CDCA e A Sud alla COP30 a Belém

La voce di A Sud dalla COP30 di Belém (Brasile) e le iniziative in Italia

Dal 10 al 21 novembre 2025 saremo a Belém, in Brasile, per partecipare come osservatori alla 30° Conferenza delle Nazioni Unite sul Clima. Racconteremo quanto avviene dentro e fuori le negoziazioni, porteremo e raccoglieremo le voci dei territori in lotta contro l’estrattivismo, contro il greenwashing e per una transizione ecologica realmente giusta.

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L’agenda della COP30

A Belém si discuteranno e valuteranno gli NDCs, i nuovi impegni climatici nazionali che stabiliscono gli obiettivi di riduzione delle emissioni di ogni paese. Accanto alla mitigazione, l’adattamento sarà uno dei temi centrali attraverso il Global Goal on Adaptation (GGA) e i nuovi Piani nazionali di adattamento. Un altro capitolo chiave sarà quello della finanza per il clima. Tra i punti principali il nuovo obiettivo di finanziamento (NCQG), che punta ad aumentare il sostegno ai Paesi in via di sviluppo da 100 a 300 miliardi di dollari l’anno, e la Roadmap Baku-Belém, che traccia un percorso per mobilitare almeno 1.300 miliardi di dollari l’anno entro il 2035.

Temi cruciali, che si scontrano con uno scenario geopolitico ostile, segnato dal negazionismo climatico, dai venti di guerra, dalla corsa al riarmo e dalla violenza istituzionale.  Non è un caso che in gioco a Belém ci sia più che mai la credibilità della diplomazia climatica e la sua capacità di tradurre le intenzioni in impegni concreti.

La Cupula dos povos

La Cúpula dos Povos è il grande incontro dei movimenti sociali e delle comunità che vivono in prima linea la crisi climatica. Nata nel 1992 come risposta critica alle negoziazioni ufficiali, propone un’alternativa fondata su giustizia climatica, sociale e ambientale, solidarietà e saperi ancestrali.

Dal 12 al 16 novembre 2025, in concomitanza con la COP30 di Belém, riunirà popoli indigeni, comunità quilombola e tradizionali, giovani e lavorator? in marce, dibattiti e azioni culturali.

La Cúpula mette al centro vite, diritti e territori, non statistiche: unisce chi costruisce ogni giorno soluzioni reali, dall’agroecologia alla difesa dei beni comuni, per spingere i governi ad adottare politiche di vera giustizia climatica.

Dichiarazione della Cupula Dos Povos

Perché A Sud e CDCA alla COP?

Nelle Cop si riuniscono i governi dei 197 Paesi che hanno ratificato la Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (UNFCCC), firmata a Rio de Janeiro nel 1992. Ma la COP30 non è solo un vertice diplomatico: è il terreno di confronto (e di scontro) tra attori diversi e diverse visioni del mondo. Da una parte il business as usual che trasforma la crisi climatica in profitto, dall’altra movimenti e territori che lottano per giustizia climatica, autodeterminazione e diritti della Natura.
La COP30 si terrà nel cuore dell’Amazzonia, a Belém do Pará, in Brasile. Non è un dettaglio geografico ma una scelta politica: è nel Sud globale che l’ingiustizia climatica colpisce più duramente mentre il Nord globale continua a negoziare emissioni e interessi fossili.
Qui non si decide solo il futuro del clima: si decide chi avrà diritto a un futuro.

Per raccontare cosa c’è in gioco, e come finisce la partita.

Andiamo alla COP per osservare da vicino i negoziati, capire quali equilibri politici e di potere si stanno ridefinendo, e portare la prospettiva dei territori e dei movimenti che chiedono giustizia climatica.
La partecipazione di A Sud e CDCA serve a connettere le lotte locali con quelle globali, rafforzare alleanze internazionali e raccontare – con sguardo indipendente e critico – come la diplomazia climatica sta affrontando, o eludendo, le proprie responsabilità.
Perché solo intrecciando voci e resistenze dal basso possiamo costruire un futuro giusto per tutt?.

Per costruire e rafforzare alleanze internazionali

Svolgere la COP in Brasile è un segnale che conta: significa rimettere al centro chi la crisi climatica la subisce davvero. Andiamo a Belém per stare con i movimenti globali per la giustizia climatica. In America Latina oggi si gioca una partita enorme: conflitti ambientali, estrattivismo, repressione, lotte indigene e popolari che resistono da decenni. Con tante realtà — dalla Colombia alla Bolivia, fino all’Amazzonia — abbiamo già lavorato, fatto campagne, costruito ponti. Lì ritroviamo compagn? con cui condividiamo visioni e pratiche.

Per portare una visione radicale dentro la COP

Sì, probabilmente sarà l’ennesimo flop diplomatico. Ma proprio per questo dobbiamo esserci, per non lasciare quei tavoli alle lobby fossili e ai governi che parlano di transizione mentre trivellano.
Da dentro vedi meglio le dinamiche, le crepe, le possibilità di alleanze e di conflitto.
Andiamo per portare la prospettiva della giustizia climatica e delle lotte dal basso, che legano crisi climatica, razzismo, patriarcato e disuguaglianze. La COP non è un punto d’arrivo: è un passaggio. Il resto si fa fuori, insieme, ogni giorno.


