CDCA e A Sud alla COP30 a Belém

La voce di A Sud dalla COP30 di Belém (Brasile) e le iniziative in Italia

Dal 10 al 21 novembre 2025 saremo a Belém, in Brasile, per partecipare come osservatori alla 30° Conferenza delle Nazioni Unite sul Clima. Racconteremo quanto avviene dentro e fuori le negoziazioni, porteremo e raccoglieremo le voci dei territori in lotta contro l’estrattivismo, contro il greenwashing e per una transizione ecologica realmente giusta.

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L’agenda della COP30

A Belém si discuteranno e valuteranno gli NDCs, i nuovi impegni climatici nazionali che stabiliscono gli obiettivi di riduzione delle emissioni di ogni paese. Accanto alla mitigazione, l’adattamento sarà uno dei temi centrali attraverso il Global Goal on Adaptation (GGA) e i nuovi Piani nazionali di adattamento. Un altro capitolo chiave sarà quello della finanza per il clima. Tra i punti principali il nuovo obiettivo di finanziamento (NCQG), che punta ad aumentare il sostegno ai Paesi in via di sviluppo da 100 a 300 miliardi di dollari l’anno, e la Roadmap Baku-Belém, che traccia un percorso per mobilitare almeno 1.300 miliardi di dollari l’anno entro il 2035.

Temi cruciali, che si scontrano con uno scenario geopolitico ostile, segnato dal negazionismo climatico, dai venti di guerra, dalla corsa al riarmo e dalla violenza istituzionale.  Non è un caso che in gioco a Belém ci sia più che mai la credibilità della diplomazia climatica e la sua capacità di tradurre le intenzioni in impegni concreti.

La Cupula dos povos

La Cúpula dos Povos è il grande incontro dei movimenti sociali e delle comunità che vivono in prima linea la crisi climatica. Nata nel 1992 come risposta critica alle negoziazioni ufficiali, propone un’alternativa fondata su giustizia climatica, sociale e ambientale, solidarietà e saperi ancestrali.

Dal 12 al 16 novembre 2025, in concomitanza con la COP30 di Belém, riunirà popoli indigeni, comunità quilombola e tradizionali, giovani e lavorator? in marce, dibattiti e azioni culturali.

La Cúpula mette al centro vite, diritti e territori, non statistiche: unisce chi costruisce ogni giorno soluzioni reali, dall’agroecologia alla difesa dei beni comuni, per spingere i governi ad adottare politiche di vera giustizia climatica.

Dichiarazione della Cupula Dos Povos

Perché A Sud e CDCA alla COP?

Nelle Cop si riuniscono i governi dei 197 Paesi che hanno ratificato la Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (UNFCCC), firmata a Rio de Janeiro nel 1992. Ma la COP30 non è solo un vertice diplomatico: è il terreno di confronto (e di scontro) tra attori diversi e diverse visioni del mondo. Da una parte il business as usual che trasforma la crisi climatica in profitto, dall’altra movimenti e territori che lottano per giustizia climatica, autodeterminazione e diritti della Natura.
La COP30 si terrà nel cuore dell’Amazzonia, a Belém do Pará, in Brasile. Non è un dettaglio geografico ma una scelta politica: è nel Sud globale che l’ingiustizia climatica colpisce più duramente mentre il Nord globale continua a negoziare emissioni e interessi fossili.
Qui non si decide solo il futuro del clima: si decide chi avrà diritto a un futuro.

Per raccontare cosa c’è in gioco, e come finisce la partita.

Andiamo alla COP per osservare da vicino i negoziati, capire quali equilibri politici e di potere si stanno ridefinendo, e portare la prospettiva dei territori e dei movimenti che chiedono giustizia climatica.
La partecipazione di A Sud e CDCA serve a connettere le lotte locali con quelle globali, rafforzare alleanze internazionali e raccontare – con sguardo indipendente e critico – come la diplomazia climatica sta affrontando, o eludendo, le proprie responsabilità.
Perché solo intrecciando voci e resistenze dal basso possiamo costruire un futuro giusto per tutt?.

Per costruire e rafforzare alleanze internazionali

Svolgere la COP in Brasile è un segnale che conta: significa rimettere al centro chi la crisi climatica la subisce davvero. Andiamo a Belém per stare con i movimenti globali per la giustizia climatica. In America Latina oggi si gioca una partita enorme: conflitti ambientali, estrattivismo, repressione, lotte indigene e popolari che resistono da decenni. Con tante realtà — dalla Colombia alla Bolivia, fino all’Amazzonia — abbiamo già lavorato, fatto campagne, costruito ponti. Lì ritroviamo compagn? con cui condividiamo visioni e pratiche.

Per portare una visione radicale dentro la COP

Sì, probabilmente sarà l’ennesimo flop diplomatico. Ma proprio per questo dobbiamo esserci, per non lasciare quei tavoli alle lobby fossili e ai governi che parlano di transizione mentre trivellano.
Da dentro vedi meglio le dinamiche, le crepe, le possibilità di alleanze e di conflitto.
Andiamo per portare la prospettiva della giustizia climatica e delle lotte dal basso, che legano crisi climatica, razzismo, patriarcato e disuguaglianze. La COP non è un punto d’arrivo: è un passaggio. Il resto si fa fuori, insieme, ogni giorno.


