Dal 10 al 21 novembre 2025 saremo a Belém, in Brasile, per partecipare come osservatori alla 30° Conferenza delle Nazioni Unite sul Clima. Racconteremo quanto avviene dentro e fuori le negoziazioni, porteremo e raccoglieremo le voci dei territori in lotta contro l’estrattivismo, contro il greenwashing e per una transizione ecologica realmente giusta.
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A Belém si discuteranno e valuteranno gli NDCs, i nuovi impegni climatici nazionali che stabiliscono gli obiettivi di riduzione delle emissioni di ogni paese. Accanto alla mitigazione, l’adattamento sarà uno dei temi centrali attraverso il Global Goal on Adaptation (GGA) e i nuovi Piani nazionali di adattamento. Un altro capitolo chiave sarà quello della finanza per il clima. Tra i punti principali il nuovo obiettivo di finanziamento (NCQG), che punta ad aumentare il sostegno ai Paesi in via di sviluppo da 100 a 300 miliardi di dollari l’anno, e la Roadmap Baku-Belém, che traccia un percorso per mobilitare almeno 1.300 miliardi di dollari l’anno entro il 2035.
Temi cruciali, che si scontrano con uno scenario geopolitico ostile, segnato dal negazionismo climatico, dai venti di guerra, dalla corsa al riarmo e dalla violenza istituzionale. Non è un caso che in gioco a Belém ci sia più che mai la credibilità della diplomazia climatica e la sua capacità di tradurre le intenzioni in impegni concreti.
La Cupula dos povos
La Cúpula dos Povos è il grande incontro dei movimenti sociali e delle comunità che vivono in prima linea la crisi climatica. Nata nel 1992 come risposta critica alle negoziazioni ufficiali, propone un’alternativa fondata su giustizia climatica, sociale e ambientale, solidarietà e saperi ancestrali.
Dal 12 al 16 novembre 2025, in concomitanza con la COP30 di Belém, riunirà popoli indigeni, comunità quilombola e tradizionali, giovani e lavorator? in marce, dibattiti e azioni culturali.
La Cúpula mette al centro vite, diritti e territori, non statistiche: unisce chi costruisce ogni giorno soluzioni reali, dall’agroecologia alla difesa dei beni comuni, per spingere i governi ad adottare politiche di vera giustizia climatica.
Dichiarazione della Cupula Dos Povos
Perché A Sud e CDCA alla COP?
Nelle Cop si riuniscono i governi dei 197 Paesi che hanno ratificato la Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (UNFCCC), firmata a Rio de Janeiro nel 1992. Ma la COP30 non è solo un vertice diplomatico: è il terreno di confronto (e di scontro) tra attori diversi e diverse visioni del mondo. Da una parte il business as usual che trasforma la crisi climatica in profitto, dall’altra movimenti e territori che lottano per giustizia climatica, autodeterminazione e diritti della Natura.
La COP30 si terrà nel cuore dell’Amazzonia, a Belém do Pará, in Brasile. Non è un dettaglio geografico ma una scelta politica: è nel Sud globale che l’ingiustizia climatica colpisce più duramente mentre il Nord globale continua a negoziare emissioni e interessi fossili.
Qui non si decide solo il futuro del clima: si decide chi avrà diritto a un futuro.
Per raccontare cosa c’è in gioco, e come finisce la partita.
Andiamo alla COP per osservare da vicino i negoziati, capire quali equilibri politici e di potere si stanno ridefinendo, e portare la prospettiva dei territori e dei movimenti che chiedono giustizia climatica.
La partecipazione di A Sud e CDCA serve a connettere le lotte locali con quelle globali, rafforzare alleanze internazionali e raccontare – con sguardo indipendente e critico – come la diplomazia climatica sta affrontando, o eludendo, le proprie responsabilità.
Perché solo intrecciando voci e resistenze dal basso possiamo costruire un futuro giusto per tutt?.
Per costruire e rafforzare alleanze internazionali
Svolgere la COP in Brasile è un segnale che conta: significa rimettere al centro chi la crisi climatica la subisce davvero. Andiamo a Belém per stare con i movimenti globali per la giustizia climatica. In America Latina oggi si gioca una partita enorme: conflitti ambientali, estrattivismo, repressione, lotte indigene e popolari che resistono da decenni. Con tante realtà — dalla Colombia alla Bolivia, fino all’Amazzonia — abbiamo già lavorato, fatto campagne, costruito ponti. Lì ritroviamo compagn? con cui condividiamo visioni e pratiche.
Per portare una visione radicale dentro la COP
Sì, probabilmente sarà l’ennesimo flop diplomatico. Ma proprio per questo dobbiamo esserci, per non lasciare quei tavoli alle lobby fossili e ai governi che parlano di transizione mentre trivellano.
Da dentro vedi meglio le dinamiche, le crepe, le possibilità di alleanze e di conflitto.
Andiamo per portare la prospettiva della giustizia climatica e delle lotte dal basso, che legano crisi climatica, razzismo, patriarcato e disuguaglianze. La COP non è un punto d’arrivo: è un passaggio. Il resto si fa fuori, insieme, ogni giorno.
Diario dalla COP30
- Giorno 12 – 24 novembre 2025
Belém svela il fallimento della diplomazia climatica, ma apre spiragli: una roadmap anti-fossile e nuove alleanze per la giustizia.
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- Giorno 11 – 21 novembre 2025
Penultimo giorno a Belém: incendio in COP30, stalli politici e pressioni crescenti sul BAM e sull’uscita dai fossili.
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- Giorno 10 – 20 novembre 2025A Belém 85 Paesi spingono per uscire dai fossili, mentre Italia e Polonia frenano. La COP30 è al bivio, il tempo è adesso.
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- Giorno 9 – 19 novembre 2025
Belém rilancia la lotta globale ai fossili: la Colombia guida un fronte che vuole uscire davvero dal modello che brucia il pianeta.
