Dal 10 al 21 novembre 2025 saremo a Belém, in Brasile, per partecipare come osservatori alla 30° Conferenza delle Nazioni Unite sul Clima. Racconteremo quanto avviene dentro e fuori le negoziazioni, porteremo e raccoglieremo le voci dei territori in lotta contro l’estrattivismo, contro il greenwashing e per una transizione ecologica realmente giusta.
Iscriviti al bollettino Sostieni il nostro lavoroL’agenda della COP30
A Belém si discuteranno e valuteranno gli NDCs, i nuovi impegni climatici nazionali che stabiliscono gli obiettivi di riduzione delle emissioni di ogni paese. Accanto alla mitigazione, l’adattamento sarà uno dei temi centrali attraverso il Global Goal on Adaptation (GGA) e i nuovi Piani nazionali di adattamento. Un altro capitolo chiave sarà quello della finanza per il clima. Tra i punti principali il nuovo obiettivo di finanziamento (NCQG), che punta ad aumentare il sostegno ai Paesi in via di sviluppo da 100 a 300 miliardi di dollari l’anno, e la Roadmap Baku-Belém, che traccia un percorso per mobilitare almeno 1.300 miliardi di dollari l’anno entro il 2035.
Temi cruciali, che si scontrano con uno scenario geopolitico ostile, segnato dal negazionismo climatico, dai venti di guerra, dalla corsa al riarmo e dalla violenza istituzionale. Non è un caso che in gioco a Belém ci sia più che mai la credibilità della diplomazia climatica e la sua capacità di tradurre le intenzioni in impegni concreti.
La Cupula dos povos
La Cúpula dos Povos è il grande incontro dei movimenti sociali e delle comunità che vivono in prima linea la crisi climatica. Nata nel 1992 come risposta critica alle negoziazioni ufficiali, propone un’alternativa fondata su giustizia climatica, sociale e ambientale, solidarietà e saperi ancestrali.
Dal 12 al 16 novembre 2025, in concomitanza con la COP30 di Belém, riunirà popoli indigeni, comunità quilombola e tradizionali, giovani e lavorator? in marce, dibattiti e azioni culturali.
La Cúpula mette al centro vite, diritti e territori, non statistiche: unisce chi costruisce ogni giorno soluzioni reali, dall’agroecologia alla difesa dei beni comuni, per spingere i governi ad adottare politiche di vera giustizia climatica.
Dichiarazione della Cupula Dos Povos
Perché A Sud e CDCA alla COP?
Nelle Cop si riuniscono i governi dei 197 Paesi che hanno ratificato la Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (UNFCCC), firmata a Rio de Janeiro nel 1992. Ma la COP30 non è solo un vertice diplomatico: è il terreno di confronto (e di scontro) tra attori diversi e diverse visioni del mondo. Da una parte il business as usual che trasforma la crisi climatica in profitto, dall’altra movimenti e territori che lottano per giustizia climatica, autodeterminazione e diritti della Natura.
La COP30 si terrà nel cuore dell’Amazzonia, a Belém do Pará, in Brasile. Non è un dettaglio geografico ma una scelta politica: è nel Sud globale che l’ingiustizia climatica colpisce più duramente mentre il Nord globale continua a negoziare emissioni e interessi fossili.
Qui non si decide solo il futuro del clima: si decide chi avrà diritto a un futuro.
Per raccontare cosa c’è in gioco, e come finisce la partita.
Andiamo alla COP per osservare da vicino i negoziati, capire quali equilibri politici e di potere si stanno ridefinendo, e portare la prospettiva dei territori e dei movimenti che chiedono giustizia climatica.
La partecipazione di A Sud e CDCA serve a connettere le lotte locali con quelle globali, rafforzare alleanze internazionali e raccontare – con sguardo indipendente e critico – come la diplomazia climatica sta affrontando, o eludendo, le proprie responsabilità.
Perché solo intrecciando voci e resistenze dal basso possiamo costruire un futuro giusto per tutt?.
Per costruire e rafforzare alleanze internazionali
Svolgere la COP in Brasile è un segnale che conta: significa rimettere al centro chi la crisi climatica la subisce davvero. Andiamo a Belém per stare con i movimenti globali per la giustizia climatica. In America Latina oggi si gioca una partita enorme: conflitti ambientali, estrattivismo, repressione, lotte indigene e popolari che resistono da decenni. Con tante realtà — dalla Colombia alla Bolivia, fino all’Amazzonia — abbiamo già lavorato, fatto campagne, costruito ponti. Lì ritroviamo compagn? con cui condividiamo visioni e pratiche.
Per portare una visione radicale dentro la COP
Sì, probabilmente sarà l’ennesimo flop diplomatico. Ma proprio per questo dobbiamo esserci, per non lasciare quei tavoli alle lobby fossili e ai governi che parlano di transizione mentre trivellano.
Da dentro vedi meglio le dinamiche, le crepe, le possibilità di alleanze e di conflitto.
Andiamo per portare la prospettiva della giustizia climatica e delle lotte dal basso, che legano crisi climatica, razzismo, patriarcato e disuguaglianze. La COP non è un punto d’arrivo: è un passaggio. Il resto si fa fuori, insieme, ogni giorno.
Diario dalla COP30
- Giorno 12 – 24 novembre 2025
Belém svela il fallimento della diplomazia climatica, ma apre spiragli: una roadmap anti-fossile e nuove alleanze per la giustizia.
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- Giorno 11 – 21 novembre 2025
Penultimo giorno a Belém: incendio in COP30, stalli politici e pressioni crescenti sul BAM e sull’uscita dai fossili.
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- Giorno 10 – 20 novembre 2025A Belém 85 Paesi spingono per uscire dai fossili, mentre Italia e Polonia frenano. La COP30 è al bivio, il tempo è adesso.
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- Giorno 9 – 19 novembre 2025
Belém rilancia la lotta globale ai fossili: la Colombia guida un fronte che vuole uscire davvero dal modello che brucia il pianeta.
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- Giorno 8 – 18 novembre 2025
Alla COP30 la transizione dai combustibili fossili sembra lontana, mentre i fondi dell’adattamento sono sotto il minimo.
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- Giorno 7 – 17 novembre 2025
Belem in rivolta: popoli indigeni e movimenti sociali spingono per una COP30 che dica finalmente basta ai fossili.
