CDCA e A Sud alla COP30 a Belém

La voce di A Sud dalla COP30 di Belém (Brasile) e le iniziative in Italia

Dal 10 al 21 novembre 2025 saremo a Belém, in Brasile, per partecipare come osservatori alla 30° Conferenza delle Nazioni Unite sul Clima. Racconteremo quanto avviene dentro e fuori le negoziazioni, porteremo e raccoglieremo le voci dei territori in lotta contro l’estrattivismo, contro il greenwashing e per una transizione ecologica realmente giusta.

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L’agenda della COP30

A Belém si discuteranno e valuteranno gli NDCs, i nuovi impegni climatici nazionali che stabiliscono gli obiettivi di riduzione delle emissioni di ogni paese. Accanto alla mitigazione, l’adattamento sarà uno dei temi centrali attraverso il Global Goal on Adaptation (GGA) e i nuovi Piani nazionali di adattamento. Un altro capitolo chiave sarà quello della finanza per il clima. Tra i punti principali il nuovo obiettivo di finanziamento (NCQG), che punta ad aumentare il sostegno ai Paesi in via di sviluppo da 100 a 300 miliardi di dollari l’anno, e la Roadmap Baku-Belém, che traccia un percorso per mobilitare almeno 1.300 miliardi di dollari l’anno entro il 2035.

Temi cruciali, che si scontrano con uno scenario geopolitico ostile, segnato dal negazionismo climatico, dai venti di guerra, dalla corsa al riarmo e dalla violenza istituzionale.  Non è un caso che in gioco a Belém ci sia più che mai la credibilità della diplomazia climatica e la sua capacità di tradurre le intenzioni in impegni concreti.

La Cupula dos povos

La Cúpula dos Povos è il grande incontro dei movimenti sociali e delle comunità che vivono in prima linea la crisi climatica. Nata nel 1992 come risposta critica alle negoziazioni ufficiali, propone un’alternativa fondata su giustizia climatica, sociale e ambientale, solidarietà e saperi ancestrali.

Dal 12 al 16 novembre 2025, in concomitanza con la COP30 di Belém, riunirà popoli indigeni, comunità quilombola e tradizionali, giovani e lavorator? in marce, dibattiti e azioni culturali.

La Cúpula mette al centro vite, diritti e territori, non statistiche: unisce chi costruisce ogni giorno soluzioni reali, dall’agroecologia alla difesa dei beni comuni, per spingere i governi ad adottare politiche di vera giustizia climatica.

Dichiarazione della Cupula Dos Povos

Perché A Sud e CDCA alla COP?

Nelle Cop si riuniscono i governi dei 197 Paesi che hanno ratificato la Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (UNFCCC), firmata a Rio de Janeiro nel 1992. Ma la COP30 non è solo un vertice diplomatico: è il terreno di confronto (e di scontro) tra attori diversi e diverse visioni del mondo. Da una parte il business as usual che trasforma la crisi climatica in profitto, dall’altra movimenti e territori che lottano per giustizia climatica, autodeterminazione e diritti della Natura.
La COP30 si terrà nel cuore dell’Amazzonia, a Belém do Pará, in Brasile. Non è un dettaglio geografico ma una scelta politica: è nel Sud globale che l’ingiustizia climatica colpisce più duramente mentre il Nord globale continua a negoziare emissioni e interessi fossili.
Qui non si decide solo il futuro del clima: si decide chi avrà diritto a un futuro.

Per raccontare cosa c’è in gioco, e come finisce la partita.

Andiamo alla COP per osservare da vicino i negoziati, capire quali equilibri politici e di potere si stanno ridefinendo, e portare la prospettiva dei territori e dei movimenti che chiedono giustizia climatica.
La partecipazione di A Sud e CDCA serve a connettere le lotte locali con quelle globali, rafforzare alleanze internazionali e raccontare – con sguardo indipendente e critico – come la diplomazia climatica sta affrontando, o eludendo, le proprie responsabilità.
Perché solo intrecciando voci e resistenze dal basso possiamo costruire un futuro giusto per tutt?.

Per costruire e rafforzare alleanze internazionali

Svolgere la COP in Brasile è un segnale che conta: significa rimettere al centro chi la crisi climatica la subisce davvero. Andiamo a Belém per stare con i movimenti globali per la giustizia climatica. In America Latina oggi si gioca una partita enorme: conflitti ambientali, estrattivismo, repressione, lotte indigene e popolari che resistono da decenni. Con tante realtà — dalla Colombia alla Bolivia, fino all’Amazzonia — abbiamo già lavorato, fatto campagne, costruito ponti. Lì ritroviamo compagn? con cui condividiamo visioni e pratiche.

Per portare una visione radicale dentro la COP

Sì, probabilmente sarà l’ennesimo flop diplomatico. Ma proprio per questo dobbiamo esserci, per non lasciare quei tavoli alle lobby fossili e ai governi che parlano di transizione mentre trivellano.
Da dentro vedi meglio le dinamiche, le crepe, le possibilità di alleanze e di conflitto.
Andiamo per portare la prospettiva della giustizia climatica e delle lotte dal basso, che legano crisi climatica, razzismo, patriarcato e disuguaglianze. La COP non è un punto d’arrivo: è un passaggio. Il resto si fa fuori, insieme, ogni giorno.


