Dal 10 al 21 novembre 2025 saremo a Belém, in Brasile, per partecipare come osservatori alla 30° Conferenza delle Nazioni Unite sul Clima. Racconteremo quanto avviene dentro e fuori le negoziazioni, porteremo e raccoglieremo le voci dei territori in lotta contro l’estrattivismo, contro il greenwashing e per una transizione ecologica realmente giusta.
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A Belém si discuteranno e valuteranno gli NDCs, i nuovi impegni climatici nazionali che stabiliscono gli obiettivi di riduzione delle emissioni di ogni paese. Accanto alla mitigazione, l’adattamento sarà uno dei temi centrali attraverso il Global Goal on Adaptation (GGA) e i nuovi Piani nazionali di adattamento. Un altro capitolo chiave sarà quello della finanza per il clima. Tra i punti principali il nuovo obiettivo di finanziamento (NCQG), che punta ad aumentare il sostegno ai Paesi in via di sviluppo da 100 a 300 miliardi di dollari l’anno, e la Roadmap Baku-Belém, che traccia un percorso per mobilitare almeno 1.300 miliardi di dollari l’anno entro il 2035.
Temi cruciali, che si scontrano con uno scenario geopolitico ostile, segnato dal negazionismo climatico, dai venti di guerra, dalla corsa al riarmo e dalla violenza istituzionale. Non è un caso che in gioco a Belém ci sia più che mai la credibilità della diplomazia climatica e la sua capacità di tradurre le intenzioni in impegni concreti.
La Cupula dos povos
La Cúpula dos Povos è il grande incontro dei movimenti sociali e delle comunità che vivono in prima linea la crisi climatica. Nata nel 1992 come risposta critica alle negoziazioni ufficiali, propone un’alternativa fondata su giustizia climatica, sociale e ambientale, solidarietà e saperi ancestrali.
Dal 12 al 16 novembre 2025, in concomitanza con la COP30 di Belém, riunirà popoli indigeni, comunità quilombola e tradizionali, giovani e lavorator? in marce, dibattiti e azioni culturali.
La Cúpula mette al centro vite, diritti e territori, non statistiche: unisce chi costruisce ogni giorno soluzioni reali, dall’agroecologia alla difesa dei beni comuni, per spingere i governi ad adottare politiche di vera giustizia climatica.
Dichiarazione della Cupula Dos Povos
Perché A Sud e CDCA alla COP?
Nelle Cop si riuniscono i governi dei 197 Paesi che hanno ratificato la Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (UNFCCC), firmata a Rio de Janeiro nel 1992. Ma la COP30 non è solo un vertice diplomatico: è il terreno di confronto (e di scontro) tra attori diversi e diverse visioni del mondo. Da una parte il business as usual che trasforma la crisi climatica in profitto, dall’altra movimenti e territori che lottano per giustizia climatica, autodeterminazione e diritti della Natura.
La COP30 si terrà nel cuore dell’Amazzonia, a Belém do Pará, in Brasile. Non è un dettaglio geografico ma una scelta politica: è nel Sud globale che l’ingiustizia climatica colpisce più duramente mentre il Nord globale continua a negoziare emissioni e interessi fossili.
Qui non si decide solo il futuro del clima: si decide chi avrà diritto a un futuro.
Per raccontare cosa c’è in gioco, e come finisce la partita.
Andiamo alla COP per osservare da vicino i negoziati, capire quali equilibri politici e di potere si stanno ridefinendo, e portare la prospettiva dei territori e dei movimenti che chiedono giustizia climatica.
La partecipazione di A Sud e CDCA serve a connettere le lotte locali con quelle globali, rafforzare alleanze internazionali e raccontare – con sguardo indipendente e critico – come la diplomazia climatica sta affrontando, o eludendo, le proprie responsabilità.
Perché solo intrecciando voci e resistenze dal basso possiamo costruire un futuro giusto per tutt?.
Per costruire e rafforzare alleanze internazionali
Svolgere la COP in Brasile è un segnale che conta: significa rimettere al centro chi la crisi climatica la subisce davvero. Andiamo a Belém per stare con i movimenti globali per la giustizia climatica. In America Latina oggi si gioca una partita enorme: conflitti ambientali, estrattivismo, repressione, lotte indigene e popolari che resistono da decenni. Con tante realtà — dalla Colombia alla Bolivia, fino all’Amazzonia — abbiamo già lavorato, fatto campagne, costruito ponti. Lì ritroviamo compagn? con cui condividiamo visioni e pratiche.
Per portare una visione radicale dentro la COP
Sì, probabilmente sarà l’ennesimo flop diplomatico. Ma proprio per questo dobbiamo esserci, per non lasciare quei tavoli alle lobby fossili e ai governi che parlano di transizione mentre trivellano.
Da dentro vedi meglio le dinamiche, le crepe, le possibilità di alleanze e di conflitto.
Andiamo per portare la prospettiva della giustizia climatica e delle lotte dal basso, che legano crisi climatica, razzismo, patriarcato e disuguaglianze. La COP non è un punto d’arrivo: è un passaggio. Il resto si fa fuori, insieme, ogni giorno.
Diario dalla COP30
- Giorno 12 – 24 novembre 2025
Belém svela il fallimento della diplomazia climatica, ma apre spiragli: una roadmap anti-fossile e nuove alleanze per la giustizia.
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- Giorno 11 – 21 novembre 2025
Penultimo giorno a Belém: incendio in COP30, stalli politici e pressioni crescenti sul BAM e sull’uscita dai fossili.
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- Giorno 10 – 20 novembre 2025A Belém 85 Paesi spingono per uscire dai fossili, mentre Italia e Polonia frenano. La COP30 è al bivio, il tempo è adesso.
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- Giorno 9 – 19 novembre 2025
Belém rilancia la lotta globale ai fossili: la Colombia guida un fronte che vuole uscire davvero dal modello che brucia il pianeta.
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- Giorno 8 – 18 novembre 2025
Alla COP30 la transizione dai combustibili fossili sembra lontana, mentre i fondi dell’adattamento sono sotto il minimo.
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- Giorno 7 – 17 novembre 2025
Belem in rivolta: popoli indigeni e movimenti sociali spingono per una COP30 che dica finalmente basta ai fossili.