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- Giorno 8 – 18 novembre 2025
Alla COP30 la transizione dai combustibili fossili sembra lontana, mentre i fondi dell’adattamento sono sotto il minimo.
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- Giorno 7 – 17 novembre 2025
Belem in rivolta: popoli indigeni e movimenti sociali spingono per una COP30 che dica finalmente basta ai fossili.
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- Giorno 6 – 15 novembre 2025
Anche quest’anno i dati sulla presenza dei lobbisti Gas&Oil alla conferenza di Belém sono alti: su ogni 25 persone accreditate al vertice, uno è un lobbista dei combustibili fossili, in totale sono oltre 1600.
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- Giorno 5 – 14 novembre 2025
Il TFFF entra nella Cupula tra promesse e contraddizioni: fondi incerti, debiti in aumento e movimenti che denunciano l’ennesima falsa soluzione verde.
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- Giorno 4 – 13 novembre 2025
A Belém la protesta indigena irrompe nella COP30 e svela le contraddizioni del Brasile fossile. Intanto la Cupula esplode di mobilitazioni globali.
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- Giorno 3 – 12 novembre 2025
Adattamento al centro della COP30, ma i fondi restano insufficienti. A Belém arrivano movimenti e comunità indigene: la vera pressione viene dai territori.
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- Giorno 2 – 11 novembre 2025
Lula parla di disuguaglianze alla Cop30, ma il Brasile continua a spingere sul fossile. A Belém torna al centro il nodo tra clima e ingiustizia.
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- Giorno 1 – 10 novembre 2025
Dalla Cop30 alla Cúpula dos Povos: a Belém si apre la sfida per la giustizia climatica tra responsabilità globali, diritti dei popoli e resistenza dei territori.
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Articoli di approfondimento alla COP30
- Cosa resta della Cop30, la battaglia per il clima e i diritti è ancora lunga – 24 novembre 2025
Marica Di Pierri e Laura Greco su Domani – COP30 fallisce su fossili e foreste, ma il Bam e il blocco dei 82 paesi per l’uscita dal fossile aprono spiragli di lotta e nuove alleanze.
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- Sulla fine dei lavori della COP30 – 24 novembre 2025
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Cosa è successo alla 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici? Quali sono le grandi vittorie? Quali le sconfitte?
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- La tabella della discordia – cos’è successo alla COP30 – 23 novembre 2025
Laura Greco su Radio24 – COP30 a Belém annuncia impegni su energia, foreste e adattamento, ma senza una vera uscita dal fossile restano promesse vuote da incalzare con lotte dal basso.
Ascolta su Il Sole 24 ore
- “A resposta somos nós”. Ma alla COP30 le richieste dei popoli indigeni non fanno breccia – 23 novembre 2025
Laura Greco su EconomiaCircolare.com – Alla COP30 le voci indigene restano ai margini mentre la foresta corre verso il punto di non ritorno. Senza giustizia, non c’è futuro.
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- La “Dichiarazione di Belém” e il multilateralismo del phase out dai fossili spinto dal basso – 21 novembre 2025
Laura Greco su Altreconomia – Da Belém arriva una spinta dal basso per uscire dai fossili: governi e movimenti uniscono le voci per un phase out reale, giusto, globale.
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- Cop30: senza il Gender action plan ogni azione climatica è limitata – 21 novembre 2025
Marica Di Pierri e Laura Greco su Valori – Nonostante le ambiziose premesse il Gender action plan ha trovato diversi ostacoli sui tavoli negoziali della Cop30
- Cop30: senza il Gender action plan ogni azione climatica è limitata – 21 novembre 2025

- Alla Cop30 arrivano le storie di migrazioni climatiche – 21 novembre 2025
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30, in vista delle negoziazioni finali, si parla del fenomeno crescente degli sfollamenti forzati dal cambiamento climatico.
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- Belém, la foresta degli indigeni si ribella a Lula – 20 novembre 2025
Laura Greco su Il Manifesto – Le nazionalità dell’Amazzonia denunciano l’inagibilità politica alla Cop e chiedono una mobilitazione internazionale guidata direttamente dai popoli indigeni per proteggere i loro territori e affrontare la crisi climatica alla radice
- Alla Cop 30 i movimenti si riprendono la scena – 20 novembre 2025
Marica Di Pierri su Il Manifesto – Era dalla Cop 26 di Glasgow che non si vedeva così tanta società civile. Accanto al vertice ufficiale, in più di 50 mila hanno animato la «Cupula dos povos» per una svolta vera sul clima e i diritti
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- COP30, BELÉM | Italiani in mobilitazione – 20 novembre 2025]
Il Climate Pride in azione alla COP30: l? attivist? chiedono all’Italia una roadmap chiara e ambiziosa per uscire dai fossili.
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- A Belém torna il protagonismo sociale – 19 novembre 2025
Marica Di Pierri su Collettiva – Alla Cop30 movimenti, organizzazioni, popoli e sindacati riacquistano centralità: proposte e campagne dal basso sono arrivate nelle stanze dei negoziati.
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- Come procede la COP30 in Brasile? Intervista a Laura Greco da Bélem – 19 novembre 2025
Laura Greco su Scienza e Pace Magazine – COP30 tra repressione, lobby fossili e resistenze indigene: la giustizia climatica la costruiscono i territori, non i negoziati.
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- Lifegate dalla COP30 – 18 novembre 2025
Marica Di Pierri su Lifegate – Dalla COP30 il racconto dell’inedita comunicazione tra dentro e fuori la COP, tra le richieste indigene e l’ambiguo governo di Lula.
Ascolta su Lifegate
- Il Fondo per le foreste e la falsa soluzione del biocapitalismo si ripropone alla Cop30 di Belém – 18 novembre 2025
Laura Greco su Altreconomia – Il Tropical forests forever facility lanciato da Lula è l’ennesimo dispositivo finanziario che viene presentato come innovazione.
