CDCA e A Sud alla COP30 a Belém

La voce di A Sud dalla COP30 di Belém (Brasile) e le iniziative in Italia

Dal 10 al 21 novembre 2025 saremo a Belém, in Brasile, per partecipare come osservatori alla 30° Conferenza delle Nazioni Unite sul Clima. Racconteremo quanto avviene dentro e fuori le negoziazioni, porteremo e raccoglieremo le voci dei territori in lotta contro l’estrattivismo, contro il greenwashing e per una transizione ecologica realmente giusta.

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L’agenda della COP30

A Belém si discuteranno e valuteranno gli NDCs, i nuovi impegni climatici nazionali che stabiliscono gli obiettivi di riduzione delle emissioni di ogni paese. Accanto alla mitigazione, l’adattamento sarà uno dei temi centrali attraverso il Global Goal on Adaptation (GGA) e i nuovi Piani nazionali di adattamento. Un altro capitolo chiave sarà quello della finanza per il clima. Tra i punti principali il nuovo obiettivo di finanziamento (NCQG), che punta ad aumentare il sostegno ai Paesi in via di sviluppo da 100 a 300 miliardi di dollari l’anno, e la Roadmap Baku-Belém, che traccia un percorso per mobilitare almeno 1.300 miliardi di dollari l’anno entro il 2035.

Temi cruciali, che si scontrano con uno scenario geopolitico ostile, segnato dal negazionismo climatico, dai venti di guerra, dalla corsa al riarmo e dalla violenza istituzionale.  Non è un caso che in gioco a Belém ci sia più che mai la credibilità della diplomazia climatica e la sua capacità di tradurre le intenzioni in impegni concreti.

La Cupula dos povos

La Cúpula dos Povos è il grande incontro dei movimenti sociali e delle comunità che vivono in prima linea la crisi climatica. Nata nel 1992 come risposta critica alle negoziazioni ufficiali, propone un’alternativa fondata su giustizia climatica, sociale e ambientale, solidarietà e saperi ancestrali.

Dal 12 al 16 novembre 2025, in concomitanza con la COP30 di Belém, riunirà popoli indigeni, comunità quilombola e tradizionali, giovani e lavorator? in marce, dibattiti e azioni culturali.

La Cúpula mette al centro vite, diritti e territori, non statistiche: unisce chi costruisce ogni giorno soluzioni reali, dall’agroecologia alla difesa dei beni comuni, per spingere i governi ad adottare politiche di vera giustizia climatica.

Dichiarazione della Cupula Dos Povos

Perché A Sud e CDCA alla COP?

Nelle Cop si riuniscono i governi dei 197 Paesi che hanno ratificato la Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (UNFCCC), firmata a Rio de Janeiro nel 1992. Ma la COP30 non è solo un vertice diplomatico: è il terreno di confronto (e di scontro) tra attori diversi e diverse visioni del mondo. Da una parte il business as usual che trasforma la crisi climatica in profitto, dall’altra movimenti e territori che lottano per giustizia climatica, autodeterminazione e diritti della Natura.
La COP30 si terrà nel cuore dell’Amazzonia, a Belém do Pará, in Brasile. Non è un dettaglio geografico ma una scelta politica: è nel Sud globale che l’ingiustizia climatica colpisce più duramente mentre il Nord globale continua a negoziare emissioni e interessi fossili.
Qui non si decide solo il futuro del clima: si decide chi avrà diritto a un futuro.

Per raccontare cosa c’è in gioco, e come finisce la partita.

Andiamo alla COP per osservare da vicino i negoziati, capire quali equilibri politici e di potere si stanno ridefinendo, e portare la prospettiva dei territori e dei movimenti che chiedono giustizia climatica.
La partecipazione di A Sud e CDCA serve a connettere le lotte locali con quelle globali, rafforzare alleanze internazionali e raccontare – con sguardo indipendente e critico – come la diplomazia climatica sta affrontando, o eludendo, le proprie responsabilità.
Perché solo intrecciando voci e resistenze dal basso possiamo costruire un futuro giusto per tutt?.

Per costruire e rafforzare alleanze internazionali

Svolgere la COP in Brasile è un segnale che conta: significa rimettere al centro chi la crisi climatica la subisce davvero. Andiamo a Belém per stare con i movimenti globali per la giustizia climatica. In America Latina oggi si gioca una partita enorme: conflitti ambientali, estrattivismo, repressione, lotte indigene e popolari che resistono da decenni. Con tante realtà — dalla Colombia alla Bolivia, fino all’Amazzonia — abbiamo già lavorato, fatto campagne, costruito ponti. Lì ritroviamo compagn? con cui condividiamo visioni e pratiche.

Per portare una visione radicale dentro la COP

Sì, probabilmente sarà l’ennesimo flop diplomatico. Ma proprio per questo dobbiamo esserci, per non lasciare quei tavoli alle lobby fossili e ai governi che parlano di transizione mentre trivellano.
Da dentro vedi meglio le dinamiche, le crepe, le possibilità di alleanze e di conflitto.
Andiamo per portare la prospettiva della giustizia climatica e delle lotte dal basso, che legano crisi climatica, razzismo, patriarcato e disuguaglianze. La COP non è un punto d’arrivo: è un passaggio. Il resto si fa fuori, insieme, ogni giorno.


