CDCA e A Sud alla COP30 a Belém

La voce di A Sud dalla COP30 di Belém (Brasile) e le iniziative in Italia

Dal 10 al 21 novembre 2025 saremo a Belém, in Brasile, per partecipare come osservatori alla 30° Conferenza delle Nazioni Unite sul Clima. Racconteremo quanto avviene dentro e fuori le negoziazioni, porteremo e raccoglieremo le voci dei territori in lotta contro l’estrattivismo, contro il greenwashing e per una transizione ecologica realmente giusta.

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L’agenda della COP30

A Belém si discuteranno e valuteranno gli NDCs, i nuovi impegni climatici nazionali che stabiliscono gli obiettivi di riduzione delle emissioni di ogni paese. Accanto alla mitigazione, l’adattamento sarà uno dei temi centrali attraverso il Global Goal on Adaptation (GGA) e i nuovi Piani nazionali di adattamento. Un altro capitolo chiave sarà quello della finanza per il clima. Tra i punti principali il nuovo obiettivo di finanziamento (NCQG), che punta ad aumentare il sostegno ai Paesi in via di sviluppo da 100 a 300 miliardi di dollari l’anno, e la Roadmap Baku-Belém, che traccia un percorso per mobilitare almeno 1.300 miliardi di dollari l’anno entro il 2035.

Temi cruciali, che si scontrano con uno scenario geopolitico ostile, segnato dal negazionismo climatico, dai venti di guerra, dalla corsa al riarmo e dalla violenza istituzionale.  Non è un caso che in gioco a Belém ci sia più che mai la credibilità della diplomazia climatica e la sua capacità di tradurre le intenzioni in impegni concreti.

La Cupula dos povos

La Cúpula dos Povos è il grande incontro dei movimenti sociali e delle comunità che vivono in prima linea la crisi climatica. Nata nel 1992 come risposta critica alle negoziazioni ufficiali, propone un’alternativa fondata su giustizia climatica, sociale e ambientale, solidarietà e saperi ancestrali.

Dal 12 al 16 novembre 2025, in concomitanza con la COP30 di Belém, riunirà popoli indigeni, comunità quilombola e tradizionali, giovani e lavorator? in marce, dibattiti e azioni culturali.

La Cúpula mette al centro vite, diritti e territori, non statistiche: unisce chi costruisce ogni giorno soluzioni reali, dall’agroecologia alla difesa dei beni comuni, per spingere i governi ad adottare politiche di vera giustizia climatica.

Dichiarazione della Cupula Dos Povos

Perché A Sud e CDCA alla COP?

Nelle Cop si riuniscono i governi dei 197 Paesi che hanno ratificato la Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (UNFCCC), firmata a Rio de Janeiro nel 1992. Ma la COP30 non è solo un vertice diplomatico: è il terreno di confronto (e di scontro) tra attori diversi e diverse visioni del mondo. Da una parte il business as usual che trasforma la crisi climatica in profitto, dall’altra movimenti e territori che lottano per giustizia climatica, autodeterminazione e diritti della Natura.
La COP30 si terrà nel cuore dell’Amazzonia, a Belém do Pará, in Brasile. Non è un dettaglio geografico ma una scelta politica: è nel Sud globale che l’ingiustizia climatica colpisce più duramente mentre il Nord globale continua a negoziare emissioni e interessi fossili.
Qui non si decide solo il futuro del clima: si decide chi avrà diritto a un futuro.

Per raccontare cosa c’è in gioco, e come finisce la partita.

Andiamo alla COP per osservare da vicino i negoziati, capire quali equilibri politici e di potere si stanno ridefinendo, e portare la prospettiva dei territori e dei movimenti che chiedono giustizia climatica.
La partecipazione di A Sud e CDCA serve a connettere le lotte locali con quelle globali, rafforzare alleanze internazionali e raccontare – con sguardo indipendente e critico – come la diplomazia climatica sta affrontando, o eludendo, le proprie responsabilità.
Perché solo intrecciando voci e resistenze dal basso possiamo costruire un futuro giusto per tutt?.

Per costruire e rafforzare alleanze internazionali

Svolgere la COP in Brasile è un segnale che conta: significa rimettere al centro chi la crisi climatica la subisce davvero. Andiamo a Belém per stare con i movimenti globali per la giustizia climatica. In America Latina oggi si gioca una partita enorme: conflitti ambientali, estrattivismo, repressione, lotte indigene e popolari che resistono da decenni. Con tante realtà — dalla Colombia alla Bolivia, fino all’Amazzonia — abbiamo già lavorato, fatto campagne, costruito ponti. Lì ritroviamo compagn? con cui condividiamo visioni e pratiche.

Per portare una visione radicale dentro la COP

Sì, probabilmente sarà l’ennesimo flop diplomatico. Ma proprio per questo dobbiamo esserci, per non lasciare quei tavoli alle lobby fossili e ai governi che parlano di transizione mentre trivellano.
Da dentro vedi meglio le dinamiche, le crepe, le possibilità di alleanze e di conflitto.
Andiamo per portare la prospettiva della giustizia climatica e delle lotte dal basso, che legano crisi climatica, razzismo, patriarcato e disuguaglianze. La COP non è un punto d’arrivo: è un passaggio. Il resto si fa fuori, insieme, ogni giorno.


