Dal 10 al 21 novembre 2025 saremo a Belém, in Brasile, per partecipare come osservatori alla 30° Conferenza delle Nazioni Unite sul Clima. Racconteremo quanto avviene dentro e fuori le negoziazioni, porteremo e raccoglieremo le voci dei territori in lotta contro l’estrattivismo, contro il greenwashing e per una transizione ecologica realmente giusta.
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A Belém si discuteranno e valuteranno gli NDCs, i nuovi impegni climatici nazionali che stabiliscono gli obiettivi di riduzione delle emissioni di ogni paese. Accanto alla mitigazione, l’adattamento sarà uno dei temi centrali attraverso il Global Goal on Adaptation (GGA) e i nuovi Piani nazionali di adattamento. Un altro capitolo chiave sarà quello della finanza per il clima. Tra i punti principali il nuovo obiettivo di finanziamento (NCQG), che punta ad aumentare il sostegno ai Paesi in via di sviluppo da 100 a 300 miliardi di dollari l’anno, e la Roadmap Baku-Belém, che traccia un percorso per mobilitare almeno 1.300 miliardi di dollari l’anno entro il 2035.
Temi cruciali, che si scontrano con uno scenario geopolitico ostile, segnato dal negazionismo climatico, dai venti di guerra, dalla corsa al riarmo e dalla violenza istituzionale. Non è un caso che in gioco a Belém ci sia più che mai la credibilità della diplomazia climatica e la sua capacità di tradurre le intenzioni in impegni concreti.
La Cupula dos povos
La Cúpula dos Povos è il grande incontro dei movimenti sociali e delle comunità che vivono in prima linea la crisi climatica. Nata nel 1992 come risposta critica alle negoziazioni ufficiali, propone un’alternativa fondata su giustizia climatica, sociale e ambientale, solidarietà e saperi ancestrali.
Dal 12 al 16 novembre 2025, in concomitanza con la COP30 di Belém, riunirà popoli indigeni, comunità quilombola e tradizionali, giovani e lavorator? in marce, dibattiti e azioni culturali.
La Cúpula mette al centro vite, diritti e territori, non statistiche: unisce chi costruisce ogni giorno soluzioni reali, dall’agroecologia alla difesa dei beni comuni, per spingere i governi ad adottare politiche di vera giustizia climatica.
Dichiarazione della Cupula Dos Povos
Perché A Sud e CDCA alla COP?
Nelle Cop si riuniscono i governi dei 197 Paesi che hanno ratificato la Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (UNFCCC), firmata a Rio de Janeiro nel 1992. Ma la COP30 non è solo un vertice diplomatico: è il terreno di confronto (e di scontro) tra attori diversi e diverse visioni del mondo. Da una parte il business as usual che trasforma la crisi climatica in profitto, dall’altra movimenti e territori che lottano per giustizia climatica, autodeterminazione e diritti della Natura.
La COP30 si terrà nel cuore dell’Amazzonia, a Belém do Pará, in Brasile. Non è un dettaglio geografico ma una scelta politica: è nel Sud globale che l’ingiustizia climatica colpisce più duramente mentre il Nord globale continua a negoziare emissioni e interessi fossili.
Qui non si decide solo il futuro del clima: si decide chi avrà diritto a un futuro.
Per raccontare cosa c’è in gioco, e come finisce la partita.
Andiamo alla COP per osservare da vicino i negoziati, capire quali equilibri politici e di potere si stanno ridefinendo, e portare la prospettiva dei territori e dei movimenti che chiedono giustizia climatica.
La partecipazione di A Sud e CDCA serve a connettere le lotte locali con quelle globali, rafforzare alleanze internazionali e raccontare – con sguardo indipendente e critico – come la diplomazia climatica sta affrontando, o eludendo, le proprie responsabilità.
Perché solo intrecciando voci e resistenze dal basso possiamo costruire un futuro giusto per tutt?.
Per costruire e rafforzare alleanze internazionali
Svolgere la COP in Brasile è un segnale che conta: significa rimettere al centro chi la crisi climatica la subisce davvero. Andiamo a Belém per stare con i movimenti globali per la giustizia climatica. In America Latina oggi si gioca una partita enorme: conflitti ambientali, estrattivismo, repressione, lotte indigene e popolari che resistono da decenni. Con tante realtà — dalla Colombia alla Bolivia, fino all’Amazzonia — abbiamo già lavorato, fatto campagne, costruito ponti. Lì ritroviamo compagn? con cui condividiamo visioni e pratiche.
Per portare una visione radicale dentro la COP
Sì, probabilmente sarà l’ennesimo flop diplomatico. Ma proprio per questo dobbiamo esserci, per non lasciare quei tavoli alle lobby fossili e ai governi che parlano di transizione mentre trivellano.
Da dentro vedi meglio le dinamiche, le crepe, le possibilità di alleanze e di conflitto.
Andiamo per portare la prospettiva della giustizia climatica e delle lotte dal basso, che legano crisi climatica, razzismo, patriarcato e disuguaglianze. La COP non è un punto d’arrivo: è un passaggio. Il resto si fa fuori, insieme, ogni giorno.
Diario dalla COP30
- Giorno 12 – 24 novembre 2025
Belém svela il fallimento della diplomazia climatica, ma apre spiragli: una roadmap anti-fossile e nuove alleanze per la giustizia.
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- Giorno 11 – 21 novembre 2025
Penultimo giorno a Belém: incendio in COP30, stalli politici e pressioni crescenti sul BAM e sull’uscita dai fossili.
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- Giorno 10 – 20 novembre 2025A Belém 85 Paesi spingono per uscire dai fossili, mentre Italia e Polonia frenano. La COP30 è al bivio, il tempo è adesso.
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- Giorno 9 – 19 novembre 2025
Belém rilancia la lotta globale ai fossili: la Colombia guida un fronte che vuole uscire davvero dal modello che brucia il pianeta.
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- Giorno 8 – 18 novembre 2025
Alla COP30 la transizione dai combustibili fossili sembra lontana, mentre i fondi dell’adattamento sono sotto il minimo.