Diario dalla COP30

  • Giorno 12 – 24 novembre 2025
    Belém svela il fallimento della diplomazia climatica, ma apre spiragli: una roadmap anti-fossile e nuove alleanze per la giustizia.
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  • Giorno 11 – 21 novembre 2025
    Penultimo giorno a Belém: incendio in COP30, stalli politici e pressioni crescenti sul BAM e sull’uscita dai fossili.
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  • Giorno 10 – 20 novembre 2025A Belém 85 Paesi spingono per uscire dai fossili, mentre Italia e Polonia frenano. La COP30 è al bivio, il tempo è adesso.
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  • Giorno 9 – 19 novembre 2025
    Belém rilancia la lotta globale ai fossili: la Colombia guida un fronte che vuole uscire davvero dal modello che brucia il pianeta.
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  • Giorno 7 – 17 novembre 2025
    Belem in rivolta: popoli indigeni e movimenti sociali spingono per una COP30 che dica finalmente basta ai fossili.
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  • Giorno 6 – 15 novembre 2025
    Anche quest’anno i dati sulla presenza dei lobbisti Gas&Oil alla conferenza di Belém sono alti: su ogni 25 persone accreditate al vertice, uno è un lobbista dei combustibili fossili, in totale sono oltre 1600.
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  • Giorno 5 – 14 novembre 2025
    Il TFFF entra nella Cupula tra promesse e contraddizioni: fondi incerti, debiti in aumento e movimenti che denunciano l’ennesima falsa soluzione verde.
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  • Giorno 4 – 13 novembre 2025
    A Belém la protesta indigena irrompe nella COP30 e svela le contraddizioni del Brasile fossile. Intanto la Cupula esplode di mobilitazioni globali.
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  • Giorno 3 – 12 novembre 2025
    Adattamento al centro della COP30, ma i fondi restano insufficienti. A Belém arrivano movimenti e comunità indigene: la vera pressione viene dai territori.
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  • Giorno 2 – 11 novembre 2025
    Lula parla di disuguaglianze alla Cop30, ma il Brasile continua a spingere sul fossile. A Belém torna al centro il nodo tra clima e ingiustizia.
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  • Giorno 1 – 10 novembre 2025
    Dalla Cop30 alla Cúpula dos Povos: a Belém si apre la sfida per la giustizia climatica tra responsabilità globali, diritti dei popoli e resistenza dei territori.
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Articoli di approfondimento alla COP30

  • Cosa resta della Cop30, la battaglia per il clima e i diritti è ancora lunga – 24 novembre 2025
    Marica Di Pierri e Laura Greco su Domani – COP30 fallisce su fossili e foreste, ma il Bam e il blocco dei 82 paesi per l’uscita dal fossile aprono spiragli di lotta e nuove alleanze.
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  • Sulla fine dei lavori della COP30 – 24 novembre 2025
    Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Cosa è successo alla 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici? Quali sono le grandi vittorie? Quali le sconfitte?
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  • La tabella della discordia – cos’è successo alla COP30 – 23 novembre 2025
    Laura Greco su Radio24 – COP30 a Belém annuncia impegni su energia, foreste e adattamento, ma senza una vera uscita dal fossile restano promesse vuote da incalzare con lotte dal basso.
    Ascolta su Il Sole 24 ore
  • “A resposta somos nós”. Ma alla COP30 le richieste dei popoli indigeni non fanno breccia – 23 novembre 2025
    Laura Greco su EconomiaCircolare.com – Alla COP30 le voci indigene restano ai margini mentre la foresta corre verso il punto di non ritorno. Senza giustizia, non c’è futuro.
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  • La “Dichiarazione di Belém” e il multilateralismo del phase out dai fossili spinto dal basso – 21 novembre 2025
    Laura Greco su Altreconomia – Da Belém arriva una spinta dal basso per uscire dai fossili: governi e movimenti uniscono le voci per un phase out reale, giusto, globale.
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    • Cop30: senza il Gender action plan ogni azione climatica è limitata – 21 novembre 2025
      Marica Di Pierri e Laura Greco su Valori – Nonostante le ambiziose premesse il Gender action plan ha trovato diversi ostacoli sui tavoli negoziali della Cop30

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  • Alla Cop30 arrivano le storie di migrazioni climatiche – 21 novembre 2025

Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30, in vista delle negoziazioni finali, si parla del fenomeno crescente degli sfollamenti forzati dal cambiamento climatico.
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  • Belém, la foresta degli indigeni si ribella a Lula – 20 novembre 2025
    Laura Greco su Il Manifesto – Le nazionalità dell’Amazzonia denunciano l’inagibilità politica alla Cop e chiedono una mobilitazione internazionale guidata direttamente dai popoli indigeni per proteggere i loro territori e affrontare la crisi climatica alla radice
  • Alla Cop 30 i movimenti si riprendono la scena – 20 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Il Manifesto – Era dalla Cop 26 di Glasgow che non si vedeva così tanta società civile. Accanto al vertice ufficiale, in più di 50 mila hanno animato la «Cupula dos povos» per una svolta vera sul clima e i diritti
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  • COP30, BELÉM | Italiani in mobilitazione – 20 novembre 2025]
    Il Climate Pride in azione alla COP30: l? attivist? chiedono all’Italia una roadmap chiara e ambiziosa per uscire dai fossili.
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  • A Belém torna il protagonismo sociale – 19 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Collettiva – Alla Cop30 movimenti, organizzazioni, popoli e sindacati riacquistano centralità: proposte e campagne dal basso sono arrivate nelle stanze dei negoziati.
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  • Come procede la COP30 in Brasile? Intervista a Laura Greco da Bélem – 19 novembre 2025
    Laura Greco su Scienza e Pace Magazine – COP30 tra repressione, lobby fossili e resistenze indigene: la giustizia climatica la costruiscono i territori, non i negoziati.
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  • Lifegate dalla COP30 – 18 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Lifegate – Dalla COP30 il racconto dell’inedita comunicazione tra dentro e fuori la COP, tra le richieste indigene e l’ambiguo governo di Lula.
    Ascolta su Lifegate
  • Il Fondo per le foreste e la falsa soluzione del biocapitalismo si ripropone alla Cop30 di Belém – 18 novembre 2025
    Laura Greco su Altreconomia – Il Tropical forests forever facility lanciato da Lula è l’ennesimo dispositivo finanziario che viene presentato come innovazione.
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  • Attivismo e giustizia climatica: se il diritto alla protesta diventa un reato – 17 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Valori.it – Alla Cop30 emerge un allarme globale: in molti Paesi il diritto alla protesta viene represso e l’attivismo ambientale è sempre più criminalizzato
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  • Alla Cop30 di Belèm il fondo per l’adattamento resta senza fondi – 17 novembre 2025]
    Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30 fallisce, per il terzo anno di fila, l’obiettivo di raccolta minima per finanziare l’adattamento dei Paesi del Sud globale.
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  • Massiccia partecipazione popolare a Belém – 16 novebre 2025
    Marica Di Pierri su L’aria Che Respiri – Alla Cúpula dos Povos tantissime voci per reclamare la fine dei combustibili fossili e una giustizia climatica guidata dai popoli, non dalle multinazionali.
    Ascolta su Radio Rai1
  • In diretta da Bele?m – Aggiornamenti sulla prima settimana di COP30 – 15 novembre 2025
    Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – In diretta da Belém, per raccontare in diretta i lavori della 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici. ?Foto di Oliver Ninja e Midia Ninja
    Guarda la diretta
  • Cop30: chi difende i combustibili fossili dentro i negoziati sul clima – 14 novembre 2025
    Marica Di Pierri per Altreconomia – Alla Cop30 un lobbista fossile ogni 25 delegat?: il vertice che dovrebbe chiudere l’era fossile continua a farsela scrivere da chi la profitta.
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  • Giustizia climatica, questa dimenticata – 13 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Il Manifesto – Il legame tra clima e disuguaglianze è ormai assodato. Ma dopo 30 anni di conferenze, i ricchi continuano a fare grandi affari con i fossili.
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  • L’adattamento secondo la COP30: “Adattarsi è sopravvivere” – 13 novembre 2025
    Marica Di Pierri per EconomiaCircolare.com – COP30 punta a rendere operativo il Global Goal on Adaptation, tra governance multilivello, indicatori, fondi insufficienti e necessità di giustizia climatica.
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  • La Cop30 in Brasile e le politiche industriali green – 11 novembre 2025
    Marica Di Pierri per Tutta La Città Ne Parla, Radio3 – È iniziata la Cop30 a Belém, 10 giorni in cui si discuterà su come trovare una via d’uscita alla deriva del cambiamento climatico nonostante le difficoltà politiche che ci circondano.
    Ascolta l’episodio
  • Road to Belém – 7 novembre 2025Marica Di Pierri per Valori.it – Verso la Cop30 di Belém, cosa aspettarci dal più importante appuntamento per salvare il clima della Terra? Diretta con Marica Di Pierri, Luca Lombroso, Giovanni Mori e Lorenzo Tecleme.
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  • Da Parigi a Belém, i conti che non tornano – 6 novembre 2025
    Marica Di Pierri per Il Manifesto – Tra tensioni e fragili compromessi, i preparativi alla vigilia della Conferenza Onu. A che punto sono gli impegni nazionali di riduzione e i piani di adattamento dei singoli Paesi.
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  • A Sud a Belém alla Cop30 – 6 novembre 2025
    A Sud seguirà negoziati e mobilitazioni dalla COP30 di Belém, amplificando le voci dei movimenti per giustizia climatica e sociale.
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  • A Sud aderisce alla Global Call to Action della Cúpula dos Povos  – 5 settembre 2025
    Il 15 novembre scendiamo in piazza: basta disuguaglianze e razzismo ambientale, vogliamo giustizia climatica e un mondo dove la vita sia al centro.
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  • Vertice dei Popoli Verso la COP30: Manifesto Politico – 13 giugno 2025
    A Sud aderisce al Manifesto dei Popoli verso la COP30: un appello globale per giustizia climatica, anticapitalismo e democrazia dal basso.
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Racconteremo le negoziazioni

Per spiegare cosa accade davvero alla COP30, come si muovono i governi e quali interessi guidano le scelte sulla crisi climatica. Vi offriremo una copertura quotidiana per raccontarvi con le nostre parole e con uno sguardo critico, indipendente e radicale, vicino ai movimenti il dentro e fuori la Cop

Sveleremo le contraddizioni

Tra le promesse ufficiali e la realtà, mostrando lo scontro continuo tra lobby fossili e popoli che difendono la vita e i territori. Denunceremo le responsabilità smascherando la falsa transizione energetica e chi continua a inquinare mentre parla di sostenibilità con greenwashing e false soluzioni

Daremo voce alle comunità

Portando le loro storie, le lotte quotidiane e le alternative concrete alla devastazione ambientale, contro colonialismo ed estrazione. Ci collegheremo con l’Italia per connettere istanze e battaglie


INFO E CONTATTI

Per contatti e interviste con la delegazione:

