CDCA e A Sud alla COP30 a Belém

La voce di A Sud dalla COP30 di Belém (Brasile) e le iniziative in Italia

Dal 10 al 21 novembre 2025 saremo a Belém, in Brasile, per partecipare come osservatori alla 30° Conferenza delle Nazioni Unite sul Clima. Racconteremo quanto avviene dentro e fuori le negoziazioni, porteremo e raccoglieremo le voci dei territori in lotta contro l’estrattivismo, contro il greenwashing e per una transizione ecologica realmente giusta.

Iscriviti al bollettino Sostieni il nostro lavoro

L’agenda della COP30

A Belém si discuteranno e valuteranno gli NDCs, i nuovi impegni climatici nazionali che stabiliscono gli obiettivi di riduzione delle emissioni di ogni paese. Accanto alla mitigazione, l’adattamento sarà uno dei temi centrali attraverso il Global Goal on Adaptation (GGA) e i nuovi Piani nazionali di adattamento. Un altro capitolo chiave sarà quello della finanza per il clima. Tra i punti principali il nuovo obiettivo di finanziamento (NCQG), che punta ad aumentare il sostegno ai Paesi in via di sviluppo da 100 a 300 miliardi di dollari l’anno, e la Roadmap Baku-Belém, che traccia un percorso per mobilitare almeno 1.300 miliardi di dollari l’anno entro il 2035.

Temi cruciali, che si scontrano con uno scenario geopolitico ostile, segnato dal negazionismo climatico, dai venti di guerra, dalla corsa al riarmo e dalla violenza istituzionale.  Non è un caso che in gioco a Belém ci sia più che mai la credibilità della diplomazia climatica e la sua capacità di tradurre le intenzioni in impegni concreti.

La Cupula dos povos

La Cúpula dos Povos è il grande incontro dei movimenti sociali e delle comunità che vivono in prima linea la crisi climatica. Nata nel 1992 come risposta critica alle negoziazioni ufficiali, propone un’alternativa fondata su giustizia climatica, sociale e ambientale, solidarietà e saperi ancestrali.

Dal 12 al 16 novembre 2025, in concomitanza con la COP30 di Belém, riunirà popoli indigeni, comunità quilombola e tradizionali, giovani e lavorator? in marce, dibattiti e azioni culturali.

La Cúpula mette al centro vite, diritti e territori, non statistiche: unisce chi costruisce ogni giorno soluzioni reali, dall’agroecologia alla difesa dei beni comuni, per spingere i governi ad adottare politiche di vera giustizia climatica.

Dichiarazione della Cupula Dos Povos

Perché A Sud e CDCA alla COP?

Nelle Cop si riuniscono i governi dei 197 Paesi che hanno ratificato la Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (UNFCCC), firmata a Rio de Janeiro nel 1992. Ma la COP30 non è solo un vertice diplomatico: è il terreno di confronto (e di scontro) tra attori diversi e diverse visioni del mondo. Da una parte il business as usual che trasforma la crisi climatica in profitto, dall’altra movimenti e territori che lottano per giustizia climatica, autodeterminazione e diritti della Natura.
La COP30 si terrà nel cuore dell’Amazzonia, a Belém do Pará, in Brasile. Non è un dettaglio geografico ma una scelta politica: è nel Sud globale che l’ingiustizia climatica colpisce più duramente mentre il Nord globale continua a negoziare emissioni e interessi fossili.
Qui non si decide solo il futuro del clima: si decide chi avrà diritto a un futuro.

Per raccontare cosa c’è in gioco, e come finisce la partita.

Andiamo alla COP per osservare da vicino i negoziati, capire quali equilibri politici e di potere si stanno ridefinendo, e portare la prospettiva dei territori e dei movimenti che chiedono giustizia climatica.
La partecipazione di A Sud e CDCA serve a connettere le lotte locali con quelle globali, rafforzare alleanze internazionali e raccontare – con sguardo indipendente e critico – come la diplomazia climatica sta affrontando, o eludendo, le proprie responsabilità.
Perché solo intrecciando voci e resistenze dal basso possiamo costruire un futuro giusto per tutt?.

Per costruire e rafforzare alleanze internazionali

Svolgere la COP in Brasile è un segnale che conta: significa rimettere al centro chi la crisi climatica la subisce davvero. Andiamo a Belém per stare con i movimenti globali per la giustizia climatica. In America Latina oggi si gioca una partita enorme: conflitti ambientali, estrattivismo, repressione, lotte indigene e popolari che resistono da decenni. Con tante realtà — dalla Colombia alla Bolivia, fino all’Amazzonia — abbiamo già lavorato, fatto campagne, costruito ponti. Lì ritroviamo compagn? con cui condividiamo visioni e pratiche.

Per portare una visione radicale dentro la COP

Sì, probabilmente sarà l’ennesimo flop diplomatico. Ma proprio per questo dobbiamo esserci, per non lasciare quei tavoli alle lobby fossili e ai governi che parlano di transizione mentre trivellano.
Da dentro vedi meglio le dinamiche, le crepe, le possibilità di alleanze e di conflitto.
Andiamo per portare la prospettiva della giustizia climatica e delle lotte dal basso, che legano crisi climatica, razzismo, patriarcato e disuguaglianze. La COP non è un punto d’arrivo: è un passaggio. Il resto si fa fuori, insieme, ogni giorno.


Diario dalla COP30

  • Giorno 12 – 24 novembre 2025
    Belém svela il fallimento della diplomazia climatica, ma apre spiragli: una roadmap anti-fossile e nuove alleanze per la giustizia.
    Leggi l’articolo / Ascolta su Scanner
  • Giorno 11 – 21 novembre 2025
    Penultimo giorno a Belém: incendio in COP30, stalli politici e pressioni crescenti sul BAM e sull’uscita dai fossili.
    Leggi l’articolo
  • Giorno 10 – 20 novembre 2025A Belém 85 Paesi spingono per uscire dai fossili, mentre Italia e Polonia frenano. La COP30 è al bivio, il tempo è adesso.
  • Leggi l’articolo / Ascolta su Scanner
  • Giorno 9 – 19 novembre 2025
    Belém rilancia la lotta globale ai fossili: la Colombia guida un fronte che vuole uscire davvero dal modello che brucia il pianeta.
    Leggi l’articolo / Ascolta su Scanner
  • Giorno 7 – 17 novembre 2025
    Belem in rivolta: popoli indigeni e movimenti sociali spingono per una COP30 che dica finalmente basta ai fossili.
    Leggi l’articoloAscolta su Scanner
  • Giorno 6 – 15 novembre 2025
    Anche quest’anno i dati sulla presenza dei lobbisti Gas&Oil alla conferenza di Belém sono alti: su ogni 25 persone accreditate al vertice, uno è un lobbista dei combustibili fossili, in totale sono oltre 1600.
    Leggi l’articolo
  • Giorno 5 – 14 novembre 2025
    Il TFFF entra nella Cupula tra promesse e contraddizioni: fondi incerti, debiti in aumento e movimenti che denunciano l’ennesima falsa soluzione verde.
    Leggi l’articoloAscolta su Scanner
  • Giorno 4 – 13 novembre 2025
    A Belém la protesta indigena irrompe nella COP30 e svela le contraddizioni del Brasile fossile. Intanto la Cupula esplode di mobilitazioni globali.
    Leggi l’articolo /Ascolta su Scanner