Diario dalla COP30

  • Giorno 12 – 24 novembre 2025
    Belém svela il fallimento della diplomazia climatica, ma apre spiragli: una roadmap anti-fossile e nuove alleanze per la giustizia.
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  • Giorno 11 – 21 novembre 2025
    Penultimo giorno a Belém: incendio in COP30, stalli politici e pressioni crescenti sul BAM e sull’uscita dai fossili.
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  • Giorno 10 – 20 novembre 2025A Belém 85 Paesi spingono per uscire dai fossili, mentre Italia e Polonia frenano. La COP30 è al bivio, il tempo è adesso.
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  • Giorno 9 – 19 novembre 2025
    Belém rilancia la lotta globale ai fossili: la Colombia guida un fronte che vuole uscire davvero dal modello che brucia il pianeta.
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  • Giorno 7 – 17 novembre 2025
    Belem in rivolta: popoli indigeni e movimenti sociali spingono per una COP30 che dica finalmente basta ai fossili.
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  • Giorno 6 – 15 novembre 2025
    Anche quest’anno i dati sulla presenza dei lobbisti Gas&Oil alla conferenza di Belém sono alti: su ogni 25 persone accreditate al vertice, uno è un lobbista dei combustibili fossili, in totale sono oltre 1600.
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  • Giorno 5 – 14 novembre 2025
    Il TFFF entra nella Cupula tra promesse e contraddizioni: fondi incerti, debiti in aumento e movimenti che denunciano l’ennesima falsa soluzione verde.
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  • Giorno 4 – 13 novembre 2025
    A Belém la protesta indigena irrompe nella COP30 e svela le contraddizioni del Brasile fossile. Intanto la Cupula esplode di mobilitazioni globali.
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  • Giorno 3 – 12 novembre 2025
    Adattamento al centro della COP30, ma i fondi restano insufficienti. A Belém arrivano movimenti e comunità indigene: la vera pressione viene dai territori.
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  • Giorno 2 – 11 novembre 2025
    Lula parla di disuguaglianze alla Cop30, ma il Brasile continua a spingere sul fossile. A Belém torna al centro il nodo tra clima e ingiustizia.
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  • Giorno 1 – 10 novembre 2025
    Dalla Cop30 alla Cúpula dos Povos: a Belém si apre la sfida per la giustizia climatica tra responsabilità globali, diritti dei popoli e resistenza dei territori.
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Articoli di approfondimento alla COP30

  • Cosa resta della Cop30, la battaglia per il clima e i diritti è ancora lunga – 24 novembre 2025
    Marica Di Pierri e Laura Greco su Domani – COP30 fallisce su fossili e foreste, ma il Bam e il blocco dei 82 paesi per l’uscita dal fossile aprono spiragli di lotta e nuove alleanze.
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  • Sulla fine dei lavori della COP30 – 24 novembre 2025
    Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Cosa è successo alla 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici? Quali sono le grandi vittorie? Quali le sconfitte?
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  • La tabella della discordia – cos’è successo alla COP30 – 23 novembre 2025
    Laura Greco su Radio24 – COP30 a Belém annuncia impegni su energia, foreste e adattamento, ma senza una vera uscita dal fossile restano promesse vuote da incalzare con lotte dal basso.
    Ascolta su Il Sole 24 ore
  • “A resposta somos nós”. Ma alla COP30 le richieste dei popoli indigeni non fanno breccia – 23 novembre 2025
    Laura Greco su EconomiaCircolare.com – Alla COP30 le voci indigene restano ai margini mentre la foresta corre verso il punto di non ritorno. Senza giustizia, non c’è futuro.
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  • La “Dichiarazione di Belém” e il multilateralismo del phase out dai fossili spinto dal basso – 21 novembre 2025
    Laura Greco su Altreconomia – Da Belém arriva una spinta dal basso per uscire dai fossili: governi e movimenti uniscono le voci per un phase out reale, giusto, globale.
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    • Cop30: senza il Gender action plan ogni azione climatica è limitata – 21 novembre 2025
      Marica Di Pierri e Laura Greco su Valori – Nonostante le ambiziose premesse il Gender action plan ha trovato diversi ostacoli sui tavoli negoziali della Cop30

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  • Alla Cop30 arrivano le storie di migrazioni climatiche – 21 novembre 2025

Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30, in vista delle negoziazioni finali, si parla del fenomeno crescente degli sfollamenti forzati dal cambiamento climatico.
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  • Belém, la foresta degli indigeni si ribella a Lula – 20 novembre 2025
    Laura Greco su Il Manifesto – Le nazionalità dell’Amazzonia denunciano l’inagibilità politica alla Cop e chiedono una mobilitazione internazionale guidata direttamente dai popoli indigeni per proteggere i loro territori e affrontare la crisi climatica alla radice
  • Alla Cop 30 i movimenti si riprendono la scena – 20 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Il Manifesto – Era dalla Cop 26 di Glasgow che non si vedeva così tanta società civile. Accanto al vertice ufficiale, in più di 50 mila hanno animato la «Cupula dos povos» per una svolta vera sul clima e i diritti
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  • COP30, BELÉM | Italiani in mobilitazione – 20 novembre 2025]
    Il Climate Pride in azione alla COP30: l? attivist? chiedono all’Italia una roadmap chiara e ambiziosa per uscire dai fossili.
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  • A Belém torna il protagonismo sociale – 19 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Collettiva – Alla Cop30 movimenti, organizzazioni, popoli e sindacati riacquistano centralità: proposte e campagne dal basso sono arrivate nelle stanze dei negoziati.
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  • Come procede la COP30 in Brasile? Intervista a Laura Greco da Bélem – 19 novembre 2025
    Laura Greco su Scienza e Pace Magazine – COP30 tra repressione, lobby fossili e resistenze indigene: la giustizia climatica la costruiscono i territori, non i negoziati.
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  • Lifegate dalla COP30 – 18 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Lifegate – Dalla COP30 il racconto dell’inedita comunicazione tra dentro e fuori la COP, tra le richieste indigene e l’ambiguo governo di Lula.
    Ascolta su Lifegate
  • Il Fondo per le foreste e la falsa soluzione del biocapitalismo si ripropone alla Cop30 di Belém – 18 novembre 2025
    Laura Greco su Altreconomia – Il Tropical forests forever facility lanciato da Lula è l’ennesimo dispositivo finanziario che viene presentato come innovazione.
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  • Attivismo e giustizia climatica: se il diritto alla protesta diventa un reato – 17 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Valori.it – Alla Cop30 emerge un allarme globale: in molti Paesi il diritto alla protesta viene represso e l’attivismo ambientale è sempre più criminalizzato
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  • Alla Cop30 di Belèm il fondo per l’adattamento resta senza fondi – 17 novembre 2025]
    Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30 fallisce, per il terzo anno di fila, l’obiettivo di raccolta minima per finanziare l’adattamento dei Paesi del Sud globale.
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  • Massiccia partecipazione popolare a Belém – 16 novebre 2025
    Marica Di Pierri su L’aria Che Respiri – Alla Cúpula dos Povos tantissime voci per reclamare la fine dei combustibili fossili e una giustizia climatica guidata dai popoli, non dalle multinazionali.
    Ascolta su Radio Rai1
  • In diretta da Bele?m – Aggiornamenti sulla prima settimana di COP30 – 15 novembre 2025
    Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – In diretta da Belém, per raccontare in diretta i lavori della 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici. ?Foto di Oliver Ninja e Midia Ninja
    Guarda la diretta
  • Cop30: chi difende i combustibili fossili dentro i negoziati sul clima – 14 novembre 2025
    Marica Di Pierri per Altreconomia – Alla Cop30 un lobbista fossile ogni 25 delegat?: il vertice che dovrebbe chiudere l’era fossile continua a farsela scrivere da chi la profitta.
    Leggi l’articolo
  • Giustizia climatica, questa dimenticata – 13 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Il Manifesto – Il legame tra clima e disuguaglianze è ormai assodato. Ma dopo 30 anni di conferenze, i ricchi continuano a fare grandi affari con i fossili.
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  • L’adattamento secondo la COP30: “Adattarsi è sopravvivere” – 13 novembre 2025
    Marica Di Pierri per EconomiaCircolare.com – COP30 punta a rendere operativo il Global Goal on Adaptation, tra governance multilivello, indicatori, fondi insufficienti e necessità di giustizia climatica.
    Leggi l’articolo
  • La Cop30 in Brasile e le politiche industriali green – 11 novembre 2025
    Marica Di Pierri per Tutta La Città Ne Parla, Radio3 – È iniziata la Cop30 a Belém, 10 giorni in cui si discuterà su come trovare una via d’uscita alla deriva del cambiamento climatico nonostante le difficoltà politiche che ci circondano.
    Ascolta l’episodio
  • Road to Belém – 7 novembre 2025Marica Di Pierri per Valori.it – Verso la Cop30 di Belém, cosa aspettarci dal più importante appuntamento per salvare il clima della Terra? Diretta con Marica Di Pierri, Luca Lombroso, Giovanni Mori e Lorenzo Tecleme.
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  • Da Parigi a Belém, i conti che non tornano – 6 novembre 2025
    Marica Di Pierri per Il Manifesto – Tra tensioni e fragili compromessi, i preparativi alla vigilia della Conferenza Onu. A che punto sono gli impegni nazionali di riduzione e i piani di adattamento dei singoli Paesi.
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  • A Sud a Belém alla Cop30 – 6 novembre 2025
    A Sud seguirà negoziati e mobilitazioni dalla COP30 di Belém, amplificando le voci dei movimenti per giustizia climatica e sociale.
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  • A Sud aderisce alla Global Call to Action della Cúpula dos Povos  – 5 settembre 2025
    Il 15 novembre scendiamo in piazza: basta disuguaglianze e razzismo ambientale, vogliamo giustizia climatica e un mondo dove la vita sia al centro.
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  • Vertice dei Popoli Verso la COP30: Manifesto Politico – 13 giugno 2025
    A Sud aderisce al Manifesto dei Popoli verso la COP30: un appello globale per giustizia climatica, anticapitalismo e democrazia dal basso.
    Leggi l’articolo

Racconteremo le negoziazioni

Per spiegare cosa accade davvero alla COP30, come si muovono i governi e quali interessi guidano le scelte sulla crisi climatica. Vi offriremo una copertura quotidiana per raccontarvi con le nostre parole e con uno sguardo critico, indipendente e radicale, vicino ai movimenti il dentro e fuori la Cop

Sveleremo le contraddizioni

Tra le promesse ufficiali e la realtà, mostrando lo scontro continuo tra lobby fossili e popoli che difendono la vita e i territori. Denunceremo le responsabilità smascherando la falsa transizione energetica e chi continua a inquinare mentre parla di sostenibilità con greenwashing e false soluzioni

Daremo voce alle comunità

Portando le loro storie, le lotte quotidiane e le alternative concrete alla devastazione ambientale, contro colonialismo ed estrazione. Ci collegheremo con l’Italia per connettere istanze e battaglie


INFO E CONTATTI

Per contatti e interviste con la delegazione:

Marica Di Pierri
maricadipierri@asud.net
55 21 967071220

Laura Greco
lauragreco@asud.net
+55 21 997673184

Documentario sulla Giustizia Ambientale: Rimarremo qui!

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Documentario sulla Giustizia Ambientale: Rimarremo qui!