Marica Di Pierri
maricadipierri@asud.net
55 21 967071220

Laura Greco
lauragreco@asud.net
+55 21 997673184

Ecuador approves Yasuni park oil drilling in Amazon rainforest: blaming Correa

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Ecuador approves Yasuni park oil drilling in Amazon rainforest: blaming Correa

Joan Martinez-Allier, Professor of Economics and Economic History of the Autonoma University of Barcelona and strong supporter ef ecological economy comments the choice of Rafael Correa on Yasuni JMA from Quito (Flacso), 16th August 2013. As it was expected since February 2013 when president Correa won again the presidency of Ecuador, and even before given his track record since 2009 of internally boycotting the Yasuni ITT initiative, oil drilling has been announced in the ITT fields (Ishpingo, Tambococha, Tiputini) inside the Yasuni National Park in Ecuador. There is already oil extraction in blocks 16, 31 inside the Park already. The ITT is the last one to fall (depending now on the popular reaction in Ecuador and around the world). Correa on 15th August blamed the rest of the world for not providing funds amounting to 3.6 billion dollars over 12 years (and therefore about one billion for the first three years) since the Trust Fund under UNDP auspices was formed on 3rd August 2010. True, some foreigners (and particularly minister of cooperation Dirk Niebel from Germany) bear a part of the blame. Norway and its Oil Fund (swimming in oil money) refused to help. The proposal was for Ecuador to renounce to extraction of about 850 million barrels of oil (about 9 days of world extraction), preserve unparalled biodiversity, preserve the rights of local indigenous peoples, and avoid carbon emissions of about 410 million tons of CO2. Ecuador asked for about half the forgone revenues of over 7 billion USD at present value. Hence the figureof 3.6 billion USD for outside contribution, under principles of co-responsability. Up to now, the money collected amounts only to tens of million dollars in actual fact, plus formal promises of about 300 million, which is not bad. Correa now stated solemnly yesterday in Quito, “we have waited long enough”, “the world has failed us”, we need the oil to fight poverty, no damage will be done to the environment, the oil in ITT is worth nearly 20 billion dollars at present value, and a few other lies. He dismissed art. 71 of the 2008 Constitution of Ecuador giving rights to nature. In fact, Correa has failed the world. It is well known that the president Correa himself never liked the proposal, that came from environmental groups like Acción Ecológica and others in Ecuador and from Alberto Acosta, when he was minister for energy and mines in 2007. True, Correa has sometimes spoken eloquently in favour of the Yasuni ITT Initiative. But in practice in December 2009 he boycotted the signature of the MoU for the Trust Fund with UNDP, he did not go to the COP in Copenhagen himself where this signature was to take place in front of the world press, he then forced the resignation of the competent Ecuadorian team (Roque Sevilla, Yolanda Kakabadse) and his own minister for foreign relations, ecological economist Fander Falconi. Later, in August 2010, when the Trust Fund was finally set up, he did not appear at the signature of the agreement with UNDP in Quito, he sent his vicepresident. In the meantime since 2010 feeble attempts have been made by a second rate team in Quito to collect some funds from abroad, while preparations in situ for drilling in Tiputini were increasingly obvious for all...

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Some thoughts about the YasuniTT

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Some thoughts about the YasuniTT

The former UN Ambassador for the Plurinational State of Bolivia and forefront of the battle for climate justice Pablo Solón comments the Correa decision’s on Yasuni ITT Park. The preservation of nature and the rights of Mother Earth cannot be based on the expectation that the capitalist world will pay for it based on their environmental debt or that the payment will come without conditions and strings attached. Yes, it is the right and just thing to demand as they have historical responsibility and the polluter needs to pay. The reality though is that we will never be able to make the capitalists pay until we defeat and replace the capitalist system. The idea that the “developed” countries and some corporations were going to voluntarily donate money in order to preserve the YasuniTT was a one in a million possibility. There was the off chance that they would do it to greenwash their images but that would have been a one off gimmick. It was always an illusion to think that the proposal of polluters paying for the preservation of YasuniTT would be made the rule in the current capitalist system. If we are to make polluters pay, we need to change the balance of forces, or else, as with the tragic example of YasuniTT, everything happens only on their terms. The defense and preservation of Nature and its rights needs to be based not on any expectations from the capitalists, but rather it needs to be based on our own commitment and will. The defense of the rights of nature can be likened to the defense of human rights. You would never imagine someone threatening to bring back slavery if he or she does not get paid. Defending the rights of nature cannot be based on the promise of compensation. Nature, in the first place, is not a bargaining chip. Nature is not only our home, we belong to nature. Source:...

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Speciale Yasuni ITT

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Speciale Yasuni ITT

Il 15 agosto 2013, il Presidente Rafael Correa ha annunciato la chiusura dell’iniziativa ITT Yasuni e la riapertura della frontiera dell’estrazione petrolifera in quell’area incontaminata. Le reazioni dei movimenti e della comunità internazionale. La decisione segna il fallimento di un’importante tentativo di difesa del territorio e di ridurre la dipendenza dal petrolio, sia per quanto riguarda il modello e la matrice di sviluppo di un paese produttore che per quanto riguarda il modello di sviluppo dei paesi importatori. Il progetto nasceva dall’idea di tenere il petrolio sottoterra – “leave the oil in the soil” – e sul proporre uno schema sul quale far convergere l’impegno dell’intera comunità internazionale, una sfida al modello estrattivista sul quale si fonda l’economia del paese. A seguito di questa decisione, pubblichiamo alcuni commenti, reazioni, comunicati ed approfondimenti per rilanciare l’impegno in difesa del Parco dello Yasuni. [Pablo Solon “Alcune riflessioni sullo Yasuni”->https://www.cdca.it/spip.php?article2355] [Joan Martinez-Allier “L’Ecuador approva gli scavi petroliferi nel Parco dello Yasuni, all’interno della foresta amazzonica: la colpa è di Correa”->https://www.cdca.it/spip.php?article2354] [Lettera del Presidente Rafael Correa->https://www.cdca.it/spip.php?article2365] Vai alla pagina della campagna [Salviamo lo Yasuni!->https://www.cdca.it/spip.php?article2020] Leggi la scheda del conflitto [“Estrazione petrolifera nel parco nazionale dello Yasuni”->https://www.cdca.it/spip.php?article606] Visita il sito dell’iniziativa...

