CDCA e A Sud alla COP30 a Belém

La voce di A Sud dalla COP30 di Belém (Brasile) e le iniziative in Italia

Dal 10 al 21 novembre 2025 saremo a Belém, in Brasile, per partecipare come osservatori alla 30° Conferenza delle Nazioni Unite sul Clima. Racconteremo quanto avviene dentro e fuori le negoziazioni, porteremo e raccoglieremo le voci dei territori in lotta contro l’estrattivismo, contro il greenwashing e per una transizione ecologica realmente giusta.

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L’agenda della COP30

A Belém si discuteranno e valuteranno gli NDCs, i nuovi impegni climatici nazionali che stabiliscono gli obiettivi di riduzione delle emissioni di ogni paese. Accanto alla mitigazione, l’adattamento sarà uno dei temi centrali attraverso il Global Goal on Adaptation (GGA) e i nuovi Piani nazionali di adattamento. Un altro capitolo chiave sarà quello della finanza per il clima. Tra i punti principali il nuovo obiettivo di finanziamento (NCQG), che punta ad aumentare il sostegno ai Paesi in via di sviluppo da 100 a 300 miliardi di dollari l’anno, e la Roadmap Baku-Belém, che traccia un percorso per mobilitare almeno 1.300 miliardi di dollari l’anno entro il 2035.

Temi cruciali, che si scontrano con uno scenario geopolitico ostile, segnato dal negazionismo climatico, dai venti di guerra, dalla corsa al riarmo e dalla violenza istituzionale.  Non è un caso che in gioco a Belém ci sia più che mai la credibilità della diplomazia climatica e la sua capacità di tradurre le intenzioni in impegni concreti.

La Cupula dos povos

La Cúpula dos Povos è il grande incontro dei movimenti sociali e delle comunità che vivono in prima linea la crisi climatica. Nata nel 1992 come risposta critica alle negoziazioni ufficiali, propone un’alternativa fondata su giustizia climatica, sociale e ambientale, solidarietà e saperi ancestrali.

Dal 12 al 16 novembre 2025, in concomitanza con la COP30 di Belém, riunirà popoli indigeni, comunità quilombola e tradizionali, giovani e lavorator? in marce, dibattiti e azioni culturali.

La Cúpula mette al centro vite, diritti e territori, non statistiche: unisce chi costruisce ogni giorno soluzioni reali, dall’agroecologia alla difesa dei beni comuni, per spingere i governi ad adottare politiche di vera giustizia climatica.

Dichiarazione della Cupula Dos Povos

Perché A Sud e CDCA alla COP?

Nelle Cop si riuniscono i governi dei 197 Paesi che hanno ratificato la Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (UNFCCC), firmata a Rio de Janeiro nel 1992. Ma la COP30 non è solo un vertice diplomatico: è il terreno di confronto (e di scontro) tra attori diversi e diverse visioni del mondo. Da una parte il business as usual che trasforma la crisi climatica in profitto, dall’altra movimenti e territori che lottano per giustizia climatica, autodeterminazione e diritti della Natura.
La COP30 si terrà nel cuore dell’Amazzonia, a Belém do Pará, in Brasile. Non è un dettaglio geografico ma una scelta politica: è nel Sud globale che l’ingiustizia climatica colpisce più duramente mentre il Nord globale continua a negoziare emissioni e interessi fossili.
Qui non si decide solo il futuro del clima: si decide chi avrà diritto a un futuro.

Per raccontare cosa c’è in gioco, e come finisce la partita.

Andiamo alla COP per osservare da vicino i negoziati, capire quali equilibri politici e di potere si stanno ridefinendo, e portare la prospettiva dei territori e dei movimenti che chiedono giustizia climatica.
La partecipazione di A Sud e CDCA serve a connettere le lotte locali con quelle globali, rafforzare alleanze internazionali e raccontare – con sguardo indipendente e critico – come la diplomazia climatica sta affrontando, o eludendo, le proprie responsabilità.
Perché solo intrecciando voci e resistenze dal basso possiamo costruire un futuro giusto per tutt?.

Per costruire e rafforzare alleanze internazionali

Svolgere la COP in Brasile è un segnale che conta: significa rimettere al centro chi la crisi climatica la subisce davvero. Andiamo a Belém per stare con i movimenti globali per la giustizia climatica. In America Latina oggi si gioca una partita enorme: conflitti ambientali, estrattivismo, repressione, lotte indigene e popolari che resistono da decenni. Con tante realtà — dalla Colombia alla Bolivia, fino all’Amazzonia — abbiamo già lavorato, fatto campagne, costruito ponti. Lì ritroviamo compagn? con cui condividiamo visioni e pratiche.

