Dal 10 al 21 novembre 2025 saremo a Belém, in Brasile, per partecipare come osservatori alla 30° Conferenza delle Nazioni Unite sul Clima. Racconteremo quanto avviene dentro e fuori le negoziazioni, porteremo e raccoglieremo le voci dei territori in lotta contro l’estrattivismo, contro il greenwashing e per una transizione ecologica realmente giusta.
Iscriviti al bollettino Sostieni il nostro lavoroL’agenda della COP30
A Belém si discuteranno e valuteranno gli NDCs, i nuovi impegni climatici nazionali che stabiliscono gli obiettivi di riduzione delle emissioni di ogni paese. Accanto alla mitigazione, l’adattamento sarà uno dei temi centrali attraverso il Global Goal on Adaptation (GGA) e i nuovi Piani nazionali di adattamento. Un altro capitolo chiave sarà quello della finanza per il clima. Tra i punti principali il nuovo obiettivo di finanziamento (NCQG), che punta ad aumentare il sostegno ai Paesi in via di sviluppo da 100 a 300 miliardi di dollari l’anno, e la Roadmap Baku-Belém, che traccia un percorso per mobilitare almeno 1.300 miliardi di dollari l’anno entro il 2035.
Temi cruciali, che si scontrano con uno scenario geopolitico ostile, segnato dal negazionismo climatico, dai venti di guerra, dalla corsa al riarmo e dalla violenza istituzionale. Non è un caso che in gioco a Belém ci sia più che mai la credibilità della diplomazia climatica e la sua capacità di tradurre le intenzioni in impegni concreti.
La Cupula dos povos
La Cúpula dos Povos è il grande incontro dei movimenti sociali e delle comunità che vivono in prima linea la crisi climatica. Nata nel 1992 come risposta critica alle negoziazioni ufficiali, propone un’alternativa fondata su giustizia climatica, sociale e ambientale, solidarietà e saperi ancestrali.
Dal 12 al 16 novembre 2025, in concomitanza con la COP30 di Belém, riunirà popoli indigeni, comunità quilombola e tradizionali, giovani e lavorator? in marce, dibattiti e azioni culturali.
La Cúpula mette al centro vite, diritti e territori, non statistiche: unisce chi costruisce ogni giorno soluzioni reali, dall’agroecologia alla difesa dei beni comuni, per spingere i governi ad adottare politiche di vera giustizia climatica.
Dichiarazione della Cupula Dos Povos
Perché A Sud e CDCA alla COP?
Nelle Cop si riuniscono i governi dei 197 Paesi che hanno ratificato la Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (UNFCCC), firmata a Rio de Janeiro nel 1992. Ma la COP30 non è solo un vertice diplomatico: è il terreno di confronto (e di scontro) tra attori diversi e diverse visioni del mondo. Da una parte il business as usual che trasforma la crisi climatica in profitto, dall’altra movimenti e territori che lottano per giustizia climatica, autodeterminazione e diritti della Natura.
La COP30 si terrà nel cuore dell’Amazzonia, a Belém do Pará, in Brasile. Non è un dettaglio geografico ma una scelta politica: è nel Sud globale che l’ingiustizia climatica colpisce più duramente mentre il Nord globale continua a negoziare emissioni e interessi fossili.
Qui non si decide solo il futuro del clima: si decide chi avrà diritto a un futuro.
Per raccontare cosa c’è in gioco, e come finisce la partita.
Andiamo alla COP per osservare da vicino i negoziati, capire quali equilibri politici e di potere si stanno ridefinendo, e portare la prospettiva dei territori e dei movimenti che chiedono giustizia climatica.
La partecipazione di A Sud e CDCA serve a connettere le lotte locali con quelle globali, rafforzare alleanze internazionali e raccontare – con sguardo indipendente e critico – come la diplomazia climatica sta affrontando, o eludendo, le proprie responsabilità.
Perché solo intrecciando voci e resistenze dal basso possiamo costruire un futuro giusto per tutt?.
Per costruire e rafforzare alleanze internazionali
Svolgere la COP in Brasile è un segnale che conta: significa rimettere al centro chi la crisi climatica la subisce davvero. Andiamo a Belém per stare con i movimenti globali per la giustizia climatica. In America Latina oggi si gioca una partita enorme: conflitti ambientali, estrattivismo, repressione, lotte indigene e popolari che resistono da decenni. Con tante realtà — dalla Colombia alla Bolivia, fino all’Amazzonia — abbiamo già lavorato, fatto campagne, costruito ponti. Lì ritroviamo compagn? con cui condividiamo visioni e pratiche.
Per portare una visione radicale dentro la COP
Sì, probabilmente sarà l’ennesimo flop diplomatico. Ma proprio per questo dobbiamo esserci, per non lasciare quei tavoli alle lobby fossili e ai governi che parlano di transizione mentre trivellano.
Da dentro vedi meglio le dinamiche, le crepe, le possibilità di alleanze e di conflitto.
Andiamo per portare la prospettiva della giustizia climatica e delle lotte dal basso, che legano crisi climatica, razzismo, patriarcato e disuguaglianze. La COP non è un punto d’arrivo: è un passaggio. Il resto si fa fuori, insieme, ogni giorno.
Diario dalla COP30
- Giorno 12 – 24 novembre 2025
Belém svela il fallimento della diplomazia climatica, ma apre spiragli: una roadmap anti-fossile e nuove alleanze per la giustizia.
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- Giorno 11 – 21 novembre 2025
Penultimo giorno a Belém: incendio in COP30, stalli politici e pressioni crescenti sul BAM e sull’uscita dai fossili.
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- Giorno 10 – 20 novembre 2025A Belém 85 Paesi spingono per uscire dai fossili, mentre Italia e Polonia frenano. La COP30 è al bivio, il tempo è adesso.
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- Giorno 9 – 19 novembre 2025
Belém rilancia la lotta globale ai fossili: la Colombia guida un fronte che vuole uscire davvero dal modello che brucia il pianeta.
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- Giorno 8 – 18 novembre 2025
Alla COP30 la transizione dai combustibili fossili sembra lontana, mentre i fondi dell’adattamento sono sotto il minimo.
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- Giorno 7 – 17 novembre 2025
Belem in rivolta: popoli indigeni e movimenti sociali spingono per una COP30 che dica finalmente basta ai fossili.
