CDCA e A Sud alla COP30 a Belém

La voce di A Sud dalla COP30 di Belém (Brasile) e le iniziative in Italia

Dal 10 al 21 novembre 2025 saremo a Belém, in Brasile, per partecipare come osservatori alla 30° Conferenza delle Nazioni Unite sul Clima. Racconteremo quanto avviene dentro e fuori le negoziazioni, porteremo e raccoglieremo le voci dei territori in lotta contro l’estrattivismo, contro il greenwashing e per una transizione ecologica realmente giusta.

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L’agenda della COP30

A Belém si discuteranno e valuteranno gli NDCs, i nuovi impegni climatici nazionali che stabiliscono gli obiettivi di riduzione delle emissioni di ogni paese. Accanto alla mitigazione, l’adattamento sarà uno dei temi centrali attraverso il Global Goal on Adaptation (GGA) e i nuovi Piani nazionali di adattamento. Un altro capitolo chiave sarà quello della finanza per il clima. Tra i punti principali il nuovo obiettivo di finanziamento (NCQG), che punta ad aumentare il sostegno ai Paesi in via di sviluppo da 100 a 300 miliardi di dollari l’anno, e la Roadmap Baku-Belém, che traccia un percorso per mobilitare almeno 1.300 miliardi di dollari l’anno entro il 2035.

Temi cruciali, che si scontrano con uno scenario geopolitico ostile, segnato dal negazionismo climatico, dai venti di guerra, dalla corsa al riarmo e dalla violenza istituzionale.  Non è un caso che in gioco a Belém ci sia più che mai la credibilità della diplomazia climatica e la sua capacità di tradurre le intenzioni in impegni concreti.

La Cupula dos povos

La Cúpula dos Povos è il grande incontro dei movimenti sociali e delle comunità che vivono in prima linea la crisi climatica. Nata nel 1992 come risposta critica alle negoziazioni ufficiali, propone un’alternativa fondata su giustizia climatica, sociale e ambientale, solidarietà e saperi ancestrali.

Dal 12 al 16 novembre 2025, in concomitanza con la COP30 di Belém, riunirà popoli indigeni, comunità quilombola e tradizionali, giovani e lavorator? in marce, dibattiti e azioni culturali.

La Cúpula mette al centro vite, diritti e territori, non statistiche: unisce chi costruisce ogni giorno soluzioni reali, dall’agroecologia alla difesa dei beni comuni, per spingere i governi ad adottare politiche di vera giustizia climatica.

Dichiarazione della Cupula Dos Povos

Perché A Sud e CDCA alla COP?

Nelle Cop si riuniscono i governi dei 197 Paesi che hanno ratificato la Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (UNFCCC), firmata a Rio de Janeiro nel 1992. Ma la COP30 non è solo un vertice diplomatico: è il terreno di confronto (e di scontro) tra attori diversi e diverse visioni del mondo. Da una parte il business as usual che trasforma la crisi climatica in profitto, dall’altra movimenti e territori che lottano per giustizia climatica, autodeterminazione e diritti della Natura.
La COP30 si terrà nel cuore dell’Amazzonia, a Belém do Pará, in Brasile. Non è un dettaglio geografico ma una scelta politica: è nel Sud globale che l’ingiustizia climatica colpisce più duramente mentre il Nord globale continua a negoziare emissioni e interessi fossili.
Qui non si decide solo il futuro del clima: si decide chi avrà diritto a un futuro.

Per raccontare cosa c’è in gioco, e come finisce la partita.

Andiamo alla COP per osservare da vicino i negoziati, capire quali equilibri politici e di potere si stanno ridefinendo, e portare la prospettiva dei territori e dei movimenti che chiedono giustizia climatica.
La partecipazione di A Sud e CDCA serve a connettere le lotte locali con quelle globali, rafforzare alleanze internazionali e raccontare – con sguardo indipendente e critico – come la diplomazia climatica sta affrontando, o eludendo, le proprie responsabilità.
Perché solo intrecciando voci e resistenze dal basso possiamo costruire un futuro giusto per tutt?.

Per costruire e rafforzare alleanze internazionali

Svolgere la COP in Brasile è un segnale che conta: significa rimettere al centro chi la crisi climatica la subisce davvero. Andiamo a Belém per stare con i movimenti globali per la giustizia climatica. In America Latina oggi si gioca una partita enorme: conflitti ambientali, estrattivismo, repressione, lotte indigene e popolari che resistono da decenni. Con tante realtà — dalla Colombia alla Bolivia, fino all’Amazzonia — abbiamo già lavorato, fatto campagne, costruito ponti. Lì ritroviamo compagn? con cui condividiamo visioni e pratiche.

Per portare una visione radicale dentro la COP

Sì, probabilmente sarà l’ennesimo flop diplomatico. Ma proprio per questo dobbiamo esserci, per non lasciare quei tavoli alle lobby fossili e ai governi che parlano di transizione mentre trivellano.
Da dentro vedi meglio le dinamiche, le crepe, le possibilità di alleanze e di conflitto.
Andiamo per portare la prospettiva della giustizia climatica e delle lotte dal basso, che legano crisi climatica, razzismo, patriarcato e disuguaglianze. La COP non è un punto d’arrivo: è un passaggio. Il resto si fa fuori, insieme, ogni giorno.


