CDCA e A Sud alla COP30 a Belém

La voce di A Sud dalla COP30 di Belém (Brasile) e le iniziative in Italia

Dal 10 al 21 novembre 2025 saremo a Belém, in Brasile, per partecipare come osservatori alla 30° Conferenza delle Nazioni Unite sul Clima. Racconteremo quanto avviene dentro e fuori le negoziazioni, porteremo e raccoglieremo le voci dei territori in lotta contro l’estrattivismo, contro il greenwashing e per una transizione ecologica realmente giusta.

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L’agenda della COP30

A Belém si discuteranno e valuteranno gli NDCs, i nuovi impegni climatici nazionali che stabiliscono gli obiettivi di riduzione delle emissioni di ogni paese. Accanto alla mitigazione, l’adattamento sarà uno dei temi centrali attraverso il Global Goal on Adaptation (GGA) e i nuovi Piani nazionali di adattamento. Un altro capitolo chiave sarà quello della finanza per il clima. Tra i punti principali il nuovo obiettivo di finanziamento (NCQG), che punta ad aumentare il sostegno ai Paesi in via di sviluppo da 100 a 300 miliardi di dollari l’anno, e la Roadmap Baku-Belém, che traccia un percorso per mobilitare almeno 1.300 miliardi di dollari l’anno entro il 2035.

Temi cruciali, che si scontrano con uno scenario geopolitico ostile, segnato dal negazionismo climatico, dai venti di guerra, dalla corsa al riarmo e dalla violenza istituzionale.  Non è un caso che in gioco a Belém ci sia più che mai la credibilità della diplomazia climatica e la sua capacità di tradurre le intenzioni in impegni concreti.

La Cupula dos povos

La Cúpula dos Povos è il grande incontro dei movimenti sociali e delle comunità che vivono in prima linea la crisi climatica. Nata nel 1992 come risposta critica alle negoziazioni ufficiali, propone un’alternativa fondata su giustizia climatica, sociale e ambientale, solidarietà e saperi ancestrali.

Dal 12 al 16 novembre 2025, in concomitanza con la COP30 di Belém, riunirà popoli indigeni, comunità quilombola e tradizionali, giovani e lavorator? in marce, dibattiti e azioni culturali.

La Cúpula mette al centro vite, diritti e territori, non statistiche: unisce chi costruisce ogni giorno soluzioni reali, dall’agroecologia alla difesa dei beni comuni, per spingere i governi ad adottare politiche di vera giustizia climatica.

Dichiarazione della Cupula Dos Povos

Perché A Sud e CDCA alla COP?

Nelle Cop si riuniscono i governi dei 197 Paesi che hanno ratificato la Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (UNFCCC), firmata a Rio de Janeiro nel 1992. Ma la COP30 non è solo un vertice diplomatico: è il terreno di confronto (e di scontro) tra attori diversi e diverse visioni del mondo. Da una parte il business as usual che trasforma la crisi climatica in profitto, dall’altra movimenti e territori che lottano per giustizia climatica, autodeterminazione e diritti della Natura.
La COP30 si terrà nel cuore dell’Amazzonia, a Belém do Pará, in Brasile. Non è un dettaglio geografico ma una scelta politica: è nel Sud globale che l’ingiustizia climatica colpisce più duramente mentre il Nord globale continua a negoziare emissioni e interessi fossili.
Qui non si decide solo il futuro del clima: si decide chi avrà diritto a un futuro.

Per raccontare cosa c’è in gioco, e come finisce la partita.

Andiamo alla COP per osservare da vicino i negoziati, capire quali equilibri politici e di potere si stanno ridefinendo, e portare la prospettiva dei territori e dei movimenti che chiedono giustizia climatica.
La partecipazione di A Sud e CDCA serve a connettere le lotte locali con quelle globali, rafforzare alleanze internazionali e raccontare – con sguardo indipendente e critico – come la diplomazia climatica sta affrontando, o eludendo, le proprie responsabilità.
Perché solo intrecciando voci e resistenze dal basso possiamo costruire un futuro giusto per tutt?.

Per costruire e rafforzare alleanze internazionali

Svolgere la COP in Brasile è un segnale che conta: significa rimettere al centro chi la crisi climatica la subisce davvero. Andiamo a Belém per stare con i movimenti globali per la giustizia climatica. In America Latina oggi si gioca una partita enorme: conflitti ambientali, estrattivismo, repressione, lotte indigene e popolari che resistono da decenni. Con tante realtà — dalla Colombia alla Bolivia, fino all’Amazzonia — abbiamo già lavorato, fatto campagne, costruito ponti. Lì ritroviamo compagn? con cui condividiamo visioni e pratiche.

Per portare una visione radicale dentro la COP

Sì, probabilmente sarà l’ennesimo flop diplomatico. Ma proprio per questo dobbiamo esserci, per non lasciare quei tavoli alle lobby fossili e ai governi che parlano di transizione mentre trivellano.
Da dentro vedi meglio le dinamiche, le crepe, le possibilità di alleanze e di conflitto.
Andiamo per portare la prospettiva della giustizia climatica e delle lotte dal basso, che legano crisi climatica, razzismo, patriarcato e disuguaglianze. La COP non è un punto d’arrivo: è un passaggio. Il resto si fa fuori, insieme, ogni giorno.