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- Giorno 6 – 15 novembre 2025
Anche quest’anno i dati sulla presenza dei lobbisti Gas&Oil alla conferenza di Belém sono alti: su ogni 25 persone accreditate al vertice, uno è un lobbista dei combustibili fossili, in totale sono oltre 1600.
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- Giorno 5 – 14 novembre 2025
Il TFFF entra nella Cupula tra promesse e contraddizioni: fondi incerti, debiti in aumento e movimenti che denunciano l’ennesima falsa soluzione verde.
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- Giorno 4 – 13 novembre 2025
A Belém la protesta indigena irrompe nella COP30 e svela le contraddizioni del Brasile fossile. Intanto la Cupula esplode di mobilitazioni globali.
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- Giorno 3 – 12 novembre 2025
Adattamento al centro della COP30, ma i fondi restano insufficienti. A Belém arrivano movimenti e comunità indigene: la vera pressione viene dai territori.
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- Giorno 2 – 11 novembre 2025
Lula parla di disuguaglianze alla Cop30, ma il Brasile continua a spingere sul fossile. A Belém torna al centro il nodo tra clima e ingiustizia.
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- Giorno 1 – 10 novembre 2025
Dalla Cop30 alla Cúpula dos Povos: a Belém si apre la sfida per la giustizia climatica tra responsabilità globali, diritti dei popoli e resistenza dei territori.
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Articoli di approfondimento alla COP30
- Cosa resta della Cop30, la battaglia per il clima e i diritti è ancora lunga – 24 novembre 2025
Marica Di Pierri e Laura Greco su Domani – COP30 fallisce su fossili e foreste, ma il Bam e il blocco dei 82 paesi per l’uscita dal fossile aprono spiragli di lotta e nuove alleanze.
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- Sulla fine dei lavori della COP30 – 24 novembre 2025
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Cosa è successo alla 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici? Quali sono le grandi vittorie? Quali le sconfitte?
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- La tabella della discordia – cos’è successo alla COP30 – 23 novembre 2025
Laura Greco su Radio24 – COP30 a Belém annuncia impegni su energia, foreste e adattamento, ma senza una vera uscita dal fossile restano promesse vuote da incalzare con lotte dal basso.
Ascolta su Il Sole 24 ore
- “A resposta somos nós”. Ma alla COP30 le richieste dei popoli indigeni non fanno breccia – 23 novembre 2025
Laura Greco su EconomiaCircolare.com – Alla COP30 le voci indigene restano ai margini mentre la foresta corre verso il punto di non ritorno. Senza giustizia, non c’è futuro.
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- La “Dichiarazione di Belém” e il multilateralismo del phase out dai fossili spinto dal basso – 21 novembre 2025
Laura Greco su Altreconomia – Da Belém arriva una spinta dal basso per uscire dai fossili: governi e movimenti uniscono le voci per un phase out reale, giusto, globale.
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- Cop30: senza il Gender action plan ogni azione climatica è limitata – 21 novembre 2025
Marica Di Pierri e Laura Greco su Valori – Nonostante le ambiziose premesse il Gender action plan ha trovato diversi ostacoli sui tavoli negoziali della Cop30
- Cop30: senza il Gender action plan ogni azione climatica è limitata – 21 novembre 2025

- Alla Cop30 arrivano le storie di migrazioni climatiche – 21 novembre 2025
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30, in vista delle negoziazioni finali, si parla del fenomeno crescente degli sfollamenti forzati dal cambiamento climatico.
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- Belém, la foresta degli indigeni si ribella a Lula – 20 novembre 2025
Laura Greco su Il Manifesto – Le nazionalità dell’Amazzonia denunciano l’inagibilità politica alla Cop e chiedono una mobilitazione internazionale guidata direttamente dai popoli indigeni per proteggere i loro territori e affrontare la crisi climatica alla radice
- Alla Cop 30 i movimenti si riprendono la scena – 20 novembre 2025
Marica Di Pierri su Il Manifesto – Era dalla Cop 26 di Glasgow che non si vedeva così tanta società civile. Accanto al vertice ufficiale, in più di 50 mila hanno animato la «Cupula dos povos» per una svolta vera sul clima e i diritti
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- COP30, BELÉM | Italiani in mobilitazione – 20 novembre 2025]
Il Climate Pride in azione alla COP30: l? attivist? chiedono all’Italia una roadmap chiara e ambiziosa per uscire dai fossili.
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- A Belém torna il protagonismo sociale – 19 novembre 2025
Marica Di Pierri su Collettiva – Alla Cop30 movimenti, organizzazioni, popoli e sindacati riacquistano centralità: proposte e campagne dal basso sono arrivate nelle stanze dei negoziati.
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- Come procede la COP30 in Brasile? Intervista a Laura Greco da Bélem – 19 novembre 2025
Laura Greco su Scienza e Pace Magazine – COP30 tra repressione, lobby fossili e resistenze indigene: la giustizia climatica la costruiscono i territori, non i negoziati.
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- Lifegate dalla COP30 – 18 novembre 2025
Marica Di Pierri su Lifegate – Dalla COP30 il racconto dell’inedita comunicazione tra dentro e fuori la COP, tra le richieste indigene e l’ambiguo governo di Lula.
Ascolta su Lifegate
- Il Fondo per le foreste e la falsa soluzione del biocapitalismo si ripropone alla Cop30 di Belém – 18 novembre 2025
Laura Greco su Altreconomia – Il Tropical forests forever facility lanciato da Lula è l’ennesimo dispositivo finanziario che viene presentato come innovazione.
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- Attivismo e giustizia climatica: se il diritto alla protesta diventa un reato – 17 novembre 2025
Marica Di Pierri su Valori.it – Alla Cop30 emerge un allarme globale: in molti Paesi il diritto alla protesta viene represso e l’attivismo ambientale è sempre più criminalizzato
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- Alla Cop30 di Belèm il fondo per l’adattamento resta senza fondi – 17 novembre 2025]
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30 fallisce, per il terzo anno di fila, l’obiettivo di raccolta minima per finanziare l’adattamento dei Paesi del Sud globale.
