Dal 10 al 21 novembre 2025 saremo a Belém, in Brasile, per partecipare come osservatori alla 30° Conferenza delle Nazioni Unite sul Clima. Racconteremo quanto avviene dentro e fuori le negoziazioni, porteremo e raccoglieremo le voci dei territori in lotta contro l’estrattivismo, contro il greenwashing e per una transizione ecologica realmente giusta.
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A Belém si discuteranno e valuteranno gli NDCs, i nuovi impegni climatici nazionali che stabiliscono gli obiettivi di riduzione delle emissioni di ogni paese. Accanto alla mitigazione, l’adattamento sarà uno dei temi centrali attraverso il Global Goal on Adaptation (GGA) e i nuovi Piani nazionali di adattamento. Un altro capitolo chiave sarà quello della finanza per il clima. Tra i punti principali il nuovo obiettivo di finanziamento (NCQG), che punta ad aumentare il sostegno ai Paesi in via di sviluppo da 100 a 300 miliardi di dollari l’anno, e la Roadmap Baku-Belém, che traccia un percorso per mobilitare almeno 1.300 miliardi di dollari l’anno entro il 2035.
Temi cruciali, che si scontrano con uno scenario geopolitico ostile, segnato dal negazionismo climatico, dai venti di guerra, dalla corsa al riarmo e dalla violenza istituzionale. Non è un caso che in gioco a Belém ci sia più che mai la credibilità della diplomazia climatica e la sua capacità di tradurre le intenzioni in impegni concreti.
La Cupula dos povos
La Cúpula dos Povos è il grande incontro dei movimenti sociali e delle comunità che vivono in prima linea la crisi climatica. Nata nel 1992 come risposta critica alle negoziazioni ufficiali, propone un’alternativa fondata su giustizia climatica, sociale e ambientale, solidarietà e saperi ancestrali.
Dal 12 al 16 novembre 2025, in concomitanza con la COP30 di Belém, riunirà popoli indigeni, comunità quilombola e tradizionali, giovani e lavorator? in marce, dibattiti e azioni culturali.
La Cúpula mette al centro vite, diritti e territori, non statistiche: unisce chi costruisce ogni giorno soluzioni reali, dall’agroecologia alla difesa dei beni comuni, per spingere i governi ad adottare politiche di vera giustizia climatica.
Dichiarazione della Cupula Dos Povos
Perché A Sud e CDCA alla COP?
Nelle Cop si riuniscono i governi dei 197 Paesi che hanno ratificato la Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (UNFCCC), firmata a Rio de Janeiro nel 1992. Ma la COP30 non è solo un vertice diplomatico: è il terreno di confronto (e di scontro) tra attori diversi e diverse visioni del mondo. Da una parte il business as usual che trasforma la crisi climatica in profitto, dall’altra movimenti e territori che lottano per giustizia climatica, autodeterminazione e diritti della Natura.
La COP30 si terrà nel cuore dell’Amazzonia, a Belém do Pará, in Brasile. Non è un dettaglio geografico ma una scelta politica: è nel Sud globale che l’ingiustizia climatica colpisce più duramente mentre il Nord globale continua a negoziare emissioni e interessi fossili.
Qui non si decide solo il futuro del clima: si decide chi avrà diritto a un futuro.
Per raccontare cosa c’è in gioco, e come finisce la partita.
Andiamo alla COP per osservare da vicino i negoziati, capire quali equilibri politici e di potere si stanno ridefinendo, e portare la prospettiva dei territori e dei movimenti che chiedono giustizia climatica.
La partecipazione di A Sud e CDCA serve a connettere le lotte locali con quelle globali, rafforzare alleanze internazionali e raccontare – con sguardo indipendente e critico – come la diplomazia climatica sta affrontando, o eludendo, le proprie responsabilità.
Perché solo intrecciando voci e resistenze dal basso possiamo costruire un futuro giusto per tutt?.
Per costruire e rafforzare alleanze internazionali
Svolgere la COP in Brasile è un segnale che conta: significa rimettere al centro chi la crisi climatica la subisce davvero. Andiamo a Belém per stare con i movimenti globali per la giustizia climatica. In America Latina oggi si gioca una partita enorme: conflitti ambientali, estrattivismo, repressione, lotte indigene e popolari che resistono da decenni. Con tante realtà — dalla Colombia alla Bolivia, fino all’Amazzonia — abbiamo già lavorato, fatto campagne, costruito ponti. Lì ritroviamo compagn? con cui condividiamo visioni e pratiche.
Per portare una visione radicale dentro la COP
Sì, probabilmente sarà l’ennesimo flop diplomatico. Ma proprio per questo dobbiamo esserci, per non lasciare quei tavoli alle lobby fossili e ai governi che parlano di transizione mentre trivellano.
Da dentro vedi meglio le dinamiche, le crepe, le possibilità di alleanze e di conflitto.
Andiamo per portare la prospettiva della giustizia climatica e delle lotte dal basso, che legano crisi climatica, razzismo, patriarcato e disuguaglianze. La COP non è un punto d’arrivo: è un passaggio. Il resto si fa fuori, insieme, ogni giorno.
Diario dalla COP30
- Giorno 12 – 24 novembre 2025
Belém svela il fallimento della diplomazia climatica, ma apre spiragli: una roadmap anti-fossile e nuove alleanze per la giustizia.
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- Giorno 11 – 21 novembre 2025
Penultimo giorno a Belém: incendio in COP30, stalli politici e pressioni crescenti sul BAM e sull’uscita dai fossili.
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- Giorno 10 – 20 novembre 2025A Belém 85 Paesi spingono per uscire dai fossili, mentre Italia e Polonia frenano. La COP30 è al bivio, il tempo è adesso.
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- Giorno 9 – 19 novembre 2025
Belém rilancia la lotta globale ai fossili: la Colombia guida un fronte che vuole uscire davvero dal modello che brucia il pianeta.
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- Giorno 8 – 18 novembre 2025
Alla COP30 la transizione dai combustibili fossili sembra lontana, mentre i fondi dell’adattamento sono sotto il minimo.
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- Giorno 7 – 17 novembre 2025
Belem in rivolta: popoli indigeni e movimenti sociali spingono per una COP30 che dica finalmente basta ai fossili.
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- Giorno 6 – 15 novembre 2025
Anche quest’anno i dati sulla presenza dei lobbisti Gas&Oil alla conferenza di Belém sono alti: su ogni 25 persone accreditate al vertice, uno è un lobbista dei combustibili fossili, in totale sono oltre 1600.
