Dal 10 al 21 novembre 2025 saremo a Belém, in Brasile, per partecipare come osservatori alla 30° Conferenza delle Nazioni Unite sul Clima. Racconteremo quanto avviene dentro e fuori le negoziazioni, porteremo e raccoglieremo le voci dei territori in lotta contro l’estrattivismo, contro il greenwashing e per una transizione ecologica realmente giusta.
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A Belém si discuteranno e valuteranno gli NDCs, i nuovi impegni climatici nazionali che stabiliscono gli obiettivi di riduzione delle emissioni di ogni paese. Accanto alla mitigazione, l’adattamento sarà uno dei temi centrali attraverso il Global Goal on Adaptation (GGA) e i nuovi Piani nazionali di adattamento. Un altro capitolo chiave sarà quello della finanza per il clima. Tra i punti principali il nuovo obiettivo di finanziamento (NCQG), che punta ad aumentare il sostegno ai Paesi in via di sviluppo da 100 a 300 miliardi di dollari l’anno, e la Roadmap Baku-Belém, che traccia un percorso per mobilitare almeno 1.300 miliardi di dollari l’anno entro il 2035.
Temi cruciali, che si scontrano con uno scenario geopolitico ostile, segnato dal negazionismo climatico, dai venti di guerra, dalla corsa al riarmo e dalla violenza istituzionale. Non è un caso che in gioco a Belém ci sia più che mai la credibilità della diplomazia climatica e la sua capacità di tradurre le intenzioni in impegni concreti.
La Cupula dos povos
La Cúpula dos Povos è il grande incontro dei movimenti sociali e delle comunità che vivono in prima linea la crisi climatica. Nata nel 1992 come risposta critica alle negoziazioni ufficiali, propone un’alternativa fondata su giustizia climatica, sociale e ambientale, solidarietà e saperi ancestrali.
Dal 12 al 16 novembre 2025, in concomitanza con la COP30 di Belém, riunirà popoli indigeni, comunità quilombola e tradizionali, giovani e lavorator? in marce, dibattiti e azioni culturali.
La Cúpula mette al centro vite, diritti e territori, non statistiche: unisce chi costruisce ogni giorno soluzioni reali, dall’agroecologia alla difesa dei beni comuni, per spingere i governi ad adottare politiche di vera giustizia climatica.
Dichiarazione della Cupula Dos Povos
Perché A Sud e CDCA alla COP?
Nelle Cop si riuniscono i governi dei 197 Paesi che hanno ratificato la Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (UNFCCC), firmata a Rio de Janeiro nel 1992. Ma la COP30 non è solo un vertice diplomatico: è il terreno di confronto (e di scontro) tra attori diversi e diverse visioni del mondo. Da una parte il business as usual che trasforma la crisi climatica in profitto, dall’altra movimenti e territori che lottano per giustizia climatica, autodeterminazione e diritti della Natura.
La COP30 si terrà nel cuore dell’Amazzonia, a Belém do Pará, in Brasile. Non è un dettaglio geografico ma una scelta politica: è nel Sud globale che l’ingiustizia climatica colpisce più duramente mentre il Nord globale continua a negoziare emissioni e interessi fossili.
Qui non si decide solo il futuro del clima: si decide chi avrà diritto a un futuro.
Per raccontare cosa c’è in gioco, e come finisce la partita.
Andiamo alla COP per osservare da vicino i negoziati, capire quali equilibri politici e di potere si stanno ridefinendo, e portare la prospettiva dei territori e dei movimenti che chiedono giustizia climatica.
La partecipazione di A Sud e CDCA serve a connettere le lotte locali con quelle globali, rafforzare alleanze internazionali e raccontare – con sguardo indipendente e critico – come la diplomazia climatica sta affrontando, o eludendo, le proprie responsabilità.
Perché solo intrecciando voci e resistenze dal basso possiamo costruire un futuro giusto per tutt?.
Per costruire e rafforzare alleanze internazionali
Svolgere la COP in Brasile è un segnale che conta: significa rimettere al centro chi la crisi climatica la subisce davvero. Andiamo a Belém per stare con i movimenti globali per la giustizia climatica. In America Latina oggi si gioca una partita enorme: conflitti ambientali, estrattivismo, repressione, lotte indigene e popolari che resistono da decenni. Con tante realtà — dalla Colombia alla Bolivia, fino all’Amazzonia — abbiamo già lavorato, fatto campagne, costruito ponti. Lì ritroviamo compagn? con cui condividiamo visioni e pratiche.
Per portare una visione radicale dentro la COP
Sì, probabilmente sarà l’ennesimo flop diplomatico. Ma proprio per questo dobbiamo esserci, per non lasciare quei tavoli alle lobby fossili e ai governi che parlano di transizione mentre trivellano.
Da dentro vedi meglio le dinamiche, le crepe, le possibilità di alleanze e di conflitto.
Andiamo per portare la prospettiva della giustizia climatica e delle lotte dal basso, che legano crisi climatica, razzismo, patriarcato e disuguaglianze. La COP non è un punto d’arrivo: è un passaggio. Il resto si fa fuori, insieme, ogni giorno.
Diario dalla COP30
- Giorno 12 – 24 novembre 2025
Belém svela il fallimento della diplomazia climatica, ma apre spiragli: una roadmap anti-fossile e nuove alleanze per la giustizia.
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- Giorno 11 – 21 novembre 2025
Penultimo giorno a Belém: incendio in COP30, stalli politici e pressioni crescenti sul BAM e sull’uscita dai fossili.
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- Giorno 10 – 20 novembre 2025A Belém 85 Paesi spingono per uscire dai fossili, mentre Italia e Polonia frenano. La COP30 è al bivio, il tempo è adesso.
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- Giorno 9 – 19 novembre 2025
Belém rilancia la lotta globale ai fossili: la Colombia guida un fronte che vuole uscire davvero dal modello che brucia il pianeta.