Diario dalla COP30

  • Giorno 12 – 24 novembre 2025
    Belém svela il fallimento della diplomazia climatica, ma apre spiragli: una roadmap anti-fossile e nuove alleanze per la giustizia.
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  • Giorno 11 – 21 novembre 2025
    Penultimo giorno a Belém: incendio in COP30, stalli politici e pressioni crescenti sul BAM e sull’uscita dai fossili.
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  • Giorno 10 – 20 novembre 2025A Belém 85 Paesi spingono per uscire dai fossili, mentre Italia e Polonia frenano. La COP30 è al bivio, il tempo è adesso.
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  • Giorno 9 – 19 novembre 2025
    Belém rilancia la lotta globale ai fossili: la Colombia guida un fronte che vuole uscire davvero dal modello che brucia il pianeta.
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  • Giorno 7 – 17 novembre 2025
    Belem in rivolta: popoli indigeni e movimenti sociali spingono per una COP30 che dica finalmente basta ai fossili.
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  • Giorno 6 – 15 novembre 2025
    Anche quest’anno i dati sulla presenza dei lobbisti Gas&Oil alla conferenza di Belém sono alti: su ogni 25 persone accreditate al vertice, uno è un lobbista dei combustibili fossili, in totale sono oltre 1600.
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  • Giorno 5 – 14 novembre 2025
    Il TFFF entra nella Cupula tra promesse e contraddizioni: fondi incerti, debiti in aumento e movimenti che denunciano l’ennesima falsa soluzione verde.
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  • Giorno 4 – 13 novembre 2025
    A Belém la protesta indigena irrompe nella COP30 e svela le contraddizioni del Brasile fossile. Intanto la Cupula esplode di mobilitazioni globali.
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  • Giorno 3 – 12 novembre 2025
    Adattamento al centro della COP30, ma i fondi restano insufficienti. A Belém arrivano movimenti e comunità indigene: la vera pressione viene dai territori.
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  • Giorno 2 – 11 novembre 2025
    Lula parla di disuguaglianze alla Cop30, ma il Brasile continua a spingere sul fossile. A Belém torna al centro il nodo tra clima e ingiustizia.
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  • Giorno 1 – 10 novembre 2025
    Dalla Cop30 alla Cúpula dos Povos: a Belém si apre la sfida per la giustizia climatica tra responsabilità globali, diritti dei popoli e resistenza dei territori.
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Articoli di approfondimento alla COP30

  • Cosa resta della Cop30, la battaglia per il clima e i diritti è ancora lunga – 24 novembre 2025
    Marica Di Pierri e Laura Greco su Domani – COP30 fallisce su fossili e foreste, ma il Bam e il blocco dei 82 paesi per l’uscita dal fossile aprono spiragli di lotta e nuove alleanze.
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  • Sulla fine dei lavori della COP30 – 24 novembre 2025
    Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Cosa è successo alla 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici? Quali sono le grandi vittorie? Quali le sconfitte?
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  • La tabella della discordia – cos’è successo alla COP30 – 23 novembre 2025
    Laura Greco su Radio24 – COP30 a Belém annuncia impegni su energia, foreste e adattamento, ma senza una vera uscita dal fossile restano promesse vuote da incalzare con lotte dal basso.
    Ascolta su Il Sole 24 ore
  • “A resposta somos nós”. Ma alla COP30 le richieste dei popoli indigeni non fanno breccia – 23 novembre 2025
    Laura Greco su EconomiaCircolare.com – Alla COP30 le voci indigene restano ai margini mentre la foresta corre verso il punto di non ritorno. Senza giustizia, non c’è futuro.
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  • La “Dichiarazione di Belém” e il multilateralismo del phase out dai fossili spinto dal basso – 21 novembre 2025
    Laura Greco su Altreconomia – Da Belém arriva una spinta dal basso per uscire dai fossili: governi e movimenti uniscono le voci per un phase out reale, giusto, globale.
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    • Cop30: senza il Gender action plan ogni azione climatica è limitata – 21 novembre 2025
      Marica Di Pierri e Laura Greco su Valori – Nonostante le ambiziose premesse il Gender action plan ha trovato diversi ostacoli sui tavoli negoziali della Cop30

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  • Alla Cop30 arrivano le storie di migrazioni climatiche – 21 novembre 2025

Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30, in vista delle negoziazioni finali, si parla del fenomeno crescente degli sfollamenti forzati dal cambiamento climatico.
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  • Belém, la foresta degli indigeni si ribella a Lula – 20 novembre 2025
    Laura Greco su Il Manifesto – Le nazionalità dell’Amazzonia denunciano l’inagibilità politica alla Cop e chiedono una mobilitazione internazionale guidata direttamente dai popoli indigeni per proteggere i loro territori e affrontare la crisi climatica alla radice
  • Alla Cop 30 i movimenti si riprendono la scena – 20 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Il Manifesto – Era dalla Cop 26 di Glasgow che non si vedeva così tanta società civile. Accanto al vertice ufficiale, in più di 50 mila hanno animato la «Cupula dos povos» per una svolta vera sul clima e i diritti
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  • COP30, BELÉM | Italiani in mobilitazione – 20 novembre 2025]
    Il Climate Pride in azione alla COP30: l? attivist? chiedono all’Italia una roadmap chiara e ambiziosa per uscire dai fossili.
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  • A Belém torna il protagonismo sociale – 19 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Collettiva – Alla Cop30 movimenti, organizzazioni, popoli e sindacati riacquistano centralità: proposte e campagne dal basso sono arrivate nelle stanze dei negoziati.
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  • Come procede la COP30 in Brasile? Intervista a Laura Greco da Bélem – 19 novembre 2025
    Laura Greco su Scienza e Pace Magazine – COP30 tra repressione, lobby fossili e resistenze indigene: la giustizia climatica la costruiscono i territori, non i negoziati.
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  • Lifegate dalla COP30 – 18 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Lifegate – Dalla COP30 il racconto dell’inedita comunicazione tra dentro e fuori la COP, tra le richieste indigene e l’ambiguo governo di Lula.
    Ascolta su Lifegate
  • Il Fondo per le foreste e la falsa soluzione del biocapitalismo si ripropone alla Cop30 di Belém – 18 novembre 2025
    Laura Greco su Altreconomia – Il Tropical forests forever facility lanciato da Lula è l’ennesimo dispositivo finanziario che viene presentato come innovazione.
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  • Attivismo e giustizia climatica: se il diritto alla protesta diventa un reato – 17 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Valori.it – Alla Cop30 emerge un allarme globale: in molti Paesi il diritto alla protesta viene represso e l’attivismo ambientale è sempre più criminalizzato
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  • Alla Cop30 di Belèm il fondo per l’adattamento resta senza fondi – 17 novembre 2025]
    Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30 fallisce, per il terzo anno di fila, l’obiettivo di raccolta minima per finanziare l’adattamento dei Paesi del Sud globale.
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  • Massiccia partecipazione popolare a Belém – 16 novebre 2025
    Marica Di Pierri su L’aria Che Respiri – Alla Cúpula dos Povos tantissime voci per reclamare la fine dei combustibili fossili e una giustizia climatica guidata dai popoli, non dalle multinazionali.
    Ascolta su Radio Rai1
  • In diretta da Bele?m – Aggiornamenti sulla prima settimana di COP30 – 15 novembre 2025
    Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – In diretta da Belém, per raccontare in diretta i lavori della 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici. ?Foto di Oliver Ninja e Midia Ninja
    Guarda la diretta
  • Cop30: chi difende i combustibili fossili dentro i negoziati sul clima – 14 novembre 2025
    Marica Di Pierri per Altreconomia – Alla Cop30 un lobbista fossile ogni 25 delegat?: il vertice che dovrebbe chiudere l’era fossile continua a farsela scrivere da chi la profitta.
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  • Giustizia climatica, questa dimenticata – 13 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Il Manifesto – Il legame tra clima e disuguaglianze è ormai assodato. Ma dopo 30 anni di conferenze, i ricchi continuano a fare grandi affari con i fossili.
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  • L’adattamento secondo la COP30: “Adattarsi è sopravvivere” – 13 novembre 2025
    Marica Di Pierri per EconomiaCircolare.com – COP30 punta a rendere operativo il Global Goal on Adaptation, tra governance multilivello, indicatori, fondi insufficienti e necessità di giustizia climatica.
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  • La Cop30 in Brasile e le politiche industriali green – 11 novembre 2025
    Marica Di Pierri per Tutta La Città Ne Parla, Radio3 – È iniziata la Cop30 a Belém, 10 giorni in cui si discuterà su come trovare una via d’uscita alla deriva del cambiamento climatico nonostante le difficoltà politiche che ci circondano.
    Ascolta l’episodio
  • Road to Belém – 7 novembre 2025Marica Di Pierri per Valori.it – Verso la Cop30 di Belém, cosa aspettarci dal più importante appuntamento per salvare il clima della Terra? Diretta con Marica Di Pierri, Luca Lombroso, Giovanni Mori e Lorenzo Tecleme.
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  • Da Parigi a Belém, i conti che non tornano – 6 novembre 2025
    Marica Di Pierri per Il Manifesto – Tra tensioni e fragili compromessi, i preparativi alla vigilia della Conferenza Onu. A che punto sono gli impegni nazionali di riduzione e i piani di adattamento dei singoli Paesi.
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  • A Sud a Belém alla Cop30 – 6 novembre 2025
    A Sud seguirà negoziati e mobilitazioni dalla COP30 di Belém, amplificando le voci dei movimenti per giustizia climatica e sociale.
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  • A Sud aderisce alla Global Call to Action della Cúpula dos Povos  – 5 settembre 2025
    Il 15 novembre scendiamo in piazza: basta disuguaglianze e razzismo ambientale, vogliamo giustizia climatica e un mondo dove la vita sia al centro.
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  • Vertice dei Popoli Verso la COP30: Manifesto Politico – 13 giugno 2025
    A Sud aderisce al Manifesto dei Popoli verso la COP30: un appello globale per giustizia climatica, anticapitalismo e democrazia dal basso.
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Racconteremo le negoziazioni

Per spiegare cosa accade davvero alla COP30, come si muovono i governi e quali interessi guidano le scelte sulla crisi climatica. Vi offriremo una copertura quotidiana per raccontarvi con le nostre parole e con uno sguardo critico, indipendente e radicale, vicino ai movimenti il dentro e fuori la Cop

Sveleremo le contraddizioni

Tra le promesse ufficiali e la realtà, mostrando lo scontro continuo tra lobby fossili e popoli che difendono la vita e i territori. Denunceremo le responsabilità smascherando la falsa transizione energetica e chi continua a inquinare mentre parla di sostenibilità con greenwashing e false soluzioni

Daremo voce alle comunità

Portando le loro storie, le lotte quotidiane e le alternative concrete alla devastazione ambientale, contro colonialismo ed estrazione. Ci collegheremo con l’Italia per connettere istanze e battaglie


INFO E CONTATTI

Per contatti e interviste con la delegazione:

Marica Di Pierri
maricadipierri@asud.net
55 21 967071220

Laura Greco
lauragreco@asud.net
+55 21 997673184

HIDROAYSEN GAME OVER: cala per sempre il sipario sulle cinque dighe in Patagonia

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HIDROAYSEN GAME OVER: cala per sempre il sipario sulle cinque dighe in Patagonia