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- Giorno 5 – 14 novembre 2025
Il TFFF entra nella Cupula tra promesse e contraddizioni: fondi incerti, debiti in aumento e movimenti che denunciano l’ennesima falsa soluzione verde.
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- Giorno 4 – 13 novembre 2025
A Belém la protesta indigena irrompe nella COP30 e svela le contraddizioni del Brasile fossile. Intanto la Cupula esplode di mobilitazioni globali.
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- Giorno 3 – 12 novembre 2025
Adattamento al centro della COP30, ma i fondi restano insufficienti. A Belém arrivano movimenti e comunità indigene: la vera pressione viene dai territori.
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- Giorno 2 – 11 novembre 2025
Lula parla di disuguaglianze alla Cop30, ma il Brasile continua a spingere sul fossile. A Belém torna al centro il nodo tra clima e ingiustizia.
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- Giorno 1 – 10 novembre 2025
Dalla Cop30 alla Cúpula dos Povos: a Belém si apre la sfida per la giustizia climatica tra responsabilità globali, diritti dei popoli e resistenza dei territori.
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Articoli di approfondimento alla COP30
- Cosa resta della Cop30, la battaglia per il clima e i diritti è ancora lunga – 24 novembre 2025
Marica Di Pierri e Laura Greco su Domani – COP30 fallisce su fossili e foreste, ma il Bam e il blocco dei 82 paesi per l’uscita dal fossile aprono spiragli di lotta e nuove alleanze.
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- Sulla fine dei lavori della COP30 – 24 novembre 2025
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Cosa è successo alla 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici? Quali sono le grandi vittorie? Quali le sconfitte?
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- La tabella della discordia – cos’è successo alla COP30 – 23 novembre 2025
Laura Greco su Radio24 – COP30 a Belém annuncia impegni su energia, foreste e adattamento, ma senza una vera uscita dal fossile restano promesse vuote da incalzare con lotte dal basso.
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- “A resposta somos nós”. Ma alla COP30 le richieste dei popoli indigeni non fanno breccia – 23 novembre 2025
Laura Greco su EconomiaCircolare.com – Alla COP30 le voci indigene restano ai margini mentre la foresta corre verso il punto di non ritorno. Senza giustizia, non c’è futuro.
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- La “Dichiarazione di Belém” e il multilateralismo del phase out dai fossili spinto dal basso – 21 novembre 2025
Laura Greco su Altreconomia – Da Belém arriva una spinta dal basso per uscire dai fossili: governi e movimenti uniscono le voci per un phase out reale, giusto, globale.
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- Cop30: senza il Gender action plan ogni azione climatica è limitata – 21 novembre 2025
Marica Di Pierri e Laura Greco su Valori – Nonostante le ambiziose premesse il Gender action plan ha trovato diversi ostacoli sui tavoli negoziali della Cop30
- Cop30: senza il Gender action plan ogni azione climatica è limitata – 21 novembre 2025

- Alla Cop30 arrivano le storie di migrazioni climatiche – 21 novembre 2025
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30, in vista delle negoziazioni finali, si parla del fenomeno crescente degli sfollamenti forzati dal cambiamento climatico.
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- Belém, la foresta degli indigeni si ribella a Lula – 20 novembre 2025
Laura Greco su Il Manifesto – Le nazionalità dell’Amazzonia denunciano l’inagibilità politica alla Cop e chiedono una mobilitazione internazionale guidata direttamente dai popoli indigeni per proteggere i loro territori e affrontare la crisi climatica alla radice
- Alla Cop 30 i movimenti si riprendono la scena – 20 novembre 2025
Marica Di Pierri su Il Manifesto – Era dalla Cop 26 di Glasgow che non si vedeva così tanta società civile. Accanto al vertice ufficiale, in più di 50 mila hanno animato la «Cupula dos povos» per una svolta vera sul clima e i diritti
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- COP30, BELÉM | Italiani in mobilitazione – 20 novembre 2025]
Il Climate Pride in azione alla COP30: l? attivist? chiedono all’Italia una roadmap chiara e ambiziosa per uscire dai fossili.
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- A Belém torna il protagonismo sociale – 19 novembre 2025
Marica Di Pierri su Collettiva – Alla Cop30 movimenti, organizzazioni, popoli e sindacati riacquistano centralità: proposte e campagne dal basso sono arrivate nelle stanze dei negoziati.
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- Come procede la COP30 in Brasile? Intervista a Laura Greco da Bélem – 19 novembre 2025
Laura Greco su Scienza e Pace Magazine – COP30 tra repressione, lobby fossili e resistenze indigene: la giustizia climatica la costruiscono i territori, non i negoziati.
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- Lifegate dalla COP30 – 18 novembre 2025
Marica Di Pierri su Lifegate – Dalla COP30 il racconto dell’inedita comunicazione tra dentro e fuori la COP, tra le richieste indigene e l’ambiguo governo di Lula.
Ascolta su Lifegate
- Il Fondo per le foreste e la falsa soluzione del biocapitalismo si ripropone alla Cop30 di Belém – 18 novembre 2025
Laura Greco su Altreconomia – Il Tropical forests forever facility lanciato da Lula è l’ennesimo dispositivo finanziario che viene presentato come innovazione.
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- Attivismo e giustizia climatica: se il diritto alla protesta diventa un reato – 17 novembre 2025
Marica Di Pierri su Valori.it – Alla Cop30 emerge un allarme globale: in molti Paesi il diritto alla protesta viene represso e l’attivismo ambientale è sempre più criminalizzato
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- Alla Cop30 di Belèm il fondo per l’adattamento resta senza fondi – 17 novembre 2025]
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30 fallisce, per il terzo anno di fila, l’obiettivo di raccolta minima per finanziare l’adattamento dei Paesi del Sud globale.
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- Massiccia partecipazione popolare a Belém – 16 novebre 2025
Marica Di Pierri su L’aria Che Respiri – Alla Cúpula dos Povos tantissime voci per reclamare la fine dei combustibili fossili e una giustizia climatica guidata dai popoli, non dalle multinazionali.
Ascolta su Radio Rai1
- In diretta da Bele?m – Aggiornamenti sulla prima settimana di COP30 – 15 novembre 2025
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – In diretta da Belém, per raccontare in diretta i lavori della 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici. ?Foto di Oliver Ninja e Midia Ninja
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- Cop30: chi difende i combustibili fossili dentro i negoziati sul clima – 14 novembre 2025
Marica Di Pierri per Altreconomia – Alla Cop30 un lobbista fossile ogni 25 delegat?: il vertice che dovrebbe chiudere l’era fossile continua a farsela scrivere da chi la profitta.