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- Giorno 6 – 15 novembre 2025
Anche quest’anno i dati sulla presenza dei lobbisti Gas&Oil alla conferenza di Belém sono alti: su ogni 25 persone accreditate al vertice, uno è un lobbista dei combustibili fossili, in totale sono oltre 1600.
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- Giorno 5 – 14 novembre 2025
Il TFFF entra nella Cupula tra promesse e contraddizioni: fondi incerti, debiti in aumento e movimenti che denunciano l’ennesima falsa soluzione verde.
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- Giorno 4 – 13 novembre 2025
A Belém la protesta indigena irrompe nella COP30 e svela le contraddizioni del Brasile fossile. Intanto la Cupula esplode di mobilitazioni globali.
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- Giorno 3 – 12 novembre 2025
Adattamento al centro della COP30, ma i fondi restano insufficienti. A Belém arrivano movimenti e comunità indigene: la vera pressione viene dai territori.
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- Giorno 2 – 11 novembre 2025
Lula parla di disuguaglianze alla Cop30, ma il Brasile continua a spingere sul fossile. A Belém torna al centro il nodo tra clima e ingiustizia.
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- Giorno 1 – 10 novembre 2025
Dalla Cop30 alla Cúpula dos Povos: a Belém si apre la sfida per la giustizia climatica tra responsabilità globali, diritti dei popoli e resistenza dei territori.
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Articoli di approfondimento alla COP30
- Cosa resta della Cop30, la battaglia per il clima e i diritti è ancora lunga – 24 novembre 2025
Marica Di Pierri e Laura Greco su Domani – COP30 fallisce su fossili e foreste, ma il Bam e il blocco dei 82 paesi per l’uscita dal fossile aprono spiragli di lotta e nuove alleanze.
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- Sulla fine dei lavori della COP30 – 24 novembre 2025
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Cosa è successo alla 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici? Quali sono le grandi vittorie? Quali le sconfitte?
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- La tabella della discordia – cos’è successo alla COP30 – 23 novembre 2025
Laura Greco su Radio24 – COP30 a Belém annuncia impegni su energia, foreste e adattamento, ma senza una vera uscita dal fossile restano promesse vuote da incalzare con lotte dal basso.
Ascolta su Il Sole 24 ore
- “A resposta somos nós”. Ma alla COP30 le richieste dei popoli indigeni non fanno breccia – 23 novembre 2025
Laura Greco su EconomiaCircolare.com – Alla COP30 le voci indigene restano ai margini mentre la foresta corre verso il punto di non ritorno. Senza giustizia, non c’è futuro.
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- La “Dichiarazione di Belém” e il multilateralismo del phase out dai fossili spinto dal basso – 21 novembre 2025
Laura Greco su Altreconomia – Da Belém arriva una spinta dal basso per uscire dai fossili: governi e movimenti uniscono le voci per un phase out reale, giusto, globale.
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- Cop30: senza il Gender action plan ogni azione climatica è limitata – 21 novembre 2025
Marica Di Pierri e Laura Greco su Valori – Nonostante le ambiziose premesse il Gender action plan ha trovato diversi ostacoli sui tavoli negoziali della Cop30
- Cop30: senza il Gender action plan ogni azione climatica è limitata – 21 novembre 2025

- Alla Cop30 arrivano le storie di migrazioni climatiche – 21 novembre 2025
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30, in vista delle negoziazioni finali, si parla del fenomeno crescente degli sfollamenti forzati dal cambiamento climatico.
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- Belém, la foresta degli indigeni si ribella a Lula – 20 novembre 2025
Laura Greco su Il Manifesto – Le nazionalità dell’Amazzonia denunciano l’inagibilità politica alla Cop e chiedono una mobilitazione internazionale guidata direttamente dai popoli indigeni per proteggere i loro territori e affrontare la crisi climatica alla radice
- Alla Cop 30 i movimenti si riprendono la scena – 20 novembre 2025
Marica Di Pierri su Il Manifesto – Era dalla Cop 26 di Glasgow che non si vedeva così tanta società civile. Accanto al vertice ufficiale, in più di 50 mila hanno animato la «Cupula dos povos» per una svolta vera sul clima e i diritti
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- COP30, BELÉM | Italiani in mobilitazione – 20 novembre 2025]
Il Climate Pride in azione alla COP30: l? attivist? chiedono all’Italia una roadmap chiara e ambiziosa per uscire dai fossili.
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- A Belém torna il protagonismo sociale – 19 novembre 2025
Marica Di Pierri su Collettiva – Alla Cop30 movimenti, organizzazioni, popoli e sindacati riacquistano centralità: proposte e campagne dal basso sono arrivate nelle stanze dei negoziati.
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- Come procede la COP30 in Brasile? Intervista a Laura Greco da Bélem – 19 novembre 2025
Laura Greco su Scienza e Pace Magazine – COP30 tra repressione, lobby fossili e resistenze indigene: la giustizia climatica la costruiscono i territori, non i negoziati.
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- Lifegate dalla COP30 – 18 novembre 2025
Marica Di Pierri su Lifegate – Dalla COP30 il racconto dell’inedita comunicazione tra dentro e fuori la COP, tra le richieste indigene e l’ambiguo governo di Lula.
Ascolta su Lifegate
- Il Fondo per le foreste e la falsa soluzione del biocapitalismo si ripropone alla Cop30 di Belém – 18 novembre 2025
Laura Greco su Altreconomia – Il Tropical forests forever facility lanciato da Lula è l’ennesimo dispositivo finanziario che viene presentato come innovazione.
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- Attivismo e giustizia climatica: se il diritto alla protesta diventa un reato – 17 novembre 2025
Marica Di Pierri su Valori.it – Alla Cop30 emerge un allarme globale: in molti Paesi il diritto alla protesta viene represso e l’attivismo ambientale è sempre più criminalizzato
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- Alla Cop30 di Belèm il fondo per l’adattamento resta senza fondi – 17 novembre 2025]
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30 fallisce, per il terzo anno di fila, l’obiettivo di raccolta minima per finanziare l’adattamento dei Paesi del Sud globale.
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- Massiccia partecipazione popolare a Belém – 16 novebre 2025
Marica Di Pierri su L’aria Che Respiri – Alla Cúpula dos Povos tantissime voci per reclamare la fine dei combustibili fossili e una giustizia climatica guidata dai popoli, non dalle multinazionali.
