Dal 10 al 21 novembre 2025 saremo a Belém, in Brasile, per partecipare come osservatori alla 30° Conferenza delle Nazioni Unite sul Clima. Racconteremo quanto avviene dentro e fuori le negoziazioni, porteremo e raccoglieremo le voci dei territori in lotta contro l’estrattivismo, contro il greenwashing e per una transizione ecologica realmente giusta.
Iscriviti al bollettino Sostieni il nostro lavoroL’agenda della COP30
A Belém si discuteranno e valuteranno gli NDCs, i nuovi impegni climatici nazionali che stabiliscono gli obiettivi di riduzione delle emissioni di ogni paese. Accanto alla mitigazione, l’adattamento sarà uno dei temi centrali attraverso il Global Goal on Adaptation (GGA) e i nuovi Piani nazionali di adattamento. Un altro capitolo chiave sarà quello della finanza per il clima. Tra i punti principali il nuovo obiettivo di finanziamento (NCQG), che punta ad aumentare il sostegno ai Paesi in via di sviluppo da 100 a 300 miliardi di dollari l’anno, e la Roadmap Baku-Belém, che traccia un percorso per mobilitare almeno 1.300 miliardi di dollari l’anno entro il 2035.
Temi cruciali, che si scontrano con uno scenario geopolitico ostile, segnato dal negazionismo climatico, dai venti di guerra, dalla corsa al riarmo e dalla violenza istituzionale. Non è un caso che in gioco a Belém ci sia più che mai la credibilità della diplomazia climatica e la sua capacità di tradurre le intenzioni in impegni concreti.
La Cupula dos povos
La Cúpula dos Povos è il grande incontro dei movimenti sociali e delle comunità che vivono in prima linea la crisi climatica. Nata nel 1992 come risposta critica alle negoziazioni ufficiali, propone un’alternativa fondata su giustizia climatica, sociale e ambientale, solidarietà e saperi ancestrali.
Dal 12 al 16 novembre 2025, in concomitanza con la COP30 di Belém, riunirà popoli indigeni, comunità quilombola e tradizionali, giovani e lavorator? in marce, dibattiti e azioni culturali.
La Cúpula mette al centro vite, diritti e territori, non statistiche: unisce chi costruisce ogni giorno soluzioni reali, dall’agroecologia alla difesa dei beni comuni, per spingere i governi ad adottare politiche di vera giustizia climatica.
Dichiarazione della Cupula Dos Povos
Perché A Sud e CDCA alla COP?
Nelle Cop si riuniscono i governi dei 197 Paesi che hanno ratificato la Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (UNFCCC), firmata a Rio de Janeiro nel 1992. Ma la COP30 non è solo un vertice diplomatico: è il terreno di confronto (e di scontro) tra attori diversi e diverse visioni del mondo. Da una parte il business as usual che trasforma la crisi climatica in profitto, dall’altra movimenti e territori che lottano per giustizia climatica, autodeterminazione e diritti della Natura.
La COP30 si terrà nel cuore dell’Amazzonia, a Belém do Pará, in Brasile. Non è un dettaglio geografico ma una scelta politica: è nel Sud globale che l’ingiustizia climatica colpisce più duramente mentre il Nord globale continua a negoziare emissioni e interessi fossili.
Qui non si decide solo il futuro del clima: si decide chi avrà diritto a un futuro.
Per raccontare cosa c’è in gioco, e come finisce la partita.
Andiamo alla COP per osservare da vicino i negoziati, capire quali equilibri politici e di potere si stanno ridefinendo, e portare la prospettiva dei territori e dei movimenti che chiedono giustizia climatica.
La partecipazione di A Sud e CDCA serve a connettere le lotte locali con quelle globali, rafforzare alleanze internazionali e raccontare – con sguardo indipendente e critico – come la diplomazia climatica sta affrontando, o eludendo, le proprie responsabilità.
Perché solo intrecciando voci e resistenze dal basso possiamo costruire un futuro giusto per tutt?.
Per costruire e rafforzare alleanze internazionali
Svolgere la COP in Brasile è un segnale che conta: significa rimettere al centro chi la crisi climatica la subisce davvero. Andiamo a Belém per stare con i movimenti globali per la giustizia climatica. In America Latina oggi si gioca una partita enorme: conflitti ambientali, estrattivismo, repressione, lotte indigene e popolari che resistono da decenni. Con tante realtà — dalla Colombia alla Bolivia, fino all’Amazzonia — abbiamo già lavorato, fatto campagne, costruito ponti. Lì ritroviamo compagn? con cui condividiamo visioni e pratiche.
Per portare una visione radicale dentro la COP
Sì, probabilmente sarà l’ennesimo flop diplomatico. Ma proprio per questo dobbiamo esserci, per non lasciare quei tavoli alle lobby fossili e ai governi che parlano di transizione mentre trivellano.
Da dentro vedi meglio le dinamiche, le crepe, le possibilità di alleanze e di conflitto.
Andiamo per portare la prospettiva della giustizia climatica e delle lotte dal basso, che legano crisi climatica, razzismo, patriarcato e disuguaglianze. La COP non è un punto d’arrivo: è un passaggio. Il resto si fa fuori, insieme, ogni giorno.
Diario dalla COP30
- Giorno 12 – 24 novembre 2025
Belém svela il fallimento della diplomazia climatica, ma apre spiragli: una roadmap anti-fossile e nuove alleanze per la giustizia.
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- Giorno 11 – 21 novembre 2025
Penultimo giorno a Belém: incendio in COP30, stalli politici e pressioni crescenti sul BAM e sull’uscita dai fossili.
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- Giorno 10 – 20 novembre 2025A Belém 85 Paesi spingono per uscire dai fossili, mentre Italia e Polonia frenano. La COP30 è al bivio, il tempo è adesso.
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- Giorno 9 – 19 novembre 2025
Belém rilancia la lotta globale ai fossili: la Colombia guida un fronte che vuole uscire davvero dal modello che brucia il pianeta.
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- Giorno 8 – 18 novembre 2025
Alla COP30 la transizione dai combustibili fossili sembra lontana, mentre i fondi dell’adattamento sono sotto il minimo.
