Dal 10 al 21 novembre 2025 saremo a Belém, in Brasile, per partecipare come osservatori alla 30° Conferenza delle Nazioni Unite sul Clima. Racconteremo quanto avviene dentro e fuori le negoziazioni, porteremo e raccoglieremo le voci dei territori in lotta contro l’estrattivismo, contro il greenwashing e per una transizione ecologica realmente giusta.
Iscriviti al bollettino Sostieni il nostro lavoroL’agenda della COP30
A Belém si discuteranno e valuteranno gli NDCs, i nuovi impegni climatici nazionali che stabiliscono gli obiettivi di riduzione delle emissioni di ogni paese. Accanto alla mitigazione, l’adattamento sarà uno dei temi centrali attraverso il Global Goal on Adaptation (GGA) e i nuovi Piani nazionali di adattamento. Un altro capitolo chiave sarà quello della finanza per il clima. Tra i punti principali il nuovo obiettivo di finanziamento (NCQG), che punta ad aumentare il sostegno ai Paesi in via di sviluppo da 100 a 300 miliardi di dollari l’anno, e la Roadmap Baku-Belém, che traccia un percorso per mobilitare almeno 1.300 miliardi di dollari l’anno entro il 2035.
Temi cruciali, che si scontrano con uno scenario geopolitico ostile, segnato dal negazionismo climatico, dai venti di guerra, dalla corsa al riarmo e dalla violenza istituzionale. Non è un caso che in gioco a Belém ci sia più che mai la credibilità della diplomazia climatica e la sua capacità di tradurre le intenzioni in impegni concreti.
La Cupula dos povos
La Cúpula dos Povos è il grande incontro dei movimenti sociali e delle comunità che vivono in prima linea la crisi climatica. Nata nel 1992 come risposta critica alle negoziazioni ufficiali, propone un’alternativa fondata su giustizia climatica, sociale e ambientale, solidarietà e saperi ancestrali.
Dal 12 al 16 novembre 2025, in concomitanza con la COP30 di Belém, riunirà popoli indigeni, comunità quilombola e tradizionali, giovani e lavorator? in marce, dibattiti e azioni culturali.
La Cúpula mette al centro vite, diritti e territori, non statistiche: unisce chi costruisce ogni giorno soluzioni reali, dall’agroecologia alla difesa dei beni comuni, per spingere i governi ad adottare politiche di vera giustizia climatica.
Dichiarazione della Cupula Dos Povos
Perché A Sud e CDCA alla COP?
Nelle Cop si riuniscono i governi dei 197 Paesi che hanno ratificato la Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (UNFCCC), firmata a Rio de Janeiro nel 1992. Ma la COP30 non è solo un vertice diplomatico: è il terreno di confronto (e di scontro) tra attori diversi e diverse visioni del mondo. Da una parte il business as usual che trasforma la crisi climatica in profitto, dall’altra movimenti e territori che lottano per giustizia climatica, autodeterminazione e diritti della Natura.
La COP30 si terrà nel cuore dell’Amazzonia, a Belém do Pará, in Brasile. Non è un dettaglio geografico ma una scelta politica: è nel Sud globale che l’ingiustizia climatica colpisce più duramente mentre il Nord globale continua a negoziare emissioni e interessi fossili.
Qui non si decide solo il futuro del clima: si decide chi avrà diritto a un futuro.
Per raccontare cosa c’è in gioco, e come finisce la partita.
Andiamo alla COP per osservare da vicino i negoziati, capire quali equilibri politici e di potere si stanno ridefinendo, e portare la prospettiva dei territori e dei movimenti che chiedono giustizia climatica.
La partecipazione di A Sud e CDCA serve a connettere le lotte locali con quelle globali, rafforzare alleanze internazionali e raccontare – con sguardo indipendente e critico – come la diplomazia climatica sta affrontando, o eludendo, le proprie responsabilità.
Perché solo intrecciando voci e resistenze dal basso possiamo costruire un futuro giusto per tutt?.
Per costruire e rafforzare alleanze internazionali
Svolgere la COP in Brasile è un segnale che conta: significa rimettere al centro chi la crisi climatica la subisce davvero. Andiamo a Belém per stare con i movimenti globali per la giustizia climatica. In America Latina oggi si gioca una partita enorme: conflitti ambientali, estrattivismo, repressione, lotte indigene e popolari che resistono da decenni. Con tante realtà — dalla Colombia alla Bolivia, fino all’Amazzonia — abbiamo già lavorato, fatto campagne, costruito ponti. Lì ritroviamo compagn? con cui condividiamo visioni e pratiche.
Per portare una visione radicale dentro la COP
Sì, probabilmente sarà l’ennesimo flop diplomatico. Ma proprio per questo dobbiamo esserci, per non lasciare quei tavoli alle lobby fossili e ai governi che parlano di transizione mentre trivellano.
Da dentro vedi meglio le dinamiche, le crepe, le possibilità di alleanze e di conflitto.
Andiamo per portare la prospettiva della giustizia climatica e delle lotte dal basso, che legano crisi climatica, razzismo, patriarcato e disuguaglianze. La COP non è un punto d’arrivo: è un passaggio. Il resto si fa fuori, insieme, ogni giorno.
Diario dalla COP30
- Giorno 12 – 24 novembre 2025
Belém svela il fallimento della diplomazia climatica, ma apre spiragli: una roadmap anti-fossile e nuove alleanze per la giustizia.
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- Giorno 11 – 21 novembre 2025
Penultimo giorno a Belém: incendio in COP30, stalli politici e pressioni crescenti sul BAM e sull’uscita dai fossili.
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- Giorno 10 – 20 novembre 2025A Belém 85 Paesi spingono per uscire dai fossili, mentre Italia e Polonia frenano. La COP30 è al bivio, il tempo è adesso.
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- Giorno 9 – 19 novembre 2025
Belém rilancia la lotta globale ai fossili: la Colombia guida un fronte che vuole uscire davvero dal modello che brucia il pianeta.
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- Giorno 8 – 18 novembre 2025
Alla COP30 la transizione dai combustibili fossili sembra lontana, mentre i fondi dell’adattamento sono sotto il minimo.
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- Giorno 7 – 17 novembre 2025
Belem in rivolta: popoli indigeni e movimenti sociali spingono per una COP30 che dica finalmente basta ai fossili.
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- Giorno 6 – 15 novembre 2025
Anche quest’anno i dati sulla presenza dei lobbisti Gas&Oil alla conferenza di Belém sono alti: su ogni 25 persone accreditate al vertice, uno è un lobbista dei combustibili fossili, in totale sono oltre 1600.