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Proteggere il pianeta, tenere le compagnie petrolifere fuori dallo Yasuni-ITT: lettera al presidente Correa

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Proteggere il pianeta, tenere le compagnie petrolifere fuori dallo Yasuni-ITT: lettera al presidente Correa

Oilwatch International ha diffuso una lettera aperta al Presidente dell’Ecuador in seguito al drammatico sviluppo di eventi del 15 agosto. 17 September 2013, di Oilwatch International Gentile Signor Presidente Rafael Correa Siamo sconvolti dalla notizia da lei comunicata il 15 agosto 2013 secondo cui lei permetterebbe l’estrazione di petrolio grezzo nello Yasuni-ITT. Crediamo profondamente che la decisione originaria di lasciare sotto terra il petrolio in questo territorio incontaminato fosse la decisione giusta e che tale decisione non dovesse essere rivista o cambiata per alcuna ragione. Con la presente dichiariamo il nostro appoggio all’iniziativa originaria per fermare lo sfruttamento del petrolio grezzo pesante dello Yasuni-ITT. L’Ecuador ha mostrato padronanza in molti casi, inclusi il riconoscimento dei diritti della natura (nella vostra Costituzione del 2008), l’iniziativa Yasuni-ITT e in generale l’allargamento dello spazio per la libertà e la democrazia nel mondo di oggi. Questo è il modo in cui gran parte del mondo vede l’Ecuador. Soltanto il passo di riaprire lo Yasuni-ITT alle compagnie petrolifere nazionali o internazionali cancella in un unico colpo l’immagine positiva che il paese, a lei caro, ha costruito. Consentendo l’estrazione petrolifera nello Yasuni-ITT lei verrebbe a negare i diritti della popolazione indigena nel territorio che ha scelto per vivere in isolamento. In secondo luogo, verrebbe a chiudere lo spazio democratico, rifiutandosi di ascoltare la voce di milioni di Ecuadoriani che hanno coraggiosamente espresso il loro dissenso riguardo la sua mossa impopolare. Inoltre, aprire lo Yasuni-ITT si scontrerà con i diritti della natura previsti dalla vostra costituzione. L’estrazione di greggio non lavorato non è in alcun caso un attività benigna e le cicatrici profonde lasciate dalla Texaco (Chevron) nelle zone petrolifere dell’Ecuador sono un duro ricordo che richiede la messa in atto di passi per curare la terra e non infliggerle ulteriori ferite. Infine, ci appelliamo a lei Signor Presidente affinchè lei ignori il fatto che il mondo non si affretta a versare il contante richiesto per continuare a non sfruttare i pozzi. Crediamo che la sua mossa avesse inspirato molte persone in tutto il mondo a richiedere la fine dell’aumento dell’estrazione dei combustibili fossili, in particolare negli ecosistemi fragili. Oggi Yasunizzazione ha assunto il significato di tutela dell’integrità di Madre Terra dalle devastazioni delle insaziabili compagnie petrolifere e dei governi, lasciando i combustibili sotto terra. Il denaro non può compensare i guadagni che l’iniziativa Yasuni-ITT ha conferito all’Ecuador e al mondo. Affermiamo che i diritti delle genti dello Yasuni e i diritti della natura meritano rispetto e difesa e che il petrolio dello Yasuni-ITT dovrebbe restare inutilizzato. E spingiamo affinchè lei e l’Assemblea dell’Ecuador vi comportiate allo stesso modo. Oltre a ciò, Signor Presidente, la esortiamo a fermare la repressione nei confronti dei giovani che stanno protestando a favore della vita e dello Yasuni! Firmato: Oilwatch International Noble Wadzah – Ghana (Oilwatch Africa) Siziwe Khanyile – Sud Africa (Oilwatch Africa) Ivonne Yanez – Oilwatch America Latina Clemente Bautista– Filippine (Oilwatch South East Asia) Faikham Harnnarong – Tailandia (Oilwatch South East Asia) Tom Goldtooth – USA (Indigenous Environmental Network) Winnie Overbeek – Uruguay (World Rainforest Movement) Nnimmo Bassey – Nigeria (Health of Mother Earth Foundation/Oilwatch...