Diario dalla COP30

  • Giorno 12 – 24 novembre 2025
    Belém svela il fallimento della diplomazia climatica, ma apre spiragli: una roadmap anti-fossile e nuove alleanze per la giustizia.
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  • Giorno 11 – 21 novembre 2025
    Penultimo giorno a Belém: incendio in COP30, stalli politici e pressioni crescenti sul BAM e sull’uscita dai fossili.
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  • Giorno 10 – 20 novembre 2025A Belém 85 Paesi spingono per uscire dai fossili, mentre Italia e Polonia frenano. La COP30 è al bivio, il tempo è adesso.
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  • Giorno 9 – 19 novembre 2025
    Belém rilancia la lotta globale ai fossili: la Colombia guida un fronte che vuole uscire davvero dal modello che brucia il pianeta.
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  • Giorno 7 – 17 novembre 2025
    Belem in rivolta: popoli indigeni e movimenti sociali spingono per una COP30 che dica finalmente basta ai fossili.
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  • Giorno 6 – 15 novembre 2025
    Anche quest’anno i dati sulla presenza dei lobbisti Gas&Oil alla conferenza di Belém sono alti: su ogni 25 persone accreditate al vertice, uno è un lobbista dei combustibili fossili, in totale sono oltre 1600.
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  • Giorno 5 – 14 novembre 2025
    Il TFFF entra nella Cupula tra promesse e contraddizioni: fondi incerti, debiti in aumento e movimenti che denunciano l’ennesima falsa soluzione verde.
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  • Giorno 4 – 13 novembre 2025
    A Belém la protesta indigena irrompe nella COP30 e svela le contraddizioni del Brasile fossile. Intanto la Cupula esplode di mobilitazioni globali.
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  • Giorno 3 – 12 novembre 2025
    Adattamento al centro della COP30, ma i fondi restano insufficienti. A Belém arrivano movimenti e comunità indigene: la vera pressione viene dai territori.
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  • Giorno 2 – 11 novembre 2025
    Lula parla di disuguaglianze alla Cop30, ma il Brasile continua a spingere sul fossile. A Belém torna al centro il nodo tra clima e ingiustizia.
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  • Giorno 1 – 10 novembre 2025
    Dalla Cop30 alla Cúpula dos Povos: a Belém si apre la sfida per la giustizia climatica tra responsabilità globali, diritti dei popoli e resistenza dei territori.
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Articoli di approfondimento alla COP30

  • Cosa resta della Cop30, la battaglia per il clima e i diritti è ancora lunga – 24 novembre 2025
    Marica Di Pierri e Laura Greco su Domani – COP30 fallisce su fossili e foreste, ma il Bam e il blocco dei 82 paesi per l’uscita dal fossile aprono spiragli di lotta e nuove alleanze.
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  • Sulla fine dei lavori della COP30 – 24 novembre 2025
    Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Cosa è successo alla 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici? Quali sono le grandi vittorie? Quali le sconfitte?
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  • La tabella della discordia – cos’è successo alla COP30 – 23 novembre 2025
    Laura Greco su Radio24 – COP30 a Belém annuncia impegni su energia, foreste e adattamento, ma senza una vera uscita dal fossile restano promesse vuote da incalzare con lotte dal basso.
    Ascolta su Il Sole 24 ore
  • “A resposta somos nós”. Ma alla COP30 le richieste dei popoli indigeni non fanno breccia – 23 novembre 2025
    Laura Greco su EconomiaCircolare.com – Alla COP30 le voci indigene restano ai margini mentre la foresta corre verso il punto di non ritorno. Senza giustizia, non c’è futuro.
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  • La “Dichiarazione di Belém” e il multilateralismo del phase out dai fossili spinto dal basso – 21 novembre 2025
    Laura Greco su Altreconomia – Da Belém arriva una spinta dal basso per uscire dai fossili: governi e movimenti uniscono le voci per un phase out reale, giusto, globale.
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    • Cop30: senza il Gender action plan ogni azione climatica è limitata – 21 novembre 2025
      Marica Di Pierri e Laura Greco su Valori – Nonostante le ambiziose premesse il Gender action plan ha trovato diversi ostacoli sui tavoli negoziali della Cop30

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  • Alla Cop30 arrivano le storie di migrazioni climatiche – 21 novembre 2025

Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30, in vista delle negoziazioni finali, si parla del fenomeno crescente degli sfollamenti forzati dal cambiamento climatico.
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  • Belém, la foresta degli indigeni si ribella a Lula – 20 novembre 2025
    Laura Greco su Il Manifesto – Le nazionalità dell’Amazzonia denunciano l’inagibilità politica alla Cop e chiedono una mobilitazione internazionale guidata direttamente dai popoli indigeni per proteggere i loro territori e affrontare la crisi climatica alla radice
  • Alla Cop 30 i movimenti si riprendono la scena – 20 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Il Manifesto – Era dalla Cop 26 di Glasgow che non si vedeva così tanta società civile. Accanto al vertice ufficiale, in più di 50 mila hanno animato la «Cupula dos povos» per una svolta vera sul clima e i diritti
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  • COP30, BELÉM | Italiani in mobilitazione – 20 novembre 2025]
    Il Climate Pride in azione alla COP30: l? attivist? chiedono all’Italia una roadmap chiara e ambiziosa per uscire dai fossili.
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  • A Belém torna il protagonismo sociale – 19 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Collettiva – Alla Cop30 movimenti, organizzazioni, popoli e sindacati riacquistano centralità: proposte e campagne dal basso sono arrivate nelle stanze dei negoziati.
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  • Come procede la COP30 in Brasile? Intervista a Laura Greco da Bélem – 19 novembre 2025
    Laura Greco su Scienza e Pace Magazine – COP30 tra repressione, lobby fossili e resistenze indigene: la giustizia climatica la costruiscono i territori, non i negoziati.
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  • Lifegate dalla COP30 – 18 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Lifegate – Dalla COP30 il racconto dell’inedita comunicazione tra dentro e fuori la COP, tra le richieste indigene e l’ambiguo governo di Lula.
    Ascolta su Lifegate
  • Il Fondo per le foreste e la falsa soluzione del biocapitalismo si ripropone alla Cop30 di Belém – 18 novembre 2025
    Laura Greco su Altreconomia – Il Tropical forests forever facility lanciato da Lula è l’ennesimo dispositivo finanziario che viene presentato come innovazione.
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  • Attivismo e giustizia climatica: se il diritto alla protesta diventa un reato – 17 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Valori.it – Alla Cop30 emerge un allarme globale: in molti Paesi il diritto alla protesta viene represso e l’attivismo ambientale è sempre più criminalizzato
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  • Alla Cop30 di Belèm il fondo per l’adattamento resta senza fondi – 17 novembre 2025]
    Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30 fallisce, per il terzo anno di fila, l’obiettivo di raccolta minima per finanziare l’adattamento dei Paesi del Sud globale.
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  • Massiccia partecipazione popolare a Belém – 16 novebre 2025
    Marica Di Pierri su L’aria Che Respiri – Alla Cúpula dos Povos tantissime voci per reclamare la fine dei combustibili fossili e una giustizia climatica guidata dai popoli, non dalle multinazionali.
    Ascolta su Radio Rai1
  • In diretta da Bele?m – Aggiornamenti sulla prima settimana di COP30 – 15 novembre 2025
    Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – In diretta da Belém, per raccontare in diretta i lavori della 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici. ?Foto di Oliver Ninja e Midia Ninja
    Guarda la diretta
  • Cop30: chi difende i combustibili fossili dentro i negoziati sul clima – 14 novembre 2025
    Marica Di Pierri per Altreconomia – Alla Cop30 un lobbista fossile ogni 25 delegat?: il vertice che dovrebbe chiudere l’era fossile continua a farsela scrivere da chi la profitta.
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  • Giustizia climatica, questa dimenticata – 13 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Il Manifesto – Il legame tra clima e disuguaglianze è ormai assodato. Ma dopo 30 anni di conferenze, i ricchi continuano a fare grandi affari con i fossili.
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  • L’adattamento secondo la COP30: “Adattarsi è sopravvivere” – 13 novembre 2025
    Marica Di Pierri per EconomiaCircolare.com – COP30 punta a rendere operativo il Global Goal on Adaptation, tra governance multilivello, indicatori, fondi insufficienti e necessità di giustizia climatica.
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  • La Cop30 in Brasile e le politiche industriali green – 11 novembre 2025
    Marica Di Pierri per Tutta La Città Ne Parla, Radio3 – È iniziata la Cop30 a Belém, 10 giorni in cui si discuterà su come trovare una via d’uscita alla deriva del cambiamento climatico nonostante le difficoltà politiche che ci circondano.
    Ascolta l’episodio
  • Road to Belém – 7 novembre 2025Marica Di Pierri per Valori.it – Verso la Cop30 di Belém, cosa aspettarci dal più importante appuntamento per salvare il clima della Terra? Diretta con Marica Di Pierri, Luca Lombroso, Giovanni Mori e Lorenzo Tecleme.
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  • Da Parigi a Belém, i conti che non tornano – 6 novembre 2025
    Marica Di Pierri per Il Manifesto – Tra tensioni e fragili compromessi, i preparativi alla vigilia della Conferenza Onu. A che punto sono gli impegni nazionali di riduzione e i piani di adattamento dei singoli Paesi.
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  • A Sud a Belém alla Cop30 – 6 novembre 2025
    A Sud seguirà negoziati e mobilitazioni dalla COP30 di Belém, amplificando le voci dei movimenti per giustizia climatica e sociale.
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  • A Sud aderisce alla Global Call to Action della Cúpula dos Povos  – 5 settembre 2025
    Il 15 novembre scendiamo in piazza: basta disuguaglianze e razzismo ambientale, vogliamo giustizia climatica e un mondo dove la vita sia al centro.
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  • Vertice dei Popoli Verso la COP30: Manifesto Politico – 13 giugno 2025
    A Sud aderisce al Manifesto dei Popoli verso la COP30: un appello globale per giustizia climatica, anticapitalismo e democrazia dal basso.
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Racconteremo le negoziazioni

Per spiegare cosa accade davvero alla COP30, come si muovono i governi e quali interessi guidano le scelte sulla crisi climatica. Vi offriremo una copertura quotidiana per raccontarvi con le nostre parole e con uno sguardo critico, indipendente e radicale, vicino ai movimenti il dentro e fuori la Cop

Sveleremo le contraddizioni

Tra le promesse ufficiali e la realtà, mostrando lo scontro continuo tra lobby fossili e popoli che difendono la vita e i territori. Denunceremo le responsabilità smascherando la falsa transizione energetica e chi continua a inquinare mentre parla di sostenibilità con greenwashing e false soluzioni

Daremo voce alle comunità

Portando le loro storie, le lotte quotidiane e le alternative concrete alla devastazione ambientale, contro colonialismo ed estrazione. Ci collegheremo con l’Italia per connettere istanze e battaglie


INFO E CONTATTI

Per contatti e interviste con la delegazione:

Marica Di Pierri
maricadipierri@asud.net
55 21 967071220

Laura Greco
lauragreco@asud.net
+55 21 997673184

La donna che fa crollare le mega-dighe

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La donna che fa crollare le mega-dighe

Ruth Buendia Mestoquiri ha costruito un percorso e indirizzato il destino del suo popolo sulla lotta per la legalità di {Uri Friedman} su [The Atlantic*] Non ha una laurea in Giurisprudenza e, in realtà, ha iniziato la scuola elementare durante l’adolescenza terminando il liceo a 25 anni. Mentre i suoi coetanei andavano a lezione, fra il 1980-90, ha trascorso l’infanzia spostandosi tra il villaggio nativo di Cutivireni, la città di Satipo e Lima a causa dei due decenni di guerra civile del Perù che hanno devastato la sua comunità e sono costati la vita a suo padre, ucciso quando la Buendía aveva soltanto 12 anni. Adesso Ruth Buendía ha cinque figli oltre a “un marito meraviglioso”. In più, è riconosciuta come il primo presidente donna di CARE, un’organizzazione che rappresenta circa 10.000 indigeni Asháninka insediati lungo le rive del fiume Ene nell’Amazzonia peruviana. Grazie alla forza e al talento è riuscita a bloccare due mega-dighe idroelettriche: progetti pianificati per costruire sul territorio indigeno delle centrali che avrebbero distrutto le antiche terre su cui le comunità da immemorabile tempo dipendono per il loro sostentamento. Con il suo impegno è riuscita ad apprendere quella che abbiamo imparato a considerare un’arte oscura: la causa legale. A 37 anni pochi giorni fa ha ritirato il premio “{Goldman Environment}”, ricevuto per l’impegno dimostrato nelle battaglie contro le dighe, utilizzando diverse strategie legali proposte poi come parte di un accordo energetico tra Peru e Brasile nel 2010. È diventata un’esperta di tecnologie, servendosi di una simulazione su computer per dimostrare come le dighe potrebbero inondare la valle del fiume Ene e ha attirato l’attenzione dei media, stabilendo collaborazioni internazionali e mobilitando l’intero popolo nelle assemblee regionali. Ma, soprattutto, ha sottolineato ripetutamente che la legge è dalla sua parte, con particolare riferimento al Trattato sull’Organizzazione Internazionale del Lavoro ratificato in Perù nel 1994 e la Legislazione Nazionale approvata nel 2011. Entrambe le leggi richiedono al Governo di consultarsi con le comunità indigene prima di lanciare progetti di sviluppo come possono esserlo iniziative infrastrutturali o concessioni minerarie che potrebbero influenzare e cambiare la vita quotidiana delle popolazioni, concetto noto come “consultazione preventiva“. L’argomento principale di Buendía non è che le dighe siano illegali di per sé ma piuttosto che le autorità peruviane debbano ottenere il consenso del popolo, concordando di fatto motivi ed istanze prima di procedere alla realizzazione di progetti. Con la presentazione di azioni legali ai tribunali nazionali e mediante l’aiuto di consulenti legali e organizzazioni (come la Commissione Inter-Americana sui Diritti Umani, DC), Buendía ha usato l’autorevolezza sui funzionari peruviani e sulle società brasiliane fermando, almeno fino ad oggi, la costruzione del Pakitzapango e Tambo (40 dighe). L’intuizione fondamentale di Buendia è di “combattere il fuoco con il fuoco” attraverso strategie legali. Dopotutto, le dighe proposte erano il prodotto di un patto tra i due governi: un accordo energetico di 50 anni (2010-2060) tra Perù e Brasile. Il piano per le società brasiliane sarebbe stato quello di arginare i fiumi nella foresta amazzonica peruviana con l’intenzione di produrre fino a 7.200 megawatt di energia idroelettrica. Numerosi leader politici peruviani hanno pubblicizzato i presunti vantaggi che le dighe avrebbero prodotto mentre le stesse società brasiliane avrebbero notevolmente investito in una delle poche fonti energetiche rinnovabili del paese, quella idrica, sostenendo che i progetti avrebbero portato...