’Rimarremo qui!’ è un documentario di 29 min in lingua spagnola che le raccoglie testimonianze e visioni di ricercatori, attivisti e comunità impattate che rispondono alla domanda: cos’è la giustizia ambientale? Il documentario è stato realizzato dal LaCMA, il laboratorio multimediale dell’Istituto di scienze e tecnologie ambientali dell’Università Autonoma di Barcellona ed è promosso dal progetto EJOLT. Guarda il documentario e sostieni la sua...

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Between activism and science: grassroots concepts for sustainability coined by Environmental Justice Organizations

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Between activism and science: grassroots concepts for sustainability coined by Environmental Justice Organizations

The EJOLT project team, coordinated by Prof. Joan Martinez Alier from ICTA, Universitat Autonoma de Barcelona, recently published the following analysis article on the basis of the exchange and outcomes of the project in the Journal of Political Ecology, Vol. 21, 2014. Abstract In their own battles and strategy meetings since the early 1980s, EJOs (environmental justice organizations) and their networks have introduced several concepts to political ecology that have also been taken up by academics and policy makers. In this paper, we explain the contexts in which such notions have arisen, providing definitions of a wide array of concepts and slogans related to environmental inequities and sustainability, and explore the connections and relations between them. These concepts include: environmental justice, ecological debt, popular epidemiology, environmental racism, climate justice, environmentalism of the poor, water justice, biopiracy, food sovereignty, “green deserts”, “peasant agriculture cools downs the Earth”, land grabbing, Ogonization and Yasunization, resource caps, corporate accountability, ecocide, and indigenous territorial rights, among others. We examine how activists have coined these notions and built demands around them, and how academic research has in turn further applied them and supplied other related concepts, working in a mutually reinforcing way with EJOs. We argue that these processes and dynamics build an activist-led and co-produced social sustainability science, furthering both academic scholarship and activism on environmental justice. Keywords: Political ecology, environmental justice organizations, environmentalism of the poor, ecological debt, activist knowledge Download the article...

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Italian mothers battle the mafia and toxic waste

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Italian mothers battle the mafia and toxic waste

We publish here a comment from [ENTITLE project->https://cdca.it/spip.php?article2176&lang=en] fellow, Salvatore De Rosa, on waste crisis and social mobilisation in the Campania region in Italy. The issue of Campania is reaching (again, after the urban waste crisis of 2008) the international news. The two articles below report on the strategy of a group of mothers who lost their children because of premature diseases, that with the support of a local priest were able to meet the Italian president Napolitano. The articles are imprecise regarding the explanation of the causes of the illegal waste dumping, using the “floating signifier” of Camorra (the local mafia) as the guilty to blame. While researchers and many activists on the ground know very well that mafia organizations were just a segment, the last, of a political-economic system involving industry owners, politicians and an army of corrupted public officers. Studying closely the issue, it emerges the contiguity of interests of illegal and and legal businesses, to such an extent that the boundaries disappear. And this because the ultimate cost-cutting result of disposing industrial waste in Campania is more of a “national economic strategy” to push the GDP up than the evil greed of mafia (that is just another business actor with weapons as a plus). Lastly, the composition of grassroots movements on the ground right now in Campania is far more complex than the picture given by these articles. Indeed, not all the movements share the strategy of mourning and pleading help from state institutions. Other groups (even though confederated with the mothers in one single coalition, Raging River) refuse to cooperate with public institutions until their points to discuss will set the agenda of meetings. And in the meanwhile, these groups are working on the territories to improve self-organization and autonomous initiatives. http://worldnews.nbcnews.com/_news/2014/01/22/22402000-italian-mothers-battle-the-mafia-and-toxic-waste...

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Environmental Justice Documentary: We are going to remain here!

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Environmental Justice Documentary: We are going to remain here!

‘We are going to remain here!’ is a 29-min documentary in which scholars, activists and people impacted by environmental injustices provide their views and testimonies to answer the question: ‘What is environmental justice?’ The Documentary has been produced by LaMCA, the Multimedia lab of Environmental Conflicts at ICTA-UAB and is promoted by the EJOLT project network. Watch the documentary and support its...

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Discarica di Battaglina, un ecomostro di 3 milioni di metri cubi

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Discarica di Battaglina, un ecomostro di 3 milioni di metri cubi

