CDCA e A Sud alla COP30 a Belém

La voce di A Sud dalla COP30 di Belém (Brasile) e le iniziative in Italia

Dal 10 al 21 novembre 2025 saremo a Belém, in Brasile, per partecipare come osservatori alla 30° Conferenza delle Nazioni Unite sul Clima. Racconteremo quanto avviene dentro e fuori le negoziazioni, porteremo e raccoglieremo le voci dei territori in lotta contro l’estrattivismo, contro il greenwashing e per una transizione ecologica realmente giusta.

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L’agenda della COP30

A Belém si discuteranno e valuteranno gli NDCs, i nuovi impegni climatici nazionali che stabiliscono gli obiettivi di riduzione delle emissioni di ogni paese. Accanto alla mitigazione, l’adattamento sarà uno dei temi centrali attraverso il Global Goal on Adaptation (GGA) e i nuovi Piani nazionali di adattamento. Un altro capitolo chiave sarà quello della finanza per il clima. Tra i punti principali il nuovo obiettivo di finanziamento (NCQG), che punta ad aumentare il sostegno ai Paesi in via di sviluppo da 100 a 300 miliardi di dollari l’anno, e la Roadmap Baku-Belém, che traccia un percorso per mobilitare almeno 1.300 miliardi di dollari l’anno entro il 2035.

Temi cruciali, che si scontrano con uno scenario geopolitico ostile, segnato dal negazionismo climatico, dai venti di guerra, dalla corsa al riarmo e dalla violenza istituzionale.  Non è un caso che in gioco a Belém ci sia più che mai la credibilità della diplomazia climatica e la sua capacità di tradurre le intenzioni in impegni concreti.

La Cupula dos povos

La Cúpula dos Povos è il grande incontro dei movimenti sociali e delle comunità che vivono in prima linea la crisi climatica. Nata nel 1992 come risposta critica alle negoziazioni ufficiali, propone un’alternativa fondata su giustizia climatica, sociale e ambientale, solidarietà e saperi ancestrali.

Dal 12 al 16 novembre 2025, in concomitanza con la COP30 di Belém, riunirà popoli indigeni, comunità quilombola e tradizionali, giovani e lavorator? in marce, dibattiti e azioni culturali.

La Cúpula mette al centro vite, diritti e territori, non statistiche: unisce chi costruisce ogni giorno soluzioni reali, dall’agroecologia alla difesa dei beni comuni, per spingere i governi ad adottare politiche di vera giustizia climatica.

Dichiarazione della Cupula Dos Povos

Perché A Sud e CDCA alla COP?

Nelle Cop si riuniscono i governi dei 197 Paesi che hanno ratificato la Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (UNFCCC), firmata a Rio de Janeiro nel 1992. Ma la COP30 non è solo un vertice diplomatico: è il terreno di confronto (e di scontro) tra attori diversi e diverse visioni del mondo. Da una parte il business as usual che trasforma la crisi climatica in profitto, dall’altra movimenti e territori che lottano per giustizia climatica, autodeterminazione e diritti della Natura.
La COP30 si terrà nel cuore dell’Amazzonia, a Belém do Pará, in Brasile. Non è un dettaglio geografico ma una scelta politica: è nel Sud globale che l’ingiustizia climatica colpisce più duramente mentre il Nord globale continua a negoziare emissioni e interessi fossili.
Qui non si decide solo il futuro del clima: si decide chi avrà diritto a un futuro.

Per raccontare cosa c’è in gioco, e come finisce la partita.

Andiamo alla COP per osservare da vicino i negoziati, capire quali equilibri politici e di potere si stanno ridefinendo, e portare la prospettiva dei territori e dei movimenti che chiedono giustizia climatica.
La partecipazione di A Sud e CDCA serve a connettere le lotte locali con quelle globali, rafforzare alleanze internazionali e raccontare – con sguardo indipendente e critico – come la diplomazia climatica sta affrontando, o eludendo, le proprie responsabilità.
Perché solo intrecciando voci e resistenze dal basso possiamo costruire un futuro giusto per tutt?.

Per costruire e rafforzare alleanze internazionali

Svolgere la COP in Brasile è un segnale che conta: significa rimettere al centro chi la crisi climatica la subisce davvero. Andiamo a Belém per stare con i movimenti globali per la giustizia climatica. In America Latina oggi si gioca una partita enorme: conflitti ambientali, estrattivismo, repressione, lotte indigene e popolari che resistono da decenni. Con tante realtà — dalla Colombia alla Bolivia, fino all’Amazzonia — abbiamo già lavorato, fatto campagne, costruito ponti. Lì ritroviamo compagn? con cui condividiamo visioni e pratiche.

Per portare una visione radicale dentro la COP

Sì, probabilmente sarà l’ennesimo flop diplomatico. Ma proprio per questo dobbiamo esserci, per non lasciare quei tavoli alle lobby fossili e ai governi che parlano di transizione mentre trivellano.
Da dentro vedi meglio le dinamiche, le crepe, le possibilità di alleanze e di conflitto.
Andiamo per portare la prospettiva della giustizia climatica e delle lotte dal basso, che legano crisi climatica, razzismo, patriarcato e disuguaglianze. La COP non è un punto d’arrivo: è un passaggio. Il resto si fa fuori, insieme, ogni giorno.


Diario dalla COP30

  • Giorno 12 – 24 novembre 2025
    Belém svela il fallimento della diplomazia climatica, ma apre spiragli: una roadmap anti-fossile e nuove alleanze per la giustizia.
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  • Giorno 11 – 21 novembre 2025
    Penultimo giorno a Belém: incendio in COP30, stalli politici e pressioni crescenti sul BAM e sull’uscita dai fossili.
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  • Giorno 10 – 20 novembre 2025A Belém 85 Paesi spingono per uscire dai fossili, mentre Italia e Polonia frenano. La COP30 è al bivio, il tempo è adesso.
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  • Giorno 9 – 19 novembre 2025
    Belém rilancia la lotta globale ai fossili: la Colombia guida un fronte che vuole uscire davvero dal modello che brucia il pianeta.
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  • Giorno 7 – 17 novembre 2025
    Belem in rivolta: popoli indigeni e movimenti sociali spingono per una COP30 che dica finalmente basta ai fossili.
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  • Giorno 6 – 15 novembre 2025
    Anche quest’anno i dati sulla presenza dei lobbisti Gas&Oil alla conferenza di Belém sono alti: su ogni 25 persone accreditate al vertice, uno è un lobbista dei combustibili fossili, in totale sono oltre 1600.
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  • Giorno 5 – 14 novembre 2025
    Il TFFF entra nella Cupula tra promesse e contraddizioni: fondi incerti, debiti in aumento e movimenti che denunciano l’ennesima falsa soluzione verde.
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  • Giorno 4 – 13 novembre 2025
    A Belém la protesta indigena irrompe nella COP30 e svela le contraddizioni del Brasile fossile. Intanto la Cupula esplode di mobilitazioni globali.
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  • Giorno 3 – 12 novembre 2025
    Adattamento al centro della COP30, ma i fondi restano insufficienti. A Belém arrivano movimenti e comunità indigene: la vera pressione viene dai territori.
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  • Giorno 2 – 11 novembre 2025
    Lula parla di disuguaglianze alla Cop30, ma il Brasile continua a spingere sul fossile. A Belém torna al centro il nodo tra clima e ingiustizia.
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  • Giorno 1 – 10 novembre 2025
    Dalla Cop30 alla Cúpula dos Povos: a Belém si apre la sfida per la giustizia climatica tra responsabilità globali, diritti dei popoli e resistenza dei territori.
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Articoli di approfondimento alla COP30

  • Cosa resta della Cop30, la battaglia per il clima e i diritti è ancora lunga – 24 novembre 2025
    Marica Di Pierri e Laura Greco su Domani – COP30 fallisce su fossili e foreste, ma il Bam e il blocco dei 82 paesi per l’uscita dal fossile aprono spiragli di lotta e nuove alleanze.
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  • Sulla fine dei lavori della COP30 – 24 novembre 2025
    Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Cosa è successo alla 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici? Quali sono le grandi vittorie? Quali le sconfitte?
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  • La tabella della discordia – cos’è successo alla COP30 – 23 novembre 2025
    Laura Greco su Radio24 – COP30 a Belém annuncia impegni su energia, foreste e adattamento, ma senza una vera uscita dal fossile restano promesse vuote da incalzare con lotte dal basso.
    Ascolta su Il Sole 24 ore
  • “A resposta somos nós”. Ma alla COP30 le richieste dei popoli indigeni non fanno breccia – 23 novembre 2025
    Laura Greco su EconomiaCircolare.com – Alla COP30 le voci indigene restano ai margini mentre la foresta corre verso il punto di non ritorno. Senza giustizia, non c’è futuro.
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  • La “Dichiarazione di Belém” e il multilateralismo del phase out dai fossili spinto dal basso – 21 novembre 2025
    Laura Greco su Altreconomia – Da Belém arriva una spinta dal basso per uscire dai fossili: governi e movimenti uniscono le voci per un phase out reale, giusto, globale.
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    • Cop30: senza il Gender action plan ogni azione climatica è limitata – 21 novembre 2025
      Marica Di Pierri e Laura Greco su Valori – Nonostante le ambiziose premesse il Gender action plan ha trovato diversi ostacoli sui tavoli negoziali della Cop30

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  • Alla Cop30 arrivano le storie di migrazioni climatiche – 21 novembre 2025

Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30, in vista delle negoziazioni finali, si parla del fenomeno crescente degli sfollamenti forzati dal cambiamento climatico.
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  • Belém, la foresta degli indigeni si ribella a Lula – 20 novembre 2025
    Laura Greco su Il Manifesto – Le nazionalità dell’Amazzonia denunciano l’inagibilità politica alla Cop e chiedono una mobilitazione internazionale guidata direttamente dai popoli indigeni per proteggere i loro territori e affrontare la crisi climatica alla radice
  • Alla Cop 30 i movimenti si riprendono la scena – 20 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Il Manifesto – Era dalla Cop 26 di Glasgow che non si vedeva così tanta società civile. Accanto al vertice ufficiale, in più di 50 mila hanno animato la «Cupula dos povos» per una svolta vera sul clima e i diritti
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  • COP30, BELÉM | Italiani in mobilitazione – 20 novembre 2025]
    Il Climate Pride in azione alla COP30: l? attivist? chiedono all’Italia una roadmap chiara e ambiziosa per uscire dai fossili.
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  • A Belém torna il protagonismo sociale – 19 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Collettiva – Alla Cop30 movimenti, organizzazioni, popoli e sindacati riacquistano centralità: proposte e campagne dal basso sono arrivate nelle stanze dei negoziati.
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  • Come procede la COP30 in Brasile? Intervista a Laura Greco da Bélem – 19 novembre 2025
    Laura Greco su Scienza e Pace Magazine – COP30 tra repressione, lobby fossili e resistenze indigene: la giustizia climatica la costruiscono i territori, non i negoziati.
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  • Lifegate dalla COP30 – 18 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Lifegate – Dalla COP30 il racconto dell’inedita comunicazione tra dentro e fuori la COP, tra le richieste indigene e l’ambiguo governo di Lula.
    Ascolta su Lifegate
  • Il Fondo per le foreste e la falsa soluzione del biocapitalismo si ripropone alla Cop30 di Belém – 18 novembre 2025
    Laura Greco su Altreconomia – Il Tropical forests forever facility lanciato da Lula è l’ennesimo dispositivo finanziario che viene presentato come innovazione.
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  • Attivismo e giustizia climatica: se il diritto alla protesta diventa un reato – 17 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Valori.it – Alla Cop30 emerge un allarme globale: in molti Paesi il diritto alla protesta viene represso e l’attivismo ambientale è sempre più criminalizzato
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  • Alla Cop30 di Belèm il fondo per l’adattamento resta senza fondi – 17 novembre 2025]
    Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30 fallisce, per il terzo anno di fila, l’obiettivo di raccolta minima per finanziare l’adattamento dei Paesi del Sud globale.
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  • Massiccia partecipazione popolare a Belém – 16 novebre 2025
    Marica Di Pierri su L’aria Che Respiri – Alla Cúpula dos Povos tantissime voci per reclamare la fine dei combustibili fossili e una giustizia climatica guidata dai popoli, non dalle multinazionali.
    Ascolta su Radio Rai1
  • In diretta da Bele?m – Aggiornamenti sulla prima settimana di COP30 – 15 novembre 2025
    Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – In diretta da Belém, per raccontare in diretta i lavori della 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici. ?Foto di Oliver Ninja e Midia Ninja
    Guarda la diretta
  • Cop30: chi difende i combustibili fossili dentro i negoziati sul clima – 14 novembre 2025
    Marica Di Pierri per Altreconomia – Alla Cop30 un lobbista fossile ogni 25 delegat?: il vertice che dovrebbe chiudere l’era fossile continua a farsela scrivere da chi la profitta.
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  • Giustizia climatica, questa dimenticata – 13 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Il Manifesto – Il legame tra clima e disuguaglianze è ormai assodato. Ma dopo 30 anni di conferenze, i ricchi continuano a fare grandi affari con i fossili.
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  • L’adattamento secondo la COP30: “Adattarsi è sopravvivere” – 13 novembre 2025
    Marica Di Pierri per EconomiaCircolare.com – COP30 punta a rendere operativo il Global Goal on Adaptation, tra governance multilivello, indicatori, fondi insufficienti e necessità di giustizia climatica.
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  • La Cop30 in Brasile e le politiche industriali green – 11 novembre 2025
    Marica Di Pierri per Tutta La Città Ne Parla, Radio3 – È iniziata la Cop30 a Belém, 10 giorni in cui si discuterà su come trovare una via d’uscita alla deriva del cambiamento climatico nonostante le difficoltà politiche che ci circondano.
    Ascolta l’episodio
  • Road to Belém – 7 novembre 2025Marica Di Pierri per Valori.it – Verso la Cop30 di Belém, cosa aspettarci dal più importante appuntamento per salvare il clima della Terra? Diretta con Marica Di Pierri, Luca Lombroso, Giovanni Mori e Lorenzo Tecleme.
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  • Da Parigi a Belém, i conti che non tornano – 6 novembre 2025
    Marica Di Pierri per Il Manifesto – Tra tensioni e fragili compromessi, i preparativi alla vigilia della Conferenza Onu. A che punto sono gli impegni nazionali di riduzione e i piani di adattamento dei singoli Paesi.
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  • A Sud a Belém alla Cop30 – 6 novembre 2025
    A Sud seguirà negoziati e mobilitazioni dalla COP30 di Belém, amplificando le voci dei movimenti per giustizia climatica e sociale.
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  • A Sud aderisce alla Global Call to Action della Cúpula dos Povos  – 5 settembre 2025
    Il 15 novembre scendiamo in piazza: basta disuguaglianze e razzismo ambientale, vogliamo giustizia climatica e un mondo dove la vita sia al centro.
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  • Vertice dei Popoli Verso la COP30: Manifesto Politico – 13 giugno 2025
    A Sud aderisce al Manifesto dei Popoli verso la COP30: un appello globale per giustizia climatica, anticapitalismo e democrazia dal basso.
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Racconteremo le negoziazioni

Per spiegare cosa accade davvero alla COP30, come si muovono i governi e quali interessi guidano le scelte sulla crisi climatica. Vi offriremo una copertura quotidiana per raccontarvi con le nostre parole e con uno sguardo critico, indipendente e radicale, vicino ai movimenti il dentro e fuori la Cop

Sveleremo le contraddizioni

Tra le promesse ufficiali e la realtà, mostrando lo scontro continuo tra lobby fossili e popoli che difendono la vita e i territori. Denunceremo le responsabilità smascherando la falsa transizione energetica e chi continua a inquinare mentre parla di sostenibilità con greenwashing e false soluzioni

Daremo voce alle comunità

Portando le loro storie, le lotte quotidiane e le alternative concrete alla devastazione ambientale, contro colonialismo ed estrazione. Ci collegheremo con l’Italia per connettere istanze e battaglie


INFO E CONTATTI

Per contatti e interviste con la delegazione:

Marica Di Pierri
maricadipierri@asud.net
55 21 967071220

Laura Greco
lauragreco@asud.net
+55 21 997673184

Verdict Expected in Court Case on Oil Giant Shell’s Nigerian Oil Pollution

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Verdict Expected in Court Case on Oil Giant Shell’s Nigerian Oil Pollution

Read the press release from Friends of the Earth Netherlands in relation to the decades of oil pollution in his native country Nigeria, by the Anglo-Dutch oil giant Shell. For the first time in history, a European company, Anglo-Dutch oil giant Shell, has been brought to court in The Netherlands for damages it caused abroad. The plaintiffs are four Nigerians whose livelihoods and communities have been massively impacted by Shell’s operations. Lawyers for both parties pleaded at a key hearing in The Hague today, with a verdict expected early in 2013. The court case against Shell’s oil spills in Nigeria has been filed by four Nigerian plaintiffs in conjunction with Friends of the Earth Netherlands / Milieudefensie and supported by Friends of the Earth Nigeria. “A positive verdict will have groundbreaking legal repercussions. It will allow victims of multinational corporations in developing countries to obtain justice in Europe,“ says Geert Ritsema, globalisation campaign leader at Friends of the Earth Netherlands / Milieudefensie. “Due to the poor maintenance of its pipelines and infrastructure Shell lets tens of millions of barrels of oil leak in Nigeria, with disastrous consequences for local people and the environment. We hope for a positive verdict. We hope that Shell will own up to its glaring pollution. We hope that justice will be done for the four Nigerians who sued Shell in The Netherlands,“ says Nnimmo Bassey, Executive Director of Friends of the Earth Nigeria and Chair of Friends of the Earth International. In May 2008, four Nigerian fishermen and farmers from the villages of Goi, Ikot Ada Udo and Oruma, in conjunction with Friends of the Earth Netherlands / Milieudefensie and supported by Friends of the Earth Nigeria / ERA, started a legal case against Shell Nigeria and its parent company in the Netherlands. “Shell polluted with impunity and destroyed our livelihoods. Several years after the spills we still see and smell the oil and in some communities half of the population has respiratory diseases. Shell must now clean up properly and prevent more oil spills from happening. Justice has to be done here in The Netherlands and Shell must be held to account,” says one of the four plaintiffs, Eric Dooh from Goi, Ogoniland, Nigeria. The serious contamination of the oil rich Niger Delta has had disastrous consequences for the local people and their environment. Oil leaks regularly pollute the fields, forests and water. These leaks are a heavy burden on agriculture and fishing. Shell is the operator of Nigeria’s largest oil fields and bears significant responsibility for the oil pollution. The UN, among others, has stated that Shell does not comply with legal environmental standards and has failed to clean up leaked oil – or has done so only insufficiently, for decades. Moreover, Shell’s own sustainability report stated that the number of leaks due to poor maintenance doubled in 2011, rising from 32 to 64. Source: http://www.ejolt.org/2012/10/verdict-expected-in-court-case-on-oil-giant-shells-nigerian-oil-pollution/ IN DEPTH [Read the CDCA case study on the Niger Delta->https://www.cdca.it/spip.php?article1621&lang=en] PHOTOS OF THE OIL SPILLS, as well as legal documents and fact sheets about the legal proceedings are available at : http://www.milieudefensie.nl/english/shell/oil-leaks/courtcase/press and http://www.milieudefensie.nl/english/shell/oil-leaks/courtcase/press/documents/documents-on-the-shell-legal-case BIOS, PORTRAITS AND STORIES OF THE PLAINTIFFS are available at : http://www.milieudefensie.nl/english/shell/oil-leaks/courtcase/plaintiffs http://www.milieudefensie.nl/english/shell/oil-leaks/courtcase/press/documents/documents-on-the-shell-legal-case A TIMELINE OF THE COURT CASE is available at : http://www.milieudefensie.nl/publicaties/factsheets/timeline-courtcase-shell FOR MORE INFORMATION Friends of the Earth...

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Massacro in Totonicapán, Guatemala

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Massacro in Totonicapán, Guatemala

Almeno 4 i morti. Manifestavano contro lo scippo «costituzionale» delle terre. La notizia riporta la memoria agli anni della dittatura militare in Guatemala. [Paola Desai su Il Manifesto del 7 ottobre 2012] Nel pomeriggio del 4 ottobre agenti della polizia nazionale e militari dell’esercito hanno aperto il fuoco contro una pacifica dimostrazione di contadini e abitanti del distretto di Totonicapan, nella regione del Quiché popolata in prevalenza da comunità indigene maya. _ Il bilancio è di 4 (ma forse sono 7) morti, una quarantina di feriti, molte persone intossicate dai lacrimogeni, e una scia di lutti nelle comunità indigene, di tensione, e di proteste da parte di forze sociali e gruppi per i diritti umani. Il massacro è avvenuto al chilometro 170 della Carretera Panamericana, l’asse stradale che attraversa l’intero Centroamerica. _ Quel giorno si teneva una manifestazione convocata dal Comitato dei 48 cantoni, la struttura tradizionale delle comunità indigene maya, per protestare contro una riforma costituzionale avviata dal presidente della repubblica Otto Perez Molina (che eliminerebbe tra l’altro il riconoscimento alle autorità tradizionali indigene, e così anche il diritto delle popolazioni native sulle terre comuni, quindi faciliterà le concessioni per investimenti minerari, centrali energetiche, piantagioni). _ Protestavano inoltre contro gli aumenti esorbitanti delle bollette della luce, e contro una riforma delle scuole magistrali. La manifestazione popolare avveniva in concomitanza con un colloquio tra i rappresentanti dei 48 cantoni con il responsabile del Sistema nazionale di dialogo, Miguel Angel Balcarcel – dunque un rappresentante del presidente Perez Molina, che era pure atteso ma poi ha declinato. Insomma: i rappresentanti delle comunità erano riuniti nel municipio, in attesa di poter esprimere le proprie critiche alla riforma costituzionale, quando la polizia e l’esercito hanno aperto il fuoco sui manifestanti. _ Quello stesso pomeriggio il presidente Perez Molina ha così commentato i primi resoconti: «Bisogna vedere se i soldati sono stati provocati». Qualche agenzia stampa ha riferito poi la versione ufficiale: un veicolo dell’esercito è stato attaccato dai manifestanti e ha risposto. Versione smentita da testimonianze e foto raccolte dai cronisti là presenti; la tv Guatevision ad esempio riferisce che polizia e soldati hanno usato armi da fuoco di grosso calibro per reprimere una manifestazione pacifica e disarmata. _ La presenza dell’esercito «per proteggere la polizia» durante una azione civica di protesta è ormai cosa usuale in Guatemala: ed «è una dimostrazione di violenza da parte dello stato», scrivono numerose organizzazioni sociali e per i diritti umani del paese che hanno firmato un comunicato di denuncia del massacro di Totonicapam. Denunciano inoltre la criminalizzazione delle comunità rurali e indigene. _ Il ministro degli interni ad esempio ha dichiarato, in una conferenza stampa dopo il massacro, che bloccare una strada o impedire la circolazione con dimostrazioni e assembramenti è illegale, e il governo ha l’obbligo di frenare l’anarchia: parole minacciose, in un paese che ha una terribile storia di forze speciali addestrate a reprimere con ferocia. _ Il governo di Perez Molina ha accelerato le concessioni per l’estrazione mineraria, idroelettrica, o di terre per grandi piantagioni, senza affrontare il problema della redistribuzione della terra (anzi, in Guatemala la concentrazione fondiaria nelle mani di pochi grandi latifondisti è particolarmente acuta). Così i conflitti si moltiplicano – inevitabile ricordare quello del municipio di Palo Viejo, nel Quiché, attorno a una centrale idroelettrica che sta costruendo...

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Massacre in Totonicapán, Guatemala

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Massacre in Totonicapán, Guatemala

Seven were killed and some 40 wounded Oct. 4 when security forces attacked a protest road blockade by Maya indigenous campesinos in Guatemala’s highland department of Totonicapán. Protesters were blocking Cuatro Caminos intersection, a meeting point for roads linking the towns of Totonicapán, Quetzaltenango, Huehuetenango and the capital, Guatemala City. President Otto Pérez Molina initially denied that soldiers on the scene were armed, saying the violence began when a private security guard on a cargo truck fired his gun in an attempt to clear the crowd. After Guatemalan newspapers ran photos from the scene clearly showing soldiers armed with rifles, Pérez changed his story, admitting the troops were armed but saying they only fired in the air after the protesters “tried to lynch” them. A private security guard and the seven soldiers who fired their weapons are under investigation by civil authorities, but Defense Minister Ulises Anzueto said the troops will remain in the army pending completion of the probe. Eight soldiers supposedly injured in the confrontation were presented to reporters at Anzueto’s press conference in the capital. _ Human Rights Prosecutor Jorge de León confirmed that shells from the ammunition used by the standard army issue Israeli Galil assault rifles were found on the scene, as well as shells from another type of ammunition, presumably that fired by the security guard. The demonstration was organized by the Committee of the 48 Cantons of Totonicapán, to oppose rising electricity rates and constitutional and educational reforms proposed by Pérez. The Committee said that when the attack occurred, some of its leaders were in Guatemala City waiting to meet with Pérez. _ Another local popular organization called the Consejo Político Oxlajuj Baktún—the Thirteenth Baktun Political Council, a reference to the Maya calendric cycle that comes to an end this year—issued a statement after the massacre calling on the international community to establish a permanent commission in Guatemala to document “the repression, militarization and persecution of indigenous and community leaders.” The statement accused the government of violating the 1996 accords that ended Guatemala’s long civil war, and guaranteed the right to free political opposition. _ UN High Commissioner for Human Rights Navi Pillay has dispatched a delegation to Guatemala to investigate the facts of the massacre. Pillay visited Totonicapán during her mission to Guatemala in March, noting that although indigenous peoples constitute the majority in the country, they continue to be subject to exclusion and denial of their human rights. Guatemala was one of the first signatories of the UN Declaration on the Rights of Indigenous Peoples, which underscores that indigenous peoples have the right to participate in decision-making in matters which would affect their rights. _ At the funerals of the fallen in the central plaza of Totonicapán town on Oct. 5, thousands of local residents gathered to demand justice in the case. Source: http://www.ww4report.com Watch the video testimony of the Totonicapán’s 48 cantones’ President Here following the call from Guatemala’s Human rights’ organisations in solidarity with the Totonicapán comunities. {Send your adhesion to juventudesindigenasiximuleu@gmail.com and help us to disseminate the information!} * * * The organizations listed below denounce the following: _ 1. On the afternoon of Thursday, October 4, the Committee of the 48 Cantons of Totonicapan, a traditional structure considered the legitimate representative of the people, suffered a violent...

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IL PROGETTO ED IL SUO SCOPO Questo lavoro è il risultato di un anno di ricerche nel villaggio di Hasankeyf, un incredibile tesoro di storia ed umanità che si adagia lungo una curva del fiume Tigri, nel sud est dell’Anatolia. L’intenzione del nostro film è quella di descrivere la storia unica di questa terra attraverso le memorie ed i racconti delle persone, ed il vincolo che esiste tra questa gente e la natura circostante. Descriveremo il legame profondo e duraturo che esiste tra l’uomo, il fiume e la pietra calcarea di Hasankeyf. Ma incontreremo anche alcune situazioni ben più complesse, come il complesso rapporto tra l’uomo ed il progresso o la lotta necessaria per immaginare il proprio futuro, in una valle che nel 2014 verrà sommersa dalle acque della diga di Ilisu. La paura di perdere quasi ogni abitudine della propria vita sarà infine una delle presenze tra i protagonisti del film. COSA RAPPRESENTA HASANKEYF. Hasankeyf è un villaggio del sud-est della Turchia di circa 3.000 abitanti, situato sulle sponde del fiume Tigri, non lontano dalla Siria e dall’Iraq. Oggi è abitato da famiglie Arabe e Curde, ma primi insediamenti umani ad Hasankeyf risalgono a circa 10.000 anni fa, come testimoniano le grotte scavate nella montagna, usate come case fino a pochi anni fa. In questi 12.000 anni il Tigri è scorso instancabilmente, accarezzando la parete di roccia su cui il villaggio sorge. Gli anziani ricordano ancora bene quando Hasankeyf era un florido snodo commerciale lungo il fiume, fra Diyarbakir e Baghdad. Negli anni ’60 poi accadde qualcosa che avrebbe cambiato definitivamente la storia del vilalggio. Per ordine governativo la popolazione fu evacuata dalla grotte e fu alloggiata in case d’emergenza, erette esattamente sopra al nucleo del sito archeologico. Oggi la storia si ripete, il progetto GAP (Guney Anadolu Projesi – Progetto Sud-Anatolia) prevede la costruzione della diga di Ilisu, a circa 50 km da Hasankeyf. I lavori procedono spediti, e quando l’imponente opera sarà completata, il villaggio e buona parte del sito archeologico verranno sommersi dalle acque, costringendo gli abitanti ad una migrazione forzata ed all’abbandono delle proprie abitudini di vita. Intanto, a circa un miglio da Hasankeyf, l’Agenzia per lo Sviluppo Abitativo (TOKI), legata alla presidenza del consiglio, sta costruendo la Nuova Hasankeyf. Un nuovo sito abitativo, scollegato da quello storico, costruito secondo i crismi della vita moderna. Cinquant’anni fa il progresso imponeva che la popolazione abbandonasse le grotte di pietra nelle quali era vissuta per secoli; oggi il progresso impone che la popolazione si trasferisca in abitazioni moderne e sconnesse dall’ecosistema unico del fiume Tigri, destinato a scomparire per trasformarsi in un grande lago artificiale. Se la perdita sarà enorme, gli aspetti positivi sono tutti da definire. Regia e Fotografia: Tommaso Vitali Ricerca: Francesco Marilungo / Carlotta Grisi / Tommaso Vitali ? Se vi steste domandando PERCHE’ abbiamo intrapreso questo lavoro… SCOPRI meglio Hasankeyf e la sua storia e SEGUICI visitando il nostro Group Facebook http://www.facebook.com/groups/181343318660658/ , o visita la nostra pagina web www.thiswashasankeyf.com o ancora scrivici una email a thiswashasankeyf@gmail.com — PERCHE’ ABBIAMO BISOGNO DEL VOSTRO AIUTO ? Innanzitutto raggiungere l’importo che abbiamo stabilito ci permetterà di coprire i costi necessari a completare questo lavoro. Inoltre abbiamo amato l’idea di coinvolgere sia amici che persone che non conosciamo ma che possano essere così interessate dalla...

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Support the video project “This is Hasankeyf”

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THE DOCUMENTARY PROJECT AND ITS AIM. Our work is the result of a one year long research in the village of Hasankeyf, a stunning trove of history that lies along a curve of the Tigris River, in Southeastern Anatolia. The aim of our film is to describe the unique history of this land through its people’s memories and tales and to understand the connections the inhabitants have with their natural environment. We will attempt to uncover the deep and lasting relationship between man, the river and the lime stone of Hasankeyf. But we will also come across several more complex situations, such as the biunivocal interaction between people and progress or the struggle to imagine a future in a valley that in 2014 will be flooded by the waters of the Ilisu Dam project. Ever present in the film will be the ways in which Hasankeyf’s inhabitants’ perceive and deal with the prospect of losing the way of life that they know. HASANKEYF. Hasankeyf is a town situated in South Eastern Turkey and has today a population of 3000. It lies along a curve of the Tigris River, close to the Syrian and Iraqi borders. The first human settlements in the area date back 10.000 years, as the caverns dug in the mountain, which were inhabited until very recently, can testify. Today the town is populated by Arabic and Kurdish families. Throughout these 10.000 years the Tigris has been flowing relentlessly, smoothing down the rock wall on which the town stands. And today Hasankeyf’s elders still remember when the town was one of the thriving trade centers along the river, between Diyarbak?r and Baghdad. Then, in the 1960s something happened that would forever change the village history. The population was evacuated from the caves by government order and was relocated to emergency housing, built above the centre of the archaeological site. Regrettably history is set to repeat itself, as the GAP project (Guney Anadolu Projesi – Southern-Anatolia Project) includes the construction of the Ilisu Dam, approximately 50 km from Hasankeyf. The project is on an incredibly large scale and is progressing fast. When the dam is completed, the town and most of the archaeological site will be submerged, forcing the town’s inhabitants into migration, therefore abandoning their homes and customary life styles. Meanwhile, about a mile from Hasankeyf, the Housing Development Agency (TOKI), linked to the Presidency of the Council of Ministers, is building the New Hasankeyf: a new housing site, disconnected from the historical one and bearing all the trimmings of modern life. Fifty years ago, progress dictated that the population had to abandon the stone caves where they had lived for centuries. Today, progress requires them to move into new buildings, modern and disconnected from the unique ecosystem of the Tigris, now doomed to become a large artificial lake. The loss will be enormous for the people of Hasankeyf and whether there will be any positive outcome of their relocation is yet to be seen. Director and Cinematographer: Tommaso Vitali Researchers: Francesco Marilungo / Carlotta Grisi / Tommaso Vitali ? If you wonder HOW we got involved in this journey… LEARN MORE about Hasankeyf’s history and FOLLOW US by visiting our Facebook group page http://www.facebook.com/groups/181343318660658/ , or visit our webpage at www.thiswashasankeyf.com or feel free to email...

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II Assemblea Nazionale della campagna “Stop Enel”

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II Assemblea Nazionale della campagna “Stop Enel”

Vieni a scoprire a Civitavecchia la Campagna StopENEL, questo sabato 29 settembre 29-30 settembre 2012 “StopENEL – per un nuovo modello energetico” I promotori e sostenitori della rete StopENEL, invitano cittadini, attivisti, amministratori, a partecipare alla II Assemblea Nazionale della campagna che si svolgerà il 29 e 30 settembre a Civitavecchia. La campagna “Stop Enel” si è costituita in aprile 2012 con una prima assemblea internazionale alla quale hanno partecipato rappresentanti delle comunità colpite dagli impianti dell’ENEL in Italia, in America Latina e nell’Est Europa. La campagna nasce per denunciare ed arrestare il modello energetico praticato dalla multinazionale italiana, ancora oggi per il 31% di proprietà del Ministero dell’Economia e delle Finanze. Un modello insostenibile e distruttivo per l’ambiente, che viola i diritti umani ed il diritto ad un ambiente sano e impedisce alle comunità coinvolte di partecipare alla pianificazione del territorio. Inoltre la sua disperata e affannosa ricerca di fonti energetiche, obsolete e inquinanti o tecnologie sedicenti eco-sostenibili, non risponde ad altra logica che quella del profitto, andando a sostenere un modello economico basato sulla crescita infinita della produzione di merci e di conseguenza del consumo energetico regolato da tariffe monopolisitche e speculative. Obiettivo della campagna è promuovere un modello energetico alternativo che metta al centro i diritti umani, la giustizia ambientale e sociale, la difesa della salute dei cittadini e del territorio come bene comune. “Stop Enel” intende mettere in rete le comunità locali, i movimenti sociali e le associazioni coinvolte nei diversi conflitti con lo scopo di costruire strategie congiunte, aumentare la capacità di incidenza sull’opinione pubblica nazionale e internazionale. La rete, che ha raccolto più di 50 adesioni di associazioni, gruppi e comitati locali, fra i quali il CDCA e l’associazione A Sud, invita tutti a partecipare alla sua IIa assemblea nazionale che si svolgerà a Civitavecchia il 29-30 settembre. L’incontro è ospitato dal Movimento No Coke Alto Lazio che da oltre dieci anni si batte contro la riconversione a carbone della centrale di Torrevaldaliga nord. La nuova centrale, che emette ogni anno 10,3 milioni di tonnellate di CO2 e oltre 6 milioni di metri cubi l’ora di emissioni inquinanti varie, è attiva dal 2010 e si inscrive in un contesto già duramente colpito da una ultradecennale servitù ambientale costituita da numerosi impianti. I dati sulla salute pubblica nel comprensorio di Civitavecchia, sono allarmanti: la zona è al primo posto nel Lazio ed al terzo in Italia per mortalità causata da tumori ai polmoni, alla trachea e ai bronchi, con leucemie e linfomi diffusi in maniera nettamente superiore rispetto alla media nazionale. Vogliamo realizzare assieme un differente modo di abitare questo pianeta, assieme a tutte le comunità dove Enel sviluppa i suoi progetti, valorizzando il nostro diritto a un ambiente sano, a una vita degna di essere vissuta, (al rispetto dei diritti umani, alla difesa dei beni comuni), alla partecipazione nella pianificazione del territorio. L’incontro darà un’occasione per aprire un dibattito nazionale sul modello energetico, rafforzare il coordinamento e l’azione dei comitati e delle associazioni e fra le diverse reti, portare un contributo al dibattito in corso a Civitavecchia L’incontro si articolerà su due giornate, un incontro pubblico sabato 29 e l’assemblea della rete StopENEL la mattina di domenica 30 settembre e si svolgerà secondo il seguente programma di massima: Sabato 29 Settembre C/o presso...

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Achuar people celebrate a major victory for indigenous rights

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Achuar people celebrate a major victory for indigenous rights

We like to share with you a press release from Amazon Watch with yet again some good news for environmental justice. To understand this latest good news arising from the depth of the Amazon as part of a global struggle for environmental justice: here is a EJOLT report on issues in the economics of ecosystems and biodiversity and here is a video on Yasuni – where a similar struggle has an original angle. And only last week we posted very similar news from another part of the Amazon. {By Amazon Watch} Calgary, Canada, Spetember 18th 2012 – Talisman Energy (TLM) announced its decision to cease oil exploration activities in the Peruvian Amazon and to exit the country upon completion of ongoing commercial transactions. “We have fought long and hard against Talisman’s drilling in our territory because of the negative environmental and social impacts we have seen from oil drilling around the world,” said Peas Peas Ayui, President of the National Achuar Federation of Peru (FENAP). “Now that Talisman is leaving we can focus on achieving our own vision for development and leave a healthy territory for future generations.” Talisman is the fifth oil company to withdraw from controversial Block 64, located in the heart of indigenous Achuar territory in a remote and bio diverse region of the Amazon rainforest. Talisman has been exploring in Peru since 2004 and has come under increased pressure by human rights groups and shareholders for operating without Achuar consent. “Talisman has had to face up to what the Achuar told them when they first invested in Block 64: The company cannot drill without the consent of the Achuar people,” said Gregor MacLennan, Peru Program Coordinator at Amazon Watch. “Talisman’s exit sends a clear message to the oil industry: Trampling indigenous rights in the rush to exploit marginal oil reserves in the Amazon rainforest is not an option.” Despite Talisman’s claim of attaining local support from communities and signing good neighbor agreements with 66 communities downriver from their operations, the company never had the consent of the majority of communities living within Block 64. Talisman first invested in Peru one year after leaving Sudan and became sole operator in 2007, shortly after John Manzoni’s appointment as CEO. Manzoni was replaced by ex-TransCanada CEO Hans Kvisle on Monday this week. “We are the owners and the original people of this land,” said Peas Ayui. “No outside person or company may enter our territory by force, without consultation and without asking us. We have been fighting against oil development on our land for 17 years and we maintain the same vision to protect our territory and resources for future generations. Let this be a clear message to all oil, mining and logging companies: we will never offer up our natural wealth so that they can extract our resources and contaminate our land.” Block 64 is just one of several new efforts to extract oil from the headwaters of the Amazon in Northern Peru and Southern Ecuador, among the most bio diverse places on earth. Anglo-French company Perenco was recently awarded a production license to operate in Block 67 in Peru despite a legal case against them for drilling in isolated peoples’ territory. ConocoPhilliips has faced mass protests in Iquitos, Peru over plans to drill wells in a...

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Cercatori d’oro massacrano una comunità di Yanomami

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Cercatori d’oro massacrano una comunità di Yanomami

Un gruppo di cercatori d’oro ha massacrato una comunità di Yanomami venezuelani isolati. La notizia è stata diffusa da Survival International a cui alcuni testimoni hanno raccontato di aver trovato “corpi e ossa bruciati” presso la comunità di Irotatheri, nella regione di Momoi, vicino al confine con il Brasile. Dai primi indizi sembra che le persone massacrate siano circa 80, ma il numero preciso delle vittime è impossibile da stabilire ora. Al momento, i sopravvissuti rinvenuti sono solo 3. Sembra che il massacro sia avvenuto in luglio, ma il fatto è stato scoperto solo ora. La comunità si trova in un’area molto remota e gli Indiani che hanno rinvenuto i corpi hanno dovuto affrontare un lungo cammino per raggiungere l’insediamento più vicino e denunciare la tragedia. Luis Shatiwe Yanomami, un leader dell’organizzazione yanomami Coronami, ha incontrato i testimoni a Parima. Pare che i sopravvissuti fossero fuori a caccia mentre la loro comunità veniva data alle fiamme. “Stiamo denunciando la presenza di molti cercatori d’oro illegali da tre anni” ha dichiarato Luis Shatiwe. Nella terra degli Yanomami tra Brasile e Venezuela sono al lavoro centinaia di cercatori d’oro illegali. Secondo Eliseo, un uomo Yanomami dell’area, gli Indiani che hanno scoperto il massacro avrebbero trovato “corpi e ossa bruciati, e i resti carbonizzati di uno sciabono” (la casa comune). Non è la prima volta che gli Yanomami vengono massacrati in massa. Nel 1993 vennero assassinati 16 Yanomami della comunità di Haximu, in Brasile. Per quel fatto, un gruppo di minatori fu successivamente incriminato per genocidio. Al momento non è ancora stata compiuta nessuna indagine sui fatti recenti. Un’altra scioccane tragedia per gli Yanomami. Un altro crimine da aggiungere alla lunga lista delle violenze. Tutti i governi della regione amazzonica devono fermare la crescita incontrollata delle attività minerarie, del disboscamento e della colonizzazione illegali che affliggono i territori indigeni. Queste attività finiscono inevitabilmente con il massacro di uomini, donne e bambini indiani. Le autorità del Venezuela devono consegnare i killer alla giustizia e mandare un segnale forte in tutta la regione: l’uccisione degli Indiani non resterà più impunita. Disboscamento e attività minerarie devono finire. Source: Survival Note agli editori: _ Leggi la dichiarazione delle organizzazioni indigene amazzoniche sul massacro degli Yanomami (in inglese, PDF). _ Leggi l’appello degli Yanomami alle autorità venezuelane, a cui chiedono un’investigazione urgente (in spagnolo, PDF, 2,1...

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India, gli Adivasi pronti a lasciarsi annegare contro le dighe

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India, gli Adivasi pronti a lasciarsi annegare contro le dighe

Minacciano di lasciarsi morire annegate restando in protesta sui terreni allagati le decine di famiglie della valle del Gujarat. Da 40 anni combattono per difendere le proprie terre dalle dighe del Narmada Valley Development Plan. LA PROTESTA – Si chiama “jal satyagraha“, l’estrema forma di protesta di matrice gandhiana del popolo indiano Adivasi, costretto a lasciare le proprie terre allagate senza aver ricevuto compensazioni dal governo locale. ”Non cederemo, piuttosto annegheremo” è lo slogan principale del movimento di resistenza, Il Narmada Bachao Andolan. Così, da più di 5 giorni, centinaia di sfollati sono a mollo, rischiando la vita. E’ stata inviata una lettera al governatore della regione per esortarlo a far abbassare il livello dell’acqua, ben al di sopra di quanto stabilito all’inizio dei lavori. I villaggi locali, infatti, chiedono di veder tutelati i propri diritti di fronte agli interventi dell’impresa che, violando le decisioni dell’Alta Corte e della Suprema Corte indiana, ha volutamente innalzato il livello dell’acqua all’interno dei bacini formati dalle dighe, sommergendo terre e case delle popolazioni locali. IL PROGETTO DI SVILUPPO – Il Narmada Valley Development Plan (NVDP) è stato completato soltanto alla fine degli anni ‘80 ma le sue origini risalgono al lontano 1901. Il sistema di 3.165 dighe è volto a cambiare totalmente l’idrologia e la morfologia del territorio: di queste, 3.000 sono le piccole dighe, 130 le medie e 30 le grandi. L’immenso progetto aveva inizialmente come finanziatore principale la Banca Mondiale, ritiratasi dall’impegno nel 1993 all’indomani delle numerose proteste ambientaliste. Le principali dighe sul fiume Narmada Nonostante non sia stato difficile per il Governo indiano trovare altri partner privati che investissero nel progetto (Shree Maheshwar Hydel Power Corporation Ltd – India, Siemens – Germania, Pacgen – USA, Bayernwerk – Germania, VEW Energie – Germania, Ogden Corporation – USA), ad oggi molti, come le società tedesche Siemens, Bayernwerk e VEW, poi seguite dalla Pacgen, ne sono usciti a causa delle lacune portate alla luce da esperti del Ministero dello Sviluppo tedesco. Ora, i finanziamenti proverranno per il 30% dalla vendita di azioni e per il restante 70% tramite garanzie sui crediti. GLI IMPATTI AMBIENTALI – La diga Sardar Darovar, con un’altezza proposta di 138,68 metri, è il progetto più controverso. Il governo sostiene che questa irrigherebbe più di 1,8 milioni di ettari ed estinguerebbe la sete nelle zone più inclini alla siccità di Kutch e di Saurashtra nel Gujarat, generando una capacità elettrica di 1.450 MW. L’intero megaprogetto, infatti, dovrebbe contribuire al fabbisogno energetico delle regioni coinvolte e assicurare l’approvvigionamento acqua potabile per le popolazioni delle zone rurali. Eppure, come spesso accade, ai lodevoli annunci segue una realtà ben diversa, sia per i cittadini, che per l’ambiente. Sono innumerevoli i disagi ambientali, sociali e culturali. Migliaia di ettari di terreno fertile verranno allagati, compromettendo la biodiversità animale e vegetale delle regioni interessate e alimentando il fenomeno dell’evapotraspirazione. Oltre all’aumento dell’umidità e delle piogge, la decomposizione delle specie vegetali che fissano il diossido di carbonio causerà un incremento sproporzionato di emissioni nell’aria di metano e CO2. Inoltre, in un Paese dove l’emergenza alimentare è complementare a quella sanitaria, la realizzazione del progetto comunque impedirà di continuare a sfruttare terreni dove si arriva a compiere un’elevata media di tre raccolti annui. La diga Sardar Darovar REISENDIAMENTO FORZATO, DEPORTAZIONE E MANCATE COMPENSAZIONI Come se non...

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Conga project: the end of the line?

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Conga project: the end of the line?

{By Joan Martinez-Alier}. On 24th August 2012 it was announced in Lima by the CEO of the Newmont Mining company that the US$ 4.8 billion Conga mine project in the northern region of Cajamarca was suspended, at least for two years. The announcement was not welcomed by its local partner Buenaventura nor Buenaventura’s CEO, Roque Benavides. The suspension follows two months of bloodshed and high tension, as local opposition and police intervention under a state of emergency resulted in the deaths of five demonstrators in Bambamarca and Celendín as well as the brutal arrest in plain view and captured on video of Marco Arana, an internationally well-known environmentalist leader. The fallout led to two cabinet shuffles and a change of prime minister. The collapse of this large project in Peru might send Newmont Mining’s share price to a new low. Newmont’s Chief Executive, Richard O’Brien, admitted that the nearly $5 billion Minas Conga copper and gold mine in Peru is effectively dead. Opposition from local residents concerned about water pollution has created an environment in which Newmont and its partner, Buenaventura, will not be able to complete the project, O’Brien told Dow Jones. O’Brien noted that opposition to the project also includes the head of the elected regional government (Gregorio Santos) and many others. O’Brien also stated that he was concerned about protests that might hobble operations at Conga, such as farmers blocking roads. The third prime minister in one year, Juan Jimenez Mayor, supported the suspension of the project because of the results of a recent poll by survey firm Ipsos showing that 78% of people in the region of Cajamarca opposed the planned mine. The high profile conflict has dominated President Ollanta Humala’s first year in office. There were several general strikes in Cajamarca since November 2011 and also a March for Water from Cajamarca to Lima in February 2012. The Conga project is essentially an expansion of the Yanacocha gold mine in Cajamarca owned by Newmont, Buenaventura and the IFC of the World Bank. Local farmers think it will ruin local water sources essential to their agricultural livelihoods. Local resistance stopped mining in the Cerro Quilish some years ago, a mountain near the city of Cajamarca. Yanacocha has already accumulated very large environmental liabilities. But while the project has been “put on the back-burner”, it would appear that Newmont has not yet cashed in all its chips and still hopes to continue “when the environmnent is right”. The CEO says the company will continue to try to swing community and political support and has also begun building water reservoirs in a bid to ensure water supplies. References: {http://seekingalpha.com/article/819811-will-newmont-mining-sink-on-minas-conga-debacle _ http://www.infolatam.com/2012/08/24/peru-proyecto-minero-conga-suspendido-hasta-que-empresa-garantice-agua/ _ http://www.newmont.com/our-voice/post/newmont-remains-committed-“water-first”-approach-conga _ http://www.huffingtonpost.com/2012/08/29/peru-conga-gold-mine-project_n_1840329.html _ http://www.peruviantimes.com/28/snmpe-minas-conga-delay-shouldnt-hurt-other-mining-projects/16643/} Source:...

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