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- Attivismo e giustizia climatica: se il diritto alla protesta diventa un reato – 17 novembre 2025
Marica Di Pierri su Valori.it – Alla Cop30 emerge un allarme globale: in molti Paesi il diritto alla protesta viene represso e l’attivismo ambientale è sempre più criminalizzato
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- Alla Cop30 di Belèm il fondo per l’adattamento resta senza fondi – 17 novembre 2025]
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30 fallisce, per il terzo anno di fila, l’obiettivo di raccolta minima per finanziare l’adattamento dei Paesi del Sud globale.
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- Massiccia partecipazione popolare a Belém – 16 novebre 2025
Marica Di Pierri su L’aria Che Respiri – Alla Cúpula dos Povos tantissime voci per reclamare la fine dei combustibili fossili e una giustizia climatica guidata dai popoli, non dalle multinazionali.
Ascolta su Radio Rai1
- In diretta da Bele?m – Aggiornamenti sulla prima settimana di COP30 – 15 novembre 2025
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – In diretta da Belém, per raccontare in diretta i lavori della 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici. ?Foto di Oliver Ninja e Midia Ninja
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- Cop30: chi difende i combustibili fossili dentro i negoziati sul clima – 14 novembre 2025
Marica Di Pierri per Altreconomia – Alla Cop30 un lobbista fossile ogni 25 delegat?: il vertice che dovrebbe chiudere l’era fossile continua a farsela scrivere da chi la profitta.
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- Giustizia climatica, questa dimenticata – 13 novembre 2025
Marica Di Pierri su Il Manifesto – Il legame tra clima e disuguaglianze è ormai assodato. Ma dopo 30 anni di conferenze, i ricchi continuano a fare grandi affari con i fossili.
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- L’adattamento secondo la COP30: “Adattarsi è sopravvivere” – 13 novembre 2025
Marica Di Pierri per EconomiaCircolare.com – COP30 punta a rendere operativo il Global Goal on Adaptation, tra governance multilivello, indicatori, fondi insufficienti e necessità di giustizia climatica.
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- La Cop30 in Brasile e le politiche industriali green – 11 novembre 2025
Marica Di Pierri per Tutta La Città Ne Parla, Radio3 – È iniziata la Cop30 a Belém, 10 giorni in cui si discuterà su come trovare una via d’uscita alla deriva del cambiamento climatico nonostante le difficoltà politiche che ci circondano.
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- Road to Belém – 7 novembre 2025
Marica Di Pierri per Valori.it – Verso la Cop30 di Belém, cosa aspettarci dal più importante appuntamento per salvare il clima della Terra? Diretta con Marica Di Pierri, Luca Lombroso, Giovanni Mori e Lorenzo Tecleme.
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- Da Parigi a Belém, i conti che non tornano – 6 novembre 2025
Marica Di Pierri per Il Manifesto – Tra tensioni e fragili compromessi, i preparativi alla vigilia della Conferenza Onu. A che punto sono gli impegni nazionali di riduzione e i piani di adattamento dei singoli Paesi.
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- A Sud a Belém alla Cop30 – 6 novembre 2025
A Sud seguirà negoziati e mobilitazioni dalla COP30 di Belém, amplificando le voci dei movimenti per giustizia climatica e sociale.
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- A Sud aderisce alla Global Call to Action della Cúpula dos Povos – 5 settembre 2025
Il 15 novembre scendiamo in piazza: basta disuguaglianze e razzismo ambientale, vogliamo giustizia climatica e un mondo dove la vita sia al centro.
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- Vertice dei Popoli Verso la COP30: Manifesto Politico – 13 giugno 2025
A Sud aderisce al Manifesto dei Popoli verso la COP30: un appello globale per giustizia climatica, anticapitalismo e democrazia dal basso.
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Racconteremo le negoziazioni
Per spiegare cosa accade davvero alla COP30, come si muovono i governi e quali interessi guidano le scelte sulla crisi climatica. Vi offriremo una copertura quotidiana per raccontarvi con le nostre parole e con uno sguardo critico, indipendente e radicale, vicino ai movimenti il dentro e fuori la Cop
Sveleremo le contraddizioni
Tra le promesse ufficiali e la realtà, mostrando lo scontro continuo tra lobby fossili e popoli che difendono la vita e i territori. Denunceremo le responsabilità smascherando la falsa transizione energetica e chi continua a inquinare mentre parla di sostenibilità con greenwashing e false soluzioni
Daremo voce alle comunità
Portando le loro storie, le lotte quotidiane e le alternative concrete alla devastazione ambientale, contro colonialismo ed estrazione. Ci collegheremo con l’Italia per connettere istanze e battaglie
INFO E CONTATTI
Per contatti e interviste con la delegazione:
maricadipierri@asud.net
+ 55 21 967071220
Laura Greco
lauragreco@asud.net
+55 21 997673184
Pascua Lama: stop ai lavori
Bloccata la megaminiera di Pascua Lama, si pronunciano i movimenti sociali La Corte Suprema del Cile ha ratificato giorni fa la sentenza di un tribunale inferiore che bloccava il mega progetto per la costruzione della miniera di Pascua Lama da parte della compagnia mineraria canadese Barrick Gold, miniera ubicata sulla dorsale andina tra Cile e Argentina che prevede tra l’altro lo “spostamento” di due ghiacciai. Secondo il dettame della sentenza, il progetto dovrà rimanere fermo fino a quando la compagnia non si adeguerà alle norme ambientali vigenti. Alleghiamo di seguito il pronunciamento diffuso dalle comunità locali e dalle organizzazioni sociali e ecologiste cilene. DICHIARAZIONE PUBBLICA Di fronte alla ratifica del blocco di Pascua Lama, determinata dalla Terza Sezione della Corte Suprema, le comunità e organizzazioni che sottoscrivono questo documento dichiarano quanto segue: 1. La lotta a favore dell’acqua e della vita nella Valle del Huasco sta continuando a fare passi significativi per frenare la follia della realizzazione di una megaminiera in un ecosistema glaciale; ora è il Tribunale Supremo cileno che ha riconosciuto il procedimento dell’impresa Barrik come illegale e arbitrario, concordemente con quello che abbiamo sempre denunciato da quando si è approvato il progetto di Pascua Lama. 2. La risoluzione è chiara nel segnalare che questo progetto rappresenta una reale minaccia alla vita, alla salute e all’ambiente e che sebbene non si sia potuto decidere per la revoca della licenza ambientale, non essendo questo oggetto del giudizio, la sentenza non impedisce di adire le Autorità o il Tribunale Ambientale competente, al fine di ottenere questo ulteriore provvedimento. Tale obiettivo è alla base delle motivazioni di tutte le azioni che da luglio di quest’anno abbiamopresentato dinanzi ai tribunali e che speriamo siano decise quanto prima. 