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- Giorno 5 – 14 novembre 2025
Il TFFF entra nella Cupula tra promesse e contraddizioni: fondi incerti, debiti in aumento e movimenti che denunciano l’ennesima falsa soluzione verde.
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- Giorno 4 – 13 novembre 2025
A Belém la protesta indigena irrompe nella COP30 e svela le contraddizioni del Brasile fossile. Intanto la Cupula esplode di mobilitazioni globali.
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- Giorno 3 – 12 novembre 2025
Adattamento al centro della COP30, ma i fondi restano insufficienti. A Belém arrivano movimenti e comunità indigene: la vera pressione viene dai territori.
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- Giorno 2 – 11 novembre 2025
Lula parla di disuguaglianze alla Cop30, ma il Brasile continua a spingere sul fossile. A Belém torna al centro il nodo tra clima e ingiustizia.
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- Giorno 1 – 10 novembre 2025
Dalla Cop30 alla Cúpula dos Povos: a Belém si apre la sfida per la giustizia climatica tra responsabilità globali, diritti dei popoli e resistenza dei territori.
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Articoli di approfondimento alla COP30
- Cosa resta della Cop30, la battaglia per il clima e i diritti è ancora lunga – 24 novembre 2025
Marica Di Pierri e Laura Greco su Domani – COP30 fallisce su fossili e foreste, ma il Bam e il blocco dei 82 paesi per l’uscita dal fossile aprono spiragli di lotta e nuove alleanze.
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- Sulla fine dei lavori della COP30 – 24 novembre 2025
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Cosa è successo alla 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici? Quali sono le grandi vittorie? Quali le sconfitte?
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- La tabella della discordia – cos’è successo alla COP30 – 23 novembre 2025
Laura Greco su Radio24 – COP30 a Belém annuncia impegni su energia, foreste e adattamento, ma senza una vera uscita dal fossile restano promesse vuote da incalzare con lotte dal basso.
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- “A resposta somos nós”. Ma alla COP30 le richieste dei popoli indigeni non fanno breccia – 23 novembre 2025
Laura Greco su EconomiaCircolare.com – Alla COP30 le voci indigene restano ai margini mentre la foresta corre verso il punto di non ritorno. Senza giustizia, non c’è futuro.
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- La “Dichiarazione di Belém” e il multilateralismo del phase out dai fossili spinto dal basso – 21 novembre 2025
Laura Greco su Altreconomia – Da Belém arriva una spinta dal basso per uscire dai fossili: governi e movimenti uniscono le voci per un phase out reale, giusto, globale.
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- Cop30: senza il Gender action plan ogni azione climatica è limitata – 21 novembre 2025
Marica Di Pierri e Laura Greco su Valori – Nonostante le ambiziose premesse il Gender action plan ha trovato diversi ostacoli sui tavoli negoziali della Cop30
- Cop30: senza il Gender action plan ogni azione climatica è limitata – 21 novembre 2025

- Alla Cop30 arrivano le storie di migrazioni climatiche – 21 novembre 2025
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30, in vista delle negoziazioni finali, si parla del fenomeno crescente degli sfollamenti forzati dal cambiamento climatico.
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- Belém, la foresta degli indigeni si ribella a Lula – 20 novembre 2025
Laura Greco su Il Manifesto – Le nazionalità dell’Amazzonia denunciano l’inagibilità politica alla Cop e chiedono una mobilitazione internazionale guidata direttamente dai popoli indigeni per proteggere i loro territori e affrontare la crisi climatica alla radice
- Alla Cop 30 i movimenti si riprendono la scena – 20 novembre 2025
Marica Di Pierri su Il Manifesto – Era dalla Cop 26 di Glasgow che non si vedeva così tanta società civile. Accanto al vertice ufficiale, in più di 50 mila hanno animato la «Cupula dos povos» per una svolta vera sul clima e i diritti
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- COP30, BELÉM | Italiani in mobilitazione – 20 novembre 2025]
Il Climate Pride in azione alla COP30: l? attivist? chiedono all’Italia una roadmap chiara e ambiziosa per uscire dai fossili.
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- A Belém torna il protagonismo sociale – 19 novembre 2025
Marica Di Pierri su Collettiva – Alla Cop30 movimenti, organizzazioni, popoli e sindacati riacquistano centralità: proposte e campagne dal basso sono arrivate nelle stanze dei negoziati.
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- Come procede la COP30 in Brasile? Intervista a Laura Greco da Bélem – 19 novembre 2025
Laura Greco su Scienza e Pace Magazine – COP30 tra repressione, lobby fossili e resistenze indigene: la giustizia climatica la costruiscono i territori, non i negoziati.
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- Lifegate dalla COP30 – 18 novembre 2025
Marica Di Pierri su Lifegate – Dalla COP30 il racconto dell’inedita comunicazione tra dentro e fuori la COP, tra le richieste indigene e l’ambiguo governo di Lula.
Ascolta su Lifegate
- Il Fondo per le foreste e la falsa soluzione del biocapitalismo si ripropone alla Cop30 di Belém – 18 novembre 2025
Laura Greco su Altreconomia – Il Tropical forests forever facility lanciato da Lula è l’ennesimo dispositivo finanziario che viene presentato come innovazione.
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- Attivismo e giustizia climatica: se il diritto alla protesta diventa un reato – 17 novembre 2025
Marica Di Pierri su Valori.it – Alla Cop30 emerge un allarme globale: in molti Paesi il diritto alla protesta viene represso e l’attivismo ambientale è sempre più criminalizzato
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- Alla Cop30 di Belèm il fondo per l’adattamento resta senza fondi – 17 novembre 2025]
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30 fallisce, per il terzo anno di fila, l’obiettivo di raccolta minima per finanziare l’adattamento dei Paesi del Sud globale.
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- Massiccia partecipazione popolare a Belém – 16 novebre 2025
Marica Di Pierri su L’aria Che Respiri – Alla Cúpula dos Povos tantissime voci per reclamare la fine dei combustibili fossili e una giustizia climatica guidata dai popoli, non dalle multinazionali.
Ascolta su Radio Rai1
- In diretta da Bele?m – Aggiornamenti sulla prima settimana di COP30 – 15 novembre 2025
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – In diretta da Belém, per raccontare in diretta i lavori della 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici. ?Foto di Oliver Ninja e Midia Ninja
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- Cop30: chi difende i combustibili fossili dentro i negoziati sul clima – 14 novembre 2025
Marica Di Pierri per Altreconomia – Alla Cop30 un lobbista fossile ogni 25 delegat?: il vertice che dovrebbe chiudere l’era fossile continua a farsela scrivere da chi la profitta.