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- Giorno 7 – 17 novembre 2025
Belem in rivolta: popoli indigeni e movimenti sociali spingono per una COP30 che dica finalmente basta ai fossili.
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- Giorno 6 – 15 novembre 2025
Anche quest’anno i dati sulla presenza dei lobbisti Gas&Oil alla conferenza di Belém sono alti: su ogni 25 persone accreditate al vertice, uno è un lobbista dei combustibili fossili, in totale sono oltre 1600.
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- Giorno 5 – 14 novembre 2025
Il TFFF entra nella Cupula tra promesse e contraddizioni: fondi incerti, debiti in aumento e movimenti che denunciano l’ennesima falsa soluzione verde.
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- Giorno 4 – 13 novembre 2025
A Belém la protesta indigena irrompe nella COP30 e svela le contraddizioni del Brasile fossile. Intanto la Cupula esplode di mobilitazioni globali.
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- Giorno 3 – 12 novembre 2025
Adattamento al centro della COP30, ma i fondi restano insufficienti. A Belém arrivano movimenti e comunità indigene: la vera pressione viene dai territori.
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- Giorno 2 – 11 novembre 2025
Lula parla di disuguaglianze alla Cop30, ma il Brasile continua a spingere sul fossile. A Belém torna al centro il nodo tra clima e ingiustizia.
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- Giorno 1 – 10 novembre 2025
Dalla Cop30 alla Cúpula dos Povos: a Belém si apre la sfida per la giustizia climatica tra responsabilità globali, diritti dei popoli e resistenza dei territori.
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Articoli di approfondimento alla COP30
- Cosa resta della Cop30, la battaglia per il clima e i diritti è ancora lunga – 24 novembre 2025
Marica Di Pierri e Laura Greco su Domani – COP30 fallisce su fossili e foreste, ma il Bam e il blocco dei 82 paesi per l’uscita dal fossile aprono spiragli di lotta e nuove alleanze.
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- Sulla fine dei lavori della COP30 – 24 novembre 2025
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Cosa è successo alla 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici? Quali sono le grandi vittorie? Quali le sconfitte?
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- La tabella della discordia – cos’è successo alla COP30 – 23 novembre 2025
Laura Greco su Radio24 – COP30 a Belém annuncia impegni su energia, foreste e adattamento, ma senza una vera uscita dal fossile restano promesse vuote da incalzare con lotte dal basso.
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- “A resposta somos nós”. Ma alla COP30 le richieste dei popoli indigeni non fanno breccia – 23 novembre 2025
Laura Greco su EconomiaCircolare.com – Alla COP30 le voci indigene restano ai margini mentre la foresta corre verso il punto di non ritorno. Senza giustizia, non c’è futuro.
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- La “Dichiarazione di Belém” e il multilateralismo del phase out dai fossili spinto dal basso – 21 novembre 2025
Laura Greco su Altreconomia – Da Belém arriva una spinta dal basso per uscire dai fossili: governi e movimenti uniscono le voci per un phase out reale, giusto, globale.
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- Cop30: senza il Gender action plan ogni azione climatica è limitata – 21 novembre 2025
Marica Di Pierri e Laura Greco su Valori – Nonostante le ambiziose premesse il Gender action plan ha trovato diversi ostacoli sui tavoli negoziali della Cop30
- Cop30: senza il Gender action plan ogni azione climatica è limitata – 21 novembre 2025

- Alla Cop30 arrivano le storie di migrazioni climatiche – 21 novembre 2025
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30, in vista delle negoziazioni finali, si parla del fenomeno crescente degli sfollamenti forzati dal cambiamento climatico.
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- Belém, la foresta degli indigeni si ribella a Lula – 20 novembre 2025
Laura Greco su Il Manifesto – Le nazionalità dell’Amazzonia denunciano l’inagibilità politica alla Cop e chiedono una mobilitazione internazionale guidata direttamente dai popoli indigeni per proteggere i loro territori e affrontare la crisi climatica alla radice
- Alla Cop 30 i movimenti si riprendono la scena – 20 novembre 2025
Marica Di Pierri su Il Manifesto – Era dalla Cop 26 di Glasgow che non si vedeva così tanta società civile. Accanto al vertice ufficiale, in più di 50 mila hanno animato la «Cupula dos povos» per una svolta vera sul clima e i diritti
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- COP30, BELÉM | Italiani in mobilitazione – 20 novembre 2025]
Il Climate Pride in azione alla COP30: l? attivist? chiedono all’Italia una roadmap chiara e ambiziosa per uscire dai fossili.
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- A Belém torna il protagonismo sociale – 19 novembre 2025
Marica Di Pierri su Collettiva – Alla Cop30 movimenti, organizzazioni, popoli e sindacati riacquistano centralità: proposte e campagne dal basso sono arrivate nelle stanze dei negoziati.
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- Come procede la COP30 in Brasile? Intervista a Laura Greco da Bélem – 19 novembre 2025
Laura Greco su Scienza e Pace Magazine – COP30 tra repressione, lobby fossili e resistenze indigene: la giustizia climatica la costruiscono i territori, non i negoziati.
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- Lifegate dalla COP30 – 18 novembre 2025
Marica Di Pierri su Lifegate – Dalla COP30 il racconto dell’inedita comunicazione tra dentro e fuori la COP, tra le richieste indigene e l’ambiguo governo di Lula.
Ascolta su Lifegate
- Il Fondo per le foreste e la falsa soluzione del biocapitalismo si ripropone alla Cop30 di Belém – 18 novembre 2025
Laura Greco su Altreconomia – Il Tropical forests forever facility lanciato da Lula è l’ennesimo dispositivo finanziario che viene presentato come innovazione.
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- Attivismo e giustizia climatica: se il diritto alla protesta diventa un reato – 17 novembre 2025
Marica Di Pierri su Valori.it – Alla Cop30 emerge un allarme globale: in molti Paesi il diritto alla protesta viene represso e l’attivismo ambientale è sempre più criminalizzato
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- Alla Cop30 di Belèm il fondo per l’adattamento resta senza fondi – 17 novembre 2025]
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30 fallisce, per il terzo anno di fila, l’obiettivo di raccolta minima per finanziare l’adattamento dei Paesi del Sud globale.