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- Giorno 6 – 15 novembre 2025
Anche quest’anno i dati sulla presenza dei lobbisti Gas&Oil alla conferenza di Belém sono alti: su ogni 25 persone accreditate al vertice, uno è un lobbista dei combustibili fossili, in totale sono oltre 1600.
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- Giorno 5 – 14 novembre 2025
Il TFFF entra nella Cupula tra promesse e contraddizioni: fondi incerti, debiti in aumento e movimenti che denunciano l’ennesima falsa soluzione verde.
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- Giorno 4 – 13 novembre 2025
A Belém la protesta indigena irrompe nella COP30 e svela le contraddizioni del Brasile fossile. Intanto la Cupula esplode di mobilitazioni globali.
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- Giorno 3 – 12 novembre 2025
Adattamento al centro della COP30, ma i fondi restano insufficienti. A Belém arrivano movimenti e comunità indigene: la vera pressione viene dai territori.
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- Giorno 2 – 11 novembre 2025
Lula parla di disuguaglianze alla Cop30, ma il Brasile continua a spingere sul fossile. A Belém torna al centro il nodo tra clima e ingiustizia.
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- Giorno 1 – 10 novembre 2025
Dalla Cop30 alla Cúpula dos Povos: a Belém si apre la sfida per la giustizia climatica tra responsabilità globali, diritti dei popoli e resistenza dei territori.
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Articoli di approfondimento alla COP30
- Cosa resta della Cop30, la battaglia per il clima e i diritti è ancora lunga – 24 novembre 2025
Marica Di Pierri e Laura Greco su Domani – COP30 fallisce su fossili e foreste, ma il Bam e il blocco dei 82 paesi per l’uscita dal fossile aprono spiragli di lotta e nuove alleanze.
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- Sulla fine dei lavori della COP30 – 24 novembre 2025
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Cosa è successo alla 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici? Quali sono le grandi vittorie? Quali le sconfitte?
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- La tabella della discordia – cos’è successo alla COP30 – 23 novembre 2025
Laura Greco su Radio24 – COP30 a Belém annuncia impegni su energia, foreste e adattamento, ma senza una vera uscita dal fossile restano promesse vuote da incalzare con lotte dal basso.
Ascolta su Il Sole 24 ore
- “A resposta somos nós”. Ma alla COP30 le richieste dei popoli indigeni non fanno breccia – 23 novembre 2025
Laura Greco su EconomiaCircolare.com – Alla COP30 le voci indigene restano ai margini mentre la foresta corre verso il punto di non ritorno. Senza giustizia, non c’è futuro.
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- La “Dichiarazione di Belém” e il multilateralismo del phase out dai fossili spinto dal basso – 21 novembre 2025
Laura Greco su Altreconomia – Da Belém arriva una spinta dal basso per uscire dai fossili: governi e movimenti uniscono le voci per un phase out reale, giusto, globale.
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- Cop30: senza il Gender action plan ogni azione climatica è limitata – 21 novembre 2025
Marica Di Pierri e Laura Greco su Valori – Nonostante le ambiziose premesse il Gender action plan ha trovato diversi ostacoli sui tavoli negoziali della Cop30
- Cop30: senza il Gender action plan ogni azione climatica è limitata – 21 novembre 2025

- Alla Cop30 arrivano le storie di migrazioni climatiche – 21 novembre 2025
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30, in vista delle negoziazioni finali, si parla del fenomeno crescente degli sfollamenti forzati dal cambiamento climatico.
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- Belém, la foresta degli indigeni si ribella a Lula – 20 novembre 2025
Laura Greco su Il Manifesto – Le nazionalità dell’Amazzonia denunciano l’inagibilità politica alla Cop e chiedono una mobilitazione internazionale guidata direttamente dai popoli indigeni per proteggere i loro territori e affrontare la crisi climatica alla radice
- Alla Cop 30 i movimenti si riprendono la scena – 20 novembre 2025
Marica Di Pierri su Il Manifesto – Era dalla Cop 26 di Glasgow che non si vedeva così tanta società civile. Accanto al vertice ufficiale, in più di 50 mila hanno animato la «Cupula dos povos» per una svolta vera sul clima e i diritti
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- COP30, BELÉM | Italiani in mobilitazione – 20 novembre 2025]
Il Climate Pride in azione alla COP30: l? attivist? chiedono all’Italia una roadmap chiara e ambiziosa per uscire dai fossili.
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- A Belém torna il protagonismo sociale – 19 novembre 2025
Marica Di Pierri su Collettiva – Alla Cop30 movimenti, organizzazioni, popoli e sindacati riacquistano centralità: proposte e campagne dal basso sono arrivate nelle stanze dei negoziati.
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- Come procede la COP30 in Brasile? Intervista a Laura Greco da Bélem – 19 novembre 2025
Laura Greco su Scienza e Pace Magazine – COP30 tra repressione, lobby fossili e resistenze indigene: la giustizia climatica la costruiscono i territori, non i negoziati.
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- Lifegate dalla COP30 – 18 novembre 2025
Marica Di Pierri su Lifegate – Dalla COP30 il racconto dell’inedita comunicazione tra dentro e fuori la COP, tra le richieste indigene e l’ambiguo governo di Lula.
Ascolta su Lifegate
- Il Fondo per le foreste e la falsa soluzione del biocapitalismo si ripropone alla Cop30 di Belém – 18 novembre 2025
Laura Greco su Altreconomia – Il Tropical forests forever facility lanciato da Lula è l’ennesimo dispositivo finanziario che viene presentato come innovazione.
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- Attivismo e giustizia climatica: se il diritto alla protesta diventa un reato – 17 novembre 2025
Marica Di Pierri su Valori.it – Alla Cop30 emerge un allarme globale: in molti Paesi il diritto alla protesta viene represso e l’attivismo ambientale è sempre più criminalizzato
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- Alla Cop30 di Belèm il fondo per l’adattamento resta senza fondi – 17 novembre 2025]
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30 fallisce, per il terzo anno di fila, l’obiettivo di raccolta minima per finanziare l’adattamento dei Paesi del Sud globale.
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- Massiccia partecipazione popolare a Belém – 16 novebre 2025
Marica Di Pierri su L’aria Che Respiri – Alla Cúpula dos Povos tantissime voci per reclamare la fine dei combustibili fossili e una giustizia climatica guidata dai popoli, non dalle multinazionali.