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- Giorno 7 – 17 novembre 2025
Belem in rivolta: popoli indigeni e movimenti sociali spingono per una COP30 che dica finalmente basta ai fossili.
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- Giorno 6 – 15 novembre 2025
Anche quest’anno i dati sulla presenza dei lobbisti Gas&Oil alla conferenza di Belém sono alti: su ogni 25 persone accreditate al vertice, uno è un lobbista dei combustibili fossili, in totale sono oltre 1600.
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- Giorno 5 – 14 novembre 2025
Il TFFF entra nella Cupula tra promesse e contraddizioni: fondi incerti, debiti in aumento e movimenti che denunciano l’ennesima falsa soluzione verde.
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- Giorno 4 – 13 novembre 2025
A Belém la protesta indigena irrompe nella COP30 e svela le contraddizioni del Brasile fossile. Intanto la Cupula esplode di mobilitazioni globali.
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- Giorno 3 – 12 novembre 2025
Adattamento al centro della COP30, ma i fondi restano insufficienti. A Belém arrivano movimenti e comunità indigene: la vera pressione viene dai territori.
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- Giorno 2 – 11 novembre 2025
Lula parla di disuguaglianze alla Cop30, ma il Brasile continua a spingere sul fossile. A Belém torna al centro il nodo tra clima e ingiustizia.
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- Giorno 1 – 10 novembre 2025
Dalla Cop30 alla Cúpula dos Povos: a Belém si apre la sfida per la giustizia climatica tra responsabilità globali, diritti dei popoli e resistenza dei territori.
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Articoli di approfondimento alla COP30
- Cosa resta della Cop30, la battaglia per il clima e i diritti è ancora lunga – 24 novembre 2025
Marica Di Pierri e Laura Greco su Domani – COP30 fallisce su fossili e foreste, ma il Bam e il blocco dei 82 paesi per l’uscita dal fossile aprono spiragli di lotta e nuove alleanze.
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- Sulla fine dei lavori della COP30 – 24 novembre 2025
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Cosa è successo alla 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici? Quali sono le grandi vittorie? Quali le sconfitte?
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- La tabella della discordia – cos’è successo alla COP30 – 23 novembre 2025
Laura Greco su Radio24 – COP30 a Belém annuncia impegni su energia, foreste e adattamento, ma senza una vera uscita dal fossile restano promesse vuote da incalzare con lotte dal basso.
Ascolta su Il Sole 24 ore
- “A resposta somos nós”. Ma alla COP30 le richieste dei popoli indigeni non fanno breccia – 23 novembre 2025
Laura Greco su EconomiaCircolare.com – Alla COP30 le voci indigene restano ai margini mentre la foresta corre verso il punto di non ritorno. Senza giustizia, non c’è futuro.
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- La “Dichiarazione di Belém” e il multilateralismo del phase out dai fossili spinto dal basso – 21 novembre 2025
Laura Greco su Altreconomia – Da Belém arriva una spinta dal basso per uscire dai fossili: governi e movimenti uniscono le voci per un phase out reale, giusto, globale.
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- Cop30: senza il Gender action plan ogni azione climatica è limitata – 21 novembre 2025
Marica Di Pierri e Laura Greco su Valori – Nonostante le ambiziose premesse il Gender action plan ha trovato diversi ostacoli sui tavoli negoziali della Cop30
- Cop30: senza il Gender action plan ogni azione climatica è limitata – 21 novembre 2025

- Alla Cop30 arrivano le storie di migrazioni climatiche – 21 novembre 2025
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30, in vista delle negoziazioni finali, si parla del fenomeno crescente degli sfollamenti forzati dal cambiamento climatico.
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- Belém, la foresta degli indigeni si ribella a Lula – 20 novembre 2025
Laura Greco su Il Manifesto – Le nazionalità dell’Amazzonia denunciano l’inagibilità politica alla Cop e chiedono una mobilitazione internazionale guidata direttamente dai popoli indigeni per proteggere i loro territori e affrontare la crisi climatica alla radice
- Alla Cop 30 i movimenti si riprendono la scena – 20 novembre 2025
Marica Di Pierri su Il Manifesto – Era dalla Cop 26 di Glasgow che non si vedeva così tanta società civile. Accanto al vertice ufficiale, in più di 50 mila hanno animato la «Cupula dos povos» per una svolta vera sul clima e i diritti
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- COP30, BELÉM | Italiani in mobilitazione – 20 novembre 2025]
Il Climate Pride in azione alla COP30: l? attivist? chiedono all’Italia una roadmap chiara e ambiziosa per uscire dai fossili.
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- A Belém torna il protagonismo sociale – 19 novembre 2025
Marica Di Pierri su Collettiva – Alla Cop30 movimenti, organizzazioni, popoli e sindacati riacquistano centralità: proposte e campagne dal basso sono arrivate nelle stanze dei negoziati.
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- Come procede la COP30 in Brasile? Intervista a Laura Greco da Bélem – 19 novembre 2025
Laura Greco su Scienza e Pace Magazine – COP30 tra repressione, lobby fossili e resistenze indigene: la giustizia climatica la costruiscono i territori, non i negoziati.
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- Lifegate dalla COP30 – 18 novembre 2025
Marica Di Pierri su Lifegate – Dalla COP30 il racconto dell’inedita comunicazione tra dentro e fuori la COP, tra le richieste indigene e l’ambiguo governo di Lula.
Ascolta su Lifegate
- Il Fondo per le foreste e la falsa soluzione del biocapitalismo si ripropone alla Cop30 di Belém – 18 novembre 2025
Laura Greco su Altreconomia – Il Tropical forests forever facility lanciato da Lula è l’ennesimo dispositivo finanziario che viene presentato come innovazione.
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- Attivismo e giustizia climatica: se il diritto alla protesta diventa un reato – 17 novembre 2025
Marica Di Pierri su Valori.it – Alla Cop30 emerge un allarme globale: in molti Paesi il diritto alla protesta viene represso e l’attivismo ambientale è sempre più criminalizzato
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- Alla Cop30 di Belèm il fondo per l’adattamento resta senza fondi – 17 novembre 2025]
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30 fallisce, per il terzo anno di fila, l’obiettivo di raccolta minima per finanziare l’adattamento dei Paesi del Sud globale.