Diario dalla COP30

  • Giorno 12 – 24 novembre 2025
    Belém svela il fallimento della diplomazia climatica, ma apre spiragli: una roadmap anti-fossile e nuove alleanze per la giustizia.
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  • Giorno 11 – 21 novembre 2025
    Penultimo giorno a Belém: incendio in COP30, stalli politici e pressioni crescenti sul BAM e sull’uscita dai fossili.
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  • Giorno 10 – 20 novembre 2025A Belém 85 Paesi spingono per uscire dai fossili, mentre Italia e Polonia frenano. La COP30 è al bivio, il tempo è adesso.
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  • Giorno 9 – 19 novembre 2025
    Belém rilancia la lotta globale ai fossili: la Colombia guida un fronte che vuole uscire davvero dal modello che brucia il pianeta.
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  • Giorno 7 – 17 novembre 2025
    Belem in rivolta: popoli indigeni e movimenti sociali spingono per una COP30 che dica finalmente basta ai fossili.
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  • Giorno 6 – 15 novembre 2025
    Anche quest’anno i dati sulla presenza dei lobbisti Gas&Oil alla conferenza di Belém sono alti: su ogni 25 persone accreditate al vertice, uno è un lobbista dei combustibili fossili, in totale sono oltre 1600.
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  • Giorno 5 – 14 novembre 2025
    Il TFFF entra nella Cupula tra promesse e contraddizioni: fondi incerti, debiti in aumento e movimenti che denunciano l’ennesima falsa soluzione verde.
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  • Giorno 4 – 13 novembre 2025
    A Belém la protesta indigena irrompe nella COP30 e svela le contraddizioni del Brasile fossile. Intanto la Cupula esplode di mobilitazioni globali.
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  • Giorno 3 – 12 novembre 2025
    Adattamento al centro della COP30, ma i fondi restano insufficienti. A Belém arrivano movimenti e comunità indigene: la vera pressione viene dai territori.
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  • Giorno 2 – 11 novembre 2025
    Lula parla di disuguaglianze alla Cop30, ma il Brasile continua a spingere sul fossile. A Belém torna al centro il nodo tra clima e ingiustizia.
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  • Giorno 1 – 10 novembre 2025
    Dalla Cop30 alla Cúpula dos Povos: a Belém si apre la sfida per la giustizia climatica tra responsabilità globali, diritti dei popoli e resistenza dei territori.
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Articoli di approfondimento alla COP30

  • Cosa resta della Cop30, la battaglia per il clima e i diritti è ancora lunga – 24 novembre 2025
    Marica Di Pierri e Laura Greco su Domani – COP30 fallisce su fossili e foreste, ma il Bam e il blocco dei 82 paesi per l’uscita dal fossile aprono spiragli di lotta e nuove alleanze.
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  • Sulla fine dei lavori della COP30 – 24 novembre 2025
    Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Cosa è successo alla 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici? Quali sono le grandi vittorie? Quali le sconfitte?
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  • La tabella della discordia – cos’è successo alla COP30 – 23 novembre 2025
    Laura Greco su Radio24 – COP30 a Belém annuncia impegni su energia, foreste e adattamento, ma senza una vera uscita dal fossile restano promesse vuote da incalzare con lotte dal basso.
    Ascolta su Il Sole 24 ore
  • “A resposta somos nós”. Ma alla COP30 le richieste dei popoli indigeni non fanno breccia – 23 novembre 2025
    Laura Greco su EconomiaCircolare.com – Alla COP30 le voci indigene restano ai margini mentre la foresta corre verso il punto di non ritorno. Senza giustizia, non c’è futuro.
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  • La “Dichiarazione di Belém” e il multilateralismo del phase out dai fossili spinto dal basso – 21 novembre 2025
    Laura Greco su Altreconomia – Da Belém arriva una spinta dal basso per uscire dai fossili: governi e movimenti uniscono le voci per un phase out reale, giusto, globale.
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    • Cop30: senza il Gender action plan ogni azione climatica è limitata – 21 novembre 2025
      Marica Di Pierri e Laura Greco su Valori – Nonostante le ambiziose premesse il Gender action plan ha trovato diversi ostacoli sui tavoli negoziali della Cop30

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  • Alla Cop30 arrivano le storie di migrazioni climatiche – 21 novembre 2025

Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30, in vista delle negoziazioni finali, si parla del fenomeno crescente degli sfollamenti forzati dal cambiamento climatico.
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  • Belém, la foresta degli indigeni si ribella a Lula – 20 novembre 2025
    Laura Greco su Il Manifesto – Le nazionalità dell’Amazzonia denunciano l’inagibilità politica alla Cop e chiedono una mobilitazione internazionale guidata direttamente dai popoli indigeni per proteggere i loro territori e affrontare la crisi climatica alla radice
  • Alla Cop 30 i movimenti si riprendono la scena – 20 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Il Manifesto – Era dalla Cop 26 di Glasgow che non si vedeva così tanta società civile. Accanto al vertice ufficiale, in più di 50 mila hanno animato la «Cupula dos povos» per una svolta vera sul clima e i diritti
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  • COP30, BELÉM | Italiani in mobilitazione – 20 novembre 2025]
    Il Climate Pride in azione alla COP30: l? attivist? chiedono all’Italia una roadmap chiara e ambiziosa per uscire dai fossili.
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  • A Belém torna il protagonismo sociale – 19 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Collettiva – Alla Cop30 movimenti, organizzazioni, popoli e sindacati riacquistano centralità: proposte e campagne dal basso sono arrivate nelle stanze dei negoziati.
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  • Come procede la COP30 in Brasile? Intervista a Laura Greco da Bélem – 19 novembre 2025
    Laura Greco su Scienza e Pace Magazine – COP30 tra repressione, lobby fossili e resistenze indigene: la giustizia climatica la costruiscono i territori, non i negoziati.
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  • Lifegate dalla COP30 – 18 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Lifegate – Dalla COP30 il racconto dell’inedita comunicazione tra dentro e fuori la COP, tra le richieste indigene e l’ambiguo governo di Lula.
    Ascolta su Lifegate
  • Il Fondo per le foreste e la falsa soluzione del biocapitalismo si ripropone alla Cop30 di Belém – 18 novembre 2025
    Laura Greco su Altreconomia – Il Tropical forests forever facility lanciato da Lula è l’ennesimo dispositivo finanziario che viene presentato come innovazione.
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  • Attivismo e giustizia climatica: se il diritto alla protesta diventa un reato – 17 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Valori.it – Alla Cop30 emerge un allarme globale: in molti Paesi il diritto alla protesta viene represso e l’attivismo ambientale è sempre più criminalizzato
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  • Alla Cop30 di Belèm il fondo per l’adattamento resta senza fondi – 17 novembre 2025]
    Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30 fallisce, per il terzo anno di fila, l’obiettivo di raccolta minima per finanziare l’adattamento dei Paesi del Sud globale.
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  • Massiccia partecipazione popolare a Belém – 16 novebre 2025
    Marica Di Pierri su L’aria Che Respiri – Alla Cúpula dos Povos tantissime voci per reclamare la fine dei combustibili fossili e una giustizia climatica guidata dai popoli, non dalle multinazionali.
    Ascolta su Radio Rai1
  • In diretta da Bele?m – Aggiornamenti sulla prima settimana di COP30 – 15 novembre 2025
    Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – In diretta da Belém, per raccontare in diretta i lavori della 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici. ?Foto di Oliver Ninja e Midia Ninja
    Guarda la diretta
  • Cop30: chi difende i combustibili fossili dentro i negoziati sul clima – 14 novembre 2025
    Marica Di Pierri per Altreconomia – Alla Cop30 un lobbista fossile ogni 25 delegat?: il vertice che dovrebbe chiudere l’era fossile continua a farsela scrivere da chi la profitta.
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  • Giustizia climatica, questa dimenticata – 13 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Il Manifesto – Il legame tra clima e disuguaglianze è ormai assodato. Ma dopo 30 anni di conferenze, i ricchi continuano a fare grandi affari con i fossili.
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  • L’adattamento secondo la COP30: “Adattarsi è sopravvivere” – 13 novembre 2025
    Marica Di Pierri per EconomiaCircolare.com – COP30 punta a rendere operativo il Global Goal on Adaptation, tra governance multilivello, indicatori, fondi insufficienti e necessità di giustizia climatica.
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  • La Cop30 in Brasile e le politiche industriali green – 11 novembre 2025
    Marica Di Pierri per Tutta La Città Ne Parla, Radio3 – È iniziata la Cop30 a Belém, 10 giorni in cui si discuterà su come trovare una via d’uscita alla deriva del cambiamento climatico nonostante le difficoltà politiche che ci circondano.
    Ascolta l’episodio
  • Road to Belém – 7 novembre 2025Marica Di Pierri per Valori.it – Verso la Cop30 di Belém, cosa aspettarci dal più importante appuntamento per salvare il clima della Terra? Diretta con Marica Di Pierri, Luca Lombroso, Giovanni Mori e Lorenzo Tecleme.
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  • Da Parigi a Belém, i conti che non tornano – 6 novembre 2025
    Marica Di Pierri per Il Manifesto – Tra tensioni e fragili compromessi, i preparativi alla vigilia della Conferenza Onu. A che punto sono gli impegni nazionali di riduzione e i piani di adattamento dei singoli Paesi.
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  • A Sud a Belém alla Cop30 – 6 novembre 2025
    A Sud seguirà negoziati e mobilitazioni dalla COP30 di Belém, amplificando le voci dei movimenti per giustizia climatica e sociale.
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  • A Sud aderisce alla Global Call to Action della Cúpula dos Povos  – 5 settembre 2025
    Il 15 novembre scendiamo in piazza: basta disuguaglianze e razzismo ambientale, vogliamo giustizia climatica e un mondo dove la vita sia al centro.
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  • Vertice dei Popoli Verso la COP30: Manifesto Politico – 13 giugno 2025
    A Sud aderisce al Manifesto dei Popoli verso la COP30: un appello globale per giustizia climatica, anticapitalismo e democrazia dal basso.
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Racconteremo le negoziazioni

Per spiegare cosa accade davvero alla COP30, come si muovono i governi e quali interessi guidano le scelte sulla crisi climatica. Vi offriremo una copertura quotidiana per raccontarvi con le nostre parole e con uno sguardo critico, indipendente e radicale, vicino ai movimenti il dentro e fuori la Cop

Sveleremo le contraddizioni

Tra le promesse ufficiali e la realtà, mostrando lo scontro continuo tra lobby fossili e popoli che difendono la vita e i territori. Denunceremo le responsabilità smascherando la falsa transizione energetica e chi continua a inquinare mentre parla di sostenibilità con greenwashing e false soluzioni

Daremo voce alle comunità

Portando le loro storie, le lotte quotidiane e le alternative concrete alla devastazione ambientale, contro colonialismo ed estrazione. Ci collegheremo con l’Italia per connettere istanze e battaglie


INFO E CONTATTI

Per contatti e interviste con la delegazione:

Marica Di Pierri
maricadipierri@asud.net
55 21 967071220

Laura Greco
lauragreco@asud.net
+55 21 997673184

Deforestazione, Indonesia supera il Brasile. Colpa dell’olio di palma

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Deforestazione, Indonesia supera il Brasile. Colpa dell’olio di palma

Il paese con la terza foresta tropicale più grande al mondo scalza il Brasile e diventa il primo per deforestazione. Ma ottiene la pole position anche per emissioni di gas serra. E, guarda caso, è un hub mondiale del land grabbing di {Federico Gennari Sartori} su [Pagina99] Tutti sanno che la foresta amazzonica è la più grande del mondo. E tutti sanno anche che è quella più minacciata dalla deforestazione, che ambientalisti e organizzazioni non governative di tutto il mondo cercano di contrastare. Per anni il Brasile, che ospita la porzione più ampia dell’Amazzonia, è stato il paese più colpito dal disboscamento, ma sembra che oggi il triste primato spetti a qualcun’altro. A molti risulterà strano sapere che si tratta dell’Indonesia. È la tesi di Primary forest cover loss in Indonesia over 2000–2012, uno studio pubblicato domenica sulla rivista Nature Climate Change, che svela una realtà poco conosciuta e sottovalutata dai media internazionali. Guarda caso, l’Indonesia ha qualche problema anche in materia di emissioni. Ed è uno dei paesi al mondo più colpiti dal fenomeno del land grabbing. Un cerchio che, mettendo in relazione informazioni apparentemente scollegate, si chiude facilmente. Le isole indonesiane sono coperte dalla terza area di foreste tropicali più grande al mondo, dopo l’Amazzonia e il Congo. Si tratta della cosiddetta “foresta primaria”, quella più antica, che ha conservato la propria composizione originaria senza esser mai stata distrutta e poi ripiantata. Secondo lo studio circa il 10% delle piante, il 17% delle specie di uccelli e il 12% dei mammiferi di tutto il mondo vivrebbero in questa prozione del globo, comprese specie protette o in via di estinzione, come l’elefante indiano e la tigre del Bengala. Buona parte dell’Indonesia rappresenta quindi un’area cruciale per la biodiversità su scala globale. Tra 2000 e 2012 l’Indonesia ha perso 6,02 milioni di ettari di foresta (60mila Km2), un’area grande all’incirca come la superficie dell’intera Irlanda. E nel 2012 la deforestazione ha colpito ben 840mila ettari contro i 460mila del Brasile, che negli anni ha cercato di avviare più efficaci politiche di controllo. È questa la conclusione dei ricercatori, che sostengono di aver prodotto il miglior studio al momento disponibile, basato su dati maggiormente attinenti alla realtà. O quantomeno più veritieri di quelli pubblicati dal governo indonesiano. «Sono curiosa di vedere come il governo reagirà ai miei risultati» ha dichiarato Belinda Arunarwati Margono, prima firmataria della ricerca e per sette anni incaricata della raccolta dei dati presso il Ministero delle Foreste indonesiano. Attualmente impegnata nell’università del Sud Dakota, ritiene che negli ultimi 12 anni siano stati abbattuti circa 1 milione di ettari in più rispetto alle stime ufficiali, che tenevano conto anche di rimboschimenti compensativi. In realtà, se ne sono andati almeno 47.600 ettari in più ogni anno e la discrepanza è tutt’altro che indifferente. Secondo Margono la discrepanza tra le stime è in parte dovuta a ragioni tecniche, ma la ragione principale è che «il governo non può pubblicare intermanete i dati per legge». Manca la trasparenza, ma deve esserci anche un certo imbarazzo da parte del governo indonesiano. Nel 2011 era stato varato un regolamento proprio a tutela delle foreste. Si trattava di una moratoria sulla concessione di nuove licenze per lo sfruttamento di zone coperte da foreste primarie o torbiere, che a quanto pare non è servita...