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- Giustizia climatica, questa dimenticata – 13 novembre 2025
Marica Di Pierri su Il Manifesto – Il legame tra clima e disuguaglianze è ormai assodato. Ma dopo 30 anni di conferenze, i ricchi continuano a fare grandi affari con i fossili.
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- L’adattamento secondo la COP30: “Adattarsi è sopravvivere” – 13 novembre 2025
Marica Di Pierri per EconomiaCircolare.com – COP30 punta a rendere operativo il Global Goal on Adaptation, tra governance multilivello, indicatori, fondi insufficienti e necessità di giustizia climatica.
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- La Cop30 in Brasile e le politiche industriali green – 11 novembre 2025
Marica Di Pierri per Tutta La Città Ne Parla, Radio3 – È iniziata la Cop30 a Belém, 10 giorni in cui si discuterà su come trovare una via d’uscita alla deriva del cambiamento climatico nonostante le difficoltà politiche che ci circondano.
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- Road to Belém – 7 novembre 2025
Marica Di Pierri per Valori.it – Verso la Cop30 di Belém, cosa aspettarci dal più importante appuntamento per salvare il clima della Terra? Diretta con Marica Di Pierri, Luca Lombroso, Giovanni Mori e Lorenzo Tecleme.
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- Da Parigi a Belém, i conti che non tornano – 6 novembre 2025
Marica Di Pierri per Il Manifesto – Tra tensioni e fragili compromessi, i preparativi alla vigilia della Conferenza Onu. A che punto sono gli impegni nazionali di riduzione e i piani di adattamento dei singoli Paesi.
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- A Sud a Belém alla Cop30 – 6 novembre 2025
A Sud seguirà negoziati e mobilitazioni dalla COP30 di Belém, amplificando le voci dei movimenti per giustizia climatica e sociale.
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- A Sud aderisce alla Global Call to Action della Cúpula dos Povos – 5 settembre 2025
Il 15 novembre scendiamo in piazza: basta disuguaglianze e razzismo ambientale, vogliamo giustizia climatica e un mondo dove la vita sia al centro.
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- Vertice dei Popoli Verso la COP30: Manifesto Politico – 13 giugno 2025
A Sud aderisce al Manifesto dei Popoli verso la COP30: un appello globale per giustizia climatica, anticapitalismo e democrazia dal basso.
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Racconteremo le negoziazioni
Per spiegare cosa accade davvero alla COP30, come si muovono i governi e quali interessi guidano le scelte sulla crisi climatica. Vi offriremo una copertura quotidiana per raccontarvi con le nostre parole e con uno sguardo critico, indipendente e radicale, vicino ai movimenti il dentro e fuori la Cop
Sveleremo le contraddizioni
Tra le promesse ufficiali e la realtà, mostrando lo scontro continuo tra lobby fossili e popoli che difendono la vita e i territori. Denunceremo le responsabilità smascherando la falsa transizione energetica e chi continua a inquinare mentre parla di sostenibilità con greenwashing e false soluzioni
Daremo voce alle comunità
Portando le loro storie, le lotte quotidiane e le alternative concrete alla devastazione ambientale, contro colonialismo ed estrazione. Ci collegheremo con l’Italia per connettere istanze e battaglie
INFO E CONTATTI
Per contatti e interviste con la delegazione:
maricadipierri@asud.net
+ 55 21 967071220
Laura Greco
lauragreco@asud.net
+55 21 997673184
Crude Justice and ecocide in the Niger Delta
After the EJOLT mission in Nigeria, Leah Temper of the Autonoma University of Barcelona (UAB) analyses the extracting oil business in the Niger Delta region. From crude injustice to ecocide, a dirty business that permeates our existence Oil permeates our existence. From water bottles, plastics, fuels and paints to fertilizers, fabrics and solvents. Yet despite its ubiquity, the reality of the infrastructure behind oil extraction – the pipelines, terminals, offshore rigs, the tankers that ply the oceans — the process of how oil arrives into our lives and our tanks, remains completely obscured to the average citizen. At the gas pump, one cannot choose between Bonny Light Nigerian Crude or ‘Ethical’ Canadian Tar Sands oil. The dirty business of extracting oil is perhaps best revealed in all its gory in the Niger Delta. Here, one at once understands why Venezuelan Foreign Minister Juan Pablo Pérez Alfonso, a founder of OPEC, compared oil to “swimming in the devil’s excrement”. Never mind that the oil boom made his country fantastically rich. The Niger Delta may hold the dubious distinction of being the most contaminated place on the planet. Covering an area roughly the size of Scotland and home to 45 million people, the Delta used to be a picturesque wetland. Its marshy sediment-rich soils are home to mangrove swamps, lowland rainforests and barrier islands. Together they once formed some of the planet’s richest biodiversity. A BP disaster every year The discovery of oil there first took place in 1956 in Olibiri village. Production by Shell began two years later. Yet the despoliation of the delta and oppression of its people by Western companies has a much longer history, beginning with the kidnapping and export of the first 235 men and women sold as slaves by Portuguese adventurer Lancarote de Freitas in 1444. As the Industrial revolution began, British traders turned their focus from slaves to palm oil, needed to grease the wheels of industry. Throughout the delta, communities continued with their traditional agriculture of rice, cassava, yams and sugar. They fished periwinkles, crabs, other seafood and fish from the creeks. Yet over the past six decades, their livelihoods have been devastated by oil pollution. It is calculated that as many barrels spill every year into the unique riverine ecosystem from the vast network of rusting pipes and storage tanks, corroding pipelines, semi-derelict pumping stations and old wellheads as was lost in the BP Deepwater Horizon disaster in the Gulf of Mexico. Shell, as the main operator in the region, is the biggest offender. The company is targeted with court cases from The Hague to London to the U.S. that will have important implications for corporate accountability around the globe. The U.S. remains the largest importer of Nigeria’s crude oil, accounting for 40% of the country’s total oil exports and for about 10% of overall U.S. oil imports. Other big importers include European countries, including the Netherlands, Italy and Spain. Nigeria is the 6th largest oil exporter in the world, yet despite its oil wealth, or rather because of it, it is also one of the most unequal countries on earth. Nigeria is also a large gas exporter. Websites justifying the high cost of living for expats explain how Nigeria’s rich are not millionaires, but billionaires. The World Bank has estimated that...