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- Giorno 8 – 18 novembre 2025
Alla COP30 la transizione dai combustibili fossili sembra lontana, mentre i fondi dell’adattamento sono sotto il minimo.
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- Giorno 7 – 17 novembre 2025
Belem in rivolta: popoli indigeni e movimenti sociali spingono per una COP30 che dica finalmente basta ai fossili.
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- Giorno 6 – 15 novembre 2025
Anche quest’anno i dati sulla presenza dei lobbisti Gas&Oil alla conferenza di Belém sono alti: su ogni 25 persone accreditate al vertice, uno è un lobbista dei combustibili fossili, in totale sono oltre 1600.
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- Giorno 5 – 14 novembre 2025
Il TFFF entra nella Cupula tra promesse e contraddizioni: fondi incerti, debiti in aumento e movimenti che denunciano l’ennesima falsa soluzione verde.
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- Giorno 4 – 13 novembre 2025
A Belém la protesta indigena irrompe nella COP30 e svela le contraddizioni del Brasile fossile. Intanto la Cupula esplode di mobilitazioni globali.
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- Giorno 3 – 12 novembre 2025
Adattamento al centro della COP30, ma i fondi restano insufficienti. A Belém arrivano movimenti e comunità indigene: la vera pressione viene dai territori.
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- Giorno 2 – 11 novembre 2025
Lula parla di disuguaglianze alla Cop30, ma il Brasile continua a spingere sul fossile. A Belém torna al centro il nodo tra clima e ingiustizia.
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- Giorno 1 – 10 novembre 2025
Dalla Cop30 alla Cúpula dos Povos: a Belém si apre la sfida per la giustizia climatica tra responsabilità globali, diritti dei popoli e resistenza dei territori.
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Articoli di approfondimento alla COP30
- Cosa resta della Cop30, la battaglia per il clima e i diritti è ancora lunga – 24 novembre 2025
Marica Di Pierri e Laura Greco su Domani – COP30 fallisce su fossili e foreste, ma il Bam e il blocco dei 82 paesi per l’uscita dal fossile aprono spiragli di lotta e nuove alleanze.
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- Sulla fine dei lavori della COP30 – 24 novembre 2025
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Cosa è successo alla 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici? Quali sono le grandi vittorie? Quali le sconfitte?
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- La tabella della discordia – cos’è successo alla COP30 – 23 novembre 2025
Laura Greco su Radio24 – COP30 a Belém annuncia impegni su energia, foreste e adattamento, ma senza una vera uscita dal fossile restano promesse vuote da incalzare con lotte dal basso.
Ascolta su Il Sole 24 ore
- “A resposta somos nós”. Ma alla COP30 le richieste dei popoli indigeni non fanno breccia – 23 novembre 2025
Laura Greco su EconomiaCircolare.com – Alla COP30 le voci indigene restano ai margini mentre la foresta corre verso il punto di non ritorno. Senza giustizia, non c’è futuro.
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- La “Dichiarazione di Belém” e il multilateralismo del phase out dai fossili spinto dal basso – 21 novembre 2025
Laura Greco su Altreconomia – Da Belém arriva una spinta dal basso per uscire dai fossili: governi e movimenti uniscono le voci per un phase out reale, giusto, globale.
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- Cop30: senza il Gender action plan ogni azione climatica è limitata – 21 novembre 2025
Marica Di Pierri e Laura Greco su Valori – Nonostante le ambiziose premesse il Gender action plan ha trovato diversi ostacoli sui tavoli negoziali della Cop30
- Cop30: senza il Gender action plan ogni azione climatica è limitata – 21 novembre 2025

- Alla Cop30 arrivano le storie di migrazioni climatiche – 21 novembre 2025
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30, in vista delle negoziazioni finali, si parla del fenomeno crescente degli sfollamenti forzati dal cambiamento climatico.
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- Belém, la foresta degli indigeni si ribella a Lula – 20 novembre 2025
Laura Greco su Il Manifesto – Le nazionalità dell’Amazzonia denunciano l’inagibilità politica alla Cop e chiedono una mobilitazione internazionale guidata direttamente dai popoli indigeni per proteggere i loro territori e affrontare la crisi climatica alla radice
- Alla Cop 30 i movimenti si riprendono la scena – 20 novembre 2025
Marica Di Pierri su Il Manifesto – Era dalla Cop 26 di Glasgow che non si vedeva così tanta società civile. Accanto al vertice ufficiale, in più di 50 mila hanno animato la «Cupula dos povos» per una svolta vera sul clima e i diritti
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- COP30, BELÉM | Italiani in mobilitazione – 20 novembre 2025]
Il Climate Pride in azione alla COP30: l? attivist? chiedono all’Italia una roadmap chiara e ambiziosa per uscire dai fossili.
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- A Belém torna il protagonismo sociale – 19 novembre 2025
Marica Di Pierri su Collettiva – Alla Cop30 movimenti, organizzazioni, popoli e sindacati riacquistano centralità: proposte e campagne dal basso sono arrivate nelle stanze dei negoziati.
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- Come procede la COP30 in Brasile? Intervista a Laura Greco da Bélem – 19 novembre 2025
Laura Greco su Scienza e Pace Magazine – COP30 tra repressione, lobby fossili e resistenze indigene: la giustizia climatica la costruiscono i territori, non i negoziati.
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- Lifegate dalla COP30 – 18 novembre 2025
Marica Di Pierri su Lifegate – Dalla COP30 il racconto dell’inedita comunicazione tra dentro e fuori la COP, tra le richieste indigene e l’ambiguo governo di Lula.
Ascolta su Lifegate
- Il Fondo per le foreste e la falsa soluzione del biocapitalismo si ripropone alla Cop30 di Belém – 18 novembre 2025
Laura Greco su Altreconomia – Il Tropical forests forever facility lanciato da Lula è l’ennesimo dispositivo finanziario che viene presentato come innovazione.