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- Massiccia partecipazione popolare a Belém – 16 novebre 2025
Marica Di Pierri su L’aria Che Respiri – Alla Cúpula dos Povos tantissime voci per reclamare la fine dei combustibili fossili e una giustizia climatica guidata dai popoli, non dalle multinazionali.
Ascolta su Radio Rai1
- In diretta da Bele?m – Aggiornamenti sulla prima settimana di COP30 – 15 novembre 2025
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – In diretta da Belém, per raccontare in diretta i lavori della 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici. ?Foto di Oliver Ninja e Midia Ninja
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- Cop30: chi difende i combustibili fossili dentro i negoziati sul clima – 14 novembre 2025
Marica Di Pierri per Altreconomia – Alla Cop30 un lobbista fossile ogni 25 delegat?: il vertice che dovrebbe chiudere l’era fossile continua a farsela scrivere da chi la profitta.
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- Giustizia climatica, questa dimenticata – 13 novembre 2025
Marica Di Pierri su Il Manifesto – Il legame tra clima e disuguaglianze è ormai assodato. Ma dopo 30 anni di conferenze, i ricchi continuano a fare grandi affari con i fossili.
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- L’adattamento secondo la COP30: “Adattarsi è sopravvivere” – 13 novembre 2025
Marica Di Pierri per EconomiaCircolare.com – COP30 punta a rendere operativo il Global Goal on Adaptation, tra governance multilivello, indicatori, fondi insufficienti e necessità di giustizia climatica.
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- La Cop30 in Brasile e le politiche industriali green – 11 novembre 2025
Marica Di Pierri per Tutta La Città Ne Parla, Radio3 – È iniziata la Cop30 a Belém, 10 giorni in cui si discuterà su come trovare una via d’uscita alla deriva del cambiamento climatico nonostante le difficoltà politiche che ci circondano.
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- Road to Belém – 7 novembre 2025
Marica Di Pierri per Valori.it – Verso la Cop30 di Belém, cosa aspettarci dal più importante appuntamento per salvare il clima della Terra? Diretta con Marica Di Pierri, Luca Lombroso, Giovanni Mori e Lorenzo Tecleme.
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- Da Parigi a Belém, i conti che non tornano – 6 novembre 2025
Marica Di Pierri per Il Manifesto – Tra tensioni e fragili compromessi, i preparativi alla vigilia della Conferenza Onu. A che punto sono gli impegni nazionali di riduzione e i piani di adattamento dei singoli Paesi.
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- A Sud a Belém alla Cop30 – 6 novembre 2025
A Sud seguirà negoziati e mobilitazioni dalla COP30 di Belém, amplificando le voci dei movimenti per giustizia climatica e sociale.
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- A Sud aderisce alla Global Call to Action della Cúpula dos Povos – 5 settembre 2025
Il 15 novembre scendiamo in piazza: basta disuguaglianze e razzismo ambientale, vogliamo giustizia climatica e un mondo dove la vita sia al centro.
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- Vertice dei Popoli Verso la COP30: Manifesto Politico – 13 giugno 2025
A Sud aderisce al Manifesto dei Popoli verso la COP30: un appello globale per giustizia climatica, anticapitalismo e democrazia dal basso.
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Racconteremo le negoziazioni
Per spiegare cosa accade davvero alla COP30, come si muovono i governi e quali interessi guidano le scelte sulla crisi climatica. Vi offriremo una copertura quotidiana per raccontarvi con le nostre parole e con uno sguardo critico, indipendente e radicale, vicino ai movimenti il dentro e fuori la Cop
Sveleremo le contraddizioni
Tra le promesse ufficiali e la realtà, mostrando lo scontro continuo tra lobby fossili e popoli che difendono la vita e i territori. Denunceremo le responsabilità smascherando la falsa transizione energetica e chi continua a inquinare mentre parla di sostenibilità con greenwashing e false soluzioni
Daremo voce alle comunità
Portando le loro storie, le lotte quotidiane e le alternative concrete alla devastazione ambientale, contro colonialismo ed estrazione. Ci collegheremo con l’Italia per connettere istanze e battaglie
INFO E CONTATTI
Per contatti e interviste con la delegazione:
maricadipierri@asud.net
+ 55 21 967071220
Laura Greco
lauragreco@asud.net
+55 21 997673184
Don’t Frack my future: prevenire è meglio che curare
Dal Global Frackdown di Londra come CDCA e A Sud, riflettiamo sull’importanza di parlare del fracking Dal Global Frackdown di Londra per la difesa dei territori e della salute Sabato 19 Ottobre 2013, in centinaia di piccole e grandi città del mondo, si è celebrata la seconda giornata globale contro il fracking. Da Londra a Washington, passando per Roseto degli Abruzzi, Buenos Aires, New Dehli, i comitati locali di 28 paesi sono scesi in piazza per dire no alla fratturazione idraulica, la rischiosa e diffusissima tecnica di estrazione del gas di scisto dipinta come “naturale” dalle maggiori imprese energetiche internazionali. In occasione della giornata, incontriamo a Londra alcuni coordinatori di Young Friends of the Earth UK, impegnati in un corteo nel pieno centro della città, da Bond Street a Oxford Circus. In contemporanea, altri comitati sfilano sotto la sottile pioggia di Covent Garden, circondati da un preoccupante silenzio cittadino. La stampa inglese non riporta, o quasi, l’evento, quasi a negarne l’esistenza. E allora, dopo mesi di ricerca sulla fratturazione idraulica, i suoi effetti e impatti su salute e ambiente, cominciamo a capire che non diffonderne i dettagli e non parlarne sembra essere un ottima strategia per permetterne la silenziosa e catastrofica diffusione. Come ricordato qualche tempo fa, la fratturazione idraulica (in inglese amichevolmente chiamata fracking) è una tecnica di estrazione del gas inventata già agli inizi del ’900 per estrarre gas naturale e petrolio dalle rocce di scisto, o rocce “scistose”, cioè quelle in grado di sfaldarsi facilmente secondo piani paralleli. Una volta individuata con esami geologi la presenza di questo particolare tipo di roccia, si comincia a perforare il terreno fino a raggiungere lo strato roccioso che contiene i giacimenti di gas naturale incastrato tra le rughe della pietra. Successivamente, per “stimolare” l’uscita del gas, la tecnica prevede di iniettare ad alta pressione un composto formato da acqua, sabbia e altri prodotti chimici che, a contatto con la roccia, provoca una serie di piccole e ripetute esplosioni che spingono il gas al di fuori del terreno. I problemi principali legati all’estrazione tramite fratturazione idraulica, oltre al massiccio uso di acqua, sono la contaminazione delle falde acquifere e l’introduzione di agenti chimici nel terreno e nei corsi d’acqua, che si re immettono poi nel sistema idrico contaminando le acque utilizzate quotidianamente sia per agricoltura che per usi domestici. Solo l’80% del liquido iniettato nel foro torna infatti in superficie come acqua di riflusso, il resto rimane nel sottosuolo diventando un rischio per la salute umana. Ulteriore e altrettanto grave problema è lo spostamento delle faglie o il loro “risveglio”, eventi che potrebbero – anche se le compagnie e i governi ancora faticano ad ammetterlo – essere tra le cause di fenomeni sismici. Emblematico a tal proposito, un terremoto avvenuto 6 novembre 2011 in Oklahoma (U.S.) giusto poco dopo che impianto aveva iniettato acqua ad alta pressione nel sottosuolo. In Italia – terreno ahi noi notoriamente sismico – l’uso di tale tecnica potrebbe avere delle conseguenze davvero tragiche tanto che alcuni comitati dell’Emilia Romagna hanno spinto per l’approvazione in Parlamento di una Risoluzione per impegnare il Governo a vietare l’uso del fracking. Nel frattempo, l’Unione Europea ha vincolato ogni progetto di fratturazione idraulica ad una procedura di Valutazione di Impatto Ambientale (VIA) senza però bandirne l’utilizzo. A tal proposito, il...
