Dal 10 al 21 novembre 2025 saremo a Belém, in Brasile, per partecipare come osservatori alla 30° Conferenza delle Nazioni Unite sul Clima. Racconteremo quanto avviene dentro e fuori le negoziazioni, porteremo e raccoglieremo le voci dei territori in lotta contro l’estrattivismo, contro il greenwashing e per una transizione ecologica realmente giusta.
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A Belém si discuteranno e valuteranno gli NDCs, i nuovi impegni climatici nazionali che stabiliscono gli obiettivi di riduzione delle emissioni di ogni paese. Accanto alla mitigazione, l’adattamento sarà uno dei temi centrali attraverso il Global Goal on Adaptation (GGA) e i nuovi Piani nazionali di adattamento. Un altro capitolo chiave sarà quello della finanza per il clima. Tra i punti principali il nuovo obiettivo di finanziamento (NCQG), che punta ad aumentare il sostegno ai Paesi in via di sviluppo da 100 a 300 miliardi di dollari l’anno, e la Roadmap Baku-Belém, che traccia un percorso per mobilitare almeno 1.300 miliardi di dollari l’anno entro il 2035.
Temi cruciali, che si scontrano con uno scenario geopolitico ostile, segnato dal negazionismo climatico, dai venti di guerra, dalla corsa al riarmo e dalla violenza istituzionale. Non è un caso che in gioco a Belém ci sia più che mai la credibilità della diplomazia climatica e la sua capacità di tradurre le intenzioni in impegni concreti.
La Cupula dos povos
La Cúpula dos Povos è il grande incontro dei movimenti sociali e delle comunità che vivono in prima linea la crisi climatica. Nata nel 1992 come risposta critica alle negoziazioni ufficiali, propone un’alternativa fondata su giustizia climatica, sociale e ambientale, solidarietà e saperi ancestrali.
Dal 12 al 16 novembre 2025, in concomitanza con la COP30 di Belém, riunirà popoli indigeni, comunità quilombola e tradizionali, giovani e lavorator? in marce, dibattiti e azioni culturali.
La Cúpula mette al centro vite, diritti e territori, non statistiche: unisce chi costruisce ogni giorno soluzioni reali, dall’agroecologia alla difesa dei beni comuni, per spingere i governi ad adottare politiche di vera giustizia climatica.
Dichiarazione della Cupula Dos Povos
Perché A Sud e CDCA alla COP?
Nelle Cop si riuniscono i governi dei 197 Paesi che hanno ratificato la Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (UNFCCC), firmata a Rio de Janeiro nel 1992. Ma la COP30 non è solo un vertice diplomatico: è il terreno di confronto (e di scontro) tra attori diversi e diverse visioni del mondo. Da una parte il business as usual che trasforma la crisi climatica in profitto, dall’altra movimenti e territori che lottano per giustizia climatica, autodeterminazione e diritti della Natura.
La COP30 si terrà nel cuore dell’Amazzonia, a Belém do Pará, in Brasile. Non è un dettaglio geografico ma una scelta politica: è nel Sud globale che l’ingiustizia climatica colpisce più duramente mentre il Nord globale continua a negoziare emissioni e interessi fossili.
Qui non si decide solo il futuro del clima: si decide chi avrà diritto a un futuro.
Per raccontare cosa c’è in gioco, e come finisce la partita.
Andiamo alla COP per osservare da vicino i negoziati, capire quali equilibri politici e di potere si stanno ridefinendo, e portare la prospettiva dei territori e dei movimenti che chiedono giustizia climatica.
La partecipazione di A Sud e CDCA serve a connettere le lotte locali con quelle globali, rafforzare alleanze internazionali e raccontare – con sguardo indipendente e critico – come la diplomazia climatica sta affrontando, o eludendo, le proprie responsabilità.
Perché solo intrecciando voci e resistenze dal basso possiamo costruire un futuro giusto per tutt?.
Per costruire e rafforzare alleanze internazionali
Svolgere la COP in Brasile è un segnale che conta: significa rimettere al centro chi la crisi climatica la subisce davvero. Andiamo a Belém per stare con i movimenti globali per la giustizia climatica. In America Latina oggi si gioca una partita enorme: conflitti ambientali, estrattivismo, repressione, lotte indigene e popolari che resistono da decenni. Con tante realtà — dalla Colombia alla Bolivia, fino all’Amazzonia — abbiamo già lavorato, fatto campagne, costruito ponti. Lì ritroviamo compagn? con cui condividiamo visioni e pratiche.
Per portare una visione radicale dentro la COP
Sì, probabilmente sarà l’ennesimo flop diplomatico. Ma proprio per questo dobbiamo esserci, per non lasciare quei tavoli alle lobby fossili e ai governi che parlano di transizione mentre trivellano.
Da dentro vedi meglio le dinamiche, le crepe, le possibilità di alleanze e di conflitto.
Andiamo per portare la prospettiva della giustizia climatica e delle lotte dal basso, che legano crisi climatica, razzismo, patriarcato e disuguaglianze. La COP non è un punto d’arrivo: è un passaggio. Il resto si fa fuori, insieme, ogni giorno.
Diario dalla COP30
- Giorno 12 – 24 novembre 2025
Belém svela il fallimento della diplomazia climatica, ma apre spiragli: una roadmap anti-fossile e nuove alleanze per la giustizia.
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- Giorno 11 – 21 novembre 2025
Penultimo giorno a Belém: incendio in COP30, stalli politici e pressioni crescenti sul BAM e sull’uscita dai fossili.
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- Giorno 10 – 20 novembre 2025A Belém 85 Paesi spingono per uscire dai fossili, mentre Italia e Polonia frenano. La COP30 è al bivio, il tempo è adesso.
