CDCA e A Sud alla COP30 a Belém

La voce di A Sud dalla COP30 di Belém (Brasile) e le iniziative in Italia

Dal 10 al 21 novembre 2025 saremo a Belém, in Brasile, per partecipare come osservatori alla 30° Conferenza delle Nazioni Unite sul Clima. Racconteremo quanto avviene dentro e fuori le negoziazioni, porteremo e raccoglieremo le voci dei territori in lotta contro l’estrattivismo, contro il greenwashing e per una transizione ecologica realmente giusta.

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L’agenda della COP30

A Belém si discuteranno e valuteranno gli NDCs, i nuovi impegni climatici nazionali che stabiliscono gli obiettivi di riduzione delle emissioni di ogni paese. Accanto alla mitigazione, l’adattamento sarà uno dei temi centrali attraverso il Global Goal on Adaptation (GGA) e i nuovi Piani nazionali di adattamento. Un altro capitolo chiave sarà quello della finanza per il clima. Tra i punti principali il nuovo obiettivo di finanziamento (NCQG), che punta ad aumentare il sostegno ai Paesi in via di sviluppo da 100 a 300 miliardi di dollari l’anno, e la Roadmap Baku-Belém, che traccia un percorso per mobilitare almeno 1.300 miliardi di dollari l’anno entro il 2035.

Temi cruciali, che si scontrano con uno scenario geopolitico ostile, segnato dal negazionismo climatico, dai venti di guerra, dalla corsa al riarmo e dalla violenza istituzionale.  Non è un caso che in gioco a Belém ci sia più che mai la credibilità della diplomazia climatica e la sua capacità di tradurre le intenzioni in impegni concreti.

La Cupula dos povos

La Cúpula dos Povos è il grande incontro dei movimenti sociali e delle comunità che vivono in prima linea la crisi climatica. Nata nel 1992 come risposta critica alle negoziazioni ufficiali, propone un’alternativa fondata su giustizia climatica, sociale e ambientale, solidarietà e saperi ancestrali.

Dal 12 al 16 novembre 2025, in concomitanza con la COP30 di Belém, riunirà popoli indigeni, comunità quilombola e tradizionali, giovani e lavorator? in marce, dibattiti e azioni culturali.

La Cúpula mette al centro vite, diritti e territori, non statistiche: unisce chi costruisce ogni giorno soluzioni reali, dall’agroecologia alla difesa dei beni comuni, per spingere i governi ad adottare politiche di vera giustizia climatica.

Dichiarazione della Cupula Dos Povos

Perché A Sud e CDCA alla COP?

Nelle Cop si riuniscono i governi dei 197 Paesi che hanno ratificato la Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (UNFCCC), firmata a Rio de Janeiro nel 1992. Ma la COP30 non è solo un vertice diplomatico: è il terreno di confronto (e di scontro) tra attori diversi e diverse visioni del mondo. Da una parte il business as usual che trasforma la crisi climatica in profitto, dall’altra movimenti e territori che lottano per giustizia climatica, autodeterminazione e diritti della Natura.
La COP30 si terrà nel cuore dell’Amazzonia, a Belém do Pará, in Brasile. Non è un dettaglio geografico ma una scelta politica: è nel Sud globale che l’ingiustizia climatica colpisce più duramente mentre il Nord globale continua a negoziare emissioni e interessi fossili.
Qui non si decide solo il futuro del clima: si decide chi avrà diritto a un futuro.

Per raccontare cosa c’è in gioco, e come finisce la partita.

Andiamo alla COP per osservare da vicino i negoziati, capire quali equilibri politici e di potere si stanno ridefinendo, e portare la prospettiva dei territori e dei movimenti che chiedono giustizia climatica.
La partecipazione di A Sud e CDCA serve a connettere le lotte locali con quelle globali, rafforzare alleanze internazionali e raccontare – con sguardo indipendente e critico – come la diplomazia climatica sta affrontando, o eludendo, le proprie responsabilità.
Perché solo intrecciando voci e resistenze dal basso possiamo costruire un futuro giusto per tutt?.

Per costruire e rafforzare alleanze internazionali

Svolgere la COP in Brasile è un segnale che conta: significa rimettere al centro chi la crisi climatica la subisce davvero. Andiamo a Belém per stare con i movimenti globali per la giustizia climatica. In America Latina oggi si gioca una partita enorme: conflitti ambientali, estrattivismo, repressione, lotte indigene e popolari che resistono da decenni. Con tante realtà — dalla Colombia alla Bolivia, fino all’Amazzonia — abbiamo già lavorato, fatto campagne, costruito ponti. Lì ritroviamo compagn? con cui condividiamo visioni e pratiche.

Per portare una visione radicale dentro la COP

Sì, probabilmente sarà l’ennesimo flop diplomatico. Ma proprio per questo dobbiamo esserci, per non lasciare quei tavoli alle lobby fossili e ai governi che parlano di transizione mentre trivellano.
Da dentro vedi meglio le dinamiche, le crepe, le possibilità di alleanze e di conflitto.
Andiamo per portare la prospettiva della giustizia climatica e delle lotte dal basso, che legano crisi climatica, razzismo, patriarcato e disuguaglianze. La COP non è un punto d’arrivo: è un passaggio. Il resto si fa fuori, insieme, ogni giorno.