read moreEJOLT new report: “Digging Deep Corporate Liability”.
Environmental Justice strategies in the world of oil. With CDCA contributions! The impacts provoked by the expanding oil industry encompass environmental destruction, health impacts and violations of human rights. The increasing contamination jeopardizes safe conditions of life and destroys means of livelihood of vulnerable communities and of those relying on healthy ecosystems. Local communities, feeling that they are simply sacrificed to the oil industry, see themselves involved in social conflict. They are experiencing forms of environmental discrimination and might even face criminalisation of the protest when they stand up to defend their rights promoting the chilly effect on others who need and want to defend themselves and the environment. With the progressive decline of oil resources, oil companies have responded to increasing global demand with new forms of technology, expanding the oil frontier into increasingly remote and inaccessible areas of the seas, Arctic regions, and tropical forests. These new extraction zones often provide lower quality oil at greater environmental risk and with disturbing social consequences. The report “Digging deep corporate liability. Environmental Justice strategies in the world of oil“ gathers first-hand information on experiences that support and promote an enhanced legal framework to tackle environmental injustice related to the oil industry. It aims at exploring the question of oil company liability and the agency of emerging Environmental Justice Organisations (EJOs) in putting forward their claims regarding socio-environmental conflicts. This report intends to provide greater understanding of oil conflicts and civil society responses in seeking environmental justice by providing a general description and an analysis of 6 cases that investigate aspects of corporate liability and important related lawsuits. The 4 page policy briefing gives recommendations geared specifically toward European political and judicial institutions, Nigerian and Ecuadorian governments, national governments in impacted countries, transnational companies, and to civil society. The EJOLT projects members will meet in Rome for their 2013 Annual Meeting. Read [here->https://www.cdca.it/spip.php?article2388&lang=en] for details To know about the project:...
read moreRevisione Direttiva Via. Il Parlamento europeo regolamenta lo shale gas
Autorizzato l’utilizzo del fracking in Italia ed Europa con l’obbligo di una valutazione d’impatto ambientale. L’Europarlamento ha detto “sì” alla revisione della direttiva sulla valutazione d’impatto ambientale (Via) con 200 tipologie di progetti, come ponti, porti, centrali nucleari, autostrade, discariche di rifiuti. La Via diventa obbligatoria anche per i progetti di estrazione del gas di scisto che utilizzano la tecnologia del ‘fracking’, cioe’ la fratturazione idraulica sin ora non legalizzata e quindi vietata. Il provvedimento con 339 voti favorevoli e 293 voti contrari, ma soprattutto il mandato per negoziare con Consiglio e Commissione Ue (332 a favore, 311 contrari e 14 astensioni). Un testo finale concordato con le altre istituzioni Ue potrebbe quindi entrare in vigore entro il 2016. Per quanto riguarda il fracking invece di porre un divieto la nuova normativa VIA, così come avevano richiesto i comitati ed associazioni aderenti alla Campagna No Fracking, con la richiesta agli Eurodeputati di far divieto di tale metodica, in realtà ne consente l’utilizzo. In Italia sarebbero interessate aree della pianura Padana, mentre in Basilicata vengono adottate metodiche invasive, quali l’acidificazione in pozzi orizzontali, in assenza di piani ingegneristici noti ed assenza di studi sugli impatti sui sistemi idrici di profondità e superficie al momento non indagati sul piano scientifico. Giacimenti di shale e tight gas. La mappa europea La nuova Via prevede sanzioni “proporzionate e dissuasive in caso di violazione alle norme nazionali che derivano da questa direttiva” e si applica anche a progetti prima esclusi, come le demolizioni di strutture, parchi a tema (come parchi divertimento o acquatici), campi da golf su terreni aridi. Tra l’altro, non sono più concesse ai Paesi membri deroghe speciali per esentare determinati progetti dalla Via, con l’eccezione di quelle motivate con ragione di sicurezza pubblica. I programmi delle compagnie petrolifere alla ricerca di gas e petrolio non convenzionali non risparmiano nessun Paese del vecchio continente. Dai gruppi anti frack irlandesi ci informano che paesi come l’Olanda, il Belgio, Inghilterra, Scozia, Irlanda, Austria, Germania, Danimarca, Francia, Spagna, Portogallo, Polonia, Bulgaria, Lituania, Ucraina, Romania, Croazia, Bosnia, Serbia, Ungheria, Repubblica Ceca, Slovenia, Slovacchia, Svizzera e Italia, sono tutti interessati da potenziali giacimenti di shale gas (gas da scisto) con una buona fetta di territori di paesi dell’Est Europa, Mare del Nord, Benelux, Germania, Inghilterra e Scozia da potenziali giacimenti di tight gas (gas da sabbie compatte). È quanto emerge da una prima lettura di una mappa del magazine americano “Drilling Contractor” che indica le aree potenzialmente sfruttabili che si aggiungono ai giacimenti attivi di shale gas di Polonia, Germania, Austria, Olanda, Inghilterra e Danimarca. L’Italia è interessata da tali programmi per lo sfruttamento di shale gas con una vasta area di giacimenti ricadenti nella pianura padana nelle regioni come l’Emilia Romagna, il Veneto, la Lombardia, il Trentino Alto Adige e il Friuli Venezia Giulia. Seppur allo stato attuale non risultano ricerche attive di shale gas sul territorio italiano, restano comunque le intenzioni dell’Ad di Eni, Paolo Scaroni e del Premier Enrico Letta che recentemente hanno dichiarato di voler puntare sui programmi di shale gas anche in Italia. Fonte:Campagna Italiana No...