Il 9 gennaio un grande corteo ha invaso il piccolo centro di Borgia, nell’entroterra calabrese, per chiedere il blocco dei lavori della discarica che sta sorgendo a pochi chilometri dal centro abitato [di Gennaro Montuoro su communia.net] Il 9 gennaio un grande corteo ha invaso il piccolo centro di Borgia, un comune dell’entroterra calabrese, per chiedere il blocco dei lavori della costruenda discarica che sta sorgendo a pochi chilometri dal centro abitato. Diverse migliaia di persone sono scese in piazza contro chi ha voluto questo mega impianto spacciato per isola ecologica dalla Sirim srl, la società proponente e futuro gestore. La vertenza chiaramente è solo agli inizi ed i comitati in lotta hanno dato prova di grande autonomia e di forte capacità di mobilitazione riuscendo a portare allo scoperto le tante responsabilità della Regione, della Provincia e dei comuni interessati. Le stesse amministrazioni locali corrono ai ripari scaricando le responsabilità su chi li ha preceduti nella gestione della cosa pubblica ed approvando – sotto, chiaramente, la forte ed imponente pressione dei comitati no discarica sorti nel frattempo – delibere di revoca delle autorizzazioni ed esposti alla Procura della Repubblica. Quest’ultima, nel frattempo, ha riaperto il fascicolo sul caso Battaglina frettolosamente archiviato nel 2012. Si, perché la storia di questa discarica, che interessa principalmente due comuni dell’istmo di Marcellinara, San Floro e Borgia (come proprietario dell’agro), assume connotati che sfociano nell’assurdo sin dalla semplice denominazione – “Isola Ecologica di Battaglina” – che di ecologico non ha nulla visto che si tratta effettivamente di una discarica di rifiuti tra le più grandi d’Europa, con una capacità di abbanco di circa 3milioni di metri cubi. Già nel gennaio del 2011 il Corpo Forestale aveva sequestrato il cantiere bloccando i lavori perché realizzati su un sito sottoposto a vincolo in quanto terreno attraversato da fuoco perché, appunto, colpito da un fortissimo incendio che distrusse diversi ettari di macchia mediterranea. Malgrado il colpevole assenso di tecnici e amministratori dei Comuni di San Floro e Borgia, della Provincia di Catanzaro e della Regione Calabria, nel corso dei controlli effettuati, la Forestale aveva accertato che i lavori iniziati per la realizzazione della discarica (che in apparenza era in possesso di tutti i requisiti, le autorizzazioni ed i nulla osta previsti) in realtà erano in palese violazione di numerose norme e leggi vigenti. Durante la visione degli atti sequestrati fu messo in evidenza che la Sirim Srl aveva avviato la realizzazione della discarica presentando gran parte degli atti e della documentazione, necessaria per l’acquisizione delle autorizzazioni e dei nulla osta previsti, palesemente falsa. Solo così infatti era stato possibile superare i vincoli inibitori esistenti quali quello idrogeologico e, soprattutto, quello previsto dalla Legge 353/2000 derivante dall’incendio boschivo che, come accennavamo prima, ha interessato l’area nel 2007. Qualcuno dotato di particolare malizia potrebbe a questo punto rimarcare che l’incendio sia stato funzionale a creare le condizioni per degradare a tal punto l’area da poterci realizzare sopra solo una discarica. Ma queste considerazioni le lasciamo ai malpensanti! Così la Sirim Srl nel marzo del 2013 ha riaperto il cantiere in virtù di un decreto di compatibilità ambientale vecchio di 4 anni e questo perché il procedimento penale è stato archiviato nell’ottobre del 2012 nonostante l’intervento della Forestale e, soprattutto, il pronunciamento della Corte di Cassazione Penale la quale, con...

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Dissesto idrogeologico: con le terre ioniche, per l’uguaglianza tra i cittadini

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Dissesto idrogeologico: con le terre ioniche, per l’uguaglianza tra i cittadini

Frane ed alluvioni sono un problema serio per il nostro Paese specie per il grave dissesto idrogeologico, cui governi di centro-destra, centro-sinistra, tecnici, bipartisan si sono guardati bene dal porre rimedio [di Fabio Marcelli su ilfattoquotidiano.it] Frane ed alluvioni costituiscono un problema serio per il nostro Paese specie per effetto del grave dissesto idrogeologico, cui governi di centro-destra, centro-sinistra, tecnici, bipartisan e a pallini si sono guardati bene dal porre rimedio, preferendo sperperare i suppostamente pochi denari pubblici in F-35, missioni anticostituzionali in Afghanistan, TAV e altre inutili, anzi dannose, corbellerie. E’ noto come l’assenza di ostacoli naturali dovuti fra l’altro alla cementificazione selvaggia e l’esasperazione del rischio dovuta al cambiamento climatico determinino una situazione di rischio crescente per buona parte del territorio nazionale. Tale situazione produce spesso esiti tragici e perdite umane ed economiche molto elevate. L’Istituto di Ricerca per la Protezione Idrogeologica (IRPI), del Consiglio Nazionale delle Ricerche, tiene aggiornato il sistema informativo sulle catastrofi idrogeologiche. Risulta che tra il 1950 al 2008 si contano almeno 6.380 vittime (morti, dispersi, feriti) per frana e 2.699 vittime di inondazioni. Nel solo 2010 si sono avute 44 vittime e 237.570 milioni di euro di danni. Ed il rischio si presenta grave per il futuro, anzi il rischio è crescente per effetto dei fenomeni di cambiamento climatico. Si consideri inoltre che, secondo un Rapporto redatto nel 2010 dall’Ordine nazionale dei geologi, sono circa 6 milioni gli Italiani che abitano nei 29.500 chilometri quadrati considerati ad elevato rischio idrogeologico. Per mettere in sicurezza quest’ultimo sarebbe sufficiente uno sforzo finanziario relativamente ridotto che consentirebbe altresì di creare nuove occasioni di lavoro per i giovani e non, sia nella fase di risistemazione che durerà comunque molti anni, sia in prospettiva grazie alle nuove possibilità offerte da un territorio risanato. Secondo l’Associazione nazionale bonifiche, irrigazioni e miglioramenti fondiari, “basterebbero 4,1 miliardi di euro per mettere in sicurezza l’Italia con un’adeguata pianificazione che gestisca la fase di intervento e stabilisca i piani di manutenzione, riducendo il dissesto idrogeologico e facendo risparmiare milioni di euro in commissariamenti: sistemare torrenti, rogge, canali artificiali per adeguarli ai cambiamenti climatici, al degrado e all’incoltivazione dei terreni agricoli e all’aumento della superficie cementificata, sulla quale l’acqua scorre invece di essere assorbita dal suolo”. A fronte di tale situazione di emergenza, il comportamento dei vari governi che si sono succedute è doppiamente colpevole. In primo luogo per il rifiuto di varare un piano degno di questo nome investendo le risorse necessarie a fare dell’Italia un Paese bello e vivibile per la presente e le future generazioni. In secondo luogo per aver stanziato soldi nel corso degli anni in modo disorganico e inefficiente. Come afferma William Domenichini, “il rendiconto del costo del dissesto dal dopoguerra ad oggi ammonta a 213 miliardi di euro e solo dal 1996 al 2008 lo stato italiano ha investito per calamità circa 27 miliardi di euro, a fronte di un valore dei danni causati stimabile in circa 52 miliardi”. Si potrebbe aggiungere un terzo motivo di accusa. L’aver trascurato completamente o quasi determinate regioni, pur fortemente colpite da frane e inondazioni. E’ il caso delle terre ioniche, dove, in seguito agli ultimi eventi di questo genere, fra i quali tre alluvioni che hanno provocato 600 milioni di euro di danni fra Basilicata e Puglia, è nato, con...

