Dal 10 al 21 novembre 2025 saremo a Belém, in Brasile, per partecipare come osservatori alla 30° Conferenza delle Nazioni Unite sul Clima. Racconteremo quanto avviene dentro e fuori le negoziazioni, porteremo e raccoglieremo le voci dei territori in lotta contro l’estrattivismo, contro il greenwashing e per una transizione ecologica realmente giusta.
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A Belém si discuteranno e valuteranno gli NDCs, i nuovi impegni climatici nazionali che stabiliscono gli obiettivi di riduzione delle emissioni di ogni paese. Accanto alla mitigazione, l’adattamento sarà uno dei temi centrali attraverso il Global Goal on Adaptation (GGA) e i nuovi Piani nazionali di adattamento. Un altro capitolo chiave sarà quello della finanza per il clima. Tra i punti principali il nuovo obiettivo di finanziamento (NCQG), che punta ad aumentare il sostegno ai Paesi in via di sviluppo da 100 a 300 miliardi di dollari l’anno, e la Roadmap Baku-Belém, che traccia un percorso per mobilitare almeno 1.300 miliardi di dollari l’anno entro il 2035.
Temi cruciali, che si scontrano con uno scenario geopolitico ostile, segnato dal negazionismo climatico, dai venti di guerra, dalla corsa al riarmo e dalla violenza istituzionale. Non è un caso che in gioco a Belém ci sia più che mai la credibilità della diplomazia climatica e la sua capacità di tradurre le intenzioni in impegni concreti.
La Cupula dos povos
La Cúpula dos Povos è il grande incontro dei movimenti sociali e delle comunità che vivono in prima linea la crisi climatica. Nata nel 1992 come risposta critica alle negoziazioni ufficiali, propone un’alternativa fondata su giustizia climatica, sociale e ambientale, solidarietà e saperi ancestrali.
Dal 12 al 16 novembre 2025, in concomitanza con la COP30 di Belém, riunirà popoli indigeni, comunità quilombola e tradizionali, giovani e lavorator? in marce, dibattiti e azioni culturali.
La Cúpula mette al centro vite, diritti e territori, non statistiche: unisce chi costruisce ogni giorno soluzioni reali, dall’agroecologia alla difesa dei beni comuni, per spingere i governi ad adottare politiche di vera giustizia climatica.
Dichiarazione della Cupula Dos Povos
Perché A Sud e CDCA alla COP?
Nelle Cop si riuniscono i governi dei 197 Paesi che hanno ratificato la Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (UNFCCC), firmata a Rio de Janeiro nel 1992. Ma la COP30 non è solo un vertice diplomatico: è il terreno di confronto (e di scontro) tra attori diversi e diverse visioni del mondo. Da una parte il business as usual che trasforma la crisi climatica in profitto, dall’altra movimenti e territori che lottano per giustizia climatica, autodeterminazione e diritti della Natura.
La COP30 si terrà nel cuore dell’Amazzonia, a Belém do Pará, in Brasile. Non è un dettaglio geografico ma una scelta politica: è nel Sud globale che l’ingiustizia climatica colpisce più duramente mentre il Nord globale continua a negoziare emissioni e interessi fossili.
Qui non si decide solo il futuro del clima: si decide chi avrà diritto a un futuro.
Per raccontare cosa c’è in gioco, e come finisce la partita.
Andiamo alla COP per osservare da vicino i negoziati, capire quali equilibri politici e di potere si stanno ridefinendo, e portare la prospettiva dei territori e dei movimenti che chiedono giustizia climatica.
La partecipazione di A Sud e CDCA serve a connettere le lotte locali con quelle globali, rafforzare alleanze internazionali e raccontare – con sguardo indipendente e critico – come la diplomazia climatica sta affrontando, o eludendo, le proprie responsabilità.
Perché solo intrecciando voci e resistenze dal basso possiamo costruire un futuro giusto per tutt?.
Per costruire e rafforzare alleanze internazionali
Svolgere la COP in Brasile è un segnale che conta: significa rimettere al centro chi la crisi climatica la subisce davvero. Andiamo a Belém per stare con i movimenti globali per la giustizia climatica. In America Latina oggi si gioca una partita enorme: conflitti ambientali, estrattivismo, repressione, lotte indigene e popolari che resistono da decenni. Con tante realtà — dalla Colombia alla Bolivia, fino all’Amazzonia — abbiamo già lavorato, fatto campagne, costruito ponti. Lì ritroviamo compagn? con cui condividiamo visioni e pratiche.
Per portare una visione radicale dentro la COP
Sì, probabilmente sarà l’ennesimo flop diplomatico. Ma proprio per questo dobbiamo esserci, per non lasciare quei tavoli alle lobby fossili e ai governi che parlano di transizione mentre trivellano.
Da dentro vedi meglio le dinamiche, le crepe, le possibilità di alleanze e di conflitto.
Andiamo per portare la prospettiva della giustizia climatica e delle lotte dal basso, che legano crisi climatica, razzismo, patriarcato e disuguaglianze. La COP non è un punto d’arrivo: è un passaggio. Il resto si fa fuori, insieme, ogni giorno.
Diario dalla COP30
- Giorno 12 – 24 novembre 2025
Belém svela il fallimento della diplomazia climatica, ma apre spiragli: una roadmap anti-fossile e nuove alleanze per la giustizia.
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- Giorno 11 – 21 novembre 2025
Penultimo giorno a Belém: incendio in COP30, stalli politici e pressioni crescenti sul BAM e sull’uscita dai fossili.
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- Giorno 10 – 20 novembre 2025A Belém 85 Paesi spingono per uscire dai fossili, mentre Italia e Polonia frenano. La COP30 è al bivio, il tempo è adesso.
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- Giorno 9 – 19 novembre 2025
Belém rilancia la lotta globale ai fossili: la Colombia guida un fronte che vuole uscire davvero dal modello che brucia il pianeta.
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- Giorno 8 – 18 novembre 2025
Alla COP30 la transizione dai combustibili fossili sembra lontana, mentre i fondi dell’adattamento sono sotto il minimo.
