CDCA e A Sud alla COP30 a Belém

La voce di A Sud dalla COP30 di Belém (Brasile) e le iniziative in Italia

Dal 10 al 21 novembre 2025 saremo a Belém, in Brasile, per partecipare come osservatori alla 30° Conferenza delle Nazioni Unite sul Clima. Racconteremo quanto avviene dentro e fuori le negoziazioni, porteremo e raccoglieremo le voci dei territori in lotta contro l’estrattivismo, contro il greenwashing e per una transizione ecologica realmente giusta.

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L’agenda della COP30

A Belém si discuteranno e valuteranno gli NDCs, i nuovi impegni climatici nazionali che stabiliscono gli obiettivi di riduzione delle emissioni di ogni paese. Accanto alla mitigazione, l’adattamento sarà uno dei temi centrali attraverso il Global Goal on Adaptation (GGA) e i nuovi Piani nazionali di adattamento. Un altro capitolo chiave sarà quello della finanza per il clima. Tra i punti principali il nuovo obiettivo di finanziamento (NCQG), che punta ad aumentare il sostegno ai Paesi in via di sviluppo da 100 a 300 miliardi di dollari l’anno, e la Roadmap Baku-Belém, che traccia un percorso per mobilitare almeno 1.300 miliardi di dollari l’anno entro il 2035.

Temi cruciali, che si scontrano con uno scenario geopolitico ostile, segnato dal negazionismo climatico, dai venti di guerra, dalla corsa al riarmo e dalla violenza istituzionale.  Non è un caso che in gioco a Belém ci sia più che mai la credibilità della diplomazia climatica e la sua capacità di tradurre le intenzioni in impegni concreti.

La Cupula dos povos

La Cúpula dos Povos è il grande incontro dei movimenti sociali e delle comunità che vivono in prima linea la crisi climatica. Nata nel 1992 come risposta critica alle negoziazioni ufficiali, propone un’alternativa fondata su giustizia climatica, sociale e ambientale, solidarietà e saperi ancestrali.

Dal 12 al 16 novembre 2025, in concomitanza con la COP30 di Belém, riunirà popoli indigeni, comunità quilombola e tradizionali, giovani e lavorator? in marce, dibattiti e azioni culturali.

La Cúpula mette al centro vite, diritti e territori, non statistiche: unisce chi costruisce ogni giorno soluzioni reali, dall’agroecologia alla difesa dei beni comuni, per spingere i governi ad adottare politiche di vera giustizia climatica.

Dichiarazione della Cupula Dos Povos

Perché A Sud e CDCA alla COP?

Nelle Cop si riuniscono i governi dei 197 Paesi che hanno ratificato la Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (UNFCCC), firmata a Rio de Janeiro nel 1992. Ma la COP30 non è solo un vertice diplomatico: è il terreno di confronto (e di scontro) tra attori diversi e diverse visioni del mondo. Da una parte il business as usual che trasforma la crisi climatica in profitto, dall’altra movimenti e territori che lottano per giustizia climatica, autodeterminazione e diritti della Natura.
La COP30 si terrà nel cuore dell’Amazzonia, a Belém do Pará, in Brasile. Non è un dettaglio geografico ma una scelta politica: è nel Sud globale che l’ingiustizia climatica colpisce più duramente mentre il Nord globale continua a negoziare emissioni e interessi fossili.
Qui non si decide solo il futuro del clima: si decide chi avrà diritto a un futuro.

Per raccontare cosa c’è in gioco, e come finisce la partita.

Andiamo alla COP per osservare da vicino i negoziati, capire quali equilibri politici e di potere si stanno ridefinendo, e portare la prospettiva dei territori e dei movimenti che chiedono giustizia climatica.
La partecipazione di A Sud e CDCA serve a connettere le lotte locali con quelle globali, rafforzare alleanze internazionali e raccontare – con sguardo indipendente e critico – come la diplomazia climatica sta affrontando, o eludendo, le proprie responsabilità.
Perché solo intrecciando voci e resistenze dal basso possiamo costruire un futuro giusto per tutt?.

Per costruire e rafforzare alleanze internazionali

Svolgere la COP in Brasile è un segnale che conta: significa rimettere al centro chi la crisi climatica la subisce davvero. Andiamo a Belém per stare con i movimenti globali per la giustizia climatica. In America Latina oggi si gioca una partita enorme: conflitti ambientali, estrattivismo, repressione, lotte indigene e popolari che resistono da decenni. Con tante realtà — dalla Colombia alla Bolivia, fino all’Amazzonia — abbiamo già lavorato, fatto campagne, costruito ponti. Lì ritroviamo compagn? con cui condividiamo visioni e pratiche.

Per portare una visione radicale dentro la COP

Sì, probabilmente sarà l’ennesimo flop diplomatico. Ma proprio per questo dobbiamo esserci, per non lasciare quei tavoli alle lobby fossili e ai governi che parlano di transizione mentre trivellano.
Da dentro vedi meglio le dinamiche, le crepe, le possibilità di alleanze e di conflitto.
Andiamo per portare la prospettiva della giustizia climatica e delle lotte dal basso, che legano crisi climatica, razzismo, patriarcato e disuguaglianze. La COP non è un punto d’arrivo: è un passaggio. Il resto si fa fuori, insieme, ogni giorno.