Diario dalla COP30

  • Giorno 12 – 24 novembre 2025
    Belém svela il fallimento della diplomazia climatica, ma apre spiragli: una roadmap anti-fossile e nuove alleanze per la giustizia.
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  • Giorno 11 – 21 novembre 2025
    Penultimo giorno a Belém: incendio in COP30, stalli politici e pressioni crescenti sul BAM e sull’uscita dai fossili.
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  • Giorno 10 – 20 novembre 2025A Belém 85 Paesi spingono per uscire dai fossili, mentre Italia e Polonia frenano. La COP30 è al bivio, il tempo è adesso.
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  • Giorno 9 – 19 novembre 2025
    Belém rilancia la lotta globale ai fossili: la Colombia guida un fronte che vuole uscire davvero dal modello che brucia il pianeta.
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  • Giorno 7 – 17 novembre 2025
    Belem in rivolta: popoli indigeni e movimenti sociali spingono per una COP30 che dica finalmente basta ai fossili.
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  • Giorno 6 – 15 novembre 2025
    Anche quest’anno i dati sulla presenza dei lobbisti Gas&Oil alla conferenza di Belém sono alti: su ogni 25 persone accreditate al vertice, uno è un lobbista dei combustibili fossili, in totale sono oltre 1600.
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  • Giorno 5 – 14 novembre 2025
    Il TFFF entra nella Cupula tra promesse e contraddizioni: fondi incerti, debiti in aumento e movimenti che denunciano l’ennesima falsa soluzione verde.
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  • Giorno 4 – 13 novembre 2025
    A Belém la protesta indigena irrompe nella COP30 e svela le contraddizioni del Brasile fossile. Intanto la Cupula esplode di mobilitazioni globali.
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  • Giorno 3 – 12 novembre 2025
    Adattamento al centro della COP30, ma i fondi restano insufficienti. A Belém arrivano movimenti e comunità indigene: la vera pressione viene dai territori.
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  • Giorno 2 – 11 novembre 2025
    Lula parla di disuguaglianze alla Cop30, ma il Brasile continua a spingere sul fossile. A Belém torna al centro il nodo tra clima e ingiustizia.
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  • Giorno 1 – 10 novembre 2025
    Dalla Cop30 alla Cúpula dos Povos: a Belém si apre la sfida per la giustizia climatica tra responsabilità globali, diritti dei popoli e resistenza dei territori.
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Articoli di approfondimento alla COP30

  • Cosa resta della Cop30, la battaglia per il clima e i diritti è ancora lunga – 24 novembre 2025
    Marica Di Pierri e Laura Greco su Domani – COP30 fallisce su fossili e foreste, ma il Bam e il blocco dei 82 paesi per l’uscita dal fossile aprono spiragli di lotta e nuove alleanze.
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  • Sulla fine dei lavori della COP30 – 24 novembre 2025
    Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Cosa è successo alla 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici? Quali sono le grandi vittorie? Quali le sconfitte?
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  • La tabella della discordia – cos’è successo alla COP30 – 23 novembre 2025
    Laura Greco su Radio24 – COP30 a Belém annuncia impegni su energia, foreste e adattamento, ma senza una vera uscita dal fossile restano promesse vuote da incalzare con lotte dal basso.
    Ascolta su Il Sole 24 ore
  • “A resposta somos nós”. Ma alla COP30 le richieste dei popoli indigeni non fanno breccia – 23 novembre 2025
    Laura Greco su EconomiaCircolare.com – Alla COP30 le voci indigene restano ai margini mentre la foresta corre verso il punto di non ritorno. Senza giustizia, non c’è futuro.
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  • La “Dichiarazione di Belém” e il multilateralismo del phase out dai fossili spinto dal basso – 21 novembre 2025
    Laura Greco su Altreconomia – Da Belém arriva una spinta dal basso per uscire dai fossili: governi e movimenti uniscono le voci per un phase out reale, giusto, globale.
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    • Cop30: senza il Gender action plan ogni azione climatica è limitata – 21 novembre 2025
      Marica Di Pierri e Laura Greco su Valori – Nonostante le ambiziose premesse il Gender action plan ha trovato diversi ostacoli sui tavoli negoziali della Cop30

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  • Alla Cop30 arrivano le storie di migrazioni climatiche – 21 novembre 2025

Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30, in vista delle negoziazioni finali, si parla del fenomeno crescente degli sfollamenti forzati dal cambiamento climatico.
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  • Belém, la foresta degli indigeni si ribella a Lula – 20 novembre 2025
    Laura Greco su Il Manifesto – Le nazionalità dell’Amazzonia denunciano l’inagibilità politica alla Cop e chiedono una mobilitazione internazionale guidata direttamente dai popoli indigeni per proteggere i loro territori e affrontare la crisi climatica alla radice
  • Alla Cop 30 i movimenti si riprendono la scena – 20 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Il Manifesto – Era dalla Cop 26 di Glasgow che non si vedeva così tanta società civile. Accanto al vertice ufficiale, in più di 50 mila hanno animato la «Cupula dos povos» per una svolta vera sul clima e i diritti
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  • COP30, BELÉM | Italiani in mobilitazione – 20 novembre 2025]
    Il Climate Pride in azione alla COP30: l? attivist? chiedono all’Italia una roadmap chiara e ambiziosa per uscire dai fossili.
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  • A Belém torna il protagonismo sociale – 19 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Collettiva – Alla Cop30 movimenti, organizzazioni, popoli e sindacati riacquistano centralità: proposte e campagne dal basso sono arrivate nelle stanze dei negoziati.
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  • Come procede la COP30 in Brasile? Intervista a Laura Greco da Bélem – 19 novembre 2025
    Laura Greco su Scienza e Pace Magazine – COP30 tra repressione, lobby fossili e resistenze indigene: la giustizia climatica la costruiscono i territori, non i negoziati.
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  • Lifegate dalla COP30 – 18 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Lifegate – Dalla COP30 il racconto dell’inedita comunicazione tra dentro e fuori la COP, tra le richieste indigene e l’ambiguo governo di Lula.
    Ascolta su Lifegate
  • Il Fondo per le foreste e la falsa soluzione del biocapitalismo si ripropone alla Cop30 di Belém – 18 novembre 2025
    Laura Greco su Altreconomia – Il Tropical forests forever facility lanciato da Lula è l’ennesimo dispositivo finanziario che viene presentato come innovazione.
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  • Attivismo e giustizia climatica: se il diritto alla protesta diventa un reato – 17 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Valori.it – Alla Cop30 emerge un allarme globale: in molti Paesi il diritto alla protesta viene represso e l’attivismo ambientale è sempre più criminalizzato
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  • Alla Cop30 di Belèm il fondo per l’adattamento resta senza fondi – 17 novembre 2025]
    Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30 fallisce, per il terzo anno di fila, l’obiettivo di raccolta minima per finanziare l’adattamento dei Paesi del Sud globale.
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  • Massiccia partecipazione popolare a Belém – 16 novebre 2025
    Marica Di Pierri su L’aria Che Respiri – Alla Cúpula dos Povos tantissime voci per reclamare la fine dei combustibili fossili e una giustizia climatica guidata dai popoli, non dalle multinazionali.
    Ascolta su Radio Rai1
  • In diretta da Bele?m – Aggiornamenti sulla prima settimana di COP30 – 15 novembre 2025
    Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – In diretta da Belém, per raccontare in diretta i lavori della 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici. ?Foto di Oliver Ninja e Midia Ninja
    Guarda la diretta
  • Cop30: chi difende i combustibili fossili dentro i negoziati sul clima – 14 novembre 2025
    Marica Di Pierri per Altreconomia – Alla Cop30 un lobbista fossile ogni 25 delegat?: il vertice che dovrebbe chiudere l’era fossile continua a farsela scrivere da chi la profitta.
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  • Giustizia climatica, questa dimenticata – 13 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Il Manifesto – Il legame tra clima e disuguaglianze è ormai assodato. Ma dopo 30 anni di conferenze, i ricchi continuano a fare grandi affari con i fossili.
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  • L’adattamento secondo la COP30: “Adattarsi è sopravvivere” – 13 novembre 2025
    Marica Di Pierri per EconomiaCircolare.com – COP30 punta a rendere operativo il Global Goal on Adaptation, tra governance multilivello, indicatori, fondi insufficienti e necessità di giustizia climatica.
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  • La Cop30 in Brasile e le politiche industriali green – 11 novembre 2025
    Marica Di Pierri per Tutta La Città Ne Parla, Radio3 – È iniziata la Cop30 a Belém, 10 giorni in cui si discuterà su come trovare una via d’uscita alla deriva del cambiamento climatico nonostante le difficoltà politiche che ci circondano.
    Ascolta l’episodio
  • Road to Belém – 7 novembre 2025Marica Di Pierri per Valori.it – Verso la Cop30 di Belém, cosa aspettarci dal più importante appuntamento per salvare il clima della Terra? Diretta con Marica Di Pierri, Luca Lombroso, Giovanni Mori e Lorenzo Tecleme.
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  • Da Parigi a Belém, i conti che non tornano – 6 novembre 2025
    Marica Di Pierri per Il Manifesto – Tra tensioni e fragili compromessi, i preparativi alla vigilia della Conferenza Onu. A che punto sono gli impegni nazionali di riduzione e i piani di adattamento dei singoli Paesi.
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  • A Sud a Belém alla Cop30 – 6 novembre 2025
    A Sud seguirà negoziati e mobilitazioni dalla COP30 di Belém, amplificando le voci dei movimenti per giustizia climatica e sociale.
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  • A Sud aderisce alla Global Call to Action della Cúpula dos Povos  – 5 settembre 2025
    Il 15 novembre scendiamo in piazza: basta disuguaglianze e razzismo ambientale, vogliamo giustizia climatica e un mondo dove la vita sia al centro.
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  • Vertice dei Popoli Verso la COP30: Manifesto Politico – 13 giugno 2025
    A Sud aderisce al Manifesto dei Popoli verso la COP30: un appello globale per giustizia climatica, anticapitalismo e democrazia dal basso.
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Racconteremo le negoziazioni

Per spiegare cosa accade davvero alla COP30, come si muovono i governi e quali interessi guidano le scelte sulla crisi climatica. Vi offriremo una copertura quotidiana per raccontarvi con le nostre parole e con uno sguardo critico, indipendente e radicale, vicino ai movimenti il dentro e fuori la Cop

Sveleremo le contraddizioni

Tra le promesse ufficiali e la realtà, mostrando lo scontro continuo tra lobby fossili e popoli che difendono la vita e i territori. Denunceremo le responsabilità smascherando la falsa transizione energetica e chi continua a inquinare mentre parla di sostenibilità con greenwashing e false soluzioni

Daremo voce alle comunità

Portando le loro storie, le lotte quotidiane e le alternative concrete alla devastazione ambientale, contro colonialismo ed estrazione. Ci collegheremo con l’Italia per connettere istanze e battaglie


INFO E CONTATTI

Per contatti e interviste con la delegazione:

Marica Di Pierri
maricadipierri@asud.net
55 21 967071220

Laura Greco
lauragreco@asud.net
+55 21 997673184

Razzismo ambientale: i conflitti colpiscono di più minoranze etniche e popoli indigeni

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Razzismo ambientale: i conflitti colpiscono di più minoranze etniche e popoli indigeni