Per portare una visione radicale dentro la COP

Sì, probabilmente sarà l’ennesimo flop diplomatico. Ma proprio per questo dobbiamo esserci, per non lasciare quei tavoli alle lobby fossili e ai governi che parlano di transizione mentre trivellano.
Da dentro vedi meglio le dinamiche, le crepe, le possibilità di alleanze e di conflitto.
Andiamo per portare la prospettiva della giustizia climatica e delle lotte dal basso, che legano crisi climatica, razzismo, patriarcato e disuguaglianze. La COP non è un punto d’arrivo: è un passaggio. Il resto si fa fuori, insieme, ogni giorno.


Diario dalla COP30

  • Giorno 12 – 24 novembre 2025
    Belém svela il fallimento della diplomazia climatica, ma apre spiragli: una roadmap anti-fossile e nuove alleanze per la giustizia.
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  • Giorno 11 – 21 novembre 2025
    Penultimo giorno a Belém: incendio in COP30, stalli politici e pressioni crescenti sul BAM e sull’uscita dai fossili.
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  • Giorno 10 – 20 novembre 2025A Belém 85 Paesi spingono per uscire dai fossili, mentre Italia e Polonia frenano. La COP30 è al bivio, il tempo è adesso.
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  • Giorno 9 – 19 novembre 2025
    Belém rilancia la lotta globale ai fossili: la Colombia guida un fronte che vuole uscire davvero dal modello che brucia il pianeta.
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  • Giorno 7 – 17 novembre 2025
    Belem in rivolta: popoli indigeni e movimenti sociali spingono per una COP30 che dica finalmente basta ai fossili.
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  • Giorno 6 – 15 novembre 2025
    Anche quest’anno i dati sulla presenza dei lobbisti Gas&Oil alla conferenza di Belém sono alti: su ogni 25 persone accreditate al vertice, uno è un lobbista dei combustibili fossili, in totale sono oltre 1600.
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  • Giorno 5 – 14 novembre 2025
    Il TFFF entra nella Cupula tra promesse e contraddizioni: fondi incerti, debiti in aumento e movimenti che denunciano l’ennesima falsa soluzione verde.
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  • Giorno 4 – 13 novembre 2025
    A Belém la protesta indigena irrompe nella COP30 e svela le contraddizioni del Brasile fossile. Intanto la Cupula esplode di mobilitazioni globali.
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  • Giorno 3 – 12 novembre 2025
    Adattamento al centro della COP30, ma i fondi restano insufficienti. A Belém arrivano movimenti e comunità indigene: la vera pressione viene dai territori.
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  • Giorno 2 – 11 novembre 2025
    Lula parla di disuguaglianze alla Cop30, ma il Brasile continua a spingere sul fossile. A Belém torna al centro il nodo tra clima e ingiustizia.
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  • Giorno 1 – 10 novembre 2025
    Dalla Cop30 alla Cúpula dos Povos: a Belém si apre la sfida per la giustizia climatica tra responsabilità globali, diritti dei popoli e resistenza dei territori.
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Articoli di approfondimento alla COP30

  • Cosa resta della Cop30, la battaglia per il clima e i diritti è ancora lunga – 24 novembre 2025
    Marica Di Pierri e Laura Greco su Domani – COP30 fallisce su fossili e foreste, ma il Bam e il blocco dei 82 paesi per l’uscita dal fossile aprono spiragli di lotta e nuove alleanze.
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  • Sulla fine dei lavori della COP30 – 24 novembre 2025
    Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Cosa è successo alla 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici? Quali sono le grandi vittorie? Quali le sconfitte?
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  • La tabella della discordia – cos’è successo alla COP30 – 23 novembre 2025
    Laura Greco su Radio24 – COP30 a Belém annuncia impegni su energia, foreste e adattamento, ma senza una vera uscita dal fossile restano promesse vuote da incalzare con lotte dal basso.
    Ascolta su Il Sole 24 ore
  • “A resposta somos nós”. Ma alla COP30 le richieste dei popoli indigeni non fanno breccia – 23 novembre 2025
    Laura Greco su EconomiaCircolare.com – Alla COP30 le voci indigene restano ai margini mentre la foresta corre verso il punto di non ritorno. Senza giustizia, non c’è futuro.
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  • La “Dichiarazione di Belém” e il multilateralismo del phase out dai fossili spinto dal basso – 21 novembre 2025
    Laura Greco su Altreconomia – Da Belém arriva una spinta dal basso per uscire dai fossili: governi e movimenti uniscono le voci per un phase out reale, giusto, globale.
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    • Cop30: senza il Gender action plan ogni azione climatica è limitata – 21 novembre 2025
      Marica Di Pierri e Laura Greco su Valori – Nonostante le ambiziose premesse il Gender action plan ha trovato diversi ostacoli sui tavoli negoziali della Cop30