3. Circa un mese fa si è costituita nella nostra Valle la Commissione Ambiente della Camera dei Deputati, che ha ascoltato decine di testimonianze raccontare la devastazione che il progetto ha generato e accusare il potere legislativo delle numerose irregolarità commesse a Pascua Lama. Ora è il turno del potere giudiziario, che ha riconosciuto la validità delle nostre richieste ma la domanda che ci poniamo è: quando il potere esecutivo dirà basta alla lenta morte alla quale ci stanno condannando con un’estrazione selvaggia che beneficia solo multinazionali senza scrupoli come la canadese Barrik Gold. 4. I mega progetti di estrazione mineraria a cielo aperto in ecosistemi glaciali sono un crimine che deve essere sanzionato in tempo, altrimenti il danno sarà irrimediabile, non abbiamo bisogno di ulteriori prove, per questo chiediamo nuovamente la REVOCA DELLA LICENZA AMBIENTALE e la CHIUSURA IMMEDIATA del progetto Pascua Lama. 5. Sappiamo che la strada per una reale protezione dei nostri ghiacciai e delle nostre acque è lunga, e non ci fermeremo finché non raggiungeremo quest’obbiettivo. Non per questo però rinunciamo a celebrare ogni nuovo passo avanti pieni di speranza, giacché dimostrano che la convinzione, l’organizzazione comunitaria, la fiducia nelle nostre intuizioni e capacità, possono vincere la cultura della morte che vogliono imporci. {Firmano:} – Assemblea per l’Acqua del Guasco Alto – Comitato Ecologico e Culturale Speranza di Vita – Uniti per l’Acqua – Comunità Diaguita Los Tambos – Comunità Diaguita Patay Co – Presidente del Consiglio di Area INDAP della Provincia di Huasco – Chiesa Presbiteriana, Comitato Acqua e Vita, Chiguinto – Consiglio della Valle del Huasco Consiglio di...
read moreCivitavecchia: in arrivo inceneritore per armi Chimiche
La popolazione di Civitavecchia, rischia di dover presto fare i conti con un nuovo inceneritore. La popolazione della zona rischia di dover presto fare i conti con un ossidatore termico per distruggere l’arsenale tossico, che finora veniva impastato in blocchi di cemento lasciati all’aria aperta, con il pericolo di infiltrazioni nelle acque. Interrogazione parlamentare M5S al ministro Mario Mauro sul rischio per la salute. Ma la Difesa prende tempo La popolazione che vive nell’area di Civitavecchia, tra le più inquinate d’Italia, rischia di dover presto fare i conti con un nuovo inceneritore. Non uno qualsiasi, ma un ossidatore termico dove verranno bruciate nientemeno che le armi chimiche residuate della Seconda guerra mondiale contenenti iprite, fosgene, arsenico e adamsite. Ci manca solo il gas nervino degli arsenali siriani, e non è escluso che arrivi pure quello, visto che il Cetli Nbc (Centro tecnico logistico interforze, nucleare, batteriologico e chimico) del comprensorio militare di Santa Lucia, alle porte di Civitavecchia, è internazionalmente considerato un’eccellenza nel campo del disarmo chimico. Venti mila proiettili chimici da neutralizzare Qui, tra l’autostrada A12 e le falde del monte Tolfa, da vent’anni si continuano a distruggere le vecchie bombe e le scorte di agenti tossici dell’arsenale chimico fascista, più le migliaia di ordigni chimici che erano stivati nelle navi americane affondate nel 1943 dai bombardieri tedeschi nel porto di Bari, e che i militari italiani e statunitensi dopo la guerra pensarono bene di inabissare al largo di Molfetta (dove almeno il recupero è in corso, seppur lentamente e con modalità poco trasparenti, mentre le altre discariche di arsenali chimici continuano a far strage di fauna ittica da Ischia a Pesaro a Trieste, nel disinteresse delle autorità statali). Ad oggi al Cetli ci sono ancora migliaia di tonnellate di agenti tossici e 20mila proiettili chimici da neutralizzare. Finora la bonifica è stata effettuata con un lento e complesso procedimento chimico le cui scorie tossiche vengono impastate in grandi blocchi di cemento che – in attesa di soluzioni di smaltimento che finora non sono state trovate – vengono accatastati all’aria aperta, sotto il sole che li crepa e la pioggia che li dilava, dove rimangono per anni e anni. Il pericolo di infiltrazioni tossiche nelle falde acquifere sottostanti il centro è evidente, ma trattandosi di area militare non sono mai stati eseguiti controlli. “Con il Cetli abbiamo una convenzione riguardante l’ex magazzino di armi chimiche di Ronciglione, sul Lago di Vico – spiega la dottoressa Rossana Cintoli, direttrice tecnica dell’Agenzia regionale per la protezione ambientale (Arpa) del Lazio – ma non abbiamo mai avuto modo di effettuare analisi sull’impatto ambientale delle attività di bonifica che avvengono nel comprensorio militare di Santa Lucia a Civitavecchia”. {La realizzazione dell’inceneritore è ormai decisa} “Ora pare vogliano riparare questi blocchi di cemento sotto delle tettoie, in attesa di spedirli in Germania per gettarli nelle miniere di sale abbandonate”, dice il consigliere regionale del Lazio Gino De Paolis (Sel) riferendosi alle miniere della Bassa Sassonia che già ospitano rifiuti radioattivi. Un’ipotesi che dimostra la pericolosità di questi monoliti di cemento abbandonati alle intemperie tra i boschi laziali. Il problema dello smaltimento delle scorie, oltre alla lentezza dei tempi di lavorazione, ha spinto la Difesa a studiare fin dal 2009 un sistema alternativo di distruzione di queste armi, individuandolo nell’ossidazione termica: in parole povere,...
read moreFracking. Anche in Italia qualcosa si muove?