Ascolta su Radio Rai1
- In diretta da Bele?m – Aggiornamenti sulla prima settimana di COP30 – 15 novembre 2025
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – In diretta da Belém, per raccontare in diretta i lavori della 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici. ?Foto di Oliver Ninja e Midia Ninja
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- Cop30: chi difende i combustibili fossili dentro i negoziati sul clima – 14 novembre 2025
Marica Di Pierri per Altreconomia – Alla Cop30 un lobbista fossile ogni 25 delegat?: il vertice che dovrebbe chiudere l’era fossile continua a farsela scrivere da chi la profitta.
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- Giustizia climatica, questa dimenticata – 13 novembre 2025
Marica Di Pierri su Il Manifesto – Il legame tra clima e disuguaglianze è ormai assodato. Ma dopo 30 anni di conferenze, i ricchi continuano a fare grandi affari con i fossili.
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- L’adattamento secondo la COP30: “Adattarsi è sopravvivere” – 13 novembre 2025
Marica Di Pierri per EconomiaCircolare.com – COP30 punta a rendere operativo il Global Goal on Adaptation, tra governance multilivello, indicatori, fondi insufficienti e necessità di giustizia climatica.
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- La Cop30 in Brasile e le politiche industriali green – 11 novembre 2025
Marica Di Pierri per Tutta La Città Ne Parla, Radio3 – È iniziata la Cop30 a Belém, 10 giorni in cui si discuterà su come trovare una via d’uscita alla deriva del cambiamento climatico nonostante le difficoltà politiche che ci circondano.
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- Road to Belém – 7 novembre 2025
Marica Di Pierri per Valori.it – Verso la Cop30 di Belém, cosa aspettarci dal più importante appuntamento per salvare il clima della Terra? Diretta con Marica Di Pierri, Luca Lombroso, Giovanni Mori e Lorenzo Tecleme.
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- Da Parigi a Belém, i conti che non tornano – 6 novembre 2025
Marica Di Pierri per Il Manifesto – Tra tensioni e fragili compromessi, i preparativi alla vigilia della Conferenza Onu. A che punto sono gli impegni nazionali di riduzione e i piani di adattamento dei singoli Paesi.
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- A Sud a Belém alla Cop30 – 6 novembre 2025
A Sud seguirà negoziati e mobilitazioni dalla COP30 di Belém, amplificando le voci dei movimenti per giustizia climatica e sociale.
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- A Sud aderisce alla Global Call to Action della Cúpula dos Povos – 5 settembre 2025
Il 15 novembre scendiamo in piazza: basta disuguaglianze e razzismo ambientale, vogliamo giustizia climatica e un mondo dove la vita sia al centro.
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- Vertice dei Popoli Verso la COP30: Manifesto Politico – 13 giugno 2025
A Sud aderisce al Manifesto dei Popoli verso la COP30: un appello globale per giustizia climatica, anticapitalismo e democrazia dal basso.
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Racconteremo le negoziazioni
Per spiegare cosa accade davvero alla COP30, come si muovono i governi e quali interessi guidano le scelte sulla crisi climatica. Vi offriremo una copertura quotidiana per raccontarvi con le nostre parole e con uno sguardo critico, indipendente e radicale, vicino ai movimenti il dentro e fuori la Cop
Sveleremo le contraddizioni
Tra le promesse ufficiali e la realtà, mostrando lo scontro continuo tra lobby fossili e popoli che difendono la vita e i territori. Denunceremo le responsabilità smascherando la falsa transizione energetica e chi continua a inquinare mentre parla di sostenibilità con greenwashing e false soluzioni
Daremo voce alle comunità
Portando le loro storie, le lotte quotidiane e le alternative concrete alla devastazione ambientale, contro colonialismo ed estrazione. Ci collegheremo con l’Italia per connettere istanze e battaglie
INFO E CONTATTI
Per contatti e interviste con la delegazione:
maricadipierri@asud.net
+ 55 21 967071220
Laura Greco
lauragreco@asud.net
+55 21 997673184
Dutch Court Rules Against Shell for damages in Nigeria
The ruling by a Dutch court on January 30, 2013 holding Shell responsible for the pollution of farmlands at Ikot Ada Udo (Nigeria) is a step towards environmental justice. However, the court also concluded that there was no proof that the spills at Goi in Ogoni, Rivers State and Oruma communities in Bayelsa State were not cleaned up. The plaintiffs from Goi and Oruma will appeal this ruling. And the court also dismissed all claims against the mother holding Shell, putting responsibility with the Nigerian subsidiary. But as Andy Rowell pointed out in his blog for Oil Change International, “this is the first time a multinational has been held accountable for the actions of its subsidiaries in its home nation.” ERA/FoEN in a statement issued in Lagos called the ruling a landmark judgment and a key victory setting a precedent for global environmental accountability that parent companies, often based in Europe or the United States, can be held accountable for environmental infractions committed by their subsidiaries anywhere in the world. Channa Samkalden, a lawyer acting on behalf of the Nigerian farmers, said: “Overall it’s actually quite a good outcome for us. At least Shell was held liable for one of the cases. That’s a good start. Also, a very important fact is that the court has said that Shell has a duty to take measures to prevent sabotage.” In the suit, four farmers, supported by Friends of the Earth, dragged Shell to the Dutch court thousands of miles away from their communities in Nigeria, where Shell’s defective pipelines caused damage to their fishponds and farmlands in 2004, 2005 and 2008 respectively. Shell has consistently denied responsibility. It refused to clean-up the spill and did not pay compensation. The case, which has the Dutch environmental justice organization Milieudefensie as co-Plaintiff, was filed in 2008 and had passed through lots of legal hurdles ostensibly set up by Shell before getting to this point of judgment. While Royal Dutch Shell Plc had maintained that it could not be held responsible for the actions of its subsidiary in Nigeria, the subsidiary Shell Petroleum Development Company Nigeria Ltd had insisted that it cannot be tried by the court in the Hague for problems arising from Nigeria. But the Dutch judiciary in 2009 declared itself competent to try the case. Last October, the Dutch court had a full trial of the case whereupon the judgment of today declaring that Shell Nigeria broke the law by not repairing leaks that destroyed the lands of the four farmers is based on. “Finding Shell guilty of the spill at Ikot Ada Udo is commendable. Their disdain for the wellbeing of communities that suffer the impacts of its reckless exploitation of oil in the Niger Delta has been legendary. The spill at Ikot Ada Udo lasted for months and in open farmland and yet Shell had the temerity to fight to avoid culpability. It is just and fair that it is held accountable for this crime,” said ERA/FoEN Executive Director, Nnimmo Bassey. “This win for the farmers of Ikot Ada Udo has set a precedent as it will be an important step that multinationals can more easily be made answerable for the damage they do in developing countries. We anticipate other communities will now demand that Shell pay for...