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- Giorno 9 – 19 novembre 2025
Belém rilancia la lotta globale ai fossili: la Colombia guida un fronte che vuole uscire davvero dal modello che brucia il pianeta.
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- Giorno 8 – 18 novembre 2025
Alla COP30 la transizione dai combustibili fossili sembra lontana, mentre i fondi dell’adattamento sono sotto il minimo.
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- Giorno 7 – 17 novembre 2025
Belem in rivolta: popoli indigeni e movimenti sociali spingono per una COP30 che dica finalmente basta ai fossili.
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- Giorno 6 – 15 novembre 2025
Anche quest’anno i dati sulla presenza dei lobbisti Gas&Oil alla conferenza di Belém sono alti: su ogni 25 persone accreditate al vertice, uno è un lobbista dei combustibili fossili, in totale sono oltre 1600.
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- Giorno 5 – 14 novembre 2025
Il TFFF entra nella Cupula tra promesse e contraddizioni: fondi incerti, debiti in aumento e movimenti che denunciano l’ennesima falsa soluzione verde.
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- Giorno 4 – 13 novembre 2025
A Belém la protesta indigena irrompe nella COP30 e svela le contraddizioni del Brasile fossile. Intanto la Cupula esplode di mobilitazioni globali.
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- Giorno 3 – 12 novembre 2025
Adattamento al centro della COP30, ma i fondi restano insufficienti. A Belém arrivano movimenti e comunità indigene: la vera pressione viene dai territori.
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- Giorno 2 – 11 novembre 2025
Lula parla di disuguaglianze alla Cop30, ma il Brasile continua a spingere sul fossile. A Belém torna al centro il nodo tra clima e ingiustizia.
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- Giorno 1 – 10 novembre 2025
Dalla Cop30 alla Cúpula dos Povos: a Belém si apre la sfida per la giustizia climatica tra responsabilità globali, diritti dei popoli e resistenza dei territori.
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Articoli di approfondimento alla COP30
- Cosa resta della Cop30, la battaglia per il clima e i diritti è ancora lunga – 24 novembre 2025
Marica Di Pierri e Laura Greco su Domani – COP30 fallisce su fossili e foreste, ma il Bam e il blocco dei 82 paesi per l’uscita dal fossile aprono spiragli di lotta e nuove alleanze.
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- Sulla fine dei lavori della COP30 – 24 novembre 2025
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Cosa è successo alla 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici? Quali sono le grandi vittorie? Quali le sconfitte?
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- La tabella della discordia – cos’è successo alla COP30 – 23 novembre 2025
Laura Greco su Radio24 – COP30 a Belém annuncia impegni su energia, foreste e adattamento, ma senza una vera uscita dal fossile restano promesse vuote da incalzare con lotte dal basso.
Ascolta su Il Sole 24 ore
- “A resposta somos nós”. Ma alla COP30 le richieste dei popoli indigeni non fanno breccia – 23 novembre 2025
Laura Greco su EconomiaCircolare.com – Alla COP30 le voci indigene restano ai margini mentre la foresta corre verso il punto di non ritorno. Senza giustizia, non c’è futuro.
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- La “Dichiarazione di Belém” e il multilateralismo del phase out dai fossili spinto dal basso – 21 novembre 2025
Laura Greco su Altreconomia – Da Belém arriva una spinta dal basso per uscire dai fossili: governi e movimenti uniscono le voci per un phase out reale, giusto, globale.
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- Cop30: senza il Gender action plan ogni azione climatica è limitata – 21 novembre 2025
Marica Di Pierri e Laura Greco su Valori – Nonostante le ambiziose premesse il Gender action plan ha trovato diversi ostacoli sui tavoli negoziali della Cop30
- Cop30: senza il Gender action plan ogni azione climatica è limitata – 21 novembre 2025

- Alla Cop30 arrivano le storie di migrazioni climatiche – 21 novembre 2025
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30, in vista delle negoziazioni finali, si parla del fenomeno crescente degli sfollamenti forzati dal cambiamento climatico.
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- Belém, la foresta degli indigeni si ribella a Lula – 20 novembre 2025
Laura Greco su Il Manifesto – Le nazionalità dell’Amazzonia denunciano l’inagibilità politica alla Cop e chiedono una mobilitazione internazionale guidata direttamente dai popoli indigeni per proteggere i loro territori e affrontare la crisi climatica alla radice
- Alla Cop 30 i movimenti si riprendono la scena – 20 novembre 2025
Marica Di Pierri su Il Manifesto – Era dalla Cop 26 di Glasgow che non si vedeva così tanta società civile. Accanto al vertice ufficiale, in più di 50 mila hanno animato la «Cupula dos povos» per una svolta vera sul clima e i diritti
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- COP30, BELÉM | Italiani in mobilitazione – 20 novembre 2025]
Il Climate Pride in azione alla COP30: l? attivist? chiedono all’Italia una roadmap chiara e ambiziosa per uscire dai fossili.
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- A Belém torna il protagonismo sociale – 19 novembre 2025
Marica Di Pierri su Collettiva – Alla Cop30 movimenti, organizzazioni, popoli e sindacati riacquistano centralità: proposte e campagne dal basso sono arrivate nelle stanze dei negoziati.
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- Come procede la COP30 in Brasile? Intervista a Laura Greco da Bélem – 19 novembre 2025
Laura Greco su Scienza e Pace Magazine – COP30 tra repressione, lobby fossili e resistenze indigene: la giustizia climatica la costruiscono i territori, non i negoziati.