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Intag, autorizzazione ad esplorazioni geologiche alla Enami

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Intag, autorizzazione ad esplorazioni geologiche alla Enami

Riprende il conflitto nella Valle di Intag, cantone Cotacachi nel nord dell’Ecuador, in seguito all’autorizzazione ottenuta dall’impresa mineraria nazionale Enami ad iniziare i lavori di esplorazione geologica. Questo è solo l’ultimo episodio di una lunga storia iniziata negli anni 90, quando la Bishi Metal – impresa del gruppo giapponese Mitsubishi – fece ingresso nell’area per iniziare lavori di investigazione geologica, poi abbandonati nel 1997 dopo aver verificato l’alto impatto ambientale del progetto. Ad oggi i lavori non sono ancora iniziati, in quanto le concessioni si trovano all’interno della Riserva comunitaria di Junin, un’area ricca di boschi primari di immenso valore biologico e di alto potenziale idrico; una delle più importanti dell’Ecuador. Da quindici anni Intag resiste alla costruzione di una miniera che, secondo il primo studio di impatto ambientale effettuato, avrebbe conseguenze molto gravi, come deforestazione massiva, contaminazione di fiumi, desertificazione, reubicazione di comunità, oltre che prostituzione, alcolismo e sfruttamento di mano d’opera locale. A seguito della decisione dello scorso febbraio del municipio del cantone di autorizzare l’impresa nazionale mineraria Enami a proseguire i lavori di esplorazione geologica avanzata nell’area di Junin (Intag) in partenariato con l’impresa cilena Codelco, le comunità locali si sono organizzate, denunciando le pratiche poco ortodosse delle compagnie coinvolte, il mancato rispetto del diritto di consulta previa garantito dalla costituzione e sopratutto del diritto all’autodeterminazione e al buen vivir; riuscendo così a bloccare più volte il progetto e ad espellere dal territorio le multinazionali coinvolte. Una mobilitazione che ha pregiudicato la pace sociale e l’unità familiare e comunitaria: persecuzioni, minacce, militarizzazione del territorio, più di 17 processi penali e la contaminazione di corsi d’acqua. La società civile integna è riuscita a proporre non solo un modello reale di partecipazione popolare ma, a partire dall’ordinanza municipale del 2000 che dichiara Cotacachi un cantone ecologico, anche un modello di sviluppo alternativo che sia più in armonia con un concetto di Sumak kausai (il Buen Vivir secondo la cosmovisione indigena) realmente condiviso e sostenibile. A tal fine si è implementata la produzione del caffé, creando una rete di produttori locali che oggi consta di 450 membri, cosi come quella di prodotti artigianali, e si stanno realizzando progetti di ecoturismo comunitaro. Tuttavia il governo ecuadoriano, in sintonia con il piano di sviluppo nazionale della seconda legislatura del presidente Correa, intende riavviare il progetto attraverso la compagnia cilena Codelco e l’impresa nazionale Enami. Secondo l’ultimo accordo firmato fra l’Ecuador e lo stato cileno i lavori riprenderanno nel secondo semestre 2013. Con il comunicato dell’ultima assemblea comunitaria svoltasi ad Aprile di quest’anno, gli abitanti di Intag rivendicano e dichiarano la intenzione di continuare a resistere e ad organizzarsi in difesa del territorio e del loro futuro. Da Intag ancora una volta: SI ALLA VITA NO ALLA MINIERA!!! Clorinda Purrello Per approfondimenti leggi [la scheda del...

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ENTITLE | Post-dottorato in Ecologia Politica all’ICTA-UAB

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ENTITLE | Post-dottorato in Ecologia Politica all’ICTA-UAB

ENTITLE – European Network for Political Ecology – offre una borsa di studio per un post-doc nel campo dell’Ecologia politica all’ICTA, Universitat Autònoma de Barcelona (Barcellona, Spagna) La European Network for Political Ecology (ENTITLE) offre una borsa di studio di due anni per un post-doc con sede presso l’unità di coordinamento del progetto, l’Institut de Ciència i Tecnologia Ambientals (ICTA) dell’Università Autonoma di Barcellona UAB. ENTITLE è una Initial Training Network finanziata dall’UE il cui scopo è quello di promuovere la ricerca europea e la formazione avanzata nel campo dell’Ecologia politica, che include lo studio dei beni comuni, dei conflitti ambientali, dei movimenti, dei disastri ecologici, della democrazia e della giustizia ambientale. Per maggiori informazioni consulta il link al bando Scadenza: 30 settembre 2013. Le domande devono essere inviate alla mail:...

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I bei laghi della Sila, vuoti a perdere

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I bei laghi della Sila, vuoti a perdere