read moreNigeria, una sentenza storica
È una sentenza epocale, quella emessa il 16 dicembre da sei giudici della Corte di giustizia della Comunità economica degli stati dell’Africa occidentale (Ecowas), dal momento che per la prima volta un governo e delle aziende sono chiamate a rendere conto dell’inquinamento. Nel caso Serap versus Nigeria (cominciato nel 2009), la Corte ha ritenuto all’unanimità l’esecutivo nigeriano responsabile per gli abusi commessi da parte delle aziende petrolifere, chiarendo però che lo stesso governo è tenuto a chiedere conto alle compagnie del loro operato. La Corte ha evidenziato come la Nigeria abbia violato gli articoli 21 (diritto alle ricchezze e risorse naturali) e 24 (diritto a un ambiente sano) della Carta africana dei diritti umani e dei popoli, non proteggendo il Delta del Niger e i suoi abitanti dalle attività delle aziende petrolifere che da decenni stanno impunemente devastando la regione. Secondo i giudici, il diritto al cibo e alla vita sociale degli abitanti del delta del Niger è stato violato a causa della distruzione dell’ambiente e quindi della distruzione della loro possibilità a guadagnarsi da vivere e a godere di uno standard di vita sano e adeguato. La Corte ha inoltre dichiarato che sia il governo della Nigeria, sia le aziende petrolifere, hanno violato i diritti umani e culturali degli abitanti della regione. La Corte ha stabilito che l’incapacità del governo di emanare leggi adeguate, di creare istituzioni efficaci nella regolamentazione delle attività delle aziende, di perseguire i responsabili dell’inquinamento, costituisce una violazione degli obblighi internazionali della Nigeria in materia di diritti umani. Con il supporto legale di Amnesty International, nel luglio 2009, il Serap aveva presentato una causa contro il governo federale della Nigeria e sei aziende petrolifere (Chevron Oil Nigeria Plc, Shell Petroleum Development Company Spdc, Elf Petroleum Nigeria Ltd, Exxon Mobil Corporation, Agip Nigeria Plc e Total in Nigeria Plc) per violazione dei diritti umani e inquinamento da idrocarburi nella regione del delta del Niger. Ma mentre il giudice aveva inizialmente affermato che il governo nigeriano e l’azienda petrolifera nazionale (la Nigerian National Petroleum Corporation – NNPC) “possono essere ritenuti responsabili per le violazioni dei diritti umani nel delta del Niger” aveva declinato la propria competenza nel giudicare le aziende dichiarando che: “Una delle questioni più controverse nel diritto internazionale è la responsabilità delle aziende, in particolare delle multinazionali, nei casi di violazione o complicità nelle violazioni dei diritti umani, specialmente nei paesi in via di sviluppo. Infatti, uno dei paradossi che attualmente caratterizzano il diritto internazionale è il fatto che gli stati e gli individui possono essere ritenuti responsabili a livello internazionale, mentre le aziende no.” Fonte: Staccha la spina Foto di Luca...
read moreClima, non può essere un affare per i privati
Giuseppe De Marzo, Ass. A SUD | su L’Unità del 12 dicembre 2012 – In Qatar si è appena conclusa la COP18, la conferenza mondiale delle parti sulla Convenzione quadro sui cambiamenti climatici. Giuseppe De Marzo, Ass. A SUD | su L’Unità del 12 dicembre 2012 – In Qatar si è appena conclusa la COP18, la conferenza mondiale delle parti sulla Convenzione quadro sui cambiamenti climatici. Purtroppo se gli obiettivi erano quelli di arrestare la febbre del pianeta adottando impegni vincolanti per rimpiazzare l’accordo di Kyoto, appena scaduto, ed allo stesso trovare i fondi per garantire adattamento e mitigazione, allora nessuno di questi è stato raggiunto. La governance rimanda ancora al prossimo anno quando ci si vedrà in Polonia per la nuova conferenza. Il Kyoto2 liquidato in Qatar è un accordo parziale e non vincolante, incapace di garantire la riduzione delle emissioni di CO2 di cui abbiamo bisogno per evitare la catastrofe, ad oggi maggiori del 50% rispetto al dato del 1990, individuato come anno base dal protocollo di Kyoto entrato in vigore nel 1997. Dei 100 miliardi annui promessi per il Fondo Verde nemmeno l’ombra. Anche l’Europa che su questo era più impegnata non ha ancora garantito i meccanismi di trasparenza necessari. La crisi economica, le misure di austerity e compatibilità imposte nel continente, impediscono di fatto un ripensamento delle politiche economiche al fine di garantire la sostenibilità ambientale e sociale. Dove trovare allora i soldi necessari? A Doha si è deciso di lasciare mano libera ai privati per individuare soluzioni di mercato con la convinzione che sia questo il luogo da cui elaborare la risposta alla minaccia dei cambiamenti climatici. L’Institutional Investors Group on Climate Change, che rappresenta fondi pensione e asset managers europei, ha già fatto sapere al Financial Times di volere mani libere per garantire profitti e attrarre investimenti. Questo aspetto sottolinea la crisi attuale della politica e lo strapotere degli interessi privati. Ma possiamo lasciare che una questione epocale che riguarda la nostra sopravvivenza e la giustizia sociale ed ambientale rimanga nelle mani dei mercati e della finanza, senza che sia la politica e l’interesse generale a guidare il cambiamento? L’Organizzazione Metereologica Mondiale afferma come il 2012 sia stato l’anno tra i più caldi della storia e che i ghiacciai del Polo nord non siano mai stati così poco estesi, riducendosi a 3,4 milioni di km quadrati, ben il 18% in meno rispetto al 2007. Di questo passo l’Artico resterebbe senza ghiaccio nel 2050. A Doha l’Unep, l’agenzia delle Nazioni Unite per l’ambiente, ha denunciato come il riscaldamento globale venga aggravato dallo scongelamento del permafrost. Il ghiaccio del permafrost, composto di una crosta di circa 2 metri, formatosi durante l’ultima glaciazione, copre un quarto dell’emisfero Nord della Terra e conterrebbe 1.700 gigatonnellate di CO2. Se lo scioglimento dei ghiacciai dovesse procedere al ritmo attuale, la liberazione del gas serra stoccato nel permafrost raddoppierebbe l’impatto del riscaldamento globale, causando un aumento del 39% della CO2 in atmosfera. Il processo viene chiamato “permafrost carbon feedback” ed ha come effetto un aumento della temperatura in superficie ed un ulteriore scioglimento del permafrost. Le temperature artiche ed alpine aumenterebbero due volte più rapidamente della media mondiale. Per affrontare davvero la crisi ecologica dobbiamo mettere al centro la giustizia climatica, ambientale e sociale, evitando di inseguire operazioni di green...
