Dal 10 al 21 novembre 2025 saremo a Belém, in Brasile, per partecipare come osservatori alla 30° Conferenza delle Nazioni Unite sul Clima. Racconteremo quanto avviene dentro e fuori le negoziazioni, porteremo e raccoglieremo le voci dei territori in lotta contro l’estrattivismo, contro il greenwashing e per una transizione ecologica realmente giusta.
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A Belém si discuteranno e valuteranno gli NDCs, i nuovi impegni climatici nazionali che stabiliscono gli obiettivi di riduzione delle emissioni di ogni paese. Accanto alla mitigazione, l’adattamento sarà uno dei temi centrali attraverso il Global Goal on Adaptation (GGA) e i nuovi Piani nazionali di adattamento. Un altro capitolo chiave sarà quello della finanza per il clima. Tra i punti principali il nuovo obiettivo di finanziamento (NCQG), che punta ad aumentare il sostegno ai Paesi in via di sviluppo da 100 a 300 miliardi di dollari l’anno, e la Roadmap Baku-Belém, che traccia un percorso per mobilitare almeno 1.300 miliardi di dollari l’anno entro il 2035.
Temi cruciali, che si scontrano con uno scenario geopolitico ostile, segnato dal negazionismo climatico, dai venti di guerra, dalla corsa al riarmo e dalla violenza istituzionale. Non è un caso che in gioco a Belém ci sia più che mai la credibilità della diplomazia climatica e la sua capacità di tradurre le intenzioni in impegni concreti.
La Cupula dos povos
La Cúpula dos Povos è il grande incontro dei movimenti sociali e delle comunità che vivono in prima linea la crisi climatica. Nata nel 1992 come risposta critica alle negoziazioni ufficiali, propone un’alternativa fondata su giustizia climatica, sociale e ambientale, solidarietà e saperi ancestrali.
Dal 12 al 16 novembre 2025, in concomitanza con la COP30 di Belém, riunirà popoli indigeni, comunità quilombola e tradizionali, giovani e lavorator? in marce, dibattiti e azioni culturali.
La Cúpula mette al centro vite, diritti e territori, non statistiche: unisce chi costruisce ogni giorno soluzioni reali, dall’agroecologia alla difesa dei beni comuni, per spingere i governi ad adottare politiche di vera giustizia climatica.
Dichiarazione della Cupula Dos Povos
Perché A Sud e CDCA alla COP?
Nelle Cop si riuniscono i governi dei 197 Paesi che hanno ratificato la Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (UNFCCC), firmata a Rio de Janeiro nel 1992. Ma la COP30 non è solo un vertice diplomatico: è il terreno di confronto (e di scontro) tra attori diversi e diverse visioni del mondo. Da una parte il business as usual che trasforma la crisi climatica in profitto, dall’altra movimenti e territori che lottano per giustizia climatica, autodeterminazione e diritti della Natura.
La COP30 si terrà nel cuore dell’Amazzonia, a Belém do Pará, in Brasile. Non è un dettaglio geografico ma una scelta politica: è nel Sud globale che l’ingiustizia climatica colpisce più duramente mentre il Nord globale continua a negoziare emissioni e interessi fossili.
Qui non si decide solo il futuro del clima: si decide chi avrà diritto a un futuro.
Per raccontare cosa c’è in gioco, e come finisce la partita.
Andiamo alla COP per osservare da vicino i negoziati, capire quali equilibri politici e di potere si stanno ridefinendo, e portare la prospettiva dei territori e dei movimenti che chiedono giustizia climatica.
La partecipazione di A Sud e CDCA serve a connettere le lotte locali con quelle globali, rafforzare alleanze internazionali e raccontare – con sguardo indipendente e critico – come la diplomazia climatica sta affrontando, o eludendo, le proprie responsabilità.
Perché solo intrecciando voci e resistenze dal basso possiamo costruire un futuro giusto per tutt?.
Per costruire e rafforzare alleanze internazionali
Svolgere la COP in Brasile è un segnale che conta: significa rimettere al centro chi la crisi climatica la subisce davvero. Andiamo a Belém per stare con i movimenti globali per la giustizia climatica. In America Latina oggi si gioca una partita enorme: conflitti ambientali, estrattivismo, repressione, lotte indigene e popolari che resistono da decenni. Con tante realtà — dalla Colombia alla Bolivia, fino all’Amazzonia — abbiamo già lavorato, fatto campagne, costruito ponti. Lì ritroviamo compagn? con cui condividiamo visioni e pratiche.
Per portare una visione radicale dentro la COP
Sì, probabilmente sarà l’ennesimo flop diplomatico. Ma proprio per questo dobbiamo esserci, per non lasciare quei tavoli alle lobby fossili e ai governi che parlano di transizione mentre trivellano.
Da dentro vedi meglio le dinamiche, le crepe, le possibilità di alleanze e di conflitto.
Andiamo per portare la prospettiva della giustizia climatica e delle lotte dal basso, che legano crisi climatica, razzismo, patriarcato e disuguaglianze. La COP non è un punto d’arrivo: è un passaggio. Il resto si fa fuori, insieme, ogni giorno.
Diario dalla COP30
- Giorno 12 – 24 novembre 2025
Belém svela il fallimento della diplomazia climatica, ma apre spiragli: una roadmap anti-fossile e nuove alleanze per la giustizia.
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- Giorno 11 – 21 novembre 2025
Penultimo giorno a Belém: incendio in COP30, stalli politici e pressioni crescenti sul BAM e sull’uscita dai fossili.