Lo strumento di ricerca, in continuo aggiornamento, mostra anche le relazioni esistenti tra comunità tradizionali, popoli indigeni e conflitti ambientali evidenziando il fenomeno del “razzismo ambientale”             Anche se ancora incompleto, il Global Atlas di Environmental Justice Organisations, Liabilities and Trade della rete EJOLT sta già consentendo di rintracciare le popolazioni indigene etnicamente discriminate o quelle tradizionali che sono coinvolte nei mille conflitti ambientali mappati fino ad ora. Le due domande sono in un elenco aperto insieme ad altri, che non si escludono a vicenda. Joan Martinez Alier di Ejoltspiega che la questione «dovrebbe includere non solo le comunità indigene, ma anche le comunità tradizionali di contadini, pescatori, minatori artigianali… che appartengono alla nazionalità tradizionale nel Paese o nella regione». Una prima cernita di questi conflitti che coinvolgono popoli autoctoni e comunità discriminate è già stata fatta per la Colombia da Mario A Perez, e mostra la geografia del razzismo ambientale dimostrando che le comunità indigene di origine pre-ispanica e afro-colombiane sono colpite in maniera abnorme dalle ingiustizie ambientali che sfociano in conflitti aperti. Come in Colombia. In un articolo su El Espectador, il più grande giornale della Colombia, Carlos Andrés Baquero utilizza i dati dell’Atlante di Ejolt per dimostrare l’incidenza dei conflitti ambientali sulle minoranze indigene e afro-colombiane. Dei 72 casi di conflitto già censiti online per la Colombia un paio di settimane fa, in 42 sono coinvolte minoranze etniche, una percentuale molto più alta rispetto alla popolazione nel suo complesso. Un altro punto è che le comunità indigene sono colpite due volte più spesso delle comunità afro-colombiane. Secondo Martinez Alier {tali risultati si collegano direttamente alla originale interpretazione della giustizia ambientale nei movimenti per i diritti civili degli Stati Uniti negli anni ‘80 (da Benjamin Chavis, Robert Bullard e altri attivisti-autori) come alla lotta contro il “razzismo ambientale}”. Le popolazioni indios ed afro-colombiane vivono spesso ai confini di aree di estrazione delle materie prime e secondo Ejolt questo trend sarà confermato per il Brasile (sia per quanto riguarda le popolazioni indigene che afro-brasiliane), che per le popolazioni indie in molti altri Paesi dell’America Latina. Martinez Alier si chiede se i dati per l’India permetteranno agli analisti dell’Ejolt Atlas di fare una simile analisi in termini di identità castali/tribali, e quali sarebbero i risultati per l’Africa. Tali ipotesi e conclusioni dovrebbero essere di immediato interesse per gli organismi internazionali, in particolare per i relatori dell’Onu per i diritti degli indigeni e per i diritti umani. Ci chiediamo quanto tempo ci vorrà all’Unep ad iniziare un lavoro basato sul Ejolt e altre fonti sulle estrazioni delle risorse e dei conflitti sullo smaltimento dei rifiuti nel mondo odierno. Invece l’Unep si mantiene piuttosto in silenzio sulle migliaia di conflitti socio-ambientali e sulle loro numerose vittime. Ma l’articolo di El Spectator interpreta comunque male i dati dell’Ejolt Atlas quando fa notare che la Colombia è il secondo Paese al mondo dopo l’India per conflitti ambientali. Come spiega Martinez Alier, «il motivo è che siamo ancora indietro nella compilazione dei casi del Messico e in Brasile in America Latina e per l’Indonesia, la Cina e gli altri grandi Paesi. Comunque il 58% dei casi di conflitti ambientali registrati fino ad ora in Colombia colpiscono minoranze etniche e 42 sono in aree indigene, il 38% coinvolge sia indios...

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Progetto Epicentro: Diario di bordo – Seconda Parte

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Progetto Epicentro: Diario di bordo – Seconda Parte

Diario di bordo del terzo gruppo di parola del progetto EpiCentro (Civitavecchia, 5 Maggio 2014) [di Simona Maltese] Dobbiamo far in fretta, il tempo corre e siamo ancora sulla statale. Ci divincoliamo in un fiume di veicoli reboanti che si stringono l’uno all’altro per conquistare l’uscita. Mentre ci avviciniamo alla costa, riflettiamo insieme agli altri sul lavoro svolto fino ad oggi con i gruppi di parola. La nostra auto si trasforma a un tratto in un cantiere di idee e come dinanzi ad una macchina da presa vediamo le immagini dei racconti che i partecipanti hanno condiviso insieme a noi. In un gioco che nulla ha a che fare con il giubilo, ricostruiamo le storie di queste settimane aggiungendo ciò che l’altro dimentica e arricchendo i racconti di particolari. Non utilizzeremo in questo diario i nomi dei partecipanti, per rispetto della loro intimità, la fiducia che ci hanno riconosciuto e le emozioni, belle ma anche dolorose, delle loro esistenze. Ci chiediamo quindi se sia il caso iniziare a parlare di salute nonostante risulta evidente che la perdita di un’identità collettiva pesi molto di più di una minore qualità della vita. Pensiamo a Lucia che dall’alto della sua età ricorda puntualmente che in passato gli abitanti dei palazzi si davano una mano, preparando delle pietanze per altre famiglie o accudendo i figli quando i genitori erano assenti. Mentre si accarezzava la chioma canuta avvolta in un timido chignon con l’atteggiamento di chi si compiace di ciò che i suoi pensieri sono stati in grado di partorire, in un melodico dialetto romano che non sono in grado ahimè di tradurre in scrittura, ha apostrofato: “ehm beh del resto anche la regina c’ha bisogno della vicina!”. Una risata fragorosa irrompe in auto, annullando il ronzio dei motorini attorno a noi. Presi ancora dall’ilarità di Lucia, rimaniamo dopo poco in silenzio dinanzi all’immensità della costa che si apre dinanzi ai nostri occhi e ci da la sensazione di essere avvolti dal mare blu che la riempie. Rosa durante il gruppo di parola ci rivela che l’acqua è l’elemento naturale per i civitavecchiesi, essendo il territorio circondato da questo prezioso elemento naturale che li cinge da nord con le terme taurine e a sud con il porto. Ce ne descrive la freschezza durante i bagni estivi al Pirgo, la purezza che rendeva il pesce crudo ancora più saporito e le proprietà terapeutiche che un tempo curavano i dolori muscolari e articolari. Si, lo so sto usando il tempo verbale imperfetto…non è un errore di sintassi e neanche la descrizione dei racconti precedenti, ma il ritratto di una realtà distante e stravolta nell’anima dai camini delle navi e delle centrali che fumano insieme ed ostinatamente all’orizzonte. Ci stupisce come la bellezza e il pericolo possano convivere e quasi sovrapporsi nello stesso luogo…forse perché il secondo è spesso poco visibile riuscendo ad annullarsi dietro il fascino intenso del primo. Del resto cos’è una sottile scia di fumo rispetto all’infinitezza di un cielo azzurro? Riecheggiano in auto le parole di Peppino Impastato:”Se si insegnasse la bellezza alla gente, la si fornirebbe di un’arma contro la rassegnazione, la paura e l’omertà. All’esistenza di orrendi palazzi sorti all’improvviso, con tutto il loro squallore, da operazioni speculative, ci si abitua con pronta facilità: si mettono le tendine alle finestre, le...