Diario dalla COP30

  • Giorno 12 – 24 novembre 2025
    Belém svela il fallimento della diplomazia climatica, ma apre spiragli: una roadmap anti-fossile e nuove alleanze per la giustizia.
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  • Giorno 11 – 21 novembre 2025
    Penultimo giorno a Belém: incendio in COP30, stalli politici e pressioni crescenti sul BAM e sull’uscita dai fossili.
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  • Giorno 10 – 20 novembre 2025A Belém 85 Paesi spingono per uscire dai fossili, mentre Italia e Polonia frenano. La COP30 è al bivio, il tempo è adesso.
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  • Giorno 9 – 19 novembre 2025
    Belém rilancia la lotta globale ai fossili: la Colombia guida un fronte che vuole uscire davvero dal modello che brucia il pianeta.
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  • Giorno 7 – 17 novembre 2025
    Belem in rivolta: popoli indigeni e movimenti sociali spingono per una COP30 che dica finalmente basta ai fossili.
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  • Giorno 6 – 15 novembre 2025
    Anche quest’anno i dati sulla presenza dei lobbisti Gas&Oil alla conferenza di Belém sono alti: su ogni 25 persone accreditate al vertice, uno è un lobbista dei combustibili fossili, in totale sono oltre 1600.
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  • Giorno 5 – 14 novembre 2025
    Il TFFF entra nella Cupula tra promesse e contraddizioni: fondi incerti, debiti in aumento e movimenti che denunciano l’ennesima falsa soluzione verde.
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  • Giorno 4 – 13 novembre 2025
    A Belém la protesta indigena irrompe nella COP30 e svela le contraddizioni del Brasile fossile. Intanto la Cupula esplode di mobilitazioni globali.
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  • Giorno 3 – 12 novembre 2025
    Adattamento al centro della COP30, ma i fondi restano insufficienti. A Belém arrivano movimenti e comunità indigene: la vera pressione viene dai territori.
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  • Giorno 2 – 11 novembre 2025
    Lula parla di disuguaglianze alla Cop30, ma il Brasile continua a spingere sul fossile. A Belém torna al centro il nodo tra clima e ingiustizia.
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  • Giorno 1 – 10 novembre 2025
    Dalla Cop30 alla Cúpula dos Povos: a Belém si apre la sfida per la giustizia climatica tra responsabilità globali, diritti dei popoli e resistenza dei territori.
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Articoli di approfondimento alla COP30

  • Cosa resta della Cop30, la battaglia per il clima e i diritti è ancora lunga – 24 novembre 2025
    Marica Di Pierri e Laura Greco su Domani – COP30 fallisce su fossili e foreste, ma il Bam e il blocco dei 82 paesi per l’uscita dal fossile aprono spiragli di lotta e nuove alleanze.
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  • Sulla fine dei lavori della COP30 – 24 novembre 2025
    Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Cosa è successo alla 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici? Quali sono le grandi vittorie? Quali le sconfitte?
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  • La tabella della discordia – cos’è successo alla COP30 – 23 novembre 2025
    Laura Greco su Radio24 – COP30 a Belém annuncia impegni su energia, foreste e adattamento, ma senza una vera uscita dal fossile restano promesse vuote da incalzare con lotte dal basso.
    Ascolta su Il Sole 24 ore
  • “A resposta somos nós”. Ma alla COP30 le richieste dei popoli indigeni non fanno breccia – 23 novembre 2025
    Laura Greco su EconomiaCircolare.com – Alla COP30 le voci indigene restano ai margini mentre la foresta corre verso il punto di non ritorno. Senza giustizia, non c’è futuro.
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  • La “Dichiarazione di Belém” e il multilateralismo del phase out dai fossili spinto dal basso – 21 novembre 2025
    Laura Greco su Altreconomia – Da Belém arriva una spinta dal basso per uscire dai fossili: governi e movimenti uniscono le voci per un phase out reale, giusto, globale.
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    • Cop30: senza il Gender action plan ogni azione climatica è limitata – 21 novembre 2025
      Marica Di Pierri e Laura Greco su Valori – Nonostante le ambiziose premesse il Gender action plan ha trovato diversi ostacoli sui tavoli negoziali della Cop30

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  • Alla Cop30 arrivano le storie di migrazioni climatiche – 21 novembre 2025

Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30, in vista delle negoziazioni finali, si parla del fenomeno crescente degli sfollamenti forzati dal cambiamento climatico.
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  • Belém, la foresta degli indigeni si ribella a Lula – 20 novembre 2025
    Laura Greco su Il Manifesto – Le nazionalità dell’Amazzonia denunciano l’inagibilità politica alla Cop e chiedono una mobilitazione internazionale guidata direttamente dai popoli indigeni per proteggere i loro territori e affrontare la crisi climatica alla radice
  • Alla Cop 30 i movimenti si riprendono la scena – 20 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Il Manifesto – Era dalla Cop 26 di Glasgow che non si vedeva così tanta società civile. Accanto al vertice ufficiale, in più di 50 mila hanno animato la «Cupula dos povos» per una svolta vera sul clima e i diritti
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  • COP30, BELÉM | Italiani in mobilitazione – 20 novembre 2025]
    Il Climate Pride in azione alla COP30: l? attivist? chiedono all’Italia una roadmap chiara e ambiziosa per uscire dai fossili.
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  • A Belém torna il protagonismo sociale – 19 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Collettiva – Alla Cop30 movimenti, organizzazioni, popoli e sindacati riacquistano centralità: proposte e campagne dal basso sono arrivate nelle stanze dei negoziati.
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  • Come procede la COP30 in Brasile? Intervista a Laura Greco da Bélem – 19 novembre 2025
    Laura Greco su Scienza e Pace Magazine – COP30 tra repressione, lobby fossili e resistenze indigene: la giustizia climatica la costruiscono i territori, non i negoziati.
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  • Lifegate dalla COP30 – 18 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Lifegate – Dalla COP30 il racconto dell’inedita comunicazione tra dentro e fuori la COP, tra le richieste indigene e l’ambiguo governo di Lula.
    Ascolta su Lifegate
  • Il Fondo per le foreste e la falsa soluzione del biocapitalismo si ripropone alla Cop30 di Belém – 18 novembre 2025
    Laura Greco su Altreconomia – Il Tropical forests forever facility lanciato da Lula è l’ennesimo dispositivo finanziario che viene presentato come innovazione.
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  • Attivismo e giustizia climatica: se il diritto alla protesta diventa un reato – 17 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Valori.it – Alla Cop30 emerge un allarme globale: in molti Paesi il diritto alla protesta viene represso e l’attivismo ambientale è sempre più criminalizzato
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  • Alla Cop30 di Belèm il fondo per l’adattamento resta senza fondi – 17 novembre 2025]
    Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30 fallisce, per il terzo anno di fila, l’obiettivo di raccolta minima per finanziare l’adattamento dei Paesi del Sud globale.
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  • Massiccia partecipazione popolare a Belém – 16 novebre 2025
    Marica Di Pierri su L’aria Che Respiri – Alla Cúpula dos Povos tantissime voci per reclamare la fine dei combustibili fossili e una giustizia climatica guidata dai popoli, non dalle multinazionali.
    Ascolta su Radio Rai1
  • In diretta da Bele?m – Aggiornamenti sulla prima settimana di COP30 – 15 novembre 2025
    Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – In diretta da Belém, per raccontare in diretta i lavori della 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici. ?Foto di Oliver Ninja e Midia Ninja
    Guarda la diretta
  • Cop30: chi difende i combustibili fossili dentro i negoziati sul clima – 14 novembre 2025
    Marica Di Pierri per Altreconomia – Alla Cop30 un lobbista fossile ogni 25 delegat?: il vertice che dovrebbe chiudere l’era fossile continua a farsela scrivere da chi la profitta.
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  • Giustizia climatica, questa dimenticata – 13 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Il Manifesto – Il legame tra clima e disuguaglianze è ormai assodato. Ma dopo 30 anni di conferenze, i ricchi continuano a fare grandi affari con i fossili.
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  • L’adattamento secondo la COP30: “Adattarsi è sopravvivere” – 13 novembre 2025
    Marica Di Pierri per EconomiaCircolare.com – COP30 punta a rendere operativo il Global Goal on Adaptation, tra governance multilivello, indicatori, fondi insufficienti e necessità di giustizia climatica.
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  • La Cop30 in Brasile e le politiche industriali green – 11 novembre 2025
    Marica Di Pierri per Tutta La Città Ne Parla, Radio3 – È iniziata la Cop30 a Belém, 10 giorni in cui si discuterà su come trovare una via d’uscita alla deriva del cambiamento climatico nonostante le difficoltà politiche che ci circondano.
    Ascolta l’episodio
  • Road to Belém – 7 novembre 2025Marica Di Pierri per Valori.it – Verso la Cop30 di Belém, cosa aspettarci dal più importante appuntamento per salvare il clima della Terra? Diretta con Marica Di Pierri, Luca Lombroso, Giovanni Mori e Lorenzo Tecleme.
    Guarda la diretta
  • Da Parigi a Belém, i conti che non tornano – 6 novembre 2025
    Marica Di Pierri per Il Manifesto – Tra tensioni e fragili compromessi, i preparativi alla vigilia della Conferenza Onu. A che punto sono gli impegni nazionali di riduzione e i piani di adattamento dei singoli Paesi.
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  • A Sud a Belém alla Cop30 – 6 novembre 2025
    A Sud seguirà negoziati e mobilitazioni dalla COP30 di Belém, amplificando le voci dei movimenti per giustizia climatica e sociale.
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  • A Sud aderisce alla Global Call to Action della Cúpula dos Povos  – 5 settembre 2025
    Il 15 novembre scendiamo in piazza: basta disuguaglianze e razzismo ambientale, vogliamo giustizia climatica e un mondo dove la vita sia al centro.
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  • Vertice dei Popoli Verso la COP30: Manifesto Politico – 13 giugno 2025
    A Sud aderisce al Manifesto dei Popoli verso la COP30: un appello globale per giustizia climatica, anticapitalismo e democrazia dal basso.
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Racconteremo le negoziazioni