 

  • Giorno 3 – 12 novembre 2025
    Adattamento al centro della COP30, ma i fondi restano insufficienti. A Belém arrivano movimenti e comunità indigene: la vera pressione viene dai territori.
    Leggi l’articolo / Ascolta su Scanner
  • Giorno 2 – 11 novembre 2025
    Lula parla di disuguaglianze alla Cop30, ma il Brasile continua a spingere sul fossile. A Belém torna al centro il nodo tra clima e ingiustizia.
    Leggi l’articolo / Ascolta su Scanner
  • Giorno 1 – 10 novembre 2025
    Dalla Cop30 alla Cúpula dos Povos: a Belém si apre la sfida per la giustizia climatica tra responsabilità globali, diritti dei popoli e resistenza dei territori.
    Leggi l’articolo / Ascolta su Scanner

Articoli di approfondimento alla COP30

  • Cosa resta della Cop30, la battaglia per il clima e i diritti è ancora lunga – 24 novembre 2025
    Marica Di Pierri e Laura Greco su Domani – COP30 fallisce su fossili e foreste, ma il Bam e il blocco dei 82 paesi per l’uscita dal fossile aprono spiragli di lotta e nuove alleanze.
    Leggi l’articolo
  • Sulla fine dei lavori della COP30 – 24 novembre 2025
    Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Cosa è successo alla 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici? Quali sono le grandi vittorie? Quali le sconfitte?
    Guarda la diretta
  • La tabella della discordia – cos’è successo alla COP30 – 23 novembre 2025
    Laura Greco su Radio24 – COP30 a Belém annuncia impegni su energia, foreste e adattamento, ma senza una vera uscita dal fossile restano promesse vuote da incalzare con lotte dal basso.
    Ascolta su Il Sole 24 ore
  • “A resposta somos nós”. Ma alla COP30 le richieste dei popoli indigeni non fanno breccia – 23 novembre 2025
    Laura Greco su EconomiaCircolare.com – Alla COP30 le voci indigene restano ai margini mentre la foresta corre verso il punto di non ritorno. Senza giustizia, non c’è futuro.
    Leggi l’articolo
  • La “Dichiarazione di Belém” e il multilateralismo del phase out dai fossili spinto dal basso – 21 novembre 2025
    Laura Greco su Altreconomia – Da Belém arriva una spinta dal basso per uscire dai fossili: governi e movimenti uniscono le voci per un phase out reale, giusto, globale.
    Leggi l’articolo
    • Cop30: senza il Gender action plan ogni azione climatica è limitata – 21 novembre 2025
      Marica Di Pierri e Laura Greco su Valori – Nonostante le ambiziose premesse il Gender action plan ha trovato diversi ostacoli sui tavoli negoziali della Cop30

Leggi l’articolo

 

  • Alla Cop30 arrivano le storie di migrazioni climatiche – 21 novembre 2025

Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30, in vista delle negoziazioni finali, si parla del fenomeno crescente degli sfollamenti forzati dal cambiamento climatico.
Leggi l’articolo