Diario dalla COP30

  • Giorno 12 – 24 novembre 2025
    Belém svela il fallimento della diplomazia climatica, ma apre spiragli: una roadmap anti-fossile e nuove alleanze per la giustizia.
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  • Giorno 11 – 21 novembre 2025
    Penultimo giorno a Belém: incendio in COP30, stalli politici e pressioni crescenti sul BAM e sull’uscita dai fossili.
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  • Giorno 10 – 20 novembre 2025A Belém 85 Paesi spingono per uscire dai fossili, mentre Italia e Polonia frenano. La COP30 è al bivio, il tempo è adesso.
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  • Giorno 9 – 19 novembre 2025
    Belém rilancia la lotta globale ai fossili: la Colombia guida un fronte che vuole uscire davvero dal modello che brucia il pianeta.
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  • Giorno 7 – 17 novembre 2025
    Belem in rivolta: popoli indigeni e movimenti sociali spingono per una COP30 che dica finalmente basta ai fossili.
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  • Giorno 6 – 15 novembre 2025
    Anche quest’anno i dati sulla presenza dei lobbisti Gas&Oil alla conferenza di Belém sono alti: su ogni 25 persone accreditate al vertice, uno è un lobbista dei combustibili fossili, in totale sono oltre 1600.
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  • Giorno 5 – 14 novembre 2025
    Il TFFF entra nella Cupula tra promesse e contraddizioni: fondi incerti, debiti in aumento e movimenti che denunciano l’ennesima falsa soluzione verde.
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  • Giorno 4 – 13 novembre 2025
    A Belém la protesta indigena irrompe nella COP30 e svela le contraddizioni del Brasile fossile. Intanto la Cupula esplode di mobilitazioni globali.
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  • Giorno 3 – 12 novembre 2025
    Adattamento al centro della COP30, ma i fondi restano insufficienti. A Belém arrivano movimenti e comunità indigene: la vera pressione viene dai territori.
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  • Giorno 2 – 11 novembre 2025
    Lula parla di disuguaglianze alla Cop30, ma il Brasile continua a spingere sul fossile. A Belém torna al centro il nodo tra clima e ingiustizia.
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  • Giorno 1 – 10 novembre 2025
    Dalla Cop30 alla Cúpula dos Povos: a Belém si apre la sfida per la giustizia climatica tra responsabilità globali, diritti dei popoli e resistenza dei territori.
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Articoli di approfondimento alla COP30

  • Cosa resta della Cop30, la battaglia per il clima e i diritti è ancora lunga – 24 novembre 2025
    Marica Di Pierri e Laura Greco su Domani – COP30 fallisce su fossili e foreste, ma il Bam e il blocco dei 82 paesi per l’uscita dal fossile aprono spiragli di lotta e nuove alleanze.
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  • Sulla fine dei lavori della COP30 – 24 novembre 2025
    Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Cosa è successo alla 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici? Quali sono le grandi vittorie? Quali le sconfitte?
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  • La tabella della discordia – cos’è successo alla COP30 – 23 novembre 2025
    Laura Greco su Radio24 – COP30 a Belém annuncia impegni su energia, foreste e adattamento, ma senza una vera uscita dal fossile restano promesse vuote da incalzare con lotte dal basso.
    Ascolta su Il Sole 24 ore
  • “A resposta somos nós”. Ma alla COP30 le richieste dei popoli indigeni non fanno breccia – 23 novembre 2025
    Laura Greco su EconomiaCircolare.com – Alla COP30 le voci indigene restano ai margini mentre la foresta corre verso il punto di non ritorno. Senza giustizia, non c’è futuro.
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  • La “Dichiarazione di Belém” e il multilateralismo del phase out dai fossili spinto dal basso – 21 novembre 2025
    Laura Greco su Altreconomia – Da Belém arriva una spinta dal basso per uscire dai fossili: governi e movimenti uniscono le voci per un phase out reale, giusto, globale.
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    • Cop30: senza il Gender action plan ogni azione climatica è limitata – 21 novembre 2025
      Marica Di Pierri e Laura Greco su Valori – Nonostante le ambiziose premesse il Gender action plan ha trovato diversi ostacoli sui tavoli negoziali della Cop30

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  • Alla Cop30 arrivano le storie di migrazioni climatiche – 21 novembre 2025

Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30, in vista delle negoziazioni finali, si parla del fenomeno crescente degli sfollamenti forzati dal cambiamento climatico.
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  • Belém, la foresta degli indigeni si ribella a Lula – 20 novembre 2025
    Laura Greco su Il Manifesto – Le nazionalità dell’Amazzonia denunciano l’inagibilità politica alla Cop e chiedono una mobilitazione internazionale guidata direttamente dai popoli indigeni per proteggere i loro territori e affrontare la crisi climatica alla radice
  • Alla Cop 30 i movimenti si riprendono la scena – 20 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Il Manifesto – Era dalla Cop 26 di Glasgow che non si vedeva così tanta società civile. Accanto al vertice ufficiale, in più di 50 mila hanno animato la «Cupula dos povos» per una svolta vera sul clima e i diritti
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  • COP30, BELÉM | Italiani in mobilitazione – 20 novembre 2025]
    Il Climate Pride in azione alla COP30: l? attivist? chiedono all’Italia una roadmap chiara e ambiziosa per uscire dai fossili.
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  • A Belém torna il protagonismo sociale – 19 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Collettiva – Alla Cop30 movimenti, organizzazioni, popoli e sindacati riacquistano centralità: proposte e campagne dal basso sono arrivate nelle stanze dei negoziati.
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  • Come procede la COP30 in Brasile? Intervista a Laura Greco da Bélem – 19 novembre 2025
    Laura Greco su Scienza e Pace Magazine – COP30 tra repressione, lobby fossili e resistenze indigene: la giustizia climatica la costruiscono i territori, non i negoziati.
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  • Lifegate dalla COP30 – 18 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Lifegate – Dalla COP30 il racconto dell’inedita comunicazione tra dentro e fuori la COP, tra le richieste indigene e l’ambiguo governo di Lula.
    Ascolta su Lifegate
  • Il Fondo per le foreste e la falsa soluzione del biocapitalismo si ripropone alla Cop30 di Belém – 18 novembre 2025
    Laura Greco su Altreconomia – Il Tropical forests forever facility lanciato da Lula è l’ennesimo dispositivo finanziario che viene presentato come innovazione.
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  • Attivismo e giustizia climatica: se il diritto alla protesta diventa un reato – 17 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Valori.it – Alla Cop30 emerge un allarme globale: in molti Paesi il diritto alla protesta viene represso e l’attivismo ambientale è sempre più criminalizzato
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  • Alla Cop30 di Belèm il fondo per l’adattamento resta senza fondi – 17 novembre 2025]
    Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30 fallisce, per il terzo anno di fila, l’obiettivo di raccolta minima per finanziare l’adattamento dei Paesi del Sud globale.
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  • Massiccia partecipazione popolare a Belém – 16 novebre 2025
    Marica Di Pierri su L’aria Che Respiri – Alla Cúpula dos Povos tantissime voci per reclamare la fine dei combustibili fossili e una giustizia climatica guidata dai popoli, non dalle multinazionali.
    Ascolta su Radio Rai1
  • In diretta da Bele?m – Aggiornamenti sulla prima settimana di COP30 – 15 novembre 2025
    Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – In diretta da Belém, per raccontare in diretta i lavori della 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici. ?Foto di Oliver Ninja e Midia Ninja
    Guarda la diretta
  • Cop30: chi difende i combustibili fossili dentro i negoziati sul clima – 14 novembre 2025
    Marica Di Pierri per Altreconomia – Alla Cop30 un lobbista fossile ogni 25 delegat?: il vertice che dovrebbe chiudere l’era fossile continua a farsela scrivere da chi la profitta.
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  • Giustizia climatica, questa dimenticata – 13 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Il Manifesto – Il legame tra clima e disuguaglianze è ormai assodato. Ma dopo 30 anni di conferenze, i ricchi continuano a fare grandi affari con i fossili.
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  • L’adattamento secondo la COP30: “Adattarsi è sopravvivere” – 13 novembre 2025
    Marica Di Pierri per EconomiaCircolare.com – COP30 punta a rendere operativo il Global Goal on Adaptation, tra governance multilivello, indicatori, fondi insufficienti e necessità di giustizia climatica.
    Leggi l’articolo
  • La Cop30 in Brasile e le politiche industriali green – 11 novembre 2025
    Marica Di Pierri per Tutta La Città Ne Parla, Radio3 – È iniziata la Cop30 a Belém, 10 giorni in cui si discuterà su come trovare una via d’uscita alla deriva del cambiamento climatico nonostante le difficoltà politiche che ci circondano.
    Ascolta l’episodio
  • Road to Belém – 7 novembre 2025Marica Di Pierri per Valori.it – Verso la Cop30 di Belém, cosa aspettarci dal più importante appuntamento per salvare il clima della Terra? Diretta con Marica Di Pierri, Luca Lombroso, Giovanni Mori e Lorenzo Tecleme.
    Guarda la diretta
  • Da Parigi a Belém, i conti che non tornano – 6 novembre 2025
    Marica Di Pierri per Il Manifesto – Tra tensioni e fragili compromessi, i preparativi alla vigilia della Conferenza Onu. A che punto sono gli impegni nazionali di riduzione e i piani di adattamento dei singoli Paesi.
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  • A Sud a Belém alla Cop30 – 6 novembre 2025
    A Sud seguirà negoziati e mobilitazioni dalla COP30 di Belém, amplificando le voci dei movimenti per giustizia climatica e sociale.
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  • A Sud aderisce alla Global Call to Action della Cúpula dos Povos  – 5 settembre 2025
    Il 15 novembre scendiamo in piazza: basta disuguaglianze e razzismo ambientale, vogliamo giustizia climatica e un mondo dove la vita sia al centro.
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  • Vertice dei Popoli Verso la COP30: Manifesto Politico – 13 giugno 2025
    A Sud aderisce al Manifesto dei Popoli verso la COP30: un appello globale per giustizia climatica, anticapitalismo e democrazia dal basso.
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Racconteremo le negoziazioni

Per spiegare cosa accade davvero alla COP30, come si muovono i governi e quali interessi guidano le scelte sulla crisi climatica. Vi offriremo una copertura quotidiana per raccontarvi con le nostre parole e con uno sguardo critico, indipendente e radicale, vicino ai movimenti il dentro e fuori la Cop

Sveleremo le contraddizioni

Tra le promesse ufficiali e la realtà, mostrando lo scontro continuo tra lobby fossili e popoli che difendono la vita e i territori. Denunceremo le responsabilità smascherando la falsa transizione energetica e chi continua a inquinare mentre parla di sostenibilità con greenwashing e false soluzioni

Daremo voce alle comunità

Portando le loro storie, le lotte quotidiane e le alternative concrete alla devastazione ambientale, contro colonialismo ed estrazione. Ci collegheremo con l’Italia per connettere istanze e battaglie


INFO E CONTATTI

Per contatti e interviste con la delegazione:

Marica Di Pierri
maricadipierri@asud.net
55 21 967071220

Laura Greco
lauragreco@asud.net
+55 21 997673184

Buon Compleanno, Referendum!

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Buon Compleanno, Referendum!

Il 12 e 13 Giugno 2011, dopo molti anni, i referendum hanno di nuovo raggiunto il quorum e sono tornati ad essere lo strumento di democrazia diretta che la Costituzione garantisce. Due anni dopo, un compleanno per richiedere il rispetto della democrazia Il 12 e 13 Giugno 2011 la maggioranza assoluta delle italiane e degli italiani si è espresso a favore della fuoriuscita dell’acqua e dei servizi pubblici locali da una logica di mercato e di profitto. Le iniziative messe in campo in questi due anni per l’attuazione dei referendum, a partire dalla Campagna di Obbedienza Civile, passando per le manifestazioni nazionali del 26 novembre 2011, quella del 2 giugno e del 15 dicembre 2012, per finire ai diversi percorsi di ripubblicizzazione aperti nei territori, oltre al fatto che la lotta per l’acqua si è sempre più intrecciata con le altre vertenze per la difesa dei beni comuni e contro le speculazioni, dimostrano la persistenza del movimento dell’acqua e le ragioni profonde che hanno portato alla vittoria refendaria del 2011. Il Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua da sempre sostiene che il rispetto dell’esito referendario non può essere in nessun caso considerata mero adempimento tecnico, bensì elemento sostanziale di rispetto del voto democratico della maggioranza assoluta del popolo italiano. Su questa base in occasione del 2° anniversario dei referendum, oltre a mettere in campo diverse iniziative diffuse sui territori, abbiamo deciso di sollecitare i parlamentari affinchè s’impegnino in un’iniziativa politica per costruire un “intergruppo dei parlamentari per l’acqua bene comune” che si ponga l’obiettivo di intraprendere un percorso legislativo per giungere ad una gestione pubblica e partecipativa del servizio idrico integrato e a garantire il diritto all’acqua. In merito il primo atto che dovrà intraprendere tale intergruppo è la sottoscrizione e il deposito del testo della proposta di legge d’iniziativa popolare promossa dal Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua. La costituzione dell’intergruppo dei parlamentari per l’acqua bene comune avverrà il 12 giugno a partire dalle ore 11.00 con un’assemblea pubblica in Piazza Montecitorio promossa dal Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua la quale si pone l’obiettivo di dare un segnale forte affinchè si dia seguito al mandato ricevuto dalle elettrici e dagli elettori a due anni dai referendum. L’invito a tutte e tutti è quello di partecipare alle iniziative in programma in occasione del 2° anniversario dei referendum e alle attività dei comitati territoriali, perchè oggi ancor più di ieri, si scrive acqua e si legge democrazia! Per approfondimenti clicca qui Guarda il video “Due anni vissuti pericolosamente” [Visualizza l’elenco delle iniziative in...