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- Giustizia climatica, questa dimenticata – 13 novembre 2025
Marica Di Pierri su Il Manifesto – Il legame tra clima e disuguaglianze è ormai assodato. Ma dopo 30 anni di conferenze, i ricchi continuano a fare grandi affari con i fossili.
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- L’adattamento secondo la COP30: “Adattarsi è sopravvivere” – 13 novembre 2025
Marica Di Pierri per EconomiaCircolare.com – COP30 punta a rendere operativo il Global Goal on Adaptation, tra governance multilivello, indicatori, fondi insufficienti e necessità di giustizia climatica.
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- La Cop30 in Brasile e le politiche industriali green – 11 novembre 2025
Marica Di Pierri per Tutta La Città Ne Parla, Radio3 – È iniziata la Cop30 a Belém, 10 giorni in cui si discuterà su come trovare una via d’uscita alla deriva del cambiamento climatico nonostante le difficoltà politiche che ci circondano.
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- Road to Belém – 7 novembre 2025
Marica Di Pierri per Valori.it – Verso la Cop30 di Belém, cosa aspettarci dal più importante appuntamento per salvare il clima della Terra? Diretta con Marica Di Pierri, Luca Lombroso, Giovanni Mori e Lorenzo Tecleme.
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- Da Parigi a Belém, i conti che non tornano – 6 novembre 2025
Marica Di Pierri per Il Manifesto – Tra tensioni e fragili compromessi, i preparativi alla vigilia della Conferenza Onu. A che punto sono gli impegni nazionali di riduzione e i piani di adattamento dei singoli Paesi.
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- A Sud a Belém alla Cop30 – 6 novembre 2025
A Sud seguirà negoziati e mobilitazioni dalla COP30 di Belém, amplificando le voci dei movimenti per giustizia climatica e sociale.
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- A Sud aderisce alla Global Call to Action della Cúpula dos Povos – 5 settembre 2025
Il 15 novembre scendiamo in piazza: basta disuguaglianze e razzismo ambientale, vogliamo giustizia climatica e un mondo dove la vita sia al centro.
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- Vertice dei Popoli Verso la COP30: Manifesto Politico – 13 giugno 2025
A Sud aderisce al Manifesto dei Popoli verso la COP30: un appello globale per giustizia climatica, anticapitalismo e democrazia dal basso.
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Racconteremo le negoziazioni
Per spiegare cosa accade davvero alla COP30, come si muovono i governi e quali interessi guidano le scelte sulla crisi climatica. Vi offriremo una copertura quotidiana per raccontarvi con le nostre parole e con uno sguardo critico, indipendente e radicale, vicino ai movimenti il dentro e fuori la Cop
Sveleremo le contraddizioni
Tra le promesse ufficiali e la realtà, mostrando lo scontro continuo tra lobby fossili e popoli che difendono la vita e i territori. Denunceremo le responsabilità smascherando la falsa transizione energetica e chi continua a inquinare mentre parla di sostenibilità con greenwashing e false soluzioni
Daremo voce alle comunità
Portando le loro storie, le lotte quotidiane e le alternative concrete alla devastazione ambientale, contro colonialismo ed estrazione. Ci collegheremo con l’Italia per connettere istanze e battaglie
INFO E CONTATTI
Per contatti e interviste con la delegazione:
maricadipierri@asud.net
+ 55 21 967071220
Laura Greco
lauragreco@asud.net
+55 21 997673184
Narmada, India: Oustees standing in dam water for last 5 days
Oustees of Omkareshwar and Indira Sagar dam fighting for their rights and life need your support Dear Friends, The oustees of the Omkareshwar and Indira Sagar dam in the Narmada valley in Madhya Pradesh, who are fighting for their rights and their life are in the need of your urgent support. The Government and the company NHDC Limited which has built these dams are illegally and in violation of the Orders of the High Court and Supreme Court raising the water level in these dams, causing submergence of lands and houses of thousands of oustees without rehabilitation. 34 oustees of Omkareshwar dam along with senior activist of Narmada Bachao Andolan Chittaroopa Palit have been on “Jal-Satyagraha” and are standing in theOmkareshwar dam water for last 5 days. Many of these jal satyagrahies have developed blisters in their feet. In the Indira Sagar dam area also today Jal Satyagraha has started at 3 places in the rising water of the dam. OMKARESHWAR DAM In May 2011, the Apex Court ruled that the authorities are obliged to allot a land for land and a minimum of 2 ha. of land, well in advance of the completion of dam construction. However, although an entire year has passed since the judgment, the State has failed to allot land to the over 2500 land-holder families. It may noted that recently even the Grievance Redressal Authority has said in its orders that the rehabilitation policy has not been followed and all the oustees of Omkareshwar dam should be given land in lieu of land. Over 1000 families remain to be allotted even house-plots. Various other entitlements remain to be provided. Yet, the State Government and the project authorities have announced that they intend to raise the water level of the Omkareshwar dam to 193 meters from the earlier level of 189 meters and on 25th August, 2012 when the authorities raised the level of the reservoir by 1.5 meters, the oustees started Jal Satyagraha and since then they are standing in the water of Omkareshwar dam. INDIRA SAGAR DAM Similarly, in the Indira Sagar dam area also thousands of oustees are yet to be given land and other rehabilitation entitlements. There are orders of Supreme Court and High Court that the water level in Indira Sagar dam cannot be raised beyond level of 260 meters. In spite of this, the government has started raising the water level beyond 260 meters. In protest, Jal Satyagraha has started today at three places in the Indira Sagar dam submergence areas in villages Khardana, Badgaon Mal and Badkhaliya of Districts Harda and Khandwa. The oustees of the Omkareshwar and Indira Sagar dam urgently need your support. We request you to : Write to Chief Minister, Madhya Pradesh and Collector, Khandwa asking him to bring the water level down to 189 meters in Omkareshwar dam and 260 meters in Indira Sagar dam and to rehabilitate all the oustees by giving them land and other rehabilitation entitlements.(Petitions are attached, pl. send e-mail, and fax) Come to the Narmada Valley and join the Jal Satyagraha of the oustees. Hold demonstration/other programmes in support of Jal Satyagraha. Thank you for your support, In solidarity, Alok Agarwal, Radheshyam Tirole, Sakubai, Radhabai Note : Khandwa is on Delhi-Mumbai, Howrah- Mumbai rail line. 3 hrs by...