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- Giorno 10 – 20 novembre 2025A Belém 85 Paesi spingono per uscire dai fossili, mentre Italia e Polonia frenano. La COP30 è al bivio, il tempo è adesso.
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- Giorno 9 – 19 novembre 2025
Belém rilancia la lotta globale ai fossili: la Colombia guida un fronte che vuole uscire davvero dal modello che brucia il pianeta.
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- Giorno 8 – 18 novembre 2025
Alla COP30 la transizione dai combustibili fossili sembra lontana, mentre i fondi dell’adattamento sono sotto il minimo.
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- Giorno 7 – 17 novembre 2025
Belem in rivolta: popoli indigeni e movimenti sociali spingono per una COP30 che dica finalmente basta ai fossili.
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- Giorno 6 – 15 novembre 2025
Anche quest’anno i dati sulla presenza dei lobbisti Gas&Oil alla conferenza di Belém sono alti: su ogni 25 persone accreditate al vertice, uno è un lobbista dei combustibili fossili, in totale sono oltre 1600.
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- Giorno 5 – 14 novembre 2025
Il TFFF entra nella Cupula tra promesse e contraddizioni: fondi incerti, debiti in aumento e movimenti che denunciano l’ennesima falsa soluzione verde.
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- Giorno 4 – 13 novembre 2025
A Belém la protesta indigena irrompe nella COP30 e svela le contraddizioni del Brasile fossile. Intanto la Cupula esplode di mobilitazioni globali.
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- Giorno 3 – 12 novembre 2025
Adattamento al centro della COP30, ma i fondi restano insufficienti. A Belém arrivano movimenti e comunità indigene: la vera pressione viene dai territori.
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- Giorno 2 – 11 novembre 2025
Lula parla di disuguaglianze alla Cop30, ma il Brasile continua a spingere sul fossile. A Belém torna al centro il nodo tra clima e ingiustizia.
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- Giorno 1 – 10 novembre 2025
Dalla Cop30 alla Cúpula dos Povos: a Belém si apre la sfida per la giustizia climatica tra responsabilità globali, diritti dei popoli e resistenza dei territori.
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Articoli di approfondimento alla COP30
- Cosa resta della Cop30, la battaglia per il clima e i diritti è ancora lunga – 24 novembre 2025
Marica Di Pierri e Laura Greco su Domani – COP30 fallisce su fossili e foreste, ma il Bam e il blocco dei 82 paesi per l’uscita dal fossile aprono spiragli di lotta e nuove alleanze.
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- Sulla fine dei lavori della COP30 – 24 novembre 2025
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Cosa è successo alla 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici? Quali sono le grandi vittorie? Quali le sconfitte?
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- La tabella della discordia – cos’è successo alla COP30 – 23 novembre 2025
Laura Greco su Radio24 – COP30 a Belém annuncia impegni su energia, foreste e adattamento, ma senza una vera uscita dal fossile restano promesse vuote da incalzare con lotte dal basso.
Ascolta su Il Sole 24 ore
- “A resposta somos nós”. Ma alla COP30 le richieste dei popoli indigeni non fanno breccia – 23 novembre 2025
Laura Greco su EconomiaCircolare.com – Alla COP30 le voci indigene restano ai margini mentre la foresta corre verso il punto di non ritorno. Senza giustizia, non c’è futuro.
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- La “Dichiarazione di Belém” e il multilateralismo del phase out dai fossili spinto dal basso – 21 novembre 2025
Laura Greco su Altreconomia – Da Belém arriva una spinta dal basso per uscire dai fossili: governi e movimenti uniscono le voci per un phase out reale, giusto, globale.
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- Cop30: senza il Gender action plan ogni azione climatica è limitata – 21 novembre 2025
Marica Di Pierri e Laura Greco su Valori – Nonostante le ambiziose premesse il Gender action plan ha trovato diversi ostacoli sui tavoli negoziali della Cop30
- Cop30: senza il Gender action plan ogni azione climatica è limitata – 21 novembre 2025

- Alla Cop30 arrivano le storie di migrazioni climatiche – 21 novembre 2025
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30, in vista delle negoziazioni finali, si parla del fenomeno crescente degli sfollamenti forzati dal cambiamento climatico.
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- Belém, la foresta degli indigeni si ribella a Lula – 20 novembre 2025
Laura Greco su Il Manifesto – Le nazionalità dell’Amazzonia denunciano l’inagibilità politica alla Cop e chiedono una mobilitazione internazionale guidata direttamente dai popoli indigeni per proteggere i loro territori e affrontare la crisi climatica alla radice
- Alla Cop 30 i movimenti si riprendono la scena – 20 novembre 2025
Marica Di Pierri su Il Manifesto – Era dalla Cop 26 di Glasgow che non si vedeva così tanta società civile. Accanto al vertice ufficiale, in più di 50 mila hanno animato la «Cupula dos povos» per una svolta vera sul clima e i diritti
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- COP30, BELÉM | Italiani in mobilitazione – 20 novembre 2025]
Il Climate Pride in azione alla COP30: l? attivist? chiedono all’Italia una roadmap chiara e ambiziosa per uscire dai fossili.
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- A Belém torna il protagonismo sociale – 19 novembre 2025
Marica Di Pierri su Collettiva – Alla Cop30 movimenti, organizzazioni, popoli e sindacati riacquistano centralità: proposte e campagne dal basso sono arrivate nelle stanze dei negoziati.
