Dal 10 al 21 novembre 2025 saremo a Belém, in Brasile, per partecipare come osservatori alla 30° Conferenza delle Nazioni Unite sul Clima. Racconteremo quanto avviene dentro e fuori le negoziazioni, porteremo e raccoglieremo le voci dei territori in lotta contro l’estrattivismo, contro il greenwashing e per una transizione ecologica realmente giusta.
Iscriviti al bollettino Sostieni il nostro lavoroL’agenda della COP30
A Belém si discuteranno e valuteranno gli NDCs, i nuovi impegni climatici nazionali che stabiliscono gli obiettivi di riduzione delle emissioni di ogni paese. Accanto alla mitigazione, l’adattamento sarà uno dei temi centrali attraverso il Global Goal on Adaptation (GGA) e i nuovi Piani nazionali di adattamento. Un altro capitolo chiave sarà quello della finanza per il clima. Tra i punti principali il nuovo obiettivo di finanziamento (NCQG), che punta ad aumentare il sostegno ai Paesi in via di sviluppo da 100 a 300 miliardi di dollari l’anno, e la Roadmap Baku-Belém, che traccia un percorso per mobilitare almeno 1.300 miliardi di dollari l’anno entro il 2035.
Temi cruciali, che si scontrano con uno scenario geopolitico ostile, segnato dal negazionismo climatico, dai venti di guerra, dalla corsa al riarmo e dalla violenza istituzionale. Non è un caso che in gioco a Belém ci sia più che mai la credibilità della diplomazia climatica e la sua capacità di tradurre le intenzioni in impegni concreti.
La Cupula dos povos
La Cúpula dos Povos è il grande incontro dei movimenti sociali e delle comunità che vivono in prima linea la crisi climatica. Nata nel 1992 come risposta critica alle negoziazioni ufficiali, propone un’alternativa fondata su giustizia climatica, sociale e ambientale, solidarietà e saperi ancestrali.
Dal 12 al 16 novembre 2025, in concomitanza con la COP30 di Belém, riunirà popoli indigeni, comunità quilombola e tradizionali, giovani e lavorator? in marce, dibattiti e azioni culturali.
La Cúpula mette al centro vite, diritti e territori, non statistiche: unisce chi costruisce ogni giorno soluzioni reali, dall’agroecologia alla difesa dei beni comuni, per spingere i governi ad adottare politiche di vera giustizia climatica.
Dichiarazione della Cupula Dos Povos
Perché A Sud e CDCA alla COP?
Nelle Cop si riuniscono i governi dei 197 Paesi che hanno ratificato la Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (UNFCCC), firmata a Rio de Janeiro nel 1992. Ma la COP30 non è solo un vertice diplomatico: è il terreno di confronto (e di scontro) tra attori diversi e diverse visioni del mondo. Da una parte il business as usual che trasforma la crisi climatica in profitto, dall’altra movimenti e territori che lottano per giustizia climatica, autodeterminazione e diritti della Natura.
La COP30 si terrà nel cuore dell’Amazzonia, a Belém do Pará, in Brasile. Non è un dettaglio geografico ma una scelta politica: è nel Sud globale che l’ingiustizia climatica colpisce più duramente mentre il Nord globale continua a negoziare emissioni e interessi fossili.
Qui non si decide solo il futuro del clima: si decide chi avrà diritto a un futuro.
Per raccontare cosa c’è in gioco, e come finisce la partita.
Andiamo alla COP per osservare da vicino i negoziati, capire quali equilibri politici e di potere si stanno ridefinendo, e portare la prospettiva dei territori e dei movimenti che chiedono giustizia climatica.
La partecipazione di A Sud e CDCA serve a connettere le lotte locali con quelle globali, rafforzare alleanze internazionali e raccontare – con sguardo indipendente e critico – come la diplomazia climatica sta affrontando, o eludendo, le proprie responsabilità.
Perché solo intrecciando voci e resistenze dal basso possiamo costruire un futuro giusto per tutt?.
Per costruire e rafforzare alleanze internazionali
Svolgere la COP in Brasile è un segnale che conta: significa rimettere al centro chi la crisi climatica la subisce davvero. Andiamo a Belém per stare con i movimenti globali per la giustizia climatica. In America Latina oggi si gioca una partita enorme: conflitti ambientali, estrattivismo, repressione, lotte indigene e popolari che resistono da decenni. Con tante realtà — dalla Colombia alla Bolivia, fino all’Amazzonia — abbiamo già lavorato, fatto campagne, costruito ponti. Lì ritroviamo compagn? con cui condividiamo visioni e pratiche.
Per portare una visione radicale dentro la COP
Sì, probabilmente sarà l’ennesimo flop diplomatico. Ma proprio per questo dobbiamo esserci, per non lasciare quei tavoli alle lobby fossili e ai governi che parlano di transizione mentre trivellano.
Da dentro vedi meglio le dinamiche, le crepe, le possibilità di alleanze e di conflitto.
Andiamo per portare la prospettiva della giustizia climatica e delle lotte dal basso, che legano crisi climatica, razzismo, patriarcato e disuguaglianze. La COP non è un punto d’arrivo: è un passaggio. Il resto si fa fuori, insieme, ogni giorno.
Diario dalla COP30
- Giorno 12 – 24 novembre 2025
Belém svela il fallimento della diplomazia climatica, ma apre spiragli: una roadmap anti-fossile e nuove alleanze per la giustizia.
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- Giorno 11 – 21 novembre 2025
Penultimo giorno a Belém: incendio in COP30, stalli politici e pressioni crescenti sul BAM e sull’uscita dai fossili.
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- Giorno 10 – 20 novembre 2025A Belém 85 Paesi spingono per uscire dai fossili, mentre Italia e Polonia frenano. La COP30 è al bivio, il tempo è adesso.
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- Giorno 9 – 19 novembre 2025
Belém rilancia la lotta globale ai fossili: la Colombia guida un fronte che vuole uscire davvero dal modello che brucia il pianeta.