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- Attivismo e giustizia climatica: se il diritto alla protesta diventa un reato – 17 novembre 2025
Marica Di Pierri su Valori.it – Alla Cop30 emerge un allarme globale: in molti Paesi il diritto alla protesta viene represso e l’attivismo ambientale è sempre più criminalizzato
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- Alla Cop30 di Belèm il fondo per l’adattamento resta senza fondi – 17 novembre 2025]
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30 fallisce, per il terzo anno di fila, l’obiettivo di raccolta minima per finanziare l’adattamento dei Paesi del Sud globale.
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- Massiccia partecipazione popolare a Belém – 16 novebre 2025
Marica Di Pierri su L’aria Che Respiri – Alla Cúpula dos Povos tantissime voci per reclamare la fine dei combustibili fossili e una giustizia climatica guidata dai popoli, non dalle multinazionali.
Ascolta su Radio Rai1
- In diretta da Bele?m – Aggiornamenti sulla prima settimana di COP30 – 15 novembre 2025
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – In diretta da Belém, per raccontare in diretta i lavori della 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici. ?Foto di Oliver Ninja e Midia Ninja
Guarda la diretta
- Cop30: chi difende i combustibili fossili dentro i negoziati sul clima – 14 novembre 2025
Marica Di Pierri per Altreconomia – Alla Cop30 un lobbista fossile ogni 25 delegat?: il vertice che dovrebbe chiudere l’era fossile continua a farsela scrivere da chi la profitta.
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- Giustizia climatica, questa dimenticata – 13 novembre 2025
Marica Di Pierri su Il Manifesto – Il legame tra clima e disuguaglianze è ormai assodato. Ma dopo 30 anni di conferenze, i ricchi continuano a fare grandi affari con i fossili.
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- L’adattamento secondo la COP30: “Adattarsi è sopravvivere” – 13 novembre 2025
Marica Di Pierri per EconomiaCircolare.com – COP30 punta a rendere operativo il Global Goal on Adaptation, tra governance multilivello, indicatori, fondi insufficienti e necessità di giustizia climatica.
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- La Cop30 in Brasile e le politiche industriali green – 11 novembre 2025
Marica Di Pierri per Tutta La Città Ne Parla, Radio3 – È iniziata la Cop30 a Belém, 10 giorni in cui si discuterà su come trovare una via d’uscita alla deriva del cambiamento climatico nonostante le difficoltà politiche che ci circondano.
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- Road to Belém – 7 novembre 2025
Marica Di Pierri per Valori.it – Verso la Cop30 di Belém, cosa aspettarci dal più importante appuntamento per salvare il clima della Terra? Diretta con Marica Di Pierri, Luca Lombroso, Giovanni Mori e Lorenzo Tecleme.
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- Da Parigi a Belém, i conti che non tornano – 6 novembre 2025
Marica Di Pierri per Il Manifesto – Tra tensioni e fragili compromessi, i preparativi alla vigilia della Conferenza Onu. A che punto sono gli impegni nazionali di riduzione e i piani di adattamento dei singoli Paesi.
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- A Sud a Belém alla Cop30 – 6 novembre 2025
A Sud seguirà negoziati e mobilitazioni dalla COP30 di Belém, amplificando le voci dei movimenti per giustizia climatica e sociale.
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- A Sud aderisce alla Global Call to Action della Cúpula dos Povos – 5 settembre 2025
Il 15 novembre scendiamo in piazza: basta disuguaglianze e razzismo ambientale, vogliamo giustizia climatica e un mondo dove la vita sia al centro.
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- Vertice dei Popoli Verso la COP30: Manifesto Politico – 13 giugno 2025
A Sud aderisce al Manifesto dei Popoli verso la COP30: un appello globale per giustizia climatica, anticapitalismo e democrazia dal basso.
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Racconteremo le negoziazioni
Per spiegare cosa accade davvero alla COP30, come si muovono i governi e quali interessi guidano le scelte sulla crisi climatica. Vi offriremo una copertura quotidiana per raccontarvi con le nostre parole e con uno sguardo critico, indipendente e radicale, vicino ai movimenti il dentro e fuori la Cop
Sveleremo le contraddizioni
Tra le promesse ufficiali e la realtà, mostrando lo scontro continuo tra lobby fossili e popoli che difendono la vita e i territori. Denunceremo le responsabilità smascherando la falsa transizione energetica e chi continua a inquinare mentre parla di sostenibilità con greenwashing e false soluzioni
Daremo voce alle comunità
Portando le loro storie, le lotte quotidiane e le alternative concrete alla devastazione ambientale, contro colonialismo ed estrazione. Ci collegheremo con l’Italia per connettere istanze e battaglie
INFO E CONTATTI
Per contatti e interviste con la delegazione:
maricadipierri@asud.net
+ 55 21 967071220
Laura Greco
lauragreco@asud.net
+55 21 997673184
Strage in Turchia, si chiude a 301 il bilancio delle vittime della miniera
I soccorritori hanno recuperato tutti i cadaveri bloccati nella miniera turca di Soma, portando il bilancio definitivo della tragedia a 301 morti. L’ha annunciato il ministro dell’Energia su [fanpage] Sono state dichiarate concluse le operazioni di salvataggio nella miniera di carbone di Soma, in Turchia, dopo aver recuperato i corpi degli ultimi due minatori rimasti intrappolati dall’esplosione del 13 maggio scorso. Il bilancio finale è di 301 vittime. Ad annunciarlo è stato il ministro dell’Energia turco Taner Yildiz: “L’operazione di salvataggio è stata condotta a termine. Non ci sono altri minatori rimasti sottoterra”, è quanto ha detto ai giornalisti. Intanto un nuovo incendio è scoppiato questa mattina non distante dal posto dove operano i soccorritori, ritardando la loro avanzata nelle gallerie. Il ministro ha affermato che le cause dell’incidente devono ancora essere accertate, anche se sembra sempre più probabile che si sia trattato di un guasto elettrico a provocare l’incendio e una serie di esplosioni. Yildiz ha infine assicurato che saranno adottate le misure necessarie contro l’azienda proprietaria della miniera, se saranno accertate sue responsabilità. Intanto continuano le proteste nel Paese: in particolar modo la folla avrebbe reagito a Smirne quando alcuni agenti della polizia avrebbero tentato di arrestare un bambino di 10 anni che era insieme ai genitori durante una manifestazione di protesta antigovernativa. Il ragazzino, secondo quanto ha riferito il sito del quotidiano Hurriyet, alla fine è stato rilasciato. La tragedia nella miniera di Soma ha suscitato intensa emozione in tutto il Paese e scatenato proteste contro il governo di Recep Tayyip Erdogan. Venerdì la polizia ha disperso violentemente con idranti e lacrimogeni circa 10mila persone che manifestavano nella città teatro della tragedia per denunciare le condizioni di lavoro dei...