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- Come procede la COP30 in Brasile? Intervista a Laura Greco da Bélem – 19 novembre 2025
Laura Greco su Scienza e Pace Magazine – COP30 tra repressione, lobby fossili e resistenze indigene: la giustizia climatica la costruiscono i territori, non i negoziati.
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- Lifegate dalla COP30 – 18 novembre 2025
Marica Di Pierri su Lifegate – Dalla COP30 il racconto dell’inedita comunicazione tra dentro e fuori la COP, tra le richieste indigene e l’ambiguo governo di Lula.
Ascolta su Lifegate
- Il Fondo per le foreste e la falsa soluzione del biocapitalismo si ripropone alla Cop30 di Belém – 18 novembre 2025
Laura Greco su Altreconomia – Il Tropical forests forever facility lanciato da Lula è l’ennesimo dispositivo finanziario che viene presentato come innovazione.
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- Attivismo e giustizia climatica: se il diritto alla protesta diventa un reato – 17 novembre 2025
Marica Di Pierri su Valori.it – Alla Cop30 emerge un allarme globale: in molti Paesi il diritto alla protesta viene represso e l’attivismo ambientale è sempre più criminalizzato
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- Alla Cop30 di Belèm il fondo per l’adattamento resta senza fondi – 17 novembre 2025]
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30 fallisce, per il terzo anno di fila, l’obiettivo di raccolta minima per finanziare l’adattamento dei Paesi del Sud globale.
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- Massiccia partecipazione popolare a Belém – 16 novebre 2025
Marica Di Pierri su L’aria Che Respiri – Alla Cúpula dos Povos tantissime voci per reclamare la fine dei combustibili fossili e una giustizia climatica guidata dai popoli, non dalle multinazionali.
Ascolta su Radio Rai1
- In diretta da Bele?m – Aggiornamenti sulla prima settimana di COP30 – 15 novembre 2025
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – In diretta da Belém, per raccontare in diretta i lavori della 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici. ?Foto di Oliver Ninja e Midia Ninja
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- Cop30: chi difende i combustibili fossili dentro i negoziati sul clima – 14 novembre 2025
Marica Di Pierri per Altreconomia – Alla Cop30 un lobbista fossile ogni 25 delegat?: il vertice che dovrebbe chiudere l’era fossile continua a farsela scrivere da chi la profitta.
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- Giustizia climatica, questa dimenticata – 13 novembre 2025
Marica Di Pierri su Il Manifesto – Il legame tra clima e disuguaglianze è ormai assodato. Ma dopo 30 anni di conferenze, i ricchi continuano a fare grandi affari con i fossili.
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- L’adattamento secondo la COP30: “Adattarsi è sopravvivere” – 13 novembre 2025
Marica Di Pierri per EconomiaCircolare.com – COP30 punta a rendere operativo il Global Goal on Adaptation, tra governance multilivello, indicatori, fondi insufficienti e necessità di giustizia climatica.
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- La Cop30 in Brasile e le politiche industriali green – 11 novembre 2025
Marica Di Pierri per Tutta La Città Ne Parla, Radio3 – È iniziata la Cop30 a Belém, 10 giorni in cui si discuterà su come trovare una via d’uscita alla deriva del cambiamento climatico nonostante le difficoltà politiche che ci circondano.
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- Road to Belém – 7 novembre 2025
Marica Di Pierri per Valori.it – Verso la Cop30 di Belém, cosa aspettarci dal più importante appuntamento per salvare il clima della Terra? Diretta con Marica Di Pierri, Luca Lombroso, Giovanni Mori e Lorenzo Tecleme.
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- Da Parigi a Belém, i conti che non tornano – 6 novembre 2025
Marica Di Pierri per Il Manifesto – Tra tensioni e fragili compromessi, i preparativi alla vigilia della Conferenza Onu. A che punto sono gli impegni nazionali di riduzione e i piani di adattamento dei singoli Paesi.
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- A Sud a Belém alla Cop30 – 6 novembre 2025
A Sud seguirà negoziati e mobilitazioni dalla COP30 di Belém, amplificando le voci dei movimenti per giustizia climatica e sociale.
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- A Sud aderisce alla Global Call to Action della Cúpula dos Povos – 5 settembre 2025
Il 15 novembre scendiamo in piazza: basta disuguaglianze e razzismo ambientale, vogliamo giustizia climatica e un mondo dove la vita sia al centro.
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- Vertice dei Popoli Verso la COP30: Manifesto Politico – 13 giugno 2025
A Sud aderisce al Manifesto dei Popoli verso la COP30: un appello globale per giustizia climatica, anticapitalismo e democrazia dal basso.