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- Giorno 8 – 18 novembre 2025
Alla COP30 la transizione dai combustibili fossili sembra lontana, mentre i fondi dell’adattamento sono sotto il minimo.
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- Giorno 7 – 17 novembre 2025
Belem in rivolta: popoli indigeni e movimenti sociali spingono per una COP30 che dica finalmente basta ai fossili.
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- Giorno 6 – 15 novembre 2025
Anche quest’anno i dati sulla presenza dei lobbisti Gas&Oil alla conferenza di Belém sono alti: su ogni 25 persone accreditate al vertice, uno è un lobbista dei combustibili fossili, in totale sono oltre 1600.
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- Giorno 5 – 14 novembre 2025
Il TFFF entra nella Cupula tra promesse e contraddizioni: fondi incerti, debiti in aumento e movimenti che denunciano l’ennesima falsa soluzione verde.
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- Giorno 4 – 13 novembre 2025
A Belém la protesta indigena irrompe nella COP30 e svela le contraddizioni del Brasile fossile. Intanto la Cupula esplode di mobilitazioni globali.
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- Giorno 3 – 12 novembre 2025
Adattamento al centro della COP30, ma i fondi restano insufficienti. A Belém arrivano movimenti e comunità indigene: la vera pressione viene dai territori.
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- Giorno 2 – 11 novembre 2025
Lula parla di disuguaglianze alla Cop30, ma il Brasile continua a spingere sul fossile. A Belém torna al centro il nodo tra clima e ingiustizia.
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- Giorno 1 – 10 novembre 2025
Dalla Cop30 alla Cúpula dos Povos: a Belém si apre la sfida per la giustizia climatica tra responsabilità globali, diritti dei popoli e resistenza dei territori.
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Articoli di approfondimento alla COP30
- Cosa resta della Cop30, la battaglia per il clima e i diritti è ancora lunga – 24 novembre 2025
Marica Di Pierri e Laura Greco su Domani – COP30 fallisce su fossili e foreste, ma il Bam e il blocco dei 82 paesi per l’uscita dal fossile aprono spiragli di lotta e nuove alleanze.
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- Sulla fine dei lavori della COP30 – 24 novembre 2025
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Cosa è successo alla 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici? Quali sono le grandi vittorie? Quali le sconfitte?
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- La tabella della discordia – cos’è successo alla COP30 – 23 novembre 2025
Laura Greco su Radio24 – COP30 a Belém annuncia impegni su energia, foreste e adattamento, ma senza una vera uscita dal fossile restano promesse vuote da incalzare con lotte dal basso.
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- “A resposta somos nós”. Ma alla COP30 le richieste dei popoli indigeni non fanno breccia – 23 novembre 2025
Laura Greco su EconomiaCircolare.com – Alla COP30 le voci indigene restano ai margini mentre la foresta corre verso il punto di non ritorno. Senza giustizia, non c’è futuro.
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- La “Dichiarazione di Belém” e il multilateralismo del phase out dai fossili spinto dal basso – 21 novembre 2025
Laura Greco su Altreconomia – Da Belém arriva una spinta dal basso per uscire dai fossili: governi e movimenti uniscono le voci per un phase out reale, giusto, globale.
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- Cop30: senza il Gender action plan ogni azione climatica è limitata – 21 novembre 2025
Marica Di Pierri e Laura Greco su Valori – Nonostante le ambiziose premesse il Gender action plan ha trovato diversi ostacoli sui tavoli negoziali della Cop30
- Cop30: senza il Gender action plan ogni azione climatica è limitata – 21 novembre 2025

- Alla Cop30 arrivano le storie di migrazioni climatiche – 21 novembre 2025
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30, in vista delle negoziazioni finali, si parla del fenomeno crescente degli sfollamenti forzati dal cambiamento climatico.
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- Belém, la foresta degli indigeni si ribella a Lula – 20 novembre 2025
Laura Greco su Il Manifesto – Le nazionalità dell’Amazzonia denunciano l’inagibilità politica alla Cop e chiedono una mobilitazione internazionale guidata direttamente dai popoli indigeni per proteggere i loro territori e affrontare la crisi climatica alla radice
- Alla Cop 30 i movimenti si riprendono la scena – 20 novembre 2025
Marica Di Pierri su Il Manifesto – Era dalla Cop 26 di Glasgow che non si vedeva così tanta società civile. Accanto al vertice ufficiale, in più di 50 mila hanno animato la «Cupula dos povos» per una svolta vera sul clima e i diritti
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- COP30, BELÉM | Italiani in mobilitazione – 20 novembre 2025]
Il Climate Pride in azione alla COP30: l? attivist? chiedono all’Italia una roadmap chiara e ambiziosa per uscire dai fossili.
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- A Belém torna il protagonismo sociale – 19 novembre 2025
Marica Di Pierri su Collettiva – Alla Cop30 movimenti, organizzazioni, popoli e sindacati riacquistano centralità: proposte e campagne dal basso sono arrivate nelle stanze dei negoziati.
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- Come procede la COP30 in Brasile? Intervista a Laura Greco da Bélem – 19 novembre 2025
Laura Greco su Scienza e Pace Magazine – COP30 tra repressione, lobby fossili e resistenze indigene: la giustizia climatica la costruiscono i territori, non i negoziati.
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- Lifegate dalla COP30 – 18 novembre 2025
Marica Di Pierri su Lifegate – Dalla COP30 il racconto dell’inedita comunicazione tra dentro e fuori la COP, tra le richieste indigene e l’ambiguo governo di Lula.
Ascolta su Lifegate
- Il Fondo per le foreste e la falsa soluzione del biocapitalismo si ripropone alla Cop30 di Belém – 18 novembre 2025
Laura Greco su Altreconomia – Il Tropical forests forever facility lanciato da Lula è l’ennesimo dispositivo finanziario che viene presentato come innovazione.