  • Belém, la foresta degli indigeni si ribella a Lula – 20 novembre 2025
    Laura Greco su Il Manifesto – Le nazionalità dell’Amazzonia denunciano l’inagibilità politica alla Cop e chiedono una mobilitazione internazionale guidata direttamente dai popoli indigeni per proteggere i loro territori e affrontare la crisi climatica alla radice
  • Alla Cop 30 i movimenti si riprendono la scena – 20 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Il Manifesto – Era dalla Cop 26 di Glasgow che non si vedeva così tanta società civile. Accanto al vertice ufficiale, in più di 50 mila hanno animato la «Cupula dos povos» per una svolta vera sul clima e i diritti
    Leggi l’articolo
  • COP30, BELÉM | Italiani in mobilitazione – 20 novembre 2025]
    Il Climate Pride in azione alla COP30: l? attivist? chiedono all’Italia una roadmap chiara e ambiziosa per uscire dai fossili.
    Leggi il comunicato
  • A Belém torna il protagonismo sociale – 19 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Collettiva – Alla Cop30 movimenti, organizzazioni, popoli e sindacati riacquistano centralità: proposte e campagne dal basso sono arrivate nelle stanze dei negoziati.
    Leggi l’articolo
  • Come procede la COP30 in Brasile? Intervista a Laura Greco da Bélem – 19 novembre 2025
    Laura Greco su Scienza e Pace Magazine – COP30 tra repressione, lobby fossili e resistenze indigene: la giustizia climatica la costruiscono i territori, non i negoziati.
    Leggi l’articolo
  • Lifegate dalla COP30 – 18 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Lifegate – Dalla COP30 il racconto dell’inedita comunicazione tra dentro e fuori la COP, tra le richieste indigene e l’ambiguo governo di Lula.
    Ascolta su Lifegate
  • Il Fondo per le foreste e la falsa soluzione del biocapitalismo si ripropone alla Cop30 di Belém – 18 novembre 2025
    Laura Greco su Altreconomia – Il Tropical forests forever facility lanciato da Lula è l’ennesimo dispositivo finanziario che viene presentato come innovazione.
    Leggi l’articolo
  • Attivismo e giustizia climatica: se il diritto alla protesta diventa un reato – 17 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Valori.it – Alla Cop30 emerge un allarme globale: in molti Paesi il diritto alla protesta viene represso e l’attivismo ambientale è sempre più criminalizzato
    Leggi l’articolo
  • Alla Cop30 di Belèm il fondo per l’adattamento resta senza fondi – 17 novembre 2025]
    Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30 fallisce, per il terzo anno di fila, l’obiettivo di raccolta minima per finanziare l’adattamento dei Paesi del Sud globale.
    Leggi l’articolo
  • Massiccia partecipazione popolare a Belém – 16 novebre 2025
    Marica Di Pierri su L’aria Che Respiri – Alla Cúpula dos Povos tantissime voci per reclamare la fine dei combustibili fossili e una giustizia climatica guidata dai popoli, non dalle multinazionali.
    Ascolta su Radio Rai1
  • In diretta da Bele?m – Aggiornamenti sulla prima settimana di COP30 – 15 novembre 2025
    Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – In diretta da Belém, per raccontare in diretta i lavori della 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici. ?Foto di Oliver Ninja e Midia Ninja
    Guarda la diretta
  • Cop30: chi difende i combustibili fossili dentro i negoziati sul clima – 14 novembre 2025
    Marica Di Pierri per Altreconomia – Alla Cop30 un lobbista fossile ogni 25 delegat?: il vertice che dovrebbe chiudere l’era fossile continua a farsela scrivere da chi la profitta.
    Leggi l’articolo
  • Giustizia climatica, questa dimenticata – 13 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Il Manifesto – Il legame tra clima e disuguaglianze è ormai assodato. Ma dopo 30 anni di conferenze, i ricchi continuano a fare grandi affari con i fossili.
    Leggi l’articolo
  • L’adattamento secondo la COP30: “Adattarsi è sopravvivere” – 13 novembre 2025
    Marica Di Pierri per EconomiaCircolare.com – COP30 punta a rendere operativo il Global Goal on Adaptation, tra governance multilivello, indicatori, fondi insufficienti e necessità di giustizia climatica.
    Leggi l’articolo
  • La Cop30 in Brasile e le politiche industriali green – 11 novembre 2025
    Marica Di Pierri per Tutta La Città Ne Parla, Radio3 – È iniziata la Cop30 a Belém, 10 giorni in cui si discuterà su come trovare una via d’uscita alla deriva del cambiamento climatico nonostante le difficoltà politiche che ci circondano.
    Ascolta l’episodio
  • Road to Belém – 7 novembre 2025Marica Di Pierri per Valori.it – Verso la Cop30 di Belém, cosa aspettarci dal più importante appuntamento per salvare il clima della Terra? Diretta con Marica Di Pierri, Luca Lombroso, Giovanni Mori e Lorenzo Tecleme.
    Guarda la diretta
  • Da Parigi a Belém, i conti che non tornano – 6 novembre 2025
    Marica Di Pierri per Il Manifesto – Tra tensioni e fragili compromessi, i preparativi alla vigilia della Conferenza Onu. A che punto sono gli impegni nazionali di riduzione e i piani di adattamento dei singoli Paesi.
    Leggi l’articolo
  • A Sud a Belém alla Cop30 – 6 novembre 2025
    A Sud seguirà negoziati e mobilitazioni dalla COP30 di Belém, amplificando le voci dei movimenti per giustizia climatica e sociale.
    Leggi l’articolo
  • A Sud aderisce alla Global Call to Action della Cúpula dos Povos  – 5 settembre 2025
    Il 15 novembre scendiamo in piazza: basta disuguaglianze e razzismo ambientale, vogliamo giustizia climatica e un mondo dove la vita sia al centro.
    Leggi l’articolo
  • Vertice dei Popoli Verso la COP30: Manifesto Politico – 13 giugno 2025
    A Sud aderisce al Manifesto dei Popoli verso la COP30: un appello globale per giustizia climatica, anticapitalismo e democrazia dal basso.
    Leggi l’articolo

Racconteremo le negoziazioni

Per spiegare cosa accade davvero alla COP30, come si muovono i governi e quali interessi guidano le scelte sulla crisi climatica. Vi offriremo una copertura quotidiana per raccontarvi con le nostre parole e con uno sguardo critico, indipendente e radicale, vicino ai movimenti il dentro e fuori la Cop

Sveleremo le contraddizioni

Tra le promesse ufficiali e la realtà, mostrando lo scontro continuo tra lobby fossili e popoli che difendono la vita e i territori. Denunceremo le responsabilità smascherando la falsa transizione energetica e chi continua a inquinare mentre parla di sostenibilità con greenwashing e false soluzioni

Daremo voce alle comunità

Portando le loro storie, le lotte quotidiane e le alternative concrete alla devastazione ambientale, contro colonialismo ed estrazione. Ci collegheremo con l’Italia per connettere istanze e battaglie


INFO E CONTATTI

Per contatti e interviste con la delegazione:

Marica Di Pierri
maricadipierri@asud.net
55 21 967071220

Laura Greco
lauragreco@asud.net
+55 21 997673184

Achuar people celebrate a major victory for indigenous rights

Posted by on 12:00 am in News | Commenti disabilitati su Achuar people celebrate a major victory for indigenous rights

Achuar people celebrate a major victory for indigenous rights

We like to share with you a press release from Amazon Watch with yet again some good news for environmental justice. To understand this latest good news arising from the depth of the Amazon as part of a global struggle for environmental justice: here is a EJOLT report on issues in the economics of ecosystems and biodiversity and here is a video on Yasuni – where a similar struggle has an original angle. And only last week we posted very similar news from another part of the Amazon. {By Amazon Watch} Calgary, Canada, Spetember 18th 2012 – Talisman Energy (TLM) announced its decision to cease oil exploration activities in the Peruvian Amazon and to exit the country upon completion of ongoing commercial transactions. “We have fought long and hard against Talisman’s drilling in our territory because of the negative environmental and social impacts we have seen from oil drilling around the world,” said Peas Peas Ayui, President of the National Achuar Federation of Peru (FENAP). “Now that Talisman is leaving we can focus on achieving our own vision for development and leave a healthy territory for future generations.” Talisman is the fifth oil company to withdraw from controversial Block 64, located in the heart of indigenous Achuar territory in a remote and bio diverse region of the Amazon rainforest. Talisman has been exploring in Peru since 2004 and has come under increased pressure by human rights groups and shareholders for operating without Achuar consent. “Talisman has had to face up to what the Achuar told them when they first invested in Block 64: The company cannot drill without the consent of the Achuar people,” said Gregor MacLennan, Peru Program Coordinator at Amazon Watch. “Talisman’s exit sends a clear message to the oil industry: Trampling indigenous rights in the rush to exploit marginal oil reserves in the Amazon rainforest is not an option.” Despite Talisman’s claim of attaining local support from communities and signing good neighbor agreements with 66 communities downriver from their operations, the company never had the consent of the majority of communities living within Block 64. Talisman first invested in Peru one year after leaving Sudan and became sole operator in 2007, shortly after John Manzoni’s appointment as CEO. Manzoni was replaced by ex-TransCanada CEO Hans Kvisle on Monday this week. “We are the owners and the original people of this land,” said Peas Ayui. “No outside person or company may enter our territory by force, without consultation and without asking us. We have been fighting against oil development on our land for 17 years and we maintain the same vision to protect our territory and resources for future generations. Let this be a clear message to all oil, mining and logging companies: we will never offer up our natural wealth so that they can extract our resources and contaminate our land.” Block 64 is just one of several new efforts to extract oil from the headwaters of the Amazon in Northern Peru and Southern Ecuador, among the most bio diverse places on earth. Anglo-French company Perenco was recently awarded a production license to operate in Block 67 in Peru despite a legal case against them for drilling in isolated peoples’ territory. ConocoPhilliips has faced mass protests in Iquitos, Peru over plans to drill wells in a...