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Racconteremo le negoziazioni
Per spiegare cosa accade davvero alla COP30, come si muovono i governi e quali interessi guidano le scelte sulla crisi climatica. Vi offriremo una copertura quotidiana per raccontarvi con le nostre parole e con uno sguardo critico, indipendente e radicale, vicino ai movimenti il dentro e fuori la Cop
Sveleremo le contraddizioni
Tra le promesse ufficiali e la realtà, mostrando lo scontro continuo tra lobby fossili e popoli che difendono la vita e i territori. Denunceremo le responsabilità smascherando la falsa transizione energetica e chi continua a inquinare mentre parla di sostenibilità con greenwashing e false soluzioni
Daremo voce alle comunità
Portando le loro storie, le lotte quotidiane e le alternative concrete alla devastazione ambientale, contro colonialismo ed estrazione. Ci collegheremo con l’Italia per connettere istanze e battaglie
INFO E CONTATTI
Per contatti e interviste con la delegazione:
maricadipierri@asud.net
+ 55 21 967071220
Laura Greco
lauragreco@asud.net
+55 21 997673184
Il ladri del vento. Un documentario
Attivisti, esperti di settore e semplici cittadini hanno raccontato ai giovani attivisti e filmmakers di Greenlies le minacce delle energie rinnovabili per i territori e la salute dei cittadini. Un documentario racconta. L’Italia assediata dalle lobby delle energie rinnovabili selvagge si da appuntamento oggi presso il Teatro Valle occupato per un incontro pubblico «Bugie Verdi», occasione di approfondimento sul processo di devastazione di interi territori in nome della green economy. L’iniziativa prende vita da un progetto collettivo di inchiesta sul dramma dell’introduzione selvaggia delle energie rinnovabili nella nostra penisola: il film documentario Greenlies realizzato da SMKvideofactory con il sostegno del Centro di Documentazione sui Conflitti Ambientali dell’associazione A Sud, che ha raccolto per tutta Italia testimonianze e dati dalla viva voce dei protagonisti vittime di questa ondata speculatrice. Attivisti, esperti di settore e semplici cittadini hanno raccontato ai giovani attivisti e filmmakers di Greenlies come una grande speranza per il paese rappresentata dalle energie rinnovabili si è trasformata nella nuova minaccia che pesa sui nostri territori, distruggendo interi ecosistemi, economie locali, tessuti sociali e violando il diritto alla salute e a una vita dignitosa irrinunciabile bene di ogni cittadino. Il tutto paradossalmente finanziato da quegli esosi fondi pubblici accumulati con incentivi statali, e quindi di tutti i cittadini, destinati per legge a spingere senza alcuna pianificazione né concretezza economica il settore delle rinnovabili producendo così un vero e proprio far west con assalto alla diligenza da parte di rodati affaristi che, creando società di comodo per lo più srl (con irrisori capitali, anche solo 10.000 euro), investono in progetti di impianti industriali di milioni di euro. Il progetto Greenlies nasce con un obiettivo preciso, smascherare e portare all’attenzione pubblica nazionale e internazionale questo intreccio di falsità ad arte costruito: dalla geotermia in Amiata, con i suoi impatti ambientali su aria, acqua e salute di intere comunità, dall’eolico nell’Appenino Bolognese, dove si voleva installare mega-pale eoliche distruggendo paesaggi incontaminati, al biogas a biomasse nel Bolognese e nel Ferrarese, il quale minaccia le produzioni agricole locali che verrebbero sostituite da mais da destinare per la produzione industriale di oltre 1900 MW, fino al solare fotovoltaico in Salento, indicato dai cittadini quale la «peste del territorio» che sta stravolgendo habitat naturali, scenari agricoli, uliveti millenari e angoli di storia arcaica. Con questo progetto, SMKvideofactory, il Cdca e A Sud, si auspicano di fare emergere anche il buono, spesso e volentieri proposto proprio dagli stessi cittadini esasperati da questo assurdo modello energetico che viene spacciato quale energia pulita. Molti esempi virtuosi sono rintracciabili in tanti progetti proposti e realizzati dal basso con applicazioni concrete di sostenibilità giusta in termini ambientali e sociali, di eticità, di risparmio ed economicità oltre che di solidarietà. Esperienze che si appoggiano correttamente con l’energia non più come una «merce» ma come un bene comune utile, un diritto per tutti, rispettoso del territorio e della salute, perseguendo quella essenziale democrazia energetica a cui fisiologicamente le energie rinnovabili tendono: auto-produzione e auto-consumo, reti energetiche intelligenti, distribuzione decentrata, gestione pubblica partecipata, trasparente e localizzata. Greenlies vuole denunciare scomode verità e si fa anche promotore di un modello di produzione culturale diverso e innovativo basato sull’azionariato popolare a cui ogni cittadino può accedere, diventando non solo spettatore/consumatore ma anche produttore del progetto. Questa formula prevede che i coproduttori possano da una parte...
