Fulbright scholar from Spain and one of the four students from the team that recently graduated from the University of Michigan while doing the research on the top forty environmental justice cases. Fossil fuels and climate justice conflicts; industrial conflicts and waste management conflicts dominate the list of most influential environmental justice conflicts, with seven cases each. The list includes historical cases within the environmental justice movement, such as 1978 Love Canal, New York, and the 1982 Warren County, North Carolina, protests. With the inclusion of tragedies like Hurricane Sandy and Hurricane Katrina, it is becoming clear that climate change threats are also disproportionately impacting the same communities that have suffered historically from environmental racism. The forty cases identified by participants in the survey represent a wide range of time periods, geographic regions, communities, and environmental challenges. Although some of the cases have a clear ending point, many of these conflicts are ongoing and unresolved. An element of hope arises when looking at the percentage of conflicts where EJOLT collaborators believe environmental justice has been served, based on the way the conflict was resolved or on the improvements that impacted communities have achieved in their fight against injustices (e.g. the existence of compensation to communities, court cases in favor of environmental justice communities, rehabilitation/restoration of the area, or strengthening of participation in decision-making). As judged by the EJOLT team, in the U.S. approximately 35% have experienced some form of environmental justice success, compared to an average of 17% worldwide. “The long history of environmental justice activism in the United States can provide an important guide for activists and researchers across the Globe to learn about strategies that vulnerable communities have used in the past to help improve conditions within their communities”, says Professor Paul Mohai from the School of Natural Resources and Environment at the University of Michigan. The Global Atlas already has over 1100 stories about communities struggling for environmental justice. It serves as a virtual space for those working on environmental justice issues to get information, find other groups working on related issues, and increase the visibility of environmental conflicts. According to Atlas coordinator Leah Temper from the Autonomous University of Barcelona “only once communities stand up and say we will no longer be polluted, will governments and companies change their behaviour”. {For more information please contact Paul Mohai, 734-763-4598, pmohai@umich.edu} Posted by {Nick} on EJOLT, June 25th,...
read moreSenegal: la pastorizia alla sfida del land grabbing
Si parla di land grabbing (accaparramento delle terre) quando una larga porzione di terra considerata “inutilizzata” è venduta a terzi, aziende o governi di altri paesi senza il consenso delle comunità che ci abitano o che la utilizzano, spesso da anni, per coltivare e produrre il loro cibo di {Maura Benegiamo} su[ ecologiapolitica] Negli ultimi dieci anni si è registrato un significativo aumento delle transazioni terriere a larga scala che hanno interessato in particolare i paesi del Sud del mondo: vaste aeree di terra arabile sono state vendute, affittate o date in concessione a investitori nazionali e stranieri a seguito di negoziazioni tra imprese transnazionali e governi, senza alcun coinvolgimento delle comunità locali. La mancanza di trasparenza e lo scarso rispetto dei diritti umani ha valso alla maggior parte di queste transazioni l’etichetta di ‘land grab’. Nel land grabbing vi sono alcuni elementi di novità, che lo contraddistinguono dalle precedenti transazioni di terra: la velocità con cui sono avvenute le transazioni negli ultimi anni segna una accelerazione importante nel processo di globalizzazione, nelle tipologie degli attori coinvolti, dove le alleanze tra imprese transnazionali, grandi gruppi a capitale pubblico e alcuni stati nazionali hanno assunto un ruolo di primo piano, e le ragioni per cui avvengono queste transazioni – che oscillano tra la speculazione finanziaria sulle commodity agricole, la ricerca di terreni per coltivazioni agroenergetiche e le strategie di sicurezza alimentare di stati come la Cina. La rinnovata attenzione che i mercati rivolgono ai terreni agricoli ed alla produzione primaria si basa sulla crescente redditività economica di tali beni, resi scarsi da fenomeni quali la crescente urbanizzazione, i cambiamenti climatici e il conseguente stress ecologico sulle risorse. Molti investitori, come i produttori di agrocarburanti, utilizzano l’accaparramento di nuova terra come strumento per sganciarsi dalla volatilità del mercato delle commodity, assicurandosi forniture certe e a prezzi stabili per lunghi periodi. Il cambiamento nelle relazioni economiche e politiche globali ha inoltre contribuito a riportare l’accento sulle strategie ‘del vantaggio comparato’ e della ‘crescita guidata dalle esportazioni’, e ciò ha indotto i paesi del Sud del mondo a puntare sulle risorse naturali, di cui essi sono ricchi. Questo processo diprimarisation non dipende soltanto dalla classica relazione nord-sud, ma dipende anche dalle nuove geografie del tipo sud-sud, in cui gli stati o regioni economiche del Sud costituiscono sia la zona d’origine che di destinazione dei flussi di investimento. A partire dall’anno 2000 il Sènègal ha registrato un aumento esponenziale degli investimenti agricoli diretti in particolare alla produzione per l’esportazione delle cosidette flex-crops. Per flex-crops si intendono piante come la canna da zucchero o la patata dolce, che possono esser destinate alla produzione energetica, oppure trasformate in mangimi o in prodotti alimentari a seconda delle esigenze. Accesso all’acqua e qualità dei terreni rappresentano i maggiori criteri di selezione degli accaparratori di terra per individuare le zone di insediamento produttivo. Questo spiega i forti investimenti nella Vallée du Fleuve Sènègal, e in particolare nella regione del Delta, verso cui, nel decennio 60-70, lo Stato ha concentrato molti sforzi per aumentare il potenziale irrigabile e rendere questa regione adatta all’agricoltura, con specializzazione nella produzione di riso. Si tratta di regioni ad antica vocazione pastorale, per lo più utilizzate da allevatori appartenenti al gruppo sociale Peul, che vi praticano un pastoralismo estensivo ed itinerante. I progetti agricoli dello...
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Marica Di Pierri per Valori.it – Verso la Cop30 di Belém, cosa aspettarci dal più importante appuntamento per salvare il clima della Terra? Diretta con Marica Di Pierri, Luca Lombroso, Giovanni Mori e Lorenzo Tecleme.