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Salvati Rosa Montana- 4th International Forum

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Salvati Rosa Montana- 4th International Forum

Get up Stand Up! The 4th FAIUMP, Forum Against Unnecessary Imposed Megaprojects, was held at Rosia Montana (Romania) From *[rosiamontana.org] IV °FAUIMP Rosia Montana {Final Declaration} May 11th, 2014 – The fourth international forum against unnecessary imposed megaprojects was held in Ro?ia Montan? (Romania) between 8th and 11th of May, 2014. This place was chosen because it is the site of a fight against a highly destructive gold mining proposal and we stand in solidarity with their fight. Over twenty groups struggling against equally destructive megaprojects from all over the world attended the forum. The participants restated the continuity of their struggles and reaffirmed their commitment to the Charters of Hendaye (2010), Val de Suze (2011), Notre Dame des Landes (2012), Stuttgart (2013), as well as the Charter issued during the World Social Forum in Tunis (2013). This fourth forum provided the occasion to expand the range of issues discussed, such as exploitation of shale gas. There are more and more struggles facing the same issues. We recognised that we are all facing state repression and we reject the criminalisation of activists. The discussions led to the deepening of thinking about the relationship between politics and social movements. The participants unanimously condemned the trade agreements between USA and the European Union and Canada and the European Union (TTIP and CETA). Our determination to pursue our struggles is intact and we are still fully committed to strengthening our network and sharing the resources of activists such as the WIKA translation group, the newly created website or common maps. This network will enable us to successfully fight against all the megaprojects and to build a world of equality and solidarity. {Every forum is also a place where we can experience new ways of living collectively and increase our level of consciousness.} We, as movements that fight against UIMP, encourage people to act. Therefore, our message to communities is: GET UP, STAND UP! -* See the photos of the 4th International Forum -* Visit the WEBSITE -* Read the Declaration of...

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Negli Usa 2,5 milioni di no contro l’oleodotto Keystone XL

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Negli Usa 2,5 milioni di no contro l’oleodotto Keystone XL

Ma il Canada approva un passaggio a Nord per il greggio da sabbie bituminose dell’Alberta Negli Usa continua a crescere l’opposizione all’oleodotto Keystone XL, che dovrebbe trasportare 830.000 barili al giorno di inquinantissimo petrolio delle sabbie bituminose canadesi fino alle coste texane del Golfo del Messico. Il 7 marzo Natural Resources Defense Council (Nrdc), Sierra Club, 350.org, Credo Action, Avaaz, Energy Action Coalition, e molte altre organizzazioni hanno consegnato a Barack Obama 2,5 milioni di firme (l’obiettivo iniziale era 1,5 milioni) che, al termine della consultazione pubblica di 30 giorni, chiedono al presidente usa e al Segretario di Stato John Kerry di togliere questo progetto da quelli di interesse nazionale. Il presidente dell’Nrdc, Frances Beinecke, ha sottolineato: “Questa nuova dimostrazione dell’opposizione dell’opinione pubblica alla pipeline Keystone XL dimostra ancora una volta che più noi americani conosciamo questo progetto e più vogliamo che l’amministrazione Obama lo respinga. Invece di accogliere il petrolio più sporco sulla Terra, mettiamo l’America esattamente sulla strada verso un futuro energetico più pulito. Questo progetto delle sabbie bituminose aiuterebbe solo aiutare e favorire la nostra dipendenza dal petrolio ed a peggiorare il cambiamento climatico. Non è nell’interesse nazionale dell’America”. Ma mentre gli americani guardano all’incombente decisione di Obama sulla Keystone XL, al di là del confine, il Canada dava il via libera ad una piccola versione dell’oleodotto che per la prima volta collegherà direttamente le sabbie bituminose dell’Alberta con Montreal e l’Oceano Atlantico, con l’obiettivo di portare petrolio in Europa. Infatti il 6 marzo il National Energy Board del Canada ha approvato una proposta della Enbridge per invertire ed espandere la sua Line 9 pipeline. “Inversione” significa che ora l’oleodotto Line 9 potrà portare il greggio verso est invece che ad ovest. “Espansione” significa che ora può trasportare anche il petrolio delle sabbie bituminose di Alberta, lo stesso che, se Obama dirà sì, dovrebbe scorrere nel gigantesco Keystone XL. Gli ambientalisti canadesi sono molto preoccupati e quelli statunitensi dicono che ora il petrolio delle Tar Sand dell’Alberta arriverà praticamente al confine con il New England e che una connessione lunga 236 miglia lo potrebbe portare senza problemi da Montreal a Portland, nel Maine. Secondo l’Nrdc il collegamento di Portland è da tempo nel mirino dell’industria delle sabbie bituminose, che così otterrebbero di portare il loro greggio negli Usa attraverso il New England. Vedi la GALLERY sul progetto dell’oleodotto Keystone XL Guarda VIDEO...