Continua il dibattito in Italia e Europa, tra la mobilitazione dei movimenti sociali e l’ambiguità del mondo politico Mercoledì 18 settembre, la Commissione parlamentare per l’ambiente, il territorio ed i lavori pubblici ha approvato una risoluzione presentata da SEL che chiede l’esclusione utilizzo della tecnica di fratturazione idraulica ({fracking}) per l’estrazione di idrocarburi. Nonostante la discussione e l’approvazione della risoluzione segnino un passo avanti nello sviluppo di un dibattito in materia, i punti oscuri restano molti. Dopo un primo rinvio avvenuto il 6 settembre, il deputato SEL Filiberto Zaratti ha ripresentato alla Commissione la Risoluzione “sull’istituzione di una Commissione tecnico-scientifica presso il Ministero dell’ambiente per valutare i rischi ambientali connessi all’attività di esplorazione per gli idrocarburi attraverso la tecnica di fratturazione idraulica o fracking-”. Nel testo, per esplicitare i rischi connessi all’attività di fratturazione, vengono richiamati studi e ricerche delle più alte istituzioni nazionali ed internazionali in materia di ambiente tra cui l’Environmentale Environmental Agency (U.S.), la Commissione Ambiente al Parlamento Europeo, il Rapporto del Consiglio consultivo tedesco per l’ambiente, tutti recanti le medesime preoccupazioni: rischio sismico, contaminazione di falde acquifere con sostanze chimiche e radioattive, dubbi su impatti a lungo termine e sull’equilibrio climatico del gas di scisto. Sempre a sostegno dell’importanza di vietare tale tecnica, la risoluzione si sofferma sul legame tra estrazione e attività sismica ricordando come nel 2012, in Italia, a seguito del terremoto dell’Emilia Romagna, il Presidente della regione, tra gli interventi urgenti in favore delle popolazioni, chiese l’istituzione di Commissione tecnico-scientifica per la valutazione delle possibili relazioni tra atti- vità di esplorazione per gli idrocarburi e aumento dell’attività sismica nell’area. Pochi mesi prima, una compagnia petrolifera olandese NAM – Nederlandse Aardolie Maatschappij – aveva ammesso implicitamente di essere la causa scatenante dell’aumento dell’attività sismica nei Paesi Bassi e aveva deciso di stanziare 100 milioni di euro tutti i cittadini che avevano riportato danni a seguito delle ultime scosse, aumentate drasticmente nel peridoso di attività 2000-2005. L’incertezza relativa alla fratturazione idraulica sempre essere elemento comune alla maggioranza dei paesi europei, primi fra tutti Germania – che ha espresso l’esigenza di procedere con “cautela e necessaria razionalità” – e la Francia – che ha già vietato con moratoria l’utilizzo della tecnica di fratturazione idraulica nel proprio territorio. Nonostante la risoluzione sia stata approvata dall’intera Commissione, i tentativi di renderla fumosa e diversamente interpretabile sono stati diversi. Fin dai primi minuti della discussione parlamentare, il Sottosegratario all’Ambiente, Marco Flavio Cirillo, ha escluso la possibilità della creazione di una commissione ad hoc sul tema, sostenendo che oggi non vi sarebbero “rischi ambientali da ritenersi sussistenti” . Il trio Borghi (PD) Realacci (Presidente delle Commissione Ambiente) e Cirilli , hanno invitato il gruppo proponente a riformulare l’atto di indirizzo in discussione in quanto non solo secondo Cirillo non vi sarebbero progetti di esplorazione o estrazione in corso al momento né pericoli rilevanti, ma il Governo avrebbe già espresso la sua contrarietà all’utilizzo del fracking come tecnica di estrazione. Ma gli eventi dell’ultimo semestre governativo mostrerebbero il contrario: nonostante nella strategia energetica nazionale proposta per il 2013 la fratturazione idraulica fosse stata al momento esclusa, il 21 maggio il Primo Ministro Enrico Letta esprimeva particolare apertura nei confronti delle nuove tecniche di estrazione, sottolineando la necessità di mantenere un atteggiamento “non penalizzante” nei confronti dello shale gas. Il giorno...