read moreAPPELLO DI VIA CAMPESINA: 16 Ottobre-Giornata di Azione Globale per la Sovranità Alimentare
Mobilitazione mondiale per la sovranità alimentare e la produzione agroecologica contro le logiche dell’agribusiness Tutti i popoli hanno diritto alla terra, ai semi, a produrre e alimentarsi in modo sano, esercitando la sovranità alimentare! Via Campesina lancia un appello internazionale per convocare La Giornata di Azione Globale per la Sovranità Alimentare dei Popoli per il prossimo 16 ottobre, giorno in cui la FAO celebra la giornata mondiale dell’alimentazione; il movimento contadino afferma che è possibile risolvere la crisi alimentare e la fame nel mondo con la sovranità alimentare e la produzione agro ecologica. La politiche economiche attuali impediscono lo sviluppo dell’agricoltura contadina a favorisco l’agroindustria giorno per giorno, mentre l’espansione dell’agribusiness nel mondo provoca la speculazione e porta all’aumento del prezzo degli alimenti, mettendo fine alla sovranità alimentare e alla cultura alimentare dei popoli. In questo senso Via Campesina afferma che l’unico modo per uscire da questa crisi alimentare sia chiudere con il modello dell’agribusiness che allontana i contadini dai propri territori. Le politiche neoliberiste verso l’agricoltura hanno avviato un processo di deruralizzazione forzata, oltre all’accaparramento della terra e al controllo dei semi, distruggendo la biodiversità e l’ambiente e generando così fame e miseria nel mondo. Dal 1996 Via Campesina ha posto la questione della sovranità alimentare come una modello che permette ai popoli in tutto il mondo di disegnare le proprie politiche agroalimentari che favoriscano la produzione e la distribuzione contadina a livello locale e che permettano di soddisfare la domanda della popolazione. La crisi alimentare è la crisi più catastrofica tra le crisi a catena che a generato il sistema economico neoliberista. In questo momento più di un miliardo di persone nel mondo soffrono per la fame e la malnutrizione mentre le imprese transnazionali continuano a speculare e pertanto l’agricoltura, l’acqua , l’alimentazione e i nostri beni comuni naturali sono oggi un obbiettivo centrale per realizzare profitti. Sottolineiamo che è urgente dare concretezza al diritto umano fondamentale, il diritto al cibo e ad una alimentazione sana contenuto nella Dichiarazione Universale dei diritti Umani. Oggi come contadine e contadini riaffermiamo il nostro impegno per una alimentazione salutare e nel rispetto dell’ambiente, per la sovranità alimentare attraverso l’agroecologia. In questo Giorno di Azione Globale dobbiamo mostrare la forza e la diversità del nostro movimento, articolando azioni contro transnazionali come la Monsanto, contro l’accaparramento delle terre e l’uso di agro tossici e semi transgenici. Per la Terra e la Sovranità alimentare dei popoli, con Solidarietà e Lotta! Fonte: Appello di Via Campesina Per maggiori informazioni visitare il sito ufficiale di Via Campesina Per ulteriori informazioni visitare il sito Facebook di Via Campesina Per sapere di più sulle iniziative in Europa di Via Campesina visitare il sito del Coordinamento Europeo di Via...