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“Nessun dorma, in Irpinia le trivelle sono alle porte”

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“Nessun dorma, in Irpinia le trivelle sono alle porte”

Pubblichiamo un comunicato del coordinamento No Triv sui rischi ambientali legati alle possibili trivellazioni in zona per la ricerca del petrolio {Pubblichiamo un comunicato del coordinamento No Triv sui rischi ambientali legati alle possibili trivellazioni in zona per la ricerca del petrolio} Comunicato stampa presentazione manifestazione pubblica “Irpinia beni comuni” che si è tenuta il 22 dicembre a Gesualdo. L’Irpinia è a un bivio. Sviluppo sostenibile o terra di conquista verso gli idrocarburi? “Nessun dorma” perché le trivelle sono alle porte. Nessuno pensi di scrollarsi di dosso le proprie responsabilità, né la Regione Campania né il Governo centrale. L’Irpinia non può e non deve diventare terra di occupazione delle lobby petrolifere. L’acqua che sgorga dalle sorgenti delle tre sorelle (Serino-Caposele-Cassano), il bacino dei Picentini da acqua a tre milioni di persone, disseta l’Irpinia, Salerno, Napoli e la Puglia e certamente non può e non deve essere compromessa dall’installazioni di pozzi petroliferi. L’acqua è un bene comune e come tale deve passare attraverso il controllo diretto dei cittadini unici attori titolati a decidere del suo utilizzo. La carta di vulnerabilità degli acquiferi Irpinia redatta dal Cnr su commissione del Parlamento italiano precisa, a chiare lettere, l’assoluta incompatibilità del territorio irpino a pratiche di sfruttamento petrolifero. Per l’Irpinia inoltre è riconosciuto un vincolo idrogeologico dalla Legge 431 dell’8 agosto 1985, meglio conosciuta come vincolo Galasso. Quindi la Valutazione di Impatto Ambientale richiesta per il Progetto Gesualdo-1 dovrà tenere conto di questo vincolo idrogeologico sul quale sollecitiamo anche l’Autorità di Bacino (Ato) a esprimersi. Pensare di trivellare tra zone SIC e ZPS passando per Parchi Naturali e Oasi WWF è pura e semplice eresia, questo significa non voler bene all’Irpinia. A tal proposito ricordiamo i numeri del Progetto “Nusco”: 698 Km quadrati di possibile ricerca di cui 695,99 nella provincia di Avellino e 2,51 in quella di Benevento e 64 Km quadrati di esplorazione petrolifera attorno al pozzo, a venire, Gesualdo 1, nel quadrato di cui si parlava ricadono i seguenti Comuni: Gesualdo, Frigento, Villamaina, Torella, Sturno Rocca san felice, Sant’Angelo dei Lombardi, Flumeri, Castel Baronia, Grottaminarda, Paternopoli, Fontanarosa; Mirabella Eclano. La superficie totale del permesso di ricerca “Nusco” è equivalente ad un quarto dell’intera provincia di Avellino. Il Ptr regionale destina l’area di ricerca petrolifera (pozzo Gesualdo 1) ad “area naturalistica ad esclusiva vocazione agricola”, ergo il permesso di ricerca “Nusco” confligge con i dettami del PTR e quindi non risulta “spendibile”. L’Assessore Giovanni Romano, interrogato dal Consigliere Nappi – ha dichiarato di non voler interferire nelle scelte che la Commissione decentrata del ministero dello Sviluppo Economico dovrà prendere intorno all’inizio del prossimo anno ( ricordiamo che il permesso di ricerca scade a fine 2016 ). Questo è “il punto di non ritorno”, questo è l’inizio dell’ultimo atto della “tragedia Irpinia”. Una tragedia che è narrata attraverso due discariche (Pustarza e Difesa Grande), l’eolico selvaggio, l’elettrodotto che deturperà per sempre l’Abbazia del Goleto, la centrale elettrica a biomasse della Ferrero, la chiusura dei Tribunali e degli Ospedali, l’Isochimica, e l’inquinamento dei fiumi Calore e Sele passando per l’Alta Capacità e la bretella Lioni-Grottaminarda senza dimenticare la Pavoncelli bis. L’Irpinia è sotto attacco e come tale ha diritto di difendersi. Ora è venuto il momento di dire basta! Oggi l’Irpinia deve prendere coscienza dell’inizio della sua fine e il suo popolo deve...