read moreTurchia: violenza contro i manifestanti in difesa del parco pubblico
Da lunedì scorso centinaia di giovani, ora migliaia, si accampano nel parco Gezi Park, per impedire la mattina ai bulldozer di distruggere un polmone verde nella capitale per farne un centro commerciale. Ma la protesta si è poi allargata ed è diventata il simbolo dell’opposizione a Erdogan e si è diffusa in altre città. Più di 60 persone arrestate, decine i feriti negli scontri ISTANBUL – Era iniziato come una protesta di cittadini contro la distruzione di un parco, il Gezi Park di Taksim, e dei suoi 600 alberi, nel cuore di Istanbul. Ma il movimento si fa ogni giorno di più simile alle rivolte della stagione degli indignados di Madrid, Londra o New York. Da lunedì ogni notte, prima centinaia di giovani, ora migliaia, si accampano nel parco, per impedire la mattina ai bulldozer di sradicare gli alberi dell’ultimo polmone verde del cuore europeo della megalopoli del Bosforo, al posto del quale deve essere costruito un centro commerciale. All’alba ogni giorno i reparti anti-sommossa della polizia prendono d’assalto il parco, usando lacrimogeni, spray urticanti, cannoni ad acqua. Ieri è stata gravemente ferita una ragazza. Oggi i feriti sono stati decine, per il crollo di una antica scalinata presa d’assalto dai giovani in fuga. Sono stati arrestati in 63. E’ stato ferito anche il deputato curdo Sirri Sureya Onder, uno dei simboli della protesta, colpito sembra da un barattolo di lacrimogeni. “Non sta bene”, ha riferito il collega Ertugrul Kurcku. Il parlamentare è stato nei giorni scorsi uno dei protagonisti della rivolta. Si è piazzato da solo davanti alle ruspe in movimento, mentre i giovani fuggivano incalzati dagli agenti, per bloccarle. Fra i feriti c’è anche un fotografo dell’agenzia di stampa Reuters. Gli scontri a Gezi Park occupano ora le prime pagine della stampa turca. La rivolta contro i piani di trasformazione di Taksim – storico luogo simbolo della manifestazioni della sinistra laica turca – e contro l’inarrestabile cementificazione di Istanbul, governata dal partito islamico Akp del premier Recep Tayyip Erdogan, si sta trasformando in una protesta contro lo stesso capo del governo e il suo stile autoritario. Il movimento è appoggio di molti artisti e intellettuali turchi che hanno radunato più di 40 mila manifestanti al ponte del Bosforo che unisce parte Est e Ovest della città. Il leader del Chp, il principale partito di opposizione, Kemal Kilicdaroglu, ha chiesto ai suoi deputati di presidiare il parco in difesa dei manifestanti. Lo stesso Kilicdaroglu – in uno scontro sempre più violento con Erdogan a un anno dalle politiche e presidenziali – ieri è andato a Gezi Park per solidarietà con i giovani. La polizia ha risposto con un uso maggiore della forza. Gli agenti hanno bruciato le tende dei ragazzi dopo averli buttati fuori dal parco. Erdogan, fedele alla linea del pugno di ferro con gli oppositori, ha annunciato ai manifestanti che la distruzione del parco non si fermerà, “qualunque cosa facciate”. Il premier ha previsto che al posto dell’attuale piazza e del parco venga costruito oltre al centro commerciale, una ricostituzione di caserme ottomane e una moschea. Ed è solo uno dei progetti faraonici che Erdogan – ex sindaco di Istanbul – ha varato per la ‘sua’ città, di cui vuole fare una delle capitali del mondo. Nel giro di pochi anni Istanbul distruggerà e ricostruirà un...
read moreTurkey protests spread after violence in Istanbul over park demolition
At the beginning of the week environmental protest aimed at saving an Istanbul City centre park from shopping centre started. Demonstrations against Erdogan government in several cities as riot officers use tear gas to control protesters in Istanbul. Turkey has been engulfed by a series of protests across several cities after riot police turned Istanbul’s busiest city centre hub into a battleground, deploying tear gas and water cannon against thousands of peaceful demonstrators. In one of the biggest challenges to the 10-year rule of the prime minister, Recep Tayyip Erdogan, demonstrators took to the streets of Ankara, Izmir, Bodrum and several other cities as well as Istanbul to vent their frustration at what is seen to be an increasingly authoritarian administration. The air of government nervousness was reinforced by the relative lack of mainstream media coverage of the drama in central Istanbul, fuelling speculation that the Erdogan government was leaning on the main television stations to impose a blackout on the ugly scenes. Following several days of dawn police raids on the protesters seeking to occupy Gezi park on Taksim Square in Istanbul city centre, the clashes escalated violently, leaving more than 100 people injured, several of them seriously. Police went on the rampage against protesters who had been sitting reading books and singing songs. There was widespread criticism of the heavy-handed intervention and of the government, which is committed to demolishing the park to erect a shopping centre. The US state department said: “We certainly support universally peaceful protests, as we would in this case.” In Brussels, MEPs called on the EU to act. What started at the beginning of the week as an environmental protest aimed at saving an Istanbul city centre park from shopping centre developers backed by the government appeared to be snowballing into a national display of anger at the perceived high-handedness of the Erdogan government. “They have declared war on us,” said an Istanbul shopkeeper in a back street, as he handed out lemon juice to counter the teargas to protesters. “This is out of all proportion.” “Today is a turning point for the AKP,” said Koray Caliskan, a political scientist at Istanbul’s Bosphorus University. “Erdogan is a very confident and very authoritarian politician, and he doesn’t listen to anyone anymore. But he needs to understand that Turkey is no kingdom, and that he cannot rule Istanbul from Ankara all by himself.” Ugur Tanyeli, an architecture historian, said: “The real problem is not Taksim, and not the park, but the lack of any form of democratic decision-making process and the utter lack of consensus. We now have a PM who does whatever he wants.” The protests started late on Monday after developers tore up trees to make way for the controversial construction project featuring a shopping centre in nostalgic Ottoman style and building a replica of an old military barracks. Police staged consecutive raids on protesters, using tear gas and water cannon, but the protests grew in scale, with artists, intellectuals and opposition MPs joining the ranks. According to the Istanbul Medical Chamber, at least 100 people were injured during the police raids on Friday . Some sustained injuries when a wall they were trying to climb collapsed as they fled from the tear gas. At least seven people were treated for head...