read morePascua Lama: stop ai lavori
Bloccata la megaminiera di Pascua Lama, si pronunciano i movimenti sociali La Corte Suprema del Cile ha ratificato giorni fa la sentenza di un tribunale inferiore che bloccava il mega progetto per la costruzione della miniera di Pascua Lama da parte della compagnia mineraria canadese Barrick Gold, miniera ubicata sulla dorsale andina tra Cile e Argentina che prevede tra l’altro lo “spostamento” di due ghiacciai. Secondo il dettame della sentenza, il progetto dovrà rimanere fermo fino a quando la compagnia non si adeguerà alle norme ambientali vigenti. Alleghiamo di seguito il pronunciamento diffuso dalle comunità locali e dalle organizzazioni sociali e ecologiste cilene. DICHIARAZIONE PUBBLICA Di fronte alla ratifica del blocco di Pascua Lama, determinata dalla Terza Sezione della Corte Suprema, le comunità e organizzazioni che sottoscrivono questo documento dichiarano quanto segue: 1. La lotta a favore dell’acqua e della vita nella Valle del Huasco sta continuando a fare passi significativi per frenare la follia della realizzazione di una megaminiera in un ecosistema glaciale; ora è il Tribunale Supremo cileno che ha riconosciuto il procedimento dell’impresa Barrik come illegale e arbitrario, concordemente con quello che abbiamo sempre denunciato da quando si è approvato il progetto di Pascua Lama. 2. La risoluzione è chiara nel segnalare che questo progetto rappresenta una reale minaccia alla vita, alla salute e all’ambiente e che sebbene non si sia potuto decidere per la revoca della licenza ambientale, non essendo questo oggetto del giudizio, la sentenza non impedisce di adire le Autorità o il Tribunale Ambientale competente, al fine di ottenere questo ulteriore provvedimento. Tale obiettivo è alla base delle motivazioni di tutte le azioni che da luglio di quest’anno abbiamopresentato dinanzi ai tribunali e che speriamo siano decise quanto prima. 3. Circa un mese fa si è costituita nella nostra Valle la Commissione Ambiente della Camera dei Deputati, che ha ascoltato decine di testimonianze raccontare la devastazione che il progetto ha generato e accusare il potere legislativo delle numerose irregolarità commesse a Pascua Lama. Ora è il turno del potere giudiziario, che ha riconosciuto la validità delle nostre richieste ma la domanda che ci poniamo è: quando il potere esecutivo dirà basta alla lenta morte alla quale ci stanno condannando con un’estrazione selvaggia che beneficia solo multinazionali senza scrupoli come la canadese Barrik Gold. 4. I mega progetti di estrazione mineraria a cielo aperto in ecosistemi glaciali sono un crimine che deve essere sanzionato in tempo, altrimenti il danno sarà irrimediabile, non abbiamo bisogno di ulteriori prove, per questo chiediamo nuovamente la REVOCA DELLA LICENZA AMBIENTALE e la CHIUSURA IMMEDIATA del progetto Pascua Lama. 5. Sappiamo che la strada per una reale protezione dei nostri ghiacciai e delle nostre acque è lunga, e non ci fermeremo finché non raggiungeremo quest’obbiettivo. Non per questo però rinunciamo a celebrare ogni nuovo passo avanti pieni di speranza, giacché dimostrano che la convinzione, l’organizzazione comunitaria, la fiducia nelle nostre intuizioni e capacità, possono vincere la cultura della morte che vogliono imporci. {Firmano:} – Assemblea per l’Acqua del Guasco Alto – Comitato Ecologico e Culturale Speranza di Vita – Uniti per l’Acqua – Comunità Diaguita Los Tambos – Comunità Diaguita Patay Co – Presidente del Consiglio di Area INDAP della Provincia di Huasco – Chiesa Presbiteriana, Comitato Acqua e Vita, Chiguinto – Consiglio della Valle del Huasco Consiglio di...
read moreCivitavecchia: in arrivo inceneritore per armi Chimiche
La popolazione di Civitavecchia, rischia di dover presto fare i conti con un nuovo inceneritore. La popolazione della zona rischia di dover presto fare i conti con un ossidatore termico per distruggere l’arsenale tossico, che finora veniva impastato in blocchi di cemento lasciati all’aria aperta, con il pericolo di infiltrazioni nelle acque. Interrogazione parlamentare M5S al ministro Mario Mauro sul rischio per la salute. Ma la Difesa prende tempo La popolazione che vive nell’area di Civitavecchia, tra le più inquinate d’Italia, rischia di dover presto fare i conti con un nuovo inceneritore. Non uno qualsiasi, ma un ossidatore termico dove verranno bruciate nientemeno che le armi chimiche residuate della Seconda guerra mondiale contenenti iprite, fosgene, arsenico e adamsite. Ci manca solo il gas nervino degli arsenali siriani, e non è escluso che arrivi pure quello, visto che il Cetli Nbc (Centro tecnico logistico interforze, nucleare, batteriologico e chimico) del comprensorio militare di Santa Lucia, alle porte di Civitavecchia, è internazionalmente considerato un’eccellenza nel campo del disarmo chimico. Venti mila proiettili chimici da neutralizzare Qui, tra l’autostrada A12 e le falde del monte Tolfa, da vent’anni si continuano a distruggere le vecchie bombe e le scorte di agenti tossici dell’arsenale chimico fascista, più le migliaia di ordigni chimici che erano stivati nelle navi americane affondate nel 1943 dai bombardieri tedeschi nel porto di Bari, e che i militari italiani e statunitensi dopo la guerra pensarono bene di inabissare al largo di Molfetta (dove almeno il recupero è in corso, seppur lentamente e con modalità poco trasparenti, mentre le altre discariche di arsenali chimici continuano a far strage di fauna ittica da Ischia a Pesaro a Trieste, nel disinteresse delle autorità statali). Ad oggi al Cetli ci sono ancora migliaia di tonnellate di agenti tossici e 20mila proiettili chimici da neutralizzare. Finora la bonifica è stata effettuata con un lento e complesso procedimento chimico le cui scorie tossiche vengono impastate in grandi blocchi di cemento che – in attesa di soluzioni di smaltimento che finora non sono state trovate – vengono accatastati all’aria aperta, sotto il sole che li crepa e la pioggia che li dilava, dove rimangono per anni e anni. Il pericolo di infiltrazioni tossiche nelle falde acquifere sottostanti il centro è evidente, ma trattandosi di area militare non sono mai stati eseguiti controlli. “Con il Cetli abbiamo una convenzione riguardante l’ex magazzino di armi chimiche di Ronciglione, sul Lago di Vico – spiega la dottoressa Rossana Cintoli, direttrice tecnica dell’Agenzia regionale per la protezione ambientale (Arpa) del Lazio – ma non abbiamo mai avuto modo di effettuare analisi sull’impatto ambientale delle attività di bonifica che avvengono nel comprensorio militare di Santa Lucia a Civitavecchia”. {La realizzazione dell’inceneritore è ormai decisa} “Ora pare vogliano riparare questi blocchi di cemento sotto delle tettoie, in attesa di spedirli in Germania per gettarli nelle miniere di sale abbandonate”, dice il consigliere regionale del Lazio Gino De Paolis (Sel) riferendosi alle miniere della Bassa Sassonia che già ospitano rifiuti radioattivi. Un’ipotesi che dimostra la pericolosità di questi monoliti di cemento abbandonati alle intemperie tra i boschi laziali. Il problema dello smaltimento delle scorie, oltre alla lentezza dei tempi di lavorazione, ha spinto la Difesa a studiare fin dal 2009 un sistema alternativo di distruzione di queste armi, individuandolo nell’ossidazione termica: in parole povere,...
read moreFracking. Anche in Italia qualcosa si muove?