read moreAnche le trivelle dell’Enel all’assalto del Mar Jonio
La OLA – Organizzazione Lucana Ambientalista – rende noto che è stata pubblicata sul sito del Ministero dell’Ambiente la nuova istanza di ricerca di permesso dell’ENEL ubicata nel Mar Ionio a 12 miglia nautiche dalla costa. L’air-gun, tecnica di rilevamento sismico invasiva prevista dal progetto, minaccerà gli ecosistemi di Puglia, Calabria e Basilicata e interferirà con le attività di pesca. La OLA – Organizzazione lucana ambientalista, No Scorie Trisaia, No Triv Mediterraneo e Ambiente e Legalità, rendono noto che è stata pubblicata sul sito del Ministero dell’Ambiente la nuova istanza di ricerca di permesso dell’ENEL Longanesi denominata “d79 F.R. -EN”. Essa è ubicata nel Mar Ionio, in “Zona F” ed è caratterizzata da un’ estensione areale di circa 748,7 Kmq (vedi cartina), a circa 12 miglia nautiche dalla costa. Lo studio VIA, depositato presso il Ministero dell’Ambiente ed inviato ai Comuni costieri per l’espressione dei pareri entro il 20 maggio 2013, prevede l’acquisizione sismica attraverso “strumentazione idonea all’identificazione di eventuali orizzonti mineralizzati”. L’area in cui verranno realizzate le attività di prospezione è localizzata nella parte settentrionale del Mar Ionio ed è situata lungo le coste della Calabria, Basilicata e Puglia. I rilievi sismici prevedono – evidenziano le organizzazioni ambientaliste – tra l’altro anche l’uso dell’air-gun. Una tecnica questa che si è rilevata invasiva per gli ecosistemi e le specie faunistiche che frequentano il Mar Jonio, tra le quali quelle rare e minacciate di estinzione, in particolare cetacei, rettili e mammiferi marini, interferendo con le attività di pesca. Le organizzazioni ambientaliste denunciano come questa ennesima istanza, l’undicesima in pochi anni, si sovrappone all’intensa attività di ricerca idrocarburi nel Mar Jonio trasformato, grazie alle volontà dell’attuale governo uscente, in una servitù energetica per le numerose compagnie petrolifere interessate ad effettuare ricerche e trivellare il Mar Ionio. Nel chiedere nuovamente ai sindaci dei comuni rivieraschi e alle Regioni Puglia, Basilicata e Calabria una ferma e decisa opposizione anche per la nuova istanza dell’Enel Longanesi, le organizzazioni ambientaliste richiamano l’esigenza di una decisa azione delle comunità delle tre regioni Joniche al fine di salvaguardare il mare, le attività turistiche e quelle produttive oggi minacciate, ricordando che con la sottoscrizione del Protocollo di Herakleia in occasione della manifestazione tenutasi a Policoro il 17 dicembre 2012 le amministrazioni hanno convenuto e si sono impegnate ad opporsi, con parere contrario e negativo, a qualsiasi ricerca di idrocarburi liquidi o gassosi nel mar Jonio e, nello specifico, alle 11 istanze presentate da sei compagnie petrolifere e a tutte le altre che in futuro tenteranno di essere approvate, finalizzate a trivellare il Mar Ionio che non può diventare il “mare colabrodo” del Mediterraneo. Fonte: OLA – Organizzazione Lucana...
read moreIl dramma ambientale del Delta del Niger
Intervista a Lucie Greyl di A Sud/CDCA dalla Nigeria realizzata da Andrea Salati per Dailystorm Nell’ultimo periodo l’Ecowas con una sentenza storica ha ritenuto all’unanimità il governo nigeriano responsabile per gli abusi commessi dalle aziende petrolifere e il 30 gennaio Shell è stata condannata da un tribunale olandese in merito all’inquinamento di terreni adiacenti agli oleodotti. Sta cambiando qualcosa? _ Da tempo ormai lo strumento legale costituisce un metodo per offrire visibilità a chi non potrebbe averla altrimenti, nonché una strategia per influenzare il comportamento delle multinazionali. Nel 2005 ad esempio, una sentenza dell’Alta Corte Federale della Nigeria ha sentenziato che la pratica del “gas flaring” dovesse cessare. Dopo questa sentenza sono state portate avanti numerose proposte legislative ma di fatto la situazione non è cambiata. La stessa Eni, pur avendo rivendicato più volte la cessazione dell’attività, di fatto ha lasciato tutto invariato. Il popolo Ogoni è il manifesto della devozione di un popolo alle proprie terre. Quanto a lungo potrà resistere senza il supporto di una comunità internazionale, apparentemente incapace di mettere in atto misure di sostegno alle popolazioni colpite? _ Anche in questo caso la situazione è drammatica. Riporto un esempio emblematico. Nel 2004, a causa di una fuoriuscita di greggio da un oleodotto Shell, circa 1000 persone residenti a Goi (Ogoniland) furono sfollate e costrette a ripararsi nell’entroterra. A distanza di quattro anni, nel 2008, c’è stato un nuovo sversamento di 400.000 barili di greggio senza che nessuna bonifica nel frattempo sia stata attuata. Come se non bastasse, la scarsa consapevolezza sui rischi per la salute non aiuta le popolazioni a proteggersi e a mobilitarsi. Oggi, oltre ad un tasso di mortalità infantile molto elevato, nel Delta, l’aspettativa di vita è di soli 42 anni. Le drammatiche condizioni di vita delle comunità locali sono l’esempio tangibile del fallimento di un modello orientato all’accumulazione e allo sfruttamento, del tutto slegato dai concetti di “diritto” e “giustizia”. Quante responsabilità ricadono sul Governo locale? _ Sicuramente il modello economico è alla base del problema, tuttavia la Nigeria è strettamente dipendente dal settore petrolifero ed il governo ovviamente non rinuncerà ad una simile risorsa. Chiaramente emergono le criticità nel momento in cui la popolazione locale non ha alcun ritorno né in termini di benessere, né dal punto di vista economico. A tal proposito si sta discutendo in questi giorni una proposta di legge, la Petroleum Industry Bill, grazie alla quale, a detta del governo, verrebbe destinato il 10% delle entrate per le comunità e i governi locali. Purtroppo, come ci è stato riferito dall’organizzazione ERA(Environmental, Rights Action), nella proposta di legge si afferma anche che in caso di sabotaggio degli impianti, a pagare sarà la comunità locale. Quello dei sabotaggi è un problema oggetto di un’ampia discussione nel paese. Spesso, nonostante la fuoriuscita di greggio sia dovuta a scarsa manutenzione degli impianti, è la comunità ad essere criminalizzata. Il rischio è che mediante questa legge, il peso economico del problema finisca col ricadere sistematicamente sulla popolazione. Parliamo del debito ambientale. Falde acquifere contaminate da idrocarburi, coltivazioni inondate dal greggio e aria rarefatta dal fenomeno del “gas flaring”. Se per caso lo sfruttamento dei territori finisse oggi stesso, ci sarebbero oggettivamente margini per un recupero della regione del Delta? _ Purtroppo è così. Durante la nostra missione non solo abbiamo incontrato...