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- Lifegate dalla COP30 – 18 novembre 2025
Marica Di Pierri su Lifegate – Dalla COP30 il racconto dell’inedita comunicazione tra dentro e fuori la COP, tra le richieste indigene e l’ambiguo governo di Lula.
Ascolta su Lifegate
- Il Fondo per le foreste e la falsa soluzione del biocapitalismo si ripropone alla Cop30 di Belém – 18 novembre 2025
Laura Greco su Altreconomia – Il Tropical forests forever facility lanciato da Lula è l’ennesimo dispositivo finanziario che viene presentato come innovazione.
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- Attivismo e giustizia climatica: se il diritto alla protesta diventa un reato – 17 novembre 2025
Marica Di Pierri su Valori.it – Alla Cop30 emerge un allarme globale: in molti Paesi il diritto alla protesta viene represso e l’attivismo ambientale è sempre più criminalizzato
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- Alla Cop30 di Belèm il fondo per l’adattamento resta senza fondi – 17 novembre 2025]
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30 fallisce, per il terzo anno di fila, l’obiettivo di raccolta minima per finanziare l’adattamento dei Paesi del Sud globale.
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- Massiccia partecipazione popolare a Belém – 16 novebre 2025
Marica Di Pierri su L’aria Che Respiri – Alla Cúpula dos Povos tantissime voci per reclamare la fine dei combustibili fossili e una giustizia climatica guidata dai popoli, non dalle multinazionali.
Ascolta su Radio Rai1
- In diretta da Bele?m – Aggiornamenti sulla prima settimana di COP30 – 15 novembre 2025
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – In diretta da Belém, per raccontare in diretta i lavori della 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici. ?Foto di Oliver Ninja e Midia Ninja
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- Cop30: chi difende i combustibili fossili dentro i negoziati sul clima – 14 novembre 2025
Marica Di Pierri per Altreconomia – Alla Cop30 un lobbista fossile ogni 25 delegat?: il vertice che dovrebbe chiudere l’era fossile continua a farsela scrivere da chi la profitta.
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- Giustizia climatica, questa dimenticata – 13 novembre 2025
Marica Di Pierri su Il Manifesto – Il legame tra clima e disuguaglianze è ormai assodato. Ma dopo 30 anni di conferenze, i ricchi continuano a fare grandi affari con i fossili.
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- L’adattamento secondo la COP30: “Adattarsi è sopravvivere” – 13 novembre 2025
Marica Di Pierri per EconomiaCircolare.com – COP30 punta a rendere operativo il Global Goal on Adaptation, tra governance multilivello, indicatori, fondi insufficienti e necessità di giustizia climatica.
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- La Cop30 in Brasile e le politiche industriali green – 11 novembre 2025
Marica Di Pierri per Tutta La Città Ne Parla, Radio3 – È iniziata la Cop30 a Belém, 10 giorni in cui si discuterà su come trovare una via d’uscita alla deriva del cambiamento climatico nonostante le difficoltà politiche che ci circondano.
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- Road to Belém – 7 novembre 2025
Marica Di Pierri per Valori.it – Verso la Cop30 di Belém, cosa aspettarci dal più importante appuntamento per salvare il clima della Terra? Diretta con Marica Di Pierri, Luca Lombroso, Giovanni Mori e Lorenzo Tecleme.
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- Da Parigi a Belém, i conti che non tornano – 6 novembre 2025
Marica Di Pierri per Il Manifesto – Tra tensioni e fragili compromessi, i preparativi alla vigilia della Conferenza Onu. A che punto sono gli impegni nazionali di riduzione e i piani di adattamento dei singoli Paesi.
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- A Sud a Belém alla Cop30 – 6 novembre 2025
A Sud seguirà negoziati e mobilitazioni dalla COP30 di Belém, amplificando le voci dei movimenti per giustizia climatica e sociale.
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- A Sud aderisce alla Global Call to Action della Cúpula dos Povos – 5 settembre 2025
Il 15 novembre scendiamo in piazza: basta disuguaglianze e razzismo ambientale, vogliamo giustizia climatica e un mondo dove la vita sia al centro.
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- Vertice dei Popoli Verso la COP30: Manifesto Politico – 13 giugno 2025
A Sud aderisce al Manifesto dei Popoli verso la COP30: un appello globale per giustizia climatica, anticapitalismo e democrazia dal basso.