read moreEcuadorian Government Seeks to Quash Legitimate Yasuní Referendum
The people have spoken The world is watching. Let them vote! The 22nd May is the International Day for Biological Diversity; this valuable diversity is the reserve through which terrestrial organisms were able to differentiate themselves, thus allowing the evolution of species. The National Park of Yasuni (Ecuador) has the highest number of tree, insect, birds, and mammal species per hectare on the planet, however this vital reserve has for years been a focal point of international debate as Multinational Petrol Companies attempt to exploit the park’s resources, risking both the biodiversity and violating the rights of the native people. From AMAZON WATCH Ecuador captured world headlines with what was a truly revolutionary idea in 2007: It would keep 800 million barrels of crude – the country’s largest oil reserve – permanently in the ground if the world would help foot the bill. Given the global concern about climate change and the importance of the Amazon in regulating Earth’s systems, wouldn’t many nations want to step in and help out a country with one of the highest rates of biodiversity and endemism, yet trapped in a cycle of resource curse-style debt and dependency on fossil fuels? {(Spoiler alert: No).} Fast forward seven years. The world didn’t step up. Annex 1 countries recoiled at paying a country for “not doing” something and shunned the pioneering initiative. According to the most recent International Energy Agency (IEA) report and highlighted in an article by Bill McKibben in Rolling Stone and Christopher Hayes recently in The Nation, we must keep some two-thirds of the planet’s known oil reserves in the ground if we want to keep the climate even close to the two degrees Celsius scientists estimate is needed to avoid catastrophic climate meltdown. So why are we looking to dig up more? Somewhat surprising is that groups that would appear to be natural allies, the ones you would think would have at least given the Yasuní-ITT initiative the benefit of the doubt, have instead ridiculed it. Someone from IUCN whined, “It’s like having an empty pool and asking people to jump in.” Remember Ralph from the Simpsons? Sounded a bit like that. Other bureaucrats and professional naysayers were foaming at the mouth to tear it down. Many of the BiNGOs (big NGOs) balked, and skepticism festered at foundations and international financial institutions. Really?! Because there’s a better plan – or any plan for that matter – adopted and promoted by a government as policy that involves keeping its largest oil reserve permanently in the ground? That’s the equivalent of Canada now saying,{ “Actually, we’re going keep all those tar sands in the ground. Sorry about that whole KXL pipeline kerfuffle.” } Wire services and conservative periodicals, whipped into frenzy by the rise of the left in South America (remember the new “Axis of Evil” – Chavez, Morales, and Ecuador’s Correa?), calling it a “ransom.” Germany, after several years of flirting with the proposal, ultimately declined to support it, ending the courtship with the cruel statement, “We don’t want a line of countries outside our door asking to be paid to keep their oil in the ground.” The U.S., {who never even signed the Kyoto Protocol } and has been perhaps the largest obstructionist in climate talks, would barely acknowledge that the proposal...
read moreLa Giornata Internazionale di proteste contro la Chevron
Chevron ha inquinato deliberatamente in continuazione l’Amazonia ecuadoriana per più di 20 anni. Non si tratta di uno spargimento accidentale e puntuale. Si tratta di un crimine ambientale perpetrato quotidianamente per decenni. Adesso, chi ha inquinato deve pagare Oggi, 21 Maggio, è la Giornata Internazionale contro la compagnia petrolifera Chevron, convocata dalle maggiori organizzazioni internazionali come protesta globale contro la multinazionale americana che da decenni è denunciata per negligenza e danni ambientali. Nel caso dell’Ecuador, la compagnia petrolifera si rifiuta di accettare il verdetto del tribunale locale che nel 2011 l’ha condannata a pagare un risarcimento di 500 milioni di dollari a più di 30 mila abitanti dell’Amazzonia colpite da pratiche minerarie con impatti devastanti tra gli anni ’60 e ’90 del secolo scorso. Qui sotto i link dell’intervista video a Pablo Fajardo, avvocato difensore delle comunità indigene e contadine ecuadoriane nella causa per danni ambientali contro Chevron-Texaco e di seguito riportiamo un articolo della Redazione A Sud del 15 novembre 2013 -* Video Pablo Fajardo (pt.1) -* Video Pablo Fajardo (pt.2) ***** L’avvocato Fajardo “Così abbiamo battuto la Chevron” «Come dimostra il problema dei rifiuti anche da voi, l’emergenza ambientale riguarda il nord e il sud del mondo. E sono i poveri a pagare di più – dice al manifesto l’avvocato ecuadoriano Pablo Fajardo -. Per questo, la vittoria delle comunità amazzoniche contro i disastri ambientali compiuti da una grande multinazionale come Chevron è un’iniezione di fiducia e un precedente giuridico importante per altre vertenze di questo tipo». Fajardo è venuto in Italia per partecipare a una conferenza internazionale