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- Giorno 7 – 17 novembre 2025
Belem in rivolta: popoli indigeni e movimenti sociali spingono per una COP30 che dica finalmente basta ai fossili.
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- Giorno 6 – 15 novembre 2025
Anche quest’anno i dati sulla presenza dei lobbisti Gas&Oil alla conferenza di Belém sono alti: su ogni 25 persone accreditate al vertice, uno è un lobbista dei combustibili fossili, in totale sono oltre 1600.
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- Giorno 5 – 14 novembre 2025
Il TFFF entra nella Cupula tra promesse e contraddizioni: fondi incerti, debiti in aumento e movimenti che denunciano l’ennesima falsa soluzione verde.
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- Giorno 4 – 13 novembre 2025
A Belém la protesta indigena irrompe nella COP30 e svela le contraddizioni del Brasile fossile. Intanto la Cupula esplode di mobilitazioni globali.
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- Giorno 3 – 12 novembre 2025
Adattamento al centro della COP30, ma i fondi restano insufficienti. A Belém arrivano movimenti e comunità indigene: la vera pressione viene dai territori.
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- Giorno 2 – 11 novembre 2025
Lula parla di disuguaglianze alla Cop30, ma il Brasile continua a spingere sul fossile. A Belém torna al centro il nodo tra clima e ingiustizia.
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- Giorno 1 – 10 novembre 2025
Dalla Cop30 alla Cúpula dos Povos: a Belém si apre la sfida per la giustizia climatica tra responsabilità globali, diritti dei popoli e resistenza dei territori.
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Articoli di approfondimento alla COP30
- Cosa resta della Cop30, la battaglia per il clima e i diritti è ancora lunga – 24 novembre 2025
Marica Di Pierri e Laura Greco su Domani – COP30 fallisce su fossili e foreste, ma il Bam e il blocco dei 82 paesi per l’uscita dal fossile aprono spiragli di lotta e nuove alleanze.
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- Sulla fine dei lavori della COP30 – 24 novembre 2025
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Cosa è successo alla 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici? Quali sono le grandi vittorie? Quali le sconfitte?
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- La tabella della discordia – cos’è successo alla COP30 – 23 novembre 2025
Laura Greco su Radio24 – COP30 a Belém annuncia impegni su energia, foreste e adattamento, ma senza una vera uscita dal fossile restano promesse vuote da incalzare con lotte dal basso.
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- “A resposta somos nós”. Ma alla COP30 le richieste dei popoli indigeni non fanno breccia – 23 novembre 2025
Laura Greco su EconomiaCircolare.com – Alla COP30 le voci indigene restano ai margini mentre la foresta corre verso il punto di non ritorno. Senza giustizia, non c’è futuro.
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- La “Dichiarazione di Belém” e il multilateralismo del phase out dai fossili spinto dal basso – 21 novembre 2025
Laura Greco su Altreconomia – Da Belém arriva una spinta dal basso per uscire dai fossili: governi e movimenti uniscono le voci per un phase out reale, giusto, globale.
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- Cop30: senza il Gender action plan ogni azione climatica è limitata – 21 novembre 2025
Marica Di Pierri e Laura Greco su Valori – Nonostante le ambiziose premesse il Gender action plan ha trovato diversi ostacoli sui tavoli negoziali della Cop30
- Cop30: senza il Gender action plan ogni azione climatica è limitata – 21 novembre 2025

- Alla Cop30 arrivano le storie di migrazioni climatiche – 21 novembre 2025
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30, in vista delle negoziazioni finali, si parla del fenomeno crescente degli sfollamenti forzati dal cambiamento climatico.
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- Belém, la foresta degli indigeni si ribella a Lula – 20 novembre 2025
Laura Greco su Il Manifesto – Le nazionalità dell’Amazzonia denunciano l’inagibilità politica alla Cop e chiedono una mobilitazione internazionale guidata direttamente dai popoli indigeni per proteggere i loro territori e affrontare la crisi climatica alla radice
- Alla Cop 30 i movimenti si riprendono la scena – 20 novembre 2025
Marica Di Pierri su Il Manifesto – Era dalla Cop 26 di Glasgow che non si vedeva così tanta società civile. Accanto al vertice ufficiale, in più di 50 mila hanno animato la «Cupula dos povos» per una svolta vera sul clima e i diritti
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- COP30, BELÉM | Italiani in mobilitazione – 20 novembre 2025]
Il Climate Pride in azione alla COP30: l? attivist? chiedono all’Italia una roadmap chiara e ambiziosa per uscire dai fossili.
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- A Belém torna il protagonismo sociale – 19 novembre 2025
Marica Di Pierri su Collettiva – Alla Cop30 movimenti, organizzazioni, popoli e sindacati riacquistano centralità: proposte e campagne dal basso sono arrivate nelle stanze dei negoziati.
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- Come procede la COP30 in Brasile? Intervista a Laura Greco da Bélem – 19 novembre 2025
Laura Greco su Scienza e Pace Magazine – COP30 tra repressione, lobby fossili e resistenze indigene: la giustizia climatica la costruiscono i territori, non i negoziati.
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- Lifegate dalla COP30 – 18 novembre 2025
Marica Di Pierri su Lifegate – Dalla COP30 il racconto dell’inedita comunicazione tra dentro e fuori la COP, tra le richieste indigene e l’ambiguo governo di Lula.
Ascolta su Lifegate
- Il Fondo per le foreste e la falsa soluzione del biocapitalismo si ripropone alla Cop30 di Belém – 18 novembre 2025
Laura Greco su Altreconomia – Il Tropical forests forever facility lanciato da Lula è l’ennesimo dispositivo finanziario che viene presentato come innovazione.
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- Attivismo e giustizia climatica: se il diritto alla protesta diventa un reato – 17 novembre 2025
Marica Di Pierri su Valori.it – Alla Cop30 emerge un allarme globale: in molti Paesi il diritto alla protesta viene represso e l’attivismo ambientale è sempre più criminalizzato
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- Alla Cop30 di Belèm il fondo per l’adattamento resta senza fondi – 17 novembre 2025]
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30 fallisce, per il terzo anno di fila, l’obiettivo di raccolta minima per finanziare l’adattamento dei Paesi del Sud globale.
