CDCA e A Sud alla COP30 a Belém

La voce di A Sud dalla COP30 di Belém (Brasile) e le iniziative in Italia

Dal 10 al 21 novembre 2025 saremo a Belém, in Brasile, per partecipare come osservatori alla 30° Conferenza delle Nazioni Unite sul Clima. Racconteremo quanto avviene dentro e fuori le negoziazioni, porteremo e raccoglieremo le voci dei territori in lotta contro l’estrattivismo, contro il greenwashing e per una transizione ecologica realmente giusta.

Iscriviti al bollettino Sostieni il nostro lavoro

L’agenda della COP30

A Belém si discuteranno e valuteranno gli NDCs, i nuovi impegni climatici nazionali che stabiliscono gli obiettivi di riduzione delle emissioni di ogni paese. Accanto alla mitigazione, l’adattamento sarà uno dei temi centrali attraverso il Global Goal on Adaptation (GGA) e i nuovi Piani nazionali di adattamento. Un altro capitolo chiave sarà quello della finanza per il clima. Tra i punti principali il nuovo obiettivo di finanziamento (NCQG), che punta ad aumentare il sostegno ai Paesi in via di sviluppo da 100 a 300 miliardi di dollari l’anno, e la Roadmap Baku-Belém, che traccia un percorso per mobilitare almeno 1.300 miliardi di dollari l’anno entro il 2035.

Temi cruciali, che si scontrano con uno scenario geopolitico ostile, segnato dal negazionismo climatico, dai venti di guerra, dalla corsa al riarmo e dalla violenza istituzionale.  Non è un caso che in gioco a Belém ci sia più che mai la credibilità della diplomazia climatica e la sua capacità di tradurre le intenzioni in impegni concreti.

La Cupula dos povos

La Cúpula dos Povos è il grande incontro dei movimenti sociali e delle comunità che vivono in prima linea la crisi climatica. Nata nel 1992 come risposta critica alle negoziazioni ufficiali, propone un’alternativa fondata su giustizia climatica, sociale e ambientale, solidarietà e saperi ancestrali.

Dal 12 al 16 novembre 2025, in concomitanza con la COP30 di Belém, riunirà popoli indigeni, comunità quilombola e tradizionali, giovani e lavorator? in marce, dibattiti e azioni culturali.

La Cúpula mette al centro vite, diritti e territori, non statistiche: unisce chi costruisce ogni giorno soluzioni reali, dall’agroecologia alla difesa dei beni comuni, per spingere i governi ad adottare politiche di vera giustizia climatica.

Dichiarazione della Cupula Dos Povos

Perché A Sud e CDCA alla COP?

Nelle Cop si riuniscono i governi dei 197 Paesi che hanno ratificato la Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (UNFCCC), firmata a Rio de Janeiro nel 1992. Ma la COP30 non è solo un vertice diplomatico: è il terreno di confronto (e di scontro) tra attori diversi e diverse visioni del mondo. Da una parte il business as usual che trasforma la crisi climatica in profitto, dall’altra movimenti e territori che lottano per giustizia climatica, autodeterminazione e diritti della Natura.
La COP30 si terrà nel cuore dell’Amazzonia, a Belém do Pará, in Brasile. Non è un dettaglio geografico ma una scelta politica: è nel Sud globale che l’ingiustizia climatica colpisce più duramente mentre il Nord globale continua a negoziare emissioni e interessi fossili.
Qui non si decide solo il futuro del clima: si decide chi avrà diritto a un futuro.

Per raccontare cosa c’è in gioco, e come finisce la partita.

Andiamo alla COP per osservare da vicino i negoziati, capire quali equilibri politici e di potere si stanno ridefinendo, e portare la prospettiva dei territori e dei movimenti che chiedono giustizia climatica.
La partecipazione di A Sud e CDCA serve a connettere le lotte locali con quelle globali, rafforzare alleanze internazionali e raccontare – con sguardo indipendente e critico – come la diplomazia climatica sta affrontando, o eludendo, le proprie responsabilità.
Perché solo intrecciando voci e resistenze dal basso possiamo costruire un futuro giusto per tutt?.

Per costruire e rafforzare alleanze internazionali

Svolgere la COP in Brasile è un segnale che conta: significa rimettere al centro chi la crisi climatica la subisce davvero. Andiamo a Belém per stare con i movimenti globali per la giustizia climatica. In America Latina oggi si gioca una partita enorme: conflitti ambientali, estrattivismo, repressione, lotte indigene e popolari che resistono da decenni. Con tante realtà — dalla Colombia alla Bolivia, fino all’Amazzonia — abbiamo già lavorato, fatto campagne, costruito ponti. Lì ritroviamo compagn? con cui condividiamo visioni e pratiche.

Per portare una visione radicale dentro la COP

Sì, probabilmente sarà l’ennesimo flop diplomatico. Ma proprio per questo dobbiamo esserci, per non lasciare quei tavoli alle lobby fossili e ai governi che parlano di transizione mentre trivellano.
Da dentro vedi meglio le dinamiche, le crepe, le possibilità di alleanze e di conflitto.
Andiamo per portare la prospettiva della giustizia climatica e delle lotte dal basso, che legano crisi climatica, razzismo, patriarcato e disuguaglianze. La COP non è un punto d’arrivo: è un passaggio. Il resto si fa fuori, insieme, ogni giorno.