Ascolta su Radio Rai1
- In diretta da Bele?m – Aggiornamenti sulla prima settimana di COP30 – 15 novembre 2025
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – In diretta da Belém, per raccontare in diretta i lavori della 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici. ?Foto di Oliver Ninja e Midia Ninja
Guarda la diretta
- Cop30: chi difende i combustibili fossili dentro i negoziati sul clima – 14 novembre 2025
Marica Di Pierri per Altreconomia – Alla Cop30 un lobbista fossile ogni 25 delegat?: il vertice che dovrebbe chiudere l’era fossile continua a farsela scrivere da chi la profitta.
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- Giustizia climatica, questa dimenticata – 13 novembre 2025
Marica Di Pierri su Il Manifesto – Il legame tra clima e disuguaglianze è ormai assodato. Ma dopo 30 anni di conferenze, i ricchi continuano a fare grandi affari con i fossili.
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- L’adattamento secondo la COP30: “Adattarsi è sopravvivere” – 13 novembre 2025
Marica Di Pierri per EconomiaCircolare.com – COP30 punta a rendere operativo il Global Goal on Adaptation, tra governance multilivello, indicatori, fondi insufficienti e necessità di giustizia climatica.
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- La Cop30 in Brasile e le politiche industriali green – 11 novembre 2025
Marica Di Pierri per Tutta La Città Ne Parla, Radio3 – È iniziata la Cop30 a Belém, 10 giorni in cui si discuterà su come trovare una via d’uscita alla deriva del cambiamento climatico nonostante le difficoltà politiche che ci circondano.
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- Road to Belém – 7 novembre 2025
Marica Di Pierri per Valori.it – Verso la Cop30 di Belém, cosa aspettarci dal più importante appuntamento per salvare il clima della Terra? Diretta con Marica Di Pierri, Luca Lombroso, Giovanni Mori e Lorenzo Tecleme.
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- Da Parigi a Belém, i conti che non tornano – 6 novembre 2025
Marica Di Pierri per Il Manifesto – Tra tensioni e fragili compromessi, i preparativi alla vigilia della Conferenza Onu. A che punto sono gli impegni nazionali di riduzione e i piani di adattamento dei singoli Paesi.
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- A Sud a Belém alla Cop30 – 6 novembre 2025
A Sud seguirà negoziati e mobilitazioni dalla COP30 di Belém, amplificando le voci dei movimenti per giustizia climatica e sociale.
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- A Sud aderisce alla Global Call to Action della Cúpula dos Povos – 5 settembre 2025
Il 15 novembre scendiamo in piazza: basta disuguaglianze e razzismo ambientale, vogliamo giustizia climatica e un mondo dove la vita sia al centro.
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- Vertice dei Popoli Verso la COP30: Manifesto Politico – 13 giugno 2025
A Sud aderisce al Manifesto dei Popoli verso la COP30: un appello globale per giustizia climatica, anticapitalismo e democrazia dal basso.
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Racconteremo le negoziazioni
Per spiegare cosa accade davvero alla COP30, come si muovono i governi e quali interessi guidano le scelte sulla crisi climatica. Vi offriremo una copertura quotidiana per raccontarvi con le nostre parole e con uno sguardo critico, indipendente e radicale, vicino ai movimenti il dentro e fuori la Cop
Sveleremo le contraddizioni
Tra le promesse ufficiali e la realtà, mostrando lo scontro continuo tra lobby fossili e popoli che difendono la vita e i territori. Denunceremo le responsabilità smascherando la falsa transizione energetica e chi continua a inquinare mentre parla di sostenibilità con greenwashing e false soluzioni
Daremo voce alle comunità
Portando le loro storie, le lotte quotidiane e le alternative concrete alla devastazione ambientale, contro colonialismo ed estrazione. Ci collegheremo con l’Italia per connettere istanze e battaglie
INFO E CONTATTI
Per contatti e interviste con la delegazione:
maricadipierri@asud.net
+ 55 21 967071220
Laura Greco
lauragreco@asud.net
+55 21 997673184
Il CDCA partecipa alla delegazione EJOLT in Nigeria
Dal 14 al 23 marzo CDCA e A Sud sono stati in Nigeria per partecipare alla Missione sul campo del progetto europeo Ejolt, basato sulla ricerca collaborativa tra mondo accademico e società civile sul tema della giustizia ambientale. Dal 14 al 23 marzo il CDCA ha partecipato alla missione sul campo in Nigeria del progetto europeo Ejolt, basato sulla ricerca collaborativa tra mondo accademico e società civile sul tema della giustizia ambientale (www.ejolt.org). La Missione è coincisa con il 20simo anniversario della fondazione di ERA, Environmental Right Action, l’organizzazione ecologista Nigeriana partner del CDCA e che da sempre lavora sulle estrazioni petrolifere e i suoi effetti sul territorio, la salute e i diritti della popolazione. Le estrazioni petrolifere che da oltre mezzo secolo vengono portate avanti nell’area del Delta hanno distrutto l’ecosistema della zona e le attività economiche tradizioni delle comunità, minacciandone il diritto alla salute, alla sopravvivenza, all’autodeterminazione. PER APPROFONDIRE Articoli correlati: [20 di ERA: verso il post-estrattivismo->https://www.cdca.it/spip.php?article2264] [Il mostro a 5 zampe nel Delta del Niger->https://www.cdca.it/spip.php?article2263] [Delta del Niger: povertà e devastazione. Altro che sviluppo->https://cdca.it/spip.php?article2261] [Al via la missione CDCA/A Sud in Nigeria->https://www.cdca.it/spip.php?article2259&var_mode=calcul] Rassegna Stampa: [Il fiume Niger e i petrolieri, di M. Di Pierri e L. Greyl su l’Unità del 24 marzo->https://www.cdca.it/spip.php?article2265] Intervista radiofonica dal campo a L. Greyl per SBS Australia [Intervista a Lucie Greyl dalla Nigeria per DailyStorm->https://www.cdca.it/spip.php?article2267] Intervista radiofonica dalla Nigeria per il Giornale Radio Sociale Diretta radio per il programma Afrofonia di Radio Vaticana Foto: Vedi le foto della missione Video: Vedi i video e interviste della missione Lavoro di campo Il lavoro di campo si è concentrato nelle comunità di Goi, Budu in Ogoniland e nelle comunità Ikot Ada Udo e Ete dello stato di Akwa Ibom a Est di Port Harcourt n.nello stato di Akwa Ibom. A Goi la missione ha visitato un villaggio distrutto da uno sversamento di petrolio nel 2004, i cui 1000 abitanti sono stati sfollati nella vicin Bodo. La storia di Goi è centrale nella storia dellai resistenza degli Ogoni, come il ruolo di questo villaggio nell’ultimo processo contro la Shell presso il Tribunale Distrettuale Olandase dell’Aia. Successivamente la missione ha visitato le comunità di Bodo, dove 69.000 persone vivono in una trentina di villaggi situati in una valle che è stata letteralmente sommersa dall’equivalente di circa 400.000 barili di petrolio nel 2008 e mai bonificata. Ikot Ada Udo – unica comunità colpita dagli sversamenti di petrolio per la quale sono state riconosciute Parziali responsabilità legali della Shell – la delegazione è stata accolta con una cerimonia formale dai leader tradizionali della comunità, che hanno raccontato il drammatico processo che ha portato negli ultimi anni le comunità locali a perdere i propri mezzi di sussistenza. 20 anni di ERA – Environmental Right Action La missione ha potuto, infine, partecipare alle celebrazioni per i 20 anni dell’organizzazione nigeriana ERA – Environmental Rights Action, attore centrale nella battaglia contro l’estrazione petrolifera nel Delta del Niger a fianco delle comunità in resistenza e in prima linea nelle attività di denuncia e informazione. Durante la missione è stata presentata per la prima volta la bozza di Report che A Sud ha realizzato insieme ad ERA negli ultimi mesi sui conflitti ambientali legati alle attività petrolifere e alla responsabilità d’impresa con un focus approfondito sull’ENI. Il report sarà disponibile in Italiano...