sulla giustizia ambientale organizzata dall’Associazione A Sud e dal Centro di documentazione sui conflitti ambientali. In quel contesto ha raccontato la lotta titanica di alcune comunità indigene contro la multinazionale Usa Chevron, prima Texaco. Una vicenda che si è conclusa con una vittoria giuridica a favore delle popolazioni colpite. Il 12 novembre, la Corte suprema dell’Ecuador ha infatti confermato la condanna di Chevron per i danni all’ambiente e alla salute delle popolazioni causati dalle attività estrattive. «Una prima sentenza a favore delle comunità – racconta Fajardo – era stata emessa nel 2011 da un tribunale della provincia amazzonica di Sucumbios, dove la multinazionale ha imperversato dal 1964 al ’90. Per aver perforato 356 pozzi di petrolio, aver scaricato nei fiumi i rifiuti tossici che accumulava nelle piscine costruite per smaltirli, per aver inquinato suolo e aria, l’allora Texaco, acquisita dalla Chevron nel 2001, è stata condannata a pagare 9,5 miliardi di dollari: una cifra lievitata a 19 miliardi perché Chevron non hachiesto scusa alle popolazioni colpite». Anzi, si è appellata alla Corte nazionale: «E ora purtroppo la Corte – dice ancora Fajardo – pur avendo confermato la sentenza, ha ridotto la multa a 9,5 miliardi di dollari». Intanto – spiega il legale -, la multinazionale ha aperto altri due fronti giuridici a livello internazionale. «Nel ’93 Chevron ha creduto che le convenisse rivolgersi a un tribunale dell’Ecuador, ma le prove erano così evidenti e la resistenza popolare così agguerrita che alla fine non h a voluto rischiare, e ha preferito trasferire la vertenza a un tribunale di New York: avvalendosi di una legge degli anni ’60 applicata alla mafia ha cercato di far passare le comunità indigene per un’associazione sovversiva. E un giudice, chiaramente di parte, e al quale...
read moreMay 21st, International Anti-Chevron Day
We invite you to unite in a joint statement rejecting the poor operational and corporate practices of Chevron, and to participate in a global day of action scheduled for May 21st that is called the “International Anti-Chevron Day” By Leah Temper on [EJOLT On the international day of action against Chevron we would like to highlight a call for Signatures from the Anti Chevron campaign and a global map of conflicts caused by Chevron activities. The company operates in more than 180 countries around the world, so this tour is just a sample of the gravest corporate abuses and environmental injustices the multinational has been implicated in around the world. Click on each case to get the full details from the Atlas. Perhaps the most well known of these cases is the Chevron-Texaco case in Ecuador, whereby Chevron is doing everything in its power to get away with ecocide and to avoid paying a $9.5 billion fine it has incurred for trashing the Amazon. Instead, Chevron, one of the richest corporations (#11) in the world, decided to fight ecological restoration and counter-sue the poor Amazonian communities they contaminated. The communities continue to fight for justice and are actively pursuing Chevron assets in Argentina, Brazil and Canada (where Chevron is part of what has been dubbed the most destructive project on earth Hear one of the lawyers speak on the case and Chevron’s nefarious tactics in this video In Nigeria, Chevron, the country’s third-largest oil producer, is responsible for massive spills, explosions, gas flaring and depriving communities of access to clean water in the Niger Delta, as can be seen from the 5 cases we have documented there. Chevron was also linked to the shooting of two activists who had occupied one of their oil platforms in 1998. The company flew in Nigerian military and police, who were well known for committing abuses. They were brought to trial in the US, however, the company was acquitted as it claimed the military intervention was necessary… simply the cost of business. Another project Chevron is involved in, together with French Total, the Yadana Gas Field in Myanmar, has a history of serious and widespread human rights abuses committed by pipeline security forces on behalf of the companies, including forced labor, land confiscation, forced relocation, rape, torture, murder. Many of these abuses continue today. To be fair, Chevron has no qualms in polluting in its own backyard just as it does in the South. A Chevron refinery in Richmond California has had hundreds of accidents occur since the plant started operating. The latest was a large explosion and fire that occurred on August 6, 2012 and caused more than 15,000 residents to seek treatment at area hospitals. After the 2012 accident and mass protests (210 protesters were arrested in the one year anniversary of the accident), the city of Richmond filed a lawsuit against Chevron over the fire. In response to this lawsuit, Chevron pleaded no context to six criminal charges and agreed to implement extra oversight of its operation and pay $2 million in fines and restitution. Angolan communities received considerably less when an oil spill occurred near the Malonga oil base dealing a severe blow to the struggling local fishing industry. Oil giant Chevron-Texaco gave about $2000 to 10 percent of...