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  • Alla Cop30 arrivano le storie di migrazioni climatiche – 21 novembre 2025

Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30, in vista delle negoziazioni finali, si parla del fenomeno crescente degli sfollamenti forzati dal cambiamento climatico.
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  • Belém, la foresta degli indigeni si ribella a Lula – 20 novembre 2025
    Laura Greco su Il Manifesto – Le nazionalità dell’Amazzonia denunciano l’inagibilità politica alla Cop e chiedono una mobilitazione internazionale guidata direttamente dai popoli indigeni per proteggere i loro territori e affrontare la crisi climatica alla radice
  • Alla Cop 30 i movimenti si riprendono la scena – 20 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Il Manifesto – Era dalla Cop 26 di Glasgow che non si vedeva così tanta società civile. Accanto al vertice ufficiale, in più di 50 mila hanno animato la «Cupula dos povos» per una svolta vera sul clima e i diritti
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  • COP30, BELÉM | Italiani in mobilitazione – 20 novembre 2025]
    Il Climate Pride in azione alla COP30: l? attivist? chiedono all’Italia una roadmap chiara e ambiziosa per uscire dai fossili.
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  • A Belém torna il protagonismo sociale – 19 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Collettiva – Alla Cop30 movimenti, organizzazioni, popoli e sindacati riacquistano centralità: proposte e campagne dal basso sono arrivate nelle stanze dei negoziati.
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  • Come procede la COP30 in Brasile? Intervista a Laura Greco da Bélem – 19 novembre 2025
    Laura Greco su Scienza e Pace Magazine – COP30 tra repressione, lobby fossili e resistenze indigene: la giustizia climatica la costruiscono i territori, non i negoziati.
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  • Lifegate dalla COP30 – 18 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Lifegate – Dalla COP30 il racconto dell’inedita comunicazione tra dentro e fuori la COP, tra le richieste indigene e l’ambiguo governo di Lula.
    Ascolta su Lifegate
  • Il Fondo per le foreste e la falsa soluzione del biocapitalismo si ripropone alla Cop30 di Belém – 18 novembre 2025
    Laura Greco su Altreconomia – Il Tropical forests forever facility lanciato da Lula è l’ennesimo dispositivo finanziario che viene presentato come innovazione.
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  • Attivismo e giustizia climatica: se il diritto alla protesta diventa un reato – 17 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Valori.it – Alla Cop30 emerge un allarme globale: in molti Paesi il diritto alla protesta viene represso e l’attivismo ambientale è sempre più criminalizzato
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  • Alla Cop30 di Belèm il fondo per l’adattamento resta senza fondi – 17 novembre 2025]
    Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30 fallisce, per il terzo anno di fila, l’obiettivo di raccolta minima per finanziare l’adattamento dei Paesi del Sud globale.
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  • Massiccia partecipazione popolare a Belém – 16 novebre 2025
    Marica Di Pierri su L’aria Che Respiri – Alla Cúpula dos Povos tantissime voci per reclamare la fine dei combustibili fossili e una giustizia climatica guidata dai popoli, non dalle multinazionali.
    Ascolta su Radio Rai1
  • In diretta da Bele?m – Aggiornamenti sulla prima settimana di COP30 – 15 novembre 2025
    Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – In diretta da Belém, per raccontare in diretta i lavori della 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici. ?Foto di Oliver Ninja e Midia Ninja
    Guarda la diretta
  • Cop30: chi difende i combustibili fossili dentro i negoziati sul clima – 14 novembre 2025
    Marica Di Pierri per Altreconomia – Alla Cop30 un lobbista fossile ogni 25 delegat?: il vertice che dovrebbe chiudere l’era fossile continua a farsela scrivere da chi la profitta.
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  • Giustizia climatica, questa dimenticata – 13 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Il Manifesto – Il legame tra clima e disuguaglianze è ormai assodato. Ma dopo 30 anni di conferenze, i ricchi continuano a fare grandi affari con i fossili.
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  • L’adattamento secondo la COP30: “Adattarsi è sopravvivere” – 13 novembre 2025
    Marica Di Pierri per EconomiaCircolare.com – COP30 punta a rendere operativo il Global Goal on Adaptation, tra governance multilivello, indicatori, fondi insufficienti e necessità di giustizia climatica.
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  • La Cop30 in Brasile e le politiche industriali green – 11 novembre 2025
    Marica Di Pierri per Tutta La Città Ne Parla, Radio3 – È iniziata la Cop30 a Belém, 10 giorni in cui si discuterà su come trovare una via d’uscita alla deriva del cambiamento climatico nonostante le difficoltà politiche che ci circondano.
    Ascolta l’episodio
  • Road to Belém – 7 novembre 2025Marica Di Pierri per Valori.it – Verso la Cop30 di Belém, cosa aspettarci dal più importante appuntamento per salvare il clima della Terra? Diretta con Marica Di Pierri, Luca Lombroso, Giovanni Mori e Lorenzo Tecleme.
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  • Da Parigi a Belém, i conti che non tornano – 6 novembre 2025
    Marica Di Pierri per Il Manifesto – Tra tensioni e fragili compromessi, i preparativi alla vigilia della Conferenza Onu. A che punto sono gli impegni nazionali di riduzione e i piani di adattamento dei singoli Paesi.
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  • A Sud a Belém alla Cop30 – 6 novembre 2025
    A Sud seguirà negoziati e mobilitazioni dalla COP30 di Belém, amplificando le voci dei movimenti per giustizia climatica e sociale.
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  • A Sud aderisce alla Global Call to Action della Cúpula dos Povos  – 5 settembre 2025
    Il 15 novembre scendiamo in piazza: basta disuguaglianze e razzismo ambientale, vogliamo giustizia climatica e un mondo dove la vita sia al centro.
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  • Vertice dei Popoli Verso la COP30: Manifesto Politico – 13 giugno 2025
    A Sud aderisce al Manifesto dei Popoli verso la COP30: un appello globale per giustizia climatica, anticapitalismo e democrazia dal basso.
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Racconteremo le negoziazioni