Diario dalla COP30

  • Giorno 12 – 24 novembre 2025
    Belém svela il fallimento della diplomazia climatica, ma apre spiragli: una roadmap anti-fossile e nuove alleanze per la giustizia.
    Leggi l’articolo / Ascolta su Scanner
  • Giorno 11 – 21 novembre 2025
    Penultimo giorno a Belém: incendio in COP30, stalli politici e pressioni crescenti sul BAM e sull’uscita dai fossili.
    Leggi l’articolo
  • Giorno 10 – 20 novembre 2025A Belém 85 Paesi spingono per uscire dai fossili, mentre Italia e Polonia frenano. La COP30 è al bivio, il tempo è adesso.
  • Leggi l’articolo / Ascolta su Scanner
  • Giorno 9 – 19 novembre 2025
    Belém rilancia la lotta globale ai fossili: la Colombia guida un fronte che vuole uscire davvero dal modello che brucia il pianeta.
    Leggi l’articolo / Ascolta su Scanner
  • Giorno 7 – 17 novembre 2025
    Belem in rivolta: popoli indigeni e movimenti sociali spingono per una COP30 che dica finalmente basta ai fossili.
    Leggi l’articoloAscolta su Scanner
  • Giorno 6 – 15 novembre 2025
    Anche quest’anno i dati sulla presenza dei lobbisti Gas&Oil alla conferenza di Belém sono alti: su ogni 25 persone accreditate al vertice, uno è un lobbista dei combustibili fossili, in totale sono oltre 1600.
    Leggi l’articolo
  • Giorno 5 – 14 novembre 2025
    Il TFFF entra nella Cupula tra promesse e contraddizioni: fondi incerti, debiti in aumento e movimenti che denunciano l’ennesima falsa soluzione verde.
    Leggi l’articoloAscolta su Scanner
  • Giorno 4 – 13 novembre 2025
    A Belém la protesta indigena irrompe nella COP30 e svela le contraddizioni del Brasile fossile. Intanto la Cupula esplode di mobilitazioni globali.
    Leggi l’articolo /Ascolta su Scanner

 

  • Giorno 3 – 12 novembre 2025
    Adattamento al centro della COP30, ma i fondi restano insufficienti. A Belém arrivano movimenti e comunità indigene: la vera pressione viene dai territori.
    Leggi l’articolo / Ascolta su Scanner
  • Giorno 2 – 11 novembre 2025
    Lula parla di disuguaglianze alla Cop30, ma il Brasile continua a spingere sul fossile. A Belém torna al centro il nodo tra clima e ingiustizia.
    Leggi l’articolo / Ascolta su Scanner
  • Giorno 1 – 10 novembre 2025
    Dalla Cop30 alla Cúpula dos Povos: a Belém si apre la sfida per la giustizia climatica tra responsabilità globali, diritti dei popoli e resistenza dei territori.
    Leggi l’articolo / Ascolta su Scanner

Articoli di approfondimento alla COP30

  • Cosa resta della Cop30, la battaglia per il clima e i diritti è ancora lunga – 24 novembre 2025
    Marica Di Pierri e Laura Greco su Domani – COP30 fallisce su fossili e foreste, ma il Bam e il blocco dei 82 paesi per l’uscita dal fossile aprono spiragli di lotta e nuove alleanze.
    Leggi l’articolo
  • Sulla fine dei lavori della COP30 – 24 novembre 2025
    Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Cosa è successo alla 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici? Quali sono le grandi vittorie? Quali le sconfitte?
    Guarda la diretta
  • La tabella della discordia – cos’è successo alla COP30 – 23 novembre 2025
    Laura Greco su Radio24 – COP30 a Belém annuncia impegni su energia, foreste e adattamento, ma senza una vera uscita dal fossile restano promesse vuote da incalzare con lotte dal basso.
    Ascolta su Il Sole 24 ore
  • “A resposta somos nós”. Ma alla COP30 le richieste dei popoli indigeni non fanno breccia – 23 novembre 2025
    Laura Greco su EconomiaCircolare.com – Alla COP30 le voci indigene restano ai margini mentre la foresta corre verso il punto di non ritorno. Senza giustizia, non c’è futuro.
    Leggi l’articolo
  • La “Dichiarazione di Belém” e il multilateralismo del phase out dai fossili spinto dal basso – 21 novembre 2025
    Laura Greco su Altreconomia – Da Belém arriva una spinta dal basso per uscire dai fossili: governi e movimenti uniscono le voci per un phase out reale, giusto, globale.
    Leggi l’articolo
    • Cop30: senza il Gender action plan ogni azione climatica è limitata – 21 novembre 2025
      Marica Di Pierri e Laura Greco su Valori – Nonostante le ambiziose premesse il Gender action plan ha trovato diversi ostacoli sui tavoli negoziali della Cop30

Leggi l’articolo

 

  • Alla Cop30 arrivano le storie di migrazioni climatiche – 21 novembre 2025

Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30, in vista delle negoziazioni finali, si parla del fenomeno crescente degli sfollamenti forzati dal cambiamento climatico.
Leggi l’articolo