read moreUnconventional gas: ‘unsafe, unnecessary and unwanted’
Some reasoning about “unconventional” extraction’s techniques. The controversial case of fracking As conventional fossil fuel sources dry up, the industry has been developing ways of extracting gas that is trapped inside the rock formations such as shale gas, coalbed methane and tight gas. Together they are known as unconventional gas because of the new techniques needed to access them. The most controversial of these techniques is hydraulic fracturing, or ‘fracking’, made infamous by the 2010 film ‘Gasland’ which linked ‘flaming faucets’ in Pennsylvania to rampant gas drilling in the Marcellus Shale. Fracking involves drilling deep in the earth and pumping a mixture of water and toxic chemicals under high pressure into the bore hole to open up fractures and ease the flow of gas for extraction. The energy industry promotes unconventional gas as a clean source of indigenous energy, and a crucial ‘bridging fuel’. However, opponents around the world point to the toxic cocktail of carcinogenic and gender-bending chemicals commonly found in fracking fluid, and the ongoing burning debate about whether the carbon footprint of unconventional gas is higher than coal. Even if local environmental and health impacts could be mitigated, burning the gas will make it all but impossible to meet global climate targets. Shale gas gets all the headlines, but the less well-known coalbed methane (CBM) extraction is making an equally unwelcome impact in the USA and Australia. Worryingly, the CBM industry in the UK is considerably more advanced than shale, with commercial extraction potentially only a few years off. Unlike shale gas, coalbed methane doesn’t always involve fracking, however extracting this kind of gas has its own distinct risks as well as those very similar to shale. Coalbed methane is extracted by de-pressurising the seams through drilling vertically and horizontally and pumping out water to release gas. Drilling chemicals and toxins naturally occurring in the coal can leach into the air, water and soil causing health and environmental problems. Vast quantities of water that has been in contact with coal for centuries must be disposed of. As with shale gas, fugitive methane emissions from coalbed methane drilling mean its climate impact could be as much as coal. Coal seams are shallower than shale deposits, which means pollutant pathways are shorter, therefore the harmful impacts of CBM extraction could be seen sooner. As if this weren’t enough, where seams are less permeable, or as gas flow starts to decline, coalbed methane wells can be fracked to increase productivity. In Australia, one of the world’s top producers of CBM up to 40% of wells end up being fracked. Communities living near gas fields in Australia link extraction activities to a host of health problems including headaches, persistent rashes, nausea, joint and muscle pain and spontaneous nosebleeds. Farmers are playing a key role in the widespread ‘Lock the Gate’ coalition because of the impact de-pressuring has on their water supplies – in fact the industry has admitted that its impossible for them to extract the gas without major impacts on ground water levels. Scotland has some shale reserves, but the most immediate threat is from coalbed methane. Australian gas company Dart Energy’s global flagship coalbed methane project is at Airth, near Falkirk. This is the most advanced unconventional gas project in the UK, and if it goes ahead could...
read moreEcuador, Correa lancia una campagna contro la Chevron: deve pagare
Dopo la marcia indietro per lo Yasuni, Correa inaugura la campagna “Mano Negra della Chevron” accusando la compagnia di grave contaminazione ambientale. “Quello che ha fatto Chevron in Ecuador è inqualificabile. Negli Stati Uniti non sarebbe mai successo”. E’ duro il presidente Rafael Correa nelle sue dichiarazione ai giornalisti prima di imbarcarsi per l’Amazzonia dove oggi inaugurerà una campagna contro il colosso petrolifero statunitense che si rifiuta di pagare una multa di 19 miliardi di dollari per gravi danni ambientali. “La mano negra de Chevron” (la mano sporca della Chevron) – questo il nome della campagna – partirà dal pozzo Aguarico 4, nella regione di Sucumbíos, una delle aree fortemente contaminate tra il 1972 e il 1990 dalla Texaco, acquisita a partire nel 2001 dalla multinazionale statunitense Chevron che ha scaricato tutte le responsabilità sull’azienda statale ecuadoriana Petroecuador. Per questo Correa ha deciso di visitare Aguarico 4, “un pozzo dove operò solo la Texaco, abbandonato definitivamente nel 1992” e dove “se si mette una mano nella terra la si ritrae piena di petrolio perché mai è stata fatta una bonifica”. Già nel 2007, Correa aveva visitato lo stesso pozzo: è lì che ha deciso di tornare “per mostrare al mondo che Chevron sta mentendo”. Il governo punta a una campagna prolungata con la partecipazione anche di personalità di caratura internazionale, come il sindaco di Richmond, California, dove la Chevron è stata accusata di aver contaminato la popolazione locale a seguito di un incendio in una raffineria. Chevron è stata condannata nel febbraio 2011 da un tribunale di Sucumbíos che ha convalidato le denunce presentate dai legali di 30.000 abitanti della regione amazzonica; la stessa corte ha inizialmente fissato a 9,5 miliardi di dollari la multa ponendo delle condizioni, come l’obbligo di porgere “pubbliche scuse alle vittime”, pena l’aumento della sanzione. Il colosso nordamericano ha opposto, invano, svariati ricorsi – uno dei quali respinto dalla stessa Corte superma statunitense – e anche negli ultimi giorni ha presentato alla procura di Quito nuove accuse di corruzione a carico dei giudici che l’hanno condannato. Fonte:...
read moreProtect the Planet, Keep oil companies out of Yasuni-ITT: a letter to President Correa
Oilwatch International issued an open letter to the President of Ecuador. This follows on the dramatic turn of events on August 15. Dear Mr. President Rafael Correa We are shocked by the announcement you made on 15 August 2013 that you would permit crude oil extraction in the Yasuni-ITT. We strongly believe that the original decision to leave the oil in this pristine territory in the ground was the right decision and that the decision should not be revised or changed for any reason. We hereby declare our support for the original initiative to refrain from exploitation of the heavy crude oil of Yasuni-ITT. Ecuador has shown leadership in many ways, including by recognizing the rights of nature (in your 2008 constitution), the Yasuni-ITT initiative and in generally broadening the space for freedom and democracy in the world today. This is the way the most of the world sees Ecuador. The single step of opening up Yasuni-ITT to national or international oil companies erases the positive image that your dear country has built with a single stroke. By allowing oil extraction in Yasuni-ITT you would be negating the rights of the indigenous people in the territory who have elected to live in voluntary isolation. Secondly you would be closing the democratic space and declining to listen to the voice of millions of Ecuadorians who have bravely voiced their dissent to your unpopular move. Thirdly, opening up Yasuni-ITT will counter your constitutionally declared rights of nature. Crude oil extraction is by no means a benign activity and the deep scars left by Texaco (Chevron) in the oil fields of Ecuador are a stark reminder that steps must be taken to heal the earth and not to inflict more harm on her. Finally, we call on you, Mr President to ignore the fact that the world did not rush in with the cash you demanded in exchange for keeping the oil untapped. Accept from us that your move had inspired many peoples around the world to demand an end to expansion of fossil fuels extraction, especially into fragile eco-systems. Today,Yasunisation has come to mean the preservation of the integrity of Mother Earth from the ravages of insatiable oil companies and governments by leaving fossils underground. Money cannot pay for the gains that the Yasuni-ITT position has given Ecuador and the world. We affirm that the rights of the people of Yasuni and the rights of nature deserve to be respected and defended and that the oil in Yasuni-ITT should be left untapped. And we urge you and the Assembly of Ecuador to do likewise. Moreover, Mr. President, we urge you to order a halt to the repression of young people who are standing in support of life and Yasuni! Signed: Oilwatch International Noble Wadzah – Ghana (Oilwatch Africa) Siziwe Khanyile – South Africa (Oilwatch Africa) Ivonne Yanez – Oilwatch America Latina Clemente Bautista– Philippines (Oilwatch South East Asia) Faikham Harnnarong – Thailand (Oilwatch South East Asia) Tom Goldtooth – USA (Indigenous Environmental Network) Winnie Overbeek – Uruguay (World Rainforest Movement) Nnimmo Bassey – Nigeria (Health of Mother Earth Foundation/Oilwatch...