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NoGrandiNavi | La lotta per la tutela dei territori e dei beni comuni

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NoGrandiNavi | La lotta per la tutela dei territori e dei beni comuni

Il CDCA e A Sud hanno partecipato alla tre giorni No Grandi Navi / No Grandi Opere tenutasi e Venezia il 7,8 e 9 Giugno. Una cronaca del fine settimana di lotta per la tutela dei territori e dei beni comuni: riprendiamoci la terra, riprendiamoci il mare Si è conclusa domenica a Venezia la tre giorni contro le Grandi navi e le Grandi opere, che minacciano la preservazione della laguna e del territorio veneziano; un momento di lotta e di resistenza attiva per proporre un modello di sviluppo diverso, realmente democratico e partecipato, e finalmente improntato alla difesa dei beni comuni. Il CDCA e A Sud hanno partecipato alle tre giornate internazionali di condivisione e di mobilitazione “No Grandi Navi”, che hanno visto il culmine proprio ieri pomeriggio, quando i manifestanti sono salpati a bordo di un esercito di piccole barche e sono infine riusciti a bloccare per qualche ora il transito delle Grandi Navi all’interno della città di Venezia. “Cari turisti, state calmi. Le grandi navi non partiranno: né stamattina, né oggi pomeriggio. Andate a farvi un giro per Venezia, mangiatevi un gelato, noi stiamo difendendo la laguna!” Così ieri mattina una ragazza del Comitato NO GRANDI NAVI urlava al megafono, mentre comitati, associazioni e cittadini cercavano di impedire l’imbarco e ritardare le partenze delle navi da crociera dal Porto di Venezia. Una manifestazione pacifica e colorata (al contrario di quanto detto dai giornali di oggi), quella a cui A Sud ha partecipato ieri, i cui slogan richiamavano alla difesa di un territorio martoriato negli anni da questi mostri del mare che, per garantire ai loro passeggeri una vista esclusiva della città, attraversano ogni giorno i canali veneziani mettendo in serio pericolo il delicatissimo ecosistema lagunare. Navi che arrivano a 330 metri di lunghezza e a 130 mila tonnellate di stazza. Nonostante gli ultimi incidenti (quelli dell’isola del Giglio e del porto di Genova) abbiano dimostrato la pericolosità delle manovre di questi colossi del mare, le grandi compagnie turistiche sembrano non preoccuparsi dei potenziali e gravissimi danni che causano. L’affare turistico e gli interessi economici anche a Venezia vengono prima della difesa del territorio, dei fondali scavati dall’acqua, dell’inquinamento atmosferico e del diritto della popolazione locale di poter vivere in un ambiente sano e protetto. La tre giorni organizzata dal Comitato No Grandi Navi ha visto la presenza di centinaia di attivisti provenienti da tutta Italia al campeggio allestito a Sacca Fisola, dove la mattina di sabato 8 si è tenuta una grande e partecipata assemblea dei vari comitati veneti in difesa del territorio e il pomeriggio un altro dibattito di respiro internazionale. Al dibattito sono intervenute differenti realtà, ribadendo la necessità di costruire un percorso comune a livello nazionale che guardi alla difesa dei beni comuni e dei territori contro le grandi opere e le iniziative di privatizzazione portate aventi dai poteri forti e dalle lobbies finanziarie. Dai comitati siciliani No MUOS, al Forum Nazionale dei Movimenti per l’Acqua, ai Comitati contro gli inceneritori, i NO TAV, i No Dal Molin, il Teatro Valle, re-Common e numerosi movimenti che hanno lanciato appuntamenti importanti che riempiranno l’estate e l’autunno prossimo di date per tracciare momenti di riflessione e costruzione di percorsi comuni. Tra questi, gli appuntamenti della Costituente dei Beni Comuni, vista come interessante cornice di approfondimento giuridico...

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Perdita petrolio da raffineria Eni di Gela

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Perdita petrolio da raffineria Eni di Gela