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- Attivismo e giustizia climatica: se il diritto alla protesta diventa un reato – 17 novembre 2025
Marica Di Pierri su Valori.it – Alla Cop30 emerge un allarme globale: in molti Paesi il diritto alla protesta viene represso e l’attivismo ambientale è sempre più criminalizzato
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- Alla Cop30 di Belèm il fondo per l’adattamento resta senza fondi – 17 novembre 2025]
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30 fallisce, per il terzo anno di fila, l’obiettivo di raccolta minima per finanziare l’adattamento dei Paesi del Sud globale.
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- Massiccia partecipazione popolare a Belém – 16 novebre 2025
Marica Di Pierri su L’aria Che Respiri – Alla Cúpula dos Povos tantissime voci per reclamare la fine dei combustibili fossili e una giustizia climatica guidata dai popoli, non dalle multinazionali.
Ascolta su Radio Rai1
- In diretta da Bele?m – Aggiornamenti sulla prima settimana di COP30 – 15 novembre 2025
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – In diretta da Belém, per raccontare in diretta i lavori della 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici. ?Foto di Oliver Ninja e Midia Ninja
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- Cop30: chi difende i combustibili fossili dentro i negoziati sul clima – 14 novembre 2025
Marica Di Pierri per Altreconomia – Alla Cop30 un lobbista fossile ogni 25 delegat?: il vertice che dovrebbe chiudere l’era fossile continua a farsela scrivere da chi la profitta.
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- Giustizia climatica, questa dimenticata – 13 novembre 2025
Marica Di Pierri su Il Manifesto – Il legame tra clima e disuguaglianze è ormai assodato. Ma dopo 30 anni di conferenze, i ricchi continuano a fare grandi affari con i fossili.
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- L’adattamento secondo la COP30: “Adattarsi è sopravvivere” – 13 novembre 2025
Marica Di Pierri per EconomiaCircolare.com – COP30 punta a rendere operativo il Global Goal on Adaptation, tra governance multilivello, indicatori, fondi insufficienti e necessità di giustizia climatica.
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- La Cop30 in Brasile e le politiche industriali green – 11 novembre 2025
Marica Di Pierri per Tutta La Città Ne Parla, Radio3 – È iniziata la Cop30 a Belém, 10 giorni in cui si discuterà su come trovare una via d’uscita alla deriva del cambiamento climatico nonostante le difficoltà politiche che ci circondano.
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- Road to Belém – 7 novembre 2025
Marica Di Pierri per Valori.it – Verso la Cop30 di Belém, cosa aspettarci dal più importante appuntamento per salvare il clima della Terra? Diretta con Marica Di Pierri, Luca Lombroso, Giovanni Mori e Lorenzo Tecleme.
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- Da Parigi a Belém, i conti che non tornano – 6 novembre 2025
Marica Di Pierri per Il Manifesto – Tra tensioni e fragili compromessi, i preparativi alla vigilia della Conferenza Onu. A che punto sono gli impegni nazionali di riduzione e i piani di adattamento dei singoli Paesi.
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- A Sud a Belém alla Cop30 – 6 novembre 2025
A Sud seguirà negoziati e mobilitazioni dalla COP30 di Belém, amplificando le voci dei movimenti per giustizia climatica e sociale.
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- A Sud aderisce alla Global Call to Action della Cúpula dos Povos – 5 settembre 2025
Il 15 novembre scendiamo in piazza: basta disuguaglianze e razzismo ambientale, vogliamo giustizia climatica e un mondo dove la vita sia al centro.
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- Vertice dei Popoli Verso la COP30: Manifesto Politico – 13 giugno 2025
A Sud aderisce al Manifesto dei Popoli verso la COP30: un appello globale per giustizia climatica, anticapitalismo e democrazia dal basso.
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Racconteremo le negoziazioni
Per spiegare cosa accade davvero alla COP30, come si muovono i governi e quali interessi guidano le scelte sulla crisi climatica. Vi offriremo una copertura quotidiana per raccontarvi con le nostre parole e con uno sguardo critico, indipendente e radicale, vicino ai movimenti il dentro e fuori la Cop
Sveleremo le contraddizioni
Tra le promesse ufficiali e la realtà, mostrando lo scontro continuo tra lobby fossili e popoli che difendono la vita e i territori. Denunceremo le responsabilità smascherando la falsa transizione energetica e chi continua a inquinare mentre parla di sostenibilità con greenwashing e false soluzioni
Daremo voce alle comunità
Portando le loro storie, le lotte quotidiane e le alternative concrete alla devastazione ambientale, contro colonialismo ed estrazione. Ci collegheremo con l’Italia per connettere istanze e battaglie
INFO E CONTATTI
Per contatti e interviste con la delegazione:
maricadipierri@asud.net
+ 55 21 967071220
Laura Greco
lauragreco@asud.net
+55 21 997673184
Launch of CDCA’s new pubblication “Capitale Immobile”
Launch of the publication “Capitale Immobile. Speculazioni e resistenze sociali a Roma. 5 casi di conflitto ambientale” PRESS CONFERENCE _ {Launch of the publication} CAPITALE IMMOBILE {Speculazioni e resistenze sociali a Roma 5 casi di conflitto ambientale} ROME tuesday, 3rd of July / 11.30 am Carroccio room, City Hall, Campidoglio The publication describes and documents 5 socio-environmental conflicts in the Roman urban area and their related charateristics in terms of transport, infrastructures, buildings, urban requalification, contamination and pollution. The publication gathers both researchs from research centres, universities, local authorities, etc. and the direct contributions of local committees involved in those specific conflicts. In that sense, the publication has a double objective: to call the attention of the media and the public opinion on those cases and to elaborate a tool for dissemination gathering and systematizing existing information regarding those cases so to ease the access to information of a larger public. ITALIAN PRESS RELEASE SPEAKERS: _ Andrea Alzetta – City councellor _ Marica Di Pierri – CDCA president _ Gabriele Contenti – researcher cooperativa l’Arancia _ Valentina Vivona – researcher CDCA * * * A publication by: _ Cooperativa Sociale L’Arancia, and _ CDCA – Documentation Centre on Environmental Conflicts * * * Realized through the project: _ Libro Bianco su Conflitti socio-ambientali e Buone pratiche nel Comune di Roma _ Funded by: “Dipartimento tutela Ambiente e del verde -protezione civile” – con D.D. 2796 del 31.12.2010 di Roma Capitale * * * Research and Production: _ Gabriele Contenti / Cooperativa Sociale l’Arancia _ Valentina Vivona / CDCA * * * Publication Coordination : _ Marica Di Pierri – CDCA President * * * With the contribution of: _ Angela D’Alessandro / Società Cooperativa Stand Up * * * Photo by: _ Ruggero Delfini / http://rogerodelfini.viewbook.com * * * Editing and printed by: _ Wolf soluzioni digitali Soc.Coop.a r.l. * * * DOWNLOAD THE PUBLICATION * * * Info and contact: _ Marica Di Pierri _ +39.348.6861204 _...