Per spiegare cosa accade davvero alla COP30, come si muovono i governi e quali interessi guidano le scelte sulla crisi climatica. Vi offriremo una copertura quotidiana per raccontarvi con le nostre parole e con uno sguardo critico, indipendente e radicale, vicino ai movimenti il dentro e fuori la Cop

Sveleremo le contraddizioni

Tra le promesse ufficiali e la realtà, mostrando lo scontro continuo tra lobby fossili e popoli che difendono la vita e i territori. Denunceremo le responsabilità smascherando la falsa transizione energetica e chi continua a inquinare mentre parla di sostenibilità con greenwashing e false soluzioni

Daremo voce alle comunità

Portando le loro storie, le lotte quotidiane e le alternative concrete alla devastazione ambientale, contro colonialismo ed estrazione. Ci collegheremo con l’Italia per connettere istanze e battaglie


INFO E CONTATTI

Per contatti e interviste con la delegazione:

Marica Di Pierri
maricadipierri@asud.net
55 21 967071220

Laura Greco
lauragreco@asud.net
+55 21 997673184

Nessun Dorma. La lotta degli abitanti di Montesano Scalo contro la Centrale Elettrica di Terna

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Nessun Dorma. La lotta degli abitanti di Montesano Scalo contro la Centrale Elettrica di Terna

Il Comitato Cittadino “Nessun Dorma”, costituitosi contro la costruzione di una gigantesca Stazione Elettrica di 70.000 m2, ad altissima tensione, la cui costruzione è prevista a pochi metri dal popoloso centro abitato di Montesano Scalo (frazione di Montesano Sulla Marcellana – SA), solleva dinanzi all’opinione pubblica il conflitto generato dal progetto chiedendo l’aiuto di associazioni, organizzazioni sociali, cittadini e di quanti possano contribuire alla battaglia contro l’implementazione della centrale. Riceviamo la segnalazione tramite l’associazione La Ferrovia, una delle realtà impegnate sul territorio. Tutto inizia nel giugno del 2011, quando molti abitanti di Scalo di Montesano, percorrendo la strada obbligatoria che collega le diverse frazioni del paese, notano la comparsa improvvisa di un cantiere enorme, nel quale si lavora a ritmi serratissimi giorno e notte, con enormi sbancamenti di terra e con un via vai di camion ininterrotto. In quei giorni, incontrando gli operai che escono dal cantiere per la pausa pranzo, gli abitanti del paese cominciano a sentire, con crescente preoccupazione, discorsi del tipo: “questi sono dei pazzi!”, “ma cosa vi state facendo fare?” o ancora, “non abbiamo mai realizzato un’opera del genere così vicina al centro abitato!”. È così che la tensione comincia a salire, mentre i lavori dell’ignoto cantiere procedono in maniera repentina e rumorosa, tanto da rendere impossibile il riposo notturno ai residenti. Inizia così ad insinuarsi il sospetto che possa trattarsi di un’opera illecita, così i residenti, non avendo mai sentito parlare di grandi progetti per quella località, si rivolgono ai consiglieri comunali per chiedere spiegazioni. I consiglieri di minoranza, anch’essi turbati, provvedono immediatamente ad acquisire tutta la documentazione reperibile e richiedono un consiglio comunale straordinario. Risulta evidente sin da principio che quel che sta accadendo è degno di attenzione. I cittadini scoprono che il cantiere in questione si riferisce ad un progetto di cui si era inizialmente parlato nel 2006, che prevedeva la costruzione di un parco eolico, previsto, tra l’altro, a oltre 30 km da Montesano Scalo, in piena montagna. È chiaro però che non si sta realizzando alcun parco eolico, bensì una stazione elettrica di grandissime dimensioni, in una località pianeggiante a ridosso del centro abitato e del fiume. I residenti decidono così di costituire un comitato cittadino che intraprende numerose azioni a partire dal settembre del 2011. A seguito di notti insonni passate ad esaminare la documentazione con l’aiuto di tecnici e avvocati, emergono numerosi illeciti amministrativi, primo fra tutti l’abuso edilizio in un’area sottoposta a vincolo paesaggistico, per la quale non è mai stato rilasciato lo svincolo da parte della Soprintendenza ai Beni Architettonici e Paesaggistici di Salerno, Avellino e Benevento. Il 3 ottobre 2011 il Comitato invia un esposto alla Soprintendenza per i Beni Architettonici e Paesaggistici per sollecitare controlli. In risposta la Sovrintendenza comunica al Comune l’ordine di sospendere i lavori della stazione elettrica, prevista in un’area sismica, a ridosso del fiume Pantanelle, con il muro di cinta a meno di tre metri dalle sponde del fiume. Dalle indagini per la verifica delle autorizzazioni da parte della Regione Campania emerge immediatamente un altro grave illecito: la mancanza della Valutazione di Impatto Ambientale (VIA) da parte della Commissione Ambientale della Regione Campania per il Comune di Montesano, mentre la stessa veniva rilasciata solo ed esclusivamente per il Comune di Casalbuono, territorio in cui il progetto era originariamente previsto, in...