Da questa notte si sta verificando uno sversamento di petrolio in mare dalla raffineria Eni di Gela, in Sicilia. Il procuratore della Repubblica presso il tribunale di Gela ha disposto il sequestro dell’impianto. PALERMO – Una consistente perdita di petrolio da una tubazione dell’impianto Topping, nella raffineria Eni di Gela, ha fatto scattare ieri mattina l’emergenza ambientale: il greggio, riversatosi sul canale di scarico dell’acqua marina usata per il raffreddamento di talune apparecchiature della fabbrica, ha raggiunto la foce del fiume Gela. Una colata di poltiglia nera rischia di inquinare il mare e la spiaggia a est della citta’. La Capitaneria di porto ha mobilitato le imbarcazioni antinquinamento che hanno disteso le panne galleggianti per impedire al petrolio di espandersi nelle acque attorno alla foce del fiume e, con le idrovore lo stanno recuperando a bordo dei natanti appositamente attrezzati. La situazione sembra sotto controllo. Una parte di greggio pero’ era stata gia’ trascinata dalla corrente prima che intervenissero i mezzi per la bonifica e si cerca di eliminarla. Mobilitate le squadre della sicurezza aziendale. All’interno dell’impianto Topping, operai e tecnici della manutenzione hanno bloccato la perdita e stanno cercando di appurare la causa che l’ha determinato. Un’indagine e’ stata avviata dalla direzione aziendale. La procura della Repubblica del tribunale di Gela, informata dell’episodio, ha aperto un’inchiesta. Il procuratore della Repubblica presso il tribunale di Gela, Lucia Lotti, ha disposto il ”sequestro per esigenze probatorie e di cautela” dell’impianto ”Topping 1”, presso la raffineria dell’Eni, dove stamani e’ avvenuta la perdita di ”non meno di una tonnellata petrolio”. Le indagini, avviate dalla direzione aziendale e dalla capitaneria di porto, hanno permesso di accertare una serie di concause all’origine del disservizio. Una nota della procura riferisce dell’avvenuta ”rottura di uno scambiatore di calore asservito all’impianto” con conseguente ”fuoriuscita dell’emulsione (misto di acqua e greggio) dallo scarico”. A questo si sarebbe aggiunto ”il mancato funzionamento della valvola di sicurezza destinata ad impedire la fuoriuscita dell’emulsione stessa, nonche’ il difetto, nel loro complesso, delle manovre di sicurezza. ”Solo il fermo totale dell’impianto, avvenuto a distanza di circa un’ora dal verificarsi del problema – scrive il procuratore – ha posto fine allo sversamento”. Sono ancora al lavoro i mezzi per il disinquinamento delle acque del fiume Gela e del mare, assieme alla pulizia del tratto di costa antistante la foce. Il procuratore, Lotti, ha reso noto che ”in relazione ai fatti di inquinamento delle acque e dell’habitat del fiume, si procede per i reati previsti dal codice dell’ambiente, nonche’ per danneggiamento aggravato e disastro innominato colposo”. Fonte:...

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L’Europa dei veleni, l’Italia del fracking: Eni capofila dei lobbisti

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L’Europa dei veleni, l’Italia del fracking: Eni capofila dei lobbisti

Fracking, shale gas, coal ben methane, tight gas: Eni capofila dell’azione di lobby sull’Ue per promuovere nuovi investimenti su stoccaggio di energia, gas di scisto cattura e stoccaggio di Co2. Intanto, l’Agenzia internazionale per l’energia “stima” le riserve mondiali e quelle del Vecchio Continente. L’analisi dell’autore di “Trivelle d’Italia” L’ ad di Eni, Paolo Scaroni ha sottoscritto – insieme agli amministratori delegati di altre 7 multinazionali del gas, Enel, Gasterra, Gdf Suez, Iberdrola, Eni, Rwe, E.On, Gasnatural Fenosa- un appello indirizzato il 21 maggio scorso all’Unione europea, auspicando tra le altre cose “un rafforzamento del quadro politico che porti a investimenti in tecnologie promettenti, come lo stoccaggio di energia, nuove rinnovabili, la cattura e stoccaggio dell’anidride carbonica, reti e contatori intelligenti e il gas di scisto”. Un assist raccolto dal premier Enrico Letta che – intervenendo in Senato lo stesso giorno – ha auspicato “un atteggiamento aperto e non penalizzante per lo sfruttamento delle fonti di energia prodotte in Europa come lo shale gas”, come riportato dall’Agi (l’Agenzia giornalistica italiana controllata dall’Eni dal 1965). Il giorno dopo, 22 maggio, l’apertura allo sfruttamento di shale gas sarebbe stato oggetto di discussione anche nel Consiglio europeo, nel corso di una riunione che ha posto le basi per una regolamentazione della controversa tecnica del fracking, necessaria per estrarre gas non convenzionale. In due giorni, insomma, il tema caldo sull’asse Eni-Italia-Europa è stato quello dello shale gas. La presa di posizione del nostro primo ministro sembrerebbe ben ponderata, perché in Italia -e lontano dai riflettori- le discussioni sull’argomento esistono, come dimostra uno studio sugli sviluppi nazionali del mercato del gas pubblicato -a marzo- da Cassa depositi e prestiti, che dedica una significativa appendice ai giacimenti di gas non convenzionale. Nel rapporto emergono i motivi principali per i quali negli ultimi anni numerosi Paesi si sono dimostrati possibilisti nello sfruttamento: da una parte “l’avanzamento tecnologico dei processi di estrazione del gas sta contribuendo a ridurre in modo significativo i costi di produzione”; dall’altra, invece, “alla luce dell’esperienza statunitense è emerso in modo evidente che lo sviluppo del settore del gas non convenzionale può avere un impatto molto significativo in termini di sicurezza degli approvvigionamenti energetici e di maggiore disponibilità di risorse, sia per l’impiego all’interno del territorio nazionale sia, ove sussistano le condizioni, per l’eventuale esportazione”. Ancora una volta contenimento dei costi, sicurezza degli approvvigionamenti ed esportazione. A questo puntano, da sempre, le più grandi compagnie petrolifere del mondo che oggi vorrebbero mettere le mani, ed in tempi brevissimi, sulle ingenti riserve mondiali di gas non convenzionale. Per gas non convenzionale si intende tight gas (gas di sabbie compatte), coal bed methane (metano dagli strati di carbone) e principalmente shale gas (gas di scisto). L’Agenzia internazionale dell’energia ha stimato che -su un “patrimonio” mondiale di 421 mila miliardi di metri cubi- le riserve di gas non convenzionale ancora da estrarre ammonterebbero a 331 mila miliardi di metri cubi, di cui il 63% di shale gas (208mila miliardi di metri cubi), il 23% di tight gas (76mila miliardi di metri cubi) e il restante 14% di coal ben methane (47mila miliardi di metri cubi). Gli Stati Uniti rappresentano la patria delle risorse tecnicamente estraibili in un lasso di tempo ristretto, in linea con il loro trend produttivo del 2010, anno in cui il 76% del...