read moreFSM 2013: Alleanze globali contro le emergenze ambientali. A partire dalla nuova frontiera, il fracking
{da Tunisi, Laura Greco e Matilde Cristofoli / A Sud – CDCA} – In questi giorni migliaia di persone, soprattutto giovani, hanno attraversato il campus El Manar, per partecipare al Forum Sociale di Tunisi. La grande partecipazione è un chiaro segnale di un risveglio sociale che la popolazione tunisina vive da due anni a questa parte. C’è una gran voglia di sapere, conoscere, costruire relazioni e ragionare insieme a tante altre persone ed organizzazioni del mondo su prospettive di lavoro comune, ma anche semplice curiosità e un rinnovato entusiasmo nel sentirsi parte di un movimento globale che in questi giorni mette a sistema temi e analisi per il cambiamento. Le primavere arabe non possono ancora considerarsi processi rivoluzionari conclusi. La popolazione tunisina denuncia ancora un clima di censura e repressione, e molti giornalisti e blogger incontrati qui al Social Forum credono che il processo di cambiamento reale debba ancora sedimentare e sia solo all’inizio. Tuttavia sembra crescere la mobilitazione di alcune realtà associative e soprattutto dei giovani studenti che rivendicano la democratizzazione della vita pubblica, il diritto al lavoro, all’accesso all’informazione e il miglioramento generale della qualità della vita. L’attenzione è crescente anche rispetto alle emergenze ambientali che il paese vive. Ripercorrendo la storia del caldo 2010, in effetti, è proprio dalle mobilitazioni di due anni prima – aventi come protagonisti i lavoratori del bacino minerario di Gafsa – che prese il via il movimento nazionale sfociato nella rivoluzione dei Gelsomini. Le criticità ambientali e l’impoverimento delle zone ad alta intensità industriale è una costante nei racconti dei rappresentanti delle organizzazioni della società civile tunisina impegnate nei temi ambientali incontrati al Forum. Il tema centrale e di sicuro più emergenziale è la scarsità d’acqua, denunciata anche dalla Nazioni Unite. Concorrono a rendere drammatico l’approvvigionamento alle risorse idriche della popolazione le colture intensive di alimenti destinati all’esportazione e i progetti estrattivi altamente contaminanti, come per esempio il fracking (o estrazione del Gas di Scisto). All’interno del Forum numerosi seminari sono dedicati a questo tema. Il workshop “Le verità nascoste della fratturazione idraulica: costruendo alleanze tra i movimenti di paesi colpiti dalla fratturazione” è organizzato da numerose organizzazioni internazionali tra le quali ATTAC France, Blue Planet Project, GIEST (Group d’intelligence economique et scientifique de Tunisie) Amis de la Terre, Coordination Nationale des Collectifs “non au gaz et hulle de schiste” ed è tra più partecipati al Forum. La necessità delle differenti organizzazioni è cercare strategie e sinergie per informare le comunità e la gente in generale sui rischi di questa nuova e devastante pratica estrattiva. Il fracking è una pratica estremamente invasiva e consiste nell’estrazione di gas naturale attraverso la fratturazione idraulica, ossia attraverso un processo di perforazione multilivello, che prevede l’esplosione di rocce fino a 6 km di profondità per creare delle fessure dalle quali far passare il gas naturale (chiamato non convenzionale) spinto al di fuori della roccia attraverso l’iniezione di grandi quantità d’acqua. Una volta raggiunto il punto di formazione della roccia il processo di perforazione avviene orizzontalmente attraverso l’introduzione di esplosivo, in maniera tale da catturarare la maggior quantità di gas. Le acque iniettate oltre ad essere piene di sostanze altamente tossiche fuoriescono come acque di produzione contaminando non solo le falde acquifere ma anche i suoli sui quali ha luogo la perforazione. Si stima che ogni...
read moreIl fiume Niger e i petrolieri
[M. Di Pierri e L. Greyl del CDCA su l’Unità del 24 marzo] Una storica sentenza condanna la Shell per inquinamento. da Port Harcourt, Nigeria – Erik Barisa Dooh è il consigliere tradizionale di Goi, villaggio Ogoni fantasma situato sul delta del fiume Niger, in Nigeria. “Prima che arrivassero le trivelle questo era un villaggio felice. C’era un mercato vivo e frequentato che risuonava di voci e anche il panorama era meraviglioso” – racconta. Dal 2004, con il passaggio dell’oleodotto transnigeriano, i continui sversamenti di greggio, la contaminazione del terreno, delle acqua, dell’aria, Goi – come molte comunità del Delta – è divenuta una landa spettrale. Erik è nato e cresciuto a Goi, suo padre aveva una panetteria che ha dovuto chiudere e abbandonare. Anche Erik ha lasciato la comunità, come gran parte dei mille abitanti, trasferendosi nella vicina comunità di Bodo. Il delta del Niger è la regione più densamente popolata del continente africano e, secondo l’Unep, una delle più contaminate del pianeta. Ci abitano 30 milioni di persone, la cui esistenza è messa a rischio dalle decennali attività estrattive e dai violenti impatti che hanno prodotto sul territorio e sulle comunità residenti, anche a causa dell’utilizzo di pratiche illegali scelte dalle società petrolifere perché meno onerose. Tra esse il gas flaring, che consiste nel bruciare a bordo pozzo i gas di scarto dell’estrazione. Drammaticamente contaminante, è una pratica di fatto vietata per legge dal 1984, ma sul Delta continua ad essere normalmente utilizzata. La scoperta nell’area del delta di ingenti riserve di idrocarburi risale agli anni ’50 e ha reso il paese uno dei maggiori produttori di greggio al mondo. Attualmente si estraggono circa 2 milioni di barili al giorno, ad opera delle maggiori compagnie mondiali: Shell, Bp, Chevron, Total, Exxon, Eni etc. Visitare le terre maleodoranti del delta dà un senso di vertigine. Cinquant’anni di intense attività estrattive non hanno innescato alcun processo di emancipazione sociale, ma hanno reso la Nigeria il primo Paese al mondo per inquinamento di Co2 da combustione. Nonostante l’entità delle sue ricchezze, la popolazione continua a vivere in condizioni di estrema povertà. I nigeriani in povertà assoluta, che erano il 54,7% nel 2004, sono oggi il 60,9%. Secondo l’ufficio nazionale di statistica cento milioni di persone vivono ancora con meno di un dollaro al giorno. In Nigeria l’aspettativa di vita è di appena 47 anni, che nel delta scendono a 42. Il 40% delle donne e il 25% degli uomini non è alfabetizzato. La battaglia degli Ogoni e dei altri popoli del delta contro gli impatti delle attività petrolifere viene da lontano. Da quella resistenza – che ha tra i nomi illustri quello del poeta e attivista Ken Saro Wiwa, condannato all’impiccagione dal governo nigeriano nel 1995 – viene anche il percorso che ha portato alcune comunità a citare in giudizio la Shell di fronte ad una corte di giustizia olandese. Il padre di Erik è uno dei contadini che ha dato il via al ricorso contro il colosso olandese. Peccato sia morto prima di vederne la fine. Il 30 gennaio scorso la Corte olandese, con una sentenza definita “storica”, ha riconosciuto la responsabilità della Shell per l’inquinamento delle terre coltivabili nella comunità di Ikot Ada Udo. Pur lasciando fuori la contaminazione nelle vicine comunità di Goi e Oruma, la sentenza...