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The Woman Who Breaks Mega-Dams

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The Woman Who Breaks Mega-Dams

How to stop 7,200 megawatts of power with the force of law. An article on Goldman Environmental Prize winner Ruth Buendía Mestoquiari Source: The Atlantic Ruth Buendía Mestoquiari has built her career, and staked the fate of her people, on the law. But she doesn’t have a law degree. In fact, she didn’t even start elementary school until she was a teenager and didn’t finish high school until age 25. While her peers went to class, she spent her childhood in the 1980s and 90s shuttling between her native village of Cutivireni, the town of Satipo, and the city of Lima, as Peru’s two-decade civil war devastated her community and claimed her father, who was killed in the violence when Buendía was only 12. What Buendía does have is five children, all 18 and younger, and a “wonderful husband.” She has the distinction of being the first female president of CARE, an organization representing roughly 10,000 indigenous Asháninka who live along the banks of the Ene River in the Peruvian Amazon. And she has a knack for blocking massive hydroelectric dams, having thwarted not one but two planned projects that she believed would displace the Asháninka and destroy the ancestral lands they depend on for their livelihoods. It’s a threat she characterizes as “economic terrorism,” in an allusion to the armed terrorism she experienced during the civil war. Through it all, she’s managed to redeem what we’ve come to consider something of a dark art: the lawsuit. The 37-year-old, who received a Goldman Environmental Prize this week for her efforts, has employed several tactics in her duels with the dams, which were first proposed as part of an energy agreement between Peru and Brazil in 2010. She’s marshaled technology, using a laptop and computer simulation to show constituents how the dams would flood the Ene River Valley. She’s courted media attention, established international partnerships, and mobilized her people in regional assemblies. But above all, she’s insisted, again and again, that she has the law on her side—specifically an International Labor Organization treaty that Peru ratified in 1994 and national legislation that the country passed in 2011. Both require the government to consult with indigenous communities before launching development projects—be they infrastructure initiatives or mining concessions—that will affect them. The concept is known as “prior consultation.” Buendía’s primary argument isn’t that the dams are illegal per se, but rather that Peruvian authorities must first secure her people’s consent about how the projects should proceed—if, that is, there are grounds to proceed in the first place. By filing lawsuits in Peruvian courts with the help of legal advisors and making her case to bodies like the D.C.-based Inter-American Commission on Human Rights, Buendía has pressured Peruvian officials and Brazilian companies to halt the construction of the Pakitzapango and Tambo-40 dams—at least for now. In prioritizing legal strategies over others, Buendía’s key insight is to fight fire with fire. After all, the proposed dams are a product of a compact between governments—a [50-year energy agreement->http://uk.reuters.com/article/2011/12/02/peru-brazil-energy-idUKN1E7B10M520111202] that Peru and Brazil struck in 2010. The plan was for Brazilian corporations to dam rivers in the Amazon rainforest in Peru and produce up to 7,200 megawatts of hydropower. Peru’s leaders trumpeted the numerous benefits the dams would bring: Brazilian companies would be investing heavily in...

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Biocidio: la rivista Nature e la mano delle lobbies

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Biocidio: la rivista Nature e la mano delle lobbies

Uno strano editoriale mette in discussione la correlazione inquinamento-tumori. E poi viene fuori la proposta del direttore scientifico del Pascale: 7 miliardi di fondi europei per un mega centro di biomonitoraggio. Ecco il rischio di trasformare la Terra dei fuochi in una grande torta da spartire. di {Giuseppe Manzo} su [Fan Page] “A toxic legacy”, l’articolo della rivista Nature sul dramma del Biocidio in Campania, ha lasciato stupiti e perplessi scienziati, esperti e giornalisti italiani. Da una parte l’editoriale si mostra molto timido sul nesso inquinamento-salute e dall’altra offre spazio a una proposta che pone molti interrogativi. Andiamo con ordine. La prima critica è arrivata dal professore Antonio Giordano, direttore dello Sbarro Institute di Philadelphia dalle pagine del Mattino lo scorso 26 aprile: “La realtà è che difficilmente si lotta in prima persona per una questione giusta, ma si è sempre pronti a seguire la corrente quando quella questione che si è scelto di non vedere per scelta o per indifferenza diventa “hot” o “trendy”. Proprio come sta accadendo con la triste vicenda dei rifiuti tossici. Del resto si tratta di un fenomeno che colpisce perfino riviste scientifiche accreditate come Nature o Science tanto di aver spinto Randy Schekman, premio Nobel per la Medicina 2013, ad attaccarle dichiarando: «Così come Wall Street ha deciso di dire addio alla cultura dei bonus la scienza deve rompere la tiranniadelleriviste di lusso. Pubblicare su testate d lusso ha incoraggiato gli scienziati a dedicarsi ai ‘campi di tendenza’, e non alle ricerche che meritano davvero attenzione dal punto di vista scientifico»”. Lo stesso Giordano, insieme al generale della Guardia Forestale Costa e ad altri esperti, è stato coinvolto dalla giornalista di Nature in un giro sul campo tra le discariche del casertano, fornendo dati e rilasciando interviste. Eppure di tutto ciò non c’è traccia nell’articolo (nella foto sotto la giornalista con Giordano e la delegazione di esperti nelle terre del casertano). La proposta: fondi europei per un mega centro di sperimentazione in Campania? L’unica dichiarazione ospitata nell’editoriale di Nature è quella di Gennaro Ciliberto, direttore scientifico dell’Istituto Nazionale Pascale: “La Campania potrebbe essere un perfetto studio di campo per un programma di ricerca biomonitoraggio”. E con quali soldi? “Questo è il tipo di programma che dovrebbe essere finanziato dai fondi strutturali che la Commissione Europea ha assegnato la regione”. Le risorse in questione ammontano a circa 7 miliardi di euro. Secondo Nature “L’idea di Ciliberto merita seria considerazione”. Alcune testate di settore hanno rilanciato l’idea anche sul versante economico, prevedendo un passaggio dal “disastro ambientale a quello economico”. A questo punto nascono una serie di interrogativi nel merito della vicenda. Quando si parla di centri di sperimentazione si aprono molti scenari in merito agli interessi pubblici e privati. Quando si parla di ricerca e’ un po’ come avere una grande torta su cui sono pronti a concentrarsi business molto forti in ambito sanitario. E poi, su cosa si punta per convertire 7 miliardi su un centro di ricerca? Tutto andrà in mano ad alcune aree di potentati universitari e a alcune Fondazioni ad hoc? Chi lo decide? “Bisogna innanzitutto otturare la falla” – dichiara [Francesco Maranta->http://campaniaterradiveleni.com/img/articolo_04_12_13.pdf], già componente della Commissione regionale sanità e primo politico europeo che ha ricevuto il riconoscimento Life Associate – Ramazzini Institute di Washington per le battaglie contro l’amianto...