read moreThe Narmada Valley calls for international solidarity!
More mobilizations are going on around the now infamous Sardar Sarovar Dam, in the state of Gujarat-India. The movement calls for international solidarity and action by sending the below petitions. Satyagraha is the struggle for the Truth, a Gandhian way of fighting injustice with the power of the Truth. Jal means water and the two words indicate a powerful means of struggle in the Narmada valley. Hundreds are now standing in the waters of the sacred river in three districts, Khandwa, Hrada and Dewas, in the state of Madhya Pradesh, demanding justice and the implementation of the law, while 76 have been arrested in the first days of protest. The government of Madhya Pradesh, and the company NHDC Limited are allowing water to rise in the reservoir of the Indira Sagar Dam, causing submergence of hundreds of villages. This goes in violation of the orders of the High Court and Supreme Court of India that ruled that the water level in the Indira Sagar dam shouldn’t be raised beyond the level of 260 meters. More mobilizations are going on around the now infamous Sardar Sarovar Dam, in the state of Gujarat. More than 1,200 adivasis[1] from the 33 hilly adivasi villages affected by the dam and 73 forest villages in the Satpuda ranges of Nandurbar District of Maharashtra, marched into the Collector’s office yesterday in Nandurbar, Maharashtra. They demanded a conclusive answer to various serious issues such as compensation for illegal submergence caused due to the release of waters from the upstream dams in the SSP reservoir, land-based rehabilitation of more than 1,500 adivasi families, ensure community forest rights, review of small and medium dams on tributaries of Narmada, role and rights of Gram Sabhas, etc. History tells that almost everywhere in the valley, submergence has been going hand in hand for decades with the non-compliance of the Resettlement and Rehabilitation measures and with gross violation of the Indian law committed by the same government and state companies. In both dam areas, thousands of the ousted are yet to be given land and other rehabilitation entitlements. Thousands of houses are yet to be acquired and thousands of acres of land have become island. Firm commitment, social engagement and spiritual strength have been guiding the Narmada Bachao Andolan (NBA) activists and inhabitants of the Narmada valley for the last 25+ years of struggle. They have become a source of deep inspiration for the whole country. The latest protests are going on since the 1st of September, while in Delhi, the Land Acquisition, Rehabilitation and Resettlement Bill is soon going to be passed in the Rajya Sabha (the high chamber). Many Indian social movements, including NBA, have been criticizing the last versions of the bill for many months, arguing that the government is watering down the initial effort for a more inclusive participation process, which started after the Nandigram and Singur struggles. In the last version currently under approval, the Social Impact Assessment (SIA) will not be applicable to irrigation projects. Land for land provision, though minimal, will not be applicable in irrigation projects. Today’s NAPM – National Alliance of People’s Movements press note states: “This is being done in the backdrop of three decades of struggle against 30 big dams, 135 medium dams and 3000 small dams on the Narmada...
read moreL’Ecuador approva gli scavi petroliferi nel Parco dello Yasuni, all’interno della foresta amazzonica: la colpa è di Correa.