  • Belém, la foresta degli indigeni si ribella a Lula – 20 novembre 2025
    Laura Greco su Il Manifesto – Le nazionalità dell’Amazzonia denunciano l’inagibilità politica alla Cop e chiedono una mobilitazione internazionale guidata direttamente dai popoli indigeni per proteggere i loro territori e affrontare la crisi climatica alla radice
  • Alla Cop 30 i movimenti si riprendono la scena – 20 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Il Manifesto – Era dalla Cop 26 di Glasgow che non si vedeva così tanta società civile. Accanto al vertice ufficiale, in più di 50 mila hanno animato la «Cupula dos povos» per una svolta vera sul clima e i diritti
    Leggi l’articolo
  • COP30, BELÉM | Italiani in mobilitazione – 20 novembre 2025]
    Il Climate Pride in azione alla COP30: l? attivist? chiedono all’Italia una roadmap chiara e ambiziosa per uscire dai fossili.
    Leggi il comunicato
  • A Belém torna il protagonismo sociale – 19 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Collettiva – Alla Cop30 movimenti, organizzazioni, popoli e sindacati riacquistano centralità: proposte e campagne dal basso sono arrivate nelle stanze dei negoziati.
    Leggi l’articolo
  • Come procede la COP30 in Brasile? Intervista a Laura Greco da Bélem – 19 novembre 2025
    Laura Greco su Scienza e Pace Magazine – COP30 tra repressione, lobby fossili e resistenze indigene: la giustizia climatica la costruiscono i territori, non i negoziati.
    Leggi l’articolo
  • Lifegate dalla COP30 – 18 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Lifegate – Dalla COP30 il racconto dell’inedita comunicazione tra dentro e fuori la COP, tra le richieste indigene e l’ambiguo governo di Lula.
    Ascolta su Lifegate
  • Il Fondo per le foreste e la falsa soluzione del biocapitalismo si ripropone alla Cop30 di Belém – 18 novembre 2025
    Laura Greco su Altreconomia – Il Tropical forests forever facility lanciato da Lula è l’ennesimo dispositivo finanziario che viene presentato come innovazione.
    Leggi l’articolo
  • Attivismo e giustizia climatica: se il diritto alla protesta diventa un reato – 17 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Valori.it – Alla Cop30 emerge un allarme globale: in molti Paesi il diritto alla protesta viene represso e l’attivismo ambientale è sempre più criminalizzato
    Leggi l’articolo
  • Alla Cop30 di Belèm il fondo per l’adattamento resta senza fondi – 17 novembre 2025]
    Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30 fallisce, per il terzo anno di fila, l’obiettivo di raccolta minima per finanziare l’adattamento dei Paesi del Sud globale.
    Leggi l’articolo
  • Massiccia partecipazione popolare a Belém – 16 novebre 2025
    Marica Di Pierri su L’aria Che Respiri – Alla Cúpula dos Povos tantissime voci per reclamare la fine dei combustibili fossili e una giustizia climatica guidata dai popoli, non dalle multinazionali.
    Ascolta su Radio Rai1
  • In diretta da Bele?m – Aggiornamenti sulla prima settimana di COP30 – 15 novembre 2025
    Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – In diretta da Belém, per raccontare in diretta i lavori della 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici. ?Foto di Oliver Ninja e Midia Ninja
    Guarda la diretta
  • Cop30: chi difende i combustibili fossili dentro i negoziati sul clima – 14 novembre 2025
    Marica Di Pierri per Altreconomia – Alla Cop30 un lobbista fossile ogni 25 delegat?: il vertice che dovrebbe chiudere l’era fossile continua a farsela scrivere da chi la profitta.
    Leggi l’articolo
  • Giustizia climatica, questa dimenticata – 13 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Il Manifesto – Il legame tra clima e disuguaglianze è ormai assodato. Ma dopo 30 anni di conferenze, i ricchi continuano a fare grandi affari con i fossili.
    Leggi l’articolo
  • L’adattamento secondo la COP30: “Adattarsi è sopravvivere” – 13 novembre 2025
    Marica Di Pierri per EconomiaCircolare.com – COP30 punta a rendere operativo il Global Goal on Adaptation, tra governance multilivello, indicatori, fondi insufficienti e necessità di giustizia climatica.
    Leggi l’articolo
  • La Cop30 in Brasile e le politiche industriali green – 11 novembre 2025
    Marica Di Pierri per Tutta La Città Ne Parla, Radio3 – È iniziata la Cop30 a Belém, 10 giorni in cui si discuterà su come trovare una via d’uscita alla deriva del cambiamento climatico nonostante le difficoltà politiche che ci circondano.
    Ascolta l’episodio
  • Road to Belém – 7 novembre 2025Marica Di Pierri per Valori.it – Verso la Cop30 di Belém, cosa aspettarci dal più importante appuntamento per salvare il clima della Terra? Diretta con Marica Di Pierri, Luca Lombroso, Giovanni Mori e Lorenzo Tecleme.
    Guarda la diretta
  • Da Parigi a Belém, i conti che non tornano – 6 novembre 2025
    Marica Di Pierri per Il Manifesto – Tra tensioni e fragili compromessi, i preparativi alla vigilia della Conferenza Onu. A che punto sono gli impegni nazionali di riduzione e i piani di adattamento dei singoli Paesi.
    Leggi l’articolo
  • A Sud a Belém alla Cop30 – 6 novembre 2025
    A Sud seguirà negoziati e mobilitazioni dalla COP30 di Belém, amplificando le voci dei movimenti per giustizia climatica e sociale.
    Leggi l’articolo
  • A Sud aderisce alla Global Call to Action della Cúpula dos Povos  – 5 settembre 2025
    Il 15 novembre scendiamo in piazza: basta disuguaglianze e razzismo ambientale, vogliamo giustizia climatica e un mondo dove la vita sia al centro.
    Leggi l’articolo
  • Vertice dei Popoli Verso la COP30: Manifesto Politico – 13 giugno 2025
    A Sud aderisce al Manifesto dei Popoli verso la COP30: un appello globale per giustizia climatica, anticapitalismo e democrazia dal basso.
    Leggi l’articolo

Racconteremo le negoziazioni

Per spiegare cosa accade davvero alla COP30, come si muovono i governi e quali interessi guidano le scelte sulla crisi climatica. Vi offriremo una copertura quotidiana per raccontarvi con le nostre parole e con uno sguardo critico, indipendente e radicale, vicino ai movimenti il dentro e fuori la Cop

Sveleremo le contraddizioni

Tra le promesse ufficiali e la realtà, mostrando lo scontro continuo tra lobby fossili e popoli che difendono la vita e i territori. Denunceremo le responsabilità smascherando la falsa transizione energetica e chi continua a inquinare mentre parla di sostenibilità con greenwashing e false soluzioni

Daremo voce alle comunità

Portando le loro storie, le lotte quotidiane e le alternative concrete alla devastazione ambientale, contro colonialismo ed estrazione. Ci collegheremo con l’Italia per connettere istanze e battaglie


INFO E CONTATTI

Per contatti e interviste con la delegazione:

Marica Di Pierri
maricadipierri@asud.net
55 21 967071220

Laura Greco
lauragreco@asud.net
+55 21 997673184

Posted by on 9:02 am in News | Commenti disabilitati su

[posted by Tina Bellon on Reuters, August 11, 2018] A California jury on Friday found Monsanto liable in a lawsuit filed by a man who alleged the company’s glyphosate-based weed-killers, including Roundup, caused his cancer and ordered the company to pay $289 million in damages. The case of school groundskeeper Dewayne Johnson was the first lawsuit to go to trial alleging glyphosate causes cancer. Monsanto, a unit of Bayer AG following a $62.5 billion acquisition by the German conglomerate, faces more than 5,000 similar lawsuits across the United States. The jury at San Francisco’s Superior Court of California deliberated for three days before finding that Monsanto had failed to warn Johnson and other consumers of the cancer risks posed by its weed killers. It awarded $39 million in compensatory and $250 million in punitive damages. Monsanto in a statement said it would appeal the verdict. “Today’s decision does not change the fact that more than 800 scientific studies and reviews…support the fact that glyphosate does not cause cancer, and did not cause Mr. Johnson’s cancer,” the company said. Monsanto denies that glyphosate, the world’s most widely used herbicide, causes cancer and says decades of scientific studies have shown the chemical to be safe for human use. Johnson’s case, filed in 2016, was fast-tracked for trial due to the severity of his non-Hodgkin’s lymphoma, a cancer of the lymph system that he alleges was caused by Roundup and Ranger Pro, another Monsanto glyphosate herbicide. Johnson’s doctors said he is unlikely to live past 2020. A former pest control manager for a California county school system, Johnson, 46, applied the weed killer up to 30 times per year. Brent Wisner, a lawyer for Johnson, in a statement said jurors for the first time had seen internal company documents “proving that Monsanto has known for decades that glyphosate and specifically Roundup could cause cancer.” He called on Monsanto to “put consumer safety first over profits.” Over the course of the four-week trial, jurors heard testimony by statisticians, doctors, public health researchers and epidemiologists who disagreed on whether glyphosate can cause cancer. The U.S. Environmental Protection Agency in September 2017 concluded a decades-long assessment of glyphosate risks and found the chemical not likely carcinogenic to humans. But the World Health Organization’s cancer arm in 2015 classified glyphosate as “probably carcinogenic to...

read more

TAP: non è una questione di opinioni, ma di “ingiustizia climatica”

Posted by on 8:20 am in Notizie | Commenti disabilitati su TAP: non è una questione di opinioni, ma di “ingiustizia climatica”

TAP: non è una questione di opinioni, ma di “ingiustizia climatica”

[di Marcello Greco su Salento Metropoli, 18 agosto 2018] Intervista al Prof. Michele Carducci, Ordinario di Diritto costituzionale comparato nell’Università del Salento e Human Rights Defender del Movimento No Tap nonché di Comitati, Associazioni e cittadini che si oppongono al gasdotto. La questione del gasdotto TAP non può ridursi ad una mera questioni di costi economici e penali. In questa vicenda sono coinvolti interessi e diritti non monetizzabili, come la salubrità dell’ambiente, i diritti fondamentali dell’uomo, l’essenza della democrazia, della sovranità nazionale e dell’autodeterminazione dei popoli. Nel parliamo più nel dettaglio con il Professor Michele Carducci, ordinario di Diritto costituzionale comparato presso l’Università del Salento e difensore volontario dei diritti umani (“Human Rights Defender”).   Professore Carducci, che cosa significa essere “Human Rights Defender”? Significa prestare assistenza legale volontaria e gratuita a persone vulnerabili o gruppi di dissenso ambientale, sotto l’ombrello protettivo di riconoscimento dell’ONU, specificamente della Risoluzione 53/144, e, con riguardo all’Europa, all’interno delle linee guida dell’OSCE, dando conto delle proprie azioni alle diverse istituzioni internazionali e sovranazionali che monitorano appunto la difesa dei diritti umani (ONU, UE, OSCE, CIDU).   E’ la prima volta che Lei svolge questo tipo di attività? No. Da quasi due decenni lavoro in questa veste volontaria in America latina e, più recentemente, in Africa, a favore di comunità indigene, gruppi vulnerabili (come ragazze madri e minori), soggetti discriminati. In Italia, invece, è la prima volta e paradossalmente proprio nel Salento, la mia terra.   Ma quindi la vicenda TAP è una questione di diritti umani? Senza ombra di dubbio. La vicenda TAP mette in discussione diritti umani procedurali e sostanziali. Non sono io a dirlo, ma le fonti normative internazionali alla quali l’Italia si è vincolata, eludendone poi l’applicazione: dai diritti procedurali alla partecipazione democratica nelle questioni ambientali e di sviluppo locale (tutelati dalla Convenzione di Aarhus, da innumerevoli atti del Consiglio d’Europa, dalla Commissione di Venezia, dalla stessa Unione europea con un Regolamento del 2013) ai diritti sostanziali all’ambiente salubre e allo sviluppo sostenibile nel rispetto delle generazioni future (riconosciuti dai Trattati europei e dalla stessa disciplina legislativa ambientale italiana) al diritto al clima, recentemente fatto proprio dall’Accordo di Parigi del 2015 e ripreso da un recente importante documento del Comitato Economico e Sociale europeo sulla cosiddetta “giustizia climatica”. Mi pare di capire che Lei condivida le ragioni di opposizione al gasdotto TAP. Più ci si informa e documenta su questi parametri di riconoscimento dei diritti umani ambientali, più diventa difficile condividere le ragioni a favore della realizzazione del gasdotto TAP. Purtroppo, sulla importanza dei diritti umani alla democrazia ambientale, l’Italia è estremamente lacunosa, sia sul piano politico che su quello della informazione ai cittadini. Non a caso, in base ai dati di Environmental Democracy Index, il nostro Paese si colloca tra le peggiori posizioni in Europa. Questo è un fatto grave. Al di là di come la si pensi, quando si ignorano i diritti umani, si maturano opinioni tanto legittime quanto lacunose e manipolabili. Pertanto, se davvero si hanno a cuore la democrazia e i diritti, non si può rimanere indifferenti all’onere di informarsi, studiarsi le carte, leggersi i documenti a tutela dei diritti e della democrazia, comparare il contesto italiano con quello dei migliori Paesi al mondo per tutela dei diritti umani ambientali.   E’corretto concludere che la realizzazione di...