Per spiegare cosa accade davvero alla COP30, come si muovono i governi e quali interessi guidano le scelte sulla crisi climatica. Vi offriremo una copertura quotidiana per raccontarvi con le nostre parole e con uno sguardo critico, indipendente e radicale, vicino ai movimenti il dentro e fuori la Cop

Sveleremo le contraddizioni

Tra le promesse ufficiali e la realtà, mostrando lo scontro continuo tra lobby fossili e popoli che difendono la vita e i territori. Denunceremo le responsabilità smascherando la falsa transizione energetica e chi continua a inquinare mentre parla di sostenibilità con greenwashing e false soluzioni

Daremo voce alle comunità

Portando le loro storie, le lotte quotidiane e le alternative concrete alla devastazione ambientale, contro colonialismo ed estrazione. Ci collegheremo con l’Italia per connettere istanze e battaglie


INFO E CONTATTI

Per contatti e interviste con la delegazione:

Marica Di Pierri
maricadipierri@asud.net
55 21 967071220

Laura Greco
lauragreco@asud.net
+55 21 997673184

Bayer-Monsanto, cosa cambierà per l’agricoltura globale

Posted by on 9:35 am in Notizie | Commenti disabilitati su Bayer-Monsanto, cosa cambierà per l’agricoltura globale

Bayer-Monsanto, cosa cambierà per l’agricoltura globale

[di Valentina Neri per Lifegate, 7 giugno 2018]   Monsanto diventa proprietà di Bayer, che ne spazza via il nome per motivi d’immagine. E l’agricoltura è sempre più il regno di poche grandi corporation   Dopo più di due anni di trattative e manovre, è arrivato il giorno che cambierà le sorti dell’agricoltura e dell’agrochimica globale. Il giorno in cui Bayer sarà l’unico azionista di Monsanto. A dare l’annuncio ufficiale tramite un comunicato stampa è stata la stessa Bayer il 4 giugno, dopo aver ricevuto il tanto atteso via libera dalle autorità antitrust, prima in Europa e poi negli Stati Uniti.   Come ha fatto Bayer a investire più di 60 miliardi Attualmente, tenendo in conto il debito di Monsanto, l’operazione vale 63 miliardi di euro. Nella storia non era mai successo che un’azienda tedesca portasse a termine un’acquisizione estera così grande. La domanda, soprattutto per i non addetti ai lavori, è lecita. Com’è possibile finanziare una cifra del genere? Come si legge nella nota di Bayer, all’indomani dell’annuncio l’azienda si era subito assicurata un prestito ponte da 57 miliardi di dollari, parzialmente già rifinanziato. Come riportato da Reuters, il 3 giugno ha annunciato un aumento di capitale, che prevede l’emissione di 74,6 milioni di nuove azioni nell’arco di circa due settimane. Con un prezzo di 81 euro ciascuna, la cifra finale supera i 6 miliardi di euro. L’emissione è stata resa possibile da un accordo stretto con venti grandi banche e prevede uno sconto del 22 per cento per gli attuali azionisti. Nella stessa occasione, Bayer ha aggiunto di aver programmato l’emissione di obbligazioni senior per un totale di 20 miliardi di euro. Bayer aveva incassato parecchi miliardi anche dalla vendita di Covestro, produttore di polimeri e plastica, e dalle cessioni a favore di Basf che sono state prescritte dalle autorità antitrust per evitare l’instaurarsi di un monopolio su alcuni prodotti.   Come diventerà Bayer Il capitolo-Monsanto, infatti, è solo il più imponente all’interno di un processo di radicale trasformazione che la multinazionale di Leverkusen ha intrapreso ormai da diversi anni. A poco a poco, infatti, l’azienda si è allontanata dal business dei polimeri, concentrandosi su due grandi rami d’attività: la farmaceutica e l’agricoltura. Quest’ultimo di fatto raddoppia dopo l’acquisizione di Monsanto, raggiungendo un peso paritetico rispetto al pharma. Secondo le proiezioni elaborate dalla stessa Bayer, una “Bayersanto” nel 2017 avrebbe avuto circa 115 mila dipendenti e avrebbe raggiunto circa 45 miliardi di euro di vendite pro forma. Tutto questo anche tenendo in conto tutte le attività cedute a Basf.   Pochi potenti controllano il mercato globale di semi e pesticidi La Commissione europea, il dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti e altre autorità antitrust di diversi paesi del mondo hanno decretato che, per garantire la concorrenza, basta obbligare Bayer a dismettere alcuni rami di attività. Ma da molti fronti si fa notare che a beneficiarne è stata pur sempre Basf. Cioè uno dei colossi globali della chimica, con un fatturato di quasi 64,5 miliardi di euro nel 2017.  “La crescente concentrazione nel settore agrochimico sta esacerbando una tendenza pericolosa, che vede poche multinazionali prendere sempre più il controllo del futuro dell’agricoltura e, quindi, di quello che mangeremo”, commenta Federica Ferrario, responsabile della campagna agricoltura di Greenpeace Italia. Le fa eco Coldiretti, citando alcuni numeri che parlano da soli: “La maxi-fusione Bayer-Monsanto comporta che attualmente il 63 per cento del mercato delle sementi e il 75 per cento di quello degli agrofarmaci sia concentrato nelle mani di sole tre multinazionali con un evidente...