read moreJanmorcha in Delhi for Land Rights
MoRD Minister Jairam Ramesh refuses dialogue MPs support People’s movements, denounce the Bill by the ministry Sangharsh concludes the dharna in Delhi with Rally to Parliament August 23, Jantar Mantar, New Delhi: Union Cabinet Minister in charge of the Ministry of Rural Development, Shri. Jairam Ramesh refused to meet the people’s representatives from across the country who are in Delhi to protest against his ministry’s diluted version of what should have been a comprehensive Bill to replace the Land Acquisition Act 1894. The people’s organisations and unions, under the banner of Sangharsh criticised the minister for refusing to engage with genuine people’s concerns on the proposed bill titled ‘Right to Fair Compensation, R&R and Transparency in Land Acquisition’. Leaders from movements and political parties critiqued the way the ministry has gone ahead in finalising the draft bill rejecting most inputs from the Parliamentary Standing Committee and the people’s movements. The Sangharsh participants took out a symbolic rally to Parliament on the concluding day to end the three-day dharna and Jan Morcha. Leaders of different political parties visited the Dharna and addressed the gathering, in support of the demands ofSangharsh. Shri. Dileep Singh Bhuria (former MP) demanded that people’s voices against displacement and struggles against destructive projects be taken into account while replacing the colonial Land Acquisition Act. “Large number of the development projects and industries will displace adivasis and dalits from their only livelihood source, land. It is unfair that they are being ill-treated by the planners and the companies. They have a legitimate right to be part of the development planning process”, he asserted. Shri. Thirumavalavan (Member of Parliament, Viduthalai Chiruthikkal, Tami Nadu) spoke in support of the people’s struggle against Koodankulam Nuclear Plant and joined cause with the dharna against Land Acquisition and proposed new legislation. He also assured the people that their concerns will be raised in the Lok Sabha. MP from Kerala, Com. P Rajeev (CPI-M), who was also a member of the Parliamentary Standing Committee on Rural Development, said that the process followed by MoRD was against the spirit of democracy and violated the rights of the parliament and its members. He wondered how is it that the minister could openly proclaim that they will not accept some of the key recommendations of an all-party committee on the subject. “This is nothing but a mockery of our parliament and an attack on our democratic polity”, the MP asserted. Pointing to the CAG report on PPPs and ‘Coalgate’, Com. Rajeev said that UPA government has lost all moral authority to continue in power. He said that CPI-M will support the struggle and oppose the Bill in Parliament and outside. Women representatives from Sonbhadra narrated the struggle against land acquisition in Kaimur forest region. “We are facing atrocities by the state daily, but now we are responding to them. When we take out rallies, they then come and take away our bows and arrows, they should not blame us tomorrow, if we start doing the same to them – snatch their guns”, said Hulsi and Sukalo. “The guns are anyway used to protect the companies and the feudal lords” added Lalti Devi. Rajmukari, the leader of the Kaimur Kshetra Adivasi Mahila Mazdoor Sangathan stated that the people have learnt the lesson that the state only protects...
read moreSarayaku wins case
Sarayaku wins case in the Inter-American Court of Human Rights but the struggle for prior consent continues. On 25 July 2012, the Inter-American Court of Human Rights (IACHR) – in the case Sarayaku v. Ecuador – ruled in favor of a Kichwa community’s right to consultation prior to industrial projects on their land. Yet despite celebrations that united hundreds of Sarayaku to celebrate the victory on August 12 with hours of revelry, drumming, singing and dancing, fuelled by chicha, the traditional libation of choice, the implications of the ruling for the community and for hundreds of other indigenous communities across America remain cloudy. There are two main points to consider. First, Sarayaku has managed to keep oil companies out even without resorting to formal consultations under Convention 169 of ILO or outside it. Second, the IACHR, speaking to governments, recognizes the right to previous consultation. What will be the effects of such consultation? Is previous consent required from indigenous communities? The historic resistance of the Kichwa community of Sarayaku in Ecuador dates back to 1989 when the company stopped ARCO/Oriente, operator of Block 10, from performing exploration for oil on their territory. Later, along with the Shuar and Achuar communities they prevented oil exploration activities in blocks 23 and 24, in the provinces of Pastaza and Morona Santiago. In late 2002 and early 2003, faced with an illegal incursion into their territory by the Argentinean company CGC, backed by police and the military, they were forced to physically resist the entry of the oil company. Thanks to the strength and courage of the Kichwa people of Sarayaku, and primarily the role the women played, the company was forced to abandon seismic work and leave the territory. But not before they had placed 1.54 tons of high-grade explosives beneath the earth for seismic trials, damaging local water sources in the process. It was at this point that the community went to court to protect their territory. Sarayaku’s position has been to reject all oil activities in their territory because they conflict with their own life plans, their worldview and the preservation of their cultural and spiritual identity. The Sarayaku cosmovision is called Kawsay Sacha o Selva Viviente, “Living Rainforest” – and is based on a life in harmonious coexistence with nature. As Franco Viteri, the Sarayaku leader says: “The forest is already “developed”, the forest is life”. Yet while the human rights court found Ecuador (under the government of the time) guilty of violating the right to prior consultation and threatening the physical and cultural wellbeing of the Sarayaku people by allowing the oil company to enter their territory, it does not assure the community’s right to a free, prior, and informed consultation and consent-making process — a right that is recognized in the UN Declaration of Human Rights and the International Labor Organization Convention 169, despite the fact that Ecuador has ratified the convention. Tellingly, only days before the Sarayaku sentence went public; the Correa administration released Executive Decree 1247 on how consultations for oil or mining projects will be carried out that states that the goal of consultation is participation, not necessarily to achieve consent as stipulated under international law, and affirms that the final decision lies with the superior powers, even if the project is rejected by...