read moreBiogas e biomasse: lo Stato incentiva l’avvelenamento “sostenibile”
Dalla 1a Marcia Nazionale contro Biogas e Biomasse di Assisi le interviste raccolte lo scorso sabato 25 maggio dal CDCA una raccolta di riflessioni sugli impatti delle centrali a biogas da biomasse. Negli ultimi due anni gli impianti a biogas da biomasse in Italia si sono triplicati. All’inizio del 2013 se ne potevano contare già più di mille. È in atto oggi una corsa al biogas agricolo, dovuta in larga parte al dirottamento degli incentivi statali dalle fonti energetiche rinnovabili classiche – eolico e solare – a favore della produzione di biogas da biomasse. Il fenomeno è ulteriormente rafforzato dalle opportunità di profitto offerte dal business dei rifiuti in questo settore. La giornata di mobilitazione, voluta dal Coordinamento Terre Nostre No Biogas No Biomasse e inaugurata in mattinata da un convegno molto partecipato, è culminata in una marcia di 4 km dal comune di Santa Maria degli Angeli a Piazza San Francesco ad Assisi, hanno partecipato numerosi comitati di cittadini provenienti da tutta Italia. Quello che ha spinto la recente costituzione del Coordinamento Nazionale, nell’autunno del 2012, è la preoccupazione diffusa relativa agli impatti e ai rischi correlati alla proliferazione di tali impianti, spesso in aree non idonee. Vista l’incertezza relativa alla gravità degli impatti che le attività di questi impianti possono provocare sulla salute dell’uomo e degli animali, ci si aspetterebbe che a monte di ogni valutazione sui nuovi progetti di centrali a biogas da biomasse e, in generale, nella pianificazione dei territori, venga applicato il principio di precauzione. Ma l’assenza di norme più definite e di efficaci sistemi di controllo fanno sì che si autorizzino in maniera indiscriminata e senza pianificazione territoriale adeguata impianti a fini speculativi, costruiti troppo vicini alle abitazioni. Quello che è certo è che ogni impianto, oltre a produrre contaminazione atmosferica, emette nitrati, polveri sottili, provoca il cambiamento del Ph delle acque dei canali circondariali e rilascia nei campi circostanti dei residui finali, detti digestati, prodotti dalla fermentazione. I digestati distruggono l’humus del terreno per il loro alto contenuto di ammoniaca e possono veicolare pericolosi agenti microbici e patogeni, botulino in primis. A rafforzare questa mobilitazione su scala nazionale sono però anche considerazioni relative al consumo di suolo, alla gestione del ciclo dei rifiuti e, più in generale, al modello di produzione energetica e di pianificazione territoriale. Le centrali a biogas da biomasse sfruttano liquami e sottoprodotti agricoli o anche prodotti appositamente coltivati. Ad alimentare la maggior parte delle centrali a biogas da biomasse è, infatti, il mais: per produrre 1 MW di energia è necessario sacrificare oltre 300 ettari di terra, coltivati a mais, 300 ettari che vengono così sottratti alle attività agricole locali tradizionali.. Sebbene la diffusione di nuovi impianti a biogas da biomasse stia crescendo ad un ritmo esponenziale in tutto il Paese, la manifestazione di Assisi dimostra come, al contempo, il vero volto della “green economy” si stia rivelando in modo sempre più chiaro ai comitati, alle associazioni di cittadini, ai coltivatori. Impegnati a far pressione sui propri amministratori locali nella quotidiana battaglia contro le centrali sui propri territori, i comitati si sono già dati appuntamento all’anno prossimo per una mobilitazione destinata a crescere. Tutte le interviste alla 1a Marcia Nazionale No Biogas No Biomasse Prof. Corti, Presidente di Terre Nostre Luigino Ciotti, Comitato Umbro Terre Nostre Comitato di...
read moreLa “Yasunizzazione”: Verso una civiltà post-petrolifera
Il nuovo report di EJOLT “Towards a Post Oil Civilization”: una riflessione sull’importanza di lasciare le fonti fossili nel sottosuolo e procedere verso un nuovo indirizzo energetico. E per i policymakers dell’Unione Europea un invito ad agire in coerenza con gli impegni assunti in merito al tema del cambiamento climatico Nelle riserve internazionali di combustibili fossili stimate è contenuta una quantità di carbonio tre volte superiore a quella che possiamo permetterci di bruciare per rimanere al di sotto dell’obiettivo internazionalmente concordato di un aumento della temperatura media globale di massimo 2 °C. Ecco perché almeno i due terzi di tutte le riserve conosciute di combustibili fossili sono in realtà non utilizzabili. Non vi è alcuna giustificazione etica, ambientale o sociale per mobilitare riserve con un impatto ambientale e sociale superiore alla media, comprese quelle provenienti da trivellazioni petrolifere in mare aperto (offshore), sabbie bituminose o da attività di gas fracking, distruttive per gli ecosistemi dei delta fluviali e di altre zone paludose, terreni agricoli densamente popolati, foreste ricche di biodiversità o barriere coralline. Questo nuovo report EJOLT di duecento pagine spiega come, dove e perché i combustibili fossili possono e dovrebbero essere mantenuti nel terreno. “Towards a Post Oil Civilization” offre una prospettiva storica a partire dall’Ecuador e dalla Nigeria e presenta vari casi-studio dalla Colombia al Canada, dall’Italia alla Spagna e dalla Norvegia alla Nuova Zelanda. Il briefing di 4 pagine indirizzato ai policymakers rende chiarissimo cosa dovrebbero fare i responsabili politici dell’Unione Europea – anche solo per agire in coerenza con gli propri impegni assunti in merito al tema del cambiamento climatico. “Towards a Post-Oil Civilization. Yasunization and other initiatives to leave fossil fuels in the soil” Scarica il report Vai alla pagina di presentazione sul sito di...