Diario dalla COP30

  • Giorno 12 – 24 novembre 2025
    Belém svela il fallimento della diplomazia climatica, ma apre spiragli: una roadmap anti-fossile e nuove alleanze per la giustizia.
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  • Giorno 11 – 21 novembre 2025
    Penultimo giorno a Belém: incendio in COP30, stalli politici e pressioni crescenti sul BAM e sull’uscita dai fossili.
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  • Giorno 10 – 20 novembre 2025A Belém 85 Paesi spingono per uscire dai fossili, mentre Italia e Polonia frenano. La COP30 è al bivio, il tempo è adesso.
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  • Giorno 9 – 19 novembre 2025
    Belém rilancia la lotta globale ai fossili: la Colombia guida un fronte che vuole uscire davvero dal modello che brucia il pianeta.
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  • Giorno 7 – 17 novembre 2025
    Belem in rivolta: popoli indigeni e movimenti sociali spingono per una COP30 che dica finalmente basta ai fossili.
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  • Giorno 6 – 15 novembre 2025
    Anche quest’anno i dati sulla presenza dei lobbisti Gas&Oil alla conferenza di Belém sono alti: su ogni 25 persone accreditate al vertice, uno è un lobbista dei combustibili fossili, in totale sono oltre 1600.
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  • Giorno 5 – 14 novembre 2025
    Il TFFF entra nella Cupula tra promesse e contraddizioni: fondi incerti, debiti in aumento e movimenti che denunciano l’ennesima falsa soluzione verde.
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  • Giorno 4 – 13 novembre 2025
    A Belém la protesta indigena irrompe nella COP30 e svela le contraddizioni del Brasile fossile. Intanto la Cupula esplode di mobilitazioni globali.
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  • Giorno 3 – 12 novembre 2025
    Adattamento al centro della COP30, ma i fondi restano insufficienti. A Belém arrivano movimenti e comunità indigene: la vera pressione viene dai territori.
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  • Giorno 2 – 11 novembre 2025
    Lula parla di disuguaglianze alla Cop30, ma il Brasile continua a spingere sul fossile. A Belém torna al centro il nodo tra clima e ingiustizia.
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  • Giorno 1 – 10 novembre 2025
    Dalla Cop30 alla Cúpula dos Povos: a Belém si apre la sfida per la giustizia climatica tra responsabilità globali, diritti dei popoli e resistenza dei territori.
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Articoli di approfondimento alla COP30

  • Cosa resta della Cop30, la battaglia per il clima e i diritti è ancora lunga – 24 novembre 2025
    Marica Di Pierri e Laura Greco su Domani – COP30 fallisce su fossili e foreste, ma il Bam e il blocco dei 82 paesi per l’uscita dal fossile aprono spiragli di lotta e nuove alleanze.
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  • Sulla fine dei lavori della COP30 – 24 novembre 2025
    Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Cosa è successo alla 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici? Quali sono le grandi vittorie? Quali le sconfitte?
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  • La tabella della discordia – cos’è successo alla COP30 – 23 novembre 2025
    Laura Greco su Radio24 – COP30 a Belém annuncia impegni su energia, foreste e adattamento, ma senza una vera uscita dal fossile restano promesse vuote da incalzare con lotte dal basso.
    Ascolta su Il Sole 24 ore
  • “A resposta somos nós”. Ma alla COP30 le richieste dei popoli indigeni non fanno breccia – 23 novembre 2025
    Laura Greco su EconomiaCircolare.com – Alla COP30 le voci indigene restano ai margini mentre la foresta corre verso il punto di non ritorno. Senza giustizia, non c’è futuro.
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  • La “Dichiarazione di Belém” e il multilateralismo del phase out dai fossili spinto dal basso – 21 novembre 2025
    Laura Greco su Altreconomia – Da Belém arriva una spinta dal basso per uscire dai fossili: governi e movimenti uniscono le voci per un phase out reale, giusto, globale.
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    • Cop30: senza il Gender action plan ogni azione climatica è limitata – 21 novembre 2025
      Marica Di Pierri e Laura Greco su Valori – Nonostante le ambiziose premesse il Gender action plan ha trovato diversi ostacoli sui tavoli negoziali della Cop30

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  • Alla Cop30 arrivano le storie di migrazioni climatiche – 21 novembre 2025

Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30, in vista delle negoziazioni finali, si parla del fenomeno crescente degli sfollamenti forzati dal cambiamento climatico.
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  • Belém, la foresta degli indigeni si ribella a Lula – 20 novembre 2025
    Laura Greco su Il Manifesto – Le nazionalità dell’Amazzonia denunciano l’inagibilità politica alla Cop e chiedono una mobilitazione internazionale guidata direttamente dai popoli indigeni per proteggere i loro territori e affrontare la crisi climatica alla radice
  • Alla Cop 30 i movimenti si riprendono la scena – 20 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Il Manifesto – Era dalla Cop 26 di Glasgow che non si vedeva così tanta società civile. Accanto al vertice ufficiale, in più di 50 mila hanno animato la «Cupula dos povos» per una svolta vera sul clima e i diritti
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  • COP30, BELÉM | Italiani in mobilitazione – 20 novembre 2025]
    Il Climate Pride in azione alla COP30: l? attivist? chiedono all’Italia una roadmap chiara e ambiziosa per uscire dai fossili.
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  • A Belém torna il protagonismo sociale – 19 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Collettiva – Alla Cop30 movimenti, organizzazioni, popoli e sindacati riacquistano centralità: proposte e campagne dal basso sono arrivate nelle stanze dei negoziati.
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  • Come procede la COP30 in Brasile? Intervista a Laura Greco da Bélem – 19 novembre 2025
    Laura Greco su Scienza e Pace Magazine – COP30 tra repressione, lobby fossili e resistenze indigene: la giustizia climatica la costruiscono i territori, non i negoziati.
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  • Lifegate dalla COP30 – 18 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Lifegate – Dalla COP30 il racconto dell’inedita comunicazione tra dentro e fuori la COP, tra le richieste indigene e l’ambiguo governo di Lula.
    Ascolta su Lifegate
  • Il Fondo per le foreste e la falsa soluzione del biocapitalismo si ripropone alla Cop30 di Belém – 18 novembre 2025
    Laura Greco su Altreconomia – Il Tropical forests forever facility lanciato da Lula è l’ennesimo dispositivo finanziario che viene presentato come innovazione.
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  • Attivismo e giustizia climatica: se il diritto alla protesta diventa un reato – 17 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Valori.it – Alla Cop30 emerge un allarme globale: in molti Paesi il diritto alla protesta viene represso e l’attivismo ambientale è sempre più criminalizzato
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  • Alla Cop30 di Belèm il fondo per l’adattamento resta senza fondi – 17 novembre 2025]
    Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30 fallisce, per il terzo anno di fila, l’obiettivo di raccolta minima per finanziare l’adattamento dei Paesi del Sud globale.
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  • Massiccia partecipazione popolare a Belém – 16 novebre 2025
    Marica Di Pierri su L’aria Che Respiri – Alla Cúpula dos Povos tantissime voci per reclamare la fine dei combustibili fossili e una giustizia climatica guidata dai popoli, non dalle multinazionali.
    Ascolta su Radio Rai1
  • In diretta da Bele?m – Aggiornamenti sulla prima settimana di COP30 – 15 novembre 2025
    Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – In diretta da Belém, per raccontare in diretta i lavori della 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici. ?Foto di Oliver Ninja e Midia Ninja
    Guarda la diretta
  • Cop30: chi difende i combustibili fossili dentro i negoziati sul clima – 14 novembre 2025
    Marica Di Pierri per Altreconomia – Alla Cop30 un lobbista fossile ogni 25 delegat?: il vertice che dovrebbe chiudere l’era fossile continua a farsela scrivere da chi la profitta.
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  • Giustizia climatica, questa dimenticata – 13 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Il Manifesto – Il legame tra clima e disuguaglianze è ormai assodato. Ma dopo 30 anni di conferenze, i ricchi continuano a fare grandi affari con i fossili.
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  • L’adattamento secondo la COP30: “Adattarsi è sopravvivere” – 13 novembre 2025
    Marica Di Pierri per EconomiaCircolare.com – COP30 punta a rendere operativo il Global Goal on Adaptation, tra governance multilivello, indicatori, fondi insufficienti e necessità di giustizia climatica.
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  • La Cop30 in Brasile e le politiche industriali green – 11 novembre 2025
    Marica Di Pierri per Tutta La Città Ne Parla, Radio3 – È iniziata la Cop30 a Belém, 10 giorni in cui si discuterà su come trovare una via d’uscita alla deriva del cambiamento climatico nonostante le difficoltà politiche che ci circondano.
    Ascolta l’episodio
  • Road to Belém – 7 novembre 2025Marica Di Pierri per Valori.it – Verso la Cop30 di Belém, cosa aspettarci dal più importante appuntamento per salvare il clima della Terra? Diretta con Marica Di Pierri, Luca Lombroso, Giovanni Mori e Lorenzo Tecleme.
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  • Da Parigi a Belém, i conti che non tornano – 6 novembre 2025
    Marica Di Pierri per Il Manifesto – Tra tensioni e fragili compromessi, i preparativi alla vigilia della Conferenza Onu. A che punto sono gli impegni nazionali di riduzione e i piani di adattamento dei singoli Paesi.
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  • A Sud a Belém alla Cop30 – 6 novembre 2025
    A Sud seguirà negoziati e mobilitazioni dalla COP30 di Belém, amplificando le voci dei movimenti per giustizia climatica e sociale.
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  • A Sud aderisce alla Global Call to Action della Cúpula dos Povos  – 5 settembre 2025
    Il 15 novembre scendiamo in piazza: basta disuguaglianze e razzismo ambientale, vogliamo giustizia climatica e un mondo dove la vita sia al centro.
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  • Vertice dei Popoli Verso la COP30: Manifesto Politico – 13 giugno 2025
    A Sud aderisce al Manifesto dei Popoli verso la COP30: un appello globale per giustizia climatica, anticapitalismo e democrazia dal basso.
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Racconteremo le negoziazioni