read more

Posted by on 8:59 am in News | Commenti disabilitati su

[posted by Ludwig Burger on Business Insider, August 23, 2018] Bayer said the number of US lawsuits brought against newly acquired Monsanto has risen to about 8,000 from 5,200 previously, after Monsanto was ordered to pay damages for not warning of alleged cancer risks of glyphosate-based weedkillers. “The number of plaintiffs in both state and federal litigation is approximately 8,000 as of end-July. These numbers may rise or fall over time but our view is that the number is not indicative of the merits of the plaintiffs’ cases,” Chief Executive Werner Baumann told analysts in a conference call on Thursday. Bayer shares have lost more than 10% since Monsanto was ordered on Aug. 10 to pay $289 million in damages in the first of possibly thousands of US lawsuits over glyphosate-based weedkillers such as Roundup and Ranger Pro. He reiterated the jury’s verdict was inconsistent with the science-based conclusions of regulators and added that demand for glyphosate-based products remained strong. When asked whether Bayer would consider settling cases out of court, he said: “We will vigorously defend this case and all upcoming cases.” Second-quarter results, due on September 5, would include provisioning for legal defense costs but no money would at that point be set aside for any possible future damages, finance chief Wolfgang Nickl added....

read more

L’acqua come arma nella valle del Giordano

Posted by on 8:11 am in Notizie | Commenti disabilitati su L’acqua come arma nella valle del Giordano

L’acqua come arma nella valle del Giordano

[di Naomi Kundera su Bocche Scucite, 30 luglio 2018] In piena estate, il caldo nella Valle del Giordano è feroce. Il viaggio da nord est, dalla città di Tubas, al piccolo villaggio di Bardala è una manifestazione fisica di questo clima inclemente. I campi ondulati sono una landa ingiallita. Le mucche e le capre degli sparsi avamposti beduini sono indolenti e magre. Le alte temperature sarebbero sopportabili se solo i residenti palestinesi della Valle del Giordano settentrionale avessero accesso a una quantità sufficiente di acqua. “Quando appoggio la testa sul cuscino, non penso a niente se non domandarmi se domani [l’occupazione israeliana] diminuirà l’acqua e a cosa potrò fare”. Ibrahim Sawafta, 34 anni, è un agricoltore residente a Bardala. Ha campi di grano e corcoro insieme ad alberi di limone, ulivo e gauava. I campi di Ibrahim devono essere irrigati due volte al giorno, ma poiché l’esercito israeliano e la compagnia idrica nazionale Mekorot limitano la quantità di acqua che può avere, 28 dunam (1 ettaro sono 10 dunam) della sua terra si sono seccati. In una settimana, ha perso quasi 35.000 ILS. Ibrahim possiede una delle fattorie più piccole del villaggio. “Tutti gli altri agricoltori hanno molta più terra, e loro?”, ha detto, riferendosi alla quantità d’acqua di cui i suoi vicini avrebbero bisogno. Come Israele sta rubando l’acqua palestinese Nonostante le sue alte temperature, la Valle del Giordano non scarseggia d’acqua. Questo tratto orientale di terra che confina con la Giordania costituisce il 30% circa della Cisgiordania e le sue numerose sorgenti naturali sono state una delle principali fonti di acqua per la Palestina storica. Prima dell’occupazione della Cisgiordania nel 1967, la sorgente naturale di Bardala produceva oltre 200 metri cubici (52.834 galloni) di acqua all’ora. Il villaggio aveva costruito un pozzo profondo 67 metri che aveva permesso di aumentare la produzione di acqua a 300 metri cubi (79.251 galloni) all’ora. Dopo l’inizio dell’occupazione, Israele e la sua compagnia idrica nazionale Mekorot costruirono due pozzi adiacenti a quello già esistente di Bardala. I pozzi Mekorot correvano a circa 250 metri più in profondità di quello di Bardala, cosa che l’ha sostanzialmente prosciugato, lasciando i Palestinesi dipendenti dai pozzi controllati da Israele. Nel 1971, il villaggio di Bardala, Mekorot e l’amministrazione civile israeliana stipularono un accordo che assegnava alla gente di Bardala 240 metri cubi di acqua all’ora – all’incirca la stessa quantità di acqua che il pozzo stava già producendo per il villaggio. Ma dalla metà degli anni ’80 fino a circa il 1998, Israele iniziò a diminuire la quantità di acqua promessa agli abitanti di Bardala. Le diminuzioni in quel periodo furono marginali, ma dal 1998 a oggi il flusso di acqua dalla compagnia israeliana al villaggio è drasticamente diminuito. La popolazione di Bardala è passata da 400 abitanti nel 1967 ai circa 3.000 di oggi. Tuttavia, la quantità di acqua che il villaggio riceve è diminuita di circa 100 metri cubi all’ora. Il contrattacco Per contrastare il furto della propria acqua, i cittadini di Bardala costruiscono tubature e rubinetti che fanno scorrere l’acqua dai pozzi israeliani verso la loro terra. Spesso usano rifiuti e plastica nel tentativo di nascondere le principali valvole dell’acqua che escono dalle tubature costruite frettolosamente. L’87% della Valle del Giordano si trova nella zona C, il che significa che è sotto...