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Inceneritori, biomassa e zero bonifiche: Roma ha deciso il futuro della Sardegna

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Inceneritori, biomassa e zero bonifiche: Roma ha deciso il futuro della Sardegna

Licenza di inquinare per basi militari e grandi fabbriche (leggi), con relativo colpo di spugna sulle bonifiche, ma nel decreto legge ‘Ambiente protetto’ (leggi) c’è anche un’ipoteca sul futuro della Sardegna. di {Piero Loi} su [Sardinia Post] Lo dice il documento, lo confermano il presidente dell’Isde – Medici per l’ambiente Sardegna Vincenzo Migaleddu eStefano Deliperi del Gruppo d’intervento giuridico. Le nuove disposizioni indicano infatti le attività produttive su cui il governo intende puntare da qui al 2019. Ne viene fuori un piano quinquennale all’insegna di macchine da perforazione, taglio e trivellazione, essiccatoi, inceneritori, griglie rotanti, scaricatori di ceneri, cavi elettrici. E sono ingenti le risorse messe in campo per sostenere la produzioni di questi beni: 800 milioni di euro ottenuti mediante la riduzione del Fondo per la coesione e lo sviluppo.Tradotto: pieno sostegno a inceneritori, centrali a biomasse e a nuove forme di attività mineraria. Insomma, nel decreto ‘Ambiente protetto’, di verde c’è poco. In compenso però, c’è tanta, troppa Sardegna. Nel senso sbagliato. Sulcis, carbone e trivelle dietro l’angolo Basta prendere l’articolo quindici del decreto. Dove si parla di nuovi limiti soglia a cui anche le regioni autonome dovranno conformarsi per l’attivazione della Valutazione d’impatto ambientale. E di siti per lo stoccaggio del biossido di carbonio. “In questo caso, il riferimento è al progetto di cattura e sequestro della Co2 prodotta dalla centrale a carbone che dovrebbe sorgere al posto della Carbosulcis, come stabilito dalla legge ‘Destinazione Italia’”, dice Deliperi. “Un progetto la cui realizzazione sembra però legata all’esito della procedura d’infrazione aperta dall’Unione europea per aiuti di Stato”, precisa il responsabile del GriG. In ogni caso, il nuovo decreto apre alla possibilità di effettuare perforazioni esplorative di iniezione dell’anidride carbonica allo stato supercritico, cioè liquido. Il problema, tuttavia, è che la fattibilità e la sicurezza di questa procedura è ancora tutta da dimostrare. “Con la Co2 non parliamo di un pacco che rimane fermo dove lo metti”, precisa Deliperi. “Desta dunque preoccupazione per l’eventuale fuoriuscita dell’anidride carbonica dai depositi in cui verrà confinata. E a concentrazioni elevate può essere letale”, aggiunge il presidente dei Medici per l’ambiente – Isde Sardegna Vincenzo Migaleddu. Si sa tuttavia che lo stoccaggio della Co2 necessita di giacimenti di carbone non umidi e profondi tra gli 800 e i 1500 metri. Tutto il contrario, insomma, rispetto a quelli della Carbosulcis,che che vanno dai 200 e i 700 metri. E sono troppo umidi. Lo stabilisce l’Enea, l’ente che insieme alla Sotacarbo ha condotto uno studio preliminare sulle condizioni dei giacimenti compresi tra Carbonia e Portovesme. Insomma, lì lo stoccaggio non si può fare,. Pertanto, trivellazioni e prove di iniezione dovranno essere effettuate nella parte dei giacimenti che si trova sotto il braccio di mare compreso tra Portovesme e Carloforte. Rimane poi aperto un problema: l’idea che non si voglia arrivare all’implementazione di una procedura conosciuta come “Enhanced coal bed methane”, che prevede l’iniezione nel sottosuolo di anidride carbonica – è questa l’analogia con la procedura del sequestro della Co2 – per ottenere metano. In pratica, una tecnica analoga a quella della fratturazione idraulica delle rocce del sottosuolo o fracking. Anche in questo caso il rischio è che s’inneschino terremoti, ma c’è un altro problema, la possibilità che le falde acquifere vengano contaminate da metalli pesanti o sostanze radioattive smosse nel corso dell’iniezione della...