Per spiegare cosa accade davvero alla COP30, come si muovono i governi e quali interessi guidano le scelte sulla crisi climatica. Vi offriremo una copertura quotidiana per raccontarvi con le nostre parole e con uno sguardo critico, indipendente e radicale, vicino ai movimenti il dentro e fuori la Cop

Sveleremo le contraddizioni

Tra le promesse ufficiali e la realtà, mostrando lo scontro continuo tra lobby fossili e popoli che difendono la vita e i territori. Denunceremo le responsabilità smascherando la falsa transizione energetica e chi continua a inquinare mentre parla di sostenibilità con greenwashing e false soluzioni

Daremo voce alle comunità

Portando le loro storie, le lotte quotidiane e le alternative concrete alla devastazione ambientale, contro colonialismo ed estrazione. Ci collegheremo con l’Italia per connettere istanze e battaglie


INFO E CONTATTI

Per contatti e interviste con la delegazione:

Marica Di Pierri
maricadipierri@asud.net
55 21 967071220

Laura Greco
lauragreco@asud.net
+55 21 997673184

Guatemala, Ríos Montt condannato ad 80 anni per il genocidio degli indigeni Maya Ixiles

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Guatemala, Ríos Montt condannato ad 80 anni per il genocidio degli indigeni Maya Ixiles

L’ex dittatore del Guatemala Efraín Ríos Montt condannato da un tribunale nazionale a cinquanta anni per genocidio e trenta per crimini contro l’umanità per i massacri che portarono alla morte di 1.771 indigeni Maya-Ixiles Città del Guatemala (Guatemala) – Cinquanta anni per genocidio e trenta per crimini contro l’umanità. È questa la decisione – storica – presa due giorni fa dalla corte guatemalteca contro l’ex dittatore Efraín Ríos Montt (nella foto), 86 anni, che ha già reso nota la volontà di ricorrere in appello. Assolto, invece, l’ex capo dei servizi segreti, José Mauricio Rodríguez Sánchez. Presente al processo anche Rigoberta Menchú, che proprio per aver portato all’attenzione internazionale il genocidio fu insignita del Nobel per la pace nel 1992. Avvenimento altrettanto storico è che a giudicare Montt sia stato un tribunale nazionale e non, come spesso avvenuto anche nella storia recente, un tribunale internazionale, così come l’aver dato – attraverso questa senteza – conferma a quanto denunciato dall’Onu e dalla Chiesa Cattolica: quanto avvenuto in Guatemala non fu solo una guerra civile durata più tre decenni (dal 1960 al 1996) ma un vero e proprio genocidio. Iniziato a gennaio 2012, il processo verteva su 15 massacri – dei 266 iniziali – avvenuti durante i sedici mesi del regime nel dipartimento del Quiché, nordest del paese, dove furono massacrati dalla dittatura 1.771 indigeni Maya-Ixiles – di cui quasi la metà bambini tra zero e dodici anni – accusati dal regime di supportare la guerriglia di sinistra dell’Unidad Revolucionaria Nacional Guatemalteca (URNG). Fondamentali, per la condanna definitiva, sono state le molte donne che hanno testimoniato sulle torture e soprattutto sugli stupri sistematici – 1.400 quelli oggetto del processo – che subivano, «prima dai soldati sani e solo alla fine da quelli ammalati di sifilide e gonorrea», come ha raccontato una donna all’epoca adolescente. Montt, salito al potere con un colpo di stato militare il 23 marzo 1982 e sostituito, sedici mesi dopo, tramite un altro colpo di stato dei militari guidato dal generale ed ex ministro della Difesa Oscar Humberto Mejía Victores, pur continuando ad avere un ruolo di primo piano fino al suo ritiro a vita privata nel gennaio 2012, ha sempre negato ogni addebito sulle stragi, incolpando l’esercito, delle cui azioni non era sempre messo al corrente. Tesi che non può comunque essere completamente smentita alla luce della distruzione, avvenuta nel 1985, di tutti i documenti “compromettenti”, episodio che rende impossibile definire la reale catena di comando dei massacri, nella quale però forte fu la pressione esercitata su Montt da Ronald Reagan, allora Presidente degli Stati Uniti, volta ad evitare che il Centroamerica diventasse una delle basi del comunismo internazionale, che poteva contare già sul Fronte Sandinista di Liberazione Nazionale del Nicaragua e su Fidel Castro a Cuba. Secondo le organizzazioni umanitarie, scriveva a marzo il quotidiano spagnolo El Paìs, almeno diecimila persone – nella maggior parte indigene – sarebbero state vittima di omicidi extragiudiziali, con i corpi gettati in fosse comuni o dati in pasto agli avvoltoi. Duecentomila, secondo l’Onu, furono le vittime totali della trentennale (1960-1996) guerra civile guatemalteca. «Per la prima volta gli indigeni hanno potuto far sentire la propria voce. Per la prima volta hanno potuto pesare che il parlare avesse un senso. Per la prima volta hanno sentito che è possibile arrivare alla verità...