read more

Cercatori d’oro massacrano una comunità di Yanomami

Posted by on 12:00 am in Notizie | Commenti disabilitati su Cercatori d’oro massacrano una comunità di Yanomami

Cercatori d’oro massacrano una comunità di Yanomami

Un gruppo di cercatori d’oro ha massacrato una comunità di Yanomami venezuelani isolati. La notizia è stata diffusa da Survival International a cui alcuni testimoni hanno raccontato di aver trovato “corpi e ossa bruciati” presso la comunità di Irotatheri, nella regione di Momoi, vicino al confine con il Brasile. Dai primi indizi sembra che le persone massacrate siano circa 80, ma il numero preciso delle vittime è impossibile da stabilire ora. Al momento, i sopravvissuti rinvenuti sono solo 3. Sembra che il massacro sia avvenuto in luglio, ma il fatto è stato scoperto solo ora. La comunità si trova in un’area molto remota e gli Indiani che hanno rinvenuto i corpi hanno dovuto affrontare un lungo cammino per raggiungere l’insediamento più vicino e denunciare la tragedia. Luis Shatiwe Yanomami, un leader dell’organizzazione yanomami Coronami, ha incontrato i testimoni a Parima. Pare che i sopravvissuti fossero fuori a caccia mentre la loro comunità veniva data alle fiamme. “Stiamo denunciando la presenza di molti cercatori d’oro illegali da tre anni” ha dichiarato Luis Shatiwe. Nella terra degli Yanomami tra Brasile e Venezuela sono al lavoro centinaia di cercatori d’oro illegali. Secondo Eliseo, un uomo Yanomami dell’area, gli Indiani che hanno scoperto il massacro avrebbero trovato “corpi e ossa bruciati, e i resti carbonizzati di uno sciabono” (la casa comune). Non è la prima volta che gli Yanomami vengono massacrati in massa. Nel 1993 vennero assassinati 16 Yanomami della comunità di Haximu, in Brasile. Per quel fatto, un gruppo di minatori fu successivamente incriminato per genocidio. Al momento non è ancora stata compiuta nessuna indagine sui fatti recenti. Un’altra scioccane tragedia per gli Yanomami. Un altro crimine da aggiungere alla lunga lista delle violenze. Tutti i governi della regione amazzonica devono fermare la crescita incontrollata delle attività minerarie, del disboscamento e della colonizzazione illegali che affliggono i territori indigeni. Queste attività finiscono inevitabilmente con il massacro di uomini, donne e bambini indiani. Le autorità del Venezuela devono consegnare i killer alla giustizia e mandare un segnale forte in tutta la regione: l’uccisione degli Indiani non resterà più impunita. Disboscamento e attività minerarie devono finire. Source: Survival Note agli editori: _ Leggi la dichiarazione delle organizzazioni indigene amazzoniche sul massacro degli Yanomami (in inglese, PDF). _ Leggi l’appello degli Yanomami alle autorità venezuelane, a cui chiedono un’investigazione urgente (in spagnolo, PDF, 2,1...

read more

India, gli Adivasi pronti a lasciarsi annegare contro le dighe

Posted by on 12:00 am in Notizie | Commenti disabilitati su India, gli Adivasi pronti a lasciarsi annegare contro le dighe