A Santiago e in Patagonia oggi è festa grande, per quello che è il più importante successo della società civile degli ultimi anni: la revoca della licenza ambientale di Hidroaysen il megaprogetto idroelettrico che prevedava la costruzione di 5 dighe nella Patagonia Cilena di {Caterina Amicucci } su [dalbasso.net] #chaohidroaysen e #patagoniasinrepersas sono stati gli hashtag che hanno segnato sin dalle prime ore della mattina, la giornata di oggi in Cile. Il comitato del governo Bachelet formato dai Ministri della Salute, dell’Energia, delle attività mineraria e dell’agricoltura presieduto dal Ministro dell’Ambiente Paolo Badenier, hanno votato all’unanimità la revoca della licenza ambientale di Hidroaysen, il megaprogetto idroelettrico che prevedava la costruzione di 5 dighe sui fiumi Baker e Pascua nella Patagonia Cilena ed una linea di trasmissione di 2500 Km per portare l’elettricità alle miniere del nord del paese. Proprio quella valutazione di impatto ambientale la cui approvazione aveva scatenato, nel 2011, le dure proteste di piazza che a Santiago erano poi sfociate nel movimento studentesco. La riunione del comitato, prevista già un anno e mezzo fa, era stata rimandata a data da destinarsi durante la campagna elettorale dell’anno scorso. Nonostante il governo Pinera volesse a tutti costi andare avanti non aveva avuto il coraggio di dare una scossa al progetto conoscendo l’ostilità della larga maggioranza dell’opinione pubblica cilena. La campagna “Vota sin represas” aveva costretto Michelle Bachelet a prendere una posizione pubblica seppur timida e cauta. Già nei giorni scorsi la probabilità che questo fosse l’esito della riunione del comitato chiamato a valutare i 35 ricorsi presentati dalle comunità locali e dagli oppositori del progetto era considerata molto alta. Ma nessuno osava crederci, soprattutto gli attivisti della campagna Patagonia Sin Represas che da Santiago a Villa O’Higgins (alla fine della carretera austral) da anni si battono per fermare il progetto. Il comitato ha riscontrato l’assenza di un piano reinsediamento delle famiglie che vivono nell’area di quello che doveva essere il futuro bacino e di una quantificazione adeguata dell’impatto ambientale. “{I progetti che non considerano tutti gli impatti che generano e che non presentano misure di mitigazione, riparazione e compensazione devono essere respinti}” ha concluso il ministro Badenier. Esattamente quello che per diversi anni la campagna italiana Patagonia senza Dighe ha cercato di far comprendere ad ENEL, titolare del 51% del progetto dal 2009, quando ha completato l’acquisizione di Endesa. Ma ENEL in questi anni si è costantemente trincerata dietro ad un laconico “facciamo quello che ci chiede il governo cileno”. Ed è evidente che il governo Cileno non desidera più questo progetto e che la decisione del comitato dei ministri, dietro la patina di tecnicismo confezionata per i media, nasconda una mossa fortemente politica che potrebbe preludere alla revisione del “Codigo de Agua”, la legge varata da Pinochet che ha regalato i diritti di sfruttamento idroelettrico ad Endesa ed ha creato un vero e proprio mercato privato dell’acqua. Staremo quindi a vedere se la solerzia di ENEL si applica esclusivamente ai governi iperliberisti nei prossimi trenta giorni, termine entro il quale la multinazionale italiana ed il socio cileno Colbùn hanno diritto ad impugnare la decisione del governo. Intanto però a Santiago ed in Patagonia oggi è festa grande, per quello che è il più importante successo della società civile degli ultimi anni. Un successo che travalica i confini nazionali,...

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¡Chao HidroAysén!

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¡Chao HidroAysén!

It’s not every day we celebrate a victory as significant and hard-won as today’s triumph in the eight-year campaign to protect Chilean Patagonia from the destructive HidroAysén dam project! by {Emily Jovais} on [ International Rivers] 6 June 2014 This morning, Chile’s highest administrative authority – the Committee of Ministers – made a unanimous decision to overturn the environmental permits for the controversial five dam mega-project, which was planned on the Baker and Pascua rivers. This highly anticipated resolution effectively cancels the project, ruling that assessment of the project’s impacts was insufficient to grant project approval back in 2011. The Committee, which consists of the Minister of Environment, Health, Economy, Energy and Mining, Agriculture, and Tourism, evaluated 35 appeals which were filed by the Patagonia Defense Council and local citizens in response to the project’s Environmental Impact Assessment after it was approved in May 2011. Though it has taken more than three years, with meetings and decisions being repeatedly delayed and eventually passed on to the new administration, today’s decision is a recognition of the technical and procedural flaws surrounding HidroAysén as well as the significant impacts the project would have had on one of Chile’s most iconic regions. What began as a grassroots effort to protect the pristine Baker and Pascua rivers, and the communities and culture of Patagonia, has developed into a fully-fledged international campaign and galvanized a national environmental movement. Over the past four years Chileans have taken to the streets to demand a halt to HidroAysén and around the world an international community has rallied around this call. Today it is these voices that have won out, and together have set in motion a new path towards a bright future for Patagonia and the hope of a truly sustainable energy future for Chile. To borrow some words from Patricio Rodrigo, Executive Secretary of the Patagonia Defense Council, “The government’s definitive rejection of the HidroAysén project is not only the greatest triumph of the environmental movement in Chile, but marks a turning point, where an empowered public demands to be heard and to participate in the decisions that affect their environment and lives.” We are thrilled that the government is siding with the majority of Chileans and tens of thousands of people around the world to say no to HidroAysén! We commend President Bachelet for remaining loyal to her campaign promise that HidroAysén would not have her support. And we are looking to the future, with the hope that measures will be put in place to protect this unique region from future threats. (In fact, President Bachelet and the Minister of Environment recently formalized a billthat would create the Department of Biodiversity and Protected Areas (SBAP) with the aim to preserve critical ecosystems throughout Chile.) If you listen carefully you may be able to hear the celebrations coming all the way from Plaza Italia in Santiago where hundreds of people are gathering for HidroAysén’s despedida (goodbye party)! We hope that you will join in the celebrations – you can send your own message over Facebook or Twitter using the hashtag #chaohidroaysen and #patagoniasinrepresas. Whether you joined our online actions over the past month or have stood with us since International Rivers began campaigning for Patagonia Sin Represas in 2007, your support has been critical in cancelling...

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Patagonia senza dighe

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Patagonia senza dighe

Martedì 10 giugno i ministri incaricati di esaminare le proteste avanzate contro l’approvazione del progetto Hidroaysén sono chiamati a decidere il suo destino finale di [Patagonia sin represas] Questo martedì si decide il destino di Hidroaysen! Diciamo #ChaoHidroaysen Attenzione! Martedì 10 giugno i ministri incaricati di esaminare le proteste avanzate contro l’approvazione del progetto Hidroaysén sono chiamati a decidere il suo destino finale. Il Chile ha già deciso! Non vogliamo dighe in Patagonia, vogliamo affermarlo una volta per tutte #ChaoHidroaysen Ti chiediamo di sostenere la campagna informando le tue reti sociali, affinché tutti sappiano e pretendano dai ministri un’azione concreta che soddisfi quanto richiesto dai cittadini: rifiutare il progetto Hidroysén. Oggi, più che mai, dobbiamo agire. La campagna cittadina Patagonia Senza Dighe ti invita inoltre ad un raduno in Plaza Italia a partire dalle ore 18:00 di martedì 10 giugno. Che sia per protesta o per festeggiare, l’importante per noi è che tu ci sia. Questa campagna è stata realizzata insieme a te. I cittadini devono esprimersi su una simile decisione riguardante la Patagonia cilena. Diciamo #ChaoHidroaysen e sempre #PatagoniaSenzaDighe Vedi la campagna [Patagonia senza Dighe->https://www.cdca.it/spip.php?article2021] [Traduzione e adattamento {Marica...