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Disseccamento degli olivi in Puglia: un disastro causato dal lassismo

Posted by on 9:28 am in Notizie | Commenti disabilitati su Disseccamento degli olivi in Puglia: un disastro causato dal lassismo

Disseccamento degli olivi in Puglia: un disastro causato dal lassismo

[di Alberto Lucarelli per Il Fatto Quotidiano, 9 giugno 2018]   Più di 400 cittadini manifestanti provenienti da tutta la Puglia, in rappresentanza delle oltre 50 associazioni e comitati che si battono contro l’impianto complessivo del decreto Martina, hanno manifestato ordinatamente e pacificamente, venerdì 25 maggio, a Bari. Si tratta di un decreto del 6 aprile che impone l’uso di pesticidi in mezza regione, dall’asse Adriatico-Jonio Fasano-Taranto fino a S.M. di Leuca, per sterminare la sputacchina (Philaenus spumarius L.), sospetta di essere il vettore del batterio Xylella Fastidiosaceppo CoDiRO. Un decreto che ha ad oggetto l’ulteriore piano di eradicazione di migliaia di olivi secolari, millenari e monumentali non censiti, col pretesto di voler arrestare una batteriosi che si suppone – nulla di scientificamente provato in maniera inconfutabile – sia la causa deldisseccamento dell’olivo nel basso Salento. Altri sostengono che i sintomi del disseccamento siano causati dalla cattiva gestione agronomica degli uliveti e l’uso eccessivo di sostanze chimiche. Mentre i dati ufficiali parlano di circa 3000 piante infette su oltre 170.000 campionate, molte in perfette condizioni vegetative in cui è presente il batterio ormai da più di un anno da quando sono iniziati i campionamenti, la stampa generalista e le associazioni di categoria prime fra tutte Coldiretti, Cia e Cno (Consorzio nazionale olivicoltori) lanciano una campagna allarmistica su dati infondati secondo i quali, a seconda delle occasioni, si va da un milione a 10 milioni di olivi infetti. In realtà le osservazioni empiriche e scientifiche di gruppi di sperimentazione e ricerca avviati in Salento già da un anno e finanziati dalla Regione Puglia rilevano che, dove le piante non sono state capitozzate da chioma e branche, più che di disseccamento si tratta di defoliazione causata da diverse aggressioni patogene, in particolar modo da funghi tracheomicotici, parassiti come il rodilegno giallo (Zeuzera Pyrina) e dal tarlo dell’olivo (fleotribo), tra i tanti patogeni presenti negli arealai salentini. A conferma di ciò diverse pubblicazioni scientifiche prodotte da oltre un decennio fino a oggi da enti di ricerca universitari e Cnr. Il contesto ambientale, costituito da decenni di cattive pratiche agricole, uso dissennato di pesticidi (secondo i dati incrociati di Arpa, Ispra e Istat, in Salento si è fatto uso di glifosato in percentuale 5 volte in più rispetto alla media nazionale), i mutamenti climatici in atto da vent’anni, hanno favorito lo stato di desertificazione dei suoli del Salento. Dai rilievi recenti appare evidente che la sostanza organica presente nel tacco d’Italia è al di sotto del 2% e anzi si attesta tra lo 0,2 e lo 0,8% quindi ben al di sotto della soglia di allarme desertificazione stabilita dalla Fao che è del 2%. In tutta l’area della provincia di Brindisi fino alla Valle d’Itria, compreso Fasano, Monopoli, Martina Franca e fino a Taranto, il fenomeno del disseccamento non è presente, perché le condizioni agro-ambientali non sono precipitate come quelle del Salento. Un fenomeno, quello dell’abbandono di una coltura fondamentale come l’olivo, innescatasi da quando, sul finire degli anni 90 e tra i primi del 2000 le norme che regolano l’erogazione del contributo pubblico, meglio conosciuto come “Integrazione al reddito per l’olivicoltura”, ha visto cambiare la modalità di erogazione. All’epoca si è passati dal contributo legato alla produzione a quello legato al numero delle piante in possesso del conduttore dell’oliveto. Contributo che gli olivicoltori percepiscono a condizione che gestiscano l’oliveto nel rispetto del Piano Olivicolo Integrato. Un cambiamento voluto dall’allora ministero delle Politiche Agricole e Forestali in accordo con le maggiori associazioni di categoria e di settore. Un cambiamento di strategia che ha indotto soprattutto gli olivicoltori del...