read moreAl via la missione CDCA/A Sud in Nigeria
Il Delta del Niger si estende per circa 70.000 chilometri quadrati (il 7,5% del territorio nigeriano) ed è abitata da circa 20 milioni di persone, appartenenti a 40 gruppi etnici diversi e dediti principalmente alla pesca e all’agricoltura. Nella prima metà dello scorso secolo sono stati scoperti vasti giacimenti petroliferi, concentrati proprio nell’area del Delta del Niger, rendendo il Paese uno dei maggiori produttori di grezzo al mondo. Sono progressivamente sorti numerosi siti di estrazione, fino ad arrivare ai circa 2 milioni di barili, oggi estratti ogni giorno nel Delta del Niger e corrispondenti al 75% dell’esportazione totale di petrolio della Nigeria. L’attività estrattiva produce ovviamente ingenti fuoriuscite di gas naturale, bruciato immediatamente secondo la nota pratica del gas flaring, o introdotto in atmosfera: rendendo questa la regione interessata dalla più grande emissione di gas serra del pianeta. Scontri etnici e politici si protraggono dagli anni ’90, mentre Amnesty International, il Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente, diverse inchieste giornalistiche e la stessa ERA hanno denunciato come la devastazione del Niger sia dovuta alle fuoriuscite di petrolio che hanno contaminato falde acquifere, corsi d’acqua, foreste e campi coltivati. Tutte le più grandi compagnie petrolifere mondiali operano nel Delta del Niger: ENI, Shell, Bp, Chevron, ConocoPhillips, Marathon Oil, Total, Sonatrach, Exxon, e NNPC. Per anni, è stato impossibile contrastare tanto il governo della Nigeria per collusione e negligenza, quanto le multinazionali del petrolio. Ma, proprio tra il 2012 e il 2013, per la prima volta ci sono state considerevoli novità, che creano un precedente della massima importanza. Nel luglio 2009, la Serap (Socio-Economic Rights and Accountability Project) con il supporto legale di Amnesty International aveva presentato una causa contro il governo della Nigeria e sei aziende petrolifere per violazione dei diritti umani e inquinamento da idrocarburi. Con una sentenza del 16 dicembre 2012 la Corte di giustizia della Comunità economica degli stati dell’Africa occidentale (Ecowas) ha dichiarato il governo responsabile di non aver tutelato il Delta del Niger dall’attività estrattiva, non ché di abusi commessi dalle aziende petrolifere in seguito alla violazione degli articoli 21 (diritto alle ricchezze e risorse naturali) e 24 (diritto ad un ambiente sano) della Carta africana dei diritti umani e dei popoli. Lo scorso 30 gennaio 2013, invece, La Shell è stata condannata da un tribunale olandese per “negligenza” e mancanza di controlli nello stato di Akwa Ibom e costretta a risarcire Friday Akpan, un contadino del luogo. E’ stata la prima volta che una causa simile si sia svolta in un Tribunale del Paese di origine della multinazionale incriminata. A tal proposito, Menno Kamminga, professore di diritto internazionale presso l’università di Maastricht, ha dichiarato: «Il fatto che una controllata sia stata ritenuta responsabile da un tribunale olandese è un fatto nuovo e apre nuove strade. La corte non si è limitata ad esaminare il ruolo della società madre, ma ha visto anche gli abusi commessi da Shell Nigeria. Questa è una vera svolta». Il CDCA lavora sugli impatti delle estrazioni petrolifere da molti anni, con particolare riferimento ai fronti estrattivi in Nigeria, Italia ed in Amazzonia. Dal 2011 il CDCA – Centro di Documentazione sui Conflitti Ambientali istituito da A Sud nel 2007, prende parte al progetto europeo di ricerca collaborativa tra mondo accademico e società civile EJOLT – Environmental Justice Organizations Liabilities and...