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- Massiccia partecipazione popolare a Belém – 16 novebre 2025
Marica Di Pierri su L’aria Che Respiri – Alla Cúpula dos Povos tantissime voci per reclamare la fine dei combustibili fossili e una giustizia climatica guidata dai popoli, non dalle multinazionali.
Ascolta su Radio Rai1
- In diretta da Bele?m – Aggiornamenti sulla prima settimana di COP30 – 15 novembre 2025
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – In diretta da Belém, per raccontare in diretta i lavori della 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici. ?Foto di Oliver Ninja e Midia Ninja
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- Cop30: chi difende i combustibili fossili dentro i negoziati sul clima – 14 novembre 2025
Marica Di Pierri per Altreconomia – Alla Cop30 un lobbista fossile ogni 25 delegat?: il vertice che dovrebbe chiudere l’era fossile continua a farsela scrivere da chi la profitta.
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- Giustizia climatica, questa dimenticata – 13 novembre 2025
Marica Di Pierri su Il Manifesto – Il legame tra clima e disuguaglianze è ormai assodato. Ma dopo 30 anni di conferenze, i ricchi continuano a fare grandi affari con i fossili.
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- L’adattamento secondo la COP30: “Adattarsi è sopravvivere” – 13 novembre 2025
Marica Di Pierri per EconomiaCircolare.com – COP30 punta a rendere operativo il Global Goal on Adaptation, tra governance multilivello, indicatori, fondi insufficienti e necessità di giustizia climatica.
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- La Cop30 in Brasile e le politiche industriali green – 11 novembre 2025
Marica Di Pierri per Tutta La Città Ne Parla, Radio3 – È iniziata la Cop30 a Belém, 10 giorni in cui si discuterà su come trovare una via d’uscita alla deriva del cambiamento climatico nonostante le difficoltà politiche che ci circondano.
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- Road to Belém – 7 novembre 2025
Marica Di Pierri per Valori.it – Verso la Cop30 di Belém, cosa aspettarci dal più importante appuntamento per salvare il clima della Terra? Diretta con Marica Di Pierri, Luca Lombroso, Giovanni Mori e Lorenzo Tecleme.
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- Da Parigi a Belém, i conti che non tornano – 6 novembre 2025
Marica Di Pierri per Il Manifesto – Tra tensioni e fragili compromessi, i preparativi alla vigilia della Conferenza Onu. A che punto sono gli impegni nazionali di riduzione e i piani di adattamento dei singoli Paesi.
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- A Sud a Belém alla Cop30 – 6 novembre 2025
A Sud seguirà negoziati e mobilitazioni dalla COP30 di Belém, amplificando le voci dei movimenti per giustizia climatica e sociale.
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- A Sud aderisce alla Global Call to Action della Cúpula dos Povos – 5 settembre 2025
Il 15 novembre scendiamo in piazza: basta disuguaglianze e razzismo ambientale, vogliamo giustizia climatica e un mondo dove la vita sia al centro.
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- Vertice dei Popoli Verso la COP30: Manifesto Politico – 13 giugno 2025
A Sud aderisce al Manifesto dei Popoli verso la COP30: un appello globale per giustizia climatica, anticapitalismo e democrazia dal basso.
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Racconteremo le negoziazioni
Per spiegare cosa accade davvero alla COP30, come si muovono i governi e quali interessi guidano le scelte sulla crisi climatica. Vi offriremo una copertura quotidiana per raccontarvi con le nostre parole e con uno sguardo critico, indipendente e radicale, vicino ai movimenti il dentro e fuori la Cop
Sveleremo le contraddizioni
Tra le promesse ufficiali e la realtà, mostrando lo scontro continuo tra lobby fossili e popoli che difendono la vita e i territori. Denunceremo le responsabilità smascherando la falsa transizione energetica e chi continua a inquinare mentre parla di sostenibilità con greenwashing e false soluzioni
Daremo voce alle comunità
Portando le loro storie, le lotte quotidiane e le alternative concrete alla devastazione ambientale, contro colonialismo ed estrazione. Ci collegheremo con l’Italia per connettere istanze e battaglie
INFO E CONTATTI
Per contatti e interviste con la delegazione:
maricadipierri@asud.net
+ 55 21 967071220
Laura Greco
lauragreco@asud.net
+55 21 997673184
Environmentalists and workers of the world, unite!
The conflict between labor and the environment is a neoliberal construct. What we need is a broad coalition that can fundamentally transform production. by {Stefania Barca}* on [roarmag.org] Nowadays it sounds so familiar, almost natural: the mutually exclusive demands and apparently opposing agendas of labor and the environmentalist movement. But in fact, this artificial division is nothing more than a crucial neoliberal strategy to divide two of the most powerful social movements of the industrial era, whose alliance could be a dangerous liaison with the capacity to call into question the very essence of the capitalist “treadmill of production.” It is thus essential that labor and environmental/public health organizations gain a historical perspective on their current state of conflict and become aware of the revolutionary potential of a common political project. One place where this fact has become much clearer in recent years is the Italian city of Taranto, Apulia, where a number of citizens’ organizations and “committees” emerged in response to one of the most serious occupational, environmental and public health crises of the last decade. These organizations and committees have now begun mobilizing different resources and forms of action — from cyber-activism and film-making to street demonstrations and campaigning — to fight against the occupational blackmail of a local employer. At the last May Day celebrations, they managed to gather more than 100,000 people for a self-organized, crowd-sourced mass concert, held in open competition with the one traditionally organized in Rome by the trade unions confederation and RAI, the national public television. Liberate Taranto! As the biggest and one of the oldest steel factories in Europe, counting about 20,000 employees in 2012 and belonging to the formerly state-owned ILVA group (now controlled by the Riva family), the Taranto plant rose to national attention in 2011. A court decision found the company guilty of outrageous violations of environmental regulations and ordered its immediate closure until a thorough technical renovation and the environmental clean-up of damaged areas would be put into place. The company’s response consisted in arrogantly restating the incompatibility of environmental regulation with its economic plans, thus re-enacting the occupational blackmail strategy which has traditionally functioned as way to structurally block any actions against business interests. The management even went so far as to actively organize workers’ demonstrations against the court decision, gaining ample and complicit media coverage, in order to convince public opinion that there was in fact real opposition in the city of Taranto — in which ILVA is by far the largest employer — against the public prosecutors and local environmentalist organizations. Taranto is just one striking manifestation of the unbearable contradiction forced upon people of what Allan Schnaiberg has called the “treadmill of production” (and consumption and waste): the contradiction between production and reproduction. This can be imagined as a Hydra-like monster with many heads: occupational illnesses, job accidents, environmental contamination and ecocide, public health disasters, the annihilation of possibilities for alternative/autonomous forms of local economy, and so on. For the past 50 years, this monster has provoked an unbearable concentration of cancer, malformations and other health disorders in the Taranto bay area, something rendered even more unbearable by the weakness of public health infrastructure and the lack of adequate healthcare. Like the Alien of the science-fiction movie, the Hydra-like monster has now...