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- Massiccia partecipazione popolare a Belém – 16 novebre 2025
Marica Di Pierri su L’aria Che Respiri – Alla Cúpula dos Povos tantissime voci per reclamare la fine dei combustibili fossili e una giustizia climatica guidata dai popoli, non dalle multinazionali.
Ascolta su Radio Rai1
- In diretta da Bele?m – Aggiornamenti sulla prima settimana di COP30 – 15 novembre 2025
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – In diretta da Belém, per raccontare in diretta i lavori della 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici. ?Foto di Oliver Ninja e Midia Ninja
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- Cop30: chi difende i combustibili fossili dentro i negoziati sul clima – 14 novembre 2025
Marica Di Pierri per Altreconomia – Alla Cop30 un lobbista fossile ogni 25 delegat?: il vertice che dovrebbe chiudere l’era fossile continua a farsela scrivere da chi la profitta.
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- Giustizia climatica, questa dimenticata – 13 novembre 2025
Marica Di Pierri su Il Manifesto – Il legame tra clima e disuguaglianze è ormai assodato. Ma dopo 30 anni di conferenze, i ricchi continuano a fare grandi affari con i fossili.
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- L’adattamento secondo la COP30: “Adattarsi è sopravvivere” – 13 novembre 2025
Marica Di Pierri per EconomiaCircolare.com – COP30 punta a rendere operativo il Global Goal on Adaptation, tra governance multilivello, indicatori, fondi insufficienti e necessità di giustizia climatica.
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- La Cop30 in Brasile e le politiche industriali green – 11 novembre 2025
Marica Di Pierri per Tutta La Città Ne Parla, Radio3 – È iniziata la Cop30 a Belém, 10 giorni in cui si discuterà su come trovare una via d’uscita alla deriva del cambiamento climatico nonostante le difficoltà politiche che ci circondano.
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- Road to Belém – 7 novembre 2025
Marica Di Pierri per Valori.it – Verso la Cop30 di Belém, cosa aspettarci dal più importante appuntamento per salvare il clima della Terra? Diretta con Marica Di Pierri, Luca Lombroso, Giovanni Mori e Lorenzo Tecleme.
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- Da Parigi a Belém, i conti che non tornano – 6 novembre 2025
Marica Di Pierri per Il Manifesto – Tra tensioni e fragili compromessi, i preparativi alla vigilia della Conferenza Onu. A che punto sono gli impegni nazionali di riduzione e i piani di adattamento dei singoli Paesi.
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- A Sud a Belém alla Cop30 – 6 novembre 2025
A Sud seguirà negoziati e mobilitazioni dalla COP30 di Belém, amplificando le voci dei movimenti per giustizia climatica e sociale.
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- A Sud aderisce alla Global Call to Action della Cúpula dos Povos – 5 settembre 2025
Il 15 novembre scendiamo in piazza: basta disuguaglianze e razzismo ambientale, vogliamo giustizia climatica e un mondo dove la vita sia al centro.
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- Vertice dei Popoli Verso la COP30: Manifesto Politico – 13 giugno 2025
A Sud aderisce al Manifesto dei Popoli verso la COP30: un appello globale per giustizia climatica, anticapitalismo e democrazia dal basso.
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Racconteremo le negoziazioni
Per spiegare cosa accade davvero alla COP30, come si muovono i governi e quali interessi guidano le scelte sulla crisi climatica. Vi offriremo una copertura quotidiana per raccontarvi con le nostre parole e con uno sguardo critico, indipendente e radicale, vicino ai movimenti il dentro e fuori la Cop
Sveleremo le contraddizioni
Tra le promesse ufficiali e la realtà, mostrando lo scontro continuo tra lobby fossili e popoli che difendono la vita e i territori. Denunceremo le responsabilità smascherando la falsa transizione energetica e chi continua a inquinare mentre parla di sostenibilità con greenwashing e false soluzioni
Daremo voce alle comunità
Portando le loro storie, le lotte quotidiane e le alternative concrete alla devastazione ambientale, contro colonialismo ed estrazione. Ci collegheremo con l’Italia per connettere istanze e battaglie
INFO E CONTATTI
Per contatti e interviste con la delegazione:
maricadipierri@asud.net
+ 55 21 967071220
Laura Greco
lauragreco@asud.net
+55 21 997673184
La guerra non dichiarata all’ambientalismo popolare
È in corso una guerra subdola contro modi di concepire e trasformare la natura che entrano in conflitto con i progetti su larga scala di governi nazionali e compagnie private. Le “{opere necessarie allo sviluppo}” che si infrangono contro l’argine agguerrito delle comunità locali, vengono così imposte attraverso la delegittimazione di chi vi si oppone. Che si tratti di perforazioni petrolifere, gestione dei rifiuti, infrastrutture, costruzione di dighe o sfruttamento minerario, tali progetti sono immancabilmente presentati dai loro fautori come passi necessari per alimentare crescita e favorire progresso. I comitati di cittadini, i gruppi indigeni e le associazioni portatori di un punto di vista alternativo, vengono perciò inquadrati dal discorso dominante come nemici del bene pubblico, sassolini nell’ingranaggio delle sorti progressive della nazione. Poco importa che le decisioni siano calate dall’alto, o che i costi in termini di salute umana e salubrità ambientale siano fatti ricadere sulle comunità locali mentre i profitti sono privatizzati altrove. I cittadini diventano nemici se ostacolano i piani ben congegnati delle élite. In Italia gli esempi dell’emergere di un discorso delegittimante sugli ambientalisti non mancano. Nella Campania delle lotte ambientali la strategia governativa e mediatica di inquadrare i comitati locali contro discariche e inceneritori come anti-moderni, ribelli o affetti da una irrazionale sindrome NIMBY, hanno fatto scuola. Dai documenti dei servizi recentemente desecretati, emerge il dispendio di risorse che il governo ha impiegato per scovare tra i comitati di Chiaiano improbabili infiltrazioni della camorra, mentre sotto il naso di commissariato e militari la camorra già operava all’interno della discarica, perfettamente inserita negli organigrammi legali della gestione dell’emergenza (un dato emerso dalla recente conclusione di indagini della magistratura sulla costruzione della discarica). Allo stesso tempo, la criminalizzazione degli attivisti tramite processi e incarcerazioni è servita per disegnare il campo dei giusti e dei ribelli nell’immaginario nazionale, mandando un messaggio chiaro a tutti coloro che alimentano