Joan Martinez-Alier, docente di Economia e Storia dell’Economia presso l’Università Autonoma di Barcellona e forte sostenitore di un’economia ecologica, commenta la decisione di Raphael Correa sullo Yasuni. Quito (Flasco), 16 agosto 2013. Come previsto dal febbraio 2013, quando il presidente Correa vinceva le elezioni in Ecuador, e anche prima visti i suoi precedenti, a partire dal 2009, di boicottaggio interno dell’iniziativa Yasuni ITT, sono stati annunciati scavi nei campi ITT (Ishpingo, Tambococha, Tiputini) all’interno del Parco Nazionale dello Yasuni in Ecuador. L’estrazione di petrolio nel Parco è già avviata nei blocchi 16 e 31. ITT sono gli ultimi baluardi a cadere (ora dipenderà dalla reazione popolare in Ecuador e nel mondo). Il 15 agosto Correa ha incolpato il resto del globo poiché non fornisce fondi pari a 3.6 miliardi di dollari in 12 anni (e quindi circa un miliardo per i primi 3 anni) da quando il Fondo Fiduciario è stato aperto sotto l’egida dell’UNDP il 3 agosto 2010. Certamente alcuni stranieri (soprattutto il ministro della cooperazione tedesco Dirk Niebel) hanno parte della colpa. La Norvegia e il suo Fondo petrolifero (che nuota nel denaro derivante dal greggio) hanno rifiutato di collaborare. La proposta prevedeva per l’Ecuador la rinuncia all’estrazione di circa 850 milioni di barili di petrolio (circa 9 giorni di estrazione mondiale), la tutela di una biodiversità ineguagliabile, la garanzia dei diritti delle popolazioni indigene locali e evitava emissioni di carbone pari a circa 410 milioni di tonnellate di CO2. L’Ecuador chiedeva circa la metà delle rendite previste, pari a 7 miliardi di dollari statunitensi al valore attuale. Quindi erano previsti 3.6 miliardi di dollari USA quale contributo esterno, secondo i principi di responsabilità comune. Ad oggi i soldi raccolti ammontano, nei fatti, a solo alcune decine di milioni di dollari, a cui si aggiungono le promesse di circa 300 milioni, che non sono male. Correa ha detto ieri a Quito, “abbiamo atteso abbastanza”, “il mondo ci ha fatto fallire”, “abbiamo bisogno del petrolio per combattere la povertà”, “non sarà procurato alcun danno all’ambiente”, “il greggio nell’ITT vale quasi 20 miliardi di dollari al valore attuale”, e qualche altra menzogna. Ha messo da parte l’art. 71 della Costituzione dell’Ecuador del 2008 che attribuisce diritti alla natura. Nei fatti, Correa ha fatto fallire il mondo. E’ risaputo che allo stesso Correa non era mai piaciuta la proposta, che veniva da gruppi ambientali come Acción Ecológica e altri in Ecuador e da Alberto Acosta, quando, nel 2007, era ministro per l’energia e le miniere. E’ vero che Correa si è espresso, a volte, a favore dell’Iniziativa Yasuni ITT. Tuttavia, nella pratica, ha boicottato la firma di una lettera di intenti (MoU) per il Fondo fiduciario con l’UNDP nel dicembre 2009, non andò di persona alla COP a Copenhagen dove questa firma doveva avvenire di fronte alla stampa mondiale, costringendo in seguito alle dimissioni la squadra competente dell’Ecuador (Roque Sevilla, Yolanda Kakabadse) e il suo ministro degli Esteri, l’economista dell’ecologia Fander Falconi. Più avanti, nell’agosto del 2010, quando il Fondo fiduciario era finalmente pronto, non si presentò alla firma dell’accordo con l’UNDP a Quito, ma mandò il suo vicepresidente. Nel frattempo, dal 2010, lievi tentativi per ottenere fondi dall’estero erano stati intrapresi da un gruppo di minore competenza a Quito, mentre preparativi in situ per degli scavi a Tiputini erano...
read moreAlcune riflessioni sullo Yasuni ITT
L’ex ambasciatore ONU per lo Stato plurinazionale di Bolivia e combattente di prima linea per la giustizia climatica Pablo Solón commenta la decisione di Correa sul Parco dello Yasuni ITT. La tutela della natura e i diritti di Madre Terra non possono essere fondati sull’aspettativa che il mondo capitalista pagherà per essi, sul debito ambientale o sull’aspettativa che il pagamento avverrà senza condizioni e limiti allegati. Si, è la sola e giusta cosa da chiedere in quanto loro hanno una responsabilità storica e chi inquina deve pagare. La realtà tuttavia è che non saremo mai in grado di far pagare i capitalisti finché non abbatteremo e rimpiazzeremo il sistema capitalista. L’idea che i paesi “sviluppati” e alcune corporazioni stessero per donare volontariamente denaro per proteggere lo Yasuni ITT era una possibilità su un milione. C’era la minima possibilità che lo facessero per rendere verde la loro immagine ma sarebbe stato un caso unico nel suo genere. E’ sempre stata un’illusione pensare che la proposta degli “inquinatori” di pagare per la tutela dello Yasuni ITT diventasse la regola nell’attuale sistema capitalistico. Se dobbiamo far pagare chi inquina, dobbiamo cambiare il peso delle forze, o altrimenti, come con il tragico esempio dello Yasuni ITT, tutto si svolge solo secondo le loro condizioni. La difesa e la protezione della Nature e dei suoi diritti hanno bisogno di essere costruiti non su una qualunque aspettativa nei confronti dei capitalisti, ma piuttosto necessitano di una base data dal nostro personale impegno e volere. La difesa dei diritti della natura può essere paragonata alla difesa dei diritti umani. Non immagineresti mai qualcuno che minacci di riportare in vigore la schiavitù se lui, o lei, non riceve un compenso. Difendere i diritti della natura non può fondarsi sulla promessa di una compensazione. La Natura, in primo luogo, non è qualcosa per cui mercanteggiare. La Natura è non solo la nostra casa, noi facciamo parte della natura. Fonte:...
read moreFocus on Yasuni!
On August 15, President Rafael Correa announced the closure of the Yasuni ITT initiative, thus opening the protected area to oil drilling. Social movements react. The decision of the Ecuador president sign the failure of the Amazon territory defense’s project. Based on the principle of “leave the oil in the soil”, the Yasuni ITT initiative – started in 2007 – has been an attempt to free Ecuador from oil income dependance, thus trying to change the development model of both producing and importers countries and calling for the allegiance of the entire international community. In order the relaunch the loyalty to the Yasuni Park protection, here below some comments, reflections and analyses coming from the international civil society. [Pablo Solon “Some thoughts about the Yasuni”->https://www.cdca.it/spip.php?article2353&lang=en] [Joan Martinez-Allier “Ecuador approves Yasuni park oil drilling in Amazon rainforest: blaming Correa”->https://www.cdca.it/spip.php?article2352&lang=en] [The Oilwatch letter to President Rafael Correa->https://www.cdca.it/spip.php?article2357&lang=en] Visit the page of [Save the Yasuni!->https://www.cdca.it/spip.php?article2019&lang=en] campaign Visit the page of the Yasuni ITT...
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Marica Di Pierri per Valori.it – Verso la Cop30 di Belém, cosa aspettarci dal più importante appuntamento per salvare il clima della Terra? Diretta con Marica Di Pierri, Luca Lombroso, Giovanni Mori e Lorenzo Tecleme.