read moreCLIMA: Doha: nulla di fatto per il pianeta
di Marica Di Pierri | 9 dicembre 2012 – Salvata l’apparenza prorogando solo formalmente Kyoto, il documento venuto fuori dalla 18° Cop sul clima di Doha non ha alcuna possibilità di contribuire a ridurre le emissioni, l’unico risultato che invece conta per frenare la catastrofe climatica La Conferenza delle Parti sul Clima delle Nazioni Unite è arrivata alla maggiore età celebrando ieri a Doha, in Qatar, la chiusura della sua 18° edizione. Ma di maturità neppure l’ombra. Dopo i risultati deludenti delle ultime tre Cop (Copenaghen 2009, Cancun 2010 e Durban 2011) sul tavolo a Doha erano tre le questioni centrali. La prosecuzione del Protocollo di Kyoto, in scadenza a fine anno cioè tra meno di un mese. L’istituzione del Fondo Verde promesso a Copenaghen attraverso lo stanziamento di 30 miliardi nel periodo 2010-12 per arrivare a 100 mld entro il 2020. Infine, l’avanzamento delle negoziazioni per la stipula del nuovo accordo globale sulle emissioni che dovrebbe entrare in vigore nel 2020. Purtroppo però il Doha Climate Gateway, documento finale delle due settimane di negoziazioni, è la solita scatola vuota. Le premesse – Ai negoziatori arrivati a Doha – delegazioni di 194 paesi – la situazione globale non può non essere chiara. Gli allarmi degli scienziati e i contenuti dei documenti stilati dalle diverse organizzazioni e centri studi sono univoci e il rischio rappresentato dai cambiamenti climatici per i popoli e per il territorio è palese e innegabile. I rapporti presentati a Doha non lasciano adito a dubbi né spazio a interpretazioni. La Banca Mondiale – non certo un gruppo di ecologisti – ha commissionato al Potsdam Institute for Climate Impact Research and Climate Analytics uno studio titolato Turn Down the Heat dal quale emerge che di questo passo il pianeta raggiungerà un aumento medio di temperatura di 4° entro la fine del secolo, con conseguenze nefaste: inondazione di vaste zone costiere, stagioni torride, siccità, eventi metereologici estremi, penuria di alimenti in ampie regioni, etc. Secondo il Rapporto della BM nessun paese è al sicuro dagli effetti dei cambiamenti climatici e c’è il concreto rischio che le situazioni straordinarie che sempre più spesso il cambiamento climatico produce divengano in pochi decenni la normalità. Le particelle di co2 nell’atmosfera, da contenere entro i 350 ppm, sono già attualmente oltre i 390. Continuando di questo passo, a fine secolo sarebbero 880 e i gradi in più, appunto, 4. Il report The Third Emission Gap Report 2012 dell’Unep rincara la dose avvertendo che in mancanza di azioni efficaci per la riduzione immediata delle emissioni la temperatura potrebbe salire fino a 5°. E’ sempre la Unep , nel report Policy Implication of warming Permafrost, a lanciare un allarme ulteriore. Il rapidissimo processo di scioglimento nella zona artica sta interessando anche il permafrost, cioè la parte di suolo perennemente ghiacciata formatasi a seguito dell’ultima era glaciale. Il permafrost è così esteso e contiene tali quantità di materiale organico che il suo disgelo, e la decomposizione dei resti in esso contenuti libererebbero in atmosfera una quantità di co2 che secondo le stime potrebbe raggiungere le 1.700 gigatonnellate, accentuando drasticamente il processo di riscaldamento globale già in atto. La Unep avverte che questa evenienza, che potrebbe in breve tempo divenire una delle maggiori fonti di emissioni clima alteranti, non è tenuta in considerazione negli attuali modelli...
read moreNessun Dorma. La lotta degli abitanti di Montesano Scalo contro la Centrale Elettrica di Terna
Il Comitato Cittadino “Nessun Dorma”, costituitosi contro la costruzione di una gigantesca Stazione Elettrica di 70.000 m2, ad altissima tensione, la cui costruzione è prevista a pochi metri dal popoloso centro abitato di Montesano Scalo (frazione di Montesano Sulla Marcellana – SA), solleva dinanzi all’opinione pubblica il conflitto generato dal progetto chiedendo l’aiuto di associazioni, organizzazioni sociali, cittadini e di quanti possano contribuire alla battaglia contro l’implementazione della centrale. Riceviamo la segnalazione tramite l’associazione La Ferrovia, una delle realtà impegnate sul territorio. Tutto inizia nel giugno del 2011, quando molti abitanti di Scalo di Montesano, percorrendo la strada obbligatoria che collega le diverse frazioni del paese, notano la comparsa improvvisa di un cantiere enorme, nel quale si lavora a ritmi serratissimi giorno e notte, con enormi sbancamenti di terra e con un via vai di camion ininterrotto. In quei giorni, incontrando gli operai che escono dal cantiere per la pausa pranzo, gli abitanti del paese cominciano a sentire, con crescente preoccupazione, discorsi del tipo: “questi sono dei pazzi!”, “ma cosa vi state facendo fare?” o ancora, “non abbiamo mai realizzato un’opera del genere così vicina al centro abitato!”. È così che la tensione comincia a salire, mentre i lavori dell’ignoto cantiere procedono in maniera repentina e rumorosa, tanto da rendere impossibile il riposo notturno ai residenti. Inizia così ad insinuarsi il sospetto che possa trattarsi di un’opera illecita, così i residenti, non avendo mai sentito parlare di grandi progetti per quella località, si rivolgono ai consiglieri comunali per chiedere spiegazioni. I consiglieri di minoranza, anch’essi turbati, provvedono immediatamente ad acquisire tutta la documentazione reperibile e richiedono un consiglio comunale straordinario. Risulta evidente sin da principio che quel che sta accadendo è degno di attenzione. I cittadini scoprono che il cantiere in questione si riferisce ad un progetto di cui si era inizialmente parlato nel 2006, che prevedeva la costruzione di un parco eolico, previsto, tra l’altro, a oltre 30 km da Montesano Scalo, in piena montagna. È chiaro però che non si sta realizzando alcun parco eolico, bensì una stazione elettrica di grandissime dimensioni, in una località pianeggiante a ridosso del centro abitato e del fiume. I residenti decidono così di costituire un comitato cittadino che intraprende numerose azioni a partire dal settembre del 2011. A seguito di notti insonni passate ad esaminare la documentazione con l’aiuto di tecnici e avvocati, emergono numerosi illeciti amministrativi, primo fra tutti l’abuso edilizio in un’area sottoposta a vincolo paesaggistico, per la quale non è mai stato rilasciato lo svincolo da parte della Soprintendenza ai Beni Architettonici e Paesaggistici di Salerno, Avellino e Benevento. Il 3 ottobre 2011 il Comitato invia un esposto alla Soprintendenza per i Beni Architettonici e Paesaggistici per sollecitare controlli. In risposta la Sovrintendenza comunica al Comune l’ordine di sospendere i lavori della stazione elettrica, prevista in un’area sismica, a ridosso del fiume Pantanelle, con il muro di cinta a meno di tre metri dalle sponde del fiume. Dalle indagini per la verifica delle autorizzazioni da parte della Regione Campania emerge immediatamente un altro grave illecito: la mancanza della Valutazione di Impatto Ambientale (VIA) da parte della Commissione Ambientale della Regione Campania per il Comune di Montesano, mentre la stessa veniva rilasciata solo ed esclusivamente per il Comune di Casalbuono, territorio in cui il progetto era originariamente previsto, in...