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Il modello cinese | di Gustavo Esteva

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Il modello cinese | di Gustavo Esteva

La sfrenata esaltazione della pura logica del profitto comincia a mostrare il suo volto rovinoso e i cinesi non sanno più come uscire dai guai. Il capitalismo di stato, come quello liberale, funziona solo con un regime dispotico. su comune The Economist, il settimanale che meglio esprime l’intellettualità organica dell’economia di mercato, lo scorso anno aveva definito il capitalismo di Stato cinese come il nuovo modello emergente nel mondo. In realtà, lo Stato protegge e accompagna il dominio del capitale fin dalla nascita “ma mai prima d’ora aveva operato su tale scala e con strumenti tanto sofisticati”. Peccato che la sfrenata esaltazione della pura logica del profitto comincia a mostrare il suo volto rovinoso e i cinesi non sanno più come uscire dai guai. Il capitalismo di stato, come quello liberale, funziona solo con un regime dispotico. Ha ancora senso considerare la conquista degli apparati dello Stato la sola via possibile per cambiare? È possibile che la maniera cinese di produrre e di governare stia contagiando il pianeta assai di più di quanto non lo stiano facendo i prodotti cinesi. Con il cambiamento di una sola parola, un mese fa il Partito Comunista Cinese ha precisato il significato delle riforme iniziate negli anni Ottanta. Fino a ottobre il ruolo del mercato era ufficialmente “basilare”; a partire da ora sarà “decisivo”. Il 21 gennaio del 2012, The Economist, uno dei più intelligenti e meglio documentati intellettuali organici del capitalismo, aveva interpretato bene questa evoluzione cinese in un dossier speciale: “La nascita del capitalismo di Stato: il nuovo modello mondiale emergente”. Il settimanale ha riconosciuto che l’intervento statale ha accompagnato il capitalismo fin dal suo nascere, ma ha osservato che “mai prima d’ora aveva operato su tale scala e con strumenti tanto sofisticati”. Brasile, Cina e Russia rappresenterebbero questo modello. La rivista non ha tenuto conto della tradizione intellettuale che aveva definito “capitalismo di Stato” l’esperienza dei paesi del socialismo reale e, in questo dossier, non si è azzardata a riconoscere ciò che a poco a poco è venuta ammettendo dopo: il “nuovo stile” si è esteso al mondo intero, dopo il fallimento del neoliberismo. La logica del profitto regola ora tutti gli investimenti, fino a quelli relativi alle infrastrutture; ha la priorità sulla gente e sull’ambiente e perfino sulla crescita economica. Fino a una ventina di anni or sono pensavamo ciecamente che la Cina avrebbe potuto trasformarsi senza mettere in pericolo la propria condizione e il pianeta. Si circolava in bicicletta. Oggi sappiamo che questa era un’illusione. Cento milioni di automobili assediano già 700 milioni di biciclette, ora confinate su una sola corsia invece delle sei di cui disponevano prima. Si torna a usare l’espressione attribuita a Napoleone: “Il pericolo giallo”. I cinesi sanno che sono nei guai, ma non sanno come uscire dal sentiero verso l’abisso in cui si sono cacciati. Apparentemente pensano che il meglio che potrebbe loro accadere è di sbattere contro un muro. Alcuni anni or sono il loro sottosegretario all’ecologia dichiarò a Der Spiegel che la miracolosa crescita economica cinese si sarebbe arrestata “perché l’ambiente non avrebbe potuto sopportarla”. Disse anche: “Credere che la prosperità economica vada automaticamente per mano con la stabilità politica è un grosso errore … Se il divario fra poveri e ricchi cresce, il paese e la società si destabilizzeranno”. Il...

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Mappa dei conflitti ambientali del Brasile | di Joan Martinez Alier

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Mappa dei conflitti ambientali del Brasile | di Joan Martinez Alier

E’ online una mappa dei conflitti ambientali in Brasile, con la catalogazione di 400 casi. Un lavoro pioniere a livello mondiale [di Joan Martinez Alier] Si celebra in dicembre (2013) il venticinquesimo anniversario dell’assassinio di Chico Mendes (1944-1988). Privato della vita nello stato di Acre, in Brasile, mentre lottava per la difesa dell’Amazzonia dalla deforestazione, Chico Mendes era un seringuero[1] ed è stato un sindacalista che difendeva i raccoglitori di caucciù contro i potenti latifondisti e allevatori che distruggevano la selva. Già da ragazzino aveva imparato a leggere, grazie agli insegnamenti di un vecchio comunista, sopravvissuto della colonna Prestes, che aveva fatto di questa frontiera tra Brasile e Bolivia il suo nascondiglio. Ben lontani dall’attenuarsi, i conflitti per la deforestazione e l’espansione della frontiera agropecuniaria continuano a diffondersi in tutta l’Amazzonia, lasciando dietro di sé numerose vittime. Non si tratta tuttavia degli unici conflitti legati all’ingiustizia ambientale, accanto a questi ve ne sono molti altri, causati dall’espansione delle miniere, delle infrastrutture (stradi, grandi imprese) e dalla contaminazione di agrochimici. Già una decina di anni fa è stata creata in Brasile una Rete per la Giustizia Ambientale. Robert Bullard, attivista statunitense che portava avanti già da decenni la lotta al “razzismo ambientale” nel suo paese – una battaglia contro la contaminazione dei quartieri che ospitano prevalentemente persone di colore e gente povera – ha fatto visita agli attivisti brasiliani, dando un forte impulso all’attività della Rete Brasiliana. La rilevanza di questa tematica è stata riconosciuta anche a livello statale; alcuni stati del Brasile (come lo Stato di Rio de Janeiro e Minas Gerais, tra gli altri), infatti, hanno appoggiato numerosi tentativi volti a dare visibilità a tutti questi casi di ingiustizia sociale e conflitti aperti, catalogandoli e mappandoli. Tale processo è culminato con la pubblicazione nel web di un inventario e di una mappa generale del Brasile (www.conflitoambiental.icict.fiocruz.br) oltre che di un libro redatto da Marcelo Firpo Porto, Tania Pacheco e Jean Pierre Leory, intitolato Injustiça ambiental e saúde no Brasil. O mapa de conflictos (“Ingiustizia ambientale e salute in Brasile. Una mappa dei conflitti”), pubblicato nel novembre del 2013. Si tratta di un lavoro pioniere a livello mondiale, che contiene la catalogazione di 400 casi, ognuno accompagnato da una descrizione di due o tre pagine che ne include le principali caratteristiche (per esempio se si tratta di un conflitto legato all’estrazione mineraria, ai residui nucleari, all’amianto o all’espropriazione di terre; quali sono gli attori principali; quali risultati sono stati raggiunti…). Anche in Colombia è stato avviato un progetto simile (nell’ambito del progetto EJOLT), con la realizzazione di una mappa che tuttavia contiene solo 70 casi e in Messico si stanno sviluppando differenti iniziative con lo stesso obiettivo. Il tema sta assumendo dimensioni sempre più massicce, non solo nella pratica ma anche a livello accademico, tanto che si sta già parlando di un primo Congresso Latinoamericano dei Conflitti Ambientali, previsto per ottobre 2014, che sarà ospitato dall’Università Nazionale General Sarmiento a Buenos Aires. L’incontro non si propone di risolvere i conflitti a beneficio delle imprese ma piuttosto di studiarli, dandogli diffusione e una prospettiva storica. Qual è dunque lo scopo di questi inventari e queste mappe, oltre a un’evoluzione dell’ecologia politica? Si tratta di mostrare le cause strutturali di un numero così imponente di conflitti, dal momento che questi conflitti...