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[posted by Tom Fawthrop  on The Guardian, May 16th, 2018]   Government-commissioned report says proposed site at Sambor reach is the ‘worst possible place’ for hydropower due to impact on wildlife A Chinese-backed plan to build Cambodia’s biggest dam could “literally kill” the Mekong river, according to a confidential assessment seen by the Guardian which says that the proposed site at Sambor is the “worst possible place” for hydropower. The report, which was commissioned by the government in Phnom Penh, has been kept secret since it was submitted last year, prompting concerns that ministers are inclined to push ahead regardless of the dire impact it predicts on river dolphins and one of the world’s largest migrations of freshwater fish. The proposed hydropower plant would require an 18km-wide barrier across the river at Sambor, Kratie province. This quiet rural district is best known as a place for watching Irrawaddy dolphins, whose critically low numbers have just shown their first increase in 20 years. To examine the environmental impact of the dam and the 82km-long reservoir that would form behind it, the Cambodian government commissioned the National Heritage Institute, a US-based research and consultancy firm, to undertake a three-year study in 2014. But it has refused to make public the results of the Sambor Hydropower Dam Alternatives Assessment, despite numerous appeals from civil society organisations. A copy has now been leaked to the Guardian. In its key findings the report notes: “The impact on fisheries would be devastating as it would block fish migration from the Tonle Sap (Cambodia’s Great Lake), a vital tributary to the Mekong and the spawning grounds upstream.” The Mekong is the world’s most productive inland fisher y, sustaining the food security of 60 million people. The Mekong River Commission puts the value of wild-capture fish at $11b n, shared between the four member states of Cambodia, Laos, Thailand and Vietnam. The stakes are very high for a country where 80% of Cambodians count on fish as their main source of protein. It is also a potential game-changer for other species in the Mekong’s ecosystem. Marc Goichot, WWF’s water resources specialist, said: “After 15 years WWF and our Cambodian partners are finally winning the battle to conserve Mekong dolphins with 15 new calves born since 2015. A Sambor dam would ruin all those efforts. Together with the plight of the dolphins, fisheries, livelihoods and nutrition of rural communities would all suffer, as well as precipitating the sinking of the Mekong delta in Vietnam.” The plan for the dam dates back to a memorandum of understanding signed with China Southern Power Grid in 2006. Widespread opposition prompted the Chinese investor to withdrew from the project in 2008. The country’s chronic energy shortage, high prices and its 50% import dependency prompted the government to revive the Sambor project in 2016, after Laos had already launched two controversial dams upstream – the Xayaburi and the Don Sahong dams. In the executive summary, the report declares “a dam at this site could literally kill the river, unless sited, designed and operated sustainably. The Sambor reach is the worst possible place to build a major dam.” Cambodia’s deputy minister of energy, Ith Praing , said: “It is a very sensitive issue and too early to publish any kind of information on Sambor.” The survey team looked at 10 alternative...