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Racconteremo le negoziazioni
Per spiegare cosa accade davvero alla COP30, come si muovono i governi e quali interessi guidano le scelte sulla crisi climatica. Vi offriremo una copertura quotidiana per raccontarvi con le nostre parole e con uno sguardo critico, indipendente e radicale, vicino ai movimenti il dentro e fuori la Cop
Sveleremo le contraddizioni
Tra le promesse ufficiali e la realtà, mostrando lo scontro continuo tra lobby fossili e popoli che difendono la vita e i territori. Denunceremo le responsabilità smascherando la falsa transizione energetica e chi continua a inquinare mentre parla di sostenibilità con greenwashing e false soluzioni
Daremo voce alle comunità
Portando le loro storie, le lotte quotidiane e le alternative concrete alla devastazione ambientale, contro colonialismo ed estrazione. Ci collegheremo con l’Italia per connettere istanze e battaglie
INFO E CONTATTI
Per contatti e interviste con la delegazione:
maricadipierri@asud.net
+ 55 21 967071220
Laura Greco
lauragreco@asud.net
+55 21 997673184
Miteni: storia di una contaminazione ambientale
[Laura Landi per CDCA] Il fallimento della Miteni: storia di una contaminazione ambientale Non si può comprendere la dichiarazione di fallimento della Miteni Spa, azienda simbolo dell’inquinamento a Trissino (VI), senza guardare anni di lotte, cortei e battaglie legali. Sono anni che la popolazione delle province di Vicenza, Verona e Padova protesta contro le attività della Miteni, attualmente indagata per disastro ambientale relativo all’inquinamento da Pfas, sostanze perfluoroalchiliche responsabili di gravi patologie mediche. Era il 2013, e gli abitanti vicentini, padovani e veronesi, a seguito di uno studio condotto dal CNR, sono venuti a conoscenza dell’elevata presenza di questi composti nelle acque (superficiali, potabili e di falda) delle tre province. Si è quindi attivata l’Arpav che, grazie a una serie di campionamenti eseguiti in punti strategici, ha dato un nome al responsabile dell’inquinamento: Miteni S.p.A., l’azienda chimica che lavora a Trissino dal 1965. La vicenda è venuta fuori solo nel 2013, ma le attività contaminanti cominciano almeno al 1977. I cittadini, riuniti in comitati quali il Coordinamento Acqua Libera dai Pfas e le Mamme No Pfas, hanno lottato a lungo per far luce sulla questione e procedere legalmente contro l’imputato: sono stati anni di manifestazioni, di lotte per sensibilizzare la cittadinanza, di esposti per denunciare chi ha inquinato le acque sversando sostanze perfluoroalchiliche in maniera incontrollata e senza interrogarsi sulle conseguenze. Il danno sanitario Sono stati anche anni di scoperte sempre più preoccupanti: da quella dei rifiuti industriali sotterrati illegalmente probabilmente negli anni ’70 dalla Miteni, agli allarmanti risultati degli esami del sangue condotti sugli adolescenti della cosiddetta ‘zona rossa’, che hanno fatto emergere una presenza anomala di Pfoa (Acido Perfluoro Ottanoico) pari a una media di circa 64 nanogrammi/grammo (per capire la profondità del problema, si pensi che la media presente nelle persone monitorate al di fuori dell’area dell’inquinamento è di di 2-3 nanogrammi). La situazione è apparsa ancora più grave nel luglio 2018, quando si è scoperto che tra il 2014 e il 2017 la Miteni avrebbe ricevuto da un’azienda olandese fino a 100 tonnellate annue di rifiuti chimici pericolosi contenenti GenX (una sostanza del gruppo dei PFAS, di difficile degradazione e potenzialmente cancerogena), senza ricevere alcun limite allo sversamento della sostanza. Siamo davanti a una situazione che appare sempre più critica mano a mano che nuove scoperte riguardanti le attività della Miteni vengono fatte. Alcuni medici attivi nella zona, come Elisa Dalla Benetta, hanno sottolineato che bisogna tenere conto del fatto che le relazioni ufficiali relative allo stato di salute della popolazione esposta alla contaminazione da Pfas non si avvicinano al loro reale stato di salute, che sarebbe invece addirittura peggiore. Dalla Benedetta ha per esempio spiegato che fra i suoi pazienti ha riscontrato un valore altissimo di ferritina, indice di infiammazioni croniche, così come molti più casi della media per quanto rigurda Alzheimer, disturbi dell’apprendimento, infarti, ictus e casi di pubertà precoce, casi di tumore (rene e testicolo in particolare) imputabili all’inquinamento da Pfas, e anomali casi di aborto spontaneo. Le indagini Anni di mobilitazione che stanno cominciando ad ottenere i primi risultati: a marzo 2018 il Governo ha dichiarato lo stato di emergenza (della durata di 12 mesi) in relazione alla contaminazione da PFAS delle acque di falda dei territori delle province di Padova, Verona e Vicenza. La Procura di Vicenza indaga intanto per...
read moreDecarbonizzazione sistema Italia: il Pacchetto Volontà dei No Triv
[pubblicato su Rinnovabili.it, 16 ottobre 2018] Il Coordinamento Nazionale No Triv ha inviato al Ministero dello Sviluppo Economico il Pacchetto Volontà, un documento che racchiude nove proposte di interventi normativi finalizzati alla decarbonizzazione del sistema Italia Un pacchetto di misure finalizzate all’accelerazione di quel processo di decarbonizzazione del sistema Italia, che si impone tra le priorità dell’azione di governo. Il Coordinamento Nazionale No Triv riparte alla riscossa e mette a disposizione del Governo e di tutte le forze parlamentari il Pacchetto Volontà, un documento contenente 9 misure di carattere normativo proposte da No Triv per accelerare il processo di decarbonizzazione dell’Italia. Un processo che secondo il Coordinamento dovrebbe essere “tempestivo e risoluto”, considerate anche le conclusioni cui è pervenuto l’IPCC nel rapporto diffuso pochi giorni fa, per difendere i territori e i diritti dei cittadini. In una lettera inviata al Ministero dello Sviluppo Economico, il Presidente del Coordinamento Nazionale No Triv, Francesco Masi, parla di “un fare virtuoso, fattivo e stringente” che dovrebbe essere messo in atto e ricorda le devastazioni ambientali che hanno subito negli anni i territori e le popolazioni: “Il pensiero – scrive Masi nella lettera – corre ai territori e alle popolazioni da decenni vittime di sistematiche campagne di saccheggio e di devastazione ambientale; si pensi, ad