read more

Posted by on 12:57 pm in News | Commenti disabilitati su

[posted by Jonathan Watts on The Guardian, July 21, 2018] On a planet of billions, nine represent the strong minority battling murder in the global corruption of land rights. Individually, they are stories of courage and tragedy. Together, they tell a tale of a natural world under ever more violent assault. The portraits in this series are of nine people who are risking their lives to defend the land and environment in some of the planet’s most remote or conflict-riven regions. From the Coral Triangle and the Sierra Madre to the Amazon and the Western African Savannah, they are caught up in struggles against illegal fishing, industrial farming, poachers, polluters and miners. The majority have seen colleagues, family or friends murdered or arrested. Two have bodyguards. Several say they wake up each day thankful to be alive. They are often criminalised, labelled terrorists or portrayed by their enemies as anti-development. All are determined to carry on their struggles despite almost ever-present and growing risks. Last year, a record 207 defenders were murdered, according to a revised tally by Global Witness. Over the past 12 months, the Guardian has published the names and, where possible, the faces and stories of the victims in this list. To mark a year of this unique collaboration, Cape Town-based photographer Thom Pierce has been commissioned to take portraits of defenders in some of the world’s worst affected regions. Although the campaigns often start locally and accidentally, several defenders saw themselves caught up in a bigger fight for the natural world. “We didn’t realise this at first, but its global,” says Turkish forest defender Tu?ba Günal. “If you want to protect the environment, you are treated as a terrorist. It’s everywhere now.” They are in the frontline of a battle between those who promote conservation and those who promote consumption. This conflict has become more violent as resources become scarcer. Extractive industries are financing the campaigns of a new generation of political strongmen: Rodrigo Duterte in the Philippines, Recep Tayyip Erdo?an in Turkey, Donald Trump in the United States and Jair Bolsonaro in BrazilAll are committed to eroding the few legal protections that environmental campaigners and indigenous groups are able to use to hold back mines, farms and factories. A large proportion of killings are linked to government security forces, particularly in the Philippines, which is the most dangerous country in Asia for activists. Many others are carried out by gangs, particularly in Latin America, which accounts for more than half of all deaths. “All these 207 activists did was to question the way that business is done. They had the audacity to defend their rights and protect the environment. That they were murdered for that is a damning indictment of the way the goods we buy are produced,” said Ben Leather, a campaigner at Global Witness. “Governments and businesses are putting profits ahead of people and we, the consumers, should not just be outraged but push them to take responsibility.” The regions with the greatest natural and ethnic diversity, have the worst records. Brazil, the biggest Amazon forest nation, has the most deaths followed by the Philippines, which is at the centre of the Coral Triangle. Next comes Colombia, another Amazon nation, and the Democratic Republic of Congo, which has Africa’s biggest forest, where almost all the victims were forest rangers. The greatest deterioration...

read more

Carbone, il lungo addio

Posted by on 8:21 am in Notizie | Commenti disabilitati su Carbone, il lungo addio

Carbone, il lungo addio

[di Marco Magrini per La Stampa, 31 luglio 2018] È lontano il “Giorno Zero” in cui non si brucerà più il combustibile peggiore e più dannoso al mondo. L’Australia vuole costruire nuove centrali, ma in tutto il mondo si tende ad abbandonare “King Coal”. Ma se non si accelera, c’è il rischio che il riscaldamento globale sia devastante   Dicono che il film della Storia si ripeta continuamente. Ma non sempre è vero. Nel caso del carbone, ad esempio, sarebbe bene riavvolgere la pellicola e tornare rapidamente al giorno zero.   Pensiamoci bene: la scintilla della Rivoluzione Industriale è cominciata con il carbone che alimentava il motore a vapore, grazie al quale veniva estratto ancora più carbone, in una catena di avanzamenti tecnologici che hanno portato fino al petrolio e al gas naturale. È legittimo dire che la conseguente esplosione della ricchezza mondiale (e della popolazione) è interamente basata sui residui fossili della vita animale e vegetale di milioni di anni fa, cucinati dalla geologia terrestre. Peccato che la vita sulla Terra sia basata sul carbonio. Bruciando il carbone, il carbonio si lega all’ossigeno nell’aria e diventa anidride carbonica.   LO STOP? SERVE OGGI   James Hansen, il più risoluto fra i climatologi, sostiene che per togliere il pianeta dalla tenaglia dell’effetto-serra bisogna smettere di usare il carbone oggi stesso. Per ogni megawatt/ora generato, le centrali a carbone emettono oltre 900 chili di CO2, quasi il doppio di quelle a gas. Eppure, nonostante i successivi passi tecnologici ci permettano di usare la sovrabbondante energia che viene dal Sole (e dal vento), i consumi mondiali di elettricità non smettono di crescere. E il tramonto del carbone appare tutt’oggi assai improbabile.   AUSTRALIA ALL’ATTACCO   «Il carbone ha un ruolo importante nel nostro mix energetico e non ho dubbi che ce l’avrà per molto molto tempo a venire, forse per sempre». Questa frase, pronunciata qualche settimana fa da Malcolm Turnbull – il primo ministro australiano, un tempo favorevole alle politiche climatiche – ha fatto crollare le braccia agli ambientalisti di tutto il mondo. Sarà forse perché la Cina, leader nelle rinnovabili, consuma ancora 4,3 miliardi di tonnellate di carbone all’anno per far fronte a un fabbisogno elettrico di 5,400 terawatt/ora. O sarà forse perché il presidente Donald Trump, in un aperto gesto di dissenso nei confronti della scienza, ha cancellato le regole dell’amministrazione Obama per diminuire il peso del carbone americano. Fatto sta che l’Australia (quarta produttrice al mondo) ha appena scelto di stare dal lato sbagliato della Storia. Eppure, qualche segnale che la pellicola della storia del carbone stia cominciando a riavvolgersi c’è.   AVANTI, MA TROPPO PIANO   La Rivoluzione Industriale è nata in Inghilterra ed è lì che, per quasi un secolo, l’industria del carbone ha dato lavoro a 750mila minatori. Ebbene, nei primi sei mesi del 2018, il Regno Unito è stato oltre mille ore senza usare l’energia del carbone: al suo posto gas, energia solare ed eolica. In Cina, dove per tre anni si era registrata una diminuzione, nel 2017 i consumi di carbone sono cresciuti del 3,3%. Ma il governo di Pechino ha appena lanciato un piano triennale che include la chiusura di tutti gli impianti piccoli e fuori dagli standard ambientali. In America, nonostante Trump, nessuno prevede un vero rilancio del carbone perché lo shale gas è...

read more

Imprese transnazionali e rispetto dei diritti umani

Posted by on 9:22 am in Notizie | Commenti disabilitati su Imprese transnazionali e rispetto dei diritti umani