read moreThe “mining massacre” in Turkey following the explosion in the coal mine in Soma
Hundreds of workers were killed following an explosion on Tuesday, May 13, in the coal mine close to the town of Soma, in Western Turkey. {From} EJOLT. By P?nar Ertör-Akyaz?, Cem ?skender Ayd?n, Begüm Özkaynak, Irmak Ertör. According to official reports, more than 200 workers were killed. Among them was a worker claimed to be under 18 years old. An estimated {700 to 1000 workers} were inside the mine at the time of explosion and an ensuing fire. Some of the workers near the upper gallery could be saved, but the rest remain trapped inside and largely presumed to be dead by now. The number of workers trapped is unkown, however, it’s quite likely that the number of workers inside the mine was high as the operator did not want to lose time during the shift change. The coal mine was inspected at least 10 times in the last years and was often closed after 66 faults were found. Each time it was reopened due to political pressure. The main opposition party, CHP, submitted a motion demanding a parliamentary investigation of work-related accidents in Soma only two weeks before the accident. However, the motion was rejected with votes from the ruling Justice and Development Party (AKP).This is not the first mining disaster Turkey is witnessing.{ The worst mining disaster occurred in Zonguldak in 1992, again in a coal mine, where 263 miners lost their lives.} Consecutive governments had long been criticized for failing to supervise mining activities, and more recently, the current government has been accused of subcontracting firms that employ workers with little training and cutting on costs by not taking sufficient safety measures. {“The mining accident that we have seen at this private facility today is truly a work-related murder of the highest degree. We are currently facing the worst work-related murder in the country’s history,”} said the former head of the miners’ union Maden-??, Çetin Uygur. The head of the Confederation of Progressive Trade Unions (D?SK), Kani Beko, said that there was a large number of subcontracted workers present in the mine. {“There are second- and third-tier subcontractors working in this mine. I hope that the death toll will not climb further, but I am not optimistic. There is a massacre that happened following the explosion inside,”} Mr. Beko said. When a private company took over the Soma mine from a public company in 2012, the costs of extracting one ton of coal was reduced from 130-140 dollars to 23.8 dollars. At the time, the CEO of the private company operating the mine said that this was a result of the {“way the private sector works”.} As part of its development plans called “Vision 2023” Turkey wants to “lift up its energy generation capacity to 120,000 MW”, by relying mostly on domestic potential, where fossil fuels (especially coal) will be an important contributor, together with nuclear, hydro and renewables. According to the Ministry of Energy, Turkey will utilize all its fossil fuel potential {(coal, oil and natural gas)} until 2023, through a strategy of transferring the coal mining sites to the private sector under the condition of construction and operation of new thermal power plants and producing electricity. As a consequence, 21 new licenses are allocated to the private sector, with the aim of creating an...
read more#17M beni comuni e democrazia contro le grandi opere
Alcune testimonianze dal corteo nazionale di Roma del 17 maggio in difesa dei beni comuni e per la riappropriazione collettiva dei diritti sociali contro privatizzazioni, speculazioni, devastazioni ambientali {La manifestazione si inserisce negli European Day of Action, le giornate che dal 15 al 24 maggio del May of Solidarity sono state lanciate dalla Coalizione transazionale di movimenti sociali Blockupy in occasione dell’European Business Summit . {I vertici internazionali come l’appena trascorso G7 di Roma sui temi dell’energia, si sommano agli appuntamenti che discutono sull’approvazione del negoziato tenuto sotto chiave “TTIP“, l’accordo di libero commercio tra USA-UE che mina i diritti inalienabili sanciti nelle convenzioni internazionali}. {Con la solidarietà espressa dal [IV Forum Internazionale UIMP->https://www.cdca.it/spip.php?article2485] sulla criminalizzazione degli attivisti sociali, numerosi movimenti provenienti da tutta Italia si confrontano sui percorsi intrapresi condividendo i prossimi incontri alle manifestazioni del 7 Giugno a Venezia contro le Grandi Navi e dell’11 Luglio a Torino per il vertice internazionale dei premier europei sul lavoro e disoccupazione giovanile. Nei video le voci dal corteo} {Sara Fidanza} ******** LA CRONACA DELLA GIORNATA su [Global Project 17 Maggio 2014] La giornata è iniziata con l’azione e la conferenza stampa dell’Assemblea No Grandi Navi, a cui partecipano anche i Comitati contro la Orte-Mestre, davanti al Ministero delle Infrastrutture e trasporti di Maurizio Lupi la giornata di mobilitazione del 17 maggio a Roma. In migliaia hanno manifestato, partendo da Piazza della Repubblica, nel corteo nazionale promossa dal Forum dei movimenti per l’acqua: c’era chi lotta contro le grandi opere, con in testa i NoTav e i NoGrandiNavi di Venezia, i movimenti per il diritto all’abitare, da una settimana in mobilitazione permanente contro l’approvazione del “piano casa” del ministro Lupi e che lunedì 19 torneranno di nuovo in piazza, chi si oppone alle devastazioni ambientali con in prima fila gli Stop Biocidio di Campania, Abruzzo e Lazio e poi ancora centri sociali, spazi e teatri occupati, sindacati di base. Tante voci differenti, ma alla ricerca di un’orizzonte comune di lotta, che lungo tutto il percorso del corteo e dagli interventi dal palco in piazza Navona, hanno rinnovato la volontà dei movimenti di non subire come ineluttabili le politiche decise dalla Troika a livello europeo e attuate dal governo Renzi nel nostro Paese. Tutti insieme in una mobilitazione che si è inserita nella cornice della Giornate europee di azione e che ha voluto esprimere direttamente anche la propria complicità e solidarietà con gli zapatisti dell’EZLN, dopo l’aggressione paramilitare costata la vita al compagno zapatista Galeano a La Realidad in Chiapas, comunità che nei loro territori non si fermano nella volontà di trasformare l’esistente. Nei fatti la manifestazione del 17 maggio ha espresso un significato che è andato al di là della battaglia per la difesa dello storico risultato referendario del giugno 2011, per l’acqua come risorsa di tutti non mercificabile, ed ha investito l’insieme dei tentativi di privatizzazione dei beni comuni e di distruzione dei servizi pubblici e del welfare. Nel mirino le fallimentari politiche di austerity che, in tutta Europa, toccano le condizioni di vita di milioni di persone impoverite dalla crisi. Per questo grande spazio hanno trovato le rivendicazioni di diritti sociali, reddito, casa e servizi per tutti. Per questo le lotte contro la devastazione ambientale, per il diritto alla salute, contro quelle grandi opere, che sono parte di...