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Map of most influential environmental justice conflicts in the US

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Map of most influential environmental justice conflicts in the US

The 40 most influential environmental justice conflicts in recent American history are now included in our Global Atlas of Environmental Justice . The U.S. cases were compiled by the University of Michigan’sSchool of Natural Resources and Environment. by {Nick} on [EJOLT] In the United States, decades of research have documented a strong correlation between the location of environmental burdens and the racial/ethnic background of the most impacted residents. In an effort to choose landmark cases in the U.S. the team from University of Michigan elicited feedback from more than 200 environmental justice leaders, activists, and scholars in identifying these case studies. “We felt that we could not identify influential cases without incorporating the voices of the activists and leaders who have worked within the field for more than three decades” says Alejandro Colsa-Perez, a Fulbright scholar from Spain and one of the four students from the team that recently graduated from the University of Michigan while doing the research on the top forty environmental justice cases. Fossil fuels and climate justice conflicts; industrial conflicts and waste management conflicts dominate the list of most influential environmental justice conflicts, with seven cases each. The list includes historical cases within the environmental justice movement, such as 1978 Love Canal, New York, and the 1982 Warren County, North Carolina, protests. With the inclusion of tragedies like Hurricane Sandy and Hurricane Katrina, it is becoming clear that climate change threats are also disproportionately impacting the same communities that have suffered historically from environmental racism. The forty cases identified by participants in the survey represent a wide range of time periods, geographic regions, communities, and environmental challenges. Although some of the cases have a clear ending point, many of these conflicts are ongoing and unresolved. An element of hope arises when looking at the percentage of conflicts where EJOLT collaborators believe environmental justice has been served, based on the way the conflict was resolved or on the improvements that impacted communities have achieved in their fight against injustices (e.g. the existence of compensation to communities, court cases in favor of environmental justice communities, rehabilitation/restoration of the area, or strengthening of participation in decision-making). As judged by the EJOLT team, in the U.S. approximately 35% have experienced some form of environmental justice success, compared to an average of 17% worldwide. “The long history of environmental justice activism in the United States can provide an important guide for activists and researchers across the Globe to learn about strategies that vulnerable communities have used in the past to help improve conditions within their communities”, says Professor Paul Mohai from the School of Natural Resources and Environment at the University of Michigan. The Global Atlas already has over 1100 stories about communities struggling for environmental justice. It serves as a virtual space for those working on environmental justice issues to get information, find other groups working on related issues, and increase the visibility of environmental conflicts. According to Atlas coordinator Leah Temper from the Autonomous University of Barcelona “only once communities stand up and say we will no longer be polluted, will governments and companies change their behaviour”. {For more information please contact Paul Mohai, 734-763-4598, pmohai@umich.edu} Posted by {Nick} on EJOLT, June 25th,...

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Senegal: la pastorizia alla sfida del land grabbing

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Senegal: la pastorizia alla sfida del land grabbing

Si parla di land grabbing (accaparramento delle terre) quando una larga porzione di terra considerata “inutilizzata” è venduta a terzi, aziende o governi di altri paesi senza il consenso delle comunità che ci abitano o che la utilizzano, spesso da anni, per coltivare e produrre il loro cibo di {Maura Benegiamo} su[ ecologiapolitica] Negli ultimi dieci anni si è registrato un significativo aumento delle transazioni terriere a larga scala che hanno interessato in particolare i paesi del Sud del mondo: vaste aeree di terra arabile sono state vendute, affittate o date in concessione a investitori nazionali e stranieri a seguito di negoziazioni tra imprese transnazionali e governi, senza alcun coinvolgimento delle comunità locali. La mancanza di trasparenza e lo scarso rispetto dei diritti umani ha valso alla maggior parte di queste transazioni l’etichetta di ‘land grab’. Nel land grabbing vi sono alcuni elementi di novità, che lo contraddistinguono dalle precedenti transazioni di terra: la velocità con cui sono avvenute le transazioni negli ultimi anni segna una accelerazione importante nel processo di globalizzazione, nelle tipologie degli attori coinvolti, dove le alleanze tra imprese transnazionali, grandi gruppi a capitale pubblico e alcuni stati nazionali hanno assunto un ruolo di primo piano, e le ragioni per cui avvengono queste transazioni – che oscillano tra la speculazione finanziaria sulle commodity agricole, la ricerca di terreni per coltivazioni agroenergetiche e le strategie di sicurezza alimentare di stati come la Cina. La rinnovata attenzione che i mercati rivolgono ai terreni agricoli ed alla produzione primaria si basa sulla crescente redditività economica di tali beni, resi scarsi da fenomeni quali la crescente urbanizzazione, i cambiamenti climatici e il conseguente stress ecologico sulle risorse. Molti investitori, come i produttori di agrocarburanti, utilizzano l’accaparramento di nuova terra come strumento per sganciarsi dalla volatilità del mercato delle commodity, assicurandosi forniture certe e a prezzi stabili per lunghi periodi. Il cambiamento nelle relazioni economiche e politiche globali ha inoltre contribuito a riportare l’accento sulle strategie ‘del vantaggio comparato’ e della ‘crescita guidata dalle esportazioni’, e ciò ha indotto i paesi del Sud del mondo a puntare sulle risorse naturali, di cui essi sono ricchi. Questo processo diprimarisation non dipende soltanto dalla classica relazione nord-sud, ma dipende anche dalle nuove geografie del tipo sud-sud, in cui gli stati o regioni economiche del Sud costituiscono sia la zona d’origine che di destinazione dei flussi di investimento. A partire dall’anno 2000 il Sènègal ha registrato un aumento esponenziale degli investimenti agricoli diretti in particolare alla produzione per l’esportazione delle cosidette flex-crops. Per flex-crops si intendono piante come la canna da zucchero o la patata dolce, che possono esser destinate alla produzione energetica, oppure trasformate in mangimi o in prodotti alimentari a seconda delle esigenze. Accesso all’acqua e qualità dei terreni rappresentano i maggiori criteri di selezione degli accaparratori di terra per individuare le zone di insediamento produttivo. Questo spiega i forti investimenti nella Vallée du Fleuve Sènègal, e in particolare nella regione del Delta, verso cui, nel decennio 60-70, lo Stato ha concentrato molti sforzi per aumentare il potenziale irrigabile e rendere questa regione adatta all’agricoltura, con specializzazione nella produzione di riso. Si tratta di regioni ad antica vocazione pastorale, per lo più utilizzate da allevatori appartenenti al gruppo sociale Peul, che vi praticano un pastoralismo estensivo ed itinerante. I progetti agricoli dello...