le lotte territoriali. Come in Val Susa, utilizzare l’accusa di terrorismo per gli atti di resistenza dei No Tav significa stabilizzare nell’opinione pubblica la percezione distorta di un’equazione tra difesa dell’ambiente e crimine. Il risultato, oltre a fiaccare l’opposizione con la minaccia dell’arresto, è la sistematica esclusione delle conoscenze e delle alternative emerse dal confronto di comunità in lotta con progetti che ne minacciano l’esistenza. Non è una particolarità italiana. Il noto economista ecologico Joan Martinez Alier, in questo breve articolo, ci dà uno spaccato delle stesse tecniche delegittimati in diversi contesti geografici. Se a unire le lotte in corso per ambiente, salute e autodeterminazione sono gli stessi nemici, progetti e discorsi, diventa allora imprescindibile collegare piattaforme che operino a diverse scale per contrattaccare un modello di sviluppo e di pensiero sempre più feroce e raffinato ideologicamente. È questa una sfida ancora aperta e tutta da costruire. Narendra Modi, primo ministro indiando del partito nazionalista di destra Hindutva, si è scagliato recentemente contro le Organizzazioni per la Giustizia Ambientale finanziate da denaro estero. In cima alla sua lista, ci sono le organizzazioni dai paesi scandinavi e dalla Germania, accusate di “frenare lo sviluppo” con la loro opposizione a progetti minerari e la loro difesa delle popolazioni tribali che vivono nella foresta, nonché attraverso il loro sostegno ai movimenti ambientalisti contro le centrali atomiche. Modi è sostenuto dall’Ufficio di Intelligence (i cui recenti dossier sulle attività della società civile copiano letteralmente...
read moreNamibia’s Uranium Rush
Uranium mining companies have been exploring the arid country of Namibia looking to open new mines. Rössing, a Rio Tinto mine has already been operational for more than 30 years. The implications this mine and future operations is explored from the perspective of the communities living nearby [EJOLT] Marta Conde, a PhD candidate at ICTA-UAB and coordinator of EJOLT’s work on nuclear energy, investigates social movements and resistance to resource extraction – with a special focus on uranium mining expansion in Africa. Her documentary comes with a report on the Radiological impact of the Rössing Rio Tinto Uranium Mine and a Study on Low-level radiation of Rio Tinto’s Rössing Uranium mine workers. Workers at Rössing-Rio Tinto mine are dying of illnesses they don’t understand, the water of the Khan River is being polluted in this arid country and the tourism sector could be put in jeopardy if the uranium mining expansion goes ahead. There is not a structured social protest in Namibia regarding the uranium mining expansion. Several workers from Rössing Rio Tinto mine have complained about their illnesses and the Toopnar community is worried but the current chief is willing to talk to the mines, trying to bargain as much as possible for its people. The only active challenge to the mines is carried out by Earthlife Namibia and LaRRI, two local NGOs, who voiced some concerns during a 2008 campaign and now again through the EJOLT project reports. Watch the...
read moreEPiCentro Civitavecchia | Diario di bordo
Pubblichiamo la prima puntata del diario di bordo del Progetto EpiCentro Civitavecchia che vuole sperimentare sul territorio di Civitavecchia nuove pratiche di ricerca e di cittadinanza attiva nel settore dell’ambiente e della salute. [di Simona Maltese] IL PROGETTO Il progetto EPICENTRO Civitavecchia – Epidemiologia Popolare per la salute delle Comunità e la tutela dell’Ambiente, coordinato dal CDCA e finanziato dalla Tavola Valdese, vuole sperimentare sul territorio di Civitavecchia nuove pratiche di ricerca e di cittadinanza attiva nel settore dell’ambiente e della salute. Il progetto ha come obiettivo quello di fare emergere le percezioni della cittadinanza sui temi della salute e dell’ambiente a Civitavecchia e di valorizzare quelle che sono le loro conoscenze a riguardo, favorendo così il rafforzamento di un senso di comunità in città e valorizzando i cittadini come depositari di conoscenze fondamentali per affrontare le emergenze ambientali e sanitarie della città. [Leggi maggiori informazioni sul progetto ->https://www.cdca.it/spip.php?article2415] IL DIARIO DI BORDO “{Da ragazzini attraversavamo a piedi il centro della città per raggiungere l’area rurale circostante. Ore e ore di cammino, ma attorno a noi un’immensa distesa di verde che ci dava la sensazione di essere liberi}”. Si inaugura con queste parole dense di emozione e ricordi il terzo gruppo di parola che si è tenuto il 14 aprile scorso a Civitavecchia. Cinque donne e due uomini armati di foto e libri sulla loro città, ci hanno accompagnato lungo un viaggio di circa 60 anni, durante i quali Civitavecchia ha subito due principali mutazioni: la distruzione causata dal bombardamento del 1943 e la ricostruzione accompagnata da una massiccia industrializzazione a partire dagli anni ’50. Nei primi due gruppi di parola, durante i quali abbiamo raccolto testimonianze, racconti, foto e ricordi, il primo arco temporale è stato ampiamente discusso. I racconti ci hanno condotto tra i vicoli del centro storico con i bambini che esercitavano senza saperlo l’arte del riciclo trasformando oggetti di scarto in veri e propri giochi; nel cortile di Elide a guardare la tv tutti insieme affascinati da immagini, suoni e luci che quella scatola era in grado di riprodurre; all’uscita dalla chiesa in fila dinanzi al parroco per avere obliterato il biglietto che permetteva di vedere un film al cinema a prezzi scontati; in piazza durante il carnevale a raccogliere le caramelle che piovevano dai carri di cartapesta; e ancora in strada a tirare pietruzze contro gli sfortunati che passeggiavano al di là delle mura delle città o in osteria a bere la “canaiola” in compagnia. Mentre passeggiavamo tra i ricordi, abbiamo sentito da lontano il prolungato rombo degli aerei che squarciava i cieli di Civitavecchia trasformando le risa festose dei bambini ed i richiami delle madri in grida di paura. Uno, due, tre tonfi sordi e tutto attorno solo polvere. Delle strade attraversate a piedi scalzi e della casa al molo Vespucci rimaneva soltanto una timida ombra. Il passato era troppo vicino per poter essere dimenticato, così quei gruppi di bambini che avevamo incontrato lungo il nostro cammino durante i due primi gruppi di parola iniziavano ad uscire dai loro rifugi ormai adulti, con i loro petti irsuti e le gonne cinte da un grembiule ricamato a mano. Una a una scansavano le pietre che impedivano il passaggio dei carretti e le accostavano l’una sull’altra con la cura di chi ricompone i tasselli per...