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GEZI, compleanno tra lacrimogeni e manganellate

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GEZI, compleanno tra lacrimogeni e manganellate

La repressione della polizia ha accompagnato le manifestazioni per l’anniversario dell’esplosione in Turchia di energie antagoniste connessa coi fermenti che dall’Europa al mondo arabo alle Americhe tornavano a puntare il dito sul fallimento della globalizzazione capitalistica. di {Serena Tarabini} su [NenaNews] Istanbul,1 giugno 2014 | Un anno fa le rivolte di Gezi Park intervenirono improvvisamente in una fase, la cavalcata neoliberale e filoislamica di un leader fino a quel momento indiscusso, che sembrava essersi cristallizzata, mostrarono il volto ribelle e coraggioso di un popolo con una storia caratterizzata da eventi oscuri e drammatici, dato il via a una richiesta democratica moderna di nuove forme di partecipazione e spazi di democrazia, mostrato la maturità e sensibilità di realizzare nei giorni straordinari dell’occupazione del Parco, una nuova società solidale e multiforme. Un’esplosione di energie fino a quel momento frustrate connessa anche con i fermenti che dall’Europa al mondo Arabo alle Americhe, tra Tunisia e Spagna, Stati Uniti e Brasile, tornavano a puntare il dito sul fallimento della globalizzazione capitalistica. Gezi Park per questi e tanti altri motivi ha segnato uno momento storico per la Turchia, e i suoi cittadini avevano tutto il diritto di celebrare il giorno in cui , 1 anno fa, tutto ebbe inizio: ma non è stato possibile. Per il Governo questa ricorrenza non si doveva celebrare e così è stato. Proibito ogni concentramento. Ad Istanbul, Gezi Park chiuso dal giorno precedente, Piazza Taksim sgomberata e presidiata dalla mattina, metro e traghetti fermi dal pomeriggio, dislocate 25 mila unità di Polizia e decine di mezzi speciali. Le parole arroganti e minacciose di un premier che si definisce democratico hanno anticipato e accompagnato una giornata mortificante per il concetto stesso di democrazia : “ Le forze di Polizia hanno istruzioni chiare, faranno tutto ciò che è necessario dalla A alla Z”…“Chiunque vorrà manifestare verrà arrestato”. Tutti sapevano che sarebbe stata una giornata in cui si sarebbe svolto il consueto rituale di repressione ed in tanti hanno preventivamente deciso di non offrire il fianco per l’ennesima volta a maganellate, gasamenti, pestaggi, arresti. Ma in qualche migliaia ci hanno voluto provare lo stesso ed sono scese in piazza in tante città; ed è stata guerra, con Istanbul ed Ankara epicentri delle scene più violente. Ad Istanbul la Piattaforma di Solidarietà con Taksim aveva invitato a manifestare pacificamente alle 19 nella Piazza simbolo di Taksim come nelle altre città muniti di fiori e, simbolicamente, di libri per ricordare gli otto manifestanti uccisi , e le persone accorse, accolte da uno schieramento impressionante di forze di polizia in tenuta antisommossa e in borghese, sono state bruscamente sgomberate. La chiusura della Piazza e l’intenzione di mantenere Corso Istiklal libero da concentramenti, ha dato il via agli attacchi. In questa occasione si è assistito a un minore utilizzo di gas lacrimogeni e maggiore dei cannoni idranti, meno tenute antisommossa ma molti manganelli in mano alle migliaia di poliziotti che nelle strade dove le persone si disperdevano dopo le cariche, hanno messo in atto una caccia sistematica che, nella enorme sproporzione fra numero di manifestanti e numero di poliziotti ,ha portato all’arresto centinaia di persone. Un cambio di tattica volto probabilmente a contenere i danni a cose e persone, ma durante il quale sono emerse le solite brutali e pericolossissime abitudini quali sparare il lacrimogeni ad...

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Biocidio: soggetti e paradigmi sottotraccia in Europa

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Biocidio: soggetti e paradigmi sottotraccia in Europa