India, gli Adivasi pronti a lasciarsi annegare contro le dighe

Minacciano di lasciarsi morire annegate restando in protesta sui terreni allagati le decine di famiglie della valle del Gujarat. Da 40 anni combattono per difendere le proprie terre dalle dighe del Narmada Valley Development Plan. LA PROTESTA – Si chiama “jal satyagraha“, l’estrema forma di protesta di matrice gandhiana del popolo indiano Adivasi, costretto a lasciare le proprie terre allagate senza aver ricevuto compensazioni dal governo locale. ”Non cederemo, piuttosto annegheremo” è lo slogan principale del movimento di resistenza, Il Narmada Bachao Andolan. Così, da più di 5 giorni, centinaia di sfollati sono a mollo, rischiando la vita. E’ stata inviata una lettera al governatore della regione per esortarlo a far abbassare il livello dell’acqua, ben al di sopra di quanto stabilito all’inizio dei lavori. I villaggi locali, infatti, chiedono di veder tutelati i propri diritti di fronte agli interventi dell’impresa che, violando le decisioni dell’Alta Corte e della Suprema Corte indiana, ha volutamente innalzato il livello dell’acqua all’interno dei bacini formati dalle dighe, sommergendo terre e case delle popolazioni locali. IL PROGETTO DI SVILUPPO – Il Narmada Valley Development Plan (NVDP) è stato completato soltanto alla fine degli anni ‘80 ma le sue origini risalgono al lontano 1901. Il sistema di 3.165 dighe è volto a cambiare totalmente l’idrologia e la morfologia del territorio: di queste, 3.000 sono le piccole dighe, 130 le medie e 30 le grandi. L’immenso progetto aveva inizialmente come finanziatore principale la Banca Mondiale, ritiratasi dall’impegno nel 1993 all’indomani delle numerose proteste ambientaliste. Le principali dighe sul fiume Narmada Nonostante non sia stato difficile per il Governo indiano trovare altri partner privati che investissero nel progetto (Shree Maheshwar Hydel Power Corporation Ltd – India, Siemens – Germania, Pacgen – USA, Bayernwerk – Germania, VEW Energie – Germania, Ogden Corporation – USA), ad oggi molti, come le società tedesche Siemens, Bayernwerk e VEW, poi seguite dalla Pacgen, ne sono usciti a causa delle lacune portate alla luce da esperti del Ministero dello Sviluppo tedesco. Ora, i finanziamenti proverranno per il 30% dalla vendita di azioni e per il restante 70% tramite garanzie sui crediti. GLI IMPATTI AMBIENTALI – La diga Sardar Darovar, con un’altezza proposta di 138,68 metri, è il progetto più controverso. Il governo sostiene che questa irrigherebbe più di 1,8 milioni di ettari ed estinguerebbe la sete nelle zone più inclini alla siccità di Kutch e di Saurashtra nel Gujarat, generando una capacità elettrica di 1.450 MW. L’intero megaprogetto, infatti, dovrebbe contribuire al fabbisogno energetico delle regioni coinvolte e assicurare l’approvvigionamento acqua potabile per le popolazioni delle zone rurali. Eppure, come spesso accade, ai lodevoli annunci segue una realtà ben diversa, sia per i cittadini, che per l’ambiente. Sono innumerevoli i disagi ambientali, sociali e culturali. Migliaia di ettari di terreno fertile verranno allagati, compromettendo la biodiversità animale e vegetale delle regioni interessate e alimentando il fenomeno dell’evapotraspirazione. Oltre all’aumento dell’umidità e delle piogge, la decomposizione delle specie vegetali che fissano il diossido di carbonio causerà un incremento sproporzionato di emissioni nell’aria di metano e CO2. Inoltre, in un Paese dove l’emergenza alimentare è complementare a quella sanitaria, la realizzazione del progetto comunque impedirà di continuare a sfruttare terreni dove si arriva a compiere un’elevata media di tre raccolti annui. La diga Sardar Darovar REISENDIAMENTO FORZATO, DEPORTAZIONE E MANCATE COMPENSAZIONI Come se non...

read more

Conga project: the end of the line?

Posted by on 12:00 am in News | Commenti disabilitati su Conga project: the end of the line?

Conga project: the end of the line?

{By Joan Martinez-Alier}. On 24th August 2012 it was announced in Lima by the CEO of the Newmont Mining company that the US$ 4.8 billion Conga mine project in the northern region of Cajamarca was suspended, at least for two years. The announcement was not welcomed by its local partner Buenaventura nor Buenaventura’s CEO, Roque Benavides. The suspension follows two months of bloodshed and high tension, as local opposition and police intervention under a state of emergency resulted in the deaths of five demonstrators in Bambamarca and Celendín as well as the brutal arrest in plain view and captured on video of Marco Arana, an internationally well-known environmentalist leader. The fallout led to two cabinet shuffles and a change of prime minister. The collapse of this large project in Peru might send Newmont Mining’s share price to a new low. Newmont’s Chief Executive, Richard O’Brien, admitted that the nearly $5 billion Minas Conga copper and gold mine in Peru is effectively dead. Opposition from local residents concerned about water pollution has created an environment in which Newmont and its partner, Buenaventura, will not be able to complete the project, O’Brien told Dow Jones. O’Brien noted that opposition to the project also includes the head of the elected regional government (Gregorio Santos) and many others. O’Brien also stated that he was concerned about protests that might hobble operations at Conga, such as farmers blocking roads. The third prime minister in one year, Juan Jimenez Mayor, supported the suspension of the project because of the results of a recent poll by survey firm Ipsos showing that 78% of people in the region of Cajamarca opposed the planned mine. The high profile conflict has dominated President Ollanta Humala’s first year in office. There were several general strikes in Cajamarca since November 2011 and also a March for Water from Cajamarca to Lima in February 2012. The Conga project is essentially an expansion of the Yanacocha gold mine in Cajamarca owned by Newmont, Buenaventura and the IFC of the World Bank. Local farmers think it will ruin local water sources essential to their agricultural livelihoods. Local resistance stopped mining in the Cerro Quilish some years ago, a mountain near the city of Cajamarca. Yanacocha has already accumulated very large environmental liabilities. But while the project has been “put on the back-burner”, it would appear that Newmont has not yet cashed in all its chips and still hopes to continue “when the environmnent is right”. The CEO says the company will continue to try to swing community and political support and has also begun building water reservoirs in a bid to ensure water supplies. References: {http://seekingalpha.com/article/819811-will-newmont-mining-sink-on-minas-conga-debacle _ http://www.infolatam.com/2012/08/24/peru-proyecto-minero-conga-suspendido-hasta-que-empresa-garantice-agua/ _ http://www.newmont.com/our-voice/post/newmont-remains-committed-“water-first”-approach-conga _ http://www.huffingtonpost.com/2012/08/29/peru-conga-gold-mine-project_n_1840329.html _ http://www.peruviantimes.com/28/snmpe-minas-conga-delay-shouldnt-hurt-other-mining-projects/16643/} Source:...

read more

Narmada, India: Oustees standing in dam water for last 5 days

Posted by on 12:00 am in News | Commenti disabilitati su Narmada, India: Oustees standing in dam water for last 5 days