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Brazil, the biggest extractivist in South America

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Brazil, the biggest extractivist in South America

A good contribution to the debate in Latin America on a post-extractivist economy by Eduardo Gudynas from Montevideo, a leader in this way of thinking Extractivism is the appropriation of huge volumes of natural resources or their intensive exploitation, most of them exported as raw materials to global markets. It seems to have gone unnoticed that by this definition the major extractivist in South America is Brazil. This is not always recognized. When we talk of extractivism, we think firstly of mining and then it will be said that the outstanding examples are countries like Chile, Peru or Bolivia. In the popular imagery, these Andean nations are thought of as the leading miners on the continent, if not the world. The reality in recent years is otherwise. Brazil has become the biggest mining producer and exporter on the continent. In 2011 it extracted more than 410 million tons of its major minerals, while all of the other South American nations, combined, mined a little less than 147 million tons. These statistics apply to the extraction in South America of copper, zinc, lead, tin, bauxite, coal and iron — the major minerals by volume of extraction and export. It is striking to note that Brazil extracts almost three times the total of all the other South American countries that have significant mining activity: Argentina, Bolivia, Colombia, Chile, Ecuador, Guyana, Peru, Surinam and Venezuela. These enormous volumes in Brazil are derived especially from iron and bauxite mining. But Brazil is also the country with one of the most diversified baskets of mining production; it is also a major producer of coal, lead, some “rare earths,” etc. Nor is it only recently that Brazil has become the largest mining country in the continent; by 2000 it was already extracting double the volume of all the other South American countries. As we know, for each ton of ore extracted there are distinct proportions of an “ecological pannier,” which represents all the materials that are disposed of during processing. The total of these appropriated natural resources is statistically increasing even more. This is an important indicator in the case of gold, since its final volume is small compared to its upstream indicators, but it has a very high ecological pannier (one kg of gold requires the removal of 540 tons of material, according to the global average) and in many cases it is obtained through highly polluting and destructive procedures (such as the associated deforestation and the use of mercury). In this regard Peru (188 tons) was the primary South American producer in 2011, but Brazil was second with 67 tons, trailed by Argentina and Chile. Strictly speaking, extractivism is much more than mining. The appropriation of large volumes of natural resources, or using intensive processing, in order to boost exports, is recurring in other sectors, particularly hydrocarbons and agriculture. Here, too, Brazil is a “champion.” While Brazil is currently a middle-level petroleum producer (holding third place in Latin America), and concentrates on consumption for the domestic market, it is also clear that it is preparing to exploit its marine deposits. Its government hopes to make the country one of the major world oil powers. The new deposits are located in the coastal shelf, at great depth, imposing difficult conditions for drilling, and high...

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The right to say no: EU–Canada trade agreement threatens fracking bans

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The right to say no: EU–Canada trade agreement threatens fracking bans

As European Union (EU) member states consider the implications of environmentally risky shale gas development (fracking), negotiations are underway for a controversial EU–Canada Comprehensive Economic and Trade Agreement (CETA) that would grant investors the right to challenge governments’ decisions to ban and regulate fracking. This briefing by Corporate Europe Observatory, the Council of Canadians and the Transnational Institute highlights the public debate around fracking, the interests of Canadian oil and gas companies in shale gas reserves in Europe, and the impacts an investment protection clause in the proposed CETA could have on governments’ ability to regulate or ban fracking. It examines the case study of the company Lone Pine Resources Inc. versus Canada, which, using a similar clause, is challenging a fracking moratorium and suing the Canadian government for compensation, and warns this could be the state of things to come in Europe. It recommends that the investor–state dispute settlement mechanism should not be included in CETA. Fracking in the EU: regulators play catch-up Fracking – short for hydraulic fracturing – is a newly popular technology to extract hard-to-access natural gas or oil trapped in shale and coal bedrock formations. The rock must be fractured and chemicals, sand and water propelled in to allow the gas or oil to migrate to the well. Each stage of the extraction process has considerable environmental risks, especially in terms of water contamination. Environmental and public health problems related to fracking have created popular distrust and resistance, to the extent that the majority of countries concerned with shale gas endowments in Europe are taking positions against fracking. France and Bulgaria have already banned it, while Romania, Ireland, the Czech Republic, Denmark and North-Rhine Westphalia in Germany have proclaimed moratoria. As in the Netherlands, the UK and Switzerland, projects in the listed countries with moratoria have been suspended until further environmental risk assessments are done. In Norway and Sweden fracking has been declared economically unviable. Projects in Austria and Sweden have been cancelled for the same reason, though without legislative measures. But powerful gas corporations are constantly pushing back against regulation. Despite citizens mobilisation, unconventional gas projects are underway in much of Spain and Poland. Even when a moratorium or a ban exists as in France, the industry exploits legal loopholes to push through its operations. These struggles for the democratic right to decide environmental regulation are all the more important as to date there is no political consensus at the EU level regarding fracking. The issue is under debate, however: in September 2012 the European Parliament brought an amendment calling for a European moratorium on fracking that was supported by a third of Members of European Parliament (MEPs). The EU currently lacks clear regulation on fracking and it rests mainly on member states’ shoulders to legislate on the issue. CETA threatens fracking bans The EU and Canada are currently negotiating a free trade agreement that could threaten the ability of countries to implement fracking bans and regulations. There are many oil and gas companies with headquarters or offices in Canada who have already begun exploring shale gas reserves in Europe, particularly in Poland. Though many of these firms are not strictly Canadian, a subsidiary based in Canada would allow them to challenge fracking bans and regulations through CETA. Moreover, there is ample evidence...