read moreEjolt new report – Towards a Post-Oil Civilization: Yasunization and other initiatives to leave fossil fuels in the soil
By the new report of the Ejolt project “Towards a Post-Oil Civilization: Yasunization and other initiatives to leave fossil fuels in the soil” a reasoning on where, why and how fossil fuels can and should be kept in the soil. For the EU policymakers some recommendations: something should be done even if only to act according to their own climate change pledges. Total proven international fossil-fuel reserves contain about 3 times as much carbon as what we can burn and still have a reasonable chance to stay below the internationally agreed 2°C target. That’s why at least 2/3 of all known fossil fuels reserves are actually “unburnable”. There is no ethical, environmental or social justification for mobilising reserves with above-average environmental and social impacts, including deep sea oil, tar sands, or fracking for shale gas, destroying riverine delta ecosystems and other wetlands, densely populated farmland, biodiverse forests or coral gardens. This new 200p ejolt report explains why, where and how fossil fuels can and should be kept in the soil. “Towards a Post Oil Civilization” gives a historical perspective from Ecuador and Nigeria and features cases from Colombia to Canada, from Italy to Spain and from Norway to New Zealand. The 4-page briefing for policymakers makes it crystal clear what EU policymakers should be doing – even if only to act according to their own climate change pledges. Download the report See the description of the report on Ejolt...
read moreBIOGAS: La Corte Costituzionale boccia la Regione Marche!
Il comunicato di Massimo Gianangeli, Presidente di Terre Nostre Marche a seguito della bocciatura da parte della Corte Costituzionale della famigerata legge regionale che autorizzava la costruzione di impianti ad alto impatto ambientale. La famigerata Legge Regionale 3/2012 , sulla base della quale la Regione ha autorizzato decine di centrali sui nostri territori, è stata dichiarata incostituzionale dalla Consulta, con sentenza n.93 del 20 maggio 2013 (nelle parti in cui ha escluso questi impianti dalla procedura di Verifica di Assoggettabilità a Valutazione di Impatto Ambientale e non solo). Il Coordinamento Regionale di...
read moreCiao Don Gallo!
Don Gallo se n’è andato, ma ci lascia la sua storia vivente di impegno a fianco degli ultimi, contro ogni ingiustizia. Ieri abbiamo perso un pezzo della nostra storia. Don Gallo se n’è andato. Era uno di noi, un partigiano delle cause giuste, che definiva l’indifferenza l’ottavo peccato capitale. La sua forza e il suo incrollabile entusiasmo saranno sempre con noi. Una vita in frontiera a lottare per la giustizia, una vita vissuta accanto agli umili, agli ultimi, agli emarginati, Don Gallo è stato fondatore poi animatore di quella straordinaria esperienza di solidarietà e integrazione che è la Comunità di San Benedetto al Porto a Genova, attorno a cui ci stringiamo con tutto l’affetto possibile. Il suo infaticabile sorriso ci ha accompagnato per anni, in moltissime battaglie. Conoscerlo è stato per tutti noi un privilegio. Continueranno ad accompagnarci il suo insegnamento e le sue parole, scolpite a fuoco nei nostri cuori: “Io vedo che, quando allargo le braccia, i muri cadono. Accoglienza vuol dire costruire dei ponti e non dei muri” Ciao Don Gallo, padre, compagno e fratello ci manchi già e sempre ci mancherai. Che la terra ti sia...
read moreENTITLE: l’Europa promuove la prima rete di ricerca in Ecologia Politica
Un gruppo di undici entità provenienti da tutto il mondo, coordinato dall’Istituto di Scienza e Tecnologia Ambientale dell’Università Autonoma di Barcelona (ICTA-UAB) formerà per i prossimi tre anni 18 ricercatori in Ecologia Politica, materia di analisi delle cause sociali e politiche dei conflitti ambientali legati all’uso e all’accesso alle risorse naturali. L’iniziativa mira a creare una rete di conoscenza internazionale e ad alimentare una collaborazione stabile di studio dottorale multidisciplinare. L’iniziativa mira a creare un network internazionale di esperti nel campo e a costruire una stabile collaborazione tra studi dottorali che tenga in conto la formazione di tipo multidisciplinare richiesta in quest’area. L’ecologia politica studia le radici sociali e politiche dei conflitti per l’accesso e uso dei servizi derivati dall’ambiente. A 12 ricercatori predottorali e 6 postdottorali è stata conferita una borsa di studio Marie Curie per condurre ricerche in una delle istituzioni partecipanti. La ricerca mirerà a influenzare l’azione e la politica del settore pubblico e realizzerà contributi indirizzati al cambiamento sociale. In aggiunta ai corsi dottorali, il programma include anche seminari internazionali, corsi network locali e intensivi, summer schools e brevi periodi di permanenza con le organizzazioni facenti parte del progetto. Il risultato delle ricerche realizzate nell’ambito del progetto verrà pubblicata nel formato di Policies Briefs and Actions indirizzate alle organizzazioni della società civile e agli attori politici. I progetti finanziati includono, tra le altre cose, ricerche sui conflitti minerari nei Balcani, sullo smaltimento dei rifiuti nel sud dell’Italia, sulla trivellazione petrolifera in Perù, sui temi dell’industria estrattiva e della violenza nell’Amazzonia peruviana e sul land-grabbing in Etiopia. “L’Ecologia politica è un campo di studi molto giovane e gli studenti di quest’area hanno i più svariati tipi di formazione, provenendo da discipline diverse come geografia, antropologia, scienze politiche, ecologia, scienze ambientali, o sociologia, cosa che rende il quadro delle aree di studio molto frammentato. Questa è la prima volta che un programma dottorale è stato costruito specificamente per il campo della Ecologia Politica, perciò i nostri studenti saranno la prima generazione ad essere formata in ecologia politica” dice Giorgos Kallis, coordinatore di ENTITLE, professore della UAB e ricercatore ICREA. il progetto coinvolge otto Università, due ONG e una SME. Finanziato dal settimo programma quadro dell’UE, nel quadro dell’azione della rete di formazione iniziale People-Marie Curie, ha un budget di oltre 3,5 milioni di euro e una durata di 4 anni. Presentazione del documentario “Amazzonia tossica” a Barcellona uno dei corsi specializzati ENTITLE, sarà organizzato dalla UAB e avrà luogo tra il 3 e il 6 di giugno a Barcellona. “Research Design and Methods in Political Ecology” è il secondo corso e sarà insegnato nell’ambito del progetto e include 2 attività aperte al pubblico. Una di queste è la presentazione, il 5 giugno, alle 19:30, a Palau Alòs (Saint Pere Més Baix, 55 Barcelona), del documentario “Toxic Amazon” a cura di Felipe Milanez, con un discorso di benvenuto di Joan Martinez Alier, Professore di Economia e Storia dell’Economia alla UAB. Felipe, in precedenza redattore della National Geographic, è dottorando del progetto e giornalista specializzato sull’Amazzonia. Il secondo evento è una conferenza intitolata “Critical Physical geography: an application on river restoration”, tenuta dalla Dottoressa Rebecca Lave, dell’Università dell’Indiana, che avrà luogo lo stesso 5 giugno alle ore 14.30 nella sede dell’ICTA (Sala de Graus, Facoltà di Scienze, UAB). Dal...