read moreCop 18, il riscaldamento globale viene dal ghiaccio
«Il rilascio di CO2 e di metano provenienti dallo scioglimento dei ghiacci del permafrost è irreversibile. Gli obiettivi riguardanti le emissioni antropiche del futuro trattato sul cambiamento climatico dovranno tener conto di queste emissioni. C’è una forte probabilità che si superi l’obiettivo di limitare il riscaldamento massimo delle temperature mondiali a 2°C». Queste le parole di Kevin Schaefer dell’università del Colorado, autore di un allarmante rapporto presentato alla Cop 18 di Doha. NOVITA’ DALLA COP 18 – A Doha è in corso la cosiddetta Cop 18. Le Nazioni Unite discutono di cambiamenti climatici per trovare soluzioni e sviluppare politiche comuni volte a contenere il problema. La cornice è quella del Qatar, il Paese con il più alto livello di emissioni pro capite al mondo. Il precedente quello della Cop 17 svoltasi lo scorso anno a Durban, in Sud Africa, che non ha prodotto alcun accordo vincolante e determinante per la riduzione delle emissioni di anidride carbonica. Tante promesse, pochi risultati. E l’andazzo, ancora una volta, sembra essere questo. Nel 2012, però, c’è una novità. E non è positiva, perché il surriscaldamento globale potrebbe subire una repentina impennata per ragioni fino ad oggi sottovalutate. L’United Nations environment programme (Unep) ha presentato a Doha il rapporto “Policy Implications of Warming Permafrost“, che da’ l’ennesimo segnale di allarme paventando l’elevato rischio di nuove «Emissioni di biossido di carbonio e di metano provenienti dal permafrost». Certo, notevole che se ne parli in una Conferenza delle Nazioni Unite e, soprattutto, che i media considerino questa una “notizia” degna di nota; ma niente di nuovo per la scienza. _ LE STIME – Secondo il rapporto, «le temperature artiche ed alpine dovrebbero aumentare più o meno di due volte più rapidamente della media mondiale, al punto che un aumento della temperatura mondiale di 3°C corrisponde ad un aumentato di 6°C nell’Artico. Il risultato sarebbe un disgelo dal 30 all’85% della superficie del permafrost con emissioni da 43 a 135 milioni di tonnellate di CO2 entro il 2100». Parliamo del 39% delle emissioni totali di gas sulla Terra. _ Una precedente ricerca coordinata dall’Accademia Russa delle Scienze e dall’Università dell’Alaska, pubblicata sulla rivista Science, aveva stimato una diffusione nell’atmosfera di circa 8 milioni di tonnellate di metano all’anno dal permafrost, quantità analoga a quella prevista per gli oceani di tutto il mondo. A fine 2011, inoltre, un articolo pubblicato sulla rivista Nature da Benjamin Abbott dell’Università dell’Alaska aveva equiparato la quantità di carbonio dovuta allo scioglimento del permafrost a quella connessa alla deforestazione, sottolineando che “Le stime più alte sono dovute all’inclusione di processi ignorati dagli attuali modelli e alle nuove misurazioni della quantità di carbonio organico immagazzinato nei suoli ghiacciati”, come quelli del nord, dove «è presente più carbonio organico che in tutti gli esseri viventi insieme»: circa 1,7 trilioni di tonnellate di carbonio – circa quattro volte tutto il carbonio emesso dalle attività umane moderne e circa il doppio di quello presente in atmosfera, secondo le ultime stime –. Non basta? Allora, a dare ulteriori indicazioni è una ricerca dello scorso aprile, svolta con il contributo dell’Università di Urbino e pubblicata da Nature. Lo scioglimento del permafrost polare e non il metano intrappolato nei fondali oceanici sotto forma di gas idrati) sarebbe il responsabile di alcuni episodi di riscaldamento globale avvenuti più di 50 milioni...