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Progetto Epicentro: Diario di bordo

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Progetto Epicentro: Diario di bordo

Il racconto degli incontri portati avanti nell’ambito del progetto EPiCentro, Civitavecchia: ricostruire comunità partendo dall’ascolto delle persone che vivono nei territori impattati {[di Simona Maltese]} Il diario di bordo del progetto [EpiCentro->https://www.cdca.it/spip.php?article2415] “{Da ragazzini attraversavamo a piedi il centro della città per raggiungere l’area rurale circostante. Ore e ore di cammino, ma attorno a noi un’immensa distesa di verde che ci dava la sensazione di essere liberi}” Si inaugura con queste parole dense di emozione e ricordi il terzo gruppo di parola che si è tenuto il 14 aprile scorso a Civitavecchia. Cinque donne e due uomini armati di foto e libri sulla loro città, ci hanno accompagnato lungo un viaggio di circa 60 anni, durante i quali Civitavecchia ha subito due principali mutazioni: la distruzione causata dal bombardamento del 1943 e la ricostruzione accompagnata da una massiccia industrializzazione a partire dagli anni ’50. Nei primi due gruppi di parola, durante i quali abbiamo raccolto testimonianze, racconti, foto e ricordi, il primo arco temporale è stato ampiamente discusso. I racconti ci hanno condotto tra i vicoli del centro storico con i bambini che esercitavano senza saperlo l’arte del riciclo trasformando oggetti di scarto in veri e propri giochi; nel cortile di Elide a guardare la tv tutti insieme affascinati da immagini, suoni e luci che quella scatola era in grado di riprodurre; all’uscita dalla chiesa in fila dinanzi al parroco per avere obliterato il biglietto che permetteva di vedere un film al cinema a prezzi scontati; in piazza durante il carnevale a raccogliere le caramelle che piovevano dai carri di cartapesta; e ancora in strada a tirare pietruzze contro gli sfortunati che passeggiavano al di là delle mura delle città o in osteria a bere la “canaiola” in compagnia. Mentre passeggiavamo tra i ricordi, abbiamo sentito da lontano il prolungato rombo degli aerei che squarciava i cieli di Civitavecchia trasformando le risa festose dei bambini ed i richiami delle madri in grida di paura. Uno, due, tre tonfi sordi e tutto attorno solo polvere. Delle strade attraversate a piedi scalzi e della casa al molo Vespucci rimaneva soltanto una timida ombra. Il passato era troppo vicino per poter essere dimenticato, così quei gruppi di bambini che avevamo incontrato lungo il nostro cammino durante i due primi gruppi di parola iniziavano ad uscire dai loro rifugi ormai adulti, con i loro petti irsuti e le gonne cinte da un grembiule ricamato a mano. Una a una scansavano le pietre che impedivano il passaggio dei carretti e le accostavano l’una sull’altra con la cura di chi ricompone i tasselli per dargli la forma originaria del mosaico. Alcuni pezzi non trovavano il loro compagno o non erano più sufficienti. Il centro della città iniziava a diventare una distesa vuota e triste di abitazioni che si estendevano imponenti verso le zone rurali. I contadini in attesa di vedere i loro pomodori rossi venir fuori dalla terra, iniziavano ad assistere all’avvento di alti casermoni circondati da infinite torri rosse e bianche che nelle sere di agosto coprivano il brillio delle stelle con dense nuvole grigie. Era l’avvento della modernità che ci ha riportato ad un tratto in casa della signora Laura, al terzo gruppo di parola, attorno ad un tavolo in compagnia di Tiziana, MariaGrazia, Luigi, Antonio, Elide e Graziella. Decidiamo di stendere sul...