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Quei fusti sepolti di cui è meglio non parlare

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Quei fusti sepolti di cui è meglio non parlare

[di Andrea Spartaco per Basilicata24, 8 giugno 2018]   Bocche cucite sullo studio del Cnr, che nel 2003 parlò di “presenza di bidoni metallici interrati nel sottosuolo” lungo la Pista Mattei di Pisticci   Volare controsenso Lungo la pista Mattei a Pisticci Scalo, da tempo si pensa a nuovi piezometri di monitoraggio della falda sotterranea. Una decisione semplice in un Sito di interesse nazionale a livello di bonifica ambientale (SIN, ndr)? Pare di no. Eppure anni fa politici e WinFly srl a Pisticci raccontavano l’aeroporto nazionale. Ma alle manifestazioni in pompa magna sono seguite, a febbraio 2018, le minacce di risarcimenti per milioni di euro dell’amministratore unico della WinFly, che ha parlato di lassismo di Regione e Consorzio industriale (Asi, ndr). Assurdo che in un’area dissequestrata contro il volere dei Carabinieri all’epoca di Celestina Gravina a capo della Procura di Matera, oggi invece di spendere soldi per una bonifica seria si andrebbe a gravare sui fondi pubblici per beghe tra una società privata e Regione. Per capire i motivi dei nuovi piezometri e le difficoltà nel farli su un luogo intossicato di cui ci occupiamo da tempo, dobbiamo partire dalle analisi fatte lungo la pista.   Storie scomode Nel 2009 Nedo Biancani, ex consulente tecnico-scientifico della Provincia di Matera, in un’intervista mi raccontò irato dei lavori appaltati alla pista Mattei. Precisò che se non autorizzati dal Ministero dell’Ambiente e con una corretta procedura di Valutazione di impatto ambientale non si poteva far nulla nel SIN. Ma non c’è stato verso. È arrivata la WinFly. Raccontò pure d’una discarica nell’area della pista di volo individuata in un lavoro di indagine commissionato dall’Asi di Matera nel 2001 in cui era stato scoperto di tutto, della dura reazione dell’Asi, e di come lui e il suo staff divennero “persone scomode” in Basilicata. Perché rilevare inquinamento in Basilicata è scomodo? Nello studio fatto da Biancani si parla di inquinamento diffuso, e si riporta tra i documenti di uno scavo fatto sino a 4 metri in cui sono stati riscontrati fusti corrosi. Tra 2007 e 2008 arrivarono altre analisi. Le fece l’Arpab, che produsse una “Relazione sull’intervento di caratterizzazione eseguito sul sito della Syndial spa”, e le fece la Environ Italy srl per conto della Syndial di Eni.   La contaminazione dell’acqua sotto la Pista Sia Arpab che Environ Italy rilevarono in alcuni campioni di terreno rame e idrocarburi pesanti fuori norma (foto 1). Abbiamo comparato poi i risultati di Arpab e Environ Italy per le acque di falda che scorrono sotto la pista, mappando i superamenti (foto2) della Concentrazione Soglia di Contaminazione (CSC, ndr). Tutti i 16 piezometri vedono manganese e solfati oltre CSC. In tutti c’è la stessa impronta di metalli pesanti, alcuni superano le CSC. In otto vi sono idrocarburi totali, in cinque alifati clorurati che in qualche caso superano la CSC. E tutto diventa più interessante se mettiamo assieme questi dati di contaminazione alle discariche presenti lungo la pista (discarica 1 e discarica 2 in foto 2, ndr), e a un altro studio del 2003 del Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR, ndr), che ha individuato tre aree molto particolari (sito 1, sito 2, e sito 3 in giallo in foto 2, ndr). Per leggere il quadro della situazione di inquinamento dell’acqua sotterranea bisogna tener conto delle linee isopiezometriche, quelle che...