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- Massiccia partecipazione popolare a Belém – 16 novebre 2025
Marica Di Pierri su L’aria Che Respiri – Alla Cúpula dos Povos tantissime voci per reclamare la fine dei combustibili fossili e una giustizia climatica guidata dai popoli, non dalle multinazionali.
Ascolta su Radio Rai1
- In diretta da Bele?m – Aggiornamenti sulla prima settimana di COP30 – 15 novembre 2025
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – In diretta da Belém, per raccontare in diretta i lavori della 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici. ?Foto di Oliver Ninja e Midia Ninja
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- Cop30: chi difende i combustibili fossili dentro i negoziati sul clima – 14 novembre 2025
Marica Di Pierri per Altreconomia – Alla Cop30 un lobbista fossile ogni 25 delegat?: il vertice che dovrebbe chiudere l’era fossile continua a farsela scrivere da chi la profitta.
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- Giustizia climatica, questa dimenticata – 13 novembre 2025
Marica Di Pierri su Il Manifesto – Il legame tra clima e disuguaglianze è ormai assodato. Ma dopo 30 anni di conferenze, i ricchi continuano a fare grandi affari con i fossili.
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- L’adattamento secondo la COP30: “Adattarsi è sopravvivere” – 13 novembre 2025
Marica Di Pierri per EconomiaCircolare.com – COP30 punta a rendere operativo il Global Goal on Adaptation, tra governance multilivello, indicatori, fondi insufficienti e necessità di giustizia climatica.
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- La Cop30 in Brasile e le politiche industriali green – 11 novembre 2025
Marica Di Pierri per Tutta La Città Ne Parla, Radio3 – È iniziata la Cop30 a Belém, 10 giorni in cui si discuterà su come trovare una via d’uscita alla deriva del cambiamento climatico nonostante le difficoltà politiche che ci circondano.
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- Road to Belém – 7 novembre 2025
Marica Di Pierri per Valori.it – Verso la Cop30 di Belém, cosa aspettarci dal più importante appuntamento per salvare il clima della Terra? Diretta con Marica Di Pierri, Luca Lombroso, Giovanni Mori e Lorenzo Tecleme.
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- Da Parigi a Belém, i conti che non tornano – 6 novembre 2025
Marica Di Pierri per Il Manifesto – Tra tensioni e fragili compromessi, i preparativi alla vigilia della Conferenza Onu. A che punto sono gli impegni nazionali di riduzione e i piani di adattamento dei singoli Paesi.
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- A Sud a Belém alla Cop30 – 6 novembre 2025
A Sud seguirà negoziati e mobilitazioni dalla COP30 di Belém, amplificando le voci dei movimenti per giustizia climatica e sociale.
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- A Sud aderisce alla Global Call to Action della Cúpula dos Povos – 5 settembre 2025
Il 15 novembre scendiamo in piazza: basta disuguaglianze e razzismo ambientale, vogliamo giustizia climatica e un mondo dove la vita sia al centro.
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- Vertice dei Popoli Verso la COP30: Manifesto Politico – 13 giugno 2025
A Sud aderisce al Manifesto dei Popoli verso la COP30: un appello globale per giustizia climatica, anticapitalismo e democrazia dal basso.
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Racconteremo le negoziazioni
Per spiegare cosa accade davvero alla COP30, come si muovono i governi e quali interessi guidano le scelte sulla crisi climatica. Vi offriremo una copertura quotidiana per raccontarvi con le nostre parole e con uno sguardo critico, indipendente e radicale, vicino ai movimenti il dentro e fuori la Cop
Sveleremo le contraddizioni
Tra le promesse ufficiali e la realtà, mostrando lo scontro continuo tra lobby fossili e popoli che difendono la vita e i territori. Denunceremo le responsabilità smascherando la falsa transizione energetica e chi continua a inquinare mentre parla di sostenibilità con greenwashing e false soluzioni
Daremo voce alle comunità
Portando le loro storie, le lotte quotidiane e le alternative concrete alla devastazione ambientale, contro colonialismo ed estrazione. Ci collegheremo con l’Italia per connettere istanze e battaglie
INFO E CONTATTI
Per contatti e interviste con la delegazione:
maricadipierri@asud.net
+ 55 21 967071220
Laura Greco
lauragreco@asud.net
+55 21 997673184
RIO+20, climate summit but not very ambitious
[By Giuseppe De Marzo for l’Unità of 14 June] The United Nations Conference on Sustainable Development, Rio+20, has started yesterday in Rio de Janeiro. _ It has been twenty years since the first Earth Summit that marked an important step forward in understanding the relationship between economic and social development, and the protection of the environment. Three principles were adopted by 108 heads of state and 172 government delegations: the principle of common but differentiated responsibilities; the precautionary principle; the rights of access to information and public participation. The approved documents were: the Rio Declaration, the Statement on Forests and the Agenda 21. The conventions on Climate Change, Biodiversity and Desertification were signed. And finally the UN Commission on Sustainable Development was created. _ TWENTY YEARS AND ONE DAY At a distance of twenty years from the objectives and the commitments made in Rio, the difference between discourse and reality is huge. The indicators that measure biodiversity loss, climate change, destruction of forests, deaths from pollution, show how sustainable development has been far more rhetoric than substantial. Although the countries within the United Nations have spoken in favour of sustainable development, in fact, the concept of “sustainability”, as well as the idea of “social development” approved in Copenhagen in 1995, has been completely cancelled from the governments’ priorities. In the last two decades, the so-called developed countries have focused on economic growth, leaving in the background distribution of wealth and destruction of the environment. The developing countries were forced by the policies of the IMF, the World Bank and the WTO to focus on an economy centred on the export of raw materials at low cost and on privatisation of basic services, inhibiting the development of a domestic economy linked to domestic demand and autonomous management of industrial and energy policies. Today, the limits and contradictions of such a vision are emerging in all their drama. The Earth does not take it anymore. We have exceeded the loading limits of the planet and we do not give the time to Nature to regenerate to provide the materials and energy we need to support our development model. The “tipping point”, the critical point beyond which the changes become irreversible, has already been exceeded for the vast majority of world science that screams to hurry up to limit the damages, to adapt and mitigate climate change. Today there are no binding instruments that can force the governments that are polluting and consuming more to change the course. The only instrument, created in the path of the 1992 conference was the Kyoto Protocol, which was buried by the demands of the market during the International Climate Change Conference held in Durban in December 2011, where the governments of the most polluting countries have decided to postpone to 2020 the creation of a new binding agreement. Therefore, the point is not to warn on a general risk like “hurry up before it’s too late”, but to be aware that the changes are already underway and that the only act of common sense would be to recognise it and organise ourselves with binding instruments. _ THE CRITICAL POINT _ What is now at stake at the Rio+20 summit is our survival, challenged by the most serious global crisis...