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Ecuador: più di 700.000 firme per il referendum sullo Yasuní

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Ecuador: più di 700.000 firme per il referendum sullo Yasuní

Concluso il termine per la raccolta delle firme, delle 600.000 necessarie per presentare il referendum, il Movimiento Yasunidos è riuscito a raccoglierne 727.947 di {Diana Coryat-Wambra} su [Radio/Pressenza] Nella seconda metà del 2013, il governo ecuadoriano ha concluso l’iniziativa Yasuní ITT, che si proponeva di far rimanere nel sottosuolo il petrolio presente del Parco Nazionale Yasuní, a patto che il compromesso internazionale si concretizzasse in un sostegno finanziario che sarebbe andato a coprire ciò che l’Ecuador avrebbe percepito dai profitti petroliferi. A seguito della mobilitazione di organizzazioni della società civile si è venuto a formare il Movimiento Yasunidos ed è iniziata una campagna nazionale di raccolta firme per un referendum grazie al quale sarà il popolo ecuadoriano a decidere se il petrolio rimarrà o meno sotto terra. Concluso il termine per la raccolta delle firme, delle 600.000 necessarie per presentare il referendum, il Movimiento Yasunidos è riuscito a raccoglierne 727.947. In una conferenza stampa tenutasi giovedì 10 aprile 2014, il movimento ha pubblicato il numero delle firme raccolte. I portavoce dell’organizzazione hanno annunciato che questa cifra continua a crescere in quanto stanno arrivando ancora moduli con le firme provenienti da diverse città dell’Ecuador. Da quando è iniziata la raccolta il dibattito si è diffuso in tutto il paese, sono arrivati moduli da tutte le province dell’Ecuador e anche da altri paesi. Solo nella provincia di Azuay hanno raccolto oltre 73.000 firme, una cifra che rappresenta più del 15% della popolazione che ha votato alle ultime elezioni. Elena Gálvez, portavoce di Yasunidos, ha affermato che è stato un processo inclusivo e democratico, nel quale si sono rispettati tutti i requisiti del Consiglio Nazionale Elettorale: “Stiamo implementando questo processo, siamo scesi in piazza per parlare con la gente, abbiamo rispettato tutte le regole del Cne”, ha affermato la Gálvez ed ha aggiunto, “siamo stati calunniati varie volte”. Tuttavia afferma che è stato un processo autogestito da Quito che ha motivato l’ampia partecipazione dei cittadini in tutte le province. I portavoce del Yasunidos hanno annunciato che venerdì 11 aprile, molte delle persone che hanno raccolto le firme provenienti da tutto il paese si stanno riunendo per fare il Campamento por la Vida (Accampamento per la Vita). Sarà un luogo di incontro per condividere e rafforzare le alleanze tra le varie persone che hanno volontariamente aderito alla causa di Yasuní. La consegna delle firme al Consiglio Nazionale Elettorale si è tenuta sabato 12 aprile dalle ore 10.00, con un corteo partito dal Parco El Arbolito, situato nel centro della capitale ecuadoriana. Ulteriori informazioni su Yasunidos e sulla loro campagna a questo link Traduzione dallo spagnolo di Corrado...

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Accordo UE-Usa: per il Sole 24 ore un regalo ai cittadini, in realtà alle lobby

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Accordo UE-Usa: per il Sole 24 ore un regalo ai cittadini, in realtà alle lobby

La prodigiosa liberalizzazione degli scambi che creerà la più grande area di libero scambio del pianeta, con circa 800 milioni di consumatori, quasi la metà del PIL mondiale, sarà resa possibile con l’abbattimento delle barriere non tariffarie, definite dagli stessi negoziatori come “trade irritants” queste rappresentano in realtà dei regimi di tutela a beneficio dei consumatori, sostanziandosi nel divieto di importazione di prodotti che possono mettere a rischio la salute e l’ambiente. di {Simona Maltese} su [A Sud] Eppure di proclami ne abbiamo sentiti tanti negli ultimi vent’anni di politica italiana. C’è chi ha promesso di togliere l’ICI, chi di diminuire le tasse per i redditi medio-bassi, c’è poi chi giura di mandare a casa la classe politica attuale a suon di anatemi. Nonostante sia stata provata la scarsa consistenza di molte di queste promesse, continuiamo a fidarci ingenuamente di chi offre ai nostri occhi un futuro migliore di quello attuale, come se la crisi sociale e poi economica fosse una calamità che si è abbattuta sul nostro Paese, e su gran parte dell’Europa, senza responsabilità diretta e indiretta degli stessi soggetti che propongono oggi cure mirabolanti. Lo scotto da pagare per questi proclami inconsistenti è alto, ma i suoi destinatari sembrano non percepirne la reale entità, nutrendo una certa solidarietà nei confronti dei responsabili del dissesto a cui stiamo assistendo. Come fosse una sindrome di Stoccolma collettiva, in molti, nonostante la compressione dei propri diritti determinata dalla crisi, nutrono un sentimento positivo quasi di devozione nei confronti degli aguzzini. Avrà puntato su questo Il Sole 24 Ore quando ha titolato sul TTIP definendolo un “regalo” per gli italiani. Parliamo dell’accordo tra Unione Europea e gli Stati Uniti, denominato Transatlantic Trade and Investment Partnership (TTIP) o nella versione abbreviata Transatlantic Free Trade Area (TAFTA). Il Commissario al Commercio Ue, Karel De Gucht, una delle poche personalità a conoscenza di quanto stia avvenendo tra questi due colossi mondiali dato che i negoziati sono segreti, ha dichiarato che il Trattato offrirà all’Europa due milioni di posti di lavoro in più, 119 miliardi di euro di Pil, equivalenti a 545 euro in più all’anno per ogni famiglia. In barba al proverbio “non si guarda in bocca al caval donato”, proviamo a comprendere quali sono le reali opportunità e i rischi (non pochi) che si celano dietro ciò che viene presentato come una vera e propria manna per l’economia italiana e europea. Un taglio secco delle spese burocratiche ma anche dei diritti: i negoziatori promettono che la liberalizzazione degli scambi tra Usa e Ue determinerà un incremento del 28 per cento delle vendite di prodotti europei nel mercato statunitense e dell’1 per cento del Pil. La prodigiosa liberalizzazione degli scambi che creerà la più grande area di libero scambio del pianeta, con circa 800 milioni di consumatori, quasi la metà del PIL mondiale, sarà resa possibile con l’abbattimento delle barriere non tariffarie (quelle doganali sono già piuttosto basse), che nella realtà non coincidono con delle semplici spese burocratiche. Queste barriere definite dagli stessi negoziatori come “trade irritants” (letteralmente “irritanti commerciali”) rappresentano in realtà dei regimi di tutela a beneficio dei consumatori, sostanziandosi nel divieto di importazione di prodotti che possono mettere a rischio la salute e l’ambiente. Per far ciò, queste normative, direttive e regolamenti, pongono alti standard qualitativi e stabiliscono delle imposte...