read moreScopri i diari di bordo del progetto EpiCentro Civitavecchia
Il progetto EpiCentro Civitavecchia vuole sperimentare sul territorio di Civitavecchia nuove pratiche di ricerca e di cittadinanza attiva nel settore dell’ambiente e della salute. IL PROGETTO: Il progetto “EPiCentro Civitavecchia – Epidemiologia Popolare per la salute delle Comunità e la tutela dell’Ambiente”, finanziato dalla Tavola Valdese vuole sperimentare sul territorio di Civitavecchia nuove pratiche di ricerca e di cittadinanza attiva nel settore dell’ambiente e della salute. Il partenariato vuole promuovere attività partecipative in relazione con le percezioni dei cittadini di Civitavecchia sulla salute e lo stato ambientale del proprio territorio. Nella prima edizione del progetto che si realizzerà tra dicembre 2013 e novembre 2014, dopo aver realizzato interventi d’informazione e di formazione rivolti agli operatori e ai volontari del progetto e alla cittadinanza, verrano creati dei focus group partecipativi attraverso i quali tra i 30 e i 50 cittadini condivideranno le proprie percezioni e conoscenze relative alla storia ambientale e allo stato di salute del territorio e narreranno la propria relazione con la città e le sue criticità. Il progetto ha come obiettivo quello di fare emergere le percezioni della cittadinanza sui temi della salute e dell’ambiente a Civitavecchia e di valorizzare quelle che sono le loro conoscenze a riguardo, favorendo così il rafforzamento di un senso di comunità in città e valorizzando i cittadini come protagonisti e depositari di conoscenze fondamentali per affrontare i problemi ambientali e di salute della città. IL DIARIO DI BORDO: All’interno del diario di bordo si trovano i racconti degli incontri portati avanti nell’ambito del progetto EPiCentro, Civitavecchia e mirano alla ricostruzione della comunità partendo dall’ascolto delle persone che vivono nei territori impattati LEGGI IL DIARIO DI BORDO {[1° PUNTATA->https://www.cdca.it/spip.php?article2524&var_mode=calcul]} {[2°...
read moreYasuni, Ecuador | Le strade dell’illegalità sono infinite
Usando immagini satellitari ad alta risoluzione, in Ecuador, nel Parco Nazionale dello Yasuni è stata rilevata una strada petrolifera illegale Comunicato stampa – presentazione dei risultati della ricerca del gruppo geoyasuni.org – Università di Padova 1. La ricerca ed i risultati Un gruppo di quattro ricercatori (tre dell’Università di Padova e uno dell’Amazon Conservation Association) hanno analizzato immagini satellitari ad alta risoluzione rilevando che all’interno del Parco Nazionale Yasuni in Ecuador è stata aperta una nuova strada dal parte della compagnia petrolifera statale Petroamazonas. Il report completo qui La strada entra per 20 km nella zona più profonda e incontaminata del Parco dello Yasuni, uno dei luoghi con la più alta biodiversità della terra, e si avvicina alla Zona Intangibile Tagaeri Taromenane riservata con una decreto del 2007 per ospitare i popoli indigeni non contattati. La ricerca ha avuto un alto impatto mediatico sia sulla stampa nazionale ecuadoriana, sia su quella internazionale: a) Ecuador b) Stampa internazionale: the Ecologist, Mongabay.com c) Ansa.it: Ansa Latina Nel corso della conferenza scientifica tenutasi a Quito il 4 giugno 2014 presso l’Università Andina Simon Bolivar sono stati presentati i risultati della ricerca: 1 – la nuova strada si espande per 20 km dentro al parco e per circa altri 20 km fuori dai confini del parco, dentro la zona di transizione che costituisce la Riserva della Biosfera dello Yasuni riconosciuta dall’UNESCO nel 1989; 2 – la strada ha una carreggiata di 4 m di larghezza che permette comodamente il transito di un veicolo pesante a 18 ruote e piazzole per permettere la circolazione nel caso di incrocio tra veicoli; 5 – scientificamente riteniamo che il concetto di “sentiero ecologico” – termine preteso da costruttori, committenti e amministratori – non si possa applicare ad una struttura di questo tipo: si tratta di una strada che presenta circolazione di veicoli, strutture notevoli (un ponte bailey, numerosi sottopassi a condotte portanti) inoltre molte sezioni sono costruite in rilevato o in spianamento; 3 – per costruire una strada di 4 m di carreggiata è stata disboscata una fascia con una larghezza media di 26 m quando lo studio di impatto ambientale aveva previsto un Diritto di Via di 10 m, eccezionalmente e solo localmente consentito a 15 m; 4 – per determinare la larghezza della fascia deforestata sono state realizzate misure ogni 10 m lungo il “sentiero ecologico” e si è rilevato che all’interno del parco il 94% delle misure è superiore ai 15 m di larghezza; 5 – All’interno del parco per la costruzione della strada e la realizzazione delle piattaforme per l’attività di estrazione del petrolio sono stati disboscati 63,6 ha di foresta primaria contro i 47,33 dichiarati da un documento ufficiale presentato nel settembre 2013 alla Assemblea Nazionale. La compagnia statale Petroamazonas continua a dichiarare che non esiste una strada, ma un sentiero ecologico di 4 metri all’interno di un diritto di via di 10 m utilizzato sia come asse stradale che per la posa dell’oleodotto. Il Ministero dell’Ambiente ribadisce che si tratta solo di sentiero ecologico e che il Diritto di Via si è mantenuto con una larghezza di 10 m e solo eccezionalmente risulta più largo, inoltre sarebbe troppo presto per esprimere un giudizio sulla larghezza in quanto si dovrebbe attendere la riforestazione. Sabato 14 giugno 2014 nel corso del programma settimanale...
read moreLavoratori e Ambientalisti del mondo, Unitevi!