read moreDiari da Rio+20, Giuseppe De Marzo, L’Unità
Big killer. Il grande assassino. Lo chiamano così gli scienziati dell’Ocse che hanno studiato gli effetti dell’inquinamento planetario. Di seguito i diari da Rio+20 sull’Unità, di Giuseppe De Marzo, portavoce dell’associazione A Sud e direttore scientifico del CDCA L’aria inquinata sarà il Big killer dei prossimi 30 anni [{di Giuseppe De Marzo su l’Unità del 14 giugno}] Big killer. Il grande assassino. Lo chiamano così gli scienziati dell’Ocse che hanno studiato gli effetti dell’inquinamento planetario. Il più letale assassino al mondo nei prossimi trenta anni sarà l’aria inquinata. Mieterà 3,6 milioni di esseri umani all’anno. Già adesso è di circa un milione il bilancio delle vittime per malattie causate dall’aria sporcata da attività industriali inquinanti. Il rapporto OCSE sottolinea come da qui in avanti il numero di morti supererà quelle legate alla mancanza di servizi igienici e di acqua. Nei prossimi trenta anni la scienza non ha dubbi su quelli che saranno gli effetti per salute dei cittadini del pianeta se non si cambierà immediatamente rotta. Appena il 2% della popolazione che vive nella grandi città potrà sperare di non ammalarsi. Solo questa piccolissima parte della popolazione mondiale respira concentrazioni di pm10 inferiori ai 20 microgrammi per metro cubo, indicata come soglia limite. Per il 70% della popolazione che vive nelle città invece il futuro è nerissimo. La cifra di pm10 è di oltre 70 microgrammi e tenderà a crescere nei prossimi anni. La mannaia dell’inquinamento non risparmierà nessuno. I morti in Asia saranno maggiori, ma anche l’occidente vivrà l’emergenza, a partire soprattutto dalla popolazione anziana. I morti per l’innalzamento del livello di ozono nelle città saliranno da 385 a 800 mila ogni anno. Anche il livello di ossido di zolfo e di azoto è destinato ad aumentare del 90 e del 50%. Il rapporto Ocse lancia l’allarme anche sulla perdita della biodiversità causata dall’aumento dei gas serra e dall’aumento del consumo di acqua. Simon Upton, direttore della sezione ambiente dell’Ocse, parla di problemi connessi tra loro che “non possono essere risolti uno alla volta”. Abbiamo bisogno di politiche che analizzino e rispondano in modo multidimensionale e interconnesso. I drammatici dati del rapporto sembrano non turbare i sonni della politica, grande assente qui a Rio de Janeiro nel dibattito mondiale sul futuro del pianeta e sulle alternative al modello liberista ed alla debitocrazia. G. D. M. *** Il mondo ci guarda Ma il summit sul clima è disertato dai Grandi: Hollande sì, Merkel no [{di Giuseppe De Marzo sul l’Unità del 16 giugno}] «Dobbiamo accelerare il lavoro. Abbiamo solo tre giorni per farlo, altrimenti falliremo. Abbiamo una grande responsabilità sulle nostre spalle. Il mondo intero ci guarda». Queste le parole del segretario generale della conferenza di Rio+20, nonché sottosegretario generale per gli affari economici e sociali delle Nazioni Unite Sha Zukang, che ha aperto l’ultima tornata negoziale preparatoria prima dell’incontro finale che si terrà dal 20 al 22 giugno. «Il futuro che vogliamo», è il documento su cui da mesi stanno lavorando le delegazioni governative ed i major groups, multinazionali, sindacati ed ong. Gli sforzi di mediazione hanno prodotto un documento rimaneggiato rispetto alle intenzioni iniziali. Il potere delle corporations, gli enormi interessi economici e l’assenza della politica hanno fatto si che dei 312 paragrafi iniziali solo su 70 si trovasse un accordo. L’agenzia per l’ambiente delle Nazioni Unite...