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La guerra non dichiarata all’ambientalismo popolare

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La guerra non dichiarata all’ambientalismo popolare

È in corso una guerra subdola contro modi di concepire e trasformare la natura che entrano in conflitto con i progetti su larga scala di governi nazionali e compagnie private. Le “{opere necessarie allo sviluppo}” che si infrangono contro l’argine agguerrito delle comunità locali, vengono così imposte attraverso la delegittimazione di chi vi si oppone. Che si tratti di perforazioni petrolifere, gestione dei rifiuti, infrastrutture, costruzione di dighe o sfruttamento minerario, tali progetti sono immancabilmente presentati dai loro fautori come passi necessari per alimentare crescita e favorire progresso. I comitati di cittadini, i gruppi indigeni e le associazioni portatori di un punto di vista alternativo, vengono perciò inquadrati dal discorso dominante come nemici del bene pubblico, sassolini nell’ingranaggio delle sorti progressive della nazione. Poco importa che le decisioni siano calate dall’alto, o che i costi in termini di salute umana e salubrità ambientale siano fatti ricadere sulle comunità locali mentre i profitti sono privatizzati altrove. I cittadini diventano nemici se ostacolano i piani ben congegnati delle élite. In Italia gli esempi dell’emergere di un discorso delegittimante sugli ambientalisti non mancano. Nella Campania delle lotte ambientali la strategia governativa e mediatica di inquadrare i comitati locali contro discariche e inceneritori come anti-moderni, ribelli o affetti da una irrazionale sindrome NIMBY, hanno fatto scuola. Dai documenti dei servizi recentemente desecretati, emerge il dispendio di risorse che il governo ha impiegato per scovare tra i comitati di Chiaiano improbabili infiltrazioni della camorra, mentre sotto il naso di commissariato e militari la camorra già operava all’interno della discarica, perfettamente inserita negli organigrammi legali della gestione dell’emergenza (un dato emerso dalla recente conclusione di indagini della magistratura sulla costruzione della discarica). Allo stesso tempo, la criminalizzazione degli attivisti tramite processi e incarcerazioni è servita per disegnare il campo dei giusti e dei ribelli nell’immaginario nazionale, mandando un messaggio chiaro a tutti coloro che alimentano le lotte territoriali. Come in Val Susa, utilizzare l’accusa di terrorismo per gli atti di resistenza dei No Tav significa stabilizzare nell’opinione pubblica la percezione distorta di un’equazione tra difesa dell’ambiente e crimine. Il risultato, oltre a fiaccare l’opposizione con la minaccia dell’arresto, è la sistematica esclusione delle conoscenze e delle alternative emerse dal confronto di comunità in lotta con progetti che ne minacciano l’esistenza. Non è una particolarità italiana. Il noto economista ecologico Joan Martinez Alier, in questo breve articolo, ci dà uno spaccato delle stesse tecniche delegittimati in diversi contesti geografici. Se a unire le lotte in corso per ambiente, salute e autodeterminazione sono gli stessi nemici, progetti e discorsi, diventa allora imprescindibile collegare piattaforme che operino a diverse scale per contrattaccare un modello di sviluppo e di pensiero sempre più feroce e raffinato ideologicamente. È questa una sfida ancora aperta e tutta da costruire. Narendra Modi, primo ministro indiando del partito nazionalista di destra Hindutva, si è scagliato recentemente contro le Organizzazioni per la Giustizia Ambientale finanziate da denaro estero. In cima alla sua lista, ci sono le organizzazioni dai paesi scandinavi e dalla Germania, accusate di “frenare lo sviluppo” con la loro opposizione a progetti minerari e la loro difesa delle popolazioni tribali che vivono nella foresta, nonché attraverso il loro sostegno ai movimenti ambientalisti contro le centrali atomiche. Modi è sostenuto dall’Ufficio di Intelligence (i cui recenti dossier sulle attività della società civile copiano letteralmente...

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Namibia’s Uranium Rush

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Namibia’s Uranium Rush

Uranium mining companies have been exploring the arid country of Namibia looking to open new mines. Rössing, a Rio Tinto mine has already been operational for more than 30 years. The implications this mine and future operations is explored from the perspective of the communities living nearby [EJOLT] Marta Conde, a PhD candidate at ICTA-UAB and coordinator of EJOLT’s work on nuclear energy, investigates social movements and resistance to resource extraction – with a special focus on uranium mining expansion in Africa. Her documentary comes with a report on the Radiological impact of the Rössing Rio Tinto Uranium Mine and a Study on Low-level radiation of Rio Tinto’s Rössing Uranium mine workers. Workers at Rössing-Rio Tinto mine are dying of illnesses they don’t understand, the water of the Khan River is being polluted in this arid country and the tourism sector could be put in jeopardy if the uranium mining expansion goes ahead. There is not a structured social protest in Namibia regarding the uranium mining expansion. Several workers from Rössing Rio Tinto mine have complained about their illnesses and the Toopnar community is worried but the current chief is willing to talk to the mines, trying to bargain as much as possible for its people. The only active challenge to the mines is carried out by Earthlife Namibia and LaRRI, two local NGOs, who voiced some concerns during a 2008 campaign and now again through the EJOLT project reports. Watch the...

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EPiCentro Civitavecchia | Diario di bordo

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EPiCentro Civitavecchia | Diario di bordo