read moreRio minus 20. The agreement brings us back twenty years ago
[By Marica Di Pierri, for Il Manifesto of 17 June] Twenty years ago, Rio de Janeiro was illuminated by the spotlights of the world and crowded with the presence of government delegations, the press and social movements from all over the world. The interest kindled by the historic Earth Summit was higher than ever, and the event seemed for the first time to account for the urgency to address an environmental crisis which was to become a major global threat. The situation worsened dramatically, and today the carioca city is the scene of a new and equally awaited meeting, the UN Rio +20 Summit. Two decades later, the time has come to take stock on the long line of international summits celebrated since then and on the policies based on a sustainable development that has never been sustainable. With regard to the emergencies that had been tracked down at that time – desertification, climate change and biodiversity – the reports of UN agencies and scientists paint a gloomy picture. The climate crisis that is to become irreversible, the sixth mass extinction is underway for many endangered species, the rapid and relentless desertification process. In one word: the collapse of the planet and at the same time social inequalities that keep on growing at an unstoppable pace. With these premises, there can only be one in the accused dock in Rio +20: the current development model that, even with the adjustments that slowly tried to tangle, has proved only to be able to destroy the planet and subsumerights and securities, creating inequalities and havoc for many people in front of well-being for a few, a very few. And on the other hand, in Rio the main dish is quite different: the green economy, a last excuse to give oxygen to a capitalism that is more and more in crisis but that is promoted as a medicine with huge saving power. The failure of the summits from 1992 to now is therefore before everyone’s eyes. The inadequacy of the mechanisms of international negotiations and governance to respond to a crisis, uniting the countries of the North and the South in a battle for the common future, is equally undeniable. This is demonstrated by the press releases already published in the brazilian newspapers, in the final phase of negotiations that has not even started. They denounce the lack of agreement on the key points of discussions: climate, energy, poverty, reform of the financial system, biodiversity. They denounce how difficult it will be to close a deal in such a short time range with these substantial differences. Announcements that sound like a call to play it safe, a warning to the peoples of the world to not hope too much, because even here it will not be possible to make a step in the right direction. Accomplice, the silence of the politics reduced to speechless and embarrassed stone guests. Politics, especially those of the most developed countries, that end up becoming pale defenders of vested interests rather than bearers of global instances. Justice, environment, rights, employment, are the points on which there should be awareness raising and a call to arms by the political forces. Well aware of this are the social organisations, the trade unions, the social networks and movement who are...
read moreThe ecologist alternative
[from Rio de Janeiro, Marica Di Pierri for Il Manifesto of 22 June] After days of useless negotiations, the final document has arrived. It is a storm in a teacup. The grey predictions of the previous day have given way to the black confirmation of a failure which was as expected as it is complete. To be approved, the document has given up all the points on which no consensus could be found, to end up with a text defined as “without substance nor ambition”. No real commitment, no obligations. A triumph of conditionalities and elusiveness which caused the Summit to earn the meaningful nickname of Rio -20. At the People’s Summit for Environmental and Social Justice, set up within 2 Km of the campus in front of the beach of the Flamengo Park, the news was received without surprise. No one was astonished by the confirmation of the inadequacy of the politics, now subsumed to the economic and financial interests, to cope with an emergency that is before everyone’s eyes. In the tents full of people, in the other 1200 auto-organised panels, activists arriving from all over the continent are discussing real alternatives that are going on for years now in many countries with the objective to rebuild a paradigm for a new civilisation. The starting point is: being aware that the current one has entered a deep crisis. A vertical crisis that in addition to the development model, urges us to rebuild a new meaning in ethics and social relationships, before even in economic relationships. Sitting around the table, in the very crowded assembly of yesterday morning organised by the Italian association A Sud, a number of intellectuals that have gone along with and inspired the path of social movements for decades. The topic is: just sustainability and the democratisation of development as a condition for the construction of a new paradigm. Boaventura de Sousa Santos is a Portuguese sociologist, amongst one of the major theorists of the World Social Forum. From the University of Coimbra, he has put pen to paper and he has defined much of the content emerged in the path of movements in recent years. According to de Sousa, “In Rio centre (home to the official summit), negotiators are discussing how to build the next Trojan horse, the smokescreen of the moment, what they call the Green Economy. But it is not possible to solve the problems created by the capitalism with more capitalism: the need is to make economy and democracy plural. Public, private, social, cooperative, solidarity economy. Representative, participative and communitarian democracy. Because the answer cannot not be one”. In this sense, he continues “The only way to stimulate real changes is from civil society. The places and the streets are now the only public places that is not colonised by the financial capital: the sphere of political values, which in theory can neither be sold nor bought, has been merged with the sphere of economic values . Today everything can be sold and bought.” Hence the need, mentioned repeatedly in the discussions last days, to work on the construction of concrete forms of articulation from the bottom. At the same table, Joan Martinez Alier, one of the founders of ecological economics, has been working for years to link the academic...