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‘A Toxic Legacy’ in Campagna?

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‘A Toxic Legacy’ in Campagna?

A response by [Entitle->https://cdca.it/spip.php?article2176&lang=en] fellow, Salvatore Paolo, to the short piece, ‘A Toxic Legacy’, that focuses on the links between environmental degradation and increasing cancer mortality in Campania. Today the short piece, ‘A Toxic Legacy‘, that reflects on the links between the environmental degradation and increasing cancer mortality in Campania was published on the blog of Nature journal. Apart from blaming (yet again) only the mafia for the illegal dumping of toxic waste in the region, the article is not interested in reporting the transiting and dumping of millions of tons of hazardous waste in the region. The possibility of Campania as a perfect field study for bio-monitoring research elicited the interest of the short piece. The still uncertain link (for some scientific researchers) between the chemicals from waste and the increasing rise in cancer and diseases among the Campania population is at stake. Several factors, such as the development of several data gathering procedures, the relatively long time-frame required for carcinogenic diseases to become apparent, and the multiplicity of isogenic factors disrupting organisms in contemporary urban contexts, make it hard to find a direct causal nexus, established as a scientific certainty. For Nature, these difficult conditions are perfect as they allow Campania to be turned into laboratory for improving toxic-exposure related research. A Neapolitan doctor cited in the article points to the structural European funds as the economic source for financing this epidemiological study. From the ground up, the people that have been active in the last decades and have been fighting against mafia/state/private sector actors (often indistinguishable) that impose unjust and dangerous practices of waste management and disposal, know first and foremost that the exposure to specific contaminants is unsafe for humans per se. Indeed, they invoke the precautionary principle as the guide for an effective human and environmental security. Objectively, contaminants are distributed in the ecosystem of Campania, and the shifting of the focus of discussion onto the influence of unhealthy life-styles as the source of increasing cancer (as many politicians and scientists have done so far) is just a strategic discursive device to not deal with the problem. Moreover, if the changing Italian governments were really interested in finding money for the remediation of land and health assessments, they could have implemented better legislation that would views environmental crimes as crimes against humanity, and they could have enforced the “polluters pay” principle, still insufficiently coded in Italian law. Social movements in Campania are rightly asking for more research on contamination-health nexus, desiring to know the scope of problem with the current environmental conditions and the potential solutions for the health crisis, not to know if whether there is a problem. The request comes from the need to implement procedures for treatment and prevention, and this requires scientists and politicians to uniformly recognize the gravity of the phenomenon. Moreover, social movements are primarily asking (formalized in the shared platform that led to the mass demonstration on 16th November) for “real democracy”: the direct involvement of communities in decisions affecting health and environment. This is because, through a relentless grassroots production of information, people have arrived to the conclusion that the waste mismanagement is only one of the sources impairing health today, together with industrial pollution legacy, wild car traffic, poor air quality, new authorized facilities emitting...

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Seeds of Discontent

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Seeds of Discontent

Watch this trailer for a powerful new documentary about how supposedly well-meaning Dutch and Swedish investments can result in land grabbing and human rights abuses in one small community in Mozambique. In the northern province of Niassa, Mozambique, one company, Chikweti, set up with investments by Swedish and Norwegian churches and the Dutch pension fund, ABP is establishing large tree plantations. Chikweti not only promised their investors a large financial return, but also claimed it would deliver jobs, environmental protection and community development to the region. It seemed a win-win for everyone. This documentary follows the story of one of the plantation workers, Amado. He wants to improve the conditions of his fellow workers in the Chikweti plantation of Licole, Mozambique. He’s frightened and often intimidated in pursuit o f this goal, while facing an apathetic union, a hardnosed manager, and a group of elders determined to halt his actions. But will Amado achieve the support he needs from his fellow workers and local peasant farmers while facing up to the company management? We discover the answer when he and a new local union confront Chikweti by rallying the local peasant farmers and plantation workers to stand together. Trailer: Seeds of Discontent from Transnational Institute on Vimeo. Visit film website for more information and the full film. Source: Transnational Institute, Agrarian...

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Report : Deadly Environment

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Report : Deadly Environment

The dramatic rise in killings of Environmental and Land Defenders. Killings of people protecting the environment and rights to land increased sharply between 2002 and 2013 as competition for natural resources intensifies, a new report from Global Witness reveals. Disputes over industrial logging, mining and land rights the key drivers, with Latin America and Asia-Pacific particularly hard hit. The report “Deadly Environment” looks at known killings of people defending environmental and land rights. It identifies a clear rise in such deaths from 2002 and 2013 as the competition for natural resources intensifies. In the most comprehensive global analysis of the problem on record, we have found that at least 908 people have died in this time. Disputes over industrial logging, mining and land rights are the key drivers, and Latin America and Asia-Pacific particularly hard hit. Deadly Environment also highlights a severe shortage of information or monitoring of this problem, meaning the total is likely to be higher than the report documents. This lack of attention is feeding endemic levels of impunity, with just over one per cent of the perpetrators known to have been convicted. Overall, the report shows how it has never been more important to protect the environment, and it has never been more deadly. It calls on national governments and the international community to act urgently to protect the environment and the citizens who defend it. Global Witness campaigns to end the unfair and unsustainable exploitation of natural resources, so that all can thrive within the planet’s boundaries. We address the root causes of the exploitation that destroys lives and threatens life-supporting ecosystems. *A time lag on reporting means killings for 2013 are likely to be higher than we have been able to show here. Download the {Global Witness} report : [Deadly Environment...

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