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Monitoraggio partecipato e conflitti ambientali: multa in Perù per la Pluspetrol

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Monitoraggio partecipato e conflitti ambientali: multa in Perù per la Pluspetrol

Pubblichiamo un articolo di El Pais in cui si racconta la vicenda che ha portato ad incriminare la società petrolifera Pluspetrol per le sue attività estrattive in Perù che hanno prodotto impatti di estrema gravità, e causato il prosciugamento di un intero sistema lagunare. La Federazione di Indigeni Quechua del Pastaza non ha mai smesso di denunciare i danni ambientali dell’attività estrattiva e le violazioni della legge da parte delle compagnie petrolifere. I dati e le informazioni utilizzati per l’azione legale sono il frutto di un’instancabile attività di monitoraggio partecipativo degli impatti da parte delle comunità, che hanno saputo conciliare la propria conoscenza del territorio con strumenti di mappatura. A questo lavoro ha contribuito anche il ricercatore catalano Martì Orta, collaboratore del CDCA nell’ambito del progetto europeo Marie Curie [Entitle->https://www.cdca.it/spip.php?article2176], confermando la nostra convinzione che il monitoraggio partecipativo possa essere uno strumento efficace per rafforzare le vertenze territoriali, a partire da quelle in corso in Italia. Per questo, ci stiamo impegnando con il Forum dei Movimenti per l’Acqua in un’opera di mappatura dei conflitti ambientali legati alla gestione delle risorse idriche e stiamo ragionando sulla possibilità di applicare gli strumenti del monitoraggio anche alle vertenze contro il Biocidio, dalla Campania al Lazio. Per socializzare queste riflessione e fornire conoscenze di base su tale strumento, CDCA terrà nei prossimi giorni un modulo del corso di formazione InformaComunicaRicerca dedicato interamente alle metodologie di mappatura partecipativa. Il corso si tiene presso la Scuola del Sociale di Roma La vicenda che ha portato ad incriminare la società petrolifera Pluspetrol per le sue attività estrattive in Perù Il Perù multa la Pluspetrol per 7 milioni di dollari per aver causato la scomparsa di una laguna {[da El Paìs] L’industria petrolifera ha provocato la scomparsa della laguna Shanshococha nel bacino del fiume Pastaza, zona di residenza degli indigeni quechuas.} Nel settembre 2011 quattro organizzazioni indigene provenienti dalla selva nord del Perù hanno presentato richiesta al Congresso per l’istituzione di una commissione investigativa che indagasse sulle passività ambientali e sociali di quattro bacini dall’area che avevano ospitato attività petrolifere (per passività ambientali e sociali si intendono i danni provocati dalle attività di esplorazione ed estrazione petrolifera tanto alle risorse naturali come alle persone). Nel giugno 2012, un paio di membri del Congresso hanno visitato tali zone e le immagini successivamente riportate dalla televisione hanno mostrato un’area ricoperta da vegetazione, ma la cui parte sottostante ricordava un tappeto elastico annerito. La società petrolifera, Pluspetrol Norte, ha dunque deciso di realizzare dei lavori di “bonifica ambientale” – volti a recuperare lo spazio danneggiato – senza però richiedere alcun permesso alle autorità ambientali e provocando la scomparsa della laguna Shanshococha nel bacino del fiume Pastaza. Il 25 novembre l’Organismo di Valutazione e Controllo Ambientale (Organismo de Evaluación y Fiscalización Ambiental, OEFA) ha notificato all’impresa una multa di 7 milioni di dollari, la seconda dell’anno, poiché in gennaio la stessa aveva giá ottenuto una sanzione di 11 milioni di dollari per i danni provocati al Pacaya Samira, altro bacino della selva peruviana del nord. La risoluzione dell’OEFA indica, tra i numerosi punti, che la Pluspetrol Norte ha “danneggiato la laguna con idrocarburi liquidi, causato la perdita ecologica irrecuperabile dell’ecosistema che conformava la laguna o realizzato attività di drenaggio e rimozione del suolo senza tenere in considerazione il corrispondente Strumento di...

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