Imprese transnazionali e rispetto dei diritti umani

[di Cecilia Erba per CDCA] Nel 2014, il Consiglio per i Diritti Umani (United Nations Human Rights Council – UNHRC), formato dai rappresentanti di 47 Stati delle Nazioni Unite a rotazione, ha istituito il gruppo di lavoro su società transnazionali e altre imprese commerciali e il rispetto dei diritti umani (Open-Ended Intergovernmental Working Group on transnational corporations and other business enterprises with respect to human rights – OEIGWG), con l’obiettivo di elaborare uno strumento internazionale legalmente vincolante per regolarne le attività. La Risoluzione è stata adottata grazie ai voti favorevoli dei Paesi africani e asiatici all’epoca rappresentati all’interno dell’UNHRC, insieme a Russia e Venezuela, mentre i Paesi europei (tra cui l’Italia) e gli Stati Uniti si sono dichiarati contro e i restanti Paesi dell’America Latina, del Medio Oriente e il Botswana si sono astenuti. Lo scorso 16 luglio, la missione permanente dell’Ecuador presso le Nazioni Unite ha presentato, per conto della Presidenza dell’OEIGWG e dopo una serie di consultazioni e incontri informali, la prima bozza dello strumento vincolante, che sarà utilizzata come base per le negoziazioni tra gli Stati alla prossima seduta del Gruppo di Lavoro, tra il 15 e il 19 ottobre 2018. La bozza di Convenzione ha tre obiettivi principali: Rafforzare il rispetto, la promozione e la protezione dei diritti umani nel contesto delle imprese economiche a carattere transnazionale; Assicurare l’effettivo accesso alla giustizia e a forme di riparazione per le vittime di violazioni dei diritti umani nel contesto di attività economiche di carattere transnazionale e prevenire tali violazioni; Promuovere la cooperazione internazionale finalizzata al rispetto da parte degli Stati dei propri obblighi derivanti dal diritto internazionale sui diritti umani. Per quanto riguarda la tutela delle vittime, la proposta prevede che gli Stati ne tutelino i diritti e si impegnino a indagare ogni violazione, garantendo protezione, assistenza legale e accesso alle informazioni. Come forme di riparazione, si prevedono da una parte la restituzione, compensazione, riabilitazione e garanzia di non reiterazione per le vittime, dall’altra la bonifica ambientale e la ricostituzione ecologica se possibile e la copertura delle spese di ricollocazione delle vittime e delle infrastrutture comunitarie. L’Ecuador propone anche l’istituzione di un Fondo Internazionale per le Vittime, per fornire assistenza legale e finanziaria. Sul lato delle imprese con attività a carattere transnazionale, la Convenzione prevede l’adempimento di “obblighi di dovuta diligenza”, che includono il monitoraggio dell’impatto delle proprie attività in termini di diritti umani, la prevenzione e l’identificazione delle violazioni, la predisposizione di rapporti pubblici e periodici sulle questioni ambientali e sui diritti umani, analisi previe ed ex-post degli impatti ambientali e sui diritti umani, e consultazioni “significative” con i gruppi i cui diritti sono potenzialmente colpiti. L’adempimento di questi obblighi dev’essere monitorato dagli Stati sotto la cui giurisdizione cadono le imprese. Infine, la bozza identifica la cooperazione interazionale come strumento per promuovere l’implementazione e il rispetto delle norme...

read more

Il caldo che uccide

Posted by on 9:11 am in News, Notizie | Commenti disabilitati su Il caldo che uccide

Il caldo che uccide

[The Economist, 28 luglio 2018. Traduzione di Federico Ferrone per Internazionale] Sodankyla, una città nella Lapponia finlandese poco più a nord del circolo polare artico, ha una temperatura media annua appena superiore allo zero. Gli abitanti aspettano con ansia il breve periodo di luglio quando il clima è simile a quello estivo. Quest’anno sarebbero stati felici anche con molto meno. Il 18 luglio il termometro ha toccato i 32,1 gradi, ovvero 12 in più della media del mese e la temperatura più alta mai registrata da quando, nel 1908, è stata rilevata per la prima volta. Ma Sodankyla non è l’unico posto dove il caldo è diventato insopportabile. Vicino ad Atene più di 90 persone sono morte a causa di incendi fuori controllo. In Svezia, un clima insolitamente caldo e secco ha scatenato terribili incendi nelle foreste. Nel Regno Unito il calore sembra ancora più intenso che nel 1976, una delle estati più calde mai registrate. Circa 80mila ettari di foreste stanno bruciando in Siberia. Il Giappone ha classificato la sua attuale ondata di calore come un disastro naturale. Nella notte del 7 luglio la temperatura nel centro di Los Angeles non è scesa sotto i 26,1 gradi. Un valore che però impallidisce rispetto a Quriyat in Oman, dove alcuni giorni prima la temperatura minima dell’intera giornata è stata di 42,6 gradi. Le ondate di calore portano problemi, soprattutto nei paesi meno ricchi: raccolti distrutti, cibo danneggiato e lavoratori meno produttivi. Alcuni studi hanno rilevato dei legami tra l’aumento delle temperature e i crimini violenti o i conflitti civili. Il calore può uccidere anche di per sé. Nel 2003 più di 70mila europei potrebbero essere morti per cause direttamente collegate a un’estate dal caldo infernale. All’epoca era stata considerata come un’ondata di calore che si presentava una volta ogni mille anni. Per fare un confronto, Geert Jan van Oldenborgh, dell’Istituto meteorologico dei Paesi Bassi, fa notare che, al di fuori dell’Europa settentrionale, l’estate del 2018 risulta, fino a oggi, ordinaria per quanto riguarda le temperature. Nei Paesi Bassi, per esempio, si possono prevedere giornate di canicola ogni due anni. Salvo che, ha aggiunto, un secolo fa queste si verificavano una volta ogni vent’anni. Alcuni anni fa un’équipe guidata da Peter Stott dell’Ufficio meteorologico britannico aveva calcolato che, osservate nel 2012, estati come quelle del 2003 avrebbero potuto verificarsi non ogni mille anni, ma ogni 127. Nessuna conseguenza del riscaldamento globale è più evidente dell’aumento delle temperature. Il pianeta Terra è oggi all’incirca un grado più caldo di quanto fosse prima che gli esseri umani cominciassero a immettere gas serra nell’atmosfera durante la rivoluzione industriale. Se questo cosiddetto effetto termodinamico fosse l’unica conseguenza, le temperature considerate ogni insolitamente alte diventerebbero più comuni e quelle considerate insolitamente basse sarebbero ancora più rare. Ma i cambiamenti climatici sono una cosa complicata, e non si limitano a questo. I modelli climatici possono cambiare perché i poli – più freddi – si riscaldano più velocemente rispetto alle latitudini dal clima temperato. Mano a mano che la differenza termica tra le due aree diminuisce, lo stesso accade alla velocità della corrente a getto, un vento occidentale che soffia a un’altitudine di circa dieci chilometri. Questo significa che il clima trasportato dalla corrente può perdurare più a lungo. A volte compensa gli effetti termodinamici, portando a...