read moreIl Gange, fiume sacro dell’induismo è fra i dieci più inquinati al mondo
Milioni di fedeli si immergono ogni anno nelle acque del Gange. Eppure è uno dei 10 fiumi più inquinati al mondo La vita di un induista è incompleta senza un bagno nelle sue acque, archetipo di sacralità. Ogni anno milioni di indiani vi si immergono in un antico rituale di preghiera e purificazione. Eppure il fiume più grande e venerato d’India, il Gange, è oggi anche il più inquinato del subcontinente, tra i dieci più inquinati al mondo. A gennaio, quando 80 milioni di fedeli, giunti in pellegrinaggio al raduno induista del Kumbh Mela, erano pronti a bagnarsi nel Sangam – la confluenza dei fiumi Gange e Yamuna – le autorità hanno annunciato che le acque ritenute sacre non erano né potabili né balneabili. Per diluire l’inquinamento, grosse quantità di acqua sono state rilasciate dalle dighe, così da permettere ai pellegrini di immergersi per i rituali bagni purificatori. Già durante il precedente raduno religioso, nel 2007, alcune sette di Sadhu avevano protestato contro l’inquinamento rifiutando di bagnarsi nel fiume sacro. “Ganga Mata”, come lo chiamano i fedeli, madre Gange. Una protesta trasversale, portata avanti sia dalla destra induista del Bharatiya Janata Party che da scienziati e attivisti. Dopo il fallimentare Ganga Action Plan (Gap) lanciato nel 1986 per ripulire il fiume, nel 2008 il primo ministro Manmohan Singh ha dichiarato il Gange “fiume nazionale” e l’anno successivo è nato il National Ganga River Basin Authority (Ngrba): un ente, da lui presieduto, il cui scopo è finanziare, implementare e monitorare le politiche contro l’inquinamento, non solo del Gange ma dell’intero bacino gangetico. Il bacino, che con i suoi nove fiumi occupa un’area di un milione di chilometri quadrati dall’Himalaya al Golfo del Bengala, è uno dei più densamente popolati al mondo: 400 milioni di persone, oltre un terzo della popolazione indiana, utilizzano le acque del Gange e dei suoi otto affluenti (compreso lo Yamuna, altrettanto sacro e inquinato) per uso domestico, agricolo e rituale. Anche la falda acquifera, intensamente sfruttata, risente dell’inquinamento. Lungo le rive del Gange e dello Yamuna sorgono grossi agglomerati urbani e industriali come Delhi, Allahabad, Varanasi, Patna, Calcutta e Kanpur, che scaricano nel fiume i loro liquami: molte delle città indiane non hanno un’adeguata rete fognaria o mancano del tutto gli allacci agli Stp (sewage treatment plant), gli impianti di depurazione, al cui sovraccarico e malfunzionamento si aggiungono i continui blackout di cui soffre l’India. Secondo gli esperti gli scarichi fognari costituiscono l’80 per cento dell’inquinamento dei fiumi: ogni giorno tre miliardi di litri di liquami urbani finiscono nel Gange, dei quali solo il 45 per cento viene trattato. Altri due miliardi di litri tra fogne e acque reflue vengono sversati nello Yamuna. Facile immaginare come i due fiumi più sacri d’India siano oggi contaminati da livelli di colibatteri e virus migliaia di volte superiori ai limiti, causa di malattie gastrointestinali, epatiti, parassitosi, colera e diarrea, che in India uccide migliaia di bambini ogni anno. “Stiamo annegando nei nostri stessi escrementi”, ha dichiarato qualche tempo fa Sunita Narain, direttrice del Centre for Science and Environment (Cse), un’accreditata ong che si occupa di ambiente. “La mancanza di servizi igienici, di un sistema fognario adeguato e di allacci agli Stp rende fiumi e canali di scolo delle fogne a cielo aperto”, continua Nitya Jacob, del Cse. E infine...
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Marica Di Pierri per Valori.it – Verso la Cop30 di Belém, cosa aspettarci dal più importante appuntamento per salvare il clima della Terra? Diretta con Marica Di Pierri, Luca Lombroso, Giovanni Mori e Lorenzo Tecleme.