Il conflitto tra lavoro e ambiente è un costrutto neoliberale. Ciò di cui abbiamo bisogno è una vasta coalizione che possa cambiare radicalmente il settore produttivo [di {Stefania Barca}*] Al giorno d’oggi suona così familiare, quasi naturale, che le richieste e i programmi apparentemente opposti del mondo del lavoro e dei movimenti ambientalisti si escludano a vicenda. Ma nei fatti, questa divisione artificiale non è niente di più che una cruciale strategia neoliberista che mira a dividere due dei più forti movimenti sociali dell’era industriale, la cui alleanza potrebbe produrre una pericolosa convergenza, capace di mettere in discussione l’essenza stessa della “macina della produzione” capitalista. È perciò essenziale che il mondo del lavoro e le organizzazioni per l’ambiente e la salute pubblica acquisiscano una prospettiva storica del loro stato di conflitto attuale, così da diventare consapevoli del potenziale rivoluzionario di un progetto politico comune. Un luogo emblematico in cui ciò è diventato molto chiaro è la città di Taranto, dove in anni recenti sono emerse un numero crescente di organizzazioni di cittadini e comitati in risposta a una delle più serie crisi occupazionali, ambientali e di salute pubblica dell’ultimo decennio. Tali organizzazioni e comitati hanno ora iniziato a mobilitare diverse risorse e forme d’azione – dall’attivismo informatico, al cinema, a manifestazioni e campagne pubbliche – per lottare contro il ricatto occupazionale imposto dal gruppo ILVA. Alle ultime celebrazioni del primo maggio, queste organizzazioni sono riuscite a coinvolgere più di 100.000 persone per un concerto di massa auto-organizzato e auto-finanziato, tenuto in diretta competizione con quello tradizionalmente allestito a Roma dalla confederazione dei sindacati e dalla RAI. Liberate Taranto! La più grande fabbrica di acciaio in Europa, e una delle più antiche, con circa 20.000 operai nel 2012 e di proprietà del gruppo ILVA (precedentemente azienda di stato e ora controllato dalla famiglia Riva), l’impianto di Taranto è balzato all’attenzione nazionale nel 2011. Una decisione del tribunale aveva provato la colpevolezza dell’azienda per le oltraggiose violazioni delle leggi ambientali, e ne aveva ordinato l’immediata chiusura finché non fosse stato operato un accurato rinnovamento tecnico e una pulizia ambientale delle aree danneggiate. La risposta dell’azienda è consistita nel riaffermare arrogantemente l’incompatibilità delle leggi ambientali con i suoi piani economici, in tal modo riattualizzando la strategia di ricatto occupazionale che ha tradizionalmente funzionato come espediente per bloccare strutturalmente qualsiasi azione contro gli interessi del business. I gestori sono andati anche oltre, organizzando attivamente manifestazioni di lavoratori contro la decisione del tribunale, le quali hanno goduto di ampia e complice copertura mediatica, così da convincere l’opinione pubblica che ci fosse nella città di Taranto – in cui l’ILVA è il più grande datore di lavoro – un’opposizione contro i magistrati e contro le organizzazioni ambientaliste. Taranto è solo la manifestazione più evidente dell’insostenibile contraddizione imposta sulle persone da ciò che Allan Schaniberg chiama la “macina della produzione” (e del consumo e dei rifiuti): la contraddizione tra produzione e riproduzione. Questa può essere immaginata come un’Hydra a più teste: malattie occupazionali, incidenti sul lavoro, contaminazione ambientale ed ecocidio, disastro della salute pubblica, distruzione di qualsiasi possibilità per forme di economia locale alternative e autonome, e così via. Durante gli ultimi 50 anni, questo mostro ha provocato un’intollerabile concentrazione di malattie tumorali, malformazioni e altre patologie nell’area della baia di Taranto, una concentrazione resa ancora...
read moreEnvironmentalists and workers of the world, unite!
The conflict between labor and the environment is a neoliberal construct. What we need is a broad coalition that can fundamentally transform production. by {Stefania Barca}* on [roarmag.org] Nowadays it sounds so familiar, almost natural: the mutually exclusive demands and apparently opposing agendas of labor and the environmentalist movement. But in fact, this artificial division is nothing more than a crucial neoliberal strategy to divide two of the most powerful social movements of the industrial era, whose alliance could be a dangerous liaison with the capacity to call into question the very essence of the capitalist “treadmill of production.” It is thus essential that labor and environmental/public health organizations gain a historical perspective on their current state of conflict and become aware of the revolutionary potential of a common political project. One place where this fact has become much clearer in recent years is the Italian city of Taranto, Apulia, where a number of citizens’ organizations and “committees” emerged in response to one of the most serious occupational, environmental and public health crises of the last decade. These organizations and committees have now begun mobilizing different resources and forms of action — from cyber-activism and film-making to street demonstrations and campaigning — to fight against the occupational blackmail of a local employer. At the last May Day celebrations, they managed to gather more than 100,000 people for a self-organized, crowd-sourced mass concert, held in open competition with the one traditionally organized in Rome by the trade unions confederation and RAI, the national public television. Liberate Taranto! As the biggest and one of the oldest steel factories in Europe, counting about 20,000 employees in 2012 and belonging to the formerly state-owned ILVA group (now controlled by the Riva family), the Taranto plant rose to national attention in 2011. A court decision found the company guilty of outrageous violations of environmental regulations and ordered its immediate closure until a thorough technical renovation and the environmental clean-up of damaged areas would be put into place. The company’s response consisted in arrogantly restating the incompatibility of environmental regulation with its economic plans, thus re-enacting the occupational blackmail strategy which has traditionally functioned as way to structurally block any actions against business interests. The management even went so far as to actively organize workers’ demonstrations against the court decision, gaining ample and complicit media coverage, in order to convince public opinion that there was in fact real opposition in the city of Taranto — in which ILVA is by far the largest employer — against the public prosecutors and local environmentalist organizations. Taranto is just one striking manifestation of the unbearable contradiction forced upon people of what Allan Schnaiberg has called the “treadmill of production” (and consumption and waste): the contradiction between production and reproduction. This can be imagined as a Hydra-like monster with many heads: occupational illnesses, job accidents, environmental contamination and ecocide, public health disasters, the annihilation of possibilities for alternative/autonomous forms of local economy, and so on. For the past 50 years, this monster has provoked an unbearable concentration of cancer, malformations and other health disorders in the Taranto bay area, something rendered even more unbearable by the weakness of public health infrastructure and the lack of adequate healthcare. Like the Alien of the science-fiction movie, the Hydra-like monster has now...