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‘AMIATA CALLING’: L’Amiata chiama! L’11 maggio una giornata di lotta in difesa della montagna

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‘AMIATA CALLING’: L’Amiata chiama! L’11 maggio una giornata di lotta in difesa della montagna

“AMIATA CALLING” l’appello di SOS Geotermia alla mobilitazione nazionale per la difesa del Monte Amiata AMIATA CALLING: GIU’ LE MANI DALLA NOSTRA TERRA! > Contro il saccheggio del territorio in nome del profitto di pochi > Per la valorizzazione delle risorse naturali, culturali e ambientali. Per ridurre le morti da avvelenamento ambientale, le morti sul lavoro, la riduzione del servizio sanitario e degli ospedali e per il rilancio di una cultura della vita sana, delle cure gratuite e garantite per tutti. > Contro la privatizzazione dei servizi, dei beni comuni, dell’acqua e per la difesa e rilancio di una economia ecosostenibile. > Per la politica al servizio delle popolazioni per rivendicare il diritto a decidere su come utilizzare l’energia che serve al territorio. > Contro le produzioni inquinanti, la falsa green economy, il consumo di suolo, l’avvelenamento dell’acqua e dell’aria, > Per il rilancio di un programma nazionale di bonifica, messa in sicurezza e difesa idrogeologica del territorio che crei prevenzione e occupazione permanente. IL MONTE AMIATA -la montagna sacra, cuore dell’Italia- DIVENTI IL CENTRO DA CUI RIPARTIRE PER LE LOTTE COMUNI La geotermia sul monte Amiata non è né pulita, né rinnovabile, né innocua, come dimostrato dalle stesse ricerche effettuate dalla Agenzia Regionale di Sanità: -tonnellate di inquinanti fuoriescono dalle centrali geotermiche che concorrono a contaminare aria, terreno e falde ed entrano nel ciclo alimentare fino all’uomo; -incremento della mortalità rispetto alle aree limitrofe e al resto della Toscana con un aumento statisticamente significativo del +13% per gli uomini e altre gravi patologie. -depauperamento e inquinamento -soprattutto da arsenico- del bacino idropotabile amiatino con il rischio concreto della sua scomparsa e/o impossibilità per l’uso potabile; -Diciamo basta alle centrali geotermiche Enel in Amiata, ma anche alle possibili future autorizzazioni ad altre compagnie! FERMIAMOLI ORA, PRIMA CHE SIA TROPPO TARDI! MORATORIA IMMEDIATA DI TUTTA L’ATTIVITA’ GEOTERMICA IN AMIATA! L’11 MAGGIO 2013 TUTTI IN AMIATA PER UNA GIORNATA NAZIONALE DI MOBILITAZIONE A DIFESA DELLA NOSTRA TERRA Questo il programma della giornata: – dalle 10,30 alle 12,30 ad Arcidosso (GR) in Piazza Indipendenza: L’Amiata accoglie i comitati, assemblea/incontro in piazza – alle 14,00 in Località Aiuole, a pochi km tra Arcidosso e S.Fiora, Concentramento e Corteo fino al cantiere della centrale geotermica di Bagnore 4 – dalle 16,30 ad Arcidosso (GR) in Piazza Indipendenza, Manifestazione/Assemblea con interventi e testimonianze sulle varie esperienze di lotta dei comitati e associazioni partecipanti – dalle ore 18,00: Festa e musica in piazza Adesioni ad oggi: > Don Gallo e la Comunità San Benedetto al Porto (GE) > Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua > Comitato nazionale Stop Enel. Per un nuovo modello energetico > Forum Ambientalista nazionale > USB Unione Sindacale di Base, federazione Nazionale > Confederazione COBAS > ATTAC Italia > Medicina Democratica Toscana > Comitato Nazionale contro Fotovoltaico ed Eolico nelle Aree Verdi e Naturali > Forum Toscano dei Movimenti per l’Acqua > Federazione Toscana del partito dei CARC > Ola – Organizzazione Lucana Ambientalista (No Triv) > Assemblea Siena Beni Comuni (SI) > DAS (Dimensione Autonoma Studentesca) di Siena > Unione Sindacale di Base USB federazione di Grosseto > Forum Ambientalista di Grosseto (GR) > Comitato Beni Comuni Val di Cecina (Li/Pi) > Carc, Abbadia San Salvatore (Si) > Comitato Ambiente Amiata, Abbadia San Salvatore (SI) > Lista Civica Per Abbadia, Abbadia...

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Kazakistan: violenta risposta agli scioperi dei lavoratori petroliferi

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Kazakistan: violenta risposta agli scioperi dei lavoratori petroliferi