read moreSud Africa, si allarga la protesta dei minatori
La rivolta dei minatori della cosiddetta “platinum belt” (la cintura del platino) del Sud Africa si sta allargando, e cresce il timore che la rabbia dei lavoratori per i bassi salari e le misere condizioni di vita possa provocare nuove ondate di violenza, dopo la morte di 34 lavoratori in sciopero, uccisi dalla polizia la settimana scorsa. Lo sciopero iniziato la settimana scorsa nella miniera di Marikana della Lonmin ha provocato il rialzo dei prezzi del platino e provocato timori sugli investimenti nella più importante economia dell’Africa, dove la disoccupazione cronica e le enormi disparità di salario minacciano la stabilità sociale. Il principale produttore mondiale di platino, Anglo American Platinum, ha annunciato oggi di aver ricevuto la richiesta di un aumento dei salari da parte di lavoratori sudafricani, mentre un sindacato annuncia proteste anche presso il sito di Rasimone della Royal Bafokeng Platinum. Il Sud Africa dispone dell’80% delle riserve di platino mondiali, che viene utilizzato in gioielleria e anche per le marmitte catalitiche delle auto. Il colosso del platino Lonmin ha annunciato oggi che non sanzionerà i minatori che non torneranno al lavoro questa settimana, nel rispetto del lutto nazionale decretato dal Presidente Jacob Zuma dopo la morte di 44 persone nelle proteste delle scorse settimane. “Dopo consultazioni con governo e sindacati, Lonmin ha accettato di non adottare azioni disciplinari contro quanti risultano assenti dal lavoro questa settimana”, ha detto l’azienda che aveva minacciato di licenziare i 3.000 lavoratori che avevano avviato uno sciopero non autorizzato il 10 agosto scorso. Dieci persone sono rimaste uccise negli scontri scoppiati tra sindacati nei primi giorni della protesta, facendo così intervenire la polizia che giovedì scorso ha ucciso 34 persone. “E’ una settimana di lutto, decretata dal Presidente della repubblica sudafricana, e giovedì ci sarà una cerimonia commemorativa – ha aggiunto Lonmin – la nostra azienda rispetta questo momento e lo ritiene una tappa importante sulla strada per ricostruire fiducia e tornare alla normalità”. (fonte Afp) Perché è così importante la miniera di Marikana in SudAfrica La miniera di Marikana in SudAfrica è uno dei più importanti siti di estrazione di platino del mondo. Ecco perché è così importante e perché i minatori vogliono avere di più dalla compagnia che li sfrutta La miniera della Lonmin a Marikana, dove il 19 agosto la polizia sudafricana ha ucciso 36 operai, è una delle più grandi risorse di platino nel mondo. L’azienda causa danni all’ambiente e sfrutta i territori e la forza lavoro dei Bapo Mogale, la comunità di 30mila persone che abita l’area da più di 200 anni. Ma si guarda bene dal condividere con loro la ricchezza conquistata. In tutto il nordovest del Sudafrica, le società minerarie stanno stritolando le popolazioni locali, sempre più ridotte in povertà. Ecco qual’è la situazione nella zona secondo un reportage del Mail&Guardian. La BAPO Ba Mogale, una comunità di circa 30 000 persone, vive in cima a uno dei più grandi tesori della Terra, i depositi di platino. La Lonmin Plc, il terzo più grande produttore di platino del ondo, che ha una capitalizzazione di mercato di circa 19.5 miliardi di dollari, possiede le miniere di metallo sotto la terra del BAPO. Anche se si stabilirono nella zona più di 200 anni fa, i membri della comunità dicono che hanno poco delle ricchezze della zona....
read moreL’Ilva non si ferma a Taranto
COMMENTO – Giuseppe De Marzo su Il Manifesto del 17.08.2012 La rotta da seguire è quella della giustizia ambientale: ogni persona deve essere libera dall’inquinamento, il cosa e come produrre va deciso insieme alle comunità e ai lavoratori. E i costi sociali e ambientali non possono essere scaricati sulla collettività. Un governo nemico della giustizia, del diritto alla salute e di quello al lavoro. Lascia sgomenti l’azione rabbiosa messa in campo dal governo del professor Monti contro il provvedimento dei giudici di Taranto sull’Ilva. Vale la pena riflettere e reagire alla violenza di chi invia tre ministri e minaccia ricorso alla Corte Costituzionale contro provvedimenti che difendono il diritto alla salute dei lavoratori e dei cittadini di Taranto. Stucchevoli le ipocrisie di chi oggi si preoccupa del futuro dei lavoratori quando nel frattempo è occupato a smontare le conquiste di un secolo e mezzo di lotte operaie. Non tornano i conti se a farli è un governo ed una maggioranza politica che ha tagliato pensioni e articolo 18, costruito una campagna mediatica per abbattere lo stato sociale, garantito soldi a banche e speculatori mentre tassava ceti medi e popolari come mai prima d’ora, inchiodato con il fiscal compact il paese per i prossimi 20 anni e consegnato la nostra politica monetaria alle compatibilità della Bce, tra le varie cose. Fa indignare che quanti hanno pensato ed istruito un modello economico e produttivo fondato sulla precarietà e sulla riduzione del lavoro a merce oggi si scaglino contro la magistratura rea di mettere a rischio migliaia di posti di lavoro. Lascia confusi e senza speranze in questa classe dirigente dover leggere e constatare la pochezza di prospettive e di alternative presentate ad un’agonizzante ed avvelenata opinione pubblica costretta ancora a dover sacrificare diritti. Continuiamo a vivere un arretramento insostenibile delle condizione della maggioranza della popolazione italiana sul piano economico, sociale, ambientale e politico. L’Ilva non rappresenta un caso eccezionale ma la normalità di come oggi nell’epoca della crisi globale del modello capitalista si fa profitto. Ovunque nel mondo, ggi più che mai anche in occidente, si procede in questa maniera. Più salute equivale a meno profitto, questo il punto. Il profitto si crea inquinando e precarizzando ma soprattutto evitando di pagare i costi sociali ed ambientali, «esternalizzandoli» sulla società e sulle casse dello Stato, mentre si utilizzano gratuitamente i servizi ambientali offerti dalla natura senza nessuna sostenibilità ambientale condannando le prossime generazioni. Perché negarlo? Per nascondere la medioevale brutalità della situazione in corso, elusa in nome di una perenne emergenza nazionale alla quale sacrificare la democrazia. Su questo bisognerebbe misurarsi invece che continuare a contrapporre lavoro e salute. Inaccettabile è invece il ricorso alla Consulta da parte di chi sino a ieri disprezzava il voto di 27 milioni di italiani a difesa dei beni comuni del paese svenduti a privati e speculatori. La rappresentazione offerta dai principali media di quanto sta accadendo da decenni a Taranto espunge invece tutti gli elementi su cui i cittadini possono formarsi una libera opinione ed accrescere il livello di consapevolezza sulla complessità dei problemi e sulla vera posta in gioco. In questa vicenda i responsabili sono stati immediatamente invisibilizzati. A partire da una classe dirigente politica che ha grosse responsabilità sulla svendita dell’Ilva al privato Riva e che è stata incapace di mettere in campo...