read morePer le calotte glaciali il punto di non ritorno è superato
Le nostre osservazioni danno oggi la prova che un largo settore della calotta glaciale dell’Antartico Ovest è entrato in una fase di arretramento irreversibile. Il punto di non ritorno è superato [di Daniel Tanuro su Communia] “Le nostre osservazioni danno oggi la prova che un largo settore della calotta glaciale dell’Antartico Ovest è entrato in una fase di arretramento irreversibile. Il punto di non ritorno è superato”. Ecco ciò che ha dichiarato recentemente il glaciologo Eric Rignot, professore dell’Università di California, Irvine, le cui proposte sono riportate dal New York Time (1). Il professore Rignot coordina un programma di ricerche sull’evoluzione dei sei chiacciai che si buttano nel Mar di Amundsen (riva occidentale del continente antartico). La regione ha la forma di una ciotola, aperta dalla parte dell’oceano. Lo zoccolo roccioso sul quale i ghiacciai avanzano è situato sotto il livello del mare e non presenta asperità significative, capaci di frenarli. Per il riscaldamento delle acque, lo strato di ghiaccio va assottigliandosi verso il bordo della ciotola. Per questo fatto, le masse di ghiaccio situate a valle accelerano il loro scivolamento verso le acque più profonde, che accelera la loro fusione e aumenta il rischio di rottura. Da 1,2 a 4 metri La calotte glaciale dell’Antartico Ovest raggiunge fino a quattro kilometri di spessore. I volumi dei ghiacciai coinvolti sono pertanto enormi. Secondo l’equipe del professore Rignot, da sola, la scomparsa dei sei ghiacciai studiati farà salire il livello degli oceani di 4 piedi (1,2 metri) in qualche secolo. Non è tutto: questa scomparsa destabilizzerà molto probabilmente i settori adiacenti della calotta, in maniera che il livello dei mari potrebbe alzarsi, alla fine, di circa 4 metri. Queste conclusioni sono confermate da un altro studio, i cui risultati sono stati scoperti simultaneamente. Diretto dal professor Ian Joughin dell’Università di Washington, esso analizza uno dei sei ghiacciai della regione, Thwaites, uno dei più importanti. Secondo questa equipe di ricercatori, la scomparsa lenta di Thwaites è inevitabile e irreversibile. Anche se le acque calde si disperdono in una maniera o nell’altra, ciò sarebbe “troppo poco, troppo tardi per stabilizzare la calotta glaciale” secondo Ian Joughin. E aggiunge: “non c’è meccanismo di stabilizzazione”. In effetti, ho avuto l’occasione di spiegarlo, un giorno, poco prima dell’uscita di questi studi (2); il solo meccanismo capace di stabilizzare la situazione, e anche di rovesciare la tendenza, sarebbe una nuova glaciazione. Ora, secondo gli astrofisici, questa non interverrà che prima di 30.000 anni… 35 anni di messa in guardia Le osservazioni di Rignot e Joughin vanno a confortare le messe in guardia lanciate da parecchi anni da altri specialisti. Gli autori dell’articolo del New York Time riportano anche che un primo avvertimento rispetto alla fragilità della calotta glaciale l’aveva lanciata fin dal 1978 John H. Mercer, glaciologo dell’Università dello Stato dell’Ohio. Secondo Mercer, il riscaldamento dovuto alle emissioni di gas serra faceva pensare ad una “minaccia di disastro”. Questo pronostico era stato molto contestato all’epoca. Ma dieci anni più tardi, e un anno dopo la morte di Mercer, il climatologo in capo della NASA, James Hansen, lanciava lo stesso avvertimento davanti ad una commissione del Congresso degli Stati Uniti. E ancora dieci anni più tardi, nel 2008, Hansen e otto altri scienziati pubblicavano in Sciences un articolo che analizzava nel dettaglio la minaccia evocata per la...
read moreFânFest is the biggest multi-art activist festival in Romania which started with a community’s struggle to protect their land and inspired a generation.