read more

Posted by on 8:32 am in News | Commenti disabilitati su

[posted by Adam Vaughan on The Guardian, 24th July 2018]   Shale gas firm Cuadrilla has been given the green light by the government to start fracking at a well in Lancashire, after the energy minister issued the first fracking permit since a new regulatory regime was introduced. Fracking is expected to begin in late August or early September at the Preston New Road site, between Blackpool and Preston, which has been the focus of 18 months of protests since work on the site started. The energy minister said shale gas was an important potential new energy source, and she was satisfied Cuadrilla had met the government’s conditions for granting a hydraulic fracturing permit. “Our world-class regulations will ensure that shale exploration will maintain robust environmental standards and meet the expectations of local communities,” Claire Perry said. The formal approval is the ministerial rubber-stamping of earlier checks by government bodies including the Environment Agency and the Health and Safety Executive, but marks a milestone for an industry that has been plagued by delays. Campaigners vowed to fight the fracking industry, which critics have said risks air and water pollution, and could exacerbate climate change. Liz Hutchins, the director of campaigns at Friends of the Earth, said: “It’s taken the industry seven long years to just get to this point. “In those same seven years, renewable energy has gone from providing a tenth of our electricity to supplying a third of it. There is no need to force fracking on this community in Lancashire when the alternatives are so clear.” Six protesters on Thursday locked themselves together outside the fracking site, breaking a court injunction. Cuadrilla said it would take legal action against them. The firm said it was very pleased with the government’s decision, calling it a testament to “our strong track record of running a world-class shale gas exploration site at Preston New Road, in compliance with robust health, safety, environmental and planning regulation.” The government granted the permit on the condition that one of the project’s backers, Spirit Energy, a joint venture between Centrica and the Norwegian firm Bayerngas Norge, submits accounts for the last financial year or transfers £557,000 into an escrow account. The Treasury deemed Cuadrilla to have adequate financial resilience to undertake the work. An application to frack a second well at Preston New Road is expected to be submitted shortly, and fracking both wells is expected to take three to four months....

read more

Posted by on 9:18 am in News | Commenti disabilitati su

[posted on Global Witness, July 24th, 2018]   Global Witness today reveals that at least 207 land and environmental defenders were killed last year – indigenous leaders, community activists and environmentalists murdered trying to protect their homes and communities from mining, agribusiness and other destructive industries. Severe limits on the data available mean the global total is probably much higher. Murder is the most egregious example of a range of tactics used to silence defenders, including death threats, arrests, intimidation, cyber-attacks, sexual assault and lawsuits. The report “At What Cost?” shows that agribusiness has overtaken mining as the industry most associated with these attacks. These include the murder of Hernán Bedoya in Colombia, shot 14 times by a paramilitary group for protesting against palm oil and banana plantations on land stolen from his community; an army massacre of eight villagers in the Philippines who opposed a coffee plantation on their land; and violent attacks by Brazilian farmers, using machetes and rifles, which left 22 members of the Gamela indigenous people severely injured, some with their hands chopped off. The report links this violence with the products on our shelves: large-scale agriculture, mining, poaching, logging all produce components and ingredients for supermarket products such as palm oil for shampoo, soy for beef and timber for furniture. The report also reveals that some governments and businesses are complicit in the killings, with Global Witness calling for urgent action if the trend is to be reversed. As well as being part of the problem, governments and business can be part of the solution. They must tackle the root causes of the attacks, for example ensuring communities are allowed to say ‘no’ to projects, like mining, on their land; support and protect defenders at risk and ensure justice is served for those suffering from the violence.   Ben Leather, Senior Campaigner, Global Witness said: “Local activists are being murdered as governments and businesses value quick profit over human life. Many of the products emerging from this bloodshed are on the shelves of our supermarkets. Yet as brave communities stand up to corrupt officials, destructive industries and environmental devastation, they are being brutally silenced. Enough is enough. “Governments, companies and investors have the duty and the power to support and protect defenders at risk, and to guarantee accountability wherever attacks occur. But more importantly, they can prevent these threats from emerging in the first place, by listening to local communities, respecting their rights, and ensuring that business is conducted responsibly. “Despite the odds they face, the global community of land and environmental defenders is not going away – it’s only getting stronger. We invite consumers to join us in campaigning alongside defenders, taking their fight to the corridors of power and the boardrooms of corporations. We will make sure their voices are heard. And we will be watching to ensure that defenders, their land, and the environment we all depend on are properly protected.”   Other key findings include: Brazil recorded the worst year on record anywhere in the world, with 57 murders in 2017. 48 defenders were killed in the Philippines in 2017—the highest number ever documented in an Asian country. 60% recorded murders were in Latin America. Mexico and Peru saw marked increases in killings, from 3 to 15 and 2 to 8, respectively. Nicaragua...

read more