Rispetto alla stratificazione sociale di epoche passate fondate su diseguaglianze giuridiche o politiche, l’odierna gerarchia tra settori sociali più o meno svantaggiati si fonda sulla relazione competitiva tra individui formalmente liberi e uguali. di Salvatore Altiero* su [ecologiapolitica] Ciò avviene all’interno di una cornice di relazioni in cui la proprietà si erge ad unica espressione di libertà e potere. Relazione e scambio sociale sono pressoché totalmente assunti all’interno del mercato e del consumo e la natura è considerata materia prima e non risorsa essenziale alla vita, cosicché la sua preservazione sembra orientata a non alterare il modello di sviluppo più che alla costituzione di una comunità ecologica, in cui uomo e ambiente siano soggetti di un rapporto armonico e non predatorio. Pur sottotraccia, l’esigenza di ragionare sui paradigmi assenti di un sistema così impostato, e la loro narrazione portano a individuarne chiaramente alcuni: condivisione, economia locale, solidarietà, autogestione delle risorse, democrazia diretta. Se è così, le comunità rappresentano i soggetti attivi di questi paradigmi, anch’essi assenti negli assetti sociali dominanti, in cui Stato e Mercato esauriscono l’oligopolio dell’organizzazione sociale. La crisi del sistema dominante è evidente, uno sforzo va fatto però nella corretta individuazione delle cause, visto che, allo stato attuale e secondo dinamiche perverse, le politiche attuate per superare la crisi hanno avuto come effetto la radicalizzazione delle sue cause e l’inasprimento delle sue conseguenze; le prime, ad esempio, in termini di monetarizzazione della natura e finanziarizzazione dell’economia; tra le conseguenze, lo sgretolarsi delle istituzioni “democratiche” e l’involuzione dei già difficoltosi percorsi verso la partecipazione popolare. Se parliamo oggi di crisi economica e sociale in Europa è perché, a fronte dell’accelerazione impressa ai processi di accumulazione in un contesto già saturo dal punto di vista della concentrazione delle risorse economiche e dell’accesso a quelle naturali, non è più possibile scaricare le esternalità negative dell’attuale modello di sviluppo altrove o in casa propria, su territori e comunità ritenute sacrificabili. Declinare al singolare la crisi, intendendone l’aspetto economico e, nella migliore delle ipotesi, la sua connessione con quello sociale, porta a rimanere ingabbiati nell’immaginario di un’idea di sviluppo, che ha veicolato nella possibilità della crescita economico-produttiva illimitata l’unica prospettiva in grado di assicurare un’adeguata e crescente qualità della vita, mentre permangono in ogni luogo dei “ Sud” a dimostrazione del fatto che, in questo modello e su scala planetaria, esistono inaccettabili squilibri, articolati per aree geografiche e comunità a diverso grado interessate da fenomeni di sfruttamento. Il risultato è (dati Oxfam, rapporto di ricerca Working for The Few) una concentrazione di risorse tale per cui 85 individui possiedono l’equivalente di quanto detenuto da metà della popolazione mondiale, 7 persone su 10 vivono in paesi dove la disuguaglianza è aumentata negli ultimi trent’anni e l’1% delle famiglie possiede il 46% della ricchezza globale (110.000 miliardi dollari). Eppure siamo tutti uguali. La crisi ambientale. Il miglioramento delle condizioni economiche generali nell’ultimo mezzo secolo ha permesso nei paesi “sviluppati” il consolidamento di lotte sociali al di fuori dell’ambito economico, incentrate sulla critica del capitalismo come sistema incapace di garantire beni extra-economici quali la preservazione ecologica del pianeta e, in connessione con essa, la salute e il buen vivir, rivendicati per tutti e non per una parte. È insomma divenuta consapevolezza diffusa l’insufficienza del parametro economico-reddituale come misuratore della qualità della vita. A fronte...

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Rifiutiamoci | La campagna contro il TMB della Valle del Sacco

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Rifiutiamoci | La campagna contro il TMB della Valle del Sacco

Rifiutiamoci! è una campagna promossa da realtà sociali, associazioni e cittadini della Valle del Sacco con l’obiettivo di fermare la decisione regionale di costruire un impianto di trattamento dei rifiuti nei pressi della discarica di Colle Fagiolara. La Valle del Sacco è una zona pesantemente contaminata dalla compresenza di impianti contaminanti che nel corso dei decenni hanno reso il fiume Sacco, secondo bacino idrografico della regione, una delle aree più devastate del paese dal punto di vista ambientale e sanitario. L’installazione, nella medesima zona, di un nuovo impianto inquinante, risulta violare ancora una volta il diritto delle comunità residenti di vivere in un ambiente salubre, di vedere tutelata la propria salute e di poter contribuire a determinare la gestione del territorio e delle sue risorse. Perchè dire no all’ impianto TMB Vecchi inceneritori malmessi , mega-discariche e nessun beneficio: questo è ciclo dei rifiuti della Valle del sacco, un sistema vecchio e al collasso con il quale la popolazione è costretta a vivere senza poter avere alcuna voce in capitolo. Attualmente, la Regione Lazio e il Comune di Colleferro intendono costruire l’impianto di trattamento Meccanico Biologico nei pressi della discarica di Colle Fagiolara, davanti a una scuola superiore, a meno di 100 metri dal Parco Naturale “La Selva” e a un numeroso nucleo residenziale. L’impianto presenta delle criticità poiché, come scritto nel progetto, produrrà combustibile da rifiuto, materiale quindi destinato agli inceneritori di Colleferro e frazione organica stabilizzata che confluirà nella discarica. E’ necessario opporsi poiché un simile impianto manterrà in vita gli inceneritori e la discarica di Colleferro e non ci sarà nessun miglioramento nella gestione dei rifiuti. “L’economia della monnezza” continua ad essere attiva e regala guadagni facili a chi gestisce gli impianti mentre i cittadini subiscono i danni ambientali di questa gestione scellerata dei rifiuti. “Rifiutiamoci” intende ribadire che non è accettabile continuare a basare lo smaltimento dei rifiuti su discariche e inceneritori. I cittadini e le associazioni che la sottoscrivono credono fortemente che sia possibile applicare pratiche sostenibili al fine di ottenere una riduzione dei rifiuti. Nella Valle del Sacco, molti comuni hanno ancora percentuali irrisorie di raccolta differenziata e la maggior parte dei rifiuti finisce nella discarica di Colle Fagiolara. Non è ammissibile pensare di autorizzare un impianto simile senza prima aver applicato sul territorio una seria svolta sostenibile, capace di risolvere il problema dei rifiuti e di salvaguardare la salute delle comunità. Per un ciclo virtuoso dei rifiuti, per dire basta all’economia della monnezza Rifiutiamoci di essere cittadini di serie B! Rifiutiamoci di dover pagare con la salute! Info e contatti {Visita il sito: } [UGI: Unione Giovani Indipendenti Colleferro->http://ugionline.it/2014/05/29/rifiutiamoci-per-un-ciclo-virtuoso-dei-rifiuti-per-dire-basta-alleconomia-della-monnezza Obiettivi della campagna La campagna Rifiutiamoci chiede al Comune di Colleferro: – Il fermo immediato del “falso” impianto TMB – La chiusura degli inceneritori e della discarica – L’avvio immediato della raccolta differenziata porta a porta Perché il Comune di Colleferro? Come garante della salute di una comunità, il Sindaco di Colleferro deve esprimersi chiaramente su questa vicenda e deve dare delle risposte concrete, ricordando cheesistono dati sanitari e studi epidemiologici che attribuiscono agli impianti di smaltimento di Colleferro una grossa colpa: quella di contribuire all’aumento di malattie respiratorie e cardiovascolari nei cittadini di Colleferro e dei comuni limitrofi. I materiali della campagna -* Scarica il logo della campagna -* Vedi le foto...