Continua il dibattito in Italia e Europa, tra la mobilitazione dei movimenti sociali e l’ambiguità del mondo politico Mercoledì 18 settembre, la Commissione parlamentare per l’ambiente, il territorio ed i lavori pubblici ha approvato una risoluzione presentata da SEL che chiede l’esclusione utilizzo della tecnica di fratturazione idraulica ({fracking}) per l’estrazione di idrocarburi. Nonostante la discussione e l’approvazione della risoluzione segnino un passo avanti nello sviluppo di un dibattito in materia, i punti oscuri restano molti. Dopo un primo rinvio avvenuto il 6 settembre, il deputato SEL Filiberto Zaratti ha ripresentato alla Commissione la Risoluzione “sull’istituzione di una Commissione tecnico-scientifica presso il Ministero dell’ambiente per valutare i rischi ambientali connessi all’attività di esplorazione per gli idrocarburi attraverso la tecnica di fratturazione idraulica o fracking-”. Nel testo, per esplicitare i rischi connessi all’attività di fratturazione, vengono richiamati studi e ricerche delle più alte istituzioni nazionali ed internazionali in materia di ambiente tra cui l’Environmentale Environmental Agency (U.S.), la Commissione Ambiente al Parlamento Europeo, il Rapporto del Consiglio consultivo tedesco per l’ambiente, tutti recanti le medesime preoccupazioni: rischio sismico, contaminazione di falde acquifere con sostanze chimiche e radioattive, dubbi su impatti a lungo termine e sull’equilibrio climatico del gas di scisto. Sempre a sostegno dell’importanza di vietare tale tecnica, la risoluzione si sofferma sul legame tra estrazione e attività sismica ricordando come nel 2012, in Italia, a seguito del terremoto dell’Emilia Romagna, il Presidente della regione, tra gli interventi urgenti in favore delle popolazioni, chiese l’istituzione di Commissione tecnico-scientifica per la valutazione delle possibili relazioni tra atti- vità di esplorazione per gli idrocarburi e aumento dell’attività sismica nell’area. Pochi mesi prima, una compagnia petrolifera olandese NAM – Nederlandse Aardolie Maatschappij – aveva ammesso implicitamente di essere la causa scatenante dell’aumento dell’attività sismica nei Paesi Bassi e aveva deciso di stanziare 100 milioni di euro tutti i cittadini che avevano riportato danni a seguito delle ultime scosse, aumentate drasticmente nel peridoso di attività 2000-2005. L’incertezza relativa alla fratturazione idraulica sempre essere elemento comune alla maggioranza dei paesi europei, primi fra tutti Germania – che ha espresso l’esigenza di procedere con “cautela e necessaria razionalità” – e la Francia – che ha già vietato con moratoria l’utilizzo della tecnica di fratturazione idraulica nel proprio territorio. Nonostante la risoluzione sia stata approvata dall’intera Commissione, i tentativi di renderla fumosa e diversamente interpretabile sono stati diversi. Fin dai primi minuti della discussione parlamentare, il Sottosegratario all’Ambiente, Marco Flavio Cirillo, ha escluso la possibilità della creazione di una commissione ad hoc sul tema, sostenendo che oggi non vi sarebbero “rischi ambientali da ritenersi sussistenti” . Il trio Borghi (PD) Realacci (Presidente delle Commissione Ambiente) e Cirilli , hanno invitato il gruppo proponente a riformulare l’atto di indirizzo in discussione in quanto non solo secondo Cirillo non vi sarebbero progetti di esplorazione o estrazione in corso al momento né pericoli rilevanti, ma il Governo avrebbe già espresso la sua contrarietà all’utilizzo del fracking come tecnica di estrazione. Ma gli eventi dell’ultimo semestre governativo mostrerebbero il contrario: nonostante nella strategia energetica nazionale proposta per il 2013 la fratturazione idraulica fosse stata al momento esclusa, il 21 maggio il Primo Ministro Enrico Letta esprimeva particolare apertura nei confronti delle nuove tecniche di estrazione, sottolineando la necessità di mantenere un atteggiamento “non penalizzante” nei confronti dello shale gas. Il giorno...
read moreUnconventional gas: ‘unsafe, unnecessary and unwanted’
Some reasoning about “unconventional” extraction’s techniques. The controversial case of fracking As conventional fossil fuel sources dry up, the industry has been developing ways of extracting gas that is trapped inside the rock formations such as shale gas, coalbed methane and tight gas. Together they are known as unconventional gas because of the new techniques needed to access them. The most controversial of these techniques is hydraulic fracturing, or ‘fracking’, made infamous by the 2010 film ‘Gasland’ which linked ‘flaming faucets’ in Pennsylvania to rampant gas drilling in the Marcellus Shale. Fracking involves drilling deep in the earth and pumping a mixture of water and toxic chemicals under high pressure into the bore hole to open up fractures and ease the flow of gas for extraction. The energy industry promotes unconventional gas as a clean source of indigenous energy, and a crucial ‘bridging fuel’. However, opponents around the world point to the toxic cocktail of carcinogenic and gender-bending chemicals commonly found in fracking fluid, and the ongoing burning debate about whether the carbon footprint of unconventional gas is higher than coal. Even if local environmental and health impacts could be mitigated, burning the gas will make it all but impossible to meet global climate targets. Shale gas gets all the headlines, but the less well-known coalbed methane (CBM) extraction is making an equally unwelcome impact in the USA and Australia. Worryingly, the CBM industry in the UK is considerably more advanced than shale, with commercial extraction potentially only a few years off. Unlike shale gas, coalbed methane doesn’t always involve fracking, however extracting this kind of gas has its own distinct risks as well as those very similar to shale. Coalbed methane is extracted by de-pressurising the seams through drilling vertically and horizontally and pumping out water to release gas. Drilling chemicals and toxins naturally occurring in the coal can leach into the air, water and soil causing health and environmental problems. Vast quantities of water that has been in contact with coal for centuries must be disposed of. As with shale gas, fugitive methane emissions from coalbed methane drilling mean its climate impact could be as much as coal. Coal seams are shallower than shale deposits, which means pollutant pathways are shorter, therefore the harmful impacts of CBM extraction could be seen sooner. As if this weren’t enough, where seams are less permeable, or as gas flow starts to decline, coalbed methane wells can be fracked to increase productivity. In Australia, one of the world’s top producers of CBM up to 40% of wells end up being fracked. Communities living near gas fields in Australia link extraction activities to a host of health problems including headaches, persistent rashes, nausea, joint and muscle pain and spontaneous nosebleeds. Farmers are playing a key role in the widespread ‘Lock the Gate’ coalition because of the impact de-pressuring has on their water supplies – in fact the industry has admitted that its impossible for them to extract the gas without major impacts on ground water levels. Scotland has some shale reserves, but the most immediate threat is from coalbed methane. Australian gas company Dart Energy’s global flagship coalbed methane project is at Airth, near Falkirk. This is the most advanced unconventional gas project in the UK, and if it goes ahead could...