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Thousands March with Cowboy and Indian Alliance at “Reject and Protect” to Protest Keystone XL Pipeline Share

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Thousands March with Cowboy and Indian Alliance at “Reject and Protect” to Protest Keystone XL Pipeline Share

Cowboy and Indian Alliance Present a Painted Tipi to the Smithsonian National Museum of the American Indian as a Gift to President Obama Musician Neil Young and Actress Daryl Hannah join the protests Washington, DC — Thousands of people joined the farmers, ranchers, and tribal leaders of the Cowboy and Indian Alliance for a ceremonial procession along the National Mall to protest the Keystone XL pipeline this afternoon. The procession was the largest event yet of the five-day “Reject and Protect” encampment. “Today, boots and moccasins showed President Obama an unlikely alliance has his back to reject Keystone XL to protect our land and water,” said Jane Kleeb, Executive Director of Bold Nebraska, one of the key organizers of Reject and Protect. Legendary musician Neil Young and actress Daryl Hannah were amongst the crowd of thousands who rallied on the National Mall and then marched past the Capitol building. “We need to end the age of fossil fuels and move on to something better,” Mr. Young told the crowd. The day’s procession included the presentation of a hand-painted tipi to the Smithsonian National Museum of the American Indian as a gift to President Obama. The tipi represented the Cowboy and Indian Alliance’s hopes for protected land and clean water. The formal name of the tipi is “Awe Kooda Bilaxpak Kuuxshish” and “Oyate Wookiye,” two names given to President Obama by the Lakota and the Crow Nations upon his visit to those Nations in 2008. The title translates from the Lakota and Crow languages, respectively, as “Man Who Helps the People” and “One Who Helps People throughout the Land.” “Keystone XL is a death warrant for our people,” said Oglala Sioux Tribal President Bryan Brewer, who helped lead the presentation of the tipi to the Smithsonian. “President Obama must reject this pipeline and protect our sacred land and water. The United States needs to respect our treaty rights and say no to Keystone XL.” Reject and Protect has helped shine a spotlight on the strengthening opposition to Keystone XL amongst ranchers, farmers, and Native American tribes along the pipeline route. Buoyed by the State Department’s recent delay of the project, the Cowboy and Indian Alliance has pledged to intensify their efforts to convince President Obama to “reject” the pipeline and “protect” their families, land, water, treaty rights, and climate. “Every time Keystone XL gets delayed it just gives us more time to speak up and tell the truth about this dangerous pipeline,” Meghan Hammond, a sixth-generation Nebraska rancher told the crowd of thousands. Ms. Hammond worked with her family to build a crowd-funded, clean-energy powered barn on her property, directly on the proposed route of Keystone XL. The five-day Reject and Protect encampment began with a march and opening ceremony on Earth Day, April 22. On Wednesday, members of the Cowboy and Indian Alliance met with the White House to voice their concerns about Keystone XL and tar sands expansion. On Thursday, the Alliance hosted a protest at the Lincoln Memorial where Rosebud Sioux member Wizipan Little Elk and Nebraska farmer Art Tanderup risked arrest by walking into the reflecting pool with a sign that read, “Standing in the water could get me arrested, TransCanada pollutes drinking water and nothing happens.” On Friday, the Alliance hosted an interfaith prayer ceremony...

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Razzismo ambientale: i conflitti colpiscono di più minoranze etniche e popoli indigeni

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Razzismo ambientale: i conflitti colpiscono di più minoranze etniche e popoli indigeni

Lo strumento di ricerca, in continuo aggiornamento, mostra anche le relazioni esistenti tra comunità tradizionali, popoli indigeni e conflitti ambientali evidenziando il fenomeno del “razzismo ambientale”             Anche se ancora incompleto, il Global Atlas di Environmental Justice Organisations, Liabilities and Trade della rete EJOLT sta già consentendo di rintracciare le popolazioni indigene etnicamente discriminate o quelle tradizionali che sono coinvolte nei mille conflitti ambientali mappati fino ad ora. Le due domande sono in un elenco aperto insieme ad altri, che non si escludono a vicenda. Joan Martinez Alier di Ejoltspiega che la questione «dovrebbe includere non solo le comunità indigene, ma anche le comunità tradizionali di contadini, pescatori, minatori artigianali… che appartengono alla nazionalità tradizionale nel Paese o nella regione». Una prima cernita di questi conflitti che coinvolgono popoli autoctoni e comunità discriminate è già stata fatta per la Colombia da Mario A Perez, e mostra la geografia del razzismo ambientale dimostrando che le comunità indigene di origine pre-ispanica e afro-colombiane sono colpite in maniera abnorme dalle ingiustizie ambientali che sfociano in conflitti aperti. Come in Colombia. In un articolo su El Espectador, il più grande giornale della Colombia, Carlos Andrés Baquero utilizza i dati dell’Atlante di Ejolt per dimostrare l’incidenza dei conflitti ambientali sulle minoranze indigene e afro-colombiane. Dei 72 casi di conflitto già censiti online per la Colombia un paio di settimane fa, in 42 sono coinvolte minoranze etniche, una percentuale molto più alta rispetto alla popolazione nel suo complesso. Un altro punto è che le comunità indigene sono colpite due volte più spesso delle comunità afro-colombiane. Secondo Martinez Alier {tali risultati si collegano direttamente alla originale interpretazione della giustizia ambientale nei movimenti per i diritti civili degli Stati Uniti negli anni ‘80 (da Benjamin Chavis, Robert Bullard e altri attivisti-autori) come alla lotta contro il “razzismo ambientale}”. Le popolazioni indios ed afro-colombiane vivono spesso ai confini di aree di estrazione delle materie prime e secondo Ejolt questo trend sarà confermato per il Brasile (sia per quanto riguarda le popolazioni indigene che afro-brasiliane), che per le popolazioni indie in molti altri Paesi dell’America Latina. Martinez Alier si chiede se i dati per l’India permetteranno agli analisti dell’Ejolt Atlas di fare una simile analisi in termini di identità castali/tribali, e quali sarebbero i risultati per l’Africa. Tali ipotesi e conclusioni dovrebbero essere di immediato interesse per gli organismi internazionali, in particolare per i relatori dell’Onu per i diritti degli indigeni e per i diritti umani. Ci chiediamo quanto tempo ci vorrà all’Unep ad iniziare un lavoro basato sul Ejolt e altre fonti sulle estrazioni delle risorse e dei conflitti sullo smaltimento dei rifiuti nel mondo odierno. Invece l’Unep si mantiene piuttosto in silenzio sulle migliaia di conflitti socio-ambientali e sulle loro numerose vittime. Ma l’articolo di El Spectator interpreta comunque male i dati dell’Ejolt Atlas quando fa notare che la Colombia è il secondo Paese al mondo dopo l’India per conflitti ambientali. Come spiega Martinez Alier, «il motivo è che siamo ancora indietro nella compilazione dei casi del Messico e in Brasile in America Latina e per l’Indonesia, la Cina e gli altri grandi Paesi. Comunque il 58% dei casi di conflitti ambientali registrati fino ad ora in Colombia colpiscono minoranze etniche e 42 sono in aree indigene, il 38% coinvolge sia indios...