read moreSupreme Court of India slams the building of megadams
The bombshell report “Assessment of Environmental Degradation and Impact of Hydroelectric Projects During The June 2013 Disaster in Uttarakhand” has been released and the time to push for a serious discussion on the energy production model has arrived. From EJOLT. By Nick Meynen and Daniela del Bene. When we wrote “Himalayan dams: goddamned!” last year and reported about the Uttarakhand floods, India’s worst ‘natural’ disaster since the 2004 tsunami (900 deaths, 5700 missing, 5000 broken roads, 200 broken bridges), we had to update the blog only a day later. The Supreme Court of India immediately ordered the government to to examine how“natural” it was or if damming the rivers and related infrastructures played a role in it. The court also directed the Ministry of the Environment to constitute an expert body to make a detailedreport as to whether hydroelectric power projects existing and under construction have contributed to the environmental degradation and if so, to what extent. The “Assessment of Environmental Degradation and Impact of Hydroelectric Projects During The June 2013 Disaster in Uttarakhand” has now been released and in some respects, it is a bombshell. The experts assessed that hydropower projects played a significant role in the Uttarakhand disaster and that there is an urgent need to improve the environment governance of hydropower projects. They also recommended that at least 23 of the 24 hydropower projects tagged as dangerous by Wildlife Institute of Indian should be dropped. Himanshu Thakkar from The South Asia Network on Dams, Rivers and People (SANDRP) wrote an excellent in-depth reaction to this important report. Thakkar describes the battle between India’s Supreme Court and the national and regional government and the obvious conflict of interest in the expert body. {Here are his conclusions:} “ {In spite of certain weaknesses,} most of the recommendations of the committee {need to be immediately implemented} and till they are implemented in letter and spirit, the Supreme Court should order a status quo on any further hydropower projects. The EB headed by Dr Ravi Chopra should be congratulated for this report in spite of difficult circumstances under which the committee operated. * We also hope the Supreme Court would ask MoEF to order stoppage of work on Lakhwar and Vyasi projects that has been started recently, violating the Supreme Court order in letter and spirit, and also as pointed out by the EB. * The work on 24 hydropower projects that was part of explicit TOR of the committee should be ordered to stop immediately. The EB should have made this explicit recommendation, but even if they have not done that, it is implicit in its recommendation. * The Supreme Court should ask MoEF to provide a time bound action plan on implementation of the various recommendations of the EB. The SC an also possibly appoint EB (minus Dr Das, CWC and CEA persons) to oversee the implementation of the action plan and continue to provide independent feedback on adequacy of such implementation. * The Lessons from Uttarakhand are relevant for all Himalayan states of India from Kashmir to all the North East states and we hope Supreme Court to ask the follow up committee to ensure that these lessons are taken note of and necessary steps flowing there from are implemented in these Himalayan states. These will also...
read moreIV Forum Internazionale contro i mega progetti inutili
Dal Forum è stata messa in risalto l’attuale condizione che tutti i movimenti stanno affrontando: uno stato repressivo in cui deve essere rimarcato il respingimento alla criminalizzazione degli attivisti su *[rosiamontana.org] IV °FAUIMP Rosia Montana { Dichiarazione Finale } Dall’8 all’11 Maggio 2014 si è tenuto il IV Forum Internazionale contro l’Imposizione di Megaprogetti Inutili nel Comune di Ro?ia Montan? (Romania). Questo luogo è stato scelto in quanto sito testimone di una lotta avanzata da tempo nei confronti di una proposta d’estrazione mineraria d’oro che ha impatti sull’ambiente particolarmente devastanti. Presenti al Forum Internazionale più di venti gruppi provenienti da ogni parte del mondo che lottano contro conflitti e magaprogetti di devastazione socio-ambientale. Durante l’incontro i partecipanti hanno riaffermato a gran voce la continuità dei loro sforzi riconfermando l’impegno agli statuti di Hendaye (2010), Val de Suze (2011, NO TAV), Notre Dame des Landes (2012) e Stuttgart (2013) oltre allo statuto emanato durante il Forum Sociale Globale in Tunisi (26-30 marzo 2013, vedi lo speciale di A Sud). Il IV Forum è stato uno spazio d’incontro e confronto utile per approfondire ed espandere le tematiche di discussione sugli argomenti trattati ed ha sottolineato l’avanzata di questioni che necessitano analisi e divulgazione, come le tecniche di sfruttamento del gas di scisto (vedi la campagna NO Fracking di A Sud). Sempre maggiori sforzi si aggiungono alle lotte che fronteggiano vecchi e nuovi problemi. Dal Forum è stata messa in risalto l’attuale condizione che tutti i movimenti stanno affrontando: uno stato repressivo in cui deve essere rimarcato il respingimento alla criminalizzazione degli attivisti {come le accuse di terrorismo mosse contro gli attivisti No TAV o il fermo dei partecipanti alle proteste contro l'[European business summit del 14 maggio a Bruxelles ndr}] Le discussioni hanno portato, in oltre, ad un acuito dibattito circa le profonde relazioni tra movimenti sociali e movimenti politici e gli aderenti hanno condannato unanimemente gli accordi commerciali tra gli Stati Uniti e l’Unione Europea e tra Canada – U.E (TTIP e CETA). La determinazione nel perseguimento delle lotte e degli sforzi è intatta: “Siamo totalmente impegnati al rafforzamento della nostra rete e alla condivisione delle risorse messe in campo dagli attivisti come il gruppo di traduzioni WIKA, la creazione di siti d’informazione e divulgazione online o i progetti di environmental mapping collettivi come [EJOLT]. Questa rete si sta rafforzando per permettere ai partecipanti di lottare con successo contro tutti i megaprogetti per costruire un mondo di egualità e solidarietà. Ogni Forum è anche luogo ove si può fare molta esperienza sui nuovi modi di vivere collettivamente, aumentando il nostro livello di coscienza critica e di esperienza comunitaria. {Come movimenti che combattono contro gli U.I.M.P incoraggiamo le persone ad agire e il nostro messaggio alle comunità è di ALZARSI e OPPORSI ai megaprogetti!} We, as movements that fight against UIMP, encourage people to act. Therefore, our message to communities is: GET UP, STAND UP! -* Vedi le foto del IV Forum Internazionale FAUIMP -* Visita il sito della campagna per la tutela di Rosia Montana -* Leggi la dichiarazione di solidarietà del FAUIMP agli attivisti NO TAV *Traduzione e adattamento Josephine Michelin, Sara...