read moreClima: A Doha il nuovo rapporto dell’Onu
Umberto Mazzantini – Allarme Unep: global warming minimizzato, è aggravato dallo scongelamento del permafrost Le emissioni di gas serra da disgelo del permafrost potrebbero essere il 39% del totale mondiale L’United Nations environment programme (Unep) ha presentato alla Cop 18 Unfccc, in corso a Doha, il rapporto “Policy Implications of Warming Permafrost” che chiede ai policymakers ed agli scienziati di tenere sotto controllo e di prepararsi ad «Emissioni importanti di biossido di carboni e di metano provenienti dal permafrost», cioè i suoli, il sottosuolo o le rocce che mantengono una temperatura uguale od inferiore a 0 gradi centigradi per un periodo di almeno due anni. Secondo il rapporto Unep, il permafrost che copre circa un quarto dell’emisfero nord (comprese anche aree delle Alpi), potrebbe contenere fino a 1.700 gigatonnellate di CO2, cioè il doppio della quantità presente attualmente nell’atmosfera e «Se lo scioglimento dei ghiacci prosegue al ritmo previsto dalle modellizzazioni del clima, la liberazione dei gas serra stoccati nei ghiacci del permafrost amplificherà il riscaldamento climatico in maniera significativa». “Policy Implications of Warming Permafrost” mette in luce pericoli che fino ad oggi non erano stati compresi nei rapporti e proiezioni climatici: «Le informazioni scientifiche riguardanti gli impatti potenziali di questo fenomeno cominciano appena ad imporsi sui media tradizionali e, siccome si tratta di una questione emergente, ad oggi non è stata forzatamente tenuta di conto nel climate change modelling». Per questo l’Unep raccomanda all’Intergovernmental panel on climate change (Ipcc) di realizzare uno special assessment sul permafrost ed anche la creazione di un network di sorveglianza e piani nazionali di adattamento perché «Questi step sono indispensabili per far fronte agli impatti potenziali di questa fonte importate di gas serra che potrebbe rapidamente diventare uno dei maggiori fattori del global warming». l’Ipccc dovrebbe prendere in considerazione l’elaborazione di un rapporto speciale di valutazione sull’impatto delle emissioni di CO2 e metano provenienti dal riscaldamento del permafrost, così come sulla sua influenza sui colloqui ed i negoziati politici sul cambiamento climatico. Secondo il direttore esecutivo dell’Unep, Achim Steiner, «Il permafrost è una delle chiavi per l’avvenire del pianeta, perché contiene una quantità importante di materia organica congelata che, una volta scongelate e liberata nell’atmosfera, amplificherà il riscaldamento attuale del pianeta, lanciandoci tutti verso un mondo molto più caldo del previsto. L’impatto potenziale dello scioglimento del permafrost sugli ecosistemi e le infrastrutture è stato trascurato per troppo tempo. Questo rapporto è rivolto ai negoziatori del trattato sul clima, ai policy makers ed in generale all’opinione pubblica. Ha l’obiettivo di sensibilizzare questi ultimi sulle conseguenze che potrebbero derivare da una sottostima delle sfide legate al riscaldamento del permafrost». Il ghiaccio del permafrost si è formato durante e dopo l’ultima era glaciale e, in alcune regioni della Siberia e del Canada, si estende fino a profondità di oltre 700 metri. E composto da una crosta attiva che può essere spessa fino a 2 metri che scongela l’estate e rigela l’inverno, sotto il permafrost è permanentemente congelato. Se lo spessore della superficie attiva del permafrost dovesse variare a causa del global warming, le enormi quantità di materiale organico stoccate nei suoli gelati comincerebbero a scongelarsi, a decomporsi e a liberare grandi quantità di CO2 e metano nell’atmosfera. Una volta innescato questo processo comporterà l’avvio di quello che viene chiamato “permafrost carbon feedback”, che avrà come effetto...
read moreOpen letter to COP 18
By Bill McKibben, Nnimmo Bassey & Pablo Solon. To really address climate change UNFCCC-COP18 should decide to leave under the soil more than 2/3 of the fossil reserves. 2012 saw the shocking melt of the Arctic, leading our greatest climatologist to declare a ‘planetary emergency,’ and it saw weather patterns wreck harvests around the world, raising food prices by 40% and causing family emergencies in poor households throughout the world. That’s what happens with 0.8ºC of global warming. If we are going to stop this situation from getting worse, an array of institutions have explained this year precisely what we need to do: leave most of the carbon we know about in the ground and stop looking for more. If we want a 50-50 chance of staying below two degrees, we have to leave 2/3 of the known reserves of coal and oil and gas underground; if we want an 80% chance, we have to leave 80% of those reserves untouched. That’s not ”environmentalist math” or some radical interpretation–that’s from the report of the International Energy Agency last month. It means that–without dramatic global action to change our path–the end of the climate story is already written. There is no room for doubt–absent remarkable action, these fossil fuels will burn, and the temperature will climb creating a chain reaction of climate related natural disasters. Negotiators should cease their face-saving, their endless bracketing and last minute cooking of texts and concentrate entirely on figuring out how to live within the carbon budget scientists set. We can’t emit more than 565 more gigatons of carbon before 2050, but at the current pace we’ll blow past that level in 15 years. If we want to have a chance to stick to this budget by 2020 we can’t send to the atmosphere more than 200 gigatons. Rich countries who have poured most of the carbon into the atmosphere (especially the planet’s sole superpower) need to take the lead in emission reductions and the emerging economies have also to make commitments to reduce the exploitation of oil, coal and gas. The right to development should be understood as the obligation of the states to guarantee the basic needs of the population to enjoy a fulfilled and happy life, and not as a free ticket for a consumer and extractivist society that doesn’t take into account the limits of the planet and the wellbeing of all humans. There’s no longer time for diplomatic delays. Most of the negotiators in the Eighteenth Conference of the Parties of the UNFCCC (United Nations Framework Convention on Climate Change) know that these are the facts. Now is the time to act for the future of humanity and Nature. Bill McKibben, Nnimmo Bassey & Pablo Solon {(Bill McKibben founder of 350.org, Nnimmo Bassey Environmental Rights Action & Coordinator of Oilwatch International, Pablo Solon Executive Director of Focus on the Global South, former Bolivian Ambassador to the UN and former chief negotiator for climate change).} EJOLT will soon publish a full report on why and how we can leave fossil fuels in the soil Source: Ejolt...