read moreDiaries from Rio+20, Giuseppe De Marzo, L’Unità
Following the diaries from RIO+20 by Giuseppe De Marzo, spokesman of the association A Sud and scientific director of CDCA _ Air pollution will be the Big Killer in the next 30 years. _ [{By Giuseppe De Marzo for l’Unità, June 15th 2012}] Big Killer. The great murderer. This is how it has been called by the scientists of the OECD who have studied the effects of global pollution. The deadliest murderer in the world in the next 30 years will be air pollution. This means 3.6 millions of people a year. Already now, the number of victims of diseases caused by the air contaminated by polluting industrial activities is around one million. The report of the OECD points out how from now on the number of deaths will exceed those caused by lack of sanitation and water. In the next thirty years, science has no doubts on what will be the effects on health for the citizens of the planet if we don’t immediately change the course of things. Only 2% of the population that live in big cities can hope not to get sick. Only this small part of the world’s population inhales concentrations that are 10pm lower than the indicated threshold of 20 micrograms per cubic meter. For 70% of the population living in towns the future is instead very dark. The numbers of 10 pm and other 70 micrograms will tend to grow in coming years. The axe of pollution will spare no one. There will be a majority of deaths in Asia, but the western world will also witness the emergency, especially the older people. Deaths caused by the rise of ozone in cities will increase from 385,000 to 800,000 per year. Also, the level of sulphur oxide and nitrogen is set to increase by respectively 90% and 50%. The OECD report also warns about the loss of biodiversity caused by increasing greenhouse gases and increasing water consumption. Simon Upton, head of the Environment Directorate of the OECD, talks about interconnected problems that “cannot be solved one at a time”. We need policies that analyse and respond in a multidimensional and interconnected way. The dramatic findings of the report don’t seem to trouble the sleep of the politics, notable absentees here in Rio de Janeiro, in the global debate on the future of the planet and on the alternatives to the neoliberal model and the debitocracy.G.D.M _ “The world is watching”. But the climate summit is being deserted by the Great: Hollande, yes, Merkel, no _ [{By Giuseppe De Marzo for l’Unità, June 16th 2012}] “We must accelerate the work. We only have three days to do it, otherwise we will fail. We have a huge responsibility on our shoulders. The whole world is watching”. _ These are the words of the Secretary-General of the Rio+20 Conference, and United Nations Under-Secretary-General for Economic and Social Affairs Sha Zukang, who has opened the last preparatory negotiations round before the final meeting that will be held from 20 to 22 June. “The future we want”, is the document on which government delegations and major groups, multinationals, trade unions and NGOs have been working for months. The mediation efforts have produced a revised document compared to the primary intentions. As a consequence of the...
read moreIl vertice dei popoli. Vent’anni dopo, in gioco è il futuro
Vent’anni fa Rio de Janeiro fu illumitata dai riflettori del mondo e affollata dalla presenza di delegazioni governative, stampa e movimenti sociali giunti da tutto il pianeta. [{di Marica Di Pierri, su il Manifesto del 17 giugno}] Vent’anni fa Rio de Janeiro fu illumitata dai riflettori del mondo e affollata dalla presenza di delegazioni governative, stampa e movimenti sociali giunti da tutto il pianeta. L’interesse acceso dallo storico Vertice della Terra era alto come non mai, e l’appuntamento sembrava dar conto per la prima volta dell’urgenza di affrontare una crisi ambientale destinata a divenire la principale minaccia globale. A situazione drammaticamente peggiorata, oggi la città carioca è scenario di un nuovo e altrettanto atteso incontro, il Vertice Onu Rio+20. A due decenni di distanza, un bilancio si impone sulla lunga fila di summit internazionali celebrati da allora e sulle politiche improntate a uno sviluppo sostenibile che sostenibile non è stato mai. Riguardo alle emergenze rintracciate allora – desertificazione, cambiamento climatico e biodiversità – i report delle agenzie Onu e degli scienziati disegnano un quadro a tinte fosche. Crisi climatica che rischia di divenire irreversibile, sesta estinzione di massa in corso per numero di specie a rischio, processo di desertificazione in avanzamento rapido ed inesorabile. In una parola: pianeta al collasso, mentre dall’altro lato la disuguaglinza sociale continua a crescere a un ritmo inarrestabile. Con queste premesse, l’imputato sul banco di Rio+20 non può essere che uno: il modello di sviluppo attuale, dimostratosi capace soltanto, pur con i correttivi che via via hanno tentato di improgli, di distruggere il pianeta e sussumere diritti e garanzie creando disuguaglianze e devastazione per moltissimi a fronte di benessere per pochi, pochissimi. E invece a Rio il piatto forte è un altro: la green economy, ultimo espediente per dare ossigeno a un capitalismo sempre più in crisi ma propagandata come medicina dotata di immenso potere salvifico. Il fallimento dei vertici che si sono susseguiti dal 92 ad oggi è dunque sotto gli occhi di tutti. L’inadeguatezza dei meccanismi di negoziazione internazionale e della governance a rispondere a una crisi che unisce paesi del nord e del sud in una battaglia per il futuro comune è altrettanto innegabile. Lo dimostrano le dichiarazioni già apparse sui giornali brasiliani, a tornata finale di negoziazioni neppure iniziata. Si denuncia la mancanza di accordo sui punti centrali in discussione: clima, energia, povertà, riforma del sistema finanziario, biodiversità. Si annuncia quanto difficile sarà chiudere un accordo nel poco tempo a disposizione con queste divergenze di fondo. Annunci che suonano come un mettere le mani avanti, un avvertimento ai popoli del mondo di non sperarci troppo, perchè neppure qui si riuscirà a fare un passo avanti nella direzione giusta. Complice, il silenzio di una politica ridotta a convitato di pietra ammutolito e imbarazzato. Una politica che, soprattutto nei paesi più sviluppati, finisce col divenire pallido difensore di interessi di parte piuttosto che portatrice di istanze globali. Giustizia, ambiente, diritti, lavoro, sono i punti su cui ci sarebbe bisogno di una presa di coscienza e di una chiamata alle armi da parte delle forze politiche. Lo sanno bene le organizzazioni sociali, i sindacati, i movimenti e le reti sociali che si sono date appuntamento in queste settimane a Rio, per dare vita, parallelamente al vertice Onu, al Summit dei Popoli per la...