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Strage in Turchia, si chiude a 301 il bilancio delle vittime della miniera

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Strage in Turchia, si chiude a 301 il bilancio delle vittime della miniera

I soccorritori hanno recuperato tutti i cadaveri bloccati nella miniera turca di Soma, portando il bilancio definitivo della tragedia a 301 morti. L’ha annunciato il ministro dell’Energia su [fanpage] Sono state dichiarate concluse le operazioni di salvataggio nella miniera di carbone di Soma, in Turchia, dopo aver recuperato i corpi degli ultimi due minatori rimasti intrappolati dall’esplosione del 13 maggio scorso. Il bilancio finale è di 301 vittime. Ad annunciarlo è stato il ministro dell’Energia turco Taner Yildiz: “L’operazione di salvataggio è stata condotta a termine. Non ci sono altri minatori rimasti sottoterra”, è quanto ha detto ai giornalisti. Intanto un nuovo incendio è scoppiato questa mattina non distante dal posto dove operano i soccorritori, ritardando la loro avanzata nelle gallerie. Il ministro ha affermato che le cause dell’incidente devono ancora essere accertate, anche se sembra sempre più probabile che si sia trattato di un guasto elettrico a provocare l’incendio e una serie di esplosioni. Yildiz ha infine assicurato che saranno adottate le misure necessarie contro l’azienda proprietaria della miniera, se saranno accertate sue responsabilità. Intanto continuano le proteste nel Paese: in particolar modo la folla avrebbe reagito a Smirne quando alcuni agenti della polizia avrebbero tentato di arrestare un bambino di 10 anni che era insieme ai genitori durante una manifestazione di protesta antigovernativa. Il ragazzino, secondo quanto ha riferito il sito del quotidiano Hurriyet, alla fine è stato rilasciato. La tragedia nella miniera di Soma ha suscitato intensa emozione in tutto il Paese e scatenato proteste contro il governo di Recep Tayyip Erdogan. Venerdì la polizia ha disperso violentemente con idranti e lacrimogeni circa 10mila persone che manifestavano nella città teatro della tragedia per denunciare le condizioni di lavoro dei...

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Ecuadorian Government Seeks to Quash Legitimate Yasuní Referendum

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Ecuadorian Government Seeks to Quash Legitimate Yasuní Referendum

The people have spoken The world is watching. Let them vote! The 22nd May is the International Day for Biological Diversity; this valuable diversity is the reserve through which terrestrial organisms were able to differentiate themselves, thus allowing the evolution of species. The National Park of Yasuni (Ecuador) has the highest number of tree, insect, birds, and mammal species per hectare on the planet, however this vital reserve has for years been a focal point of international debate as Multinational Petrol Companies attempt to exploit the park’s resources, risking both the biodiversity and violating the rights of the native people. From AMAZON WATCH Ecuador captured world headlines with what was a truly revolutionary idea in 2007: It would keep 800 million barrels of crude – the country’s largest oil reserve – permanently in the ground if the world would help foot the bill. Given the global concern about climate change and the importance of the Amazon in regulating Earth’s systems, wouldn’t many nations want to step in and help out a country with one of the highest rates of biodiversity and endemism, yet trapped in a cycle of resource curse-style debt and dependency on fossil fuels? {(Spoiler alert: No).} Fast forward seven years. The world didn’t step up. Annex 1 countries recoiled at paying a country for “not doing” something and shunned the pioneering initiative. According to the most recent International Energy Agency (IEA) report and highlighted in an article by Bill McKibben in Rolling Stone and Christopher Hayes recently in The Nation, we must keep some two-thirds of the planet’s known oil reserves in the ground if we want to keep the climate even close to the two degrees Celsius scientists estimate is needed to avoid catastrophic climate meltdown. So why are we looking to dig up more? Somewhat surprising is that groups that would appear to be natural allies, the ones you would think would have at least given the Yasuní-ITT initiative the benefit of the doubt, have instead ridiculed it. Someone from IUCN whined, “It’s like having an empty pool and asking people to jump in.” Remember Ralph from the Simpsons? Sounded a bit like that. Other bureaucrats and professional naysayers were foaming at the mouth to tear it down. Many of the BiNGOs (big NGOs) balked, and skepticism festered at foundations and international financial institutions. Really?! Because there’s a better plan – or any plan for that matter – adopted and promoted by a government as policy that involves keeping its largest oil reserve permanently in the ground? That’s the equivalent of Canada now saying,{ “Actually, we’re going keep all those tar sands in the ground. Sorry about that whole KXL pipeline kerfuffle.” } Wire services and conservative periodicals, whipped into frenzy by the rise of the left in South America (remember the new “Axis of Evil” – Chavez, Morales, and Ecuador’s Correa?), calling it a “ransom.” Germany, after several years of flirting with the proposal, ultimately declined to support it, ending the courtship with the cruel statement, “We don’t want a line of countries outside our door asking to be paid to keep their oil in the ground.” The U.S., {who never even signed the Kyoto Protocol } and has been perhaps the largest obstructionist in climate talks, would barely acknowledge that the proposal...