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Progetto Epicentro: Diario di bordo – Seconda Parte

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Progetto Epicentro: Diario di bordo – Seconda Parte

Diario di bordo del terzo gruppo di parola del progetto EpiCentro (Civitavecchia, 5 Maggio 2014) [di Simona Maltese] Dobbiamo far in fretta, il tempo corre e siamo ancora sulla statale. Ci divincoliamo in un fiume di veicoli reboanti che si stringono l’uno all’altro per conquistare l’uscita. Mentre ci avviciniamo alla costa, riflettiamo insieme agli altri sul lavoro svolto fino ad oggi con i gruppi di parola. La nostra auto si trasforma a un tratto in un cantiere di idee e come dinanzi ad una macchina da presa vediamo le immagini dei racconti che i partecipanti hanno condiviso insieme a noi. In un gioco che nulla ha a che fare con il giubilo, ricostruiamo le storie di queste settimane aggiungendo ciò che l’altro dimentica e arricchendo i racconti di particolari. Non utilizzeremo in questo diario i nomi dei partecipanti, per rispetto della loro intimità, la fiducia che ci hanno riconosciuto e le emozioni, belle ma anche dolorose, delle loro esistenze. Ci chiediamo quindi se sia il caso iniziare a parlare di salute nonostante risulta evidente che la perdita di un’identità collettiva pesi molto di più di una minore qualità della vita. Pensiamo a Lucia che dall’alto della sua età ricorda puntualmente che in passato gli abitanti dei palazzi si davano una mano, preparando delle pietanze per altre famiglie o accudendo i figli quando i genitori erano assenti. Mentre si accarezzava la chioma canuta avvolta in un timido chignon con l’atteggiamento di chi si compiace di ciò che i suoi pensieri sono stati in grado di partorire, in un melodico dialetto romano che non sono in grado ahimè di tradurre in scrittura, ha apostrofato: “ehm beh del resto anche la regina c’ha bisogno della vicina!”. Una risata fragorosa irrompe in auto, annullando il ronzio dei motorini attorno a noi. Presi ancora dall’ilarità di Lucia, rimaniamo dopo poco in silenzio dinanzi all’immensità della costa che si apre dinanzi ai nostri occhi e ci da la sensazione di essere avvolti dal mare blu che la riempie. Rosa durante il gruppo di parola ci rivela che l’acqua è l’elemento naturale per i civitavecchiesi, essendo il territorio circondato da questo prezioso elemento naturale che li cinge da nord con le terme taurine e a sud con il porto. Ce ne descrive la freschezza durante i bagni estivi al Pirgo, la purezza che rendeva il pesce crudo ancora più saporito e le proprietà terapeutiche che un tempo curavano i dolori muscolari e articolari. Si, lo so sto usando il tempo verbale imperfetto…non è un errore di sintassi e neanche la descrizione dei racconti precedenti, ma il ritratto di una realtà distante e stravolta nell’anima dai camini delle navi e delle centrali che fumano insieme ed ostinatamente all’orizzonte. Ci stupisce come la bellezza e il pericolo possano convivere e quasi sovrapporsi nello stesso luogo…forse perché il secondo è spesso poco visibile riuscendo ad annullarsi dietro il fascino intenso del primo. Del resto cos’è una sottile scia di fumo rispetto all’infinitezza di un cielo azzurro? Riecheggiano in auto le parole di Peppino Impastato:”Se si insegnasse la bellezza alla gente, la si fornirebbe di un’arma contro la rassegnazione, la paura e l’omertà. All’esistenza di orrendi palazzi sorti all’improvviso, con tutto il loro squallore, da operazioni speculative, ci si abitua con pronta facilità: si mettono le tendine alle finestre, le...

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The Woman Who Breaks Mega-Dams

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The Woman Who Breaks Mega-Dams