read morePer le calotte glaciali il punto di non ritorno è superato
Le nostre osservazioni danno oggi la prova che un largo settore della calotta glaciale dell’Antartico Ovest è entrato in una fase di arretramento irreversibile. Il punto di non ritorno è superato [di Daniel Tanuro su Communia] “Le nostre osservazioni danno oggi la prova che un largo settore della calotta glaciale dell’Antartico Ovest è entrato in una fase di arretramento irreversibile. Il punto di non ritorno è superato”. Ecco ciò che ha dichiarato recentemente il glaciologo Eric Rignot, professore dell’Università di California, Irvine, le cui proposte sono riportate dal New York Time (1). Il professore Rignot coordina un programma di ricerche sull’evoluzione dei sei chiacciai che si buttano nel Mar di Amundsen (riva occidentale del continente antartico). La regione ha la forma di una ciotola, aperta dalla parte dell’oceano. Lo zoccolo roccioso sul quale i ghiacciai avanzano è situato sotto il livello del mare e non presenta asperità significative, capaci di frenarli. Per il riscaldamento delle acque, lo strato di ghiaccio va assottigliandosi verso il bordo della ciotola. Per questo fatto, le masse di ghiaccio situate a valle accelerano il loro scivolamento verso le acque più profonde, che accelera la loro fusione e aumenta il rischio di rottura. Da 1,2 a 4 metri La calotte glaciale dell’Antartico Ovest raggiunge fino a quattro kilometri di spessore. I volumi dei ghiacciai coinvolti sono pertanto enormi. Secondo l’equipe del professore Rignot, da sola, la scomparsa dei sei ghiacciai studiati farà salire il livello degli oceani di 4 piedi (1,2 metri) in qualche secolo. Non è tutto: questa scomparsa destabilizzerà molto probabilmente i settori adiacenti della calotta, in maniera che il livello dei mari potrebbe alzarsi, alla fine, di circa 4 metri. Queste conclusioni sono confermate da un altro studio, i cui risultati sono stati scoperti simultaneamente. Diretto dal professor Ian Joughin dell’Università di Washington, esso analizza uno dei sei ghiacciai della regione, Thwaites, uno dei più importanti. Secondo questa equipe di ricercatori, la scomparsa lenta di Thwaites è inevitabile e irreversibile. Anche se le acque calde si disperdono in una maniera o nell’altra, ciò sarebbe “troppo poco, troppo tardi per stabilizzare la calotta glaciale” secondo Ian Joughin. E aggiunge: “non c’è meccanismo di stabilizzazione”. In effetti, ho avuto l’occasione di spiegarlo, un giorno, poco prima dell’uscita di questi studi (2); il solo meccanismo capace di stabilizzare la situazione, e anche di rovesciare la tendenza, sarebbe una nuova glaciazione. Ora, secondo gli astrofisici, questa non interverrà che prima di 30.000 anni… 35 anni di messa in guardia Le osservazioni di Rignot e Joughin vanno a confortare le messe in guardia lanciate da parecchi anni da altri specialisti. Gli autori dell’articolo del New York Time riportano anche che un primo avvertimento rispetto alla fragilità della calotta glaciale l’aveva lanciata fin dal 1978 John H. Mercer, glaciologo dell’Università dello Stato dell’Ohio. Secondo Mercer, il riscaldamento dovuto alle emissioni di gas serra faceva pensare ad una “minaccia di disastro”. Questo pronostico era stato molto contestato all’epoca. Ma dieci anni più tardi, e un anno dopo la morte di Mercer, il climatologo in capo della NASA, James Hansen, lanciava lo stesso avvertimento davanti ad una commissione del Congresso degli Stati Uniti. E ancora dieci anni più tardi, nel 2008, Hansen e otto altri scienziati pubblicavano in Sciences un articolo che analizzava nel dettaglio la minaccia evocata per la...
read moreFânFest is the biggest multi-art activist festival in Romania which started with a community’s struggle to protect their land and inspired a generation.
9 years ago a small seed was planted in Rosia Montana: can music spark a revolution? FânFest is the biggest multi-art activist festival in Romania. [indiegogo] It started with the battle to stop the largest gold mine in Europe and grew to be the epicenter of one of the biggest civil and environmental movements in Eastern Europe. This tiny village in the Apuseni Mountains in Transylvania has captured the imagination and hearts of people from across the world who come to FânFest to enjoy music, exhibitions, theater, dance, workshops, debates and express solidarity with the campaign to save Ro?ia Montan?. Between 11-17 August 2014 people will come to Ro?ia Montan? to discover the beautiful heritage here and the sustainable development alternatives for the area: tourism, local crafts and traditional farming. What is Ro?ia Montan?? The small village of Ro?ia Montan? is inhabited since pre-Roman times, making it the oldest documented mining settlement in Romania and the continent’s largest gold deposit. It is also one of the seven ‘most endangered’ European cultural sites, meeting 4 UNESCO criteria of highly importance for our World Heritage. But most important of all, it is a quiet place with warm-hearted people who risk irreversible damage upon their ancestral land, in exchange for short-term profits. Why it matters Since 2000, year after year, dedicated „Save Ro?ia Montan?” campaigners managed to stop the illegal and controversial cyanide mining project by taking action in courts of law, among others. Things changed last autumn, when politicians tried to pass a law that would give Rosia Montana Gold Corporation extraordinary powers, including the right to conduct expropriations in Rosia Montana, divert rivers and create the largest cyanide tailing pond in Europe. Few expected the massive street protests which followed, with people flooding the streets and chanting „United, we save, Ro?ia Montan?”. Romania’s biggest civil and environmental uprising in a century quickly went global, spreading throughout 75 cities worldwide, from Bucharest to London and New York to Shanghai. The movement has seen dozens of artistic projects launched, from the creation of a collective canvas bringing together pieces from around the world, to live performances, film screenings, exhibitions and a human chain around the 4th largest building in the world (the Romanian Parliament). Who are we and what have we achieved? • FânFest is organised by Alburnus Maior NGO through the work of the locals of Rosia Montana and hundreds of volunteers from across Romania. • FânFest kick-started one of the fastest growing and most vibrant environmental movements in the last decade in Eastern Europe. • FânFest transformed a small community in the Apuseni Mountains in the number one destination for those who love art and culture, nature, heritage and those who stand for justice and human rights. • FânFest is proof that sustainable development alternatives can help a community to flourish and its people to thrive. • FânFest is the host of the largest Activist Social Forum in Romania where participants from around the world learn, teach, develop strategies, plan tactics for campaigns that make the world a better place. • FânFest inspired an entire generation of artists, academics, activists and people from all over the world to volunteer and work together to protect our cultural and natural heritage. 9 years of FânFest history The festival is organized entirely by...