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Cop 18, il riscaldamento globale viene dal ghiaccio

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Cop 18, il riscaldamento globale viene dal ghiaccio

«Il rilascio di CO2 e di metano provenienti dallo scioglimento dei ghiacci del permafrost è irreversibile. Gli obiettivi riguardanti le emissioni antropiche del futuro trattato sul cambiamento climatico dovranno tener conto di queste emissioni. C’è una forte probabilità che si superi l’obiettivo di limitare il riscaldamento massimo delle temperature mondiali a 2°C». Queste le parole di Kevin Schaefer dell’università del Colorado, autore di un allarmante rapporto presentato alla Cop 18 di Doha. NOVITA’ DALLA COP 18 – A Doha è in corso la cosiddetta Cop 18. Le Nazioni Unite discutono di cambiamenti climatici per trovare soluzioni e sviluppare politiche comuni volte a contenere il problema. La cornice è quella del Qatar, il Paese con il più alto livello di emissioni pro capite al mondo. Il precedente quello della Cop 17 svoltasi lo scorso anno a Durban, in Sud Africa, che non ha prodotto alcun accordo vincolante e determinante per la riduzione delle emissioni di anidride carbonica. Tante promesse, pochi risultati. E l’andazzo, ancora una volta, sembra essere questo. Nel 2012, però, c’è una novità. E non è positiva, perché il surriscaldamento globale potrebbe subire una repentina impennata per ragioni fino ad oggi sottovalutate. L’United Nations environment programme (Unep) ha presentato a Doha il rapporto “Policy Implications of Warming Permafrost“, che da’ l’ennesimo segnale di allarme paventando l’elevato rischio di nuove «Emissioni di biossido di carbonio e di metano provenienti dal permafrost». Certo, notevole che se ne parli in una Conferenza delle Nazioni Unite e, soprattutto, che i media considerino questa una “notizia” degna di nota; ma niente di nuovo per la scienza. _ LE STIME – Secondo il rapporto, «le temperature artiche ed alpine dovrebbero aumentare più o meno di due volte più rapidamente della media mondiale, al punto che un aumento della temperatura mondiale di 3°C corrisponde ad un aumentato di 6°C nell’Artico. Il risultato sarebbe un disgelo dal 30 all’85% della superficie del permafrost con emissioni da 43 a 135 milioni di tonnellate di CO2 entro il 2100». Parliamo del 39% delle emissioni totali di gas sulla Terra. _ Una precedente ricerca coordinata dall’Accademia Russa delle Scienze e dall’Università dell’Alaska, pubblicata sulla rivista Science, aveva stimato una diffusione nell’atmosfera di circa 8 milioni di tonnellate di metano all’anno dal permafrost, quantità analoga a quella prevista per gli oceani di tutto il mondo. A fine 2011, inoltre, un articolo pubblicato sulla rivista Nature da Benjamin Abbott dell’Università dell’Alaska aveva equiparato la quantità di carbonio dovuta allo scioglimento del permafrost a quella connessa alla deforestazione, sottolineando che “Le stime più alte sono dovute all’inclusione di processi ignorati dagli attuali modelli e alle nuove misurazioni della quantità di carbonio organico immagazzinato nei suoli ghiacciati”, come quelli del nord, dove «è presente più carbonio organico che in tutti gli esseri viventi insieme»: circa 1,7 trilioni di tonnellate di carbonio – circa quattro volte tutto il carbonio emesso dalle attività umane moderne e circa il doppio di quello presente in atmosfera, secondo le ultime stime –. Non basta? Allora, a dare ulteriori indicazioni è una ricerca dello scorso aprile, svolta con il contributo dell’Università di Urbino e pubblicata da Nature. Lo scioglimento del permafrost polare e non il metano intrappolato nei fondali oceanici sotto forma di gas idrati) sarebbe il responsabile di alcuni episodi di riscaldamento globale avvenuti più di 50 milioni...

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Clima: A Doha il nuovo rapporto dell’Onu

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Clima: A Doha il nuovo rapporto dell’Onu