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Il ladri del vento. Un documentario

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Il ladri del vento. Un documentario

Attivisti, esperti di settore e semplici cittadini hanno raccontato ai giovani attivisti e filmmakers di Greenlies le minacce delle energie rinnovabili per i territori e la salute dei cittadini. Un documentario racconta. L’Italia assediata dalle lobby delle energie rinnovabili selvagge si da appuntamento oggi presso il Teatro Valle occupato per un incontro pubblico «Bugie Verdi», occasione di approfondimento sul processo di devastazione di interi territori in nome della green economy. L’iniziativa prende vita da un progetto collettivo di inchiesta sul dramma dell’introduzione selvaggia delle energie rinnovabili nella nostra penisola: il film documentario Greenlies realizzato da SMKvideofactory con il sostegno del Centro di Documentazione sui Conflitti Ambientali dell’associazione A Sud, che ha raccolto per tutta Italia testimonianze e dati dalla viva voce dei protagonisti vittime di questa ondata speculatrice. Attivisti, esperti di settore e semplici cittadini hanno raccontato ai giovani attivisti e filmmakers di Greenlies come una grande speranza per il paese rappresentata dalle energie rinnovabili si è trasformata nella nuova minaccia che pesa sui nostri territori, distruggendo interi ecosistemi, economie locali, tessuti sociali e violando il diritto alla salute e a una vita dignitosa irrinunciabile bene di ogni cittadino. Il tutto paradossalmente finanziato da quegli esosi fondi pubblici accumulati con incentivi statali, e quindi di tutti i cittadini, destinati per legge a spingere senza alcuna pianificazione né concretezza economica il settore delle rinnovabili producendo così un vero e proprio far west con assalto alla diligenza da parte di rodati affaristi che, creando società di comodo per lo più srl (con irrisori capitali, anche solo 10.000 euro), investono in progetti di impianti industriali di milioni di euro. Il progetto Greenlies nasce con un obiettivo preciso, smascherare e portare all’attenzione pubblica nazionale e internazionale questo intreccio di falsità ad arte costruito: dalla geotermia in Amiata, con i suoi impatti ambientali su aria, acqua e salute di intere comunità, dall’eolico nell’Appenino Bolognese, dove si voleva installare mega-pale eoliche distruggendo paesaggi incontaminati, al biogas a biomasse nel Bolognese e nel Ferrarese, il quale minaccia le produzioni agricole locali che verrebbero sostituite da mais da destinare per la produzione industriale di oltre 1900 MW, fino al solare fotovoltaico in Salento, indicato dai cittadini quale la «peste del territorio» che sta stravolgendo habitat naturali, scenari agricoli, uliveti millenari e angoli di storia arcaica. Con questo progetto, SMKvideofactory, il Cdca e A Sud, si auspicano di fare emergere anche il buono, spesso e volentieri proposto proprio dagli stessi cittadini esasperati da questo assurdo modello energetico che viene spacciato quale energia pulita. Molti esempi virtuosi sono rintracciabili in tanti progetti proposti e realizzati dal basso con applicazioni concrete di sostenibilità giusta in termini ambientali e sociali, di eticità, di risparmio ed economicità oltre che di solidarietà. Esperienze che si appoggiano correttamente con l’energia non più come una «merce» ma come un bene comune utile, un diritto per tutti, rispettoso del territorio e della salute, perseguendo quella essenziale democrazia energetica a cui fisiologicamente le energie rinnovabili tendono: auto-produzione e auto-consumo, reti energetiche intelligenti, distribuzione decentrata, gestione pubblica partecipata, trasparente e localizzata. Greenlies vuole denunciare scomode verità e si fa anche promotore di un modello di produzione culturale diverso e innovativo basato sull’azionariato popolare a cui ogni cittadino può accedere, diventando non solo spettatore/consumatore ma anche produttore del progetto. Questa formula prevede che i coproduttori possano da una parte...

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Turchia: violenza contro i manifestanti in difesa del parco pubblico

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Turchia: violenza contro i manifestanti in difesa del parco pubblico