Pubblichiamo la prima puntata del diario di bordo del Progetto EpiCentro Civitavecchia che vuole sperimentare sul territorio di Civitavecchia nuove pratiche di ricerca e di cittadinanza attiva nel settore dell’ambiente e della salute. [di Simona Maltese] IL PROGETTO Il progetto EPICENTRO Civitavecchia – Epidemiologia Popolare per la salute delle Comunità e la tutela dell’Ambiente, coordinato dal CDCA e finanziato dalla Tavola Valdese, vuole sperimentare sul territorio di Civitavecchia nuove pratiche di ricerca e di cittadinanza attiva nel settore dell’ambiente e della salute. Il progetto ha come obiettivo quello di fare emergere le percezioni della cittadinanza sui temi della salute e dell’ambiente a Civitavecchia e di valorizzare quelle che sono le loro conoscenze a riguardo, favorendo così il rafforzamento di un senso di comunità in città e valorizzando i cittadini come depositari di conoscenze fondamentali per affrontare le emergenze ambientali e sanitarie della città. [Leggi maggiori informazioni sul progetto ->https://www.cdca.it/spip.php?article2415] IL DIARIO DI BORDO “{Da ragazzini attraversavamo a piedi il centro della città per raggiungere l’area rurale circostante. Ore e ore di cammino, ma attorno a noi un’immensa distesa di verde che ci dava la sensazione di essere liberi}”. Si inaugura con queste parole dense di emozione e ricordi il terzo gruppo di parola che si è tenuto il 14 aprile scorso a Civitavecchia. Cinque donne e due uomini armati di foto e libri sulla loro città, ci hanno accompagnato lungo un viaggio di circa 60 anni, durante i quali Civitavecchia ha subito due principali mutazioni: la distruzione causata dal bombardamento del 1943 e la ricostruzione accompagnata da una massiccia industrializzazione a partire dagli anni ’50. Nei primi due gruppi di parola, durante i quali abbiamo raccolto testimonianze, racconti, foto e ricordi, il primo arco temporale è stato ampiamente discusso. I racconti ci hanno condotto tra i vicoli del centro storico con i bambini che esercitavano senza saperlo l’arte del riciclo trasformando oggetti di scarto in veri e propri giochi; nel cortile di Elide a guardare la tv tutti insieme affascinati da immagini, suoni e luci che quella scatola era in grado di riprodurre; all’uscita dalla chiesa in fila dinanzi al parroco per avere obliterato il biglietto che permetteva di vedere un film al cinema a prezzi scontati; in piazza durante il carnevale a raccogliere le caramelle che piovevano dai carri di cartapesta; e ancora in strada a tirare pietruzze contro gli sfortunati che passeggiavano al di là delle mura delle città o in osteria a bere la “canaiola” in compagnia. Mentre passeggiavamo tra i ricordi, abbiamo sentito da lontano il prolungato rombo degli aerei che squarciava i cieli di Civitavecchia trasformando le risa festose dei bambini ed i richiami delle madri in grida di paura. Uno, due, tre tonfi sordi e tutto attorno solo polvere. Delle strade attraversate a piedi scalzi e della casa al molo Vespucci rimaneva soltanto una timida ombra. Il passato era troppo vicino per poter essere dimenticato, così quei gruppi di bambini che avevamo incontrato lungo il nostro cammino durante i due primi gruppi di parola iniziavano ad uscire dai loro rifugi ormai adulti, con i loro petti irsuti e le gonne cinte da un grembiule ricamato a mano. Una a una scansavano le pietre che impedivano il passaggio dei carretti e le accostavano l’una sull’altra con la cura di chi ricompone i tasselli per...

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Scopri i diari di bordo del progetto EpiCentro Civitavecchia

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Scopri i diari di bordo del progetto EpiCentro Civitavecchia

Il progetto EpiCentro Civitavecchia vuole sperimentare sul territorio di Civitavecchia nuove pratiche di ricerca e di cittadinanza attiva nel settore dell’ambiente e della salute. IL PROGETTO: Il progetto “EPiCentro Civitavecchia – Epidemiologia Popolare per la salute delle Comunità e la tutela dell’Ambiente”, finanziato dalla Tavola Valdese vuole sperimentare sul territorio di Civitavecchia nuove pratiche di ricerca e di cittadinanza attiva nel settore dell’ambiente e della salute. Il partenariato vuole promuovere attività partecipative in relazione con le percezioni dei cittadini di Civitavecchia sulla salute e lo stato ambientale del proprio territorio. Nella prima edizione del progetto che si realizzerà tra dicembre 2013 e novembre 2014, dopo aver realizzato interventi d’informazione e di formazione rivolti agli operatori e ai volontari del progetto e alla cittadinanza, verrano creati dei focus group partecipativi attraverso i quali tra i 30 e i 50 cittadini condivideranno le proprie percezioni e conoscenze relative alla storia ambientale e allo stato di salute del territorio e narreranno la propria relazione con la città e le sue criticità. Il progetto ha come obiettivo quello di fare emergere le percezioni della cittadinanza sui temi della salute e dell’ambiente a Civitavecchia e di valorizzare quelle che sono le loro conoscenze a riguardo, favorendo così il rafforzamento di un senso di comunità in città e valorizzando i cittadini come protagonisti e depositari di conoscenze fondamentali per affrontare i problemi ambientali e di salute della città. IL DIARIO DI BORDO: All’interno del diario di bordo si trovano i racconti degli incontri portati avanti nell’ambito del progetto EPiCentro, Civitavecchia e mirano alla ricostruzione della comunità partendo dall’ascolto delle persone che vivono nei territori impattati LEGGI IL DIARIO DI BORDO {[1° PUNTATA->https://www.cdca.it/spip.php?article2524&var_mode=calcul]} {[2°...

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Yasuni, Ecuador | Le strade dell’illegalità sono infinite

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Yasuni, Ecuador | Le strade dell’illegalità sono infinite