Umberto Mazzantini – Allarme Unep: global warming minimizzato, è aggravato dallo scongelamento del permafrost Le emissioni di gas serra da disgelo del permafrost potrebbero essere il 39% del totale mondiale L’United Nations environment programme (Unep) ha presentato alla Cop 18 Unfccc, in corso a Doha, il rapporto “Policy Implications of Warming Permafrost” che chiede ai policymakers ed agli scienziati di tenere sotto controllo e di prepararsi ad «Emissioni importanti di biossido di carboni e di metano provenienti dal permafrost», cioè i suoli, il sottosuolo o le rocce che mantengono una temperatura uguale od inferiore a 0 gradi centigradi per un periodo di almeno due anni. Secondo il rapporto Unep, il permafrost che copre circa un quarto dell’emisfero nord (comprese anche aree delle Alpi), potrebbe contenere fino a 1.700 gigatonnellate di CO2, cioè il doppio della quantità presente attualmente nell’atmosfera e «Se lo scioglimento dei ghiacci prosegue al ritmo previsto dalle modellizzazioni del clima, la liberazione dei gas serra stoccati nei ghiacci del permafrost amplificherà il riscaldamento climatico in maniera significativa». “Policy Implications of Warming Permafrost” mette in luce pericoli che fino ad oggi non erano stati compresi nei rapporti e proiezioni climatici: «Le informazioni scientifiche riguardanti gli impatti potenziali di questo fenomeno cominciano appena ad imporsi sui media tradizionali e, siccome si tratta di una questione emergente, ad oggi non è stata forzatamente tenuta di conto nel climate change modelling». Per questo l’Unep raccomanda all’Intergovernmental panel on climate change (Ipcc) di realizzare uno special assessment sul permafrost ed anche la creazione di un network di sorveglianza e piani nazionali di adattamento perché «Questi step sono indispensabili per far fronte agli impatti potenziali di questa fonte importate di gas serra che potrebbe rapidamente diventare uno dei maggiori fattori del global warming». l’Ipccc dovrebbe prendere in considerazione l’elaborazione di un rapporto speciale di valutazione sull’impatto delle emissioni di CO2 e metano provenienti dal riscaldamento del permafrost, così come sulla sua influenza sui colloqui ed i negoziati politici sul cambiamento climatico. Secondo il direttore esecutivo dell’Unep, Achim Steiner, «Il permafrost è una delle chiavi per l’avvenire del pianeta, perché contiene una quantità importante di materia organica congelata che, una volta scongelate e liberata nell’atmosfera, amplificherà il riscaldamento attuale del pianeta, lanciandoci tutti verso un mondo molto più caldo del previsto. L’impatto potenziale dello scioglimento del permafrost sugli ecosistemi e le infrastrutture è stato trascurato per troppo tempo. Questo rapporto è rivolto ai negoziatori del trattato sul clima, ai policy makers ed in generale all’opinione pubblica. Ha l’obiettivo di sensibilizzare questi ultimi sulle conseguenze che potrebbero derivare da una sottostima delle sfide legate al riscaldamento del permafrost». Il ghiaccio del permafrost si è formato durante e dopo l’ultima era glaciale e, in alcune regioni della Siberia e del Canada, si estende fino a profondità di oltre 700 metri. E composto da una crosta attiva che può essere spessa fino a 2 metri che scongela l’estate e rigela l’inverno, sotto il permafrost è permanentemente congelato. Se lo spessore della superficie attiva del permafrost dovesse variare a causa del global warming, le enormi quantità di materiale organico stoccate nei suoli gelati comincerebbero a scongelarsi, a decomporsi e a liberare grandi quantità di CO2 e metano nell’atmosfera. Una volta innescato questo processo comporterà l’avvio di quello che viene chiamato “permafrost carbon feedback”, che avrà come effetto...

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Open letter to COP 18

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Open letter to COP 18

By Bill McKibben, Nnimmo Bassey & Pablo Solon. To really address climate change UNFCCC-COP18 should decide to leave under the soil more than 2/3 of the fossil reserves. 2012 saw the shocking melt of the Arctic, leading our greatest climatologist to declare a ‘planetary emergency,’ and it saw weather patterns wreck harvests around the world, raising food prices by 40% and causing family emergencies in poor households throughout the world. That’s what happens with 0.8ºC of global warming. If we are going to stop this situation from getting worse, an array of institutions have explained this year precisely what we need to do: leave most of the carbon we know about in the ground and stop looking for more. If we want a 50-50 chance of staying below two degrees, we have to leave 2/3 of the known reserves of coal and oil and gas underground; if we want an 80% chance, we have to leave 80% of those reserves untouched. That’s not ”environmentalist math” or some radical interpretation–that’s from the report of the International Energy Agency last month. It means that–without dramatic global action to change our path–the end of the climate story is already written. There is no room for doubt–absent remarkable action, these fossil fuels will burn, and the temperature will climb creating a chain reaction of climate related natural disasters. Negotiators should cease their face-saving, their endless bracketing and last minute cooking of texts and concentrate entirely on figuring out how to live within the carbon budget scientists set. We can’t emit more than 565 more gigatons of carbon before 2050, but at the current pace we’ll blow past that level in 15 years. If we want to have a chance to stick to this budget by 2020 we can’t send to the atmosphere more than 200 gigatons. Rich countries who have poured most of the carbon into the atmosphere (especially the planet’s sole superpower) need to take the lead in emission reductions and the emerging economies have also to make commitments to reduce the exploitation of oil, coal and gas. The right to development should be understood as the obligation of the states to guarantee the basic needs of the population to enjoy a fulfilled and happy life, and not as a free ticket for a consumer and extractivist society that doesn’t take into account the limits of the planet and the wellbeing of all humans. There’s no longer time for diplomatic delays. Most of the negotiators in the Eighteenth Conference of the Parties of the UNFCCC (United Nations Framework Convention on Climate Change) know that these are the facts. Now is the time to act for the future of humanity and Nature. Bill McKibben, Nnimmo Bassey & Pablo Solon {(Bill McKibben founder of 350.org, Nnimmo Bassey Environmental Rights Action & Coordinator of Oilwatch International, Pablo Solon Executive Director of Focus on the Global South, former Bolivian Ambassador to the UN and former chief negotiator for climate change).} EJOLT will soon publish a full report on why and how we can leave fossil fuels in the soil Source: Ejolt...

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L’ascesa del nuovo estrattivismo e l’appello per la decrescita

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L’ascesa del nuovo estrattivismo e l’appello per la decrescita