read moreCDCA participates to EJOLT delegation in Nigeria
From March 14th to 23rd, CDCA and A Sud went in Nigeria to participate at the EJOLT fieldwork activities. The EJOLT fieldwork happened on the 20th anniversary of ERA – Environmental Right Action, the nigerian environmentalist organisation with which CDCA has been working for years on oil extraction’s impacts on environment, health and people’s rights. Field trips would be held in the Niger Delta, in the Ogoni area of Goi and in Ikot Ada Odo area in the Akwa Ibom State. Environmental devastation will be documented by reporting direct evidences and informations from local people affected by Shell, ExxonMobil, Total, Chevron and ENI’s oil related activities. Discussions on affected communities’ legal tools will be held, considered as living matters due to their centrality in the recent trial against Shell. During the visit, CDCA will present the draft report on oil activities’ related environmental conflicts and corporate responsibilities edited in collaboration with ERA. The report, focused on ENI, will be available in May in two versions (English and Italian), in view of ENI shareholders assembly. The report would become a tool to go on with complaints, political actions and reflections on energy model’s alternatives, issues that will all be discussed by 22 organizations and universities – partners of EJOLT – during the one-week Rome workshop, on November 2013. IN DEPTH: See the [delegation program->https://www.cdca.it/spip.php?article2258&lang=en] CDCA analysis of the conflict [Multinational Oil Companies on the Niger Delta->https://www.cdca.it/spip.php?article1621&lang=en] From NIGERIA _ PHOTOS: _ Look at the delegation album VIDEO: Watch all videos and video interviews realised in Nigeria NEWS: [Nnimmo Bassey welcome words at ERA 20th Anniversary->https://cdca.it/spip.php?article2262&lang=en] [Crude Justice and ecocide in the Niger Delta->https://www.cdca.it/ecrire/?exec=articles&id_article=2270] CDCA Press Review: [Il fiume Niger e i petrolieri -{ The niger River and oil companies}, by M. Di Pierri and L. Greyl on national newspaper l’Unità of march 24 ->https://www.cdca.it/spip.php?article2265] Radio interview to L. Greyl for SBS Australia [Lucie Greyl interview from Nigeria for DailyStorm->https://www.cdca.it/spip.php?article2267] Radio interview from Nigeria for Giornale Radio Sociale Radio programma Afrofonia from Radio Vaticana on the Delta...
read moreMobilitazione No-Coke Alto Lazio
Martedì 12 marzo ore 10,00 presso il Ministero dell’Ambiente a Roma, il movimento No-Coke dell’Alto Lazio convoca tutte le associazioni e comitati che sostengono la loro battaglia a partecipare per ricordare i pesanti impatti della centrale in termini ambientali, di salute e di vita. L’appello alla partecipazione è rivolto a tutti, perché la città di Civitavecchia riguarda tutti i romani. Alla luce degli ultimi anni di collaborazione stretta e relazione politica con i no-coke Alto Lazio, A Sud ci sarà! Qui di seguito, riportiamo il comunicato del movimento No-Coke: Martedì 12 marzo, alle ore 10,00, a Roma, presso il Ministero dell’Ambiente, Via Capitan Bavastro 174, saremo presenti alla Conferenza dei Servizi per il rinnovo dell’Autorizzazione Integrata Ambientale della centrale a carbone di Torrevaldaliga Nord. Alcuni esponenti del Movimento No Coke Altolazio e dei Medici per l’Ambiente rappresenteranno nella prevista audizione la voce del popolo inquinato e ribadiranno le richieste contenute nella petizione al Sindaco di Civitavecchia sottoscritta da molti cittadini del territorio, per il rispetto delle prescrizioni non attuate e la fissazione di limiti più restrittivi, in considerazione dell’alta concentrazione di fonti inquinanti che minacciano la salute della popolazione. Ci aspettiamo che Pietro Tidei, in qualità di sindaco del sito ospitante l’impianto, avvalendosi dei poteri conferitigli dal Regio decreto 27 luglio 1934, n. 1265, stabilisca precise prescrizioni a tutela della salute dei cittadini. E’ la sede opportuna per dimostrare con i fatti come intende provvedere alle numerose criticità e inadempienze ambientali denunciate a carico di Enel, che mettono a rischio la salute della popolazione. I dati Enel dimostrano che la centrale di TVN di Civitavecchia con i suoi tre gruppi a carbone emette in atmosfera, ogni anno 2100 t/a di SO2, 3450 t/a di NOx e 260 t/a di polveri, questo è l’inquinamento massiccio che la conferenza dei servizi andrà a discutere, che la delegazione dei Medici e Tecnici del Movimento non coke Alto Lazio chiederà di abbassare, con l’adeguamento dell’impianto alla normativa europea. Ricorderemo inoltre che nel “Rapporto 2011”, pubblicato dall’Osservatorio Ambientale per Torrevaldaliga Nord della Regione Lazio, “La popolazione residente nel solo comune di Civitavecchia nel periodo 2006-2010 presenta un quadro di mortalità per cause naturali (tutte le cause eccetto i traumatismi) e per tumori maligni in eccesso di circa il 10% rispetto alla popolazione residente nel Lazio nello stesso periodo. Tale eccesso si conferma tra gli uomini residenti nell’area allargata”. Sarà, lasciata copia ai membri della commissione della studio commissionato da Greenpeace a SOMO, istituto di ricerca indipendente no profit, i cui dati sono stati riconosciuti come conformi alla realtà dal Tribunale di Roma, dove si evidenzia che “la produzione termoelettrica a carbone di Enel è causa, in Italia, di una morte prematura al giorno e di danni al Paese stimabili in circa 2 miliardi di euro l´anno; mentre in Europa quella stessa produzione causa quasi 1.100 casi di morti premature l´anno e danni per 4,3 miliardi di euro.” E’ importante in quella sede far sentire la pressione dei cittadini dell’Alto Lazio su quanti, membri della conferenza dei servizi e Sindaco Tidei, sono chiamati a decidere del nostro futuro e della nostra salute. Invitiamo perciò i cittadini a partecipare al presidio organizzato sotto il Ministero proprio durante lo svolgimento della Conferenza dei Servizi. Chiediamo inoltre a tutti di portarsi dietro un paio di scarpe a rappresentare...