read moreFumo o fame: quando l’operaio è alla mercè del capitale
Che infinita tristezza provoca il dover constatare che nel XXI secolo, nell’ottava o nona potenza economica mondiale, il lavoro e la salute siano ancora posti in una condizione duale, dicotomica. In un bellissimo documentario (“Ultimi fuochi” di Manuela Pellarin) sulla condizione operaia negli anni ’60 del secolo scorso, un operaio del Petrolchimico di Porto Marghera rispondeva mesto alla domanda del giornalista sul perché accettasse una condizione lavorativa così rischiosa con queste tre parole: “Fumo o fame”. Ad ammazzare, a Marghera, era il cloruro di vinile monomero, all’Ilva di Taranto le diossine. Ma quanti sono i conflitti tra produzioni industriali e ambiente ancora aperti nel nostro paese? Dalla Ferriera di Trieste (Lucchini), al termodistruttore Fenice (EDF, ex Fiat) di Melfi, dalle centrali termoelettriche a carbone liguri (Enel), ai cementifici di Monselice. Chi tiene il conto? Una volta la Cgil aveva una struttura Ambiente Lavoro, oggi, in periodi di recessione economica, la salute sembra essere diventata un lusso. Per fortuna c’è qualche (raro) magistrato. Ma anche qui non facciamoci illusioni: le strutture scientifiche di cui la magistratura si può avvalere sono sotto gli attacchi alla spesa pubblica. Il più rinomato centro sulle diossine INCA (un consorzio tra 19 università italiane e altre decine di unità di ricerca nel settore della chimica e delle tecnologie per l’ambiente) e che ha supportato anche l’inchiesta di Taranto, è in pericolo di chiusura. Del resto, solo per fare un esempio, ricordiamoci che con il ministro Mattioli le ricerche sugli effetti delle radiazioni generate dai campi elettromagnetici (telefonini, ripetitori, radar, ecc.) sono state “esternalizzate” a quella Fondazione Maugeri nota per gli scandali alla Regione Lombardia. Con il passaggio delle competenze ambientali alle Asl regionali, le attività di prevenzione sono state di fatto azzerate, con esse i registri tumori e le indagini epidemiologiche necessarie a stabilire le correlazioni tra inquinamenti ambientali e malattie. Ciò che colpisce delle numerose, candide interviste rilasciate dal ministro Corrado Clini (già medico del lavoro e da decenni direttore generale del Ministero per l’Ambiente) a sostegno non già della applicazione delle leggi – come ci si aspetterebbe da un fedele servitore dello Stato – ma delle ragioni dell’impresa sotto accusa, sono le motivazioni. “Forse – ha dichiarato Clini a “il manifesto” del 27 luglio – dieci anni fa chiudere lo stabilimento aveva un senso, ma ora no”. Giusto, ma lui, e tutto l’apparato di valutazione e controllo che uno stato civile dovrebbe mettere in campo a difesa della salute dei cittadini (compresa quella della sotto-specie, a diritti limitati, che sono gli operai), dov’erano, cosa facevano, nonostante fossero perfettamente a conoscenza della situazione? Non so se l’inchiesta della Procura della Repubblica abbia un’appendice nei confronti delle strutture pubbliche locali, regionali (Asl) e nazionali (ministeri vari). Ma è questa la parte che darebbe più soddisfazione alle centinaia di vittime (386 decessi negli ultimi 13 anni) e alle migliaia di malati di Taranto, dentro e fuori la fabbrica. Scoprire che i padroni fanno i loro interessi sulla pelle dei dipendenti non è poi una grande novità. Più interessante sarebbe vedere in faccia chi e sapere per quali ragioni ha omesso i controlli, ha rilasciato autorizzazioni e concesso finanziamenti a imprese palesemente fuorilegge. Vedremo. Ma il dato politico più allarmante è un altro. Sono i dipendenti, in queste ore, a sfilare a sostegno delle ragioni dei propri...
read moreBP Summoned to answer for assault on Mother Earth
The defence of the rights of the sea as an integral part of Mother Earth is being pursued in Ecuador using the Rights of Nature recognised in 2008 Ecuadorian Constitution. This epic action is against the oil company BP that is responsible for the massive environmental disaster inflicted on the Gulf of Mexico starting from 20 April 2010. A collective nine plaintiffs from five countries presented the suit initially in the Constitutional Court of Ecuador in November 2010. The 26th of July, it was admitted as suit No. No. 0523-2012 under the Juzgado segundo de Pichincha. A major hurdle towards holding the oil company BP accountable for the assault on the Gulf of Mexico, with its clear global implications and impacts has been crossed by the acceptance of the Second Labour Court Of Pichincha, Quito on Thursday 26 July 2012 to proceed with the case. The court ruled that it has the competence to try the case and accordingly issued summons dated 26 July 2012 to Messrs Nathan Block and John L. Gilbert, representatives of the BP to appear in court for a public hearing on 3 August 2012. Esperanza Martinez of Oilwatch International/Accion Ecologica will represent the plaintiffs at this court in the epochal hearing for the defence of Mother Earth. Before issuing the summons the Second Labour Court agreed that the suit as filed was “complete and fulfils all other legal requirements, the procedure established in Article 86 number 2 and Articles 71, 72, 75 and 88 of the Constitution, as well as Article 7 of the Organic Law on Jurisdictional Guarantees and Constitutional Oversight. The Ecuadorian legal procedure requires that Second Labour Court should handle the case as a court of first instance. Defenceless persons, including Mother Earth, have a right for constitutional protection under Article 88 of the Ecuadorean Constitution that establishes “Protection proceedings shall be aimed at ensuring the direct and efficient safeguard of the rights enshrined in the Constitution and can be filed whenever there is a breach of constitutional rights as a result of deeds or omissions by any non-judiciary public authority against public policies when they involve removing the enjoyment or exercise of constitutional rights; and when the violation proceeds from a particular person, if the violation of the right causes severe damage, if it provides improper public services, if it acts by delegation or concession, or if the affected person is in a status of subordination, defencelessness or discrimination.” In the suit the plaintiffs demand, among other things, actions on release of information, restoration, compensation and a guarantee of non-recurrence. With regard to compensation, the demands are that “British Petroleum be ordered to commit to leaving untapped an equivalent amount of oil to the oil spilled in the Gulf”. Secondly, that “British Petroleum be ordered to redirect investment earmarked for further exploration towards strategies aimed a leaving oil underground as a more effective mechanism for compensating nature for the current impact on its climate cycles due to oil production.” With the scramble for fossil fuels and penetration into more fragile ecosystems the threat to Mother Earth and the survival of humanity and all beings dependent on her has never been more serious. A public hearing on this case is an important step towards ensuring that the planet is preserved and...