read moreBarrick in the doldrums: shareholders angry about Pascua Lama
For many years, Barrick Gold has been heavily investing in the ill-fated project of Pascua-Lama in Chile, despite the local opposition. From EJOLT. By Joan Martinez Alier Communities resist the destruction of glaciers in this area near the border of Argentina in the Andes and the danger this poses to the supply of water for irrigation in the Valle de Huasco. One of the main actors in this long debate has been the indigenous Diaguita community. In 2005, Barrick managed to convince the Junta de Vigilancia de Regantes del Valle del Huasco (the local irrigation society) to accept the project, by paying them. { But later on, there was an internal revolt against this decision. } Now, in April 2014, after billions of useless investment, the project is stalled. One more Grand Projet Inutile Imposé to compete with Rosia Montana in Romania and the ZAD in Nantes. The courts in Chile fined Barrick for destruction of glaciers, and the case is in the Supreme Court. The political establishment in Chile did very little to stop Barrick on time, the President of the country and the Parliament have been going round and round the issue while civil society, including the Observatorio Latinoamericano de Conflictos Ambientales (OLCA) and the courts have taken the decisive actions. In view of the situation, in April 2014, a group of shareholders of Barrick Gold ({ motivated by money and not by environmental concerns }) are starting a shareholders’ class action lawsuit that seeks $6-billion in damages because the company failed to disclose its problems at the Pascua-Lama mine. The action has been filed in the Ontario Superior Court of Justice in Toronto. {Similar class actions suits against Barrick have been filed in U.S. federal courts.} They allege that Barrick said in 2009 that construction of the mine would cost between $2.8-billion and $3-billion, eventually settling on a figure of $8.5-billion in late 2012. There is a good chance that the permission to mine might be withdrawn altogether, ratifying the decision of a court in Chile on April 10, 2013, ordering Barrick to halt construction of the project due to environmental damages. The company announced in June 2013 that it would take losses of up to $5.5-billion related to Pascua-Lama. In October 31, 2013, the company acknowledged that it would suspend Pascua-Lama indefinitely. There have been rumors for a long time of a merger with Newmont, which itself is in trouble in the Conga project in Cajamarca, Peru, although it has invested much less money. The shareholders’ class action alleges that Barrick misrepresented the value of its shares by failing to warn investors of the risk of failure in Pascua Lama. The class action suit in Toronto would cover investors who bought shares from May 7, 2009 (the day the company started construction of Pascua-Lama) and November 1, 2013, marking the suspension of the gold mining project. Information about the conflict in [CHILE->https://www.cdca.it/spip.php?article1645&lang=en] Information about the conflict in...
read moreNamibia’s Rössing – Rio Tinto mine causes environmental and health problems
Through two reports and a documentary, the EJOLT team working on nuclear energy sheds light on the dangers of uranium mining in Namibia. Two NGOs in Namibia (Earthlife Namibia and LaRRI), a Brazilian university (FIOCRUZ), a French independent laboratory specialised in radiation (CRIIRAD) and team coordinator Marta Conde (UAB) partnered to produce this remarkable set of action oriented resources. Source: EJOLT. By Marta Conde. After a public event on the 10th April 2014 in London – together with other activists from Madagascar, Papua New Guinea and the US who are also impacted by the activities of Rio Tinto – an article appeared in The Guardian. This event was organised prior to the Annual General Meeting (AGM) of Rio Tinto that took place on the 15th April 2014. In the AGM, Roger Moody from PARTIZANS presented the results of the study carried out by Earthlife and LaRRI on the impact of uranium mining on workers. While both reports are in the process of integration with other reports for a broader EJOLT publication on uranium mining – we decided to already share the insights EJOLT gathered on uranium mining in Namibia. REPORT: {Radiological impact of the Rössing uranium mines (Namibia} ) This report is based on radioactiviy measurements and soil, sediment and water samples taken in the vicinity of the Rössing Rio Tinto mine. It raises concerns regarding the management and contamination caused by the radioactive waste rock dumps and the tailings dam, where almost all the waste from mining the uranium is deposited. The waste rock dam is creating external irradiation and radon exhalation that is a risk to workers as well as tourists. Regarding water contamination, the team detected a significant increase of fluoride, nitrates and sulphates downstream of the mine. Uranium concentration increased by a factor of 2155, from 0.2 µg/l upstream to 431 µg/l downstream. WHO recommendation for uranium concentration limit in drinkable water is now 30 µg/l. Keeping any freshwater drinkable in a desert country like Namibia is a key issue – even if the drinkable water is not tapped yet. The tailings dam is further causing aerial dissemination of radionuclides, as wind gusts are carrying away radioactive particles. Also of concern is the risk of dam failure. That risk will be aggravated if plans of an additional 200million tonnes materialise. The team has detected that tailings of radioactive material have been used to build the parking area at Rössing. Rössing’s management considers these levels are of no concern. However the ICRP states that all radiation exposure should be maintained as low as reasonably possible. Moreover there are concerns that tailings could have been re-used in other areas of the mine. REPORT: {Study on low-level radiation of Rio Tinto’s Rössing Uranium mine workers} The study is based on 45 interviews with workers and ex-workers of Rössing. 39 of them have complained of health problems. Most workers stated they are not informed about their health conditions and generally don’t know whether they have been exposed to radiation or not. Some workers consult a private doctor to get a second opinion – that, however, is a measure that most workes cannot afford. Even though they receive courses on safety every year, some workers still confuse dust with radiation and believe wearing protective equipment protects them from radiation. In...
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Marica Di Pierri per Valori.it – Verso la Cop30 di Belém, cosa aspettarci dal più importante appuntamento per salvare il clima della Terra? Diretta con Marica Di Pierri, Luca Lombroso, Giovanni Mori e Lorenzo Tecleme.