Narmada, India: Oustees standing in dam water for last 5 days

Oustees of Omkareshwar and Indira Sagar dam fighting for their rights and life need your support Dear Friends, The oustees of the Omkareshwar and Indira Sagar dam in the Narmada valley in Madhya Pradesh, who are fighting for their rights and their life are in the need of your urgent support. The Government and the company NHDC Limited which has built these dams are illegally and in violation of the Orders of the High Court and Supreme Court raising the water level in these dams, causing submergence of lands and houses of thousands of oustees without rehabilitation. 34 oustees of Omkareshwar dam along with senior activist of Narmada Bachao Andolan Chittaroopa Palit have been on “Jal-Satyagraha” and are standing in theOmkareshwar dam water for last 5 days. Many of these jal satyagrahies have developed blisters in their feet. In the Indira Sagar dam area also today Jal Satyagraha has started at 3 places in the rising water of the dam. OMKARESHWAR DAM In May 2011, the Apex Court ruled that the authorities are obliged to allot a land for land and a minimum of 2 ha. of land, well in advance of the completion of dam construction. However, although an entire year has passed since the judgment, the State has failed to allot land to the over 2500 land-holder families. It may noted that recently even the Grievance Redressal Authority has said in its orders that the rehabilitation policy has not been followed and all the oustees of Omkareshwar dam should be given land in lieu of land. Over 1000 families remain to be allotted even house-plots. Various other entitlements remain to be provided. Yet, the State Government and the project authorities have announced that they intend to raise the water level of the Omkareshwar dam to 193 meters from the earlier level of 189 meters and on 25th August, 2012 when the authorities raised the level of the reservoir by 1.5 meters, the oustees started Jal Satyagraha and since then they are standing in the water of Omkareshwar dam. INDIRA SAGAR DAM Similarly, in the Indira Sagar dam area also thousands of oustees are yet to be given land and other rehabilitation entitlements. There are orders of Supreme Court and High Court that the water level in Indira Sagar dam cannot be raised beyond level of 260 meters. In spite of this, the government has started raising the water level beyond 260 meters. In protest, Jal Satyagraha has started today at three places in the Indira Sagar dam submergence areas in villages Khardana, Badgaon Mal and Badkhaliya of Districts Harda and Khandwa. The oustees of the Omkareshwar and Indira Sagar dam urgently need your support. We request you to : Write to Chief Minister, Madhya Pradesh and Collector, Khandwa asking him to bring the water level down to 189 meters in Omkareshwar dam and 260 meters in Indira Sagar dam and to rehabilitate all the oustees by giving them land and other rehabilitation entitlements.(Petitions are attached, pl. send e-mail, and fax) Come to the Narmada Valley and join the Jal Satyagraha of the oustees. Hold demonstration/other programmes in support of Jal Satyagraha. Thank you for your support, In solidarity, Alok Agarwal, Radheshyam Tirole, Sakubai, Radhabai Note : Khandwa is on Delhi-Mumbai, Howrah- Mumbai rail line. 3 hrs by...

read more

Janmorcha in Delhi for Land Rights

Posted by on 12:00 am in News | Commenti disabilitati su Janmorcha in Delhi for Land Rights

Janmorcha in Delhi for Land Rights

MoRD Minister Jairam Ramesh refuses dialogue MPs support People’s movements, denounce the Bill by the ministry Sangharsh concludes the dharna in Delhi with Rally to Parliament August 23, Jantar Mantar, New Delhi: Union Cabinet Minister in charge of the Ministry of Rural Development, Shri. Jairam Ramesh refused to meet the people’s representatives from across the country who are in Delhi to protest against his ministry’s diluted version of what should have been a comprehensive Bill to replace the Land Acquisition Act 1894. The people’s organisations and unions, under the banner of Sangharsh criticised the minister for refusing to engage with genuine people’s concerns on the proposed bill titled ‘Right to Fair Compensation, R&R and Transparency in Land Acquisition’. Leaders from movements and political parties critiqued the way the ministry has gone ahead in finalising the draft bill rejecting most inputs from the Parliamentary Standing Committee and the people’s movements. The Sangharsh participants took out a symbolic rally to Parliament on the concluding day to end the three-day dharna and Jan Morcha. Leaders of different political parties visited the Dharna and addressed the gathering, in support of the demands ofSangharsh. Shri. Dileep Singh Bhuria (former MP) demanded that people’s voices against displacement and struggles against destructive projects be taken into account while replacing the colonial Land Acquisition Act. “Large number of the development projects and industries will displace adivasis and dalits from their only livelihood source, land. It is unfair that they are being ill-treated by the planners and the companies. They have a legitimate right to be part of the development planning process”, he asserted. Shri. Thirumavalavan (Member of Parliament, Viduthalai Chiruthikkal, Tami Nadu) spoke in support of the people’s struggle against Koodankulam Nuclear Plant and joined cause with the dharna against Land Acquisition and proposed new legislation. He also assured the people that their concerns will be raised in the Lok Sabha. MP from Kerala, Com. P Rajeev (CPI-M), who was also a member of the Parliamentary Standing Committee on Rural Development, said that the process followed by MoRD was against the spirit of democracy and violated the rights of the parliament and its members. He wondered how is it that the minister could openly proclaim that they will not accept some of the key recommendations of an all-party committee on the subject. “This is nothing but a mockery of our parliament and an attack on our democratic polity”, the MP asserted. Pointing to the CAG report on PPPs and ‘Coalgate’, Com. Rajeev said that UPA government has lost all moral authority to continue in power. He said that CPI-M will support the struggle and oppose the Bill in Parliament and outside. Women representatives from Sonbhadra narrated the struggle against land acquisition in Kaimur forest region. “We are facing atrocities by the state daily, but now we are responding to them. When we take out rallies, they then come and take away our bows and arrows, they should not blame us tomorrow, if we start doing the same to them – snatch their guns”, said Hulsi and Sukalo. “The guns are anyway used to protect the companies and the feudal lords” added Lalti Devi. Rajmukari, the leader of the Kaimur Kshetra Adivasi Mahila Mazdoor Sangathan stated that the people have learnt the lesson that the state only protects...

read more

Sarayaku wins case

Posted by on 12:00 am in News | Commenti disabilitati su Sarayaku wins case

Sarayaku wins case

Sarayaku wins case in the Inter-American Court of Human Rights but the struggle for prior consent continues. On 25 July 2012, the Inter-American Court of Human Rights (IACHR) – in the case Sarayaku v. Ecuador – ruled in favor of a Kichwa community’s right to consultation prior to industrial projects on their land. Yet despite celebrations that united hundreds of Sarayaku to celebrate the victory on August 12 with hours of revelry, drumming, singing and dancing, fuelled by chicha, the traditional libation of choice, the implications of the ruling for the community and for hundreds of other indigenous communities across America remain cloudy. There are two main points to consider. First, Sarayaku has managed to keep oil companies out even without resorting to formal consultations under Convention 169 of ILO or outside it. Second, the IACHR, speaking to governments, recognizes the right to previous consultation. What will be the effects of such consultation? Is previous consent required from indigenous communities? The historic resistance of the Kichwa community of Sarayaku in Ecuador dates back to 1989 when the company stopped ARCO/Oriente, operator of Block 10, from performing exploration for oil on their territory. Later, along with the Shuar and Achuar communities they prevented oil exploration activities in blocks 23 and 24, in the provinces of Pastaza and Morona Santiago. In late 2002 and early 2003, faced with an illegal incursion into their territory by the Argentinean company CGC, backed by police and the military, they were forced to physically resist the entry of the oil company. Thanks to the strength and courage of the Kichwa people of Sarayaku, and primarily the role the women played, the company was forced to abandon seismic work and leave the territory. But not before they had placed 1.54 tons of high-grade explosives beneath the earth for seismic trials, damaging local water sources in the process. It was at this point that the community went to court to protect their territory. Sarayaku’s position has been to reject all oil activities in their territory because they conflict with their own life plans, their worldview and the preservation of their cultural and spiritual identity. The Sarayaku cosmovision is called Kawsay Sacha o Selva Viviente, “Living Rainforest” – and is based on a life in harmonious coexistence with nature. As Franco Viteri, the Sarayaku leader says: “The forest is already “developed”, the forest is life”. Yet while the human rights court found Ecuador (under the government of the time) guilty of violating the right to prior consultation and threatening the physical and cultural wellbeing of the Sarayaku people by allowing the oil company to enter their territory, it does not assure the community’s right to a free, prior, and informed consultation and consent-making process — a right that is recognized in the UN Declaration of Human Rights and the International Labor Organization Convention 169, despite the fact that Ecuador has ratified the convention. Tellingly, only days before the Sarayaku sentence went public; the Correa administration released Executive Decree 1247 on how consultations for oil or mining projects will be carried out that states that the goal of consultation is participation, not necessarily to achieve consent as stipulated under international law, and affirms that the final decision lies with the superior powers, even if the project is rejected by...