read moreColombia, indigeni Nasa sotto attacco
Stella Spinelli su E-il mensile / Oltre settecento persone della comunità indigena Nasa del Nord del Cauca sono state costrette a lasciare le proprie case e i propri resguardos a causa dei continui scontri fra la forza pubblica e la guerriglia delle Forze armate rivoluzionarie della Colombia. Da sempre territorio caldo perché situato in una zona molto appetibile dal punto di vista naturalistico, l’area ancestrale riconosciuta agli indigeni da accordi nazionali e internazionali è molto spesso teatro di sanguinose battaglie che provocano morti, feriti e tanta rabbia in questa grande popolazione che non ha comunque intenzione di chinare la testa. E’ dall’inizio di luglio che è ricominciata insistente la guerra sopita da mesi e i Nasa non ci stanno. “Non accetteremo mai che i militari invadano i nostri villaggi – spiegano dall’Acin, l’associazione dei Cabildos indigeni – Averli nelle nostre strade e nelle nostre piazze significa portarsi la guerra in casa. Siamo stanchi. E sia chiaro che non condividiamo nemmeno il modus operandi delle Farc che, scendendo nei nostri villaggi pretendono che ci disperdiamo per avere campo libero contro i militari. Non resteremo a mani in mano a guardare le due parti in lotta che rovinano il nostro territorio e i nostri progetti di vita. Marceremo in lungo e largo ovunque si schiereranno gli attori armati per dire loro che non li vogliamo, che se ne devono andare, che devono lasciarci vivere in pace. E se resteremo uniti, ce la faremo”. I Nasa da sempre vanno rivendicando il loro no alle armi e alla violenza. Da anni, infatti, l’unico corpo di sicurezza incaricato di mantenere l’ordine e di far fronte ad esercito e Farc armate fino ai denti è la guardia indigena, uomini armati di solo bastone che fanno del dialogo e del rispetto dei principi Nasa le loro difese. E ogni volta che c’è stato da trattare con la guerriglia questo tipo di approccio è funzionato. E’ per questo che stanno chiedendo a gran voce in primis al governo di smilitarizzare il loro territorio: la presenza dei militari dà adito ad attacchi guerriglieri e le guardi indigene perdono ogni forza di contrattazione. Ma il presidente della repubblica Juan Manuel Santos – nonostante abbia visitato Toribio, cuore del territorio Nasa, ammettendo così l’emergenza in atto – non ha ascoltato le richieste di ritirare l’esercito. Per questo è stato chiamato – grazie ai contatti che i Nasa hanno con la comunità internazionale – un mediatore d’eccezione che ha il compito di convincere Palazzo Narino: Baltazar Garzón, l’ex magistrato dell’Audiencia Nacional spagnola e attuale esponente del Tribunale internazionale dell’Aja. Garzón è già arrivato nel Nord del Cauca dove si è riunito con i capi indigeni e ha visitato le oltre cento famiglie desplazadas. Al centro delle richieste è una soluzione politica al conflitto, passando per il ritorno del controllo del territorio Nasa in mano alla guardia indigena, unica maniera per ristabilire l’autonomia governativa riconosciuta anche dalla Costituzione colombiana. _ IL VIDEO DELLA DENUNCIA _ Sito web del CRIC – Consiglio Regionale Indigena del Cauca _ Sito web dell’ACIN – Associazione di Cabildos Indígena de Nord del Cauca...
read moreSolidarietà con il portavoce di Asoquimbo
Rilanciamo l’Appello, promosso da molti sindacati, movimenti sociali e organizzazioni per la difesa dei diritti umani, insegnanti, studiosi, ricercatori, scienziati colombiani e internazionali in solidarietà a Miller Armin Dussan Calderón, professore dell’Università Surcolombiana e portavoce di ASOQUIMBO, associazione dei comitati e movimenti di resistenza alla costruzione della diga El Quimbo, contro il quale lo scorso 28 maggio la Procura Regionale di Huila ha aperto un’indagine per il suo impegno al fianco delle popolazioni colpite dal progetto idroelettrico. Contemporaneamente è anche stato avviato nei suoi confronti un accertamento disciplinare in ambito universitario su sollecitazione di EMGESA, cosa che evidenzia l’intenzionalità di intimidire il professor Miller Dussán e chiunque denunci le irregolarità di queste grandi opere devastanti per i territori e le comunità. Appello al Presidente della Repubblica di Colombia Signor Juan Manuel Santos Calderón Presidente della Repubblica di Colombia Oggetto: {Azione urgente a favore del professore e ricercatore dell’Università Surcolombiana MILLER ARMÍN DUSSÁN CALDERÓN. Preallarme per situazioni di vulnerabilità e rischio di violazione dei Diritti Umani della popolazione civile organizzata e degli accademici dediti all’indagine relazionata ai conflitti ambientali in Colombia.} Noi diversi gruppi d’indagine, organizzazioni sindacali, sociali e difensori dei Diritti Umani; professori, accademici, ricercatori, scienziati nazionali e internazionali che firmiamo quest’appello, vogliamo manifestare la nostra preoccupazione, sostegno e solidarietà al professore, ricercatore, leader sociale dell’Università Surcolombiana, MILLER ARMIN DUSSAN CALDERÓN, contro il quale, lo scorso 28 maggio, la Procura Regionale di Huila ha aperto un’indagine. Nella presente azione urgente e di preallarme sosteniamo che: 1. Il professore e ricercatore MILLER DUSSAN CALDERON è laureato in Linguistica e Letteratura all’Università Surcolombiana -USCO- , è Specialista in Istituzioni Giuridico Politiche e Diritto Pubblico all’Università Nazionale di Colombia, Magister in Sviluppo Educativo e Sociale all’Università Pedagogica, Master in Educazione e Società, ed è Dottore in Educazione e Società con la qualifica di eminente (cum laude), questi due ultimi titoli conseguititi all’Università Autonoma di Barcellona. Attualmente lavora come professore alla USCO, attività che svolge dal 1993, orientando le cattedre di Pedagogia, Epistemologia, Filosofia e Storia dell’Educazione, Soluzioni di Conflitti, Assessorato di Pratiche Pedagogiche. Ha lavorato come ricercatore nel Centro de Estudios e Investigaciones Docentes Ceid-Fecode e collabora con la Rivista Educación y Cultura, sulla quale si basa il Movimiento Pedagógico. Ha rappresentato i docenti nel Consiglio Superiore della USCO e ha lavorato per la qualità dei processi educativi e per il benessere della comunità universitaria in generale. Nel 1997, quando ha rivestito l’incarico di vicerettore della UCSO, ha contribuito alla proposta della Rete di Università per la Pace e la Convivenza Nazionale. È stato ricercatore per sette anni, integrante del Gruppo Interuniversitario di Lavoro d’Educazione Popolare per Adulti insieme ad altri colleghi delle università di Antioquia, Valle, Cauca e dell’Università Pedagogica Nazionale. Ha lavorato con l’equipe di ricercatori del gruppo delle Università delle Ande, Colciencias, Università di Harvard, Red Prodepaz, Fundaciones Petroleras e Universidad Surcolombiana, nel contesto del progetto “Empoderamiento de las comunidades desde los programas de desarrollo y paz y las fundaciones petroleras”. Il lavoro del professor Dussán è ampiamente conosciuto a livello nazionale e internazionale ed i suoi studi e argomentazioni sugli impatti e i conflitti generati dalle costruzioni di centrali idroelettriche sono stati pubblicati in libri, riviste e portali e diffusi in forum accademici e sociali di diverse parti del mondo. Prodotto delle sue analisi, le denunce argomentate e...