esempio, alla Basilicata”. Nello specifico, le nove misure propongono: l’approvazione di una moratoria riguardante attività di ricerca, coltivazione e stoccaggio ulteriori rispetto a quelle oggetto di titoli già concessi, sia in mare sia sulla terraferma; il ripristino della Previsione del Piano delle Aree, abolito dal Governo Renzi con la Legge di Stabilità 2016 (“Il Piano delle Aree – si legge nel Pacchetto – avrebbe dovuto funzionare da strumento di regolazione, programmazione, razionalizzazione delle attività estrattive nel nostro Paese, ma non ha mai visto la luce. La sua stessa previsione è stata infatti abrogata dal Parlamento in base a un emendamento alla Legge di Stabilità 2016”); il ripristino dello strumento dell’intesa in senso forte tra Stato e Regioni (“Sul piano normativo – si riporta dal documento – si è generata una situazione di dubbia legittimità costituzionale, che sottrae di fatto agli Enti Locali un fondamentale strumento di esercizio e tutela delle prerogative democratiche a garanzia delle ragioni dei territori. Oggi l’Esecutivo dispone infatti del potere di superare l’opposizione delle Regioni, concedendo a suo piacimento la relativa “autorizzazione unica”); l’abrogazione della norma che consente di prorogare i termini temporali delle concessioni petrolifere giunte a scadenza; il rispetto della volontà della maggioranza dei votanti in occasione del referendum No Triv; l’approvazione di un nuovo disciplinare-tipo rispettoso delle prerogative delle Regioni; una revisione delle norme sulla VIA (Valutazione di Impatto Ambientale); nuovi criteri di valutazione per la nomina dei componenti della Commissione Nazionale VIA, allo scopo di prevenire e stroncare il sistema che favorisce il transito nelle varie commissioni ministeriali (Mise e Minambiente) di figure provenienti da società direttamente e indirettamente interessate allo sviluppo delle attività Oil&Gas in Italia, e non solo; infine il varo di un piano di decommissioning degli impianti estrattivi non più produttivi/non eroganti, comprensivo di bonifiche ambientali, che, secondo il Coordinamento No Triv “avrebbe anche una positiva ricaduta sul piano degli investimenti e del mantenimento degli attuali livelli nazionali in un settore in cui il nostro Paese è in grado far valere know-how esclusivo ed eccellenti capacità operative”....
read moreWe subscribe and disseminate the petition for a Global Moratorium on Gene Drives, in view of the XII Conference of the Parties to the Convention on Biological Diversity. Gene drives are a new tool that force genetically engineered traits through entire populations of insects, plants, animals and other organisms. This invasive technology represents a deliberate attempt to create a new form of genetic pollution. They may drive species to extinction and undermine sustainable and equitable food and agriculture. Read the petition here Read the report here Read the press release...
read more[posted by Arthur Neslen on The Guardian, October 9, 2018] A court in The Hague has upheld a historic legal order on the Dutch government to accelerate carbon emissions cuts, a day after the world’s climate scientists warned that time was running out to avoid dangerous warming. Appeal court judges ruled that the severity and scope of the climate crisis demanded greenhouse gas reductions of at least 25% by 2020 – measured against 1990 levels – higher than the 17% drop planned by Mark Rutte’s liberal administration. The ruling – which was greeted with whoops and cheers in the courtroom – will put wind in the sails of a raft of similar cases being planned around the world, from Norway to New Zealand and from the UK to Uganda. Marjan Minnesma, the director of the Urgenda campaign which brought the case, called on political leaders to start fighting climate change rather than court actions. She said: “The special report of the IPCC emphasises that we need to reduce emissions with much greater urgency. The Dutch government knows that as a low-lying country, we are on the frontline of climate change. Our own government agencies recently concluded that in the worst case scenario sea levels might rise by 2.5 to 3 metres by the end of the century. The court of appeal’s decision puts all governments on notice. They must act now, or they will be held to account.” Jesse Klaver, the leader of the Dutch Greens welcomed the decision as “historic news”. He told the Guardian: “Governments can no longer make promises they don’t fulfil. Countries have an obligation to protect their citizens against climate change. That makes this trial relevant for all other countries.” The Dutch government must now decide whether to appeal to the Netherlands’ supreme court, or explain how it will nearly double the entire amount of greenhouse gas emission cuts it has made since 1990 within one year. One of two newly opened coal plants would have to be shut down to comply with the original court ruling, according to a report by CE Delft in 2016. Government sources did not immediately respond to requests for comment but an appeal is thought likely. However, legal sources cautioned that its success was far from assured, given the conservative nature of two courts in The Hague which had now ruled for the Urgenda campaign, and its 886 citizen co-litigants. State lawyers had argued that the judges were “sidelining democracy” by trying to force a policy change but the court found government proposals “unacceptable” in a stinging and wide-ranging judgement that leaned heavily on the European Convention of Human Rights. “Climate change is a grave danger,” ruled Judge Tan de Sonnaville. “Any postponement of emissions reductions exacerbates the risks of climate change. The Dutch government cannot hide behind other countries’ emissions. It has an independent duty to reduce emissions from its own territory.” Rutte’s administration has pledged to reduce emissions by 49% by 2030, but in nearly three decades, the country has so far only cut its emissions by 13%. Since 2012, that figure has barely changed, despite a court ruling for the 25% cut three years ago. Paul van der Zanden, a spokesman for the Netherlands’ economic affairs and climate ministry said: “A possible appeal by the Dutch government will not interfere with the execution of the the Hague court...