read moreIl mostro a 5 zampe del Delta del Niger
[Lucie Greyl dalla Nigeria per CDCA] L’ENI è presente in Nigeria dagli anni ‘60 e da oltre 50 anni la compagnia porta avanti le peggiori pratiche possibili, distruggendo l’ambiente e i diritti delle comunità senza mettere in atto alcun sistema di riparazione e negando loro anche il minimo diritto all’informazione sui rischi degli eventuali incidenti. “Il livello di oppressione portata avanti dall’ENI in Nigeria è altissimo. E’ una delle compagnie più pericolose in Nigeria perché opera nel silenzio” ci racconta il responsabile legale dell’organizzazione ERA, Prince Chima Williams. Secondo l’attivista nigeriano, l’ENI non ha problemi a riconoscere eventuali fuoriuscite o altre contaminazioni prodotte, qualora gli vengano presentate prove, il problema è che a fronte di ciò nessuna forma di riparazione dei danni viene mai attuata dalla compagnia, che continua imperterrita a portare avanti le stesse pratiche. Il silenzio e la mancanza di informazione fanno sì che risulta molto difficile stabilire la dimensione delle attività dell’ENI nel Paese, vista anche la mancanza di dati precisi e affidabili di origine governativa o dell’ENI stessa sulle sue attività petrolifere in Nigeria. Una delle principali problematiche dell’azienda è legata alla pratica del gas flaring – che si basa sulla combustione della parte residuale di gas nel petrolio estratto. Una legge del 1984 vieta il gas flaring che, tuttavia, continua a rimanere il principale modus operandi delle imprese petrolifere e in primo luogo dell’ENI. La questione del gas flaring ha preso nel Paese una rilevante dimensione mediatica e nel 2010 l’ENI annuncia di aver installato impianti di recupero del gas e afferma l’intenzione di abbandonare la pratica del gas flaring. Nonostante ciò, ERA e altre organizzazioni nigeriane e internazionali hanno riportato che la compagnia ha continuato a praticare il gas flaring in totale impunità. Nelle comunità dove opera l’ENI nel River State, il gas flaring è molto visibile, non solo perché si manifesta con grande fiammate verticali visibili a lunga distanza, ma anche perché l’ENI non si è preoccupata di recintare i suoi impianti. Nel 2011, dopo che molte fuoriuscite di gas sono state segnalate, ERA è andata sul campo a filmare e documentare questa situazione per fare pressione sull’impresa affinché introducesse maggiori misure di sicurezza. Poco tempo dopo un incidente è costato la vita di una persona. Gli impatti del gas flaring sulle comunità, come dimostrato da numerose ricerche scientifiche, sono terribili, ma la maggior parte delle comunità vengono lasciate all’oscuro dei rischi che corrono. Il gas flaring colpisce le economie locali e le pratiche di sussistenza comunitarie, rendendo i campi inutilizzabili per l’agricoltura, contaminando le fonti d’acqua, distruggendo le riserve ittiche, e la contaminazione, combinata alla presenza delle enormi fiammate, fa sì che gran parte degli animali selvatici abbandoni i territori impattati, rendendo impossibili le tradizionali attività di caccia. Anche gli impatti sulla salute sono drammatici, molto numerose le patologie della pelle, delle vie respiratorie, le nascite e le morti premature. Chima ci racconta che purtroppo molte volte le comunità non capiscono tutti i problemi legati all’estrazione petrolifera e che in molti utilizzano le fuoriuscite di gas per essiccare i prodotti alimentari, senza conoscerne i rischi visto che la compagnia e il governo non si sono mai preoccupati di informarli. E’ li che ERA e altre organizzazioni intervengono per educare le popolazioni sugli impatti di queste attività. “In questa maniera possiamo far...