How to stop 7,200 megawatts of power with the force of law. An article on Goldman Environmental Prize winner Ruth Buendía Mestoquiari Source: The Atlantic Ruth Buendía Mestoquiari has built her career, and staked the fate of her people, on the law. But she doesn’t have a law degree. In fact, she didn’t even start elementary school until she was a teenager and didn’t finish high school until age 25. While her peers went to class, she spent her childhood in the 1980s and 90s shuttling between her native village of Cutivireni, the town of Satipo, and the city of Lima, as Peru’s two-decade civil war devastated her community and claimed her father, who was killed in the violence when Buendía was only 12. What Buendía does have is five children, all 18 and younger, and a “wonderful husband.” She has the distinction of being the first female president of CARE, an organization representing roughly 10,000 indigenous Asháninka who live along the banks of the Ene River in the Peruvian Amazon. And she has a knack for blocking massive hydroelectric dams, having thwarted not one but two planned projects that she believed would displace the Asháninka and destroy the ancestral lands they depend on for their livelihoods. It’s a threat she characterizes as “economic terrorism,” in an allusion to the armed terrorism she experienced during the civil war. Through it all, she’s managed to redeem what we’ve come to consider something of a dark art: the lawsuit. The 37-year-old, who received a Goldman Environmental Prize this week for her efforts, has employed several tactics in her duels with the dams, which were first proposed as part of an energy agreement between Peru and Brazil in 2010. She’s marshaled technology, using a laptop and computer simulation to show constituents how the dams would flood the Ene River Valley. She’s courted media attention, established international partnerships, and mobilized her people in regional assemblies. But above all, she’s insisted, again and again, that she has the law on her side—specifically an International Labor Organization treaty that Peru ratified in 1994 and national legislation that the country passed in 2011. Both require the government to consult with indigenous communities before launching development projects—be they infrastructure initiatives or mining concessions—that will affect them. The concept is known as “prior consultation.” Buendía’s primary argument isn’t that the dams are illegal per se, but rather that Peruvian authorities must first secure her people’s consent about how the projects should proceed—if, that is, there are grounds to proceed in the first place. By filing lawsuits in Peruvian courts with the help of legal advisors and making her case to bodies like the D.C.-based Inter-American Commission on Human Rights, Buendía has pressured Peruvian officials and Brazilian companies to halt the construction of the Pakitzapango and Tambo-40 dams—at least for now. In prioritizing legal strategies over others, Buendía’s key insight is to fight fire with fire. After all, the proposed dams are a product of a compact between governments—a [50-year energy agreement->http://uk.reuters.com/article/2011/12/02/peru-brazil-energy-idUKN1E7B10M520111202] that Peru and Brazil struck in 2010. The plan was for Brazilian corporations to dam rivers in the Amazon rainforest in Peru and produce up to 7,200 megawatts of hydropower. Peru’s leaders trumpeted the numerous benefits the dams would bring: Brazilian companies would be investing heavily in...

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Biocidio: la rivista Nature e la mano delle lobbies

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Biocidio: la rivista Nature e la mano delle lobbies

Uno strano editoriale mette in discussione la correlazione inquinamento-tumori. E poi viene fuori la proposta del direttore scientifico del Pascale: 7 miliardi di fondi europei per un mega centro di biomonitoraggio. Ecco il rischio di trasformare la Terra dei fuochi in una grande torta da spartire. di {Giuseppe Manzo} su [Fan Page] “A toxic legacy”, l’articolo della rivista Nature sul dramma del Biocidio in Campania, ha lasciato stupiti e perplessi scienziati, esperti e giornalisti italiani. Da una parte l’editoriale si mostra molto timido sul nesso inquinamento-salute e dall’altra offre spazio a una proposta che pone molti interrogativi. Andiamo con ordine. La prima critica è arrivata dal professore Antonio Giordano, direttore dello Sbarro Institute di Philadelphia dalle pagine del Mattino lo scorso 26 aprile: “La realtà è che difficilmente si lotta in prima persona per una questione giusta, ma si è sempre pronti a seguire la corrente quando quella questione che si è scelto di non vedere per scelta o per indifferenza diventa “hot” o “trendy”. Proprio come sta accadendo con la triste vicenda dei rifiuti tossici. Del resto si tratta di un fenomeno che colpisce perfino riviste scientifiche accreditate come Nature o Science tanto di aver spinto Randy Schekman, premio Nobel per la Medicina 2013, ad attaccarle dichiarando: «Così come Wall Street ha deciso di dire addio alla cultura dei bonus la scienza deve rompere la tiranniadelleriviste di lusso. Pubblicare su testate d lusso ha incoraggiato gli scienziati a dedicarsi ai ‘campi di tendenza’, e non alle ricerche che meritano davvero attenzione dal punto di vista scientifico»”. Lo stesso Giordano, insieme al generale della Guardia Forestale Costa e ad altri esperti, è stato coinvolto dalla giornalista di Nature in un giro sul campo tra le discariche del casertano, fornendo dati e rilasciando interviste. Eppure di tutto ciò non c’è traccia nell’articolo (nella foto sotto la giornalista con Giordano e la delegazione di esperti nelle terre del casertano). La proposta: fondi europei per un mega centro di sperimentazione in Campania? L’unica dichiarazione ospitata nell’editoriale di Nature è quella di Gennaro Ciliberto, direttore scientifico dell’Istituto Nazionale Pascale: “La Campania potrebbe essere un perfetto studio di campo per un programma di ricerca biomonitoraggio”. E con quali soldi? “Questo è il tipo di programma che dovrebbe essere finanziato dai fondi strutturali che la Commissione Europea ha assegnato la regione”. Le risorse in questione ammontano a circa 7 miliardi di euro. Secondo Nature “L’idea di Ciliberto merita seria considerazione”. Alcune testate di settore hanno rilanciato l’idea anche sul versante economico, prevedendo un passaggio dal “disastro ambientale a quello economico”. A questo punto nascono una serie di interrogativi nel merito della vicenda. Quando si parla di centri di sperimentazione si aprono molti scenari in merito agli interessi pubblici e privati. Quando si parla di ricerca e’ un po’ come avere una grande torta su cui sono pronti a concentrarsi business molto forti in ambito sanitario. E poi, su cosa si punta per convertire 7 miliardi su un centro di ricerca? Tutto andrà in mano ad alcune aree di potentati universitari e a alcune Fondazioni ad hoc? Chi lo decide? “Bisogna innanzitutto otturare la falla” – dichiara [Francesco Maranta->http://campaniaterradiveleni.com/img/articolo_04_12_13.pdf], già componente della Commissione regionale sanità e primo politico europeo che ha ricevuto il riconoscimento Life Associate – Ramazzini Institute di Washington per le battaglie contro l’amianto...