read moreRIO+20, summit sul clima ma poco ambizioso
Sono passati 20 anni dalla prima conferenza sulla Terra che segnò un forte avanzamento nella consapevolezza della relazione tra sviluppo economico, sociale e protezione dell’ambiente. [{di Giuseppe De Marzo su l’Unità del 14 giugno}] È iniziata ieri a Rio de Janeiro la conferenza mondiale delle Nazioni Unite sullo Sviluppo Sostenibile Rio+20. Sono passati 20 anni dalla prima conferenza sulla Terra che segnò un forte avanzamento nella consapevolezza della relazione tra sviluppo economico, sociale e protezione dell’ambiente. Tre i principi che vennero adottati da 108 capi di Stato e 172 delegazioni governative: la responsabilità comune ma differenziata; il principio di precauzione; il diritto all’informazione ed alla partecipazione. I documenti approvati furono: la dichiarazione di Rio, quella sulle Foreste e l’Agenda 21. Firmate le convenzioni sui Cambiamenti Climatici, la diversità biologica e la desertificazione. Creata infine la Commissione delle Nazioni Unite sullo Sviluppo Sostenibile. VENT’ANNI E UN GIORNO A distanza di venti anni dagli obiettivi e dagli impegni presi a Rio, la differenza tra il discorso e la realtà dei fatti è enorme. Gli indicatori che misurano la perdita di biodiversità, gli sconvolgimenti climatici, la distruzione delle foreste, le morti per inquinamento, mostrano come lo sviluppo sostenibile sia stato sino ad ora retorica più che sostanza. Nonostante nell’ambito delle Nazioni Unite i paesi si siano pronunciati per lo sviluppo sostenibile, in realtà la nozione di “sostenibilità” è stata completamente cancellata dalle priorità dei governi, così come quella di “sviluppo sociale” approvata a Copenaghen nel 1995. I paesi cosiddetti sviluppati si sono concentrati in queste due decadi sulla crescita economica, lasciando in secondo piano la distribuzione della ricchezza e la distruzione dell’ambiente. I paesi in via di sviluppo sono stati forzati dalle politiche del FMI, della BM e del WTO a puntare su un’economia incentrata sull’esportazioni di materie prime a basso costo e sulle privatizzazioni dei servizi basici, inibendo lo sviluppo di un’economia domestica legata alla domanda interna e ad un’autonoma gestione delle politiche industriali ed energetiche. Oggi i limiti e le contraddizioni di questa visione esplodono in tutta la loro drammaticità. La Terra non ce la fa più. Abbiamo superato i limiti di carico del pianeta e non diamo il tempo alla natura di autorigenerarsi per fornire i materiali e l’energia di cui abbiamo bisogno per sostenere il modello di sviluppo. Il “tipping point”, il punto critico oltre il quale il cambiamento diventa inarrestabile, è stato già superato per la stragrande maggioranza della scienza mondiale che urla di fare presto per limitare i danni, adattarsi e mitigare i cambiamenti. Oggi non esistono strumenti vincolanti che possano costringere i governi di coloro che inquinano e consumano di più a cambiare rotta. L’unico, nato dal percorso dalla conferenza del ’92, era proprio quel protocollo di Kyoto che è stato seppellito dalle esigenze del mercato durante la Conferenza internazionale sul clima tenutasi a Durban nel dicembre 2011, dove i governi dei più grandi inquinatori hanno preferito rimandare al 2020 un accordo nuovamente vincolante. Il punto dunque non è denunciare un generico rischio del tipo “fate presto prima che sia troppo tardi”, bensì prendere consapevolezza che i cambiamenti sono già in atto e che l’unica cosa di buon senso sarebbe riconoscerli ed organizzarci con strumenti vincolanti. IL PUNTO CRITICO In ballo al vertice di Rio+20 c’è la nostra sopravvivenza, messa in discussione dalla più grave...
read moreStop al geocidio
Appello verso Rio+20 Siamo alla vigilia di un altro importante appuntamento per salvare il pianeta terra: ”RIO+20”, che si terrà a Rio dal 20 al 25 giugno 2012.Nel 1992 infatti l’ONU aveva convocato a Rio de Janeiro una Conferenza sul Pianeta Terra. Purtroppo alle tante speranze suscitate sono seguiti vent’anni di amare delusioni che hanno portato all’attuale e grave crisi ecologica. Particolarmente amari i fallimenti delle conferenze sul clima di Copenhagen (2009), di Cancun (2010) e di Durban (2011). Siamo sull’orlo dell’abisso. Per questo l’ONU ha nuovamente invitato i governi e le organizzazioni popolari a Rio per trovare una risposta. Ma non ci saranno risposte adeguate se non si capisce che dietro alla crisi ecologica ci sta una profonda crisi antropologica. La Mercificazione dell’umano che sta avvenendo sotto i nostri occhi ha come conseguenza la mercificazione della Madre Terra. Viviamo dentro un Sistema che ha come unico scopo il profitto, per cui riduciamo sia le persone come il Pianeta Terra a Merce. “Oggi potremo dire che la più significativa divisione tra gli esseri umani – scrive il teologo americano Thomas Berry – non è basata né su nazionalità né sulla razza , né sulla religione, ma piuttosto è una divisione fra coloro che dedicano la loro vita a sfruttare la Terra in maniera deleteria, distruggendola e coloro che si dedicano a preservare la Terra in tutto il suo splendore”. E questo grande teologo aggiunge amaramente: ”Moralmente noi abbiamo sviluppato una risposta al suicidio, omicidio, genocidio, ma ora ci troviamo a confrontarci con il biocidioe il geocidio, l’uccisione del pianeta Terra nelle sue strutture vitali e funzionali. Queste opere sono un male maggiore di quanto abbiamo conosciuto fino al presente, male per il quale non abbiamo principi né etici né morali di giudizio”. E il biocidio e il geocidio sono sotto i nostri occhi. E la situazione diventa sempre più drammatica. Nel silenzio quasi totale dei grandi media sia cartacei come televisivi che sono nelle mani dei potentati economico-finanziari. E’ un silenzio voluto e comperato come appare nel libro inchiesta “Private Empire” del noto giornalista Steve Coll che dimostra come la Exxon, la più grande compagnia petrolifera, abbia falsificato, finanziando studi e ricerche,i dati scientifici sui cambiamenti climatici. La situazione è ormai insostenibile. Gli scienziati temono ormai che il Pianeta subirà , per la fine del secolo, un aumento della temperatura di 3-4 gradi! E’ un aumento drammatico questo! Il riscaldamento del Pianeta sta avvenendo molto più in fretta di quanto previsto ed è tale da innescare un processo irreversibile di cambiamento del clima. E questo molto più velocemente di quanto si pensasse. E l’opinione scientifica è ormai concorde: la colpa è dell’uomo. “Viviamo in un modo che non può continuare per generazioni” – ha detto Jorgen Randers, presentando il suo notevole studio 2052: A global forecast for the Next Forty Years – “L’umanità ha ormai superato la disponibilità di risorse della Terra. Emettiamo due volte la quantità di gas serra in un anno che può essere assorbita dalle foreste e dagli oceani del pianeta”. Purtroppo non possiamo aspettarci soluzioni dai nostri governi prigionieri sia dei potentati economico-finanziari che dei potentati agro-industriali che traggono enormi profitti da questo Sistema. Purtroppo la dittatura finanziaria sotto cui viviamo (il governo Monti ne è una splendida esemplificazione) ha deciso di fare della crisi...