Un rapporto di Human Rights Watch denuncia le continue repressioni ai danni dei lavoratori del settore petrolifero del Kazakistan occidentale. Dal 2011 le proteste mirano a denunciare violazioni dei diritti umani e le limitazioni alle libertà dei dipendenti delle imprese petrolifere multinazionali. (Almaty) – Leggi repressive e violente pratiche del governo e di alcune compagnie petrolifere, violano i diritti del lavoro di migliaia di impiegati nel settore, in forte ascesa in Kazakistan, del petrolio, ha detto Human Rights Watch in un rapporto uscito oggi. Scontri violenti, avvenuti nel 2011 nel Kazakistan occidentale in seguito a un protratto sciopero dei lavoratori petroliferi, evidenziano un problema, più ampio, di trascuratezza nei confronti dei diritti dei lavoratori e altri diritti umani, che dovrebbe preoccupare i partner di commercio e d’investimento del Kazakistan. Il rapporto di 153 pagine, “Striking Oil, Striking Workers: Violations of Labor Rights in Kazakhstan’s Oil Sector”, analizza le tattiche adottate dalle autorità kazake e da tre società che operano nel settore del petrolio e del gas nel Kazakistan occidentale, per limitare i diritti dei lavoratori alla libertà di assemblea, associazione ed espressione praticate nel corso di scioperi pacifici inziati nel maggio 2011, e a causa delle quali gli stessi scioperi erano scaturiti. Le autorità locali hanno interrotto lo sciopero in una delle compagnie a giugno. I lavoratori delle altre due compagnie hanno proseguito con scioperi pacifici fino al 16 dicembre 2011, quando delle violenze sono scoppiate tra la polizia e altre persone, compresi gli scioperanti del settore petrolifero a Zhanaozen, una città nel lontano Kazakistan occidentale. Negli scontri, la polizia ha aperto il fuoco uccidendo dodici persone. “Il petrolio sta alimentando la crescente economia del Kazaksitan, ma il governo e le società ignorano i diritti di base dei lavoratori che svolgono il lavoro, difficile e spesso pericoloso, di portare il petrolio del Kazakistan sul mercato” ha detto Mihra Rittmann, ricercatrice dell’Asia centrale presso Human Rights Watch, e autrice del rapporto. “I lavoratori vedono i propri diritti calpestati, e non hanno a chi rivolgersi per risolvere dispute lavorative”. Gli sviluppi hanno gravi implicazioni per società straniere e governi che cercano di fare investimenti in Kazakistan, ha detto Human Rights Watch. L’Unione europea, che sta cercando di migliorare le proprie relazioni con il Kazakistan, e vari tra i suoi Stati membri che vi hanno fatto ingenti investimenti, dovrebbero essere particolarmente preoccupati e stabilire delle mete per un maggiore rispetto dei diritti umani. Le tre compagnie petrolifere menzionate nel rapporto sono: la KarazhanbasMunai JSC, una joint-venture tra la compagnia del Kazakistan per il petrolio e il gas, la KazMunaiGas Exploration and Production (KMG EP), e il gruppo Citic, di proprietà statale della Cina; la Ersai Caspian Contractor LLC, una società di servizi petroliferi che è una sussidiaria parzialmente di proprietà della italiana Saisem S.p.A., parte del gruppo Eni; e la OzenMunaiGas, una sussidiaria interamente di proprietà della KMG EP. Il rapporto si basa su ricerche eseguite nel corso di due missioni sul campo nel Kazakistan occidentale nell’agosto e nell’ottobre 2011, e attinge a 64 interviste con lavoratori petroliferi, tra cui attivisti sindacali nelle tre compagnie, nonché altri esperti. Human Rights Watch ha anche contattato le compagnie. In risposta alle lettere, inviate da Human Rights Watch, nelle quali si descrivevano le conclusioni e si richiedeva la replica di ciascuna compagnia, la Ersai Caspian...

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European support for the first network of research and training in political ecology

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European support for the first network of research and training in political ecology

A group of eleven organisations, coordinated by the Institute of Environmental Science and Technology at the Universitat Autònoma de Barcelona (ICTA-UAB), will train 18 researchers in Political Ecology over the next three years, within the framework of the European project ENTITLE. The initiative aims to create an international network of expertise in the field and to build a stable collaboration on Doctoral studies that takes into account the multidisciplinary training needed in this area. Political ecology studies the social and political roots of conflicts over access and use of the environment. 12 pre-doctoral and 6 post-doctoral researchers have been awarded a Marie Curie Fellowship to conduct research in one of the participating institutions. This research will aim to influence public-sector action and policy, and make ongoing contributions to social change. In addition to the PhD courses, the programme also includes international seminars, local and intensive network courses, summer schools and short stays with the organisations taking part in the project. The results of the research conducted under the project will be published in the format of Policy Briefs and Actions aiming at civil society organisations and political actors. Funded projects include, among others, research on mining conflicts in the Balkans, waste disposal in southern Italy, oil drilling in the Peruvian Amazon, extraction and violence in the Brazilian Amazon, and land-grabbing in Ethiopia. “Political ecology is a very young field of study, and scholars working in this area have different backgrounds, coming from disciplines such as geography, anthropology, political science, ecology, environmental science or sociology, which causes fragmentation across the different thematic areas of study. This is the first time that a doctoral programme has been designed specifically for the field of Political Ecology, so our students will be the first cohort to be trained in political ecology as such”, says Giorgos Kallis, ENTITLE coordinator, Professor at the UAB and ICREA researcher. The project involves eight universities, two NGOs and one SME. Funded by the 7th Framework Programme of the European Union under the Action PEOPLE-Marie Curie Initial Training Networks, it has a budget over 3.5 million euros and a duration of 4 years. Presentation of the documentary “Toxic Amazon” in Barcelona One of the ENTITLE specialised courses will be organised by the UAB and will take place from 3 to 6 June in Barcelona. The course “Research Designs and Methods in Political Ecology” is the second one to be taught within the project and includes two activities that are open to the public. One of these is the presentation, on 5 June, at 19.30h at the Palau Alòs (Sant Pere més Baix, 55, Barcelona), of the documentary “Toxic Amazon” by Felipe Milanez, with a welcome speech by Joan Martinez Alier, Professor of Economics and Economic History at the UAB. Felipe is a PhD fellow on the project and a journalist specialising in the Amazon, formerly a “National Geographic” editor. The second event is a lecture entitled “Critical physical geography: an application on river restoration” by Dr Rebecca Lave, from Indiana University, which will take place at the ICTA premises (Sala de Graus, Faculty of Science UAB) also on 5 June, at 14.30h. From 6 to 14 July the first of the network’s summer schools will be held in Syros, Greece, under the title “Commons, Conflicts and Disasters”, and will...

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Kazakhstan: Abusive Response to Oil Worker Strikes

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Kazakhstan: Abusive Response to Oil Worker Strikes