read moreCampania: la risposta al biocidio di chi produce circolare
[di Vincenzo Forino per CDCA Campania] Una vasta zona della regione Campania è oramai tristemente nota ai più come “Terra dei Fuochi”. La motivazione è da addurre al fatto che negli ultimi decenni la nostra regione è stata teatro, tra gli altri, di tre fenomeni molto gravi: quello dei cosiddetti “roghi tossici”, l’interramento di rifiuti speciali, e gli incendi di discariche, depositi e degli impianti di smaltimento di rifiuti urbani e speciali, anche pericolosi. Questi fenomeni sono nati e si sono evoluti in maniera differente, ma hanno spesso avuto la stessa regìa, la quale si è esplicata attraverso la cooperazione tra ecomafie, imprenditori senza scrupoli e rappresentanti istituzionali corrotti. Il primo fenomeno è nato per l’esigenza di quelle aziende (soprattutto locali) che producevano in regime di evasioni fiscale di far letteralmente sparirei rifiuti prodotti poichè non potevano essere smaltiti in maniera legale ed esisteva il rischio che, qualora rimanessero intatti, potessero ricondurre a coloro che li avevano prodotti. Il secondo ha avuto luogo poiché alcune industrie (principalmente del nord Italia e del nord Europa) si sono rivolte alla criminalità organizzata (che da anni gestisce il trasporto dei rifiuti) per abbattere i costi di smaltimento relativi ai propri scarti di lavorazione. Infine dietro il terzo fenomeno (diffuso oramai in tutto il Paese) pare ci siano interessi economici legati allo smaltimento dei rifiuti speciali, infatti quelli combusti hanno dei costi di smaltimento assai maggiori rispetto alle altre tipologie di rifiuti. Spesso, però, c’entra il cosiddetto “giro di bolla”: cioè faccendieri della peggior specie organizzano il trasporto di rifiuti speciali, anche pericolosi, in capannoni adibiti allo stoccaggio di rifiuti urbani, li si avvolge al cellophane e si sostituisce il codice Cer con quello, ad esempio, della plastica. Dopodichè, una volta esaurito lo spazio nei suddetti capannoni, vi si appicca un incendio. Ma c’è anche un’altra spiegazione per tale fenomeno, soprattutto per quanto concerne gli impianti di smaltimento della plastica, i quali sono quelli che maggiormente sono stati presi di mira dai piromani, negli ultimi mesi. Tale spiegazione è da ricondurre al fatto che la maggior parte della plastica smaltita finiva in Cina ma da alcuni mesi il governo cinese ha vietato l’importazione di tali materiali e quindi le aziende nostrane che li smaltivano si sono ritrovate dalla sera alla mattina senza il loro maggior compratore. Quello dell’invasione della plastica e della estrema difficoltà a smaltirla non è chiaramente una questione che attanaglia esclusivamente il nostro Paese. Basti pensare all’enorme problema rappresentato dall’invasione dei mari di materiali plastici che stanno compromettendo in maniera talvolta irreversibile la vita marina. Un esempio fra tutti è il cosiddetto “Pacific Trash Vortex”: un immenso agglomerato di rifiuti grande almeno quanto l’intera Francia, secondo le ultime stime, il quale nel 2013 è stato riconosciuto dall’Unesco come nuovo Stato. Questi fenomeni hanno tutti un comune denominatore e cioè quello di essere espressione del cosiddetto “biocidio”, la distruzione di tutto ciò che è vita. Conseguenza questa di un modello di sviluppo malato e di un sistema economico, quello capitalista, improntato sulla produzione di massa, il consumo convulso di ciò che è prodotto, la distruzione di ciò che è considerato non più utile e lo sfruttamento schizofrenico delle risorse terrestri, in nome del profitto ad ogni costo. Appare evidente come i fenomeni sopradescritti non possano essere superati se non si mette in moto un radicale cambio di rotta incentrato sulla costruzione di un modello economico differente. Da queste riflessioni nasce il modello economico “circolare”, un sistema pensato per potersi rigenerare da solo, contrapponendosi a quello lineare. Tale modello è incentrato su alcuni princìpi basilari: il primo è che non esistono i rifiuti ma che esistono le risorse; che l’energia dovrebbe provenire dal flusso generato dalle forze naturali e che si debbano ridurre gli sprechi...
read more[posted by Thomas Johnson, Anna Lora-Wainwright, Jixia Lu on Sustainability Science, May 2018] Environmental distribution conflicts (EDCs), defined as “mobilizations by local communities against particular economic activities whereby environmental impacts are a key element of their grievances” (Temper et al. 2015: 261–2), have become widespread in China. Whilst they are often centred on community efforts to uphold social justice and protect their local environments, EDCs can also be important by contributing to broader sustainability transitions (Scheidel et al. 2017; Temper et al. 2018; Herrero and Vilella 2017; Camisani 2018). They are driven by changes in social metabolism, namely “the manner in which human societies organize their growing exchanges of energy and materials with the environment” (Martinez-Alier et al. 2010: 153). Although such changes benefit certain groups, others suffer from falling livelihoods, environmental degradation, and worsening public health (Martinez-Alier et al. 2010). Recent transformations in China’s industrial, economic, and social structures have spawned a wide range of EDCs, from large-scale urban protests over facilities such as chemical plants and waste incinerators, to protracted struggles over industrial pollution in rural areas (Lora-Wainwright et al. 2012, 2017; Steinhardt and Wu 2016). In China, EDCs centred on the construction and operation of waste incinerators have become particularly commonplace. Since 2004 China has been the world’s biggest waste generator, and by 2030 is predicted to generate double the amount of municipal solid waste produced in the United States (Hoornweg and Bhada-Tata 2012). An impending “garbage crisis” (laji weiji) has resulted in major restructuring of solid waste disposal. This includes a surge in construction of “waste-to-energy” (WTE) incinerators, some of which can burn thousands of tonnes of waste per day (Johnson 2017).1 The Chinese state’s 12th 5-Year Plan targeted a tripling of the number of incinerators, from 103 in 2010 to over 300 by the Plan’s end in 2015 (Johnson 2013: 357). As of February 2016, 231 incinerators were operational in China (Wuhu Ecology Center and Friends of Nature 2016). WTE incineration is a lucrative sector in China. It features a mixture of state-owned enterprises, Chinese private companies, and multinational corporations and benefits from preferential policies and tax breaks (Johnson 2017). Yet, there has been substantial opposition from communities that bear the brunt of incinerators detrimental to quality of life including, in some cases, public health (Balkan 2012). Through our on-going work on the EJ Atlas project, we identified 54 anti-incinerator EDCs in China. Most of these were identified through an internet search and from information provided by Chinese environmental NGO activists. At time of writing, 11 cases had been entered into the EJ Atlas database (http://ejatlas.org), a collaborative project whose participants collect and upload case studies of social conflict surrounding environmental issues from around the world. These 11 cases are drawn from Beijing (Asuwei, Liulitun), Wuhan (Guodingshan), Guangdong Province (Luoding, Likeng, Panyu, Boluo, Qingshuihe), Hangzhou (Yuhang), Fujian Province (Qingpuling), and Hebei Province (Panguanying). Contention over incinerators in these cases occurred between 2005 and 2014. In eight of these cases, citizen opposition was aimed at preventing incinerators from being constructed, whilst in three of the cases, citizens fought existing facilities. In seven of these cases, community activists forged links (albeit to varying degrees) with Chinese environmental NGOs, particularly Beijing-based Nature University, discussed in more detail below. In more than half of the cases, communities had been suffering from serious pollution for several years, mostly in the form of landfills that existed...