Da lunedì scorso centinaia di giovani, ora migliaia, si accampano nel parco Gezi Park, per impedire la mattina ai bulldozer di distruggere un polmone verde nella capitale per farne un centro commerciale. Ma la protesta si è poi allargata ed è diventata il simbolo dell’opposizione a Erdogan e si è diffusa in altre città. Più di 60 persone arrestate, decine i feriti negli scontri ISTANBUL – Era iniziato come una protesta di cittadini contro la distruzione di un parco, il Gezi Park di Taksim, e dei suoi 600 alberi, nel cuore di Istanbul. Ma il movimento si fa ogni giorno di più simile alle rivolte della stagione degli indignados di Madrid, Londra o New York. Da lunedì ogni notte, prima centinaia di giovani, ora migliaia, si accampano nel parco, per impedire la mattina ai bulldozer di sradicare gli alberi dell’ultimo polmone verde del cuore europeo della megalopoli del Bosforo, al posto del quale deve essere costruito un centro commerciale. All’alba ogni giorno i reparti anti-sommossa della polizia prendono d’assalto il parco, usando lacrimogeni, spray urticanti, cannoni ad acqua. Ieri è stata gravemente ferita una ragazza. Oggi i feriti sono stati decine, per il crollo di una antica scalinata presa d’assalto dai giovani in fuga. Sono stati arrestati in 63. E’ stato ferito anche il deputato curdo Sirri Sureya Onder, uno dei simboli della protesta, colpito sembra da un barattolo di lacrimogeni. “Non sta bene”, ha riferito il collega Ertugrul Kurcku. Il parlamentare è stato nei giorni scorsi uno dei protagonisti della rivolta. Si è piazzato da solo davanti alle ruspe in movimento, mentre i giovani fuggivano incalzati dagli agenti, per bloccarle. Fra i feriti c’è anche un fotografo dell’agenzia di stampa Reuters. Gli scontri a Gezi Park occupano ora le prime pagine della stampa turca. La rivolta contro i piani di trasformazione di Taksim – storico luogo simbolo della manifestazioni della sinistra laica turca – e contro l’inarrestabile cementificazione di Istanbul, governata dal partito islamico Akp del premier Recep Tayyip Erdogan, si sta trasformando in una protesta contro lo stesso capo del governo e il suo stile autoritario. Il movimento è appoggio di molti artisti e intellettuali turchi che hanno radunato più di 40 mila manifestanti al ponte del Bosforo che unisce parte Est e Ovest della città. Il leader del Chp, il principale partito di opposizione, Kemal Kilicdaroglu, ha chiesto ai suoi deputati di presidiare il parco in difesa dei manifestanti. Lo stesso Kilicdaroglu – in uno scontro sempre più violento con Erdogan a un anno dalle politiche e presidenziali – ieri è andato a Gezi Park per solidarietà con i giovani. La polizia ha risposto con un uso maggiore della forza. Gli agenti hanno bruciato le tende dei ragazzi dopo averli buttati fuori dal parco. Erdogan, fedele alla linea del pugno di ferro con gli oppositori, ha annunciato ai manifestanti che la distruzione del parco non si fermerà, “qualunque cosa facciate”. Il premier ha previsto che al posto dell’attuale piazza e del parco venga costruito oltre al centro commerciale, una ricostituzione di caserme ottomane e una moschea. Ed è solo uno dei progetti faraonici che Erdogan – ex sindaco di Istanbul – ha varato per la ‘sua’ città, di cui vuole fare una delle capitali del mondo. Nel giro di pochi anni Istanbul distruggerà e ricostruirà un...

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Turkey protests spread after violence in Istanbul over park demolition

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Turkey protests spread after violence in Istanbul over park demolition

At the beginning of the week environmental protest aimed at saving an Istanbul City centre park from shopping centre started. Demonstrations against Erdogan government in several cities as riot officers use tear gas to control protesters in Istanbul. Turkey has been engulfed by a series of protests across several cities after riot police turned Istanbul’s busiest city centre hub into a battleground, deploying tear gas and water cannon against thousands of peaceful demonstrators. In one of the biggest challenges to the 10-year rule of the prime minister, Recep Tayyip Erdogan, demonstrators took to the streets of Ankara, Izmir, Bodrum and several other cities as well as Istanbul to vent their frustration at what is seen to be an increasingly authoritarian administration. The air of government nervousness was reinforced by the relative lack of mainstream media coverage of the drama in central Istanbul, fuelling speculation that the Erdogan government was leaning on the main television stations to impose a blackout on the ugly scenes. Following several days of dawn police raids on the protesters seeking to occupy Gezi park on Taksim Square in Istanbul city centre, the clashes escalated violently, leaving more than 100 people injured, several of them seriously. Police went on the rampage against protesters who had been sitting reading books and singing songs. There was widespread criticism of the heavy-handed intervention and of the government, which is committed to demolishing the park to erect a shopping centre. The US state department said: “We certainly support universally peaceful protests, as we would in this case.” In Brussels, MEPs called on the EU to act. What started at the beginning of the week as an environmental protest aimed at saving an Istanbul city centre park from shopping centre developers backed by the government appeared to be snowballing into a national display of anger at the perceived high-handedness of the Erdogan government. “They have declared war on us,” said an Istanbul shopkeeper in a back street, as he handed out lemon juice to counter the teargas to protesters. “This is out of all proportion.” “Today is a turning point for the AKP,” said Koray Caliskan, a political scientist at Istanbul’s Bosphorus University. “Erdogan is a very confident and very authoritarian politician, and he doesn’t listen to anyone anymore. But he needs to understand that Turkey is no kingdom, and that he cannot rule Istanbul from Ankara all by himself.” Ugur Tanyeli, an architecture historian, said: “The real problem is not Taksim, and not the park, but the lack of any form of democratic decision-making process and the utter lack of consensus. We now have a PM who does whatever he wants.” The protests started late on Monday after developers tore up trees to make way for the controversial construction project featuring a shopping centre in nostalgic Ottoman style and building a replica of an old military barracks. Police staged consecutive raids on protesters, using tear gas and water cannon, but the protests grew in scale, with artists, intellectuals and opposition MPs joining the ranks. According to the Istanbul Medical Chamber, at least 100 people were injured during the police raids on Friday . Some sustained injuries when a wall they were trying to climb collapsed as they fled from the tear gas. At least seven people were treated for head...

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Biogas e biomasse: lo Stato incentiva l’avvelenamento “sostenibile”

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Biogas e biomasse: lo Stato incentiva l’avvelenamento “sostenibile”