read moreRio+20 – Un Summit fallimentare
[di Giuseppe De Marzo su il Manifesto del 22 giugno] Vago, senza ambizioni, impegni concreti e finanziamenti. Questo è il futuro che non vogliamo, ma che vorrebbero imporre. Rio meno 20, altro che Rio+20. La conferenza mondiale sulla Terra ha partorito un documento finale che fa contenti solo le grandi corporations responsabili della distruzione ambientale. Una vittoria per la governance liberista ed una sconfitta per tutta l’umanità. La frustrazione di Ban Ki Moon ed i continui appelli caduti nel vuoto, certificano definitivamente la morte del multilateralismo sui temi fondamentali per tutti. E c’è già chi inizia a ritirare fuori le tesi negazioniste, affermando che i cambiamenti climatici sono un’invenzione e che la crisi economica mondiale è causata dai movimenti colpevoli di bloccare la libertà dei mercati. Il clima della democrazia assomiglia sempre di più a quello del pianeta: pessimo. I limiti stanno saltando uno dopo l’altro. La terra non ce la fa più, come i suoi figli, impoveriti e precari. Il radicalismo antropocentrico del modello capitalista è arrivato al suo acme. Gli esiti del vertice mondiale sullo sviluppo sostenibile ne sono la prova finale. I documenti ufficiali esprimono la vacuità ed il disinteresse con cui il liberismo affronta la sostenibilità sociale ed ambientale. Guidare una transizione socio ecologica senza nessun impegno concreto equivale ad una presa in giro insopportabile, specie per le milioni di vittime colpite da questa ipocrisia. Promesse vane ripetute in venti anni di meeting ed incontri ufficiali puntualmente falliti, ma sempre molto partecipati dalla burocrazia internazionale. Così come falliscono le strategie di lobbying delle grandi ong che hanno preferito stare nelle conferenze ufficiali, ignorando i movimenti e le realtà sociali che in questi anni si sono coraggiosamente messe in marcia per costruire l’alternativa. Fallisce anche il riformismo internazionale, dimostrando la sua completa sterilità di fronte alla crisi più grave che l’umanità abbia mai affrontato. Le forme classiche della politica sono insufficienti. In molti casi sono addirittura complici dei comitati di affari di banche e multinazionali. La sinistra, se si esclude quella latinoamericana, esce disintegrata da Rio, incapace di comprendere i mutamenti epocali in atto e colpevole di aver rinunciato alla sua missione emancipatrice. La finanziarizzazione della natura è il grande business del domani. Il cavallo di troia si chiama “green economy”. L’ultimo terreno di cattura cognitiva è proprio questo, nel cui potere taumaturgico confidano acriticamente in tanti, incluso diverse realtà dell’ambientalismo, ormai subalterne alla logica per la quale non esistono alternative possibili al liberismo. Affidarsi alla mano invisibile del mercato per consentire il miracolo della perfetta allocazione delle risorse. Siamo alla preistoria del pensiero economico ed alla crisi più nera del pensiero politico. Sono i movimenti per la giustizia ambientale e sociale, quelli riuniti nella cupola dei popoli, a costituire l’ultimo argine all’espansione della frontiera capitalista. Sono loro a resistere in tutti i territori del globo, a difendere i beni comuni, sostenere l’agroecologia, impedire le privatizzazioni, promuovere forme di democrazia partecipata e comunitaria, creare nuovi strumenti e indicatori ecologici, lottare per la difesa dei diritti dei lavoratori e per la riconversione industriale ed energetica. Sono i movimenti per la giustizia ambientale che indicano la necessità urgente di costruire non solo un altro modello economico bensì un nuovo paradigma di civilizzazione, una nuova etica. Per avanzare, oltre che resistere, abbiamo bisogno di una relazione nuova tra giustizia...
read moreL’alternativa ecologista
[da Rio de Janeiro, Marica Di Pierri su il Manifesto del 22 giugno] Dopo giorni di inutili negoziazioni il documento finale è arrivato. La montagna ha partorito un topolino, perdipiù rachitico. Le previsioni grigie della vigilia hanno lasciato il posto alla nera conferma di un fallimento tanto atteso quanto totale. Un documento che per essere approvato ha rinunciato a tutti i punti su cui non è stato possibile trovare consenso, accontentandosi di un testo definito “senza sostanza né ambizione”. Nessun impegno concreto, nessun imperativo. Un trionfo di condizionali e di vaghezza che ha fatto guadagnare al Summit Onu il significativo soprannome di Rio -20. Nei due km di campus del Summit dei popoli per la Giustizia Ambientale e Sociale, allestiti di fronte alla spiaggia di Aterro do Flamengo, la notizia è accolta senza sorpresa. Non stupisce nessuno la conferma dell’inadeguatezza, quella della politica, ormai sussunta dagli interessi economici e finanziari, a far fronte a una emergenza che è sotto gli occhi di tutti. Nei tendoni gremiti di persone, negli oltre 1200 panel autorganizzati, attivisti arrivati da tutti i continenti discutono di alternative reali, in marcia da anni in molti paesi con l’obiettivo di ricostruire un paradigma di civilizzazione nuovo. Il punto di partenza: la consapevolezza che quello attuale è entrato in una crisi profonda. Una crisi verticale che oltre al modello di sviluppo ci spinge a dover ricostruire un senso nuovo, nel campo dell’etica e delle relazioni sociali, prima ancora che delle relazioni economiche. A sedersi attorno al tavolo, nell’assemblea affollatissima di ieri mattina, organizzata dall’associazione italiana A Sud, alcuni dei pensatori che da decenni accompagnano e ispirano il cammino dei movimenti sociali. Il tema: la giusta sostenibilità e la democratizzazione dello sviluppo come condizioni per la costruzione di un paradigma nuovo. Boaventura de Sousa Santos è il sociologo portoghese tra i maggiori teorici del Forum Sociale Mondiale. Dall’università di Coimbra, ha messo nero su bianco e sistematizzato molti dei contenuti emersi nel cammino dei movimenti negli ultimi anni. Secondo de Sousa “A Riocentro (dove si tiene il vertice ufficiale, ndr) i negoziatori discutono di come costruire l’ennesimo cavallo di troia, la cortina fumogena di turno, che hanno chiamato Green Economy. Ma non è possibile risolvere i problemi generati dal capitalismo con più capitalismo: la necessità è quella di rendere plurali le forme di economia come le forme di democrazia. Economia pubblica, privata, sociale, cooperativa, solidaria. Democrazia rappresentantiva, partecipativa e comunitaria. Giacchè la risposta non è né può essere una sola”. In questo senso, continua de Sousa “l’unico modo di stimolare un cambiamento vero è partire dalla società civile. Le piazze e le strade sono ormai l’unico luogo pubblico non colonizzato dal capitale finanziario: la sfera dei valori politici, in teoria non vendibili e non comprabili, si è fusa alla sfera dei valori economici. Oggi tutto si compra e si vende”. Da qui la necessità, richiamata più volte nelle discussioni di questi giorni, di lavorare alla costruzione di forme concrete di articolazione dal basso. Al tavolo anche Joan Martinez Alier, uno dei padri dell’economia ecologica, che da anni lavora per mettere in relazione il mondo accademico con le organizzazioni sociali che operano sul campo. Alier ha avvertito: “Il tentativo in corso di dare un valore di mercato ai servizi forniti gratuitamente dalla natura è la strada sbagliata di affrontare...