read moreReasoning on natural resources: “New Political Spaces in Latin American Natural Resource Governance”
A new book on ‘post-neoliberal’ governance of natural resources. This book examines how natural resources are governed and struggled over in Latin America. It questions the idea the ‘post-neoliberal’ governance label and illustrates the enduring constraints on democratic and ‘just’ resource extraction. Case studies written by anthropologists, geographers, and sociologists show how resource dependencies continue to shape the political space. Natural resources have traditionally been considered a curse on Latin American societies, from the plundering of the colonial era to the ills of commodity dependency in later years. But recently, there has been widespread optimism of a “post-neoliberal” era in which different types of alternative models are constructed, more in favor of what the local people affected by the mining want. This seems the case in Andean societies in particular, where indigenous and “new” social movements have over the past two decades successfully mobilized and campaigned for substantive rights, territory, and inclusion, as well as a greater share of extraction revenues. But this books shows that all is not well in the mining sector in Latin America, far from. That must have been obvious already for anyone who follows EJOLT or has already read our report on mining conflicts around the world. According to editor Håvard Haarstad, a Postdoctoral Research Fellow at the Department of Geography (University of Bergen, Norway), ‘the “resource curse” and a return to populist authoritarianism are lurking in the shadows. Put simply, there are real grounds for optimism that natural resource extraction can improve livelihoods in the region, but at the same time there are many pitfalls and lingering problems that can undermine a just distribution of risks and benefits.’ This book, like EJOLT does in the last two years now, illustrates some of these struggles. One chapter was co-written by CDCA and EJOLT collaborator Lucie Greyl: Non-extractive Policies as a Path to Environmental Justice? The Case of the Yasuní Park in Ecuador. It makes a reflection on the innovative proposal to leave the oil in the Yasunì Park in Ecuador underground. Both CDCA and EJOLT have already written about this proposal. EJOLT will soon release a full report on it. The Yasunì Park, a UNESCO World biosphere reserve in the Ecuadorian Amazonia, is a hotspot of bio- and ethno-diversity whose reproduction capacities have been increasingly jeopardized in recent decades, particularly because of the oil extraction activities. The Yasunì-ITT initiative proposes to leave over 846 million barrels of oil in the ground, not only to protect forest biodiversity, but also in order to foster innovative strategies of energy production and consumption, to face climate change and to advance an alternative model to the carbon emissions market. Lucie’s chapter provides a theoretical discussion of the challenges of this proposal and the difficulties faced in the process of nationalisation of oil companies from a socio-environmental point of view. It highlights the role of civil society in the development and implementation of the initiative by exploring the philosophical and political ideas in which the arguments of the involved actors are grounded. Finally, it uses the Yasuní case to reflect more broadly on extraction, non-extraction policies, and social justice. Source: EJolt...
read moreSentenza Olandese contro la Shell e’ uno spartiacque, sostiene ERA
[Comunicato di ERA del 30 gennaio 2013] La sentenza di oggi (30 gennaio 2013) da parte della corte olandese, ritenendo Shell responsabile per l’inquinamento di terre coltivabili presso Ikot Ada Udo, Stato di Akwa Ibom, Nigeria, è in effetti una vittoria molto importante. Siamo tuttavia rammaricati dal fatto che la corte abbia stabilito diversamente per quanto riguarda le aree di Goi e Oruma. I dubbi dei giudici hanno portato a concludere, infatti, che non ci fossero prove del fatto che le fuoriuscite presso Goi, Stato di Rivers, e presso le comunità Oruma, nello Stato Bayelsa, non fossero state riparate e bonificate. I soggetti querelanti di Goi e Oruma si appelleranno alla sentenza. ERA/FoEN, in una dichiarazione rilasciata a Lagos, sostiene che questa sentenza storica e questa vittoria chiave costituiscano un precedente per la responsabilità ambientale a carico delle società madre, spesso con sede in Europa o negli Stati Uniti, che possono ora essere ritenute responsabili per i reati ambientali commessi dalle loro sussidiarie in giro per il mondo. In questa azione legale, quattro agricoltori, supportati da Friends of the Earth, hanno trascinato la Shell di fronte alla corte olandese, a migliaia di chilometri di distanza dalle loro comunità in Nigeria, dove gli oleodotti mal funzionanti della compagnia hanno causato danni ai loro specchi d’acqua e alle loro terre tra il 2004, il 2005 e il 2006. La Shell ha costantemente negato le proprie responsabilità. Si è rifiutata di bonificare le perdite e di pagare le compensazioni. Ora la Shell, però, non può più tenere la testa sotto la sabbia per quanto riguarda il massiccio degrado a carico della comunità di Ikot Ada Udo. Il caso, che vede come co-querelante Milieudefensie, è stato presentato nel 2008 e ha dovuto affrontare numerosi ostacoli legali, orditi verosimilmente dalla Shell, prima di arrivare a questo punto del giudizio. Mentre la Royal Dutch Shell Plc aveva sostenuto di non poter essere ritenuta responsabile per l’azione della propria sussidiaria in Nigeria, quest’ultima, la Shell Petroleum Development Company Nigeria Ltd, insisteva di non poter essere processata dal tribunale dell’Aja per questioni derivanti dalle autorità nigeriane. Nel 2009, la magistratura olandese si è dichiarata competente per valutare il caso. Lo scorso ottobre, la corte olandese ha ottenuto le prove complete sulla cui base si fonda la sentenza di oggi, che dichiara la Shell colpevole di non aver riparato le fuoriuscite di petrolio che hanno causato la distruzione delle terre dei quattro agricoltori. “Dichiarare la Shell colpevole degli sversamenti di Ikot Ada Udo è encomiabile, ma vogliamo vedere come la Shell celebrerà la conclusione errata a cui è giunta la corte scagionandola dalla distruzione ambientale di Goi e Oruma. Il loro disprezzo per il benessere delle comunità che soffrono a causa degli impatti dello sconsiderato sfruttamento petrolifero del Delta del Niger è ormai leggendario. Le perdite a Ikot Ada Udo sono durate mesi, su terreni agricoli, alla luce del sole, e la Shell ha ancora il coraggio di combattere per evitare la colpevolezza. È giusto ed equo che venga ritenuta responsabile per questo crimine” dichiara Nnimmo Bassey, Direttore Esecutivo di ERA/FoEN. “Questa vittoria per i contadini di Ikot Ada Udo ha creato un precedente, sarà un passo importante, in quanto le multinazionali potranno essere ritenute più facilmente responsabili per i danni provocati nei paesi in via di sviluppo....