read more

Sud Africa, si allarga la protesta dei minatori

Posted by on 12:00 am in Notizie | Commenti disabilitati su Sud Africa, si allarga la protesta dei minatori

Sud Africa, si allarga la protesta dei minatori

La rivolta dei minatori della cosiddetta “platinum belt” (la cintura del platino) del Sud Africa si sta allargando, e cresce il timore che la rabbia dei lavoratori per i bassi salari e le misere condizioni di vita possa provocare nuove ondate di violenza, dopo la morte di 34 lavoratori in sciopero, uccisi dalla polizia la settimana scorsa. Lo sciopero iniziato la settimana scorsa nella miniera di Marikana della Lonmin ha provocato il rialzo dei prezzi del platino e provocato timori sugli investimenti nella più importante economia dell’Africa, dove la disoccupazione cronica e le enormi disparità di salario minacciano la stabilità sociale. Il principale produttore mondiale di platino, Anglo American Platinum, ha annunciato oggi di aver ricevuto la richiesta di un aumento dei salari da parte di lavoratori sudafricani, mentre un sindacato annuncia proteste anche presso il sito di Rasimone della Royal Bafokeng Platinum. Il Sud Africa dispone dell’80% delle riserve di platino mondiali, che viene utilizzato in gioielleria e anche per le marmitte catalitiche delle auto. Il colosso del platino Lonmin ha annunciato oggi che non sanzionerà i minatori che non torneranno al lavoro questa settimana, nel rispetto del lutto nazionale decretato dal Presidente Jacob Zuma dopo la morte di 44 persone nelle proteste delle scorse settimane. “Dopo consultazioni con governo e sindacati, Lonmin ha accettato di non adottare azioni disciplinari contro quanti risultano assenti dal lavoro questa settimana”, ha detto l’azienda che aveva minacciato di licenziare i 3.000 lavoratori che avevano avviato uno sciopero non autorizzato il 10 agosto scorso. Dieci persone sono rimaste uccise negli scontri scoppiati tra sindacati nei primi giorni della protesta, facendo così intervenire la polizia che giovedì scorso ha ucciso 34 persone. “E’ una settimana di lutto, decretata dal Presidente della repubblica sudafricana, e giovedì ci sarà una cerimonia commemorativa – ha aggiunto Lonmin – la nostra azienda rispetta questo momento e lo ritiene una tappa importante sulla strada per ricostruire fiducia e tornare alla normalità”. (fonte Afp) Perché è così importante la miniera di Marikana in SudAfrica La miniera di Marikana in SudAfrica è uno dei più importanti siti di estrazione di platino del mondo. Ecco perché è così importante e perché i minatori vogliono avere di più dalla compagnia che li sfrutta La miniera della Lonmin a Marikana, dove il 19 agosto la polizia sudafricana ha ucciso 36 operai, è una delle più grandi risorse di platino nel mondo. L’azienda causa danni all’ambiente e sfrutta i territori e la forza lavoro dei Bapo Mogale, la comunità di 30mila persone che abita l’area da più di 200 anni. Ma si guarda bene dal condividere con loro la ricchezza conquistata. In tutto il nordovest del Sudafrica, le società minerarie stanno stritolando le popolazioni locali, sempre più ridotte in povertà. Ecco qual’è la situazione nella zona secondo un reportage del Mail&Guardian. La BAPO Ba Mogale, una comunità di circa 30 000 persone, vive in cima a uno dei più grandi tesori della Terra, i depositi di platino. La Lonmin Plc, il terzo più grande produttore di platino del ondo, che ha una capitalizzazione di mercato di circa 19.5 miliardi di dollari, possiede le miniere di metallo sotto la terra del BAPO. Anche se si stabilirono nella zona più di 200 anni fa, i membri della comunità dicono che hanno poco delle ricchezze della zona....

read more

L’Ilva non si ferma a Taranto

Posted by on 12:00 am in Notizie | Commenti disabilitati su L’Ilva non si ferma a Taranto