read more[posted by Cecilia Erba on Politheor, September 29th, 2018] National efforts to reduce emissions and fight climate change are still largely inadequate. Citizens and organizations are taking action and bringing governments to court to push for more ambition. Over the last years, the number of lawsuits related to climate change has dramatically increased. The Climate Change Litigation Database currently counts more than 1000 cases around the world against the fossil fuel industry and governments. While the former usually are aimed at obtaining compensation regarding companies’ pollution, the latter have somehow higher ambitions: they strive to bring a political change and to force governments to take more ambitious action to fight climate change. The first success Scarcely two years have passed since The Hague District Court rendered judgement in the Urgenda Foundation v. The State of the Netherlands case (hereafter: Urgenda case), legally requiring the Dutch government to adopt a number of measures to mitigate climate change. The Hague District Court found indeed that the policies previously adopted by the government were insufficient to prevent dangerous climate change, based on current scientific knowledge and international law. The Court ruled that the State has a “duty of care” to preserve our climate and to safeguard the environment and human health. The Court added that failing to put in place adequate emission reduction measures is damaging current and future Dutch and foreign generations. It thus demanded that the Dutch policymakers adopt and implement a goal of emission reduction by at least 25% by the end of 2020 compared to 1990. While the government recently announced its decision to appeal the ruling and the final outcome is still uncertain, other organizations and citizens were inspired by Urgenda’s initial success to bring their policymakers to court on similar grounds. Taking governments to court Being an entirely new field of law, climate justice is often profoundly innovative as existing rights and principles are reinterpreted from a new perspective. Even though lawsuits are brought in different countries and under different legislations, they share an underlying common vision: climate change is posing a threat to fundamental human rights and governments should be somehow held accountable for their actions (or inaction). In one of the most famous ongoing climate cases, Juliana v. United States (also known as “Kids Climate Case”), 21 young people have sued the federal government for allowing the exploitation of fossil fuels, thus damaging the climate and violating their fundamental rights. Judge Ann Aiken, in in her groundbreaking opinion justifying the denial of a motion to dismiss the case, has articulated the new right to a “climate system capable of sustaining human life”, stating that “defendants’ actions and inactions – whether or not they violate any specific statutory duty – have so profoundly damaged our home planet that they threaten plaintiffs’ fundamental constitutional rights to life and liberty”. Her conclusion is similar to the previously mentioned judgement in Urgenda case, but she went further. While The Hague district court had justified the demand of stricter targets of emission reductions recalling a specific international commitment undertaken by developed countries, Judge Ann Aiken has argued that, beyond all legal obligations, the government has to preserve the climate for its citizens in order to guarantee the respect of their fundamental rights. Precisely on the violation of human rights to life, health, work and property is...
read more[posted by Arnim Scheidel, Leah Temper, Federico Demaria, Joan Martínez-Alier on Sustainability Science, May 2018] Introduction Transitions towards more sustainable futures could benefit from supporting those civil society actors that relentlessly oppose and transform local unsustainabilities across the globe. Instead, persecution, criminalization and violence against such grassroots activists, including their brutal assassination are increasing (Del Bene et al. this feature; Navas et al. this feature). Global Witness (2017), for instance, recently reported that 200 environmental defenders have been killed in 2016. Many of these civil society actors turned into environmental activists to contest cases of unsustainable extraction, trade and consumption of resources, because these activities threatened their own livelihoods. Gadgil and Guha (1995) have called those who resist environmental devastation to defend their own livelihoods ‘ecosystem people’ and Martinez-Alier (2002) has referred to them as ‘environmentalists of the poor’. In their acts of resistance, they contribute to a larger social purpose—by not only opposing and sometimes transforming unsustainable resource uses, but also by creating needed political debates on the use of the environment, and by constantly renegotiating public values of what is considered ‘sustainable’. Often criminalized by governments and companies for their actions, we argue that such activism is among the most promising social forces to promote not only social justice but also environmental sustainability. They might be seen as an example of Polanyi (1944)’s double movement, meaning a self-protection of society against the commodification of life and nature. Addressing issues of justice is a fundamental component of sustainability science (Jerneck et al. 2011; Golub et al. 2013). Understanding the ways how ecological distribution conflicts and environmental justice movements can contribute to both social justice and environmental sustainability is, however, not straightforward. It requires asking why, through whom, how and when do conflicts over the use of the environment take an active role in shaping transitions toward sustainability. Answers to these questions can be found in studying the processes through which unsustainable resource uses have given rise to ecological distribution conflicts and environmental justice movements, as well as the pathways that such movements have taken to transform them (Temper et al. 2018). Empirical research linking changes in resource uses and social metabolism, society’s processes of extraction, trade and disposals of material and energy, to the rise of ecological distribution conflicts, have grown over the past two decades (Martinez-Alier 2002; Martinez-Alier et al. 2010; Muradian et al. 2012). As has the body of empirical studies on environmental justice movements that have emerged out of such conflicts, fighting to protect not only their livelihoods but also the environment surrounding them (e.g. Pellow et al. 2002; Temper et al. 2015; Martinez-Alier et al. 2016). The way these processes of social metabolism, ecological distribution conflicts, environmental justice movements and transitions towards sustainability interact with each other can be multi-faceted, requiring nuanced research on each of these interactions. Yet to better understand the broader dynamics at play calls for a conceptualization of the interactions of all these processes as a whole, in a systematic way. So far this has not been done. This overview paper, therefore, presents a conceptual framework that schematically maps out and describes the dynamics of interaction between social metabolism, ecological distribution conflicts, environmental justice movements, and sustainability transitions. For scholars new to the field, we aim to review and summarize some of their key linkages. For the advanced study of...