read moreSolidarietà con il popolo Mapuche contro le violenze della polizia
Inoltriamo l’appello in solidarietà al popolo mapuche in Cile, vittima di brutali raid e di un inasprimento delle violenze perpetrate dalla polizia. Ai Signori Rappresentanti Al Consiglio e al Parlamento Europeo, Agli Organismi internazionali di Diritti Umani e Indigeni, Alle organizzazioni per la Pace e la non Violenza, Alla società civile e alle istituzioni pubbliche L’Associazione Nazionale Italiana per il Sostegno ai Nativi Americani “IL CERCHIO ONLUS”, la Commissione Europea dei Diritti Umani e Popoli Ancestrali svedese “HARALD EDELSTAM”, MARICHIWEU Associazione culturale tedesca per i Diritti Umani del Popolo Mapuche e organizzazioni europee di sostegno ai popoli indigeni, riferiscono che diverse Comunità Mapuche che rivendicano storicamente diritti territoriali sono vittime di brutali raid e di un inasprimento delle violenze perpetrate dalla polizia. La violazione di domicilio, secondo il Diritto Internazionale, è il reato che commette colui che, senza abitare in essa, entra o permane nell’abitazione altrui contro la volontà del suo occupante. In Cile sono dei veri e propri raid e rappresentano una pratica dittatoriale che i governi, ancor oggi, continuano a mettere in atto contro i Mapuche. La polizia irrompe nelle abitazioni indigene violando i diritti e le garanzie civili di base. Tra i 100 e i 200 agenti in uniforme svolgono incursioni nella Comunità, utilizzando diversi mezzi a motore: blindati, camionette, autobus, idranti, elicotteri. Sono dotati di fucili antisommossa, armi e munizioni di diverso calibro, incluso la mitraglietta UZI (considerata arma da guerra), lacrimogeni e altri armamenti. La violenza della polizia viene esercitata sin dal suo ingresso nella Comunità o nell’abitazione. Gli agenti sparano a bruciapelo alle persone che vi vivono, ferendo, con munizioni solitamente di piombo, viso e corpo di bambini e adulti. Gli abusi vanno dalla distruzione di mobilio e utensili, alle razzie di strumenti da lavoro e animali, sino alla distruzione di elementi culturali o sacri come il Rewe (altare, albero sacro). Tutto questo, secondo quanto denunciano le stesse vittime, in assenza di un mandato scritto di perquisizione, registrazione, arresto o indagine, giustificato ed emesso da un giudice competente. La violenza culmina con l’arresto preventivo di una o più persone sulla base di accuse di testimoni anonimi, applicando “misure speciali” permesse dalla Ley 18.314 la così detta Ley Antiterrorista (legge antiterrorismo), creata durante il regime dittatoriale. { La situazione attuale } Vogliamo richiamare l’attenzione sulle zone di Ercilla e Malleco dove la polizia fa irruzione regolarmente in Comunità Mapuche come Temucuicui, Wente Winkul Mapu, Rekem Pillan, Loloko, Cacique José Guiñón, Vilcún. Le famiglie sono vittime di brutali raid, e costanti persecuzioni giudiziali. Ragione per cui, lo stesso Defensor Nacional (difensore penale pubblico), Georgy Schuber, ha definito “smisurata” l’azione delle Forze Speciali dei Carabineros e ha chiamato il Pubblico Ministero a valutare “il comportamento del PM Luis Chamorro”, presente a tutte le violazioni di domicilio ([1->http://ecomapuche.com/ecomapuche/index.php?option=com_content&view=article&id=505:stop-alla-violenza-e-raid-in-comunita-mapuche&catid=32:languages&Itemid=47#_edn1]). VEDI: Lo sconvolgente reportage di Chilevisión sulla Comunità Mapuche Wente Winkul Mapu- Giugno 2012 ([2->http://ecomapuche.com/ecomapuche/index.php?option=com_content&view=article&id=505:stop-alla-violenza-e-raid-in-comunita-mapuche&catid=32:languages&Itemid=47#_edn2]) Denunciamo inoltre una forte campagna, da parte dei mezzi di comunicazione nazionali cileni, di criminalizzazione dei Mapuche che rivendicano diritti territoriali. Questi sono vittime di sentenze mediatiche che denigrano l’onore e la dignità umana ([3->http://ecomapuche.com/ecomapuche/index.php?option=com_content&view=article&id=505:stop-alla-violenza-e-raid-in-comunita-mapuche&catid=32:languages&Itemid=47#_edn3]). Ancor più grave è il fatto che questa campagna mediatica porti a legittimare l’attuale creazione di gruppi armati di agricoltori e di corpi di vigilanza che organizzano ronde per “difendere le proprietà”. È preoccupante che le autorità e il...
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Marica Di Pierri per Valori.it – Verso la Cop30 di Belém, cosa aspettarci dal più importante appuntamento per salvare il clima della Terra? Diretta con Marica Di Pierri, Luca Lombroso, Giovanni Mori e Lorenzo Tecleme.