L’Ilva non si ferma a Taranto

COMMENTO – Giuseppe De Marzo su Il Manifesto del 17.08.2012 La rotta da seguire è quella della giustizia ambientale: ogni persona deve essere libera dall’inquinamento, il cosa e come produrre va deciso insieme alle comunità e ai lavoratori. E i costi sociali e ambientali non possono essere scaricati sulla collettività. Un governo nemico della giustizia, del diritto alla salute e di quello al lavoro. Lascia sgomenti l’azione rabbiosa messa in campo dal governo del professor Monti contro il provvedimento dei giudici di Taranto sull’Ilva. Vale la pena riflettere e reagire alla violenza di chi invia tre ministri e minaccia ricorso alla Corte Costituzionale contro provvedimenti che difendono il diritto alla salute dei lavoratori e dei cittadini di Taranto. Stucchevoli le ipocrisie di chi oggi si preoccupa del futuro dei lavoratori quando nel frattempo è occupato a smontare le conquiste di un secolo e mezzo di lotte operaie. Non tornano i conti se a farli è un governo ed una maggioranza politica che ha tagliato pensioni e articolo 18, costruito una campagna mediatica per abbattere lo stato sociale, garantito soldi a banche e speculatori mentre tassava ceti medi e popolari come mai prima d’ora, inchiodato con il fiscal compact il paese per i prossimi 20 anni e consegnato la nostra politica monetaria alle compatibilità della Bce, tra le varie cose. Fa indignare che quanti hanno pensato ed istruito un modello economico e produttivo fondato sulla precarietà e sulla riduzione del lavoro a merce oggi si scaglino contro la magistratura rea di mettere a rischio migliaia di posti di lavoro. Lascia confusi e senza speranze in questa classe dirigente dover leggere e constatare la pochezza di prospettive e di alternative presentate ad un’agonizzante ed avvelenata opinione pubblica costretta ancora a dover sacrificare diritti. Continuiamo a vivere un arretramento insostenibile delle condizione della maggioranza della popolazione italiana sul piano economico, sociale, ambientale e politico. L’Ilva non rappresenta un caso eccezionale ma la normalità di come oggi nell’epoca della crisi globale del modello capitalista si fa profitto. Ovunque nel mondo, ggi più che mai anche in occidente, si procede in questa maniera. Più salute equivale a meno profitto, questo il punto. Il profitto si crea inquinando e precarizzando ma soprattutto evitando di pagare i costi sociali ed ambientali, «esternalizzandoli» sulla società e sulle casse dello Stato, mentre si utilizzano gratuitamente i servizi ambientali offerti dalla natura senza nessuna sostenibilità ambientale condannando le prossime generazioni. Perché negarlo? Per nascondere la medioevale brutalità della situazione in corso, elusa in nome di una perenne emergenza nazionale alla quale sacrificare la democrazia. Su questo bisognerebbe misurarsi invece che continuare a contrapporre lavoro e salute. Inaccettabile è invece il ricorso alla Consulta da parte di chi sino a ieri disprezzava il voto di 27 milioni di italiani a difesa dei beni comuni del paese svenduti a privati e speculatori. La rappresentazione offerta dai principali media di quanto sta accadendo da decenni a Taranto espunge invece tutti gli elementi su cui i cittadini possono formarsi una libera opinione ed accrescere il livello di consapevolezza sulla complessità dei problemi e sulla vera posta in gioco. In questa vicenda i responsabili sono stati immediatamente invisibilizzati. A partire da una classe dirigente politica che ha grosse responsabilità sulla svendita dell’Ilva al privato Riva e che è stata incapace di mettere in campo...

read more

Fumo o fame: quando l’operaio è alla mercè del capitale

Posted by on 12:00 am in Notizie | Commenti disabilitati su Fumo o fame: quando l’operaio è alla mercè del capitale

Fumo o fame: quando l’operaio è alla mercè del capitale

Che infinita tristezza provoca il dover constatare che nel XXI secolo, nell’ottava o nona potenza economica mondiale, il lavoro e la salute siano ancora posti in una condizione duale, dicotomica. In un bellissimo documentario (“Ultimi fuochi” di Manuela Pellarin) sulla condizione operaia negli anni ’60 del secolo scorso, un operaio del Petrolchimico di Porto Marghera rispondeva mesto alla domanda del giornalista sul perché accettasse una condizione lavorativa così rischiosa con queste tre parole: “Fumo o fame”. Ad ammazzare, a Marghera, era il cloruro di vinile monomero, all’Ilva di Taranto le diossine. Ma quanti sono i conflitti tra produzioni industriali e ambiente ancora aperti nel nostro paese? Dalla Ferriera di Trieste (Lucchini), al termodistruttore Fenice (EDF, ex Fiat) di Melfi, dalle centrali termoelettriche a carbone liguri (Enel), ai cementifici di Monselice. Chi tiene il conto? Una volta la Cgil aveva una struttura Ambiente Lavoro, oggi, in periodi di recessione economica, la salute sembra essere diventata un lusso. Per fortuna c’è qualche (raro) magistrato. Ma anche qui non facciamoci illusioni: le strutture scientifiche di cui la magistratura si può avvalere sono sotto gli attacchi alla spesa pubblica. Il più rinomato centro sulle diossine INCA (un consorzio tra 19 università italiane e altre decine di unità di ricerca nel settore della chimica e delle tecnologie per l’ambiente) e che ha supportato anche l’inchiesta di Taranto, è in pericolo di chiusura. Del resto, solo per fare un esempio, ricordiamoci che con il ministro Mattioli le ricerche sugli effetti delle radiazioni generate dai campi elettromagnetici (telefonini, ripetitori, radar, ecc.) sono state “esternalizzate” a quella Fondazione Maugeri nota per gli scandali alla Regione Lombardia. Con il passaggio delle competenze ambientali alle Asl regionali, le attività di prevenzione sono state di fatto azzerate, con esse i registri tumori e le indagini epidemiologiche necessarie a stabilire le correlazioni tra inquinamenti ambientali e malattie. Ciò che colpisce delle numerose, candide interviste rilasciate dal ministro Corrado Clini (già medico del lavoro e da decenni direttore generale del Ministero per l’Ambiente) a sostegno non già della applicazione delle leggi – come ci si aspetterebbe da un fedele servitore dello Stato – ma delle ragioni dell’impresa sotto accusa, sono le motivazioni. “Forse – ha dichiarato Clini a “il manifesto” del 27 luglio – dieci anni fa chiudere lo stabilimento aveva un senso, ma ora no”. Giusto, ma lui, e tutto l’apparato di valutazione e controllo che uno stato civile dovrebbe mettere in campo a difesa della salute dei cittadini (compresa quella della sotto-specie, a diritti limitati, che sono gli operai), dov’erano, cosa facevano, nonostante fossero perfettamente a conoscenza della situazione? Non so se l’inchiesta della Procura della Repubblica abbia un’appendice nei confronti delle strutture pubbliche locali, regionali (Asl) e nazionali (ministeri vari). Ma è questa la parte che darebbe più soddisfazione alle centinaia di vittime (386 decessi negli ultimi 13 anni) e alle migliaia di malati di Taranto, dentro e fuori la fabbrica. Scoprire che i padroni fanno i loro interessi sulla pelle dei dipendenti non è poi una grande novità. Più interessante sarebbe vedere in faccia chi e sapere per quali ragioni ha omesso i controlli, ha rilasciato autorizzazioni e concesso finanziamenti a imprese palesemente fuorilegge. Vedremo. Ma il dato politico più allarmante è un altro. Sono i dipendenti, in queste ore, a sfilare a sostegno delle ragioni dei propri...

read more