Usando immagini satellitari ad alta risoluzione, in Ecuador, nel Parco Nazionale dello Yasuni è stata rilevata una strada petrolifera illegale Comunicato stampa – presentazione dei risultati della ricerca del gruppo geoyasuni.org – Università di Padova 1. La ricerca ed i risultati Un gruppo di quattro ricercatori (tre dell’Università di Padova e uno dell’Amazon Conservation Association) hanno analizzato immagini satellitari ad alta risoluzione rilevando che all’interno del Parco Nazionale Yasuni in Ecuador è stata aperta una nuova strada dal parte della compagnia petrolifera statale Petroamazonas. Il report completo qui La strada entra per 20 km nella zona più profonda e incontaminata del Parco dello Yasuni, uno dei luoghi con la più alta biodiversità della terra, e si avvicina alla Zona Intangibile Tagaeri Taromenane riservata con una decreto del 2007 per ospitare i popoli indigeni non contattati. La ricerca ha avuto un alto impatto mediatico sia sulla stampa nazionale ecuadoriana, sia su quella internazionale: a) Ecuador b) Stampa internazionale: the Ecologist, Mongabay.com c) Ansa.it: Ansa Latina Nel corso della conferenza scientifica tenutasi a Quito il 4 giugno 2014 presso l’Università Andina Simon Bolivar sono stati presentati i risultati della ricerca: 1 – la nuova strada si espande per 20 km dentro al parco e per circa altri 20 km fuori dai confini del parco, dentro la zona di transizione che costituisce la Riserva della Biosfera dello Yasuni riconosciuta dall’UNESCO nel 1989; 2 – la strada ha una carreggiata di 4 m di larghezza che permette comodamente il transito di un veicolo pesante a 18 ruote e piazzole per permettere la circolazione nel caso di incrocio tra veicoli; 5 – scientificamente riteniamo che il concetto di “sentiero ecologico” – termine preteso da costruttori, committenti e amministratori – non si possa applicare ad una struttura di questo tipo: si tratta di una strada che presenta circolazione di veicoli, strutture notevoli (un ponte bailey, numerosi sottopassi a condotte portanti) inoltre molte sezioni sono costruite in rilevato o in spianamento; 3 – per costruire una strada di 4 m di carreggiata è stata disboscata una fascia con una larghezza media di 26 m quando lo studio di impatto ambientale aveva previsto un Diritto di Via di 10 m, eccezionalmente e solo localmente consentito a 15 m; 4 – per determinare la larghezza della fascia deforestata sono state realizzate misure ogni 10 m lungo il “sentiero ecologico” e si è rilevato che all’interno del parco il 94% delle misure è superiore ai 15 m di larghezza; 5 – All’interno del parco per la costruzione della strada e la realizzazione delle piattaforme per l’attività di estrazione del petrolio sono stati disboscati 63,6 ha di foresta primaria contro i 47,33 dichiarati da un documento ufficiale presentato nel settembre 2013 alla Assemblea Nazionale. La compagnia statale Petroamazonas continua a dichiarare che non esiste una strada, ma un sentiero ecologico di 4 metri all’interno di un diritto di via di 10 m utilizzato sia come asse stradale che per la posa dell’oleodotto. Il Ministero dell’Ambiente ribadisce che si tratta solo di sentiero ecologico e che il Diritto di Via si è mantenuto con una larghezza di 10 m e solo eccezionalmente risulta più largo, inoltre sarebbe troppo presto per esprimere un giudizio sulla larghezza in quanto si dovrebbe attendere la riforestazione. Sabato 14 giugno 2014 nel corso del programma settimanale...

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Lavoratori e Ambientalisti del mondo, Unitevi!

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Lavoratori e Ambientalisti del mondo, Unitevi!

Il conflitto tra lavoro e ambiente è un costrutto neoliberale. Ciò di cui abbiamo bisogno è una vasta coalizione che possa cambiare radicalmente il settore produttivo [di {Stefania Barca}*] Al giorno d’oggi suona così familiare, quasi naturale, che le richieste e i programmi apparentemente opposti del mondo del lavoro e dei movimenti ambientalisti si escludano a vicenda. Ma nei fatti, questa divisione artificiale non è niente di più che una cruciale strategia neoliberista che mira a dividere due dei più forti movimenti sociali dell’era industriale, la cui alleanza potrebbe produrre una pericolosa convergenza, capace di mettere in discussione l’essenza stessa della “macina della produzione” capitalista. È perciò essenziale che il mondo del lavoro e le organizzazioni per l’ambiente e la salute pubblica acquisiscano una prospettiva storica del loro stato di conflitto attuale, così da diventare consapevoli del potenziale rivoluzionario di un progetto politico comune. Un luogo emblematico in cui ciò è diventato molto chiaro è la città di Taranto, dove in anni recenti sono emerse un numero crescente di organizzazioni di cittadini e comitati in risposta a una delle più serie crisi occupazionali, ambientali e di salute pubblica dell’ultimo decennio. Tali organizzazioni e comitati hanno ora iniziato a mobilitare diverse risorse e forme d’azione – dall’attivismo informatico, al cinema, a manifestazioni e campagne pubbliche – per lottare contro il ricatto occupazionale imposto dal gruppo ILVA. Alle ultime celebrazioni del primo maggio, queste organizzazioni sono riuscite a coinvolgere più di 100.000 persone per un concerto di massa auto-organizzato e auto-finanziato, tenuto in diretta competizione con quello tradizionalmente allestito a Roma dalla confederazione dei sindacati e dalla RAI. Liberate Taranto! La più grande fabbrica di acciaio in Europa, e una delle più antiche, con circa 20.000 operai nel 2012 e di proprietà del gruppo ILVA (precedentemente azienda di stato e ora controllato dalla famiglia Riva), l’impianto di Taranto è balzato all’attenzione nazionale nel 2011. Una decisione del tribunale aveva provato la colpevolezza dell’azienda per le oltraggiose violazioni delle leggi ambientali, e ne aveva ordinato l’immediata chiusura finché non fosse stato operato un accurato rinnovamento tecnico e una pulizia ambientale delle aree danneggiate. La risposta dell’azienda è consistita nel riaffermare arrogantemente l’incompatibilità delle leggi ambientali con i suoi piani economici, in tal modo riattualizzando la strategia di ricatto occupazionale che ha tradizionalmente funzionato come espediente per bloccare strutturalmente qualsiasi azione contro gli interessi del business. I gestori sono andati anche oltre, organizzando attivamente manifestazioni di lavoratori contro la decisione del tribunale, le quali hanno goduto di ampia e complice copertura mediatica, così da convincere l’opinione pubblica che ci fosse nella città di Taranto – in cui l’ILVA è il più grande datore di lavoro – un’opposizione contro i magistrati e contro le organizzazioni ambientaliste. Taranto è solo la manifestazione più evidente dell’insostenibile contraddizione imposta sulle persone da ciò che Allan Schaniberg chiama la “macina della produzione” (e del consumo e dei rifiuti): la contraddizione tra produzione e riproduzione. Questa può essere immaginata come un’Hydra a più teste: malattie occupazionali, incidenti sul lavoro, contaminazione ambientale ed ecocidio, disastro della salute pubblica, distruzione di qualsiasi possibilità per forme di economia locale alternative e autonome, e così via. Durante gli ultimi 50 anni, questo mostro ha provocato un’intollerabile concentrazione di malattie tumorali, malformazioni e altre patologie nell’area della baia di Taranto, una concentrazione resa ancora...

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