read moreL’Unesco rimpiazzata da trivelle, breve storia del parco Yasuni
Dopo 7 anni di mobilitazioni e polemiche, sono cominciate le trivellazioni nella riserva che l’Ecuador aveva tentato di salvare. Una catastrofe per il paese e per il mondo intero di {Eleonora Cosmelli} su [DailyStorm] Quanti di voi saprebbero indicare l’Ecuador su una carta geografica? È vero, il nome stesso del Paese suggerisce la sua posizione poco al di sotto della linea equatoriale, nella periferia del Sud America. Eppure, negli ultimi anni, quest’angolo della terra si è ritrovato a essere protagonista di una storia che ha coinvolto quasi tutti i Paesi del mondo e che ha portato l’Occidente a fare i conti con l’idea che possa esistere una nuova strada verso lo sviluppo. E che a tracciarla possa essere il Sud del mondo. È la storia del Parco di Yasuni, una delle riserve naturali più importanti del mondo, che ospita non solo parte della foresta Amazzonica, ma anche diversi gruppi di indigeni, come i Tagaeri e i Taromenane. Il sito è patrimonio dell’Unesco dal 1989. Il titolo gli è stato riconosciuto in nome dell’enorme biodiversità che caratterizza il posto, che ospita 220-720 tipi di piante diverse, 150 specie di anfibi e 43 di vertebrati, nonché 121 di rettili e 596 di uccelli. Nonostante tutto, fra poco arriveranno le trivelle in cerca dell’oro nero. La storia comincia nel 2007, quando il governo di allora prese la decisione di smettere di utilizzare la cosiddetta area ITT (Ishpingo-Tambococha-Tiputini), interna al Parco, per l’estrazione del petrolio. Una scelta fatta in nome della protezione e del rispetto di questo tesoro di biodiversità e della casa di centinaia di indigeni. L’anno dopo, infatti, i cittadini ecuadoriani approvarono con un referendum popolare cinque nuovi articoli della Costituzione, tutti riguardanti i diritti della Madre Terra. Per la prima volta, la natura veniva considerata un soggetto giuridico a tutti gli effetti, qualcosa da proteggere di per sé. Nel 2008 sembrava che l’Ecuador dovesse cominciare a fare scuola al mondo intero in materia di tutela ambientale. Ma si tratta pur sempre di un Paese piccolo e povero, che rinunciando a sfruttare l’area ITT per ricavarne il petrolio rischiava di affossare la propria – già debole – economia. Per questo si stabilì che anche altri paesi, soprattutto quelli più ricchi, avrebbero sopperito alle mancate rendite dell’estrazione. Insomma, considerato che la tutela della foresta Amazzonica è un beneficio per il mondo intero, sembrava giusto condividere le spese. Inutile dire che non tutti la presero bene. La questione delle spese creò un bel po’ di scompiglio. La notizia fece il giro del mondo, suscitando la solidarietà di diverse voci a livello internazionale. L’Italia stessa accolse con entusiasmo l’iniziativa, facendosi paladina di una causa mai cominciata. A questo punto, la storia fa un salto avanti nel tempo. È stato nel Ferragosto dell’anno scorso che proprio il governo ecuadoriano, presieduto dal socialista Rafael Correa, è arrivato a fermare il progetto contro le trivellazioni nell’area ITT. I contributi promessi dall’Occidente nell’arco di cinque anni, infatti, erano stati esigui. Per fermare l’estrazione di petrolio nel parco Yasuni servivano 3 miliardi e 600 milioni di dollari. Di questa cifra – elemosina se paragonata ai soldi investiti ogni anno nelle trivellazioni a livello mondiale – come affermato da The Guardian sono stati racimolati solo 13, 3 milioni. Ridicolo. Proprio dopo questa delusione “istituzionale” che Ecuador ha nuovamente stupito tutto...