read moreLa posta in gioco a Rio+20
Bollettino informativo del Gruppo di coordinamento internazionale del Vertice dei popoli per la Giustizia Sociale e Ambientale. Per l’unità e la mobilitazione dei popoli in difesa della vita e dei beni comuni, della giustizia sociale e ambientale, contro la mercificazione della natura e l’“economia verde”. A un mese dalla conferenza delle Nazioni Unite Rio +20, noi popoli del mondo non vediamo venir fuori alcun risultato positivo dal processo di mediazione all’interno della conferenza ufficiale. Non vi è alcuna discussione riguardo un bilancio del rispetto degli accordi presi a Rio ’92 né su come cambiare le cause della crisi. Il fulcro della discussione è incentrato su un pacchetto di proposte chiamato ingannevolmente “economia verde” e sull’istituzione di un nuovo sistema di governo ambientale internazionale che lo favorisca. La vera causa strutturale delle crisi multiple è il capitalismo, con le sue forme classiche e rinnovate di dominazione, che concentra la ricchezza e produce disuguaglianze sociali, disoccupazione, violenza contro le popolazioni, criminalizzazioni di chi le denuncia. L’attuale sistema di produzione e di consumo – rappresentato dalle grandi multinazionali, dai mercati finanziari e dai governi che garantiscono il suo mantenimento – produce e aumenta il riscaldamento globale e la crisi climatica, la fame e la denutrizione, la perdita dei boschi e della diversità biologica e socioculturale, l’inquinamento chimico, la carenza di acqua potabile, l’aumento della desertificazione dei suoli, l’acidificazione degli oceani, l’occupazione delle terre e la mercificazione di tutti gli aspetti della vita nelle città e nelle campagne. L’“economia verde”, al contrario di ciò che vorrebbe suggerire il termine, è un’altra fase del processo di accumulazione capitalistica. Non vi è niente nell’“economia verde” che metta in discussione o sostituisca l’economia dell’estrattivismo e dei combustibili fossili, né i modelli di consumo e produzione industriale. Al contrario, essa estende a nuovi ambiti un’economia incentrata sullo sfruttamento della gente e dell’ambiente, alimentando il mito della crescita economica infinita. L’ormai fallito modello economico, adesso mascherato di verde, prevede la sottomissione di tutti i cicli vitali della natura alle regole del mercato e al dominio della tecnologia, la privatizzazione e la mercificazione della natura e delle sue funzioni, così come delle conoscenze tradizionali, accrescendo i mercati finanziari speculativi tramite la vendita di crediti di carbonio, di servizi ambientali, di compensazioni per la perdita di biodiversità e il meccanismo REDD+ (Riduzione delle Emissioni da Deforestazione e Degrado delle foreste). Piante transgeniche, fitofarmaci, la tecnologia Terminator, biocombustibili, nanotecnologia, biologia sintetica, la vita artificiale, la geo-ingegneria e l’energia nucleare, tra le altre cose, sono presentate come ”soluzioni tecnologiche” ai limiti naturali del pianeta e alle crisi multiple, senza però far fronte alle cause reali che le provocano. Inoltre si promuove l’ampliamento del sistema alimentario agroindustriale, che rappresenta una delle cause scatenanti delle crisi climatiche, ambientali, economiche e sociali, accrescendo la speculazione sugli alimenti e favorendo gli interessi delle multinazionali dell’agribusiness a scapito della produzione locale, contadina, familiare e della salute di tutti i popoli indigeni e di tutte le popolazioni tradizionali. Tra le strategie di negoziazione nella conferenza Rio +20, alcuni governi dei Paesi ricchi stanno pensando di ritirare i principi di Rio ’92, come il principio di responsabilità comune ma differenziata, il principio di precauzione, il diritto all’informazione a alla partecipazione. Rimettono in discussione anche diritti già consolidati, come quelli dei popoli indigeni e delle popolazioni tradizionali, dei contadini e...