Human Rights Watch denounces abusive practices by government and oil companies against workers. Oil companies have been accused of human and labour rights violation. (Almaty) – Repressive laws and abusive practices by the government and some oil companies violate the labor rights of thousands of workers employed in Kazakhstan’s booming petroleum sector, Human Rights Watch said in a report released today. Violent clashes in western Kazakhstan in 2011 following an extended strike by oil workers highlight a wider problem of disregard for workers’ rights and other human rights that should concern Kazakhstan’s trade and investment partners. The 153-page report, “Striking Oil, Striking Workers: Violations of Labor Rights in Kazakhstan’s Oil Sector,” analyzes the tactics employed by Kazakh authorities and three companies operating in the oil and gas sector in western Kazakhstan to restrict workers’ rights to freedom of assembly, association, and expression leading up to and during peaceful labor strikes that began in May 2011. Local authorities broke the strike at one of the companies in June. Workers at the other two continued peaceful strikes until December 16, 2011, when clashes erupted between police and others, including striking oil workers, in Zhanaozen, a town in remote western Kazakhstan. Police shot 12 people dead in the clashes. “Oil is fueling Kazakhstan’s growing economy, but the government and companies ignore the basic rights of workers who do the difficult and often dangerous work of bringing Kazakhstan’s oil to market,” said Mihra Rittmann, Central Asia researcher at Human Rights Watch and author of the report. “Workers’ rights are being trampled and they have nowhere to turn to resolve labor disputes.” The developments have serious implications for foreign businesses and governments seeking to make investments in Kazakhstan, Human Rights Watch said. The European Union, which is seeking to upgrade relations with Kazakhstan, and a number of its member states that are heavily invested there, should be especially concerned and set benchmarks for human rights improvement. The three companies named in the report are: KarazhanbasMunai JSC, a joint-venture between Kazakhstan’s state oil and gas company, KazMunaiGas Exploration and Production (KMG EP), and China’s state-owned CITIC group; Ersai Caspian Contractor LLC, an oil service company that is a partially-owned subsidiary of Italy’s Saipem S.p.A, part of the Eni group; and OzenMunaiGas, a fully-owned subsidiary of KMG EP. The report is based on research during two field missions to western Kazakhstan in August and October 2011 and draws on 64 interviews with oil workers, including union activists, at the three companies and other experts. Human Rights Watch also contacted the companies. In response to letters sent by Human Rights Watch describing the findings and requesting each company’s response, Ersai Caspian Contractor and OzenMunaiGas each maintained that the companies had acted in accordance with national laws. KarazhanbasMunai JSC did not respond to Human Rights Watch’s letter. In interviews with Human Rights Watch, workers at all three of the companies described human rights violations in the months leading up to and during the May 2011 strikes. The companies interfered in workers’ efforts to bargain collectively and carried out mass dismissals of workers following peaceful strikes, the workers said. The authorities tried to break peaceful strikes – in one instance using force – and imprisoned union leaders on politically motivated charges, not adhering to fair trial standards. Burdensome collective...

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Diossina nel latte materno in Molise: colpa degli inceneritori

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Diossina nel latte materno in Molise: colpa degli inceneritori

Rilevata in Molise diossina nel latte materno: la denuncia del comitato Mamme per la Salute di Venafro sulla base di analisi chimiche riapre il dibattito sugli inceneritori e i loro effetti sulla salute umana e ambientale. L’inquinamento mina alla salute, soprattutto a quella dei più piccoli. A Venafro, in provincia di Isernia, sarebbe stata rilevata della diossina nel latte materno. Un grave pericolo per i tanti neonati della zona, così come per tante mamme preoccupate. A denunciarlo è il comitato “Mamme per la salute” della città molisana, sulla base di alcuni campioni analizzati del latte di alcune donne in periodo di allattamento. Le analisi, condotte dal Consorzio Interuniversitario Nazionale la Chimica per l’Ambiente di Marghera, sono state effettuate su campioni prelevati lo scorso gennaio. Sebbene i dati specifici non siano apparsi sulla stampa, pare che la concentrazione di diossina sia più elevata di quanto normalmente ipotizzato, tanto da poter essere dannosa per i lattanti. Lo scorso anno la diossina è stata rilevata anche in un paio di allevamenti bovini della zona, soprattutto nei prodotti alimentari derivanti dalla mucca. Sebbene l’origine non sia stata ancora del tutto chiarita, sarebbe l’inquinamento atmosferico il responsabile della contaminazione e, per questo motivo, le istituzioni si sono subito offerte per intensificare i controlli e verificare la qualità dell’aria. Un’emergenza ambientale e sanitaria che ha richiesto l’intervento del Presidente della Regione, Paolo Frattura, il quale ha promesso verifiche a tappeto dei tassi di inquinamento, compresa l’analisi dettagliata delle polveri sottili. Oltre a questo proposito, verrà attivato un servizio di monitoraggio sistemico del latte materno. La diossina, divenuta famosa per il disastro di Seveso negli anni ’70, è una sostanza organica altamente dannosa, capace di alterare il normale equilibrio ormonale del corpo, provocando alla lunga tumori, problemi respiratori e malfunzionamenti agli organi interni. In tempi recenti la sua emissione è stata associata alla bruciatura illecita di sostanze di scarto, in particolare durante la situazione d’emergenza dei rifiuti nella Regione Campania. Fonte: GreenStyle Tutta colpa degli inceneritori Quello sugli inceneritori è un dibattito antico nel nostro Paese. Considerati necessari per lo smaltimento dei rifiuti, i termovalorizzatori sono spesso accusati dai movimenti ambientalisti di avvelenare l’aria e mettere a repentaglio la salute dell’ambiente e delle persone. Ma le battaglie contro tali eco-mostri sono state per anni tacciate di essere meramente NIMBY, ovvero di essere irrazionalmente contrarie a qualcosa, soprattutto perché costruita sul proprio territorio. Vari studi, infatti, dimostrerebbero un livello di sicurezza degli impianti moderni più che accettabile. In realtà, tali studi non sono i soli e si trovano facilmente dati discordanti. Come si saprà c’è un livello di diossina massimo che può essere presente nei prodotti venduti nel nostro Paese. Se, per dire, una partita di latte viene scoperta con tracce del tristemente celebre veleno superiori al consentito, la Legge dispone che debba venir ritirata dal mercato. Disgraziatamente, uno studio recente voluto dal Movimento 5 Stelle ha scoperto nel ravennate tracce di diossina altissime in un latte difficilmente “sequestrabile”: quello di due mamme. Il tasso riscontrato nel latte umano è quasi 3,4 volte superiore a quello tollerato nel latte vaccino. Insomma, una situazione gravissima che il Movimento 5 Stelle ha riassunto così: Le due località scelte [per effettuare i campioni] si trovano entrambe all’interno dell’area di ricaduta delle diossine prodotte dall’inceneritore di Hera. Inoltre risentono dell’influenza del...