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Progetto Epicentro: Diario di bordo

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Progetto Epicentro: Diario di bordo

Il racconto degli incontri portati avanti nell’ambito del progetto EPiCentro, Civitavecchia: ricostruire comunità partendo dall’ascolto delle persone che vivono nei territori impattati {[di Simona Maltese]} Il diario di bordo del progetto [EpiCentro->https://www.cdca.it/spip.php?article2415] “{Da ragazzini attraversavamo a piedi il centro della città per raggiungere l’area rurale circostante. Ore e ore di cammino, ma attorno a noi un’immensa distesa di verde che ci dava la sensazione di essere liberi}” Si inaugura con queste parole dense di emozione e ricordi il terzo gruppo di parola che si è tenuto il 14 aprile scorso a Civitavecchia. Cinque donne e due uomini armati di foto e libri sulla loro città, ci hanno accompagnato lungo un viaggio di circa 60 anni, durante i quali Civitavecchia ha subito due principali mutazioni: la distruzione causata dal bombardamento del 1943 e la ricostruzione accompagnata da una massiccia industrializzazione a partire dagli anni ’50. Nei primi due gruppi di parola, durante i quali abbiamo raccolto testimonianze, racconti, foto e ricordi, il primo arco temporale è stato ampiamente discusso. I racconti ci hanno condotto tra i vicoli del centro storico con i bambini che esercitavano senza saperlo l’arte del riciclo trasformando oggetti di scarto in veri e propri giochi; nel cortile di Elide a guardare la tv tutti insieme affascinati da immagini, suoni e luci che quella scatola era in grado di riprodurre; all’uscita dalla chiesa in fila dinanzi al parroco per avere obliterato il biglietto che permetteva di vedere un film al cinema a prezzi scontati; in piazza durante il carnevale a raccogliere le caramelle che piovevano dai carri di cartapesta; e ancora in strada a tirare pietruzze contro gli sfortunati che passeggiavano al di là delle mura delle città o in osteria a bere la “canaiola” in compagnia. Mentre passeggiavamo tra i ricordi, abbiamo sentito da lontano il prolungato rombo degli aerei che squarciava i cieli di Civitavecchia trasformando le risa festose dei bambini ed i richiami delle madri in grida di paura. Uno, due, tre tonfi sordi e tutto attorno solo polvere. Delle strade attraversate a piedi scalzi e della casa al molo Vespucci rimaneva soltanto una timida ombra. Il passato era troppo vicino per poter essere dimenticato, così quei gruppi di bambini che avevamo incontrato lungo il nostro cammino durante i due primi gruppi di parola iniziavano ad uscire dai loro rifugi ormai adulti, con i loro petti irsuti e le gonne cinte da un grembiule ricamato a mano. Una a una scansavano le pietre che impedivano il passaggio dei carretti e le accostavano l’una sull’altra con la cura di chi ricompone i tasselli per dargli la forma originaria del mosaico. Alcuni pezzi non trovavano il loro compagno o non erano più sufficienti. Il centro della città iniziava a diventare una distesa vuota e triste di abitazioni che si estendevano imponenti verso le zone rurali. I contadini in attesa di vedere i loro pomodori rossi venir fuori dalla terra, iniziavano ad assistere all’avvento di alti casermoni circondati da infinite torri rosse e bianche che nelle sere di agosto coprivano il brillio delle stelle con dense nuvole grigie. Era l’avvento della modernità che ci ha riportato ad un tratto in casa della signora Laura, al terzo gruppo di parola, attorno ad un tavolo in compagnia di Tiziana, MariaGrazia, Luigi, Antonio, Elide e Graziella. Decidiamo di stendere sul...

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Ecuador: più di 700.000 firme per il referendum sullo Yasuní

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Ecuador: più di 700.000 firme per il referendum sullo Yasuní

Concluso il termine per la raccolta delle firme, delle 600.000 necessarie per presentare il referendum, il Movimiento Yasunidos è riuscito a raccoglierne 727.947 di {Diana Coryat-Wambra} su [Radio/Pressenza] Nella seconda metà del 2013, il governo ecuadoriano ha concluso l’iniziativa Yasuní ITT, che si proponeva di far rimanere nel sottosuolo il petrolio presente del Parco Nazionale Yasuní, a patto che il compromesso internazionale si concretizzasse in un sostegno finanziario che sarebbe andato a coprire ciò che l’Ecuador avrebbe percepito dai profitti petroliferi. A seguito della mobilitazione di organizzazioni della società civile si è venuto a formare il Movimiento Yasunidos ed è iniziata una campagna nazionale di raccolta firme per un referendum grazie al quale sarà il popolo ecuadoriano a decidere se il petrolio rimarrà o meno sotto terra. Concluso il termine per la raccolta delle firme, delle 600.000 necessarie per presentare il referendum, il Movimiento Yasunidos è riuscito a raccoglierne 727.947. In una conferenza stampa tenutasi giovedì 10 aprile 2014, il movimento ha pubblicato il numero delle firme raccolte. I portavoce dell’organizzazione hanno annunciato che questa cifra continua a crescere in quanto stanno arrivando ancora moduli con le firme provenienti da diverse città dell’Ecuador. Da quando è iniziata la raccolta il dibattito si è diffuso in tutto il paese, sono arrivati moduli da tutte le province dell’Ecuador e anche da altri paesi. Solo nella provincia di Azuay hanno raccolto oltre 73.000 firme, una cifra che rappresenta più del 15% della popolazione che ha votato alle ultime elezioni. Elena Gálvez, portavoce di Yasunidos, ha affermato che è stato un processo inclusivo e democratico, nel quale si sono rispettati tutti i requisiti del Consiglio Nazionale Elettorale: “Stiamo implementando questo processo, siamo scesi in piazza per parlare con la gente, abbiamo rispettato tutte le regole del Cne”, ha affermato la Gálvez ed ha aggiunto, “siamo stati calunniati varie volte”. Tuttavia afferma che è stato un processo autogestito da Quito che ha motivato l’ampia partecipazione dei cittadini in tutte le province. I portavoce del Yasunidos hanno annunciato che venerdì 11 aprile, molte delle persone che hanno raccolto le firme provenienti da tutto il paese si stanno riunendo per fare il Campamento por la Vida (Accampamento per la Vita). Sarà un luogo di incontro per condividere e rafforzare le alleanze tra le varie persone che hanno volontariamente aderito alla causa di Yasuní. La consegna delle firme al Consiglio Nazionale Elettorale si è tenuta sabato 12 aprile dalle ore 10.00, con un corteo partito dal Parco El Arbolito, situato nel centro della capitale ecuadoriana. Ulteriori informazioni su Yasunidos e sulla loro campagna a questo link Traduzione dallo spagnolo di Corrado...

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