La società A2A inizierà a metà settembre lo svuotamento degli specchi d’acqua. A rischio i bacini dell’Arvo e dell’Ampollino, visitati ogni anno da migliaia di turisti. Come in una processione laica ogni estate migliaia di co- sentini e crotonesi, ma non solo, si riversano sui tornanti montuosi della Sila per una gita ai laghi Ampollino e Arvo. Forse quella in corso sarà l’ultima estate. Perché i due bacini fra qualche settimana saranno svuotati. Con effetti che hanno messo in allarme popolazioni e ambientalisti. Da Brescia fino in Sila La società elettrica A2A, con sede a Brescia e affari in Calabria e in mezza Italia, a metà settembre darà avvio a lavori di manutenzione dei laghi silani. Il progetto prevede la fluitazione del livello dei bacini idroelettrici e il loro parziale svuotamento. Gli interventi di manutenzione sono ritenuti necessari per migliorare l’efficienza degli impianti e aumentare la produzione di energia. La società A2A è diventata proprietaria di una parte delle centrali idroelettriche della Sila rilevandola dall’Enel. È una multinazionale ed è una delle aziende leader nel settore dei multiservizi, nata dalla fusione di due tra le più importanti municipalizzate italiane, la Asm spa e Amsa, capace di produrre nel 2012 un fatturato di 6,5 miliardi e un utile di 260milioni, proprietaria del termovalorizzatore di Brescia e dell’inceneritore di Acerra, fautrice del progetto di e-mobility di Milano e Brescia, con interessi miliardari nei Balcani. Insomma, una multinazionale che per sete di profitto non si fa problemi a intervenire in modo invasivo in un parco nazionale, in un’area protetta, in una zona a pro- tezione speciale. «Le modalità di intervento manutentivo di cui si parla – dicono il presidente regionale di Legambiente, Francesco Falco- ne, e il responsabile nazionale Aree protette e biodiversità, Antonio Nicoletti – ci sembrano poco adegua- te al contesto attuale, e il richiamo alla precedente manutenzione avvenuta vent’anni fa non ha senso perché allora il parco nazionale della Sila non era stato ancora istituito. Perciò chiediamo alle autorità competenti – aggiungono – di verificare le proposte della società e in particolare se queste rispondano al- le prassi di intervento in un ambiente montano tutelato, che per oltre l’80% è interessato da foreste, con una forte presenza di elementi naturali quali fiumi e laghi che sono segni distintivi del paesaggio e rappresentano la missione e l’identità naturalistica dell’area protetta. Svuotare i laghi ci sembra un’idea superata, magari possibile nel precedente secolo, ma oggi anacronistica. Per questo, chiediamo con urgenza all’ente parco nazionale della Sila, ad Andrea Orlando e al ministero dell’Ambiente chiarimenti sul progetto della società elettrica A2A. Le notizie, parziali e approssimative, su un intervento che prevede la fluttuazione del livello dei laghi e il parziale svuotamento dei bacini idroelettrici, ci inquietano perché mettono a rischio la conservazione dell’habitat silano». Ecosistema addio? Tra un paio di settimane al massimo si inizierà a svuotare l’Arvo. Le operazioni dovrebbero durare in tutto un paio d’anni. I due laghi so- no uniti da un tunnel che passa sotto monte Nero, partendo da capo Rosa. «Detto impianto – è scritto nella relazione tecnica – fa parte dell’asta silana che comprende altresì gli invasi di Ampollino e Savuto, i bacini di Orichella e Migliarite e le centrali di Orichella, Timpa grande e Calusia». Il metodo di svuotamento che si utilizzerà si chiama «Fluitazione»,...

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Thousands rally in Romania against gold mine

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Thousands rally in Romania against gold mine

Thousands of Romanians across the country rallied to protest against the government’s support for a plan to open Europe’s biggest open-cast gold mine! Thousands of Romanians across the country rallied late on September 1st to protest against the leftist government’s support for a plan to open Europe’s biggest open-cast gold mine in the small Carpathian town of Rosia Montana. The project, which aims to use cyanide to mine 314 tonnes of gold and 1,500 tonnes of silver, has drawn fierce opposition from civic rights groups and environmentalists, who say it would destroy ancient Roman gold mines and villages. It is led by Rosia Montana Gold Corporation, majority-owned by Canada’s Gabriel Resources Ltd with the Romanian government holding roughly 20 percent. The project has been valued at $7.5 billion based on a 2007 study that used an average price of $900 per ounce of gold, with Romania estimated to get about 75 percent of the benefits in taxes, royalties, dividends and jobs. Gold currently trades around $1,390 per ounce. Earlier this week the government approved a draft law enabling Gabriel to open the mine after securing a bigger stake in the project, which has been awaiting a green light for 14 years. Parliament is expected to vote on the law this month. In the capital Bucharest, up to 3,000 protesters marched towards the government headquarters from University Square, the scene of violent anti-austerity protests early last year that toppled a previous government. Protesters held aloft banners saying “United for Rosia Montana” and “Our children don’t want cyanide”. Protesters also gathered in the northwestern Romanian city of Cluj. A separate rally against shale gas exploration, drew another 2,000 people onto the streets in the eastern town of Barlad. “This protest can get people together,” said Ioana Paun, 28, who joined the protest in Bucharest. “From what I am hearing around me, this is only the beginning.” Prime Minister Victor Ponta strongly opposed the project before he took power in May last year yet voted for the draft law enabling the mine, only to tell a local television station that he would vote against the project in parliament. Most Rosia Montana residents hope the project will bring jobs and money to their impoverished town, which suffered when a state-owned gold mine closed in 2006. Only a small number of the town’s of 2,800 residents refuse to sell their property to make way for the mine. The company proposes carving open four quarries over the mine’s lifespan, work that would destroy four mountain tops and wipe out three outlying villages of the 16 that make up Rosia Montana municipality, while preserving the town’s historical centre. Source:...

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Scholar solidarity with NO-Tav movement in Italy in reaction to military repression

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Scholar solidarity with NO-Tav movement in Italy in reaction to military repression