read more20 anni di ERA: verso il post estrattivismo
[Lucie Greyl dalla Nigeria per CDCA] Si è tenuta ieri ad Abuja, capitale della Nigeria, la celebrazione per i 20 anni dell’organizzazione sociale nigeriana ERA – Environmental Rights Action. Vent’anni di lotta a fianco delle comunità locali colpite dalla distruzione ambientale e sociale che caratterizza questo Paese, in prima linea nell’accompagnamento delle comunità locali e nel monitoraggio, nelle attività di denuncia e nella diffusione di informazioni, in particolare sulle attività estrattive. Negli scorsi giorni, il CDCA ha avuto il privilegio di essere accolta e accompagnata da ERA in una breve missione sul campo, con l’obiettivo di visitare alcune delle comunità impattate del Delta del Niger, una delle zone più densamente popolate e altamente contaminate del mondo. L’UNEP (United Nations Environment Programme) riporta che negli ultimi 50 anni oltre 13 milioni di barili di petrolio sono stati sversati su questa terra martoriata. Nel Delta, la speranza di vita è pari a 42 anni, inferiore di 5 anni rispetto ad una media nazionale già molto bassa. Il contesto socio-economico del Paese è drammatico: 100 milioni di abitanti – su 170 milioni in totale – vivono con meno di 1$ al giorno e la distanza tra le fasce più ricche e quelle più povere cresce ogni giorno di più. Il 60% della popolazione vive di agricoltura, a dispetto del fatto che, però, le terre del Delta, un tempo fra più fertili al mondo, sono oggi diventate sterili, come risultato di 50 anni di pesante contaminazione. Dopo schiavitù e colonialismo sono arrivate le multinazionali del petrolio che, accaparrandosi le ricche terre del Delta, ancora oggi ripetono gli stessi meccanismi di dominio e distruzione. Fra i primi produttori di petrolio al mondo, l’economia nigeriana è schiava dell’industria petrolifera, della corruzione e dell’impunità che caratterizza questo settore. Un sistema malato che vede la maggior parte delle risorse petrolifere esportate, mentre il petrolio consumato in Nigeria viene, di fatto, importato. Lo spreco è la regola. Nel 2009, ERA riportava che ben 28 miliardi di metri cubi del gas residuale raccolto durante il processo di estrazione petrolifera venivano bruciati, in oltre 257 diversi punti del paese, attraverso il meccanismo del gas flaring, nonostante questo sia stato vietato per legge nel 1984. Questa ricchezza energetica in nessun modo ha influenzato l’accesso all’energia né ha garantito maggiori entrate economiche o opportunità lavorative per la popolazione. Qui il concetto di democrazia energetica è completamente alieno. I blackout elettrici, per quanto di breve durata, sono frequentissimi e sono dovuti ad una produzione reale ben al di sotto delle necessità del Paese. Di fatto, la Nigeria ha una capacità produttiva installata di quasi 6.000 MW per i suoi 170 milioni di abitanti (proveniente per lo più dalle centrali idroelettriche, a gas e a petrolio), di cui solo 2.000 MW sarebbero realmente utilizzati, a causa di impianti obsoleti e maltenuti, mentre l’Italia ha una capacità produttiva di 122.000 MW per 61 milioni di abitanti, superiore di oltre due volte rispetto alla richiesta nazionale. Proprio in questi giorni si discute in Nigeria la proposta di legge del governo Goodluck sull’industria petrolifera. Il governo promuove questa proposta come un avanzamento verso una maggiore redistribuzione dei benefici derivanti dalle attività petrolifere. Una delle critiche avanzate su questa futura legge – che si propone di ridisegnare il quadro normativo, fiscale e giuridico dell’industria petrolifera in Nigeria –...
read moreTwenty years of fighting environmental crimes
Welcome words by Nnimmo Bassey, Executive Director, ERA/FoEN (1993-2013) at event to mark the 20th Anniversary. Twenty years in defense of Mother Earth, right to life and to a safe environment of the peoples. It gives me great pleasure to welcome you all to this gathering marking the 20th anniversary of the Environmental Rights Action (ERA), which is also the Nigerian chapter of Friends of the Earth International. ERA is also the host of Oilwatch International – the global South’s resistance network to reckless exploitation of fossil fuels. ERA began life as a project of the Civil Liberties Organisation (CLO) around 1990.It began its early years while I was a member of its Board (1993-1999). It became an independent organisation when it became impossible for it to operate in the world of environmental networks while being anchored in the human rights community. The environment out of which it was born gave ERA the unique platform and character that forcefully pushed the fact that environmental rights are even more holistic than human rights because humans are merely a part of the environment and even though their rights are considered predominant this does not mean that theirs are necessarily superior to other beings or to nature herself. For twenty years, ERA has been powered by key principles among which are the following: • That every African has a right to a safe and satisfactory environment favourable to his/her development as captured in Article 24 of the African Charter of Peoples and Human Rights. • That human rights are also well defendedwhen ecosystems are respected. • That the promotion of environmentally responsible governmental, commercial, community and individual practices is best attained through the empowerment of local people. • That local people have the right and knowledge to control local resources • Pro-environment policy changes are best worked for though non-violent resistance. We stayed on course over the years and especially during the difficult days when Nigeria was under military dictatorship because we had dedicated ERA people and because we had an unambiguous philosophical compass that ensured we did not drift. Today I look back with satisfaction that ERA people, whether in or outside ERA, have stayed the course. Over these years, we have suffered persecution, faced afflictions and enjoyed triumphs. Our triumph has been that our work with communities impacted by deforestation, land grabs, oil spills, gas flares and pollutions of all types has succeeded because the people have resolutely stood against the pushers of these harmful practices. We have stayed the course because we view every scene of environmental harm inflicted by the agency of man as a crime scene. Although we sometimes resort to civil actions as a measure of resistance we note that these are not sufficient to stem environmental crimes. To stop those who reap profits from environmental damage laws governing those activities ought to be urgently upgraded to make it possible for criminal charges with long jail terms to be pressed against individual criminals and those who hide behind corporate shields. Ecocide would be an appropriate umbrella law to confront the massive lawlessness that run rampant across Nigeria and many nations of the world today. Today I look back across twenty short years of momentous changes. I am happy that the four persons (Oronto Douglas, Nick Ashton...
read moreComunità del Delta del Niger: povertà e devastazione. Altro che sviluppo.