read moreHIDROAYSEN GAME OVER: cala per sempre il sipario sulle cinque dighe in Patagonia
A Santiago e in Patagonia oggi è festa grande, per quello che è il più importante successo della società civile degli ultimi anni: la revoca della licenza ambientale di Hidroaysen il megaprogetto idroelettrico che prevedava la costruzione di 5 dighe nella Patagonia Cilena di {Caterina Amicucci } su [dalbasso.net] #chaohidroaysen e #patagoniasinrepersas sono stati gli hashtag che hanno segnato sin dalle prime ore della mattina, la giornata di oggi in Cile. Il comitato del governo Bachelet formato dai Ministri della Salute, dell’Energia, delle attività mineraria e dell’agricoltura presieduto dal Ministro dell’Ambiente Paolo Badenier, hanno votato all’unanimità la revoca della licenza ambientale di Hidroaysen, il megaprogetto idroelettrico che prevedava la costruzione di 5 dighe sui fiumi Baker e Pascua nella Patagonia Cilena ed una linea di trasmissione di 2500 Km per portare l’elettricità alle miniere del nord del paese. Proprio quella valutazione di impatto ambientale la cui approvazione aveva scatenato, nel 2011, le dure proteste di piazza che a Santiago erano poi sfociate nel movimento studentesco. La riunione del comitato, prevista già un anno e mezzo fa, era stata rimandata a data da destinarsi durante la campagna elettorale dell’anno scorso. Nonostante il governo Pinera volesse a tutti costi andare avanti non aveva avuto il coraggio di dare una scossa al progetto conoscendo l’ostilità della larga maggioranza dell’opinione pubblica cilena. La campagna “Vota sin represas” aveva costretto Michelle Bachelet a prendere una posizione pubblica seppur timida e cauta. Già nei giorni scorsi la probabilità che questo fosse l’esito della riunione del comitato chiamato a valutare i 35 ricorsi presentati dalle comunità locali e dagli oppositori del progetto era considerata molto alta. Ma nessuno osava crederci, soprattutto gli attivisti della campagna Patagonia Sin Represas che da Santiago a Villa O’Higgins (alla fine della carretera austral) da anni si battono per fermare il progetto. Il comitato ha riscontrato l’assenza di un piano reinsediamento delle famiglie che vivono nell’area di quello che doveva essere il futuro bacino e di una quantificazione adeguata dell’impatto ambientale. “{I progetti che non considerano tutti gli impatti che generano e che non presentano misure di mitigazione, riparazione e compensazione devono essere respinti}” ha concluso il ministro Badenier. Esattamente quello che per diversi anni la campagna italiana Patagonia senza Dighe ha cercato di far comprendere ad ENEL, titolare del 51% del progetto dal 2009, quando ha completato l’acquisizione di Endesa. Ma ENEL in questi anni si è costantemente trincerata dietro ad un laconico “facciamo quello che ci chiede il governo cileno”. Ed è evidente che il governo Cileno non desidera più questo progetto e che la decisione del comitato dei ministri, dietro la patina di tecnicismo confezionata per i media, nasconda una mossa fortemente politica che potrebbe preludere alla revisione del “Codigo de Agua”, la legge varata da Pinochet che ha regalato i diritti di sfruttamento idroelettrico ad Endesa ed ha creato un vero e proprio mercato privato dell’acqua. Staremo quindi a vedere se la solerzia di ENEL si applica esclusivamente ai governi iperliberisti nei prossimi trenta giorni, termine entro il quale la multinazionale italiana ed il socio cileno Colbùn hanno diritto ad impugnare la decisione del governo. Intanto però a Santiago ed in Patagonia oggi è festa grande, per quello che è il più importante successo della società civile degli ultimi anni. Un successo che travalica i confini nazionali,...
read more¡Chao HidroAysén!
It’s not every day we celebrate a victory as significant and hard-won as today’s triumph in the eight-year campaign to protect Chilean Patagonia from the destructive HidroAysén dam project! by {Emily Jovais} on [ International Rivers] 6 June 2014 This morning, Chile’s highest administrative authority – the Committee of Ministers – made a unanimous decision to overturn the environmental permits for the controversial five dam mega-project, which was planned on the Baker and Pascua rivers. This highly anticipated resolution effectively cancels the project, ruling that assessment of the project’s impacts was insufficient to grant project approval back in 2011. The Committee, which consists of the Minister of Environment, Health, Economy, Energy and Mining, Agriculture, and Tourism, evaluated 35 appeals which were filed by the Patagonia Defense Council and local citizens in response to the project’s Environmental Impact Assessment after it was approved in May 2011. Though it has taken more than three years, with meetings and decisions being repeatedly delayed and eventually passed on to the new administration, today’s decision is a recognition of the technical and procedural flaws surrounding HidroAysén as well as the significant impacts the project would have had on one of Chile’s most iconic regions. What began as a grassroots effort to protect the pristine Baker and Pascua rivers, and the communities and culture of Patagonia, has developed into a fully-fledged international campaign and galvanized a national environmental movement. Over the past four years Chileans have taken to the streets to demand a halt to HidroAysén and around the world an international community has rallied around this call. Today it is these voices that have won out, and together have set in motion a new path towards a bright future for Patagonia and the hope of a truly sustainable energy future for Chile. To borrow some words from Patricio Rodrigo, Executive Secretary of the Patagonia Defense Council, “The government’s definitive rejection of the HidroAysén project is not only the greatest triumph of the environmental movement in Chile, but marks a turning point, where an empowered public demands to be heard and to participate in the decisions that affect their environment and lives.” We are thrilled that the government is siding with the majority of Chileans and tens of thousands of people around the world to say no to HidroAysén! We commend President Bachelet for remaining loyal to her campaign promise that HidroAysén would not have her support. And we are looking to the future, with the hope that measures will be put in place to protect this unique region from future threats. (In fact, President Bachelet and the Minister of Environment recently formalized a billthat would create the Department of Biodiversity and Protected Areas (SBAP) with the aim to preserve critical ecosystems throughout Chile.) If you listen carefully you may be able to hear the celebrations coming all the way from Plaza Italia in Santiago where hundreds of people are gathering for HidroAysén’s despedida (goodbye party)! We hope that you will join in the celebrations – you can send your own message over Facebook or Twitter using the hashtag #chaohidroaysen and #patagoniasinrepresas. Whether you joined our online actions over the past month or have stood with us since International Rivers began campaigning for Patagonia Sin Represas in 2007, your support has been critical in cancelling...
read morePatagonia senza dighe
Martedì 10 giugno i ministri incaricati di esaminare le proteste avanzate contro l’approvazione del progetto Hidroaysén sono chiamati a decidere il suo destino finale di [Patagonia sin represas] Questo martedì si decide il destino di Hidroaysen! Diciamo #ChaoHidroaysen Attenzione! Martedì 10 giugno i ministri incaricati di esaminare le proteste avanzate contro l’approvazione del progetto Hidroaysén sono chiamati a decidere il suo destino finale. Il Chile ha già deciso! Non vogliamo dighe in Patagonia, vogliamo affermarlo una volta per tutte #ChaoHidroaysen Ti chiediamo di sostenere la campagna informando le tue reti sociali, affinché tutti sappiano e pretendano dai ministri un’azione concreta che soddisfi quanto richiesto dai cittadini: rifiutare il progetto Hidroysén. Oggi, più che mai, dobbiamo agire. La campagna cittadina Patagonia Senza Dighe ti invita inoltre ad un raduno in Plaza Italia a partire dalle ore 18:00 di martedì 10 giugno. Che sia per protesta o per festeggiare, l’importante per noi è che tu ci sia. Questa campagna è stata realizzata insieme a te. I cittadini devono esprimersi su una simile decisione riguardante la Patagonia cilena. Diciamo #ChaoHidroaysen e sempre #PatagoniaSenzaDighe Vedi la campagna [Patagonia senza Dighe->https://www.cdca.it/spip.php?article2021] [Traduzione e adattamento {Marica...