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Contaminazioni da Arsenico delle acque potabili: ancora interventi insufficienti

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Contaminazioni da Arsenico delle acque potabili: ancora interventi insufficienti

Associazione italiana medici per l’ambiente – Isde : “ Ad un anno dalle drammatiche conclusioni dello studio Valutazione Epidemiologica degli effetti sulla salute in relazione alla contaminazione da Arsenico nelle acque potabili nelle popolazioni residenti nei comuni del Lazio, ancora pochi, inadeguati ed insufficienti gli interventi a tutela della salute delle popolazioni dell’Alto Lazio” Nell’aprile del 2012 si concludeva lo studio “Valutazione Epidemiologica degli effetti sulla salute in relazione alla contaminazione da Arsenico nelle acque potabili nelle popolazioni residenti nei comuni del Lazio”, realizzato dal Dipartimento di Epidemiologia del Servizio Sanitario Regionale della Regione Lazio. Il 20 ottobre 2012 presso la sede dell’Ordine dei Medici – Chirurghi di Viterbo, la dottoressa Antonella Litta, referente dell’Associazione italiana medici per l’ambiente -Isde (International Society of Doctors for the Environment ) e il dottor Luciano Sordini, segretario della Federazione Italiana Medici di Medicina Generale – sezione di Viterbo, presentavano in una conferenza stampa i dati rilevanti e preoccupanti di questo studio circa mortalità e malattie correlate all’esposizione all’arsenico nei cittadini residenti in tutti i comuni interessati della Provincia di Viterbo. Questo studio documenta una situazione sanitaria estremamente grave e preoccupante in particolare nell’Alto Lazio e si legge a pag 42: “l’indagine evidenzia eccessi di incidenza e mortalità nei Comuni con livelli stimati per il periodo 2005-2010 per patologie associabili ad esposizione ad arsenico (tumori del polmone e della vescica, ipertensione, patologie ischemiche, patologie respiratorie, diabete)”. A pagina 8: “I risultati dell’indagine evidenziano alcuni eccessi di mortalità, di prevalenza e di incidenza, per patologie per le quali è stata già evidenziata nella letteratura internazionale un’associazione con esposizione ad Arsenico (gruppo di comuni a maggior esposizione nella provincia di Viterbo: Caprarola, Castel Sant’Elia, Civita Castellana, Fabrica di Roma, Carbognano, Capranica, Nepi, Ronciglione) e nei comuni esposti della provincia di Latina. E nelle conclusioni: “ I risultati indicano la necessità di un continuo monitoraggio dei livelli di contaminazione da As delle acque e di interventi di sanità pubblica per assicurare il rispetto dei limiti previsti dalla legislazione attualmente in vigore (direttiva 98/83/EC,...

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Rete Stop Enel in difesa di Salute, Lavoro, Democrazia

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Rete Stop Enel in difesa di Salute, Lavoro, Democrazia

Il 30 aprile si celebrerà a Roma l’assemblea degli azionisti di Enel Spa. Dalle mega dighe della Colombia, del Cile, del Guatemala al carbone di Civitavecchia, Brindisi, La Spezia;dal nucleare in Spagna alle rinnovabili di nome e non di fatto, come la geotermia in Toscana e le biomasse sul Pollino ; dalle mega centrali dell’Est Europa ai catorci ad olio combustibile di Rossano, Porto Tolle, Montalto di Castro: Enel rappresenta in pieno il modello energetico che ha caratterizzato gli ultimi cinquant’anni di politiche industriali dell’occidente, un modello fallimentare basato sull’esaurimento di risorse naturali, sullo sconvolgimento dell’ecosistema sulla prevaricazione sistematica della volontà, degli interessi e dell’identità delle comunità locali, in Italia come all’estero. La Campagna “Stop Enel” nasce per contrastare queste politiche e promuovere un nuovo modello energetico. La rete che ha già dato vita a due assemblee internazionali e invita tutti a partecipare a tre giorni iniziative ed approfondimenti che si svolgeranno a Roma: Domenica 28 aprile – ore 10.30-17.30 Seconda Assemblea Internazionale della Campagna Stop Enel CineTeatro Volturno Occupato – Via Volturno 37 Lunedì 29 aprile, ore 10.30 – 13.30 Seminario di approfondimento: Il ruolo di ENEL nel mercato dei crediti di Carbonio CineTeatro Volturno Occupato – Via Volturno 37 Pomeriggio: Incontro del Coordinamento Nazionale No Carbone Martedì 30 aprile – ore 14.00 Sit in STOPENEL durante lo svolgimento dell’assemblea degli azionisti Di fronte alla sede nazionale di ENEL – Via Regina Margerita 125 Scarica la locandina Scarica l’APPELLO AI TERRITORI APPELLO AI TERRITORI Il 30 aprile si celebrerà a Roma l’assemblea degli azionisti di Enel S.p.A. Anche quest’anno la multinazionale dell’energia, simbolo d’ inquinamento e del colonialismo energetico italiano nel mondo, vaglierà i suoi bilanci basati su centrali altamente inquinanti, opere devastanti, impianti costruiti violando i territori senza alcun rispetto per le comunità. Dalle mega-dighe della Colombia, del Cile, del Guatemala al carbone di Civitavecchia, Brindisi e La Spezia, dal nucleare in Spagna e Slovacchia alle rinnovabili di nome e non di fatto, come la geotermia in Toscana e le biomasse sul Pollino, dalle centrali ultra inquinanti dell’Est Europa ai catorci ad olio combustibile di Rossano, Porto Tolle, Montalto di Castro: Enel incarna pienamente il modello energetico che ha caratterizzato gli ultimi cinquant’anni di politiche industriali ed energetiche dell’occidente, un modello fallimentare e distruttivo basato sull’esaurimento di risorse naturali, sullo sconvolgimento degli ecosistemi e sulla prevaricazione sistematica della volontà, degli interessi e dell’identità delle comunità locali, in Italia come all’estero. Un modello truffaldino che, per Enel come per altri speculatori locali ed internazionali, nell’energia come nelle infrastrutture, nel ciclo rifiuti, nella malagestione dei beni comuni, si traduce in profitti milionari assicurati dal fatto che i costi, economici e non, non vengono messi nel bilancio aziendale ma vengono pagati dalla collettività. Ora che la crisi economica sta mettendo in evidenza tutti i limiti di questa logica iniqua e devastante è il momento di ribaltare questo modello energetico, rivedendo considerevolmente i consumi insostenibili ed inutili1 e mettendo al centro i diritti ed i bisogni reali delle comunità. La Campagna “Stop Enel” nasce con questa visione, ha già dato vita ad un’ assemblea internazionale, partecipata dai comitati italiani e da rappresentanti delle comunità di tutto il mondo, ed una nazionale. Un nuovo modello energetico non più calato dall’alto ma costruito a partire dai territori, dalle vertenze decennali che gruppi di...

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