read moreRIO+20, climate summit but not very ambitious
[By Giuseppe De Marzo for l’Unità of 14 June] The United Nations Conference on Sustainable Development, Rio+20, has started yesterday in Rio de Janeiro. _ It has been twenty years since the first Earth Summit that marked an important step forward in understanding the relationship between economic and social development, and the protection of the environment. Three principles were adopted by 108 heads of state and 172 government delegations: the principle of common but differentiated responsibilities; the precautionary principle; the rights of access to information and public participation. The approved documents were: the Rio Declaration, the Statement on Forests and the Agenda 21. The conventions on Climate Change, Biodiversity and Desertification were signed. And finally the UN Commission on Sustainable Development was created. _ TWENTY YEARS AND ONE DAY At a distance of twenty years from the objectives and the commitments made in Rio, the difference between discourse and reality is huge. The indicators that measure biodiversity loss, climate change, destruction of forests, deaths from pollution, show how sustainable development has been far more rhetoric than substantial. Although the countries within the United Nations have spoken in favour of sustainable development, in fact, the concept of “sustainability”, as well as the idea of “social development” approved in Copenhagen in 1995, has been completely cancelled from the governments’ priorities. In the last two decades, the so-called developed countries have focused on economic growth, leaving in the background distribution of wealth and destruction of the environment. The developing countries were forced by the policies of the IMF, the World Bank and the WTO to focus on an economy centred on the export of raw materials at low cost and on privatisation of basic services, inhibiting the development of a domestic economy linked to domestic demand and autonomous management of industrial and energy policies. Today, the limits and contradictions of such a vision are emerging in all their drama. The Earth does not take it anymore. We have exceeded the loading limits of the planet and we do not give the time to Nature to regenerate to provide the materials and energy we need to support our development model. The “tipping point”, the critical point beyond which the changes become irreversible, has already been exceeded for the vast majority of world science that screams to hurry up to limit the damages, to adapt and mitigate climate change. Today there are no binding instruments that can force the governments that are polluting and consuming more to change the course. The only instrument, created in the path of the 1992 conference was the Kyoto Protocol, which was buried by the demands of the market during the International Climate Change Conference held in Durban in December 2011, where the governments of the most polluting countries have decided to postpone to 2020 the creation of a new binding agreement. Therefore, the point is not to warn on a general risk like “hurry up before it’s too late”, but to be aware that the changes are already underway and that the only act of common sense would be to recognise it and organise ourselves with binding instruments. _ THE CRITICAL POINT _ What is now at stake at the Rio+20 summit is our survival, challenged by the most serious global crisis...
read moreRio minus 20. The agreement brings us back twenty years ago
[By Marica Di Pierri, for Il Manifesto of 17 June] Twenty years ago, Rio de Janeiro was illuminated by the spotlights of the world and crowded with the presence of government delegations, the press and social movements from all over the world. The interest kindled by the historic Earth Summit was higher than ever, and the event seemed for the first time to account for the urgency to address an environmental crisis which was to become a major global threat. The situation worsened dramatically, and today the carioca city is the scene of a new and equally awaited meeting, the UN Rio +20 Summit. Two decades later, the time has come to take stock on the long line of international summits celebrated since then and on the policies based on a sustainable development that has never been sustainable. With regard to the emergencies that had been tracked down at that time – desertification, climate change and biodiversity – the reports of UN agencies and scientists paint a gloomy picture. The climate crisis that is to become irreversible, the sixth mass extinction is underway for many endangered species, the rapid and relentless desertification process. In one word: the collapse of the planet and at the same time social inequalities that keep on growing at an unstoppable pace. With these premises, there can only be one in the accused dock in Rio +20: the current development model that, even with the adjustments that slowly tried to tangle, has proved only to be able to destroy the planet and subsumerights and securities, creating inequalities and havoc for many people in front of well-being for a few, a very few. And on the other hand, in Rio the main dish is quite different: the green economy, a last excuse to give oxygen to a capitalism that is more and more in crisis but that is promoted as a medicine with huge saving power. The failure of the summits from 1992 to now is therefore before everyone’s eyes. The inadequacy of the mechanisms of international negotiations and governance to respond to a crisis, uniting the countries of the North and the South in a battle for the common future, is equally undeniable. This is demonstrated by the press releases already published in the brazilian newspapers, in the final phase of negotiations that has not even started. They denounce the lack of agreement on the key points of discussions: climate, energy, poverty, reform of the financial system, biodiversity. They denounce how difficult it will be to close a deal in such a short time range with these substantial differences. Announcements that sound like a call to play it safe, a warning to the peoples of the world to not hope too much, because even here it will not be possible to make a step in the right direction. Accomplice, the silence of the politics reduced to speechless and embarrassed stone guests. Politics, especially those of the most developed countries, that end up becoming pale defenders of vested interests rather than bearers of global instances. Justice, environment, rights, employment, are the points on which there should be awareness raising and a call to arms by the political forces. Well aware of this are the social organisations, the trade unions, the social networks and movement who are...