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[posted by Martin Banks on The Parliament Magazine, May 18th, 2018]   The controversial substance glyphosate has serious adverse health effects, including on sexual and reproductive health, according to a new report published this week. This was the main finding of a study by the Italy-based Ramazzini Institute, which presented the results of a pilot study on glyphosate at a news briefing in Parliament. The study is part of the institute’s glyphosate project currently being conducted in partnership with Italian and US institutes and universities. Its publication coincides with a key meeting of the EU’s special committee on the EU’s authorisation procedure for pesticides (PEST). The Ramazzini Institute pilot forms part of a wide study, aimed for completion by 2022, the year when the authorisation renewal process for the popular weed-killer in the EU is due to start. Speaking at the briefing in Parliament, Fiorella Belpoggi, Director of the Istituto Ramazzini’s Research Area, said, “Today we can state that even at thresholds considered safe and under a relatively brief exposure period, glyphosate and its formulations are capable of altering certain significant biological parameters. “In light of these results, it is absolutely necessary to deepen the investigation on reproduction and development, and to acquire independent data on carcinogenesis.” Belpoggi said only if this happens will it be possible for the European Parliament, in 2022, to take decisions based on the “solid basis on independent science.” “We very much hope that, in addition to helping us with economic support, the EU institutions will want to take part in the technical scientific board that will manage the course of the study at the premises of our labs.” Also appearing at the same news conference, Greens/EFA group co-leader Philippe Lamberts, said, “With the European Parliament currently assessing the authorisation procedure for pesticides, this is a timely contribution to the debate around the potential dangers of glyphosate. “The early results suggest that glyphosate can have serious impacts on human health. It is important that these worrying findings are followed up on, and any further warning signs taken into account when the EU license for glyphosate comes up for renewal,” added the Belgian deputy. Further comment came from Greens/EFA group MEP Marco Affronte who told reporters, “It is essential that greater weight is placed on independent scientific studies than those commissioned by industry. Potential conflict of interest cast doubt on EU authorisation procedures. “This is not only an issue of the health of our citizens and their environment, but also one of institutional credibility. If we want to ensure the public has faith in decision-making in Brussels, it needs to be made much more robust and transparent.” The pilot study was on glyphosate based herbicides in rats, using the US Environmental Protection Agency’s acceptable daily dietary exposure level of glyphosate. It focused on the newborn, infancy and adolescence phases of life. The results are said to reveal that glyphosate based herbicides were able to alter certain important biological parameters, mainly relating to sexual development, genotoxicity and the alteration of the intestinal microbiome. The study involved several institutions and universities in Europe and the US and was funded by 30,000 members of the public in Italy, who are associates of the Ramazzini Institute cooperative. The findings come after the recent establishment by the Parliament of a...

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[posted by Paul Hockenos on YaleEnvironment360, May 8th, 2018]   Day and night, visitors to the mountain village of Kruš?ica in central Bosnia and Herzegovina — a speck on the map about 40 miles west of Sarajevo — encounter local women sentinels. The women have set up camp on the left bank of the Kruš?ica River in front of a narrow, rough-hewn wooden bridge, above which hangs a Bosnian flag and banners that declare “Bridge of the Brave Women of Kruš?ica” in Bosnian and “River No Dam” in English. Visitors may pass or even stop to drink a silty Turkish coffee with the village women, who obligingly tell of their campaign to stop the construction of a dam and hydroelectric power plant on the Kruš?ica, a gently cascading highland waterway enveloped in pine forest. The Kruš?ica women and other opponents of the dam say it would disfigure the river, upend its ecosystem, and flood pristine forest. “It’s the soul of our community,” says village mayor Tahira Tibold, noting that the Kruš?ica not only provides the community’s drinking water, but also contributes to the water supply of nearby cities — and is thus protected by Bosnian law. “We knew nothing about [the dam] until last summer, and then one day engineers showed up.” The village inquired and found that the municipal government — in violation of several laws — had approved the construction of the dam and two small power plants. The investors were a Sarajevo-based businessman and a local financier.   Nearly 2,700 dam projects are planned or under construction from Slovenia to Greece After a written protest went nowhere, the village barricaded the bridge last August. Women were at the fore, arms locked defiantly. But that did not deter a riot control squad, which stormed the bridge, dragging the women away and kicking and punching those who resisted. Screams pierced the dawn, and arrests followed. Construction equipment crossed the bridge and commenced digging. But the remaining villagers regrouped and planted themselves in front of a backhoe, forcing the builders to retreat. The case currently is in court, and the women of Kruš?ica guard the bridge 24 hours a day. The power station scheduled for Kruš?ica is just one of around 250 hydroelectric projects that have been approved or are under construction across Bosnia, and just a fraction of nearly 2,700 planned throughout the Balkan peninsula from Slovenia to Greece, according to a study by RiverWatch, a Vienna-based NGO, and EuroNatur, a German environmental group. Local residents, sportsmen, and international environmental groups are rising up against the wave of proposed dams in the Balkans, home to Europe’s last large assemblage of unspoiled rivers. A detailed assessment of 22,000 miles of Balkan rivers commissioned by WWF and other conservation groups has classified 30 percent of the region’s rivers as pristine or “near-natural” and another 50 percent as in good condition. That contrasts sharply with the situation in Western Europe, where most rivers have been dammed or subjected to intensive development. Scientists and conservationists say that if the proposed scale of Balkan dam building proceeds, thousands of miles of waterways, home to scores of endemic or endangered species, will be irreversibly degraded and polluted. In countries known more for recent ethnic conflict than natural beauty, the researchers discovered intact ecosystems: free-flowing, crystal-clear rivers, steep primeval canyons, and rare flora and...

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Siamo in un mare di… plastica!

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Siamo in un mare di… plastica!

[di Maria Marano per CDCA]   “Beat Plastic Pollution. If you can’t reuse it, refuse it”, che in italiano suona “Sconfiggi l’inquinamento da plastica. Se non puoi riusarla, rifiutala”, è lo slogan scelto quest’anno dalle Nazioni Unite per la Giornata mondiale dell’ambiente, