Dal 10 al 21 novembre 2025 saremo a Belém, in Brasile, per partecipare come osservatori alla 30° Conferenza delle Nazioni Unite sul Clima. Racconteremo quanto avviene dentro e fuori le negoziazioni, porteremo e raccoglieremo le voci dei territori in lotta contro l’estrattivismo, contro il greenwashing e per una transizione ecologica realmente giusta.
Iscriviti al bollettino Sostieni il nostro lavoroL’agenda della COP30
A Belém si discuteranno e valuteranno gli NDCs, i nuovi impegni climatici nazionali che stabiliscono gli obiettivi di riduzione delle emissioni di ogni paese. Accanto alla mitigazione, l’adattamento sarà uno dei temi centrali attraverso il Global Goal on Adaptation (GGA) e i nuovi Piani nazionali di adattamento. Un altro capitolo chiave sarà quello della finanza per il clima. Tra i punti principali il nuovo obiettivo di finanziamento (NCQG), che punta ad aumentare il sostegno ai Paesi in via di sviluppo da 100 a 300 miliardi di dollari l’anno, e la Roadmap Baku-Belém, che traccia un percorso per mobilitare almeno 1.300 miliardi di dollari l’anno entro il 2035.
Temi cruciali, che si scontrano con uno scenario geopolitico ostile, segnato dal negazionismo climatico, dai venti di guerra, dalla corsa al riarmo e dalla violenza istituzionale. Non è un caso che in gioco a Belém ci sia più che mai la credibilità della diplomazia climatica e la sua capacità di tradurre le intenzioni in impegni concreti.
La Cupula dos povos
La Cúpula dos Povos è il grande incontro dei movimenti sociali e delle comunità che vivono in prima linea la crisi climatica. Nata nel 1992 come risposta critica alle negoziazioni ufficiali, propone un’alternativa fondata su giustizia climatica, sociale e ambientale, solidarietà e saperi ancestrali.
Dal 12 al 16 novembre 2025, in concomitanza con la COP30 di Belém, riunirà popoli indigeni, comunità quilombola e tradizionali, giovani e lavorator? in marce, dibattiti e azioni culturali.
La Cúpula mette al centro vite, diritti e territori, non statistiche: unisce chi costruisce ogni giorno soluzioni reali, dall’agroecologia alla difesa dei beni comuni, per spingere i governi ad adottare politiche di vera giustizia climatica.
Dichiarazione della Cupula Dos Povos
Perché A Sud e CDCA alla COP?
Nelle Cop si riuniscono i governi dei 197 Paesi che hanno ratificato la Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (UNFCCC), firmata a Rio de Janeiro nel 1992. Ma la COP30 non è solo un vertice diplomatico: è il terreno di confronto (e di scontro) tra attori diversi e diverse visioni del mondo. Da una parte il business as usual che trasforma la crisi climatica in profitto, dall’altra movimenti e territori che lottano per giustizia climatica, autodeterminazione e diritti della Natura.
La COP30 si terrà nel cuore dell’Amazzonia, a Belém do Pará, in Brasile. Non è un dettaglio geografico ma una scelta politica: è nel Sud globale che l’ingiustizia climatica colpisce più duramente mentre il Nord globale continua a negoziare emissioni e interessi fossili.
Qui non si decide solo il futuro del clima: si decide chi avrà diritto a un futuro.
Per raccontare cosa c’è in gioco, e come finisce la partita.
Andiamo alla COP per osservare da vicino i negoziati, capire quali equilibri politici e di potere si stanno ridefinendo, e portare la prospettiva dei territori e dei movimenti che chiedono giustizia climatica.
La partecipazione di A Sud e CDCA serve a connettere le lotte locali con quelle globali, rafforzare alleanze internazionali e raccontare – con sguardo indipendente e critico – come la diplomazia climatica sta affrontando, o eludendo, le proprie responsabilità.
Perché solo intrecciando voci e resistenze dal basso possiamo costruire un futuro giusto per tutt?.
Per costruire e rafforzare alleanze internazionali
Svolgere la COP in Brasile è un segnale che conta: significa rimettere al centro chi la crisi climatica la subisce davvero. Andiamo a Belém per stare con i movimenti globali per la giustizia climatica. In America Latina oggi si gioca una partita enorme: conflitti ambientali, estrattivismo, repressione, lotte indigene e popolari che resistono da decenni. Con tante realtà — dalla Colombia alla Bolivia, fino all’Amazzonia — abbiamo già lavorato, fatto campagne, costruito ponti. Lì ritroviamo compagn? con cui condividiamo visioni e pratiche.
Per portare una visione radicale dentro la COP
Sì, probabilmente sarà l’ennesimo flop diplomatico. Ma proprio per questo dobbiamo esserci, per non lasciare quei tavoli alle lobby fossili e ai governi che parlano di transizione mentre trivellano.
Da dentro vedi meglio le dinamiche, le crepe, le possibilità di alleanze e di conflitto.
Andiamo per portare la prospettiva della giustizia climatica e delle lotte dal basso, che legano crisi climatica, razzismo, patriarcato e disuguaglianze. La COP non è un punto d’arrivo: è un passaggio. Il resto si fa fuori, insieme, ogni giorno.
Diario dalla COP30
- Giorno 12 – 24 novembre 2025
Belém svela il fallimento della diplomazia climatica, ma apre spiragli: una roadmap anti-fossile e nuove alleanze per la giustizia.
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- Giorno 11 – 21 novembre 2025
Penultimo giorno a Belém: incendio in COP30, stalli politici e pressioni crescenti sul BAM e sull’uscita dai fossili.
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- Giorno 10 – 20 novembre 2025A Belém 85 Paesi spingono per uscire dai fossili, mentre Italia e Polonia frenano. La COP30 è al bivio, il tempo è adesso.
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- Giorno 9 – 19 novembre 2025
Belém rilancia la lotta globale ai fossili: la Colombia guida un fronte che vuole uscire davvero dal modello che brucia il pianeta.
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- Giorno 8 – 18 novembre 2025
Alla COP30 la transizione dai combustibili fossili sembra lontana, mentre i fondi dell’adattamento sono sotto il minimo.
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- Giorno 7 – 17 novembre 2025
Belem in rivolta: popoli indigeni e movimenti sociali spingono per una COP30 che dica finalmente basta ai fossili.
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- Giorno 6 – 15 novembre 2025
Anche quest’anno i dati sulla presenza dei lobbisti Gas&Oil alla conferenza di Belém sono alti: su ogni 25 persone accreditate al vertice, uno è un lobbista dei combustibili fossili, in totale sono oltre 1600.
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- Giorno 5 – 14 novembre 2025
Il TFFF entra nella Cupula tra promesse e contraddizioni: fondi incerti, debiti in aumento e movimenti che denunciano l’ennesima falsa soluzione verde.
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- Giorno 4 – 13 novembre 2025
A Belém la protesta indigena irrompe nella COP30 e svela le contraddizioni del Brasile fossile. Intanto la Cupula esplode di mobilitazioni globali.
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- Giorno 3 – 12 novembre 2025
Adattamento al centro della COP30, ma i fondi restano insufficienti. A Belém arrivano movimenti e comunità indigene: la vera pressione viene dai territori.
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- Giorno 2 – 11 novembre 2025
Lula parla di disuguaglianze alla Cop30, ma il Brasile continua a spingere sul fossile. A Belém torna al centro il nodo tra clima e ingiustizia.
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- Giorno 1 – 10 novembre 2025
Dalla Cop30 alla Cúpula dos Povos: a Belém si apre la sfida per la giustizia climatica tra responsabilità globali, diritti dei popoli e resistenza dei territori.
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Articoli di approfondimento alla COP30
- Cosa resta della Cop30, la battaglia per il clima e i diritti è ancora lunga – 24 novembre 2025
Marica Di Pierri e Laura Greco su Domani – COP30 fallisce su fossili e foreste, ma il Bam e il blocco dei 82 paesi per l’uscita dal fossile aprono spiragli di lotta e nuove alleanze.
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- Sulla fine dei lavori della COP30 – 24 novembre 2025
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Cosa è successo alla 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici? Quali sono le grandi vittorie? Quali le sconfitte?
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- La tabella della discordia – cos’è successo alla COP30 – 23 novembre 2025
Laura Greco su Radio24 – COP30 a Belém annuncia impegni su energia, foreste e adattamento, ma senza una vera uscita dal fossile restano promesse vuote da incalzare con lotte dal basso.
Ascolta su Il Sole 24 ore
- “A resposta somos nós”. Ma alla COP30 le richieste dei popoli indigeni non fanno breccia – 23 novembre 2025
Laura Greco su EconomiaCircolare.com – Alla COP30 le voci indigene restano ai margini mentre la foresta corre verso il punto di non ritorno. Senza giustizia, non c’è futuro.
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- La “Dichiarazione di Belém” e il multilateralismo del phase out dai fossili spinto dal basso – 21 novembre 2025
Laura Greco su Altreconomia – Da Belém arriva una spinta dal basso per uscire dai fossili: governi e movimenti uniscono le voci per un phase out reale, giusto, globale.
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- Cop30: senza il Gender action plan ogni azione climatica è limitata – 21 novembre 2025
Marica Di Pierri e Laura Greco su Valori – Nonostante le ambiziose premesse il Gender action plan ha trovato diversi ostacoli sui tavoli negoziali della Cop30
- Cop30: senza il Gender action plan ogni azione climatica è limitata – 21 novembre 2025

- Alla Cop30 arrivano le storie di migrazioni climatiche – 21 novembre 2025
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30, in vista delle negoziazioni finali, si parla del fenomeno crescente degli sfollamenti forzati dal cambiamento climatico.
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- Belém, la foresta degli indigeni si ribella a Lula – 20 novembre 2025
Laura Greco su Il Manifesto – Le nazionalità dell’Amazzonia denunciano l’inagibilità politica alla Cop e chiedono una mobilitazione internazionale guidata direttamente dai popoli indigeni per proteggere i loro territori e affrontare la crisi climatica alla radice
- Alla Cop 30 i movimenti si riprendono la scena – 20 novembre 2025
Marica Di Pierri su Il Manifesto – Era dalla Cop 26 di Glasgow che non si vedeva così tanta società civile. Accanto al vertice ufficiale, in più di 50 mila hanno animato la «Cupula dos povos» per una svolta vera sul clima e i diritti
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- COP30, BELÉM | Italiani in mobilitazione – 20 novembre 2025]
Il Climate Pride in azione alla COP30: l? attivist? chiedono all’Italia una roadmap chiara e ambiziosa per uscire dai fossili.
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- A Belém torna il protagonismo sociale – 19 novembre 2025
Marica Di Pierri su Collettiva – Alla Cop30 movimenti, organizzazioni, popoli e sindacati riacquistano centralità: proposte e campagne dal basso sono arrivate nelle stanze dei negoziati.
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- Come procede la COP30 in Brasile? Intervista a Laura Greco da Bélem – 19 novembre 2025
Laura Greco su Scienza e Pace Magazine – COP30 tra repressione, lobby fossili e resistenze indigene: la giustizia climatica la costruiscono i territori, non i negoziati.
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- Lifegate dalla COP30 – 18 novembre 2025
Marica Di Pierri su Lifegate – Dalla COP30 il racconto dell’inedita comunicazione tra dentro e fuori la COP, tra le richieste indigene e l’ambiguo governo di Lula.
Ascolta su Lifegate
- Il Fondo per le foreste e la falsa soluzione del biocapitalismo si ripropone alla Cop30 di Belém – 18 novembre 2025
Laura Greco su Altreconomia – Il Tropical forests forever facility lanciato da Lula è l’ennesimo dispositivo finanziario che viene presentato come innovazione.
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- Attivismo e giustizia climatica: se il diritto alla protesta diventa un reato – 17 novembre 2025
Marica Di Pierri su Valori.it – Alla Cop30 emerge un allarme globale: in molti Paesi il diritto alla protesta viene represso e l’attivismo ambientale è sempre più criminalizzato
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- Alla Cop30 di Belèm il fondo per l’adattamento resta senza fondi – 17 novembre 2025]
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30 fallisce, per il terzo anno di fila, l’obiettivo di raccolta minima per finanziare l’adattamento dei Paesi del Sud globale.
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- Massiccia partecipazione popolare a Belém – 16 novebre 2025
Marica Di Pierri su L’aria Che Respiri – Alla Cúpula dos Povos tantissime voci per reclamare la fine dei combustibili fossili e una giustizia climatica guidata dai popoli, non dalle multinazionali.
Ascolta su Radio Rai1
- In diretta da Bele?m – Aggiornamenti sulla prima settimana di COP30 – 15 novembre 2025
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – In diretta da Belém, per raccontare in diretta i lavori della 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici. ?Foto di Oliver Ninja e Midia Ninja
Guarda la diretta
- Cop30: chi difende i combustibili fossili dentro i negoziati sul clima – 14 novembre 2025
Marica Di Pierri per Altreconomia – Alla Cop30 un lobbista fossile ogni 25 delegat?: il vertice che dovrebbe chiudere l’era fossile continua a farsela scrivere da chi la profitta.
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- Giustizia climatica, questa dimenticata – 13 novembre 2025
Marica Di Pierri su Il Manifesto – Il legame tra clima e disuguaglianze è ormai assodato. Ma dopo 30 anni di conferenze, i ricchi continuano a fare grandi affari con i fossili.
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- L’adattamento secondo la COP30: “Adattarsi è sopravvivere” – 13 novembre 2025
Marica Di Pierri per EconomiaCircolare.com – COP30 punta a rendere operativo il Global Goal on Adaptation, tra governance multilivello, indicatori, fondi insufficienti e necessità di giustizia climatica.
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- La Cop30 in Brasile e le politiche industriali green – 11 novembre 2025
Marica Di Pierri per Tutta La Città Ne Parla, Radio3 – È iniziata la Cop30 a Belém, 10 giorni in cui si discuterà su come trovare una via d’uscita alla deriva del cambiamento climatico nonostante le difficoltà politiche che ci circondano.
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- Road to Belém – 7 novembre 2025
Marica Di Pierri per Valori.it – Verso la Cop30 di Belém, cosa aspettarci dal più importante appuntamento per salvare il clima della Terra? Diretta con Marica Di Pierri, Luca Lombroso, Giovanni Mori e Lorenzo Tecleme.
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- Da Parigi a Belém, i conti che non tornano – 6 novembre 2025
Marica Di Pierri per Il Manifesto – Tra tensioni e fragili compromessi, i preparativi alla vigilia della Conferenza Onu. A che punto sono gli impegni nazionali di riduzione e i piani di adattamento dei singoli Paesi.
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- A Sud a Belém alla Cop30 – 6 novembre 2025
A Sud seguirà negoziati e mobilitazioni dalla COP30 di Belém, amplificando le voci dei movimenti per giustizia climatica e sociale.
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- A Sud aderisce alla Global Call to Action della Cúpula dos Povos – 5 settembre 2025
Il 15 novembre scendiamo in piazza: basta disuguaglianze e razzismo ambientale, vogliamo giustizia climatica e un mondo dove la vita sia al centro.
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- Vertice dei Popoli Verso la COP30: Manifesto Politico – 13 giugno 2025
A Sud aderisce al Manifesto dei Popoli verso la COP30: un appello globale per giustizia climatica, anticapitalismo e democrazia dal basso.
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Racconteremo le negoziazioni
Per spiegare cosa accade davvero alla COP30, come si muovono i governi e quali interessi guidano le scelte sulla crisi climatica. Vi offriremo una copertura quotidiana per raccontarvi con le nostre parole e con uno sguardo critico, indipendente e radicale, vicino ai movimenti il dentro e fuori la Cop
Sveleremo le contraddizioni
Tra le promesse ufficiali e la realtà, mostrando lo scontro continuo tra lobby fossili e popoli che difendono la vita e i territori. Denunceremo le responsabilità smascherando la falsa transizione energetica e chi continua a inquinare mentre parla di sostenibilità con greenwashing e false soluzioni
Daremo voce alle comunità
Portando le loro storie, le lotte quotidiane e le alternative concrete alla devastazione ambientale, contro colonialismo ed estrazione. Ci collegheremo con l’Italia per connettere istanze e battaglie
INFO E CONTATTI
Per contatti e interviste con la delegazione:
maricadipierri@asud.net
+ 55 21 967071220
Laura Greco
lauragreco@asud.net
+55 21 997673184
The rise of a new extractivism and the plea for degrowth
We thought that the “commodity frontiers”, the new mines that we dig on earth to take out the oil, gold, uranium or copper that feeds our consumer economies, are somewhere else; in the “South”, far from us, in the jungles of Amazonian or the desserts of Southern Africa. Well, the frontiers have now come back, next to our homes. We diffuse here an article by Giorgos Kallis, project coordinator of the political ecology project [ENTITLE->https://www.cdca.it/spip.php?article2176&lang=en] in partnership with CDCA and professor of the Universitat autonoma de Barcelona. In my country Greece the response to the crisis and the quest for growth to pay off debts is a new, ugly sort of “extractivism” similar to that of Latin American countries, and unlike anything the country has seen ever before. The police used plastic bullets for the first time in Greece to put off demonstrators in the new gold mines opened in the peninsula of Chalkidiki in Northern Greece, previously known only for its long shores, pine forests and marvelous beaches. Plans for gold mines and new exploration contracts are signed as I write this piece. The Aegean is the new El Dorado, and spokesmen, from right and left, seriously argue that the future of Greece lies in its oil, soon to be discovered in the deep waters of the Aegean. Never mind that the Aegean with its blue seas and the mosaic of islands is the cradle of Greek civilization and the motor of its tourist economy. Some wonder: how come and we had all these resources and we never knew it. Were we sitting on top of so much gold and oil and never cared to use it? Let me be more academic here and propose a theory that may explain what is happening in Greece. I propose that this rise of a new extractivism is directly linked to the crisis, and in effect what we are observing today in Greece (and soon in Spain, Portugal and other parts of Europe) is the same that we saw in indebted Latin American and African countries back in the 80s and 90s. It is not that Greece has today more resources than it had before. It is that the economic crisis reduced the cost of extraction and made accessible resources that previously were not. The crisis lowered costs by: i) reducing the cost of labour (devaluation of salaries and of the value of health of workers) used in extraction activities; ii) reducing the opportunity costs of extraction; iii) reducing social resistance and the costs this brings through the delay of projects; iv) reducing the monetary cost of externalities and the monetary value of impacts (‘the poor sell cheap’- health, visual or environmental impacts are no longer that highly valued). Resources that were considered out of limits in Greece, for social or cost reasons, from gold and copper in the north of the country, to oil in the Aegean, are as a result now under a frenzy of exploration and development. This provides evidence for the claim that economic crises are necessary for creating new exploitable territories when limits have otherwise been reached. They achieve it by the devaluation of economic and social capital. My pessimistic conclusion is therefore: facing its limits the growth economy destroys what already exists by devaluing it...
read moreCorso Online sulla Giustizia Ambientale
“EJOLT” organizza il corso telematico “Economie Ecologiche e Giustizia Ambientale”, un’analisi di casi studio di organizzazioni della società civile (CSO) che toccherà una vasta gamma di argomenti e si concentrerà sul tema della giustizia ambientale. Il corso si svolgerà da metà/fine gennaio a metà/fine maggio (date da confermare). Questo corso telematico e interattivo si svolgerà nel corso di sedici settimane. Il programma è stato concepito da attivisti interessati a comprendere e applicare gli strumenti dell’economia ecologica e dell’ecologia politica al loro lavoro. Il corso nasce inoltre dall’interesse di delle scienze della sostenibilità concentrati sulla volontà di analizzare le applicazioni concrete di concetti e metodi dell’economia ecologica e dell’ecologia politica nel campo della giustizia ambientale. Per la realizzazione del corso è richiesto un contributo economico per la copertura delle spese di gestione pari a circa 200€. La quota include un libro di testo del corso e altre risorse elettroniche necessarie allo svolgimento dell’attività formativa. I partecipanti potranno ordinare il loro testo on-line (versione cartacea o digitale) presso rivenditori quali Amazon, Book Depository, or Routledge. Per più informazioni, clicca...
read moreCausa per inquinamento ambientale contro il gigante petrolifero Shell: in attesa di verdetto
Inoltriamo di seguito il comunicato stampa di Friends of the Earth Paesi Bassi in relazione ai dieci anni di inquinamento petrolifero ai danni della Nigeria, ad opera del gigante petrolifero anglo-olandese Shell. Per la prima volta nella storia, una compagnia europea – il gigante petrolifero anglo-olandese Shell – è portata a giudizio nei Paesi Bassi con l’accusa di danni provocati in paesi terzi. I querelanti sono quattro nigeriani le cui vite e le cui comunità hanno subito pesantemente gli impatti dell’attività di Shell. I legali di entrambe le parti si sono presentati oggi ad un’udienza chiave del processo, il cui verdetto è previsto per l’inizio del 2013. La denuncia contro Shell per le fuoriuscite di petrolio in Nigeria è stata presentata da quattro querelanti nigeriani in collaborazione con Friends of the Earth Paesi Bassi / Milieudefensie e supportata da Friends of Earth Nigeria. “Un verdetto positivo avrà conseguenze innovative dal punto di vista legale. La sentenza permetterà alle vittime delle attività delle imprese multinazionali che operano nei paesi in via di sviluppo di ottenere giustizia in Europa”, ha affermato Geert Ritsema, leader della campagna mondiale di Friends of the Earth Paesi Bassi/Milieudefensie. “A causa della scarsa manutenzione degli oleodotti e delle infrastrutture, Shell ha disperso decine di migliaia di barili di greggio nel territorio nigeriano, causando devastanti danni alla popolazione locale e all’ambiente. Noi speriamo in una sentenza favorevole. Speriamo che Shell confessi l’evidente inquinamento che ha provocato. Speriamo che sia resa giustizia ai quattro nigeriani che hanno intentato causa contro Shell in Olanda“, ha detto Nnimmo Bassey, Direttore Esecutivo di Friends of Earth nei Paesi Bassi e Presidente di Friends of Earth International. Nel maggio del 2008, quattro pescatori e agricoltori nigeriani1, provenienti dai villaggi di Goi, Ikot Ada Udo e Oruma, con la collaborazione di Friends of Earth Paesi Bassi / Milieudefensie e supportati da Friends of Earth Nigeria / ERA, hanno iniziato un procedimento giuridico contro Shell Nigeria e la sua società madre in Olanda. “Shell ha inquinato senza ritegno e ha distrutto le nostre vite. A diversi anni dalle prime fuoriuscite di greggio, ancora vediamo e inaliamo petrolio e in alcune comunità almeno metà della popolazione soffre di disturbi respiratori. Shell deve ripulire adeguatamente il territorio e deve impegnarsi nel prevenire ulteriori perdite e fuoriuscite. Qui nei Paesi Bassi deve essere fatta giustizia e Shell deve essere ritenuta responsabile”, afferma uno dei querelanti, Eric Dooh di Goi, Ogoniland, Nigeria. La grave contaminazione del Niger Delta, regione ricchissima di petrolio, ha avuto conseguenze disastrose per la popolazione locale e sull’ambiente. Le perdite degli oleodotti hanno regolarmente contaminato i campi, le foreste, i corsi d’acqua. Queste fuoriuscite sono state – e ancora sono – un pesante fardello per l’agricoltura e la pesca. Shell è l’operatore principale dei maggiori giacimenti di petrolio della Nigeria ed è significativamente responsabile dell’inquinamento da idrocarburi della regione. Le Nazioni Unite – e come loro altri attori – hanno affermato che Shell non ha agito in conformità alle norme vigenti in materia di standard ambientali e non ha adeguamento provveduto a ripulire i territori contaminati dalle fuoriuscite di greggio – o lo ha fatto in maniera insoddisfacente, per decenni. Per di più, la stessa Shell, nel proprio bilancio di sostenibilità ha dichiarato che nel 2011 il numero di fuoriuscite di petrolio dovute a...
read moreONLINE COURSE on ENVIRONMENTAL JUSTICE
“EJOLT is running an online course “Ecological Economics and Environmental Justice”, taught through civil society organisation (CSO) case studies across a broad range of topics with a particular focus on the theme of environmental justice. It will run from mid/late January to mid/late May (tbc). This interactive online course takes place over sixteen weeks. It has been designed for activists interested in understanding and applying the tools of ecological economics and political ecology to their work, and for researchers of the sustainability sciences interested in the real world application of the concepts and methods of ecological economics and political ecology in the field of environmental justice. A fee to cover running costs will be charged. This will amount to approximately 200€, including the cost of a course textbook and other electronic training resources. Trainees order their own text online (hard copy or electronic) from retailers such as Amazon, Book Depository, or Routledge. For more information, please click...
read moreVerdict Expected in Court Case on Oil Giant Shell’s Nigerian Oil Pollution
Read the press release from Friends of the Earth Netherlands in relation to the decades of oil pollution in his native country Nigeria, by the Anglo-Dutch oil giant Shell. For the first time in history, a European company, Anglo-Dutch oil giant Shell, has been brought to court in The Netherlands for damages it caused abroad. The plaintiffs are four Nigerians whose livelihoods and communities have been massively impacted by Shell’s operations. Lawyers for both parties pleaded at a key hearing in The Hague today, with a verdict expected early in 2013. The court case against Shell’s oil spills in Nigeria has been filed by four Nigerian plaintiffs in conjunction with Friends of the Earth Netherlands / Milieudefensie and supported by Friends of the Earth Nigeria. “A positive verdict will have groundbreaking legal repercussions. It will allow victims of multinational corporations in developing countries to obtain justice in Europe,“ says Geert Ritsema, globalisation campaign leader at Friends of the Earth Netherlands / Milieudefensie. “Due to the poor maintenance of its pipelines and infrastructure Shell lets tens of millions of barrels of oil leak in Nigeria, with disastrous consequences for local people and the environment. We hope for a positive verdict. We hope that Shell will own up to its glaring pollution. We hope that justice will be done for the four Nigerians who sued Shell in The Netherlands,“ says Nnimmo Bassey, Executive Director of Friends of the Earth Nigeria and Chair of Friends of the Earth International. In May 2008, four Nigerian fishermen and farmers from the villages of Goi, Ikot Ada Udo and Oruma, in conjunction with Friends of the Earth Netherlands / Milieudefensie and supported by Friends of the Earth Nigeria / ERA, started a legal case against Shell Nigeria and its parent company in the Netherlands. “Shell polluted with impunity and destroyed our livelihoods. Several years after the spills we still see and smell the oil and in some communities half of the population has respiratory diseases. Shell must now clean up properly and prevent more oil spills from happening. Justice has to be done here in The Netherlands and Shell must be held to account,” says one of the four plaintiffs, Eric Dooh from Goi, Ogoniland, Nigeria. The serious contamination of the oil rich Niger Delta has had disastrous consequences for the local people and their environment. Oil leaks regularly pollute the fields, forests and water. These leaks are a heavy burden on agriculture and fishing. Shell is the operator of Nigeria’s largest oil fields and bears significant responsibility for the oil pollution. The UN, among others, has stated that Shell does not comply with legal environmental standards and has failed to clean up leaked oil – or has done so only insufficiently, for decades. Moreover, Shell’s own sustainability report stated that the number of leaks due to poor maintenance doubled in 2011, rising from 32 to 64. Source: http://www.ejolt.org/2012/10/verdict-expected-in-court-case-on-oil-giant-shells-nigerian-oil-pollution/ IN DEPTH [Read the CDCA case study on the Niger Delta->https://www.cdca.it/spip.php?article1621&lang=en] PHOTOS OF THE OIL SPILLS, as well as legal documents and fact sheets about the legal proceedings are available at : http://www.milieudefensie.nl/english/shell/oil-leaks/courtcase/press and http://www.milieudefensie.nl/english/shell/oil-leaks/courtcase/press/documents/documents-on-the-shell-legal-case BIOS, PORTRAITS AND STORIES OF THE PLAINTIFFS are available at : http://www.milieudefensie.nl/english/shell/oil-leaks/courtcase/plaintiffs http://www.milieudefensie.nl/english/shell/oil-leaks/courtcase/press/documents/documents-on-the-shell-legal-case A TIMELINE OF THE COURT CASE is available at : http://www.milieudefensie.nl/publicaties/factsheets/timeline-courtcase-shell FOR MORE INFORMATION Friends of the Earth...
read moreMassacro in Totonicapán, Guatemala
Almeno 4 i morti. Manifestavano contro lo scippo «costituzionale» delle terre. La notizia riporta la memoria agli anni della dittatura militare in Guatemala. [Paola Desai su Il Manifesto del 7 ottobre 2012] Nel pomeriggio del 4 ottobre agenti della polizia nazionale e militari dell’esercito hanno aperto il fuoco contro una pacifica dimostrazione di contadini e abitanti del distretto di Totonicapan, nella regione del Quiché popolata in prevalenza da comunità indigene maya. _ Il bilancio è di 4 (ma forse sono 7) morti, una quarantina di feriti, molte persone intossicate dai lacrimogeni, e una scia di lutti nelle comunità indigene, di tensione, e di proteste da parte di forze sociali e gruppi per i diritti umani. Il massacro è avvenuto al chilometro 170 della Carretera Panamericana, l’asse stradale che attraversa l’intero Centroamerica. _ Quel giorno si teneva una manifestazione convocata dal Comitato dei 48 cantoni, la struttura tradizionale delle comunità indigene maya, per protestare contro una riforma costituzionale avviata dal presidente della repubblica Otto Perez Molina (che eliminerebbe tra l’altro il riconoscimento alle autorità tradizionali indigene, e così anche il diritto delle popolazioni native sulle terre comuni, quindi faciliterà le concessioni per investimenti minerari, centrali energetiche, piantagioni). _ Protestavano inoltre contro gli aumenti esorbitanti delle bollette della luce, e contro una riforma delle scuole magistrali. La manifestazione popolare avveniva in concomitanza con un colloquio tra i rappresentanti dei 48 cantoni con il responsabile del Sistema nazionale di dialogo, Miguel Angel Balcarcel – dunque un rappresentante del presidente Perez Molina, che era pure atteso ma poi ha declinato. Insomma: i rappresentanti delle comunità erano riuniti nel municipio, in attesa di poter esprimere le proprie critiche alla riforma costituzionale, quando la polizia e l’esercito hanno aperto il fuoco sui manifestanti. _ Quello stesso pomeriggio il presidente Perez Molina ha così commentato i primi resoconti: «Bisogna vedere se i soldati sono stati provocati». Qualche agenzia stampa ha riferito poi la versione ufficiale: un veicolo dell’esercito è stato attaccato dai manifestanti e ha risposto. Versione smentita da testimonianze e foto raccolte dai cronisti là presenti; la tv Guatevision ad esempio riferisce che polizia e soldati hanno usato armi da fuoco di grosso calibro per reprimere una manifestazione pacifica e disarmata. _ La presenza dell’esercito «per proteggere la polizia» durante una azione civica di protesta è ormai cosa usuale in Guatemala: ed «è una dimostrazione di violenza da parte dello stato», scrivono numerose organizzazioni sociali e per i diritti umani del paese che hanno firmato un comunicato di denuncia del massacro di Totonicapam. Denunciano inoltre la criminalizzazione delle comunità rurali e indigene. _ Il ministro degli interni ad esempio ha dichiarato, in una conferenza stampa dopo il massacro, che bloccare una strada o impedire la circolazione con dimostrazioni e assembramenti è illegale, e il governo ha l’obbligo di frenare l’anarchia: parole minacciose, in un paese che ha una terribile storia di forze speciali addestrate a reprimere con ferocia. _ Il governo di Perez Molina ha accelerato le concessioni per l’estrazione mineraria, idroelettrica, o di terre per grandi piantagioni, senza affrontare il problema della redistribuzione della terra (anzi, in Guatemala la concentrazione fondiaria nelle mani di pochi grandi latifondisti è particolarmente acuta). Così i conflitti si moltiplicano – inevitabile ricordare quello del municipio di Palo Viejo, nel Quiché, attorno a una centrale idroelettrica che sta costruendo...
read moreMassacre in Totonicapán, Guatemala
Seven were killed and some 40 wounded Oct. 4 when security forces attacked a protest road blockade by Maya indigenous campesinos in Guatemala’s highland department of Totonicapán. Protesters were blocking Cuatro Caminos intersection, a meeting point for roads linking the towns of Totonicapán, Quetzaltenango, Huehuetenango and the capital, Guatemala City. President Otto Pérez Molina initially denied that soldiers on the scene were armed, saying the violence began when a private security guard on a cargo truck fired his gun in an attempt to clear the crowd. After Guatemalan newspapers ran photos from the scene clearly showing soldiers armed with rifles, Pérez changed his story, admitting the troops were armed but saying they only fired in the air after the protesters “tried to lynch” them. A private security guard and the seven soldiers who fired their weapons are under investigation by civil authorities, but Defense Minister Ulises Anzueto said the troops will remain in the army pending completion of the probe. Eight soldiers supposedly injured in the confrontation were presented to reporters at Anzueto’s press conference in the capital. _ Human Rights Prosecutor Jorge de León confirmed that shells from the ammunition used by the standard army issue Israeli Galil assault rifles were found on the scene, as well as shells from another type of ammunition, presumably that fired by the security guard. The demonstration was organized by the Committee of the 48 Cantons of Totonicapán, to oppose rising electricity rates and constitutional and educational reforms proposed by Pérez. The Committee said that when the attack occurred, some of its leaders were in Guatemala City waiting to meet with Pérez. _ Another local popular organization called the Consejo Político Oxlajuj Baktún—the Thirteenth Baktun Political Council, a reference to the Maya calendric cycle that comes to an end this year—issued a statement after the massacre calling on the international community to establish a permanent commission in Guatemala to document “the repression, militarization and persecution of indigenous and community leaders.” The statement accused the government of violating the 1996 accords that ended Guatemala’s long civil war, and guaranteed the right to free political opposition. _ UN High Commissioner for Human Rights Navi Pillay has dispatched a delegation to Guatemala to investigate the facts of the massacre. Pillay visited Totonicapán during her mission to Guatemala in March, noting that although indigenous peoples constitute the majority in the country, they continue to be subject to exclusion and denial of their human rights. Guatemala was one of the first signatories of the UN Declaration on the Rights of Indigenous Peoples, which underscores that indigenous peoples have the right to participate in decision-making in matters which would affect their rights. _ At the funerals of the fallen in the central plaza of Totonicapán town on Oct. 5, thousands of local residents gathered to demand justice in the case. Source: http://www.ww4report.com Watch the video testimony of the Totonicapán’s 48 cantones’ President Here following the call from Guatemala’s Human rights’ organisations in solidarity with the Totonicapán comunities. {Send your adhesion to juventudesindigenasiximuleu@gmail.com and help us to disseminate the information!} * * * The organizations listed below denounce the following: _ 1. On the afternoon of Thursday, October 4, the Committee of the 48 Cantons of Totonicapan, a traditional structure considered the legitimate representative of the people, suffered a violent...
read moreSostieni il progetto “This is Hasankeyf”
IL PROGETTO ED IL SUO SCOPO Questo lavoro è il risultato di un anno di ricerche nel villaggio di Hasankeyf, un incredibile tesoro di storia ed umanità che si adagia lungo una curva del fiume Tigri, nel sud est dell’Anatolia. L’intenzione del nostro film è quella di descrivere la storia unica di questa terra attraverso le memorie ed i racconti delle persone, ed il vincolo che esiste tra questa gente e la natura circostante. Descriveremo il legame profondo e duraturo che esiste tra l’uomo, il fiume e la pietra calcarea di Hasankeyf. Ma incontreremo anche alcune situazioni ben più complesse, come il complesso rapporto tra l’uomo ed il progresso o la lotta necessaria per immaginare il proprio futuro, in una valle che nel 2014 verrà sommersa dalle acque della diga di Ilisu. La paura di perdere quasi ogni abitudine della propria vita sarà infine una delle presenze tra i protagonisti del film. COSA RAPPRESENTA HASANKEYF. Hasankeyf è un villaggio del sud-est della Turchia di circa 3.000 abitanti, situato sulle sponde del fiume Tigri, non lontano dalla Siria e dall’Iraq. Oggi è abitato da famiglie Arabe e Curde, ma primi insediamenti umani ad Hasankeyf risalgono a circa 10.000 anni fa, come testimoniano le grotte scavate nella montagna, usate come case fino a pochi anni fa. In questi 12.000 anni il Tigri è scorso instancabilmente, accarezzando la parete di roccia su cui il villaggio sorge. Gli anziani ricordano ancora bene quando Hasankeyf era un florido snodo commerciale lungo il fiume, fra Diyarbakir e Baghdad. Negli anni ’60 poi accadde qualcosa che avrebbe cambiato definitivamente la storia del vilalggio. Per ordine governativo la popolazione fu evacuata dalla grotte e fu alloggiata in case d’emergenza, erette esattamente sopra al nucleo del sito archeologico. Oggi la storia si ripete, il progetto GAP (Guney Anadolu Projesi – Progetto Sud-Anatolia) prevede la costruzione della diga di Ilisu, a circa 50 km da Hasankeyf. I lavori procedono spediti, e quando l’imponente opera sarà completata, il villaggio e buona parte del sito archeologico verranno sommersi dalle acque, costringendo gli abitanti ad una migrazione forzata ed all’abbandono delle proprie abitudini di vita. Intanto, a circa un miglio da Hasankeyf, l’Agenzia per lo Sviluppo Abitativo (TOKI), legata alla presidenza del consiglio, sta costruendo la Nuova Hasankeyf. Un nuovo sito abitativo, scollegato da quello storico, costruito secondo i crismi della vita moderna. Cinquant’anni fa il progresso imponeva che la popolazione abbandonasse le grotte di pietra nelle quali era vissuta per secoli; oggi il progresso impone che la popolazione si trasferisca in abitazioni moderne e sconnesse dall’ecosistema unico del fiume Tigri, destinato a scomparire per trasformarsi in un grande lago artificiale. Se la perdita sarà enorme, gli aspetti positivi sono tutti da definire. Regia e Fotografia: Tommaso Vitali Ricerca: Francesco Marilungo / Carlotta Grisi / Tommaso Vitali ? Se vi steste domandando PERCHE’ abbiamo intrapreso questo lavoro… SCOPRI meglio Hasankeyf e la sua storia e SEGUICI visitando il nostro Group Facebook http://www.facebook.com/groups/181343318660658/ , o visita la nostra pagina web www.thiswashasankeyf.com o ancora scrivici una email a thiswashasankeyf@gmail.com — PERCHE’ ABBIAMO BISOGNO DEL VOSTRO AIUTO ? Innanzitutto raggiungere l’importo che abbiamo stabilito ci permetterà di coprire i costi necessari a completare questo lavoro. Inoltre abbiamo amato l’idea di coinvolgere sia amici che persone che non conosciamo ma che possano essere così interessate dalla...
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THE DOCUMENTARY PROJECT AND ITS AIM. Our work is the result of a one year long research in the village of Hasankeyf, a stunning trove of history that lies along a curve of the Tigris River, in Southeastern Anatolia. The aim of our film is to describe the unique history of this land through its people’s memories and tales and to understand the connections the inhabitants have with their natural environment. We will attempt to uncover the deep and lasting relationship between man, the river and the lime stone of Hasankeyf. But we will also come across several more complex situations, such as the biunivocal interaction between people and progress or the struggle to imagine a future in a valley that in 2014 will be flooded by the waters of the Ilisu Dam project. Ever present in the film will be the ways in which Hasankeyf’s inhabitants’ perceive and deal with the prospect of losing the way of life that they know. HASANKEYF. Hasankeyf is a town situated in South Eastern Turkey and has today a population of 3000. It lies along a curve of the Tigris River, close to the Syrian and Iraqi borders. The first human settlements in the area date back 10.000 years, as the caverns dug in the mountain, which were inhabited until very recently, can testify. Today the town is populated by Arabic and Kurdish families. Throughout these 10.000 years the Tigris has been flowing relentlessly, smoothing down the rock wall on which the town stands. And today Hasankeyf’s elders still remember when the town was one of the thriving trade centers along the river, between Diyarbak?r and Baghdad. Then, in the 1960s something happened that would forever change the village history. The population was evacuated from the caves by government order and was relocated to emergency housing, built above the centre of the archaeological site. Regrettably history is set to repeat itself, as the GAP project (Guney Anadolu Projesi – Southern-Anatolia Project) includes the construction of the Ilisu Dam, approximately 50 km from Hasankeyf. The project is on an incredibly large scale and is progressing fast. When the dam is completed, the town and most of the archaeological site will be submerged, forcing the town’s inhabitants into migration, therefore abandoning their homes and customary life styles. Meanwhile, about a mile from Hasankeyf, the Housing Development Agency (TOKI), linked to the Presidency of the Council of Ministers, is building the New Hasankeyf: a new housing site, disconnected from the historical one and bearing all the trimmings of modern life. Fifty years ago, progress dictated that the population had to abandon the stone caves where they had lived for centuries. Today, progress requires them to move into new buildings, modern and disconnected from the unique ecosystem of the Tigris, now doomed to become a large artificial lake. The loss will be enormous for the people of Hasankeyf and whether there will be any positive outcome of their relocation is yet to be seen. Director and Cinematographer: Tommaso Vitali Researchers: Francesco Marilungo / Carlotta Grisi / Tommaso Vitali ? If you wonder HOW we got involved in this journey… LEARN MORE about Hasankeyf’s history and FOLLOW US by visiting our Facebook group page http://www.facebook.com/groups/181343318660658/ , or visit our webpage at www.thiswashasankeyf.com or feel free to email...
read moreII Assemblea Nazionale della campagna “Stop Enel”
Vieni a scoprire a Civitavecchia la Campagna StopENEL, questo sabato 29 settembre 29-30 settembre 2012 “StopENEL – per un nuovo modello energetico” I promotori e sostenitori della rete StopENEL, invitano cittadini, attivisti, amministratori, a partecipare alla II Assemblea Nazionale della campagna che si svolgerà il 29 e 30 settembre a Civitavecchia. La campagna “Stop Enel” si è costituita in aprile 2012 con una prima assemblea internazionale alla quale hanno partecipato rappresentanti delle comunità colpite dagli impianti dell’ENEL in Italia, in America Latina e nell’Est Europa. La campagna nasce per denunciare ed arrestare il modello energetico praticato dalla multinazionale italiana, ancora oggi per il 31% di proprietà del Ministero dell’Economia e delle Finanze. Un modello insostenibile e distruttivo per l’ambiente, che viola i diritti umani ed il diritto ad un ambiente sano e impedisce alle comunità coinvolte di partecipare alla pianificazione del territorio. Inoltre la sua disperata e affannosa ricerca di fonti energetiche, obsolete e inquinanti o tecnologie sedicenti eco-sostenibili, non risponde ad altra logica che quella del profitto, andando a sostenere un modello economico basato sulla crescita infinita della produzione di merci e di conseguenza del consumo energetico regolato da tariffe monopolisitche e speculative. Obiettivo della campagna è promuovere un modello energetico alternativo che metta al centro i diritti umani, la giustizia ambientale e sociale, la difesa della salute dei cittadini e del territorio come bene comune. “Stop Enel” intende mettere in rete le comunità locali, i movimenti sociali e le associazioni coinvolte nei diversi conflitti con lo scopo di costruire strategie congiunte, aumentare la capacità di incidenza sull’opinione pubblica nazionale e internazionale. La rete, che ha raccolto più di 50 adesioni di associazioni, gruppi e comitati locali, fra i quali il CDCA e l’associazione A Sud, invita tutti a partecipare alla sua IIa assemblea nazionale che si svolgerà a Civitavecchia il 29-30 settembre. L’incontro è ospitato dal Movimento No Coke Alto Lazio che da oltre dieci anni si batte contro la riconversione a carbone della centrale di Torrevaldaliga nord. La nuova centrale, che emette ogni anno 10,3 milioni di tonnellate di CO2 e oltre 6 milioni di metri cubi l’ora di emissioni inquinanti varie, è attiva dal 2010 e si inscrive in un contesto già duramente colpito da una ultradecennale servitù ambientale costituita da numerosi impianti. I dati sulla salute pubblica nel comprensorio di Civitavecchia, sono allarmanti: la zona è al primo posto nel Lazio ed al terzo in Italia per mortalità causata da tumori ai polmoni, alla trachea e ai bronchi, con leucemie e linfomi diffusi in maniera nettamente superiore rispetto alla media nazionale. Vogliamo realizzare assieme un differente modo di abitare questo pianeta, assieme a tutte le comunità dove Enel sviluppa i suoi progetti, valorizzando il nostro diritto a un ambiente sano, a una vita degna di essere vissuta, (al rispetto dei diritti umani, alla difesa dei beni comuni), alla partecipazione nella pianificazione del territorio. L’incontro darà un’occasione per aprire un dibattito nazionale sul modello energetico, rafforzare il coordinamento e l’azione dei comitati e delle associazioni e fra le diverse reti, portare un contributo al dibattito in corso a Civitavecchia L’incontro si articolerà su due giornate, un incontro pubblico sabato 29 e l’assemblea della rete StopENEL la mattina di domenica 30 settembre e si svolgerà secondo il seguente programma di massima: Sabato 29 Settembre C/o presso...
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Marica Di Pierri per Valori.it – Verso la Cop30 di Belém, cosa aspettarci dal più importante appuntamento per salvare il clima della Terra? Diretta con Marica Di Pierri, Luca Lombroso, Giovanni Mori e Lorenzo Tecleme.