Pensiamo che le “frontiere delle materie prime”, le nuove miniere che scaviamo nella terra per estrarre il petrolio, l’oro, l’uranio o il rame che alimentano la nostra economia dei consumi, siano altrove, nel “Sud”, lontano da noi, nelle giungle dell’Amazzonia o nei deserti del Sud Africa. Pensiamo che le “frontiere delle materie prime”, le nuove miniere che scaviamo nella terra per estrarre il petrolio, l’oro, l’uranio o il rame che alimentano la nostra economia dei consumi, siano altrove, nel “Sud”, lontano da noi, nelle giungle dell’Amazzonia o nei deserti del Sud Africa. Bene, ora le frontiere si sono ristrette e si sono avvicinate alle nostre case. Nel mio paese, la Grecia, la risposta alla crisi e alla ricerca di crescita per saldare il debito si concretizza in un nuovo e pericoloso tipo di “estrattivismo”, simile a quello dei Paesi latino-americani e diverso da qualsiasi cosa che il Paese abbia mai visto fino ad ora. Per la prima volta in Grecia, la polizia utilizza pallottole di plastica per scoraggiare i dimostranti che manifestavano di fronte alle nuove miniere d’oro aperte nella penisola della Calcidica, nel nord della Grecia, fino a poco tempo fa famosa per le sue lunghe coste, per i boschi di pini e per le sue meravigliose spiagge. I piani di costruzione delle miniere d’oro e i contratti per il nuovo estrattivismo vengono stipulati proprio in questo istante, mentre scrivo questo articolo. L’Egeo è il nuovo Eldorado e i portavoce di destra e di sinistra sostengono con forza che il futuro della Grecia dipenda proprio dal petrolio da poco scoperto nelle profonde acque dell’Egeo. Poco importa che l’Egeo, con le sue acque cristalline e il suo mosaico di isole, sia la culla della civiltà greca e il motore di un’economia basata sul turismo. Alcuni si domandano come sia possibile che abbiamo sempre avuto tutte queste risorse senza saperlo. Eravamo seduti in cima a tanto oro e tanto petrolio e non ci è mai venuto in mente di sfruttarli? Permettetemi di essere più accademico ora e di proporre una teoria che potrebbe spiegare cosa sta accedendo oggi in Grecia. La mia ipotesi è che l’ascesa di questo nuovo estrattivismo sia direttamente correlata alla crisi e che quello che stiamo osservando ora in Grecia (e che presto si verificherà anche in Spagna, Portogallo e in altre parti d’Europa) è ciò è accaduto nei Paesi del Sud America e dell’Africa negli anni ’80 e ’90. Non è che la Grecia oggi abbia più risorse rispetto a prima. Il fatto è che la crisi economica riduce i costi d’estrazione e rende accessibili risorse che prima non lo erano. La crisi ha abbassato i costi tramite : I. la riduzione del costo del lavoro (svalutazione dei salari e riduzione del valore dato alla salute dei lavoratori) utilizzato nelle attività di estrazione; II. la riduzione del costo opportunità delle estrazioni; III. la riduzione della resistenza sociale e dei costi derivanti dal conseguente ritardo di attuazione dei progetti; IV. la riduzione del costo monetario delle esternalità e del valore monetario degli impatti (“il povero vende a poco” – salute, impatti visivi e ambientali non hanno un grande valore). Risorse che in Grecia consideravamo fuori portata per ragioni economiche e sociali – dall’oro ed il rame presenti nel nord del Paese al petrolio dell’Egeo – vengono...

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Non è questo il futuro che vogliamo!

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Non è questo il futuro che vogliamo!

Pubblichiamo di seguito l’appello del Coordinamento dei movimenti dell’Amiata – SOS geotermia verso la manifestazione del prossimo 15 dicembre. Sul monte Amiata nel nome della speculazione e del profitto si sta procedendo, ad opera dell’Enel e con l’avallo derivato da precise scelte della Regione Toscana, degli amministratori locali e dei partiti politici che li sostengono, ad uno scempio ambientale gravissimo giustificato dalla falsa convinzione che la geotermia sia una fonte energetica rinnovabile e pulita. Nel caso delle centrali amiatine è esattamente il contrario! Allo stato attuale è in atto un piano di riassetto degli impianti di Piancastagnaio, che prevede un potenziamento delle centrali attuali tramite la realizzazione di nuovi pozzi e il ripristino e il potenziamento degli esistenti, per raggiungere e mantenere nel tempo la potenza di 60MW (dagli attuali 40 circa), interessando il bacino profondo fino 4000 metri e con 14 chilometri di nuove tubazioni tutte fuori terra, provocando una vera e propria devastazione del territorio. A Bagnore è stata appena deliberata la VIA per la realizzazione di una nuova megacentrale di 40 MW che aggraverà ulteriormente il degrado ambientale amiatino. Il Coordinamento dei Movimenti per l’Amiata SOS GEOTERMIA si oppone ad entrambi, denunciando gli ulteriori gravissimi danni che questi due eventi porteranno al proprio territorio: inquinamento atmosferico e delle acque potabili, danni alla salute dei cittadini, ulteriore abbassamento di una delle falde acquifere più importanti del centro Italia. Oltre al doveroso ricorso al Tar, già in via di presentazione, SOS GEOTERMIA ha indetto per il prossimo 15 Dicembre 2012 una giornata di mobilitazione a Piancastagnaio per fermare i lavori prima che i danni siano irrecuperabili Programma della giornata di MOBILITAZIONE _ · Ore 10, SIT IN ai Giardini Nasini davanti al Comune di Piancastagnaio _ · Ore 14,30, CORTEO per le vie del paese con arrivo al pozzo PC 36 e ritorno, per il dibattito presso il Centro Anziani _ · In serata, Concerto per la “Giornata della consapevolezza globale” (15 dicembre 2012) È possibile un modello economico alternativo che salvaguardi le risorse e sia a favore dei cittadini e non delle multinazionali ! Quello che vogliamo per il nostro territorio è: _ · Tutela e ripristino delle sorgenti amiatine, nella loro quantità e qualità e salvaguardia dell’intero bacino di ricarica della falda acquifera _ · Un modello di futuro per il territorio che valorizzi le risorse ambientali culturali e sociali _ · Una politica territoriale seria tesa al risparmio energetico _ · Un uso delle tecnologie a bassa entalpia per il consumo e lo sviluppo economico locale fuori da ogni logica speculativa, consociativa e affaristica _ · Tutela e valorizzazione dei numerosi prodotti tipici locali _ · Garanzia per tutti di un lavoro utile e dignitoso, sostenibile, che non crei danno alla salute e all’ambiente La nostra è una battaglia per l’ambiente, ma anche per la democrazia, perché i cittadini devono poter decidere del proprio futuro, dello sviluppo del proprio territorio della propria salute e di quella dei propri figli. Rivogliamo tutto ciò che ci è stato tolto. Vogliamo cambiare questo stato di cose: i pochi, in alto, non possono decidere per i molti in basso. Chiediamo pertanto a chi condivide le nostre ragioni di sottoscrivere il nostro manifesto, di sostenere la nostra lotta e di partecipare numerosi alla giornata di mobilitazione! {Per info e contatti}...

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High speed train in Val Susa, Italy. The end of the tunnel?

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High speed train in Val Susa, Italy. The end of the tunnel?