read moreGEZI, compleanno tra lacrimogeni e manganellate
La repressione della polizia ha accompagnato le manifestazioni per l’anniversario dell’esplosione in Turchia di energie antagoniste connessa coi fermenti che dall’Europa al mondo arabo alle Americhe tornavano a puntare il dito sul fallimento della globalizzazione capitalistica. di {Serena Tarabini} su [NenaNews] Istanbul,1 giugno 2014 | Un anno fa le rivolte di Gezi Park intervenirono improvvisamente in una fase, la cavalcata neoliberale e filoislamica di un leader fino a quel momento indiscusso, che sembrava essersi cristallizzata, mostrarono il volto ribelle e coraggioso di un popolo con una storia caratterizzata da eventi oscuri e drammatici, dato il via a una richiesta democratica moderna di nuove forme di partecipazione e spazi di democrazia, mostrato la maturità e sensibilità di realizzare nei giorni straordinari dell’occupazione del Parco, una nuova società solidale e multiforme. Un’esplosione di energie fino a quel momento frustrate connessa anche con i fermenti che dall’Europa al mondo Arabo alle Americhe, tra Tunisia e Spagna, Stati Uniti e Brasile, tornavano a puntare il dito sul fallimento della globalizzazione capitalistica. Gezi Park per questi e tanti altri motivi ha segnato uno momento storico per la Turchia, e i suoi cittadini avevano tutto il diritto di celebrare il giorno in cui , 1 anno fa, tutto ebbe inizio: ma non è stato possibile. Per il Governo questa ricorrenza non si doveva celebrare e così è stato. Proibito ogni concentramento. Ad Istanbul, Gezi Park chiuso dal giorno precedente, Piazza Taksim sgomberata e presidiata dalla mattina, metro e traghetti fermi dal pomeriggio, dislocate 25 mila unità di Polizia e decine di mezzi speciali. Le parole arroganti e minacciose di un premier che si definisce democratico hanno anticipato e accompagnato una giornata mortificante per il concetto stesso di democrazia : “ Le forze di Polizia hanno istruzioni chiare, faranno tutto ciò che è necessario dalla A alla Z”…“Chiunque vorrà manifestare verrà arrestato”. Tutti sapevano che sarebbe stata una giornata in cui si sarebbe svolto il consueto rituale di repressione ed in tanti hanno preventivamente deciso di non offrire il fianco per l’ennesima volta a maganellate, gasamenti, pestaggi, arresti. Ma in qualche migliaia ci hanno voluto provare lo stesso ed sono scese in piazza in tante città; ed è stata guerra, con Istanbul ed Ankara epicentri delle scene più violente. Ad Istanbul la Piattaforma di Solidarietà con Taksim aveva invitato a manifestare pacificamente alle 19 nella Piazza simbolo di Taksim come nelle altre città muniti di fiori e, simbolicamente, di libri per ricordare gli otto manifestanti uccisi , e le persone accorse, accolte da uno schieramento impressionante di forze di polizia in tenuta antisommossa e in borghese, sono state bruscamente sgomberate. La chiusura della Piazza e l’intenzione di mantenere Corso Istiklal libero da concentramenti, ha dato il via agli attacchi. In questa occasione si è assistito a un minore utilizzo di gas lacrimogeni e maggiore dei cannoni idranti, meno tenute antisommossa ma molti manganelli in mano alle migliaia di poliziotti che nelle strade dove le persone si disperdevano dopo le cariche, hanno messo in atto una caccia sistematica che, nella enorme sproporzione fra numero di manifestanti e numero di poliziotti ,ha portato all’arresto centinaia di persone. Un cambio di tattica volto probabilmente a contenere i danni a cose e persone, ma durante il quale sono emerse le solite brutali e pericolossissime abitudini quali sparare il lacrimogeni ad...
read moreBiocidio: soggetti e paradigmi sottotraccia in Europa
Rispetto alla stratificazione sociale di epoche passate fondate su diseguaglianze giuridiche o politiche, l’odierna gerarchia tra settori sociali più o meno svantaggiati si fonda sulla relazione competitiva tra individui formalmente liberi e uguali. di Salvatore Altiero* su [ecologiapolitica] Ciò avviene all’interno di una cornice di relazioni in cui la proprietà si erge ad unica espressione di libertà e potere. Relazione e scambio sociale sono pressoché totalmente assunti all’interno del mercato e del consumo e la natura è considerata materia prima e non risorsa essenziale alla vita, cosicché la sua preservazione sembra orientata a non alterare il modello di sviluppo più che alla costituzione di una comunità ecologica, in cui uomo e ambiente siano soggetti di un rapporto armonico e non predatorio. Pur sottotraccia, l’esigenza di ragionare sui paradigmi assenti di un sistema così impostato, e la loro narrazione portano a individuarne chiaramente alcuni: condivisione, economia locale, solidarietà, autogestione delle risorse, democrazia diretta. Se è così, le comunità rappresentano i soggetti attivi di questi paradigmi, anch’essi assenti negli assetti sociali dominanti, in cui Stato e Mercato esauriscono l’oligopolio dell’organizzazione sociale. La crisi del sistema dominante è evidente, uno sforzo va fatto però nella corretta individuazione delle cause, visto che, allo stato attuale e secondo dinamiche perverse, le politiche attuate per superare la crisi hanno avuto come effetto la radicalizzazione delle sue cause e l’inasprimento delle sue conseguenze; le prime, ad esempio, in termini di monetarizzazione della natura e finanziarizzazione dell’economia; tra le conseguenze, lo sgretolarsi delle istituzioni “democratiche” e l’involuzione dei già difficoltosi percorsi verso la partecipazione popolare. Se parliamo oggi di crisi economica e sociale in Europa è perché, a fronte dell’accelerazione impressa ai processi di accumulazione in un contesto già saturo dal punto di vista della concentrazione delle risorse economiche e dell’accesso a quelle naturali, non è più possibile scaricare le esternalità negative dell’attuale modello di sviluppo