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La Giornata Internazionale di proteste contro la Chevron

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La Giornata Internazionale di proteste contro la Chevron

Chevron ha inquinato deliberatamente in continuazione l’Amazonia ecuadoriana per più di 20 anni. Non si tratta di uno spargimento accidentale e puntuale. Si tratta di un crimine ambientale perpetrato quotidianamente per decenni. Adesso, chi ha inquinato deve pagare Oggi, 21 Maggio, è la Giornata Internazionale contro la compagnia petrolifera Chevron, convocata dalle maggiori organizzazioni internazionali come protesta globale contro la multinazionale americana che da decenni è denunciata per negligenza e danni ambientali. Nel caso dell’Ecuador, la compagnia petrolifera si rifiuta di accettare il verdetto del tribunale locale che nel 2011 l’ha condannata a pagare un risarcimento di 500 milioni di dollari a più di 30 mila abitanti dell’Amazzonia colpite da pratiche minerarie con impatti devastanti tra gli anni ’60 e ’90 del secolo scorso. Qui sotto i link dell’intervista video a Pablo Fajardo, avvocato difensore delle comunità indigene e contadine ecuadoriane nella causa per danni ambientali contro Chevron-Texaco e di seguito riportiamo un articolo della Redazione A Sud del 15 novembre 2013 -* Video Pablo Fajardo (pt.1) -* Video Pablo Fajardo (pt.2) ***** L’avvocato Fajardo “Così abbiamo battuto la Chevron” «Come dimostra il problema dei rifiuti anche da voi, l’emergenza ambientale riguarda il nord e il sud del mondo. E sono i poveri a pagare di più – dice al manifesto l’avvocato ecuadoriano Pablo Fajardo -. Per questo, la vittoria delle comunità amazzoniche contro i disastri ambientali compiuti da una grande multinazionale come Chevron è un’iniezione di fiducia e un precedente giuridico importante per altre vertenze di questo tipo». Fajardo è venuto in Italia per partecipare a una conferenza internazionale sulla giustizia ambientale organizzata dall’Associazione A Sud e dal Centro di documentazione sui conflitti ambientali. In quel contesto ha raccontato la lotta titanica di alcune comunità indigene contro la multinazionale Usa Chevron, prima Texaco. Una vicenda che si è conclusa con una vittoria giuridica a favore delle popolazioni colpite. Il 12 novembre, la Corte suprema dell’Ecuador ha infatti confermato la condanna di Chevron per i danni all’ambiente e alla salute delle popolazioni causati dalle attività estrattive. «Una prima sentenza a favore delle comunità – racconta Fajardo – era stata emessa nel 2011 da un tribunale della provincia amazzonica di Sucumbios, dove la multinazionale ha imperversato dal 1964 al ’90. Per aver perforato 356 pozzi di petrolio, aver scaricato nei fiumi i rifiuti tossici che accumulava nelle piscine costruite per smaltirli, per aver inquinato suolo e aria, l’allora Texaco, acquisita dalla Chevron nel 2001, è stata condannata a pagare 9,5 miliardi di dollari: una cifra lievitata a 19 miliardi perché Chevron non hachiesto scusa alle popolazioni colpite». Anzi, si è appellata alla Corte nazionale: «E ora purtroppo la Corte – dice ancora Fajardo – pur avendo confermato la sentenza, ha ridotto la multa a 9,5 miliardi di dollari». Intanto – spiega il legale -, la multinazionale ha aperto altri due fronti giuridici a livello internazionale. «Nel ’93 Chevron ha creduto che le convenisse rivolgersi a un tribunale dell’Ecuador, ma le prove erano così evidenti e la resistenza popolare così agguerrita che alla fine non h a voluto rischiare, e ha preferito trasferire la vertenza a un tribunale di New York: avvalendosi di una legge degli anni ’60 applicata alla mafia ha cercato di far passare le comunità indigene per un’associazione sovversiva. E un giudice, chiaramente di parte, e al quale...

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May 21st, International Anti-Chevron Day

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May 21st, International Anti-Chevron Day

We invite you to unite in a joint statement rejecting the poor operational and corporate practices of Chevron, and to participate in a global day of action scheduled for May 21st that is called the “International Anti-Chevron Day” By Leah Temper on [EJOLT On the international day of action against Chevron we would like to highlight a call for Signatures from the Anti Chevron campaign and a global map of conflicts caused by Chevron activities. The company operates in more than 180 countries around the world, so this tour is just a sample of the gravest corporate abuses and environmental injustices the multinational has been implicated in around the world. Click on each case to get the full details from the Atlas. Perhaps the most well known of these cases is the Chevron-Texaco case in Ecuador, whereby Chevron is doing everything in its power to get away with ecocide and to avoid paying a $9.5 billion fine it has incurred for trashing the Amazon. Instead, Chevron, one of the richest corporations (#11) in the world, decided to fight ecological restoration and counter-sue the poor Amazonian communities they contaminated. The communities continue to fight for justice and are actively pursuing Chevron assets in Argentina, Brazil and Canada (where Chevron is part of what has been dubbed the most destructive project on earth Hear one of the lawyers speak on the case and Chevron’s nefarious tactics in this video In Nigeria, Chevron, the country’s third-largest oil producer, is responsible for massive spills, explosions, gas flaring and depriving communities of access to clean water in the Niger Delta, as can be seen from the 5 cases we have documented there. Chevron was also linked to the shooting of two activists who had occupied one of their oil platforms in 1998. The company flew in Nigerian military and police, who were well known for committing abuses. They were brought to trial in the US, however, the company was acquitted as it claimed the military intervention was necessary… simply the cost of business. Another project Chevron is involved in, together with French Total, the Yadana Gas Field in Myanmar, has a history of serious and widespread human rights abuses committed by pipeline security forces on behalf of the companies, including forced labor, land confiscation, forced relocation, rape, torture, murder. Many of these abuses continue today. To be fair, Chevron has no qualms in polluting in its own backyard just as it does in the South. A Chevron refinery in Richmond California has had hundreds of accidents occur since the plant started operating. The latest was a large explosion and fire that occurred on August 6, 2012 and caused more than 15,000 residents to seek treatment at area hospitals. After the 2012 accident and mass protests (210 protesters were arrested in the one year anniversary of the accident), the city of Richmond filed a lawsuit against Chevron over the fire. In response to this lawsuit, Chevron pleaded no context to six criminal charges and agreed to implement extra oversight of its operation and pay $2 million in fines and restitution. Angolan communities received considerably less when an oil spill occurred near the Malonga oil base dealing a severe blow to the struggling local fishing industry. Oil giant Chevron-Texaco gave about $2000 to 10 percent of...

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