It will be almost 20 years since an entire Italian alpine valley started to resist against the development of a new high-speed train line between Lyon and Turin, the so-called TAV. Decades of resistance characterised by the implementation of multistakeholder cooperation and by the application of the postmodern science as citizenship’s tools for developing alternative proposals for the management of their territory; but also decades of useless spending for infinite infrastructural projects that have never been realized. There is good news from the French border for the No Tav – committee of citizens and local administrations against the Val Di Susa’s High Speed project. On the 5th of November, the French Court of Audit – for the 3rd time this year – expressed in public its perplexities about the High speed project. It evaluates that the cost of the project construction passed from 12 billion Euros – as estimated in 2002 – to 26,1 billion Euros in 2012. Lots of money for Italy, a country in economical recession, knowing that the financial support of the European Union will be minimum[1] and the cost of the Italian part will be major. Moreover, the Court recommends not to exclude the possibility to modernize the existing line. It underlines that the traffic is continuously decreasing while the existing line is under-used and questions past and recent traffic prevision and the real economical opportunity of this project. For the No Tav movement this late statement not only represents a confirmation of their positions regarding the TAV, but it could change the dynamics behind the French support given to the project. But the declaration of the Court contrasts with the declaration of the Italian Premier Mario Monti after its meeting of the 12th november with the French Prime Minister Jean Marc Ayrault. In that occasion, Monti stated that both parties confirmed their will to continue the project. This meeting will be followed in December by a bilateral meeting in Lyon between the Italian and the French governments. The Italo-French agreement Turin-Lyon high speed line is supposed to be one central question to be discussed. No Tav from France and Italy are organising a counter summit on the 30th of November and the 1st of December to inform and to dialogue with citizens and decision makers on the TAV issues. In the mean time, the mobilisation of the Susa Valley continues with daily sit- in, assemblies, marches, road blocks and occupations. Convinced of the economical and political opportunity of such a contested project, the Italian technocrat government continues to respond to the citizens of the valley with the militarisation of the territory, while the drills continues to be installed for evaluation soundings. Just las weel, the hundreds of policemen that were following the transportation of 3 new drills repressed with gas and water the gathering of protesters that was trying to stop the camions. Some might call it another ordinary day of resistance in the valley. Lucie Greyl _ CDCA Coordinator * * * Read more in the CEECEC case studie on the TAV * * * [1] It participated so far with 671 million Euros * * * Sources _ French Court of Audit _ Greenreport _ http://www.notav.eu/ _ http://www.notav.info/ _ http://www.presidioeuropa.net/ _...

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La morte di una cascata? I piani della Posco su Khandadhara

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La morte di una cascata? I piani della Posco su Khandadhara

Per sette anni il riflettore è stato puntato sulle comunità di Jagatsingpur vicino Paradip, sulla costa di Odisha, che hanno resistito ai tentativi della Posco di accaparare le loro terre per la costruzione di un impianto siderurgico ed un porto. Ciò che spesso viene dimenticato è che la merce principale perseguita dalla Posco sin dal 2002 è il ferro di alta qualità di cui sono ricche le montagne di Khandadhar nel distretto di Sundargarh, a nord di Odisha. I diritti sulle riserve di ferro sono stati oggetto di controversia ma stranamente, anche se fuori dai riflettori dei media, questo non ha impedito un estrattivismo sfrenato. La Commissione Shah è riuscita ad ottenere la chiusura di numerose miniere illegali di ferro nei distretti di Karnataka, Goa e Keonjhar nelle vicinanze di Sundargarh; ma perché le miniere di Khandadhara non sono state sottoposte ad indagine? Khandadhara significa ‘spada-flusso’, e la zona è famosa per la sua spettacolare cascata a fianco di montagna. Consacrata in nome della dea Ma Kanteshwari dalla popolazione locale Adivasi, la cascata, alta 270 metri e tra le più alte in India, si colloca tra le meraviglie naturali poco conosciute del paese. Ma il suo flusso è già apparentemente in diminuzione. Una delle ventiquattro vette della catena montagnosa è stata già completamente distrutta delle attività estrattive e la concessione mineraria di Kurmitar copre la maggior parte della catena. Formalmente, la Orissa Mining Corporation (OMC, società pubblica) fa capo ai progetti minerari della zona ma la OMC ha subappaltato questa operazione alla società Kalinga Commercial Corporation Ltd (KCCL), il cui sito vanta di aver superato i suoi obiettivi annui per le sue operazioni iniziate a partire del 2008, con un totale di 2,8 milioni di tonnellate di ferro e minerale di manganese estratto tra il 2011 e il 2012, la cui maggior parte è stata esportata direttamente attraverso i porti di Vishakhapatnam e di Paradip verso la Cina. Gli abitanti nativi di Khandadhara sono molto contrari a questa situazione ed hanno formato un movimento “Khandadhara Surakhya Samiti” per proteggere il loro patrimonio naturale. Questo movimento è composto dalle popolazioni Mundas e Adivasi che abitano Khandadhara solamente di recente, così come dal popolo indigena Bhuiya Pauri. Come i Dongria Konds, i Pauri Bhuiya sono tra i 75 gruppi tribali particolarmente vulnerabili in India (PVTG – una modifica recente al termine ‘gruppi tribali primitivi’). Questo statuto non ha impedito che diverse migliaia di persone venissero forzatamente sfollati dalla montagna da parte dell’Agenzia di Sviluppo Paudi Bhuiya, in collusione con il Dipartimento Forestale, sulla base della ridicola considerazione che il loro tipo di coltivazione tradizionale itinerante stesse distruggendo la foresta. Come i Dongria, coltivano all’interno della foresta il jackfruit (albero di giaca) e molti altri alberi da frutto e hanno sostanzialmente conservato una straordinaria biodiversità che comprende elefanti, gaur (bovino selvatico), leopardi e tigri. Oggi, i Pauri Bhuiya reinsediati in pianura, non solo soffrono della acuta scarsità di acqua ma vivono anche una situazione di shock culturale e le ragioni del loro sfollamento sono strettamente legate al disegno delle compagnie minerarie che hanno già iniziato a distruggere ampiamente la foresta. Se la Posco riuscirà a costruire il suo stabilimento siderurgico a Odisha accelererà ulteriormente il ritmo di questa distruzione anche se la KCCL ha già garantito la massiccia espansione delle attività minerarie...

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South African political economy after Marikana

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South African political economy after Marikana

{EJOLT collaborator Professor Patrick Bond explains the background to the shootings in Marikana where 34 mine workers were shot dead by the police on August 16 and another 270 were arrested and charged of murder.} {He places what happened in a staggering context of a country liberated from official apartheid racism but then soon derailed by neoliberalism and crony capitalism. This blog is a collection of excerpts from his 18-page illustrated article.} This incident not only represents human rights and labor-relations travesties, it offers the potential for a deep political rethink of the liberation movement in South Africa, the African National Congress (ANC). First the facts on the Marikana massacre: South African police ordered thousands of striking platinum mineworkers off a hill more than a kilometer away from Lonmin property. As they left the hill, which the police surrounded with barbed wire, 34 were killed and 78 injured. No police were hurt in the operation. Most were killed while trying to escape. 270 were arrested and state prosecutors charged them with the ‘murder’ of their colleagues (under an obscure apartheid-era doctrine of collective responsibility). This was followed by an embarrassed climb down by the national prosecutor, under pressure most of South African society. President Zuma ordered a judicial commission going beyond the who-shot-who question, in a move to divert anger against him to the company involved. But it took time for society to react, as media bias first allowed the impression to emerge that police were ‘under attack’ by irrational, drugged and potentially murderous men from rural areas. As you can read in the longer article, Lonmin has a long history of bribery, bullying and buying off trade-union leaders. Its operations are typical of the platinum belt, which contributes to the toxicity and overall pollution that means South Africa’s ‘Environmental Performance Index’ has slipped to 5th worst of 133 countries as measured by Yale and Columbia academics this year. Some two-dozen anti-corruption whistleblowers have been killed in recent years, in at least one case arranged by a corrupted mayor. When Zuma’s predecessor Thabo Mbeki took over from Mandela in 1999, Mbeki said, “we must strive to create and strengthen a black capitalist class”. One man who lubricated the process of corrupting the ANC even before that was Tiny Rowland, formerly a member of Hitler Youth in Hamburg and the man that long ruled Lonmin. But while he, the World Bank, ANC cadre and ‘sweetheart’ trade unions are all embarking on a ‘talk left’ in order to ‘walk right’ path, workers are showing signs of resisting. Even after the massacre, the Marikana workers refused to return to their rock drilling jobs until they received a wage increase of 22 percent – which they won after a month’s strike. Inspired, one in five other South African mineworkers quickly embarked upon wildcat strikes, leading in many cases to their own substantial above-inflation pay hikes. Similar militancy was soon evident in trucking, the auto sector, municipal labour and other sectors. What, then, does rising worker confidence mean politically, for the future of the ANC and the crony capitalism it promotes? Based on historic precedent in South Africa, we have to ask: is the disparate resistance signified by Marikana similar to the early 1960s and hence will there be much more repression before a...

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La «green economy» di imprese e banche

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La «green economy» di imprese e banche

{Di Giuseppe De Marzo, su Il Manifesto del 10 novembre 2012} – Il convegno di Rimini, con il ministro Clini, 39 imprese e 1000 esperti, affida ai mercati e agli investitori privati, scelte non solo di politica industriale ma anche energetica senza curarsi delle proposte e della cultura dei movimenti che, in Italia e nel mondo, difendono l’ambiente. A Rimini il 6 e 7 novembre si è tenuta una due giorni che aveva l’obiettivo di lanciare anche in Italia un piano per «un nuovo sviluppo in chiave verde». Messa così il rischio di ingannare qualcuno è forte, specie coloro che con l’acqua alla gola rischiano di aggrapparsi a qualsiasi scialuppa, anche si trattasse del Titanic. Promosso dal ministro Clini e da 39 imprese con l’ausilio di 1000 esperti, questo evento genera più inquietudini e preoccupazioni che speranze. Innanzitutto il metodo: nessuna collaborazione di comitati, reti, associazioni, contadini, movimenti, lavoratori, centri di ricerca che da 20 anni lavorano per difendere i beni comuni, ridurre la nostra impronta ecologica, promuovere altra economia, curare il territorio, garantire le nostre produzioni ed economie locali, lottare contro la svendita delle terre demaniali e delle risorse idriche, offrire prodotti di qualità liberi dall’inquinamento e dallo sfruttamento sul lavoro, studiare ed approfondire la riconversione ecologica del sistema produttivo ed energetico. Le settanta proposte presentate a Rimini sono pensate esclusivamente dal punto di vista delle imprese e delle banche, incapaci per loro stessa natura di affrontare le cause che generano l’insostenibilità sociale ed ambientale. L’idea semplice, che ha già funzionato in passato, è che sfruttando la crisi, in questo caso quella ecologica, si costruisca un «sentire» che legittimi l’ultima ondata di privatizzazioni su beni e settori fondamentali per l’interesse generale, assicurandosi utili da capogiro a cui far seguire l’ennesima bolla speculativa garantita dagli strumenti della finanza. Ai mercati ed agli investitori privati la green economy affida scelte non solo di politica industriale ma anche energetica. Proposta coerente con la “strategia energetica nazionale” del governo Monti che non risponde nemmeno agli obiettivi di decarbonizzazione europei ma addirittura raddoppia la produzione nazionale di idrocarburi, da il via alle perforazioni e vuole trasformare il paese in un «hub» del gas. Cittadini, lavoratori, comunità, cioè i soggetti della democrazia, i detentori della sovranità, cancellati insieme alle loro necessità e proposte. La crisi ecologica come grimaldello per costruire una retorica capace di catturare in termini cognitivi qualsiasi ipotesi di soluzione alternativa al modello economico che l’ha generata. A Rimini, ministri e imprenditori hanno in realtà eluso il problema fondamentale di ogni politica che punti alla sostenibilità: la diminuzione delle quantità delle produzioni e dei consumi e l’equità sociale. Se l’obiettivo è costruire comunità sostenibili, questa green economy non è lo strumento idoneo. Una società sostenibile non può scindere le questioni sociali e le opportunità economiche dai limiti ambientali che devono essere garantiti per sostenere la riproducibilità della vita. La relazione tra ecosistemi e sistemi sociali organizzati misura il livello della sostenibilità, ed il nostro è bassissimo. Analizzandole, è ormai incontrovertibile come vi sia un nesso scientifico tra l’aumento delle diseguaglianze e la distruzione dell’ambiente. La situazione italiana e planetaria certifica il fallimento dell’idea che sia possibile con le attuali politiche ambientali raggiungere la sostenibilità. La necessità della crescita economica teorizzata dall’attuale modello di sviluppo sbatte contro i limiti del pianeta e la...

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