Dalla 1a Marcia Nazionale contro Biogas e Biomasse di Assisi le interviste raccolte lo scorso sabato 25 maggio dal CDCA una raccolta di riflessioni sugli impatti delle centrali a biogas da biomasse. Negli ultimi due anni gli impianti a biogas da biomasse in Italia si sono triplicati. All’inizio del 2013 se ne potevano contare già più di mille. È in atto oggi una corsa al biogas agricolo, dovuta in larga parte al dirottamento degli incentivi statali dalle fonti energetiche rinnovabili classiche – eolico e solare – a favore della produzione di biogas da biomasse. Il fenomeno è ulteriormente rafforzato dalle opportunità di profitto offerte dal business dei rifiuti in questo settore. La giornata di mobilitazione, voluta dal Coordinamento Terre Nostre No Biogas No Biomasse e inaugurata in mattinata da un convegno molto partecipato, è culminata in una marcia di 4 km dal comune di Santa Maria degli Angeli a Piazza San Francesco ad Assisi, hanno partecipato numerosi comitati di cittadini provenienti da tutta Italia. Quello che ha spinto la recente costituzione del Coordinamento Nazionale, nell’autunno del 2012, è la preoccupazione diffusa relativa agli impatti e ai rischi correlati alla proliferazione di tali impianti, spesso in aree non idonee. Vista l’incertezza relativa alla gravità degli impatti che le attività di questi impianti possono provocare sulla salute dell’uomo e degli animali, ci si aspetterebbe che a monte di ogni valutazione sui nuovi progetti di centrali a biogas da biomasse e, in generale, nella pianificazione dei territori, venga applicato il principio di precauzione. Ma l’assenza di norme più definite e di efficaci sistemi di controllo fanno sì che si autorizzino in maniera indiscriminata e senza pianificazione territoriale adeguata impianti a fini speculativi, costruiti troppo vicini alle abitazioni. Quello che è certo è che ogni impianto, oltre a produrre contaminazione atmosferica, emette nitrati, polveri sottili, provoca il cambiamento del Ph delle acque dei canali circondariali e rilascia nei campi circostanti dei residui finali, detti digestati, prodotti dalla fermentazione. I digestati distruggono l’humus del terreno per il loro alto contenuto di ammoniaca e possono veicolare pericolosi agenti microbici e patogeni, botulino in primis. A rafforzare questa mobilitazione su scala nazionale sono però anche considerazioni relative al consumo di suolo, alla gestione del ciclo dei rifiuti e, più in generale, al modello di produzione energetica e di pianificazione territoriale. Le centrali a biogas da biomasse sfruttano liquami e sottoprodotti agricoli o anche prodotti appositamente coltivati. Ad alimentare la maggior parte delle centrali a biogas da biomasse è, infatti, il mais: per produrre 1 MW di energia è necessario sacrificare oltre 300 ettari di terra, coltivati a mais, 300 ettari che vengono così sottratti alle attività agricole locali tradizionali.. Sebbene la diffusione di nuovi impianti a biogas da biomasse stia crescendo ad un ritmo esponenziale in tutto il Paese, la manifestazione di Assisi dimostra come, al contempo, il vero volto della “green economy” si stia rivelando in modo sempre più chiaro ai comitati, alle associazioni di cittadini, ai coltivatori. Impegnati a far pressione sui propri amministratori locali nella quotidiana battaglia contro le centrali sui propri territori, i comitati si sono già dati appuntamento all’anno prossimo per una mobilitazione destinata a crescere. Tutte le interviste alla 1a Marcia Nazionale No Biogas No Biomasse Prof. Corti, Presidente di Terre Nostre Luigino Ciotti, Comitato Umbro Terre Nostre Comitato di...

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La “Yasunizzazione”: Verso una civiltà post-petrolifera

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La “Yasunizzazione”: Verso una civiltà post-petrolifera

Il nuovo report di EJOLT “Towards a Post Oil Civilization”: una riflessione sull’importanza di lasciare le fonti fossili nel sottosuolo e procedere verso un nuovo indirizzo energetico. E per i policymakers dell’Unione Europea un invito ad agire in coerenza con gli impegni assunti in merito al tema del cambiamento climatico Nelle riserve internazionali di combustibili fossili stimate è contenuta una quantità di carbonio tre volte superiore a quella che possiamo permetterci di bruciare per rimanere al di sotto dell’obiettivo internazionalmente concordato di un aumento della temperatura media globale di massimo 2 °C. Ecco perché almeno i due terzi di tutte le riserve conosciute di combustibili fossili sono in realtà non utilizzabili. Non vi è alcuna giustificazione etica, ambientale o sociale per mobilitare riserve con un impatto ambientale e sociale superiore alla media, comprese quelle provenienti da trivellazioni petrolifere in mare aperto (offshore), sabbie bituminose o da attività di gas fracking, distruttive per gli ecosistemi dei delta fluviali e di altre zone paludose, terreni agricoli densamente popolati, foreste ricche di biodiversità o barriere coralline. Questo nuovo report EJOLT di duecento pagine spiega come, dove e perché i combustibili fossili possono e dovrebbero essere mantenuti nel terreno. “Towards a Post Oil Civilization” offre una prospettiva storica a partire dall’Ecuador e dalla Nigeria e presenta vari casi-studio dalla Colombia al Canada, dall’Italia alla Spagna e dalla Norvegia alla Nuova Zelanda. Il briefing di 4 pagine indirizzato ai policymakers rende chiarissimo cosa dovrebbero fare i responsabili politici dell’Unione Europea – anche solo per agire in coerenza con gli propri impegni assunti in merito al tema del cambiamento climatico. “Towards a Post-Oil Civilization. Yasunization and other initiatives to leave fossil fuels in the soil” Scarica il report Vai alla pagina di presentazione sul sito di...

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Ejolt new report – Towards a Post-Oil Civilization: Yasunization and other initiatives to leave fossil fuels in the soil

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Ejolt new report – Towards a Post-Oil Civilization: Yasunization and other initiatives to leave fossil fuels in the soil

By the new report of the Ejolt project “Towards a Post-Oil Civilization: Yasunization and other initiatives to leave fossil fuels in the soil” a reasoning on where, why and how fossil fuels can and should be kept in the soil. For the EU policymakers some recommendations: something should be done even if only to act according to their own climate change pledges. Total proven international fossil-fuel reserves contain about 3 times as much carbon as what we can burn and still have a reasonable chance to stay below the internationally agreed 2°C target. That’s why at least 2/3 of all known fossil fuels reserves are actually “unburnable”. There is no ethical, environmental or social justification for mobilising reserves with above-average environmental and social impacts, including deep sea oil, tar sands, or fracking for shale gas, destroying riverine delta ecosystems and other wetlands, densely populated farmland, biodiverse forests or coral gardens. This new 200p ejolt report explains why, where and how fossil fuels can and should be kept in the soil. “Towards a Post Oil Civilization” gives a historical perspective from Ecuador and Nigeria and features cases from Colombia to Canada, from Italy to Spain and from Norway to New Zealand. The 4-page briefing for policymakers makes it crystal clear what EU policymakers should be doing – even if only to act according to their own climate change pledges. Download the report See the description of the report on Ejolt...

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