read moreSocio-ecological transitions and ecological justice
Twenty years after Rio, the victories of Sustainable Development and, now, the Green Economy, are more noticeable in the field of rhetoric than in reality. The indicators as regards climate change and the loss of biodiversity have steadily worsened at world level since 1992. However, some things have improved. There is a new and wide agreement that ecological functions are important in themselves and also for the human economy. Thus, international awareness of the role of environmental products and services has been pushed by the MA (2005) and TEEB (2010). Awareness of climate change was increased by the agreements in Rio de Janeiro of 1992 and Kyoto in 1997, and by the work by the IPCC. Moreover, the dependence of the economy not only on current products and services from “funds” but also on exhaustible stocks of fossil fuels is more widely recognised. The debate on Hubbert’s peak oil and the decreasing EROI of new sources of energy reaches occasionally even the financial press. Any day now, also FAO will recognize that the EROI of modern agriculture and food system has declined compared to traditional agriculture, and that Via Campesina is right when claiming that “peasant agriculture cools down the Earth”. The methodology for doing accounts of Material Flows in the economy has been established. Such research is done to give empirical proof to claims of relative or even absolute dematerialization of the economy, including consideration of trade flows. This research is also useful to see the links between increased social metabolism and the growing number of environmental conflicts. At world level, the material intensity of the economy does not seem to decline. UNEP has published such material flow accounts. There is an international failure (because of distributional obstacles) to agree on objectives for reduction of carbon dioxide emissions. There is also a failure to agree on objetives for decreasing the HANPP (as an indicator of pressure on biodiversity). On the contrary there is a wave of land grabbing, and more environmentally and socially damaging uses of the land for tree plantations and other monocultures for animal feed and for agrofuels. In the European Union it is rhetorically agreed that political objetives should move “beyond GDP” forty years after Sicco Mansholt, as president of the Commission, agreed to “below zero growth”in 1972 (after reading the Meadows report). The idea of “prosperity without growth” appeals to public opinion. Physical objectives such as the EU 20-20-20 energy policy are accepted by policy makers. But the main political discussion is on financial debts and unemployment, as in the United States. A socio-ecological transition must be guided by agreed physical objectives. The economy has three levels: the financial level, the real or so-called productive level, and the real-real level. First, the financial level can grow exponentially for a while as it did before 2008; second, the so-called real, productive economy of car production, building houses, medical services, is now stalled as a whole in OECD countries although some sectors (informatics, renewable energies) are growing; third, the “real-real” economy, namely the entry of energy and materials and exit of waste including carbon dioxide in excessive amounts. Among economists in Europe and the United States the only worry is on the first two levels. There are two main schools at present. Keynesians argue that the...
read morePerù: due morti nelle proteste contro la miniera. Dichiarato lo stato di emergenza.
Oltre a due morti, gli scontri con la polizia hanno causato decine di feriti e portato il governo di Ollanta Humala a dichiarare lo stato di emergenza {Oltre a due morti, gli scontri con la polizia hanno causato decine di feriti e portato il governo di Ollanta Humala a dichiarare lo stato di emergenza, che prevede che per 30 giorni la polizia diventi responsabile dell’ordine pubblico. La popolazione chiede la chiusura della miniera Xstrata Tintaya e il ripristino dell’ambiente. } 29/05/2012. Il governo peruviano ha dichiarato lo stato d’emergenza in una provincia meridionale del Paese a seguito della morte di due persone negli scontri tra la polizia e la popolazione che da giorni protesta contro una compagnia mineraria. Oltre a due morti, gli scontri con la polizia hanno causato decine di feriti e portato il governo di Ollanta Humala a dichiarare lo stato di emergenza, che prevede che per 30 giorni la polizia diventi responsabile dell’ordine pubblico. La popolazione della provincia di Espinar, nella regione di Cuzco, esige che sia avviata un’inchiesta in merito a presunti danni ambientali causati dalla miniera di rame Tintaya – gestita dalla compagnia mineraria svizzera Xstrata – e che il contributo per lo sviluppo versato dall’impresa alle autorità locali aumenti dall’attuale 3% al 30%. Due persone sono morte negli scontri con la polizia, apparentemente per colpi di arma da fuoco, e decine di civili e agenti feriti sono stati trattati in modo molto diverso. “Ci sono due morti, una persona che è stata trasferita in condizioni molto gravi e molti feriti, tutto per via dell’incapacità dell’esecutivo di comprendere le vere problematiche di Espinar”, ha dichiarato il sindaco della città, Oscar Mollohuanca. Anche se il sindaco ha dichiarato di non conoscere l’identità delle vittime, egli ha confermato di aver visto i loro corpi all’obitorio locale, mentre il canale N della tv locale ha identificato uno dei morti come Florecindo Mamani Puma, di 27 anni. Secondo i suoi famigliari, l’uomo è stato colpito da un’arma da fuoco, mentre si trovava su una collina vicina a seguire gli scontri, senza però parteciparvi. Calle afferma che lunedì 30 poliziotti sono rimasti feriti, andando a sommarsi con i 46 di domenica. Il ministro degli Interni, Wilver Calle, ha confermato le due morti e ha affermato che la polizia ha dovuto rispondere ad “attacchi, provocazioni e prove di forza, come il rogo dei pascoli e il lancio di pietre” da parte dei manifestanti. “Hanno usato proiettili di gomma e quando si è trovata in pericolo la polizia ha dovuto rispondere all’attacco (i morti) sono stati la conseguenza dell’atteggiamento assunto dalla popolazione”, ha affermato. Dopo la conferma della morte dei due uomini, i manifestanti hanno attaccato alcuni veicoli sulla strada tra Cuzco e Espinar e hanno sequestrato un procuratore che si dirigeva verso quella zona. Dopo averlo fatto camminare senza scarpe per diverse ore, i manifestanti lo hanno rilasciato su richiesta del Vicariato Apostolico. La soluzione ufficiale : lo stato di emergenza La situazione ha spinto il governo peruviano a dichiarare lo stato di emergenza (eccezione) a Espinar, e il Presidente del Consiglio dei Ministri, Oscar Valdés, ha invitato la popolazione locale ad elevare i suoi strumenti di resistenza e a riavviare il dialogo. Secondo un decreto letto in sede di governo, lo stato di emergenza è stato dichiarato per garantire la sicurezza...
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Marica Di Pierri per Valori.it – Verso la Cop30 di Belém, cosa aspettarci dal più importante appuntamento per salvare il clima della Terra? Diretta con Marica Di Pierri, Luca Lombroso, Giovanni Mori e Lorenzo Tecleme.