read moreEcuador, Correa lancia una campagna contro la Chevron: deve pagare
Dopo la marcia indietro per lo Yasuni, Correa inaugura la campagna “Mano Negra della Chevron” accusando la compagnia di grave contaminazione ambientale. “Quello che ha fatto Chevron in Ecuador è inqualificabile. Negli Stati Uniti non sarebbe mai successo”. E’ duro il presidente Rafael Correa nelle sue dichiarazione ai giornalisti prima di imbarcarsi per l’Amazzonia dove oggi inaugurerà una campagna contro il colosso petrolifero statunitense che si rifiuta di pagare una multa di 19 miliardi di dollari per gravi danni ambientali. “La mano negra de Chevron” (la mano sporca della Chevron) – questo il nome della campagna – partirà dal pozzo Aguarico 4, nella regione di Sucumbíos, una delle aree fortemente contaminate tra il 1972 e il 1990 dalla Texaco, acquisita a partire nel 2001 dalla multinazionale statunitense Chevron che ha scaricato tutte le responsabilità sull’azienda statale ecuadoriana Petroecuador. Per questo Correa ha deciso di visitare Aguarico 4, “un pozzo dove operò solo la Texaco, abbandonato definitivamente nel 1992” e dove “se si mette una mano nella terra la si ritrae piena di petrolio perché mai è stata fatta una bonifica”. Già nel 2007, Correa aveva visitato lo stesso pozzo: è lì che ha deciso di tornare “per mostrare al mondo che Chevron sta mentendo”. Il governo punta a una campagna prolungata con la partecipazione anche di personalità di caratura internazionale, come il sindaco di Richmond, California, dove la Chevron è stata accusata di aver contaminato la popolazione locale a seguito di un incendio in una raffineria. Chevron è stata condannata nel febbraio 2011 da un tribunale di Sucumbíos che ha convalidato le denunce presentate dai legali di 30.000 abitanti della regione amazzonica; la stessa corte ha inizialmente fissato a 9,5 miliardi di dollari la multa ponendo delle condizioni, come l’obbligo di porgere “pubbliche scuse alle vittime”, pena l’aumento della sanzione. Il colosso nordamericano ha opposto, invano, svariati ricorsi – uno dei quali respinto dalla stessa Corte superma statunitense – e anche negli ultimi giorni ha presentato alla procura di Quito nuove accuse di corruzione a carico dei giudici che l’hanno condannato. Fonte:...
read moreProtect the Planet, Keep oil companies out of Yasuni-ITT: a letter to President Correa
Oilwatch International issued an open letter to the President of Ecuador. This follows on the dramatic turn of events on August 15. Dear Mr. President Rafael Correa We are shocked by the announcement you made on 15 August 2013 that you would permit crude oil extraction in the Yasuni-ITT. We strongly believe that the original decision to leave the oil in this pristine territory in the ground was the right decision and that the decision should not be revised or changed for any reason. We hereby declare our support for the original initiative to refrain from exploitation of the heavy crude oil of Yasuni-ITT. Ecuador has shown leadership in many ways, including by recognizing the rights of nature (in your 2008 constitution), the Yasuni-ITT initiative and in generally broadening the space for freedom and democracy in the world today. This is the way the most of the world sees Ecuador. The single step of opening up Yasuni-ITT to national or international oil companies erases the positive image that your dear country has built with a single stroke. By allowing oil extraction in Yasuni-ITT you would be negating the rights of the indigenous people in the territory who have elected to live in voluntary isolation. Secondly you would be closing the democratic space and declining to listen to the voice of millions of Ecuadorians who have bravely voiced their dissent to your unpopular move. Thirdly, opening up Yasuni-ITT will counter your constitutionally declared rights of nature. Crude oil extraction is by no means a benign activity and the deep scars left by Texaco (Chevron) in the oil fields of Ecuador are a stark reminder that steps must be taken to heal the earth and not to inflict more harm on her. Finally, we call on you, Mr President to ignore the fact that the world did not rush in with the cash you demanded in exchange for keeping the oil untapped. Accept from us that your move had inspired many peoples around the world to demand an end to expansion of fossil fuels extraction, especially into fragile eco-systems. Today,Yasunisation has come to mean the preservation of the integrity of Mother Earth from the ravages of insatiable oil companies and governments by leaving fossils underground. Money cannot pay for the gains that the Yasuni-ITT position has given Ecuador and the world. We affirm that the rights of the people of Yasuni and the rights of nature deserve to be respected and defended and that the oil in Yasuni-ITT should be left untapped. And we urge you and the Assembly of Ecuador to do likewise. Moreover, Mr. President, we urge you to order a halt to the repression of young people who are standing in support of life and Yasuni! Signed: Oilwatch International Noble Wadzah – Ghana (Oilwatch Africa) Siziwe Khanyile – South Africa (Oilwatch Africa) Ivonne Yanez – Oilwatch America Latina Clemente Bautista– Philippines (Oilwatch South East Asia) Faikham Harnnarong – Thailand (Oilwatch South East Asia) Tom Goldtooth – USA (Indigenous Environmental Network) Winnie Overbeek – Uruguay (World Rainforest Movement) Nnimmo Bassey – Nigeria (Health of Mother Earth Foundation/Oilwatch...
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Marica Di Pierri per Valori.it – Verso la Cop30 di Belém, cosa aspettarci dal più importante appuntamento per salvare il clima della Terra? Diretta con Marica Di Pierri, Luca Lombroso, Giovanni Mori e Lorenzo Tecleme.