In reaction to the repressive measures adopted by Italian military and police forces in the end of July, Silvia Federici has asked for this statement to be circulated and sign as either individuals or as organizations. It will be a solidarity message to the No Tav movement in the North-West of Italy but also to all groups mobilizing in the country against the rationale behind such project. The Ejolt project supports these claims, which are strongly connected to the critics against many more unnecessary imposed mega projects. Once signed, it is will be sent to a radical Italian paper, Il Manifesto, and to the websites of the No TAV Movement. Send your support to silvia.federici@hofstra.edu NO TAV movement again under attack For twenty years in mountains of North West Italy, not far from Torino, a powerful movement has grown that has resisted the Italian government’s plan to build a high velocity railroad, which in addition to being very costly and economically useless would certainly destroy the mountain environment. Over and over, the NO TAV movement, now well-known throughout Europe, has come under attack by the police and the army, besides being the object of a smear campaign by politicians of almost every political stripe. However, so strong has been the determination of the people of Val di Susa and their many supporters to resist this assault on their land and their lives that so far no real construction has taken place and all that the companies in charge of the project have achieved has been to surround thousands of acres of land, belonging to the local population, with barbed wires and cops. It is now generally recognized, even at the EU level, that the construction of the high velocity railroad is unnecessary, so that some participant countries have already withdrawn from the project. Nevertheless, the Italian government has even further intensified its attack on the resistance to the TAV trains, with the full militarization of Val di Susa. As the villagers of this beautiful historic valley, near the border with France, the center of the partisan resistance to Fascism and Nazism in the ‘40s, have repeatedly denounced, no effort has been spared to repress ideologically and physically the legitimate protest of the residents of the valley who would bear every day the consequences of the TAVS. Already the land of Val di Susa has been drenched with tear gas, and many have been arrested, wounded, and some have even died because of the government’s outrageous determination to complete this work regardless of its devastating consequences for the people of the valley. Now a new violent assault on the No Tav movement is unfolding that demands a clear response by all those in and out of Italy who believe that the systematic destruction of our environment and the violation of people’s most basic needs and demands are crimes that affect us all and we should not tolerate. On Monday morning, July 29, the DIGOS – the political branch of the police – has raided dozens of homes in Torino and in Val di Susa. Twelve comrades have been forced to open their houses to its agents, who have then proceeded to search for incriminating materials, presumably related to their protest against the enclosure of the land of the valley with...

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‘La geotermia scatena il terremoto: stop al progetto!’ Tranquilli amministratori, succede in Svizzera

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‘La geotermia scatena il terremoto: stop al progetto!’ Tranquilli amministratori, succede in Svizzera

Due notizie di questi giorni illustrano meglio di ogni trattato la situazione della geotermia, sui rischi e sulle modalità operative dei ‘saccheggiatori’, nonché sulla miopia degli amministratori. La prima notizia proviene dalla Svizzera (pubblicata sul Corriere della Sera ed altri media) dove un terremoto di 3,6 gradi di magnitudo ha colpito la zona intorno al lago di Costanza, con epicentro a San Gallo, dove c’è una centrale geotermica. Il Servizio Sismico Svizzero (SED) ha tempestivamente indirizzato l’obiettivo sull’attività della vicina centrale; riferisce infatti: ‘Si suppone che l’episodio sia direttamente collegato alle misure di test e di stimolazione impiegate nel pozzo di trivellazione del progetto geotermico di San Gallo. Già nei giorni scorsi erano stati rilevati numerosi microsismi nelle vicinanze della base del pozzo. Le scosse sono aumentate considerevolmente di numero e di intensità nella notte dal 19 al 20 luglio. Una prima scossa di maggiore entità, di magnitudo 2.1, si è verificata alle ore 2:40 del 20 luglio.’. (Strano che non abbiano pensato agli ‘stili di vita’ degli svizzeri…). L’attività, leggiamo, è stata immediatamente sospesa. Non è la prima volta che la Svizzera interviene sui terremoti provocati dalla geotermia; già l’8 dicembre 2006 a Basilea ci fu un terremoto di 3,4 gradi di magnitudo; anche in quel caso vennero sospesi i lavori, mai più ripresi, e i responsabili sono stati processati per avere intenzionalmente causato danni alla popolazione, con il pagamento di risarcimenti per oltre 70 milioni di euro. Questo succede nella vicina Svizzera, mentre in Italia, nonostante le esperienze del passato (in Amiata ricordiamo quello del 1 aprile 2000), la letteratura scientifica e gli allarmi, nulla si fa per prevenire situazioni di rischio sismico, che, ad esempio in Amiata, andrebbero a colpire paesi antichi e sicuramente non adeguati per resistere a forti terremoti. L’altra notizia, uno scoop de Il Fatto Quotidiano->http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/07/22/enel-cosi-lazienda-organizzava-manifestazioni-spontanee-contro-greenpeace/662574/], denuncia che l’Enel organizzava comitati ‘spontanei’ di lavoratori contro le associazioni ambientaliste che contestavano le sue centrali, con le esatte istruzioni su cosa fare, quali strumenti usare e, addirittura, quanti fischietti portare… In sostanza l’Enel, quasi come una associazione occulta, organizzava il consenso e l’appoggio alla sua politica. Valutando queste notizie con le lenti della nostra realtà ci poniamo (e poniamo ai ns. amministratori) delle domande: – è l’Enel un operatore affidabile a cui, oltre aver lasciato mano libera sulla montagna, abbiamo affidato anche i controlli? – le voci che si levano a difendere la geotermia in Amiata sono sempre spontanee e disinteressate? – ai danni alla salute e alla mortalità accertati, all’inquinamento di aria e acqua, aggiungendo il rischio di una vera e propria catastrofe che verrebbe provocata da un forte terremoto, possibile che la Regione e i suoi vassalli ancora perseverino nello scellerato progetto di raddoppio delle centrali in Amiata, arrivando persino a denunciare chi legittimamente sta informando la popolazione? E’ ora di dire basta, è ora che la popolazione prenda coscienza che siamo (metaforicamente, ma anche realmente) seduti su un vulcano e che occorre un immediato blocco dell’attività geotermica, prima che sia troppo tardi! Fonte: S.O.S. Geotermia...

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