altrove o in casa propria, su territori e comunità ritenute sacrificabili. Declinare al singolare la crisi, intendendone l’aspetto economico e, nella migliore delle ipotesi, la sua connessione con quello sociale, porta a rimanere ingabbiati nell’immaginario di un’idea di sviluppo, che ha veicolato nella possibilità della crescita economico-produttiva illimitata l’unica prospettiva in grado di assicurare un’adeguata e crescente qualità della vita, mentre permangono in ogni luogo dei “ Sud” a dimostrazione del fatto che, in questo modello e su scala planetaria, esistono inaccettabili squilibri, articolati per aree geografiche e comunità a diverso grado interessate da fenomeni di sfruttamento. Il risultato è (dati Oxfam, rapporto di ricerca Working for The Few) una concentrazione di risorse tale per cui 85 individui possiedono l’equivalente di quanto detenuto da metà della popolazione mondiale, 7 persone su 10 vivono in paesi dove la disuguaglianza è aumentata negli ultimi trent’anni e l’1% delle famiglie possiede il 46% della ricchezza globale (110.000 miliardi dollari). Eppure siamo tutti uguali. La crisi ambientale. Il miglioramento delle condizioni economiche generali nell’ultimo mezzo secolo ha permesso nei paesi “sviluppati” il consolidamento di lotte sociali al di fuori dell’ambito economico, incentrate sulla critica del capitalismo come sistema incapace di garantire beni extra-economici quali la preservazione ecologica del pianeta e, in connessione con essa, la salute e il buen vivir, rivendicati per tutti e non per una parte. È insomma divenuta consapevolezza diffusa l’insufficienza del parametro economico-reddituale come misuratore della qualità della vita. A fronte...
read moreRifiutiamoci | La campagna contro il TMB della Valle del Sacco
Rifiutiamoci! è una campagna promossa da realtà sociali, associazioni e cittadini della Valle del Sacco con l’obiettivo di fermare la decisione regionale di costruire un impianto di trattamento dei rifiuti nei pressi della discarica di Colle Fagiolara. La Valle del Sacco è una zona pesantemente contaminata dalla compresenza di impianti contaminanti che nel corso dei decenni hanno reso il fiume Sacco, secondo bacino idrografico della regione, una delle aree più devastate del paese dal punto di vista ambientale e sanitario. L’installazione, nella medesima zona, di un nuovo impianto inquinante, risulta violare ancora una volta il diritto delle comunità residenti di vivere in un ambiente salubre, di vedere tutelata la propria salute e di poter contribuire a determinare la gestione del territorio e delle sue risorse. Perchè dire no all’ impianto TMB Vecchi inceneritori malmessi , mega-discariche e nessun beneficio: questo è ciclo dei rifiuti della Valle del sacco, un sistema vecchio e al collasso con il quale la popolazione è costretta a vivere senza poter avere alcuna voce in capitolo. Attualmente, la Regione Lazio e il Comune di Colleferro intendono costruire l’impianto di trattamento Meccanico Biologico nei pressi della discarica di Colle Fagiolara, davanti a una scuola superiore, a meno di 100 metri dal Parco Naturale “La Selva” e a un numeroso nucleo residenziale. L’impianto presenta delle criticità poiché, come scritto nel progetto, produrrà combustibile da rifiuto, materiale quindi destinato agli inceneritori di Colleferro e frazione organica stabilizzata che confluirà nella discarica. E’ necessario opporsi poiché un simile impianto manterrà in vita gli inceneritori e la discarica di Colleferro e non ci sarà nessun miglioramento nella gestione dei rifiuti. “L’economia della monnezza” continua ad essere attiva e regala guadagni facili a chi gestisce gli impianti mentre i cittadini subiscono i danni ambientali di questa gestione scellerata dei rifiuti. “Rifiutiamoci” intende ribadire che non è accettabile continuare a basare lo smaltimento dei rifiuti su discariche e inceneritori. I cittadini e le associazioni che la sottoscrivono credono fortemente che sia possibile applicare pratiche sostenibili al fine di ottenere una riduzione dei rifiuti. Nella Valle del Sacco, molti comuni hanno ancora percentuali irrisorie di raccolta differenziata e la maggior parte dei rifiuti finisce nella discarica di Colle Fagiolara. Non è ammissibile pensare di autorizzare un impianto simile senza prima aver applicato sul territorio una seria svolta sostenibile, capace di risolvere il problema dei rifiuti e di salvaguardare la salute delle comunità. Per un ciclo virtuoso dei rifiuti, per dire basta all’economia della monnezza Rifiutiamoci di essere cittadini di serie B! Rifiutiamoci di dover pagare con la salute! Info e contatti {Visita il sito: } [UGI: Unione Giovani Indipendenti Colleferro->http://ugionline.it/2014/05/29/rifiutiamoci-per-un-ciclo-virtuoso-dei-rifiuti-per-dire-basta-alleconomia-della-monnezza Obiettivi della campagna La campagna Rifiutiamoci chiede al Comune di Colleferro: – Il fermo immediato del “falso” impianto TMB – La chiusura degli inceneritori e della discarica – L’avvio immediato della raccolta differenziata porta a porta Perché il Comune di Colleferro? Come garante della salute di una comunità, il Sindaco di Colleferro deve esprimersi chiaramente su questa vicenda e deve dare delle risposte concrete, ricordando cheesistono dati sanitari e studi epidemiologici che attribuiscono agli impianti di smaltimento di Colleferro una grossa colpa: quella di contribuire all’aumento di malattie respiratorie e cardiovascolari nei cittadini di Colleferro e dei comuni limitrofi. I materiali della campagna -* Scarica il logo della campagna -* Vedi le foto...
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Marica Di Pierri per Valori.it – Verso la Cop30 di Belém, cosa aspettarci dal più importante appuntamento per salvare il clima della Terra? Diretta con Marica Di Pierri, Luca Lombroso, Giovanni Mori e Lorenzo Tecleme.