read moreThe ecologist alternative
[from Rio de Janeiro, Marica Di Pierri for Il Manifesto of 22 June] After days of useless negotiations, the final document has arrived. It is a storm in a teacup. The grey predictions of the previous day have given way to the black confirmation of a failure which was as expected as it is complete. To be approved, the document has given up all the points on which no consensus could be found, to end up with a text defined as “without substance nor ambition”. No real commitment, no obligations. A triumph of conditionalities and elusiveness which caused the Summit to earn the meaningful nickname of Rio -20. At the People’s Summit for Environmental and Social Justice, set up within 2 Km of the campus in front of the beach of the Flamengo Park, the news was received without surprise. No one was astonished by the confirmation of the inadequacy of the politics, now subsumed to the economic and financial interests, to cope with an emergency that is before everyone’s eyes. In the tents full of people, in the other 1200 auto-organised panels, activists arriving from all over the continent are discussing real alternatives that are going on for years now in many countries with the objective to rebuild a paradigm for a new civilisation. The starting point is: being aware that the current one has entered a deep crisis. A vertical crisis that in addition to the development model, urges us to rebuild a new meaning in ethics and social relationships, before even in economic relationships. Sitting around the table, in the very crowded assembly of yesterday morning organised by the Italian association A Sud, a number of intellectuals that have gone along with and inspired the path of social movements for decades. The topic is: just sustainability and the democratisation of development as a condition for the construction of a new paradigm. Boaventura de Sousa Santos is a Portuguese sociologist, amongst one of the major theorists of the World Social Forum. From the University of Coimbra, he has put pen to paper and he has defined much of the content emerged in the path of movements in recent years. According to de Sousa, “In Rio centre (home to the official summit), negotiators are discussing how to build the next Trojan horse, the smokescreen of the moment, what they call the Green Economy. But it is not possible to solve the problems created by the capitalism with more capitalism: the need is to make economy and democracy plural. Public, private, social, cooperative, solidarity economy. Representative, participative and communitarian democracy. Because the answer cannot not be one”. In this sense, he continues “The only way to stimulate real changes is from civil society. The places and the streets are now the only public places that is not colonised by the financial capital: the sphere of political values, which in theory can neither be sold nor bought, has been merged with the sphere of economic values . Today everything can be sold and bought.” Hence the need, mentioned repeatedly in the discussions last days, to work on the construction of concrete forms of articulation from the bottom. At the same table, Joan Martinez Alier, one of the founders of ecological economics, has been working for years to link the academic...
read moreDiaries from Rio+20, Giuseppe De Marzo, L’Unità
Following the diaries from RIO+20 by Giuseppe De Marzo, spokesman of the association A Sud and scientific director of CDCA _ Air pollution will be the Big Killer in the next 30 years. _ [{By Giuseppe De Marzo for l’Unità, June 15th 2012}] Big Killer. The great murderer. This is how it has been called by the scientists of the OECD who have studied the effects of global pollution. The deadliest murderer in the world in the next 30 years will be air pollution. This means 3.6 millions of people a year. Already now, the number of victims of diseases caused by the air contaminated by polluting industrial activities is around one million. The report of the OECD points out how from now on the number of deaths will exceed those caused by lack of sanitation and water. In the next thirty years, science has no doubts on what will be the effects on health for the citizens of the planet if we don’t immediately change the course of things. Only 2% of the population that live in big cities can hope not to get sick. Only this small part of the world’s population inhales concentrations that are 10pm lower than the indicated threshold of 20 micrograms per cubic meter. For 70% of the population living in towns the future is instead very dark. The numbers of 10 pm and other 70 micrograms will tend to grow in coming years. The axe of pollution will spare no one. There will be a majority of deaths in Asia, but the western world will also witness the emergency, especially the older people. Deaths caused by the rise of ozone in cities will increase from 385,000 to 800,000 per year. Also, the level of sulphur oxide and nitrogen is set to increase by respectively 90% and 50%. The OECD report also warns about the loss of biodiversity caused by increasing greenhouse gases and increasing water consumption. Simon Upton, head of the Environment Directorate of the OECD, talks about interconnected problems that “cannot be solved one at a time”. We need policies that analyse and respond in a multidimensional and interconnected way. The dramatic findings of the report don’t seem to trouble the sleep of the politics, notable absentees here in Rio de Janeiro, in the global debate on the future of the planet and on the alternatives to the neoliberal model and the debitocracy.G.D.M _ “The world is watching”. But the climate summit is being deserted by the Great: Hollande, yes, Merkel, no _ [{By Giuseppe De Marzo for l’Unità, June 16th 2012}] “We must accelerate the work. We only have three days to do it, otherwise we will fail. We have a huge responsibility on our shoulders. The whole world is watching”. _ These are the words of the Secretary-General of the Rio+20 Conference, and United Nations Under-Secretary-General for Economic and Social Affairs Sha Zukang, who has opened the last preparatory negotiations round before the final meeting that will be held from 20 to 22 June. “The future we want”, is the document on which government delegations and major groups, multinationals, trade unions and NGOs have been working for months. The mediation efforts have produced a revised document compared to the primary intentions. As a consequence of the...