read moreSCEMPIO CAPITALE: I veleni del Parco Archeologico di Centocelle
Stamattina al coworking l’Alveare abbiamo presentato i risultati delle analisi indipendenti che abbiamo condotto sui terreni del Parco Archeologico di Centocelle, insieme al comitato PAC Libero, attraverso il progetto CleanUp 100Celle, sostenuto da Patagonia Environmental Grants Fund of Tides Foundation. Dalle analisi si evincono concentrazioni significative che superano i limiti di legge (D. Lgs. 152/2006) per il verde pubblico, privato e residenziale e in alcuni casi per l’uso industriale e commerciale. In particolare sono stati superati i limiti nei valori di diversi metalli pesanti, in particolare berillio, selenio, stagno, tallio, vanadio. Le analisi sono state affidate a Source International, che ha realizzato i campionamenti il 26 e il 27 Giugno 2018 in 8 punti sia all’interno della zona interdetta sia nella parte di parco a oggi più usufruita dalla cittadinanza. A seguito delle analisi, come CDCA – Centro di Documentazione Conflitti Ambientali, abbiamo prodotto un dossier che racconta il percorso del nostro progetto e la storia delle mobilitazioni per la tutela del Parco, ed esplora tutte le implicazioni che i risultati ottenuti possono comportare. Il report è scaricabile e consultabile liberamente. SCEMPIO CAPITALE: I veleni del Parco Archeologico di...
read more[posted by Dana Drugmand on Climate Liability News, August 14, 2018] A lawsuit dubbed the People’s Climate Case, which challenges the European Union’s 2030 emissions reduction target and other climate policies, was given the green light by a court on Monday and is moving forward. The European General Court accepted the case brought by 10 families from Portugal, Germany, France, Italy, Romania, Kenya and Fiji and a youth association in Sweden. The case was first filed in May, but the court’s acceptance means that the defendants, the European Parliament and the Council of the European Union, have two months to file their response. The families contend that the EU’s current target to reduce emissions—40 percent below 1990 levels by 2030—is insufficient and fails to protect their fundamental rights. They also demand that three regulatory acts designed to implement that target be nullified as a more stringent target is set. “The EU’s existing 2030 climate target is too low to protect people and their fundamental rights,” said Wendel Trio, director of Climate Action Network (CAN) Europe, which is supporting the plaintiffs. “We firmly believe that this court case will prove that the climate target needs to be significantly raised to ensure a safe future for all of us.” The case is modeled after the first successful lawsuit challenging a government’s climate target, the Urgenda case in the Netherlands. A Dutch court ruled in 2015 that the Dutch government must increase its targeted reductions to at least 25 percent below 1990 levels by the end of 2020. The government appealed the decision and a hearing was held in May, with no ruling yet announced. The case has inspired other legal actions around the world challenging government climate policies. Citizens in the United Kingdom, for example, sued the British government last December demanding more ambitious climate action, including a more stringent 2050 emissions reduction target. Following a preliminary hearing in July, the court decided not to move the case forward. Plan B, the group supporting the plaintiffs, has already filed an appeal. The European Union case, while still in an early stage, gives the movement more momentum. “This is an immensely significant development,” said Tim Crosland, executive director of Plan B. “The most challenging hurdle in climate change litigation can be persuading a court to engage fully in issues that appear to be embedded in complex economic and political considerations. But once that threshold is overcome, as it has been here, and a court is forced to confront the reality that the EU’s climate policies are insufficient, according to science, to avoid intolerable risks to millions of people across the Union, the prospects of success become much brighter.” “The fact that the court has accepted our case gives me some hope. We need to act now,” said Sanna Vannar, president of the Swedish Saami Youth Association, Sáminuorra. Two hallmarks of climate change, extreme heat and wildfires, have plagued Europe this summer, underscoring the urgency for climate activists. “The wildfires destroyed my property in 2017. This year, we are once again struggling with massive heatwaves and wildfires in Europe,” said Armando Carvalho, a Portuguese plaintiff who lost his tree plantations to a wildfire last year. “Since the beginning of this summer, many other people lost their lives and homes due to worsening impacts of climate change. We cannot remain silent to this. This case is about our common future...
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Marica Di Pierri per Valori.it – Verso la Cop30 di Belém, cosa aspettarci dal più importante appuntamento per salvare il clima della Terra? Diretta con Marica Di Pierri, Luca Lombroso, Giovanni Mori e Lorenzo Tecleme.