read moreDutch Court Rules Against Shell for damages in Nigeria
The ruling by a Dutch court on January 30, 2013 holding Shell responsible for the pollution of farmlands at Ikot Ada Udo (Nigeria) is a step towards environmental justice. However, the court also concluded that there was no proof that the spills at Goi in Ogoni, Rivers State and Oruma communities in Bayelsa State were not cleaned up. The plaintiffs from Goi and Oruma will appeal this ruling. And the court also dismissed all claims against the mother holding Shell, putting responsibility with the Nigerian subsidiary. But as Andy Rowell pointed out in his blog for Oil Change International, “this is the first time a multinational has been held accountable for the actions of its subsidiaries in its home nation.” ERA/FoEN in a statement issued in Lagos called the ruling a landmark judgment and a key victory setting a precedent for global environmental accountability that parent companies, often based in Europe or the United States, can be held accountable for environmental infractions committed by their subsidiaries anywhere in the world. Channa Samkalden, a lawyer acting on behalf of the Nigerian farmers, said: “Overall it’s actually quite a good outcome for us. At least Shell was held liable for one of the cases. That’s a good start. Also, a very important fact is that the court has said that Shell has a duty to take measures to prevent sabotage.” In the suit, four farmers, supported by Friends of the Earth, dragged Shell to the Dutch court thousands of miles away from their communities in Nigeria, where Shell’s defective pipelines caused damage to their fishponds and farmlands in 2004, 2005 and 2008 respectively. Shell has consistently denied responsibility. It refused to clean-up the spill and did not pay compensation. The case, which has the Dutch environmental justice organization Milieudefensie as co-Plaintiff, was filed in 2008 and had passed through lots of legal hurdles ostensibly set up by Shell before getting to this point of judgment. While Royal Dutch Shell Plc had maintained that it could not be held responsible for the actions of its subsidiary in Nigeria, the subsidiary Shell Petroleum Development Company Nigeria Ltd had insisted that it cannot be tried by the court in the Hague for problems arising from Nigeria. But the Dutch judiciary in 2009 declared itself competent to try the case. Last October, the Dutch court had a full trial of the case whereupon the judgment of today declaring that Shell Nigeria broke the law by not repairing leaks that destroyed the lands of the four farmers is based on. “Finding Shell guilty of the spill at Ikot Ada Udo is commendable. Their disdain for the wellbeing of communities that suffer the impacts of its reckless exploitation of oil in the Niger Delta has been legendary. The spill at Ikot Ada Udo lasted for months and in open farmland and yet Shell had the temerity to fight to avoid culpability. It is just and fair that it is held accountable for this crime,” said ERA/FoEN Executive Director, Nnimmo Bassey. “This win for the farmers of Ikot Ada Udo has set a precedent as it will be an important step that multinationals can more easily be made answerable for the damage they do in developing countries. We anticipate other communities will now demand that Shell pay for...
read moreNigeria, una sentenza storica
È una sentenza epocale, quella emessa il 16 dicembre da sei giudici della Corte di giustizia della Comunità economica degli stati dell’Africa occidentale (Ecowas), dal momento che per la prima volta un governo e delle aziende sono chiamate a rendere conto dell’inquinamento. Nel caso Serap versus Nigeria (cominciato nel 2009), la Corte ha ritenuto all’unanimità l’esecutivo nigeriano responsabile per gli abusi commessi da parte delle aziende petrolifere, chiarendo però che lo stesso governo è tenuto a chiedere conto alle compagnie del loro operato. La Corte ha evidenziato come la Nigeria abbia violato gli articoli 21 (diritto alle ricchezze e risorse naturali) e 24 (diritto a un ambiente sano) della Carta africana dei diritti umani e dei popoli, non proteggendo il Delta del Niger e i suoi abitanti dalle attività delle aziende petrolifere che da decenni stanno impunemente devastando la regione. Secondo i giudici, il diritto al cibo e alla vita sociale degli abitanti del delta del Niger è stato violato a causa della distruzione dell’ambiente e quindi della distruzione della loro possibilità a guadagnarsi da vivere e a godere di uno standard di vita sano e adeguato. La Corte ha inoltre dichiarato che sia il governo della Nigeria, sia le aziende petrolifere, hanno violato i diritti umani e culturali degli abitanti della regione. La Corte ha stabilito che l’incapacità del governo di emanare leggi adeguate, di creare istituzioni efficaci nella regolamentazione delle attività delle aziende, di perseguire i responsabili dell’inquinamento, costituisce una violazione degli obblighi internazionali della Nigeria in materia di diritti umani. Con il supporto legale di Amnesty International, nel luglio 2009, il Serap aveva presentato una causa contro il governo federale della Nigeria e sei aziende petrolifere (Chevron Oil Nigeria Plc, Shell Petroleum Development Company Spdc, Elf Petroleum Nigeria Ltd, Exxon Mobil Corporation, Agip Nigeria Plc e Total in Nigeria Plc) per violazione dei diritti umani e inquinamento da idrocarburi nella regione del delta del Niger. Ma mentre il giudice aveva inizialmente affermato che il governo nigeriano e l’azienda petrolifera nazionale (la Nigerian National Petroleum Corporation – NNPC) “possono essere ritenuti responsabili per le violazioni dei diritti umani nel delta del Niger” aveva declinato la propria competenza nel giudicare le aziende dichiarando che: “Una delle questioni più controverse nel diritto internazionale è la responsabilità delle aziende, in particolare delle multinazionali, nei casi di violazione o complicità nelle violazioni dei diritti umani, specialmente nei paesi in via di sviluppo. Infatti, uno dei paradossi che attualmente caratterizzano il diritto internazionale è il fatto che gli stati e gli individui possono essere ritenuti responsabili a livello internazionale, mentre le aziende no.” Fonte: Staccha la spina Foto di Luca...