read moreIl vertice dei popoli. Vent’anni dopo, in gioco è il futuro
Vent’anni fa Rio de Janeiro fu illumitata dai riflettori del mondo e affollata dalla presenza di delegazioni governative, stampa e movimenti sociali giunti da tutto il pianeta. [{di Marica Di Pierri, su il Manifesto del 17 giugno}] Vent’anni fa Rio de Janeiro fu illumitata dai riflettori del mondo e affollata dalla presenza di delegazioni governative, stampa e movimenti sociali giunti da tutto il pianeta. L’interesse acceso dallo storico Vertice della Terra era alto come non mai, e l’appuntamento sembrava dar conto per la prima volta dell’urgenza di affrontare una crisi ambientale destinata a divenire la principale minaccia globale. A situazione drammaticamente peggiorata, oggi la città carioca è scenario di un nuovo e altrettanto atteso incontro, il Vertice Onu Rio+20. A due decenni di distanza, un bilancio si impone sulla lunga fila di summit internazionali celebrati da allora e sulle politiche improntate a uno sviluppo sostenibile che sostenibile non è stato mai. Riguardo alle emergenze rintracciate allora – desertificazione, cambiamento climatico e biodiversità – i report delle agenzie Onu e degli scienziati disegnano un quadro a tinte fosche. Crisi climatica che rischia di divenire irreversibile, sesta estinzione di massa in corso per numero di specie a rischio, processo di desertificazione in avanzamento rapido ed inesorabile. In una parola: pianeta al collasso, mentre dall’altro lato la disuguaglinza sociale continua a crescere a un ritmo inarrestabile. Con queste premesse, l’imputato sul banco di Rio+20 non può essere che uno: il modello di sviluppo attuale, dimostratosi capace soltanto, pur con i correttivi che via via hanno tentato di improgli, di distruggere il pianeta e sussumere diritti e garanzie creando disuguaglianze e devastazione per moltissimi a fronte di benessere per pochi, pochissimi. E invece a Rio il piatto forte è un altro: la green economy, ultimo espediente per dare ossigeno a un capitalismo sempre più in crisi ma propagandata come medicina dotata di immenso potere salvifico. Il fallimento dei vertici che si sono susseguiti dal 92 ad oggi è dunque sotto gli occhi di tutti. L’inadeguatezza dei meccanismi di negoziazione internazionale e della governance a rispondere a una crisi che unisce paesi del nord e del sud in una battaglia per il futuro comune è altrettanto innegabile. Lo dimostrano le dichiarazioni già apparse sui giornali brasiliani, a tornata finale di negoziazioni neppure iniziata. Si denuncia la mancanza di accordo sui punti centrali in discussione: clima, energia, povertà, riforma del sistema finanziario, biodiversità. Si annuncia quanto difficile sarà chiudere un accordo nel poco tempo a disposizione con queste divergenze di fondo. Annunci che suonano come un mettere le mani avanti, un avvertimento ai popoli del mondo di non sperarci troppo, perchè neppure qui si riuscirà a fare un passo avanti nella direzione giusta. Complice, il silenzio di una politica ridotta a convitato di pietra ammutolito e imbarazzato. Una politica che, soprattutto nei paesi più sviluppati, finisce col divenire pallido difensore di interessi di parte piuttosto che portatrice di istanze globali. Giustizia, ambiente, diritti, lavoro, sono i punti su cui ci sarebbe bisogno di una presa di coscienza e di una chiamata alle armi da parte delle forze politiche. Lo sanno bene le organizzazioni sociali, i sindacati, i movimenti e le reti sociali che si sono date appuntamento in queste settimane a Rio, per dare vita, parallelamente al vertice Onu, al Summit dei Popoli per la...
read moreRIO+20, summit sul clima ma poco ambizioso
Sono passati 20 anni dalla prima conferenza sulla Terra che segnò un forte avanzamento nella consapevolezza della relazione tra sviluppo economico, sociale e protezione dell’ambiente. [{di Giuseppe De Marzo su l’Unità del 14 giugno}] È iniziata ieri a Rio de Janeiro la conferenza mondiale delle Nazioni Unite sullo Sviluppo Sostenibile Rio+20. Sono passati 20 anni dalla prima conferenza sulla Terra che segnò un forte avanzamento nella consapevolezza della relazione tra sviluppo economico, sociale e protezione dell’ambiente. Tre i principi che vennero adottati da 108 capi di Stato e 172 delegazioni governative: la responsabilità comune ma differenziata; il principio di precauzione; il diritto all’informazione ed alla partecipazione. I documenti approvati furono: la dichiarazione di Rio, quella sulle Foreste e l’Agenda 21. Firmate le convenzioni sui Cambiamenti Climatici, la diversità biologica e la desertificazione. Creata infine la Commissione delle Nazioni Unite sullo Sviluppo Sostenibile. VENT’ANNI E UN GIORNO A distanza di venti anni dagli obiettivi e dagli impegni presi a Rio, la differenza tra il discorso e la realtà dei fatti è enorme. Gli indicatori che misurano la perdita di biodiversità, gli sconvolgimenti climatici, la distruzione delle foreste, le morti per inquinamento, mostrano come lo sviluppo sostenibile sia stato sino ad ora retorica più che sostanza. Nonostante nell’ambito delle Nazioni Unite i paesi si siano pronunciati per lo sviluppo sostenibile, in realtà la nozione di “sostenibilità” è stata completamente cancellata dalle priorità dei governi, così come quella di “sviluppo sociale” approvata a Copenaghen nel 1995. I paesi cosiddetti sviluppati si sono concentrati in queste due decadi sulla crescita economica, lasciando in secondo piano la distribuzione della ricchezza e la distruzione dell’ambiente. I paesi in via di sviluppo sono stati forzati dalle politiche del FMI, della BM e del WTO a puntare su un’economia incentrata sull’esportazioni di materie prime a basso costo e sulle privatizzazioni dei servizi basici, inibendo lo sviluppo di un’economia domestica legata alla domanda interna e ad un’autonoma gestione delle politiche industriali ed energetiche. Oggi i limiti e le contraddizioni di questa visione esplodono in tutta la loro drammaticità. La Terra non ce la fa più. Abbiamo superato i limiti di carico del pianeta e non diamo il tempo alla natura di autorigenerarsi per fornire i materiali e l’energia di cui abbiamo bisogno per sostenere il modello di sviluppo. Il “tipping point”, il punto critico oltre il quale il cambiamento diventa inarrestabile, è stato già superato per la stragrande maggioranza della scienza mondiale che urla di fare presto per limitare i danni, adattarsi e mitigare i cambiamenti. Oggi non esistono strumenti vincolanti che possano costringere i governi di coloro che inquinano e consumano di più a cambiare rotta. L’unico, nato dal percorso dalla conferenza del ’92, era proprio quel protocollo di Kyoto che è stato seppellito dalle esigenze del mercato durante la Conferenza internazionale sul clima tenutasi a Durban nel dicembre 2011, dove i governi dei più grandi inquinatori hanno preferito rimandare al 2020 un accordo nuovamente vincolante. Il punto dunque non è denunciare un generico rischio del tipo “fate presto prima che sia troppo tardi”, bensì prendere consapevolezza che i cambiamenti sono già in atto e che l’unica cosa di buon senso sarebbe riconoscerli ed organizzarci con strumenti vincolanti. IL PUNTO CRITICO In ballo al vertice di Rio+20 c’è la nostra sopravvivenza, messa in discussione dalla più grave...
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Marica Di Pierri per Valori.it – Verso la Cop30 di Belém, cosa aspettarci dal più importante appuntamento per salvare il clima della Terra? Diretta con Marica Di Pierri, Luca Lombroso, Giovanni Mori e Lorenzo Tecleme.