Il CDCA dalla Nigeria, le prime visite della missione con la delegazione di EJOLT. A Ogoniland, la devastazione ambientale e il disagio sociale. Il 15 e 16 marzo la missione internazionale in Nigeria ha visitato due comunità nel Delta del Niger. A Ogoniland, terra di Ken Saro Wiwa, la devastazione ambientale e i livelli di povertà e disagio sociale sono enormi e visibilissimi appena attraversando il territorio. Goi è uno dei villaggi Ogoni del Delta, il cui destino è stato stravolto nel 2004 da una grossa perdita di petrolio che ha di fatto sfollato i 10.000 abitanti. Goi è tra le comunità al centro del recente processo portato avanti contro la Shell in Olanda. La comunità di Bodo, poco distante da Goi, è composta da circa 70.000 persone che vivono sparsi in trenta villaggi situati attorno a una baia la cui gente viveva tradizionalmente di pesca e coltivazioni di sussistenza. Nel 2008 la baia è stata contaminata da uno sversamento di circa 400.000 barili di petrolio che ne ha compromesso per sempre gli equilibri. Alcuna bonifica è mai stata realizzata nell’area, nè il governo (tanto territoriale che nazionale) o le imprese responsabili hanno agito per sostenere la popolazione o elargire compensazioni. L’altra comunità visitata dalla missione è Ikot Ada Udo, anch’essa coinvolta nel processo contro la Shell, l’unica di fronte alla quale è stata riconosciuta la responsabilità della multinazionale. La delegazione di attivisti e ricercatori viene accolta dalla comuità con una cerimonia formale cui partecipano i leader tradizionali della comunità. Subito dopo iniziano i racconti dei membri della comunità rispetto a quanto avvenuto lungo gli ultimi anni, o meglio decenni, e che hanno portato la comunità a perdere i propri mezzi di sussistenza. A Ede, altra comunità vicina, non vi sono stati catastrofici sveramenti, ma uno stillicidio di piccole perdite, che unite allo scarico indiscriminato dei residui di estrazione e al gas flaring che continua ad essere praticato ovunque, hanno provocato ingenti danni, prima di tutto alla salute: numerosissimo il numero di aborti, come anche le malattie epidermiche e respiratorie tra la popolazione. Visitare le lande mortifere del delta, che prima era la regione più florida, fertile e popolosa di tutto il continente, fa impressione tanto gravi sono la contaminazione, la violazione sistematica di diritti, le malattie e la povertà che oltre 50 anni di estrazione petrolifere hanno lasciato sul territorio. Lungi dall’essere occasione di sviluppo e emancipazione per questi popoli, le attività estrattive hanno spoliato la Nigeria e il suo popolo non soltanto delle risorse custodite nel sottosuolo, ma delle ricchezze della terra, dei mezzi di sussistenza tradizionali, della salute. Distrutte le economie locali e compromesse le condizioni minime ambientali per vivere in un ambiente salubre, l’immensa area del delta rimane un luogo desolato e agonizzante le cui comunità pagano un prezzo altissimo a un modello economico energivoro e distruttivo di cui neppure sono parte. Comunità che da una vita serena e basata sull’interdipendenza dalla natura, sono divenute vittime di una delle più gravi ed eclatanti ingiustizie ambientali che la storia conosca. Lasciato il Delta del Niger, si torna ad Abuja, dove si celebreranno i 20 anni di ERA, Environmental Right Action. L’organizzazione nigeriana che da due decenni appunto lavora sull’estrazione petrolifera accompagnando comunità in resistenza e portando avanti un incredibile lavoro di informazione e denuncia su quanto...
read moreAmazzonia: morire di petrolio
Alle porte del parco dello Yasuni, scontro tra waorani e indigeni “non contattati”. Per il governo lo scontro è frutto di “forme culturali ancestrali”. Ma basta mettere per un attimo il naso in questa storia per sentire intensa la puzza di petrolio. Ompore era un indigeno waorani a capo del piccolo villaggio di Yarentaro, nel cuore dell’Amazzonia ecuadoriana. Lo scorso 5 marzo in compagnia della moglie Bogueney stava camminando lungo la riva del fiume Ñemegono, a poche centinaia di metri da casa, quando d’improvviso dalla fitta vegetazione sbuca un gruppo di indigeni Taromenane, anche loro waorani ma in isolamento volontario. I Taromenane non ci pensano su due volte, puntano le loro lance e uccidono i due coniugi. Per il governo lo scontro è frutto di “forme culturali ancestrali”. Come a dire, si ammazzano perché è parte della loro cultura farlo. Ma basta mettere per un attimo il naso in questa storia per sentire intensa la puzza di petrolio. Fino ai primi anni ’50 le famiglie waorani condividevano un territorio di circa 2 milioni di ettari. Erano cacciatori e raccoglitori seminomadi suddivisi in clan. Poi arrivarono i raccoglitori di caucciù, i primi missionari e infine le compagnie petrolifere che stravolsero per sempre il loro territorio. Con la promessa di una vita agiata, i waorani vennero a più riprese concentrati in un’unica zona della selva ecuadoriana dove un gruppo di religiosi costruì, con il sostegno dei petrolieri, una missione nella quale gli indigeni ricevevano viveri, vestiti, attrezzi agricoli e persino medicine, con tanto di posologia e istruzioni per l’uso. La liberazione dalla presenza indigena di una fetta importante di Amazzonia facilitò il boom dell’oro nero che negli anni a venire avrebbe gonfiato i portafogli di uomini d’affari stranieri e politici locali corrotti, lasciando ai nativi i soliti effetti collaterali lungo la via dell’estinzione. Fiumi contaminati, terreni improduttivi, malattie, villaggi divisi e in conflitto tra loro. Tra gli indigeni però c’era chi non aveva nessuna intenzione di farsi contagiare da questo modello di sviluppo, preferendo piuttosto addentrarsi nella foresta e rimanere in isolamento. Sono i cosiddetti popoli non contattati, tribù che non hanno nessun contatto con il mondo moderno e che continuano a vivere come nei secoli scorsi. Donne e uomini nudi nella giungla, con le loro lance e medicine naturali, senza elettricità, gas, denaro e quant’altro. I Taromenane e i Tagaeri sono gli unici due popoli nativi non contattati dell’Amazzonia ecuadoriana. Vivono nel cuore del parco nazionale Yasuní, considerato dagli studiosi il luogo più biodiverso al mondo e dichiarato dall’Unesco patrimonio dell’umanità. E come per paradosso proprio all’interno dello Yasuní si trova il lotto petrolifero 16, duecentomila ettari di foresta vergine dati in concessione dallo Stato alla compagnia spagnola Repsol che da oltre dieci anni estrae greggio dalle viscere della foresta. Quel 5 marzo non era la prima volta che i Taromenane incontravano nella giungla Ompore e Bogueney. Era già accaduto altre volte in passato e i nativi in isolamento volontario avanzavano sempre le stesse richieste ai loro consanguinei di Yarentaro: basta rumori provenienti dalla piattaforma petrolifera, basta cowodis – gli stranieri, i non waorani – in giro per la giungla, basta disboscamento indiscriminato. I Taromenane erano convinti che gli indigeni di Yarentaro potessero intercedere con le autorità locali e con i rappresentanti di Repsol per fermare una volta per tutte...
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Marica Di Pierri per Valori.it – Verso la Cop30 di Belém, cosa aspettarci dal più importante appuntamento per salvare il clima della Terra? Diretta con Marica Di Pierri, Luca Lombroso, Giovanni Mori e Lorenzo Tecleme.