9 years ago a small seed was planted in Rosia Montana: can music spark a revolution? FânFest is the biggest multi-art activist festival in Romania. [indiegogo] It started with the battle to stop the largest gold mine in Europe and grew to be the epicenter of one of the biggest civil and environmental movements in Eastern Europe. This tiny village in the Apuseni Mountains in Transylvania has captured the imagination and hearts of people from across the world who come to FânFest to enjoy music, exhibitions, theater, dance, workshops, debates and express solidarity with the campaign to save Ro?ia Montan?. Between 11-17 August 2014 people will come to Ro?ia Montan? to discover the beautiful heritage here and the sustainable development alternatives for the area: tourism, local crafts and traditional farming. What is Ro?ia Montan?? The small village of Ro?ia Montan? is inhabited since pre-Roman times, making it the oldest documented mining settlement in Romania and the continent’s largest gold deposit. It is also one of the seven ‘most endangered’ European cultural sites, meeting 4 UNESCO criteria of highly importance for our World Heritage. But most important of all, it is a quiet place with warm-hearted people who risk irreversible damage upon their ancestral land, in exchange for short-term profits. Why it matters Since 2000, year after year, dedicated „Save Ro?ia Montan?” campaigners managed to stop the illegal and controversial cyanide mining project by taking action in courts of law, among others. Things changed last autumn, when politicians tried to pass a law that would give Rosia Montana Gold Corporation extraordinary powers, including the right to conduct expropriations in Rosia Montana, divert rivers and create the largest cyanide tailing pond in Europe. Few expected the massive street protests which followed, with people flooding the streets and chanting „United, we save, Ro?ia Montan?”. Romania’s biggest civil and environmental uprising in a century quickly went global, spreading throughout 75 cities worldwide, from Bucharest to London and New York to Shanghai. The movement has seen dozens of artistic projects launched, from the creation of a collective canvas bringing together pieces from around the world, to live performances, film screenings, exhibitions and a human chain around the 4th largest building in the world (the Romanian Parliament). Who are we and what have we achieved? • FânFest is organised by Alburnus Maior NGO through the work of the locals of Rosia Montana and hundreds of volunteers from across Romania. • FânFest kick-started one of the fastest growing and most vibrant environmental movements in the last decade in Eastern Europe. • FânFest transformed a small community in the Apuseni Mountains in the number one destination for those who love art and culture, nature, heritage and those who stand for justice and human rights. • FânFest is proof that sustainable development alternatives can help a community to flourish and its people to thrive. • FânFest is the host of the largest Activist Social Forum in Romania where participants from around the world learn, teach, develop strategies, plan tactics for campaigns that make the world a better place. • FânFest inspired an entire generation of artists, academics, activists and people from all over the world to volunteer and work together to protect our cultural and natural heritage. 9 years of FânFest history The festival is organized entirely by...
read moreL’Unesco rimpiazzata da trivelle, breve storia del parco Yasuni
Dopo 7 anni di mobilitazioni e polemiche, sono cominciate le trivellazioni nella riserva che l’Ecuador aveva tentato di salvare. Una catastrofe per il paese e per il mondo intero di {Eleonora Cosmelli} su [DailyStorm] Quanti di voi saprebbero indicare l’Ecuador su una carta geografica? È vero, il nome stesso del Paese suggerisce la sua posizione poco al di sotto della linea equatoriale, nella periferia del Sud America. Eppure, negli ultimi anni, quest’angolo della terra si è ritrovato a essere protagonista di una storia che ha coinvolto quasi tutti i Paesi del mondo e che ha portato l’Occidente a fare i conti con l’idea che possa esistere una nuova strada verso lo sviluppo. E che a tracciarla possa essere il Sud del mondo. È la storia del Parco di Yasuni, una delle riserve naturali più importanti del mondo, che ospita non solo parte della foresta Amazzonica, ma anche diversi gruppi di indigeni, come i Tagaeri e i Taromenane. Il sito è patrimonio dell’Unesco dal 1989. Il titolo gli è stato riconosciuto in nome dell’enorme biodiversità che caratterizza il posto, che ospita 220-720 tipi di piante diverse, 150 specie di anfibi e 43 di vertebrati, nonché 121 di rettili e 596 di uccelli. Nonostante tutto, fra poco arriveranno le trivelle in cerca dell’oro nero. La storia comincia nel 2007, quando il governo di allora prese la decisione di smettere di utilizzare la cosiddetta area ITT (Ishpingo-Tambococha-Tiputini), interna al Parco, per l’estrazione del petrolio. Una scelta fatta in nome della protezione e del rispetto di questo tesoro di biodiversità e della casa di centinaia di indigeni. L’anno dopo, infatti, i cittadini ecuadoriani approvarono con un referendum popolare cinque nuovi articoli della Costituzione, tutti riguardanti i diritti della Madre Terra. Per la prima volta, la natura veniva considerata un soggetto giuridico a tutti gli effetti, qualcosa da proteggere di per sé. Nel 2008 sembrava che l’Ecuador dovesse cominciare a fare scuola al mondo intero in materia di tutela ambientale. Ma si tratta pur sempre di un Paese piccolo e povero, che rinunciando a sfruttare l’area ITT per ricavarne il petrolio rischiava di affossare la propria – già debole – economia. Per questo si stabilì che anche altri paesi, soprattutto quelli più ricchi, avrebbero sopperito alle mancate rendite dell’estrazione. Insomma, considerato che la tutela della foresta Amazzonica è un beneficio per il mondo intero, sembrava giusto condividere le spese. Inutile dire che non tutti la presero bene. La questione delle spese creò un bel po’ di scompiglio. La notizia fece il giro del mondo, suscitando la solidarietà di diverse voci a livello internazionale. L’Italia stessa accolse con entusiasmo l’iniziativa, facendosi paladina di una causa mai cominciata. A questo punto, la storia fa un salto avanti nel tempo. È stato nel Ferragosto dell’anno scorso che proprio il governo ecuadoriano, presieduto dal socialista Rafael Correa, è arrivato a fermare il progetto contro le trivellazioni nell’area ITT. I contributi promessi dall’Occidente nell’arco di cinque anni, infatti, erano stati esigui. Per fermare l’estrazione di petrolio nel parco Yasuni servivano 3 miliardi e 600 milioni di dollari. Di questa cifra – elemosina se paragonata ai soldi investiti ogni anno nelle trivellazioni a livello mondiale – come affermato da The Guardian sono stati racimolati solo 13, 3 milioni. Ridicolo. Proprio dopo questa delusione “istituzionale” che Ecuador ha nuovamente stupito tutto...
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Marica Di Pierri per Valori.it – Verso la Cop30 di Belém, cosa aspettarci dal più importante appuntamento per salvare il clima della Terra? Diretta con Marica Di Pierri, Luca Lombroso, Giovanni Mori e Lorenzo Tecleme.