read moreClima, non può essere un affare per i privati
Giuseppe De Marzo, Ass. A SUD | su L’Unità del 12 dicembre 2012 – In Qatar si è appena conclusa la COP18, la conferenza mondiale delle parti sulla Convenzione quadro sui cambiamenti climatici. Giuseppe De Marzo, Ass. A SUD | su L’Unità del 12 dicembre 2012 – In Qatar si è appena conclusa la COP18, la conferenza mondiale delle parti sulla Convenzione quadro sui cambiamenti climatici. Purtroppo se gli obiettivi erano quelli di arrestare la febbre del pianeta adottando impegni vincolanti per rimpiazzare l’accordo di Kyoto, appena scaduto, ed allo stesso trovare i fondi per garantire adattamento e mitigazione, allora nessuno di questi è stato raggiunto. La governance rimanda ancora al prossimo anno quando ci si vedrà in Polonia per la nuova conferenza. Il Kyoto2 liquidato in Qatar è un accordo parziale e non vincolante, incapace di garantire la riduzione delle emissioni di CO2 di cui abbiamo bisogno per evitare la catastrofe, ad oggi maggiori del 50% rispetto al dato del 1990, individuato come anno base dal protocollo di Kyoto entrato in vigore nel 1997. Dei 100 miliardi annui promessi per il Fondo Verde nemmeno l’ombra. Anche l’Europa che su questo era più impegnata non ha ancora garantito i meccanismi di trasparenza necessari. La crisi economica, le misure di austerity e compatibilità imposte nel continente, impediscono di fatto un ripensamento delle politiche economiche al fine di garantire la sostenibilità ambientale e sociale. Dove trovare allora i soldi necessari? A Doha si è deciso di lasciare mano libera ai privati per individuare soluzioni di mercato con la convinzione che sia questo il luogo da cui elaborare la risposta alla minaccia dei cambiamenti climatici. L’Institutional Investors Group on Climate Change, che rappresenta fondi pensione e asset managers europei, ha già fatto sapere al Financial Times di volere mani libere per garantire profitti e attrarre investimenti. Questo aspetto sottolinea la crisi attuale della politica e lo strapotere degli interessi privati. Ma possiamo lasciare che una questione epocale che riguarda la nostra sopravvivenza e la giustizia sociale ed ambientale rimanga nelle mani dei mercati e della finanza, senza che sia la politica e l’interesse generale a guidare il cambiamento? L’Organizzazione Metereologica Mondiale afferma come il 2012 sia stato l’anno tra i più caldi della storia e che i ghiacciai del Polo nord non siano mai stati così poco estesi, riducendosi a 3,4 milioni di km quadrati, ben il 18% in meno rispetto al 2007. Di questo passo l’Artico resterebbe senza ghiaccio nel 2050. A Doha l’Unep, l’agenzia delle Nazioni Unite per l’ambiente, ha denunciato come il riscaldamento globale venga aggravato dallo scongelamento del permafrost. Il ghiaccio del permafrost, composto di una crosta di circa 2 metri, formatosi durante l’ultima glaciazione, copre un quarto dell’emisfero Nord della Terra e conterrebbe 1.700 gigatonnellate di CO2. Se lo scioglimento dei ghiacciai dovesse procedere al ritmo attuale, la liberazione del gas serra stoccato nel permafrost raddoppierebbe l’impatto del riscaldamento globale, causando un aumento del 39% della CO2 in atmosfera. Il processo viene chiamato “permafrost carbon feedback” ed ha come effetto un aumento della temperatura in superficie ed un ulteriore scioglimento del permafrost. Le temperature artiche ed alpine aumenterebbero due volte più rapidamente della media mondiale. Per affrontare davvero la crisi ecologica dobbiamo mettere al centro la giustizia climatica, ambientale e sociale, evitando di inseguire operazioni di green...
read moreCLIMA: Doha: nulla di fatto per il pianeta
di Marica Di Pierri | 9 dicembre 2012 – Salvata l’apparenza prorogando solo formalmente Kyoto, il documento venuto fuori dalla 18° Cop sul clima di Doha non ha alcuna possibilità di contribuire a ridurre le emissioni, l’unico risultato che invece conta per frenare la catastrofe climatica La Conferenza delle Parti sul Clima delle Nazioni Unite è arrivata alla maggiore età celebrando ieri a Doha, in Qatar, la chiusura della sua 18° edizione. Ma di maturità neppure l’ombra. Dopo i risultati deludenti delle ultime tre Cop (Copenaghen 2009, Cancun 2010 e Durban 2011) sul tavolo a Doha erano tre le questioni centrali. La prosecuzione del Protocollo di Kyoto, in scadenza a fine anno cioè tra meno di un mese. L’istituzione del Fondo Verde promesso a Copenaghen attraverso lo stanziamento di 30 miliardi nel periodo 2010-12 per arrivare a 100 mld entro il 2020. Infine, l’avanzamento delle negoziazioni per la stipula del nuovo accordo globale sulle emissioni che dovrebbe entrare in vigore nel 2020. Purtroppo però il Doha Climate Gateway, documento finale delle due settimane di negoziazioni, è la solita scatola vuota. Le premesse – Ai negoziatori arrivati a Doha – delegazioni di 194 paesi – la situazione globale non può non essere chiara. Gli allarmi degli scienziati e i contenuti dei documenti stilati dalle diverse organizzazioni e centri studi sono univoci e il rischio rappresentato dai cambiamenti climatici per i popoli e per il territorio è palese e innegabile. I rapporti presentati a Doha non lasciano adito a dubbi né spazio a interpretazioni. La Banca Mondiale – non certo un gruppo di ecologisti – ha commissionato al Potsdam Institute for Climate Impact Research and Climate Analytics uno studio titolato Turn Down the Heat dal quale emerge che di questo passo il pianeta raggiungerà un aumento medio di temperatura di 4° entro la fine del secolo, con conseguenze nefaste: inondazione di vaste zone costiere, stagioni torride, siccità, eventi metereologici estremi, penuria di alimenti in ampie regioni, etc. Secondo il Rapporto della BM nessun paese è al sicuro dagli effetti dei cambiamenti climatici e c’è il concreto rischio che le situazioni straordinarie che sempre più spesso il cambiamento climatico produce divengano in pochi decenni la normalità. Le particelle di co2 nell’atmosfera, da contenere entro i 350 ppm, sono già attualmente oltre i 390. Continuando di questo passo, a fine secolo sarebbero 880 e i gradi in più, appunto, 4. Il report The Third Emission Gap Report 2012 dell’Unep rincara la dose avvertendo che in mancanza di azioni efficaci per la riduzione immediata delle emissioni la temperatura potrebbe salire fino a 5°. E’ sempre la Unep , nel report Policy Implication of warming Permafrost, a lanciare un allarme ulteriore. Il rapidissimo processo di scioglimento nella zona artica sta interessando anche il permafrost, cioè la parte di suolo perennemente ghiacciata formatasi a seguito dell’ultima era glaciale. Il permafrost è così esteso e contiene tali quantità di materiale organico che il suo disgelo, e la decomposizione dei resti in esso contenuti libererebbero in atmosfera una quantità di co2 che secondo le stime potrebbe raggiungere le 1.700 gigatonnellate, accentuando drasticamente il processo di riscaldamento globale già in atto. La Unep avverte che questa evenienza, che potrebbe in breve tempo divenire una delle maggiori fonti di emissioni clima alteranti, non è tenuta in considerazione negli attuali modelli...
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Marica Di Pierri per Valori.it – Verso la Cop30 di Belém, cosa aspettarci dal più importante appuntamento per salvare il clima della Terra? Diretta con Marica Di Pierri, Luca Lombroso, Giovanni Mori e Lorenzo Tecleme.