read moreL’ascesa del nuovo estrattivismo e l’appello per la decrescita
Pensiamo che le “frontiere delle materie prime”, le nuove miniere che scaviamo nella terra per estrarre il petrolio, l’oro, l’uranio o il rame che alimentano la nostra economia dei consumi, siano altrove, nel “Sud”, lontano da noi, nelle giungle dell’Amazzonia o nei deserti del Sud Africa. Pensiamo che le “frontiere delle materie prime”, le nuove miniere che scaviamo nella terra per estrarre il petrolio, l’oro, l’uranio o il rame che alimentano la nostra economia dei consumi, siano altrove, nel “Sud”, lontano da noi, nelle giungle dell’Amazzonia o nei deserti del Sud Africa. Bene, ora le frontiere si sono ristrette e si sono avvicinate alle nostre case. Nel mio paese, la Grecia, la risposta alla crisi e alla ricerca di crescita per saldare il debito si concretizza in un nuovo e pericoloso tipo di “estrattivismo”, simile a quello dei Paesi latino-americani e diverso da qualsiasi cosa che il Paese abbia mai visto fino ad ora. Per la prima volta in Grecia, la polizia utilizza pallottole di plastica per scoraggiare i dimostranti che manifestavano di fronte alle nuove miniere d’oro aperte nella penisola della Calcidica, nel nord della Grecia, fino a poco tempo fa famosa per le sue lunghe coste, per i boschi di pini e per le sue meravigliose spiagge. I piani di costruzione delle miniere d’oro e i contratti per il nuovo estrattivismo vengono stipulati proprio in questo istante, mentre scrivo questo articolo. L’Egeo è il nuovo Eldorado e i portavoce di destra e di sinistra sostengono con forza che il futuro della Grecia dipenda proprio dal petrolio da poco scoperto nelle profonde acque dell’Egeo. Poco importa che l’Egeo, con le sue acque cristalline e il suo mosaico di isole, sia la culla della civiltà greca e il motore di un’economia basata sul turismo. Alcuni si domandano come sia possibile che abbiamo sempre avuto tutte queste risorse senza saperlo. Eravamo seduti in cima a tanto oro e tanto petrolio e non ci è mai venuto in mente di sfruttarli? Permettetemi di essere più accademico ora e di proporre una teoria che potrebbe spiegare cosa sta accedendo oggi in Grecia. La mia ipotesi è che l’ascesa di questo nuovo estrattivismo sia direttamente correlata alla crisi e che quello che stiamo osservando ora in Grecia (e che presto si verificherà anche in Spagna, Portogallo e in altre parti d’Europa) è ciò è accaduto nei Paesi del Sud America e dell’Africa negli anni ’80 e ’90. Non è che la Grecia oggi abbia più risorse rispetto a prima. Il fatto è che la crisi economica riduce i costi d’estrazione e rende accessibili risorse che prima non lo erano. La crisi ha abbassato i costi tramite : I. la riduzione del costo del lavoro (svalutazione dei salari e riduzione del valore dato alla salute dei lavoratori) utilizzato nelle attività di estrazione; II. la riduzione del costo opportunità delle estrazioni; III. la riduzione della resistenza sociale e dei costi derivanti dal conseguente ritardo di attuazione dei progetti; IV. la riduzione del costo monetario delle esternalità e del valore monetario degli impatti (“il povero vende a poco” – salute, impatti visivi e ambientali non hanno un grande valore). Risorse che in Grecia consideravamo fuori portata per ragioni economiche e sociali – dall’oro ed il rame presenti nel nord del Paese al petrolio dell’Egeo – vengono...
read moreNon è questo il futuro che vogliamo!
Pubblichiamo di seguito l’appello del Coordinamento dei movimenti dell’Amiata – SOS geotermia verso la manifestazione del prossimo 15 dicembre. Sul monte Amiata nel nome della speculazione e del profitto si sta procedendo, ad opera dell’Enel e con l’avallo derivato da precise scelte della Regione Toscana, degli amministratori locali e dei partiti politici che li sostengono, ad uno scempio ambientale gravissimo giustificato dalla falsa convinzione che la geotermia sia una fonte energetica rinnovabile e pulita. Nel caso delle centrali amiatine è esattamente il contrario! Allo stato attuale è in atto un piano di riassetto degli impianti di Piancastagnaio, che prevede un potenziamento delle centrali attuali tramite la realizzazione di nuovi pozzi e il ripristino e il potenziamento degli esistenti, per raggiungere e mantenere nel tempo la potenza di 60MW (dagli attuali 40 circa), interessando il bacino profondo fino 4000 metri e con 14 chilometri di nuove tubazioni tutte fuori terra, provocando una vera e propria devastazione del territorio. A Bagnore è stata appena deliberata la VIA per la realizzazione di una nuova megacentrale di 40 MW che aggraverà ulteriormente il degrado ambientale amiatino. Il Coordinamento dei Movimenti per l’Amiata SOS GEOTERMIA si oppone ad entrambi, denunciando gli ulteriori gravissimi danni che questi due eventi porteranno al proprio territorio: inquinamento atmosferico e delle acque potabili, danni alla salute dei cittadini, ulteriore abbassamento di una delle falde acquifere più importanti del centro Italia. Oltre al doveroso ricorso al Tar, già in via di presentazione, SOS GEOTERMIA ha indetto per il prossimo 15 Dicembre 2012 una giornata di mobilitazione a Piancastagnaio per fermare i lavori prima che i danni siano irrecuperabili Programma della giornata di MOBILITAZIONE _ · Ore 10, SIT IN ai Giardini Nasini davanti al Comune di Piancastagnaio _ · Ore 14,30, CORTEO per le vie del paese con arrivo al pozzo PC 36 e ritorno, per il dibattito presso il Centro Anziani _ · In serata, Concerto per la “Giornata della consapevolezza globale” (15 dicembre 2012) È possibile un modello economico alternativo che salvaguardi le risorse e sia a favore dei cittadini e non delle multinazionali ! Quello che vogliamo per il nostro territorio è: _ · Tutela e ripristino delle sorgenti amiatine, nella loro quantità e qualità e salvaguardia dell’intero bacino di ricarica della falda acquifera _ · Un modello di futuro per il territorio che valorizzi le risorse ambientali culturali e sociali _ · Una politica territoriale seria tesa al risparmio energetico _ · Un uso delle tecnologie a bassa entalpia per il consumo e lo sviluppo economico locale fuori da ogni logica speculativa, consociativa e affaristica _ · Tutela e valorizzazione dei numerosi prodotti tipici locali _ · Garanzia per tutti di un lavoro utile e dignitoso, sostenibile, che non crei danno alla salute e all’ambiente La nostra è una battaglia per l’ambiente, ma anche per la democrazia, perché i cittadini devono poter decidere del proprio futuro, dello sviluppo del proprio territorio della propria salute e di quella dei propri figli. Rivogliamo tutto ciò che ci è stato tolto. Vogliamo cambiare questo stato di cose: i pochi, in alto, non possono decidere per i molti in basso. Chiediamo pertanto a chi condivide le nostre ragioni di sottoscrivere il nostro manifesto, di sostenere la nostra lotta e di partecipare numerosi alla giornata di mobilitazione! {Per info e contatti}...
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Marica Di Pierri per Valori.it – Verso la Cop30 di Belém, cosa aspettarci dal più importante appuntamento per salvare il clima della Terra? Diretta con Marica Di Pierri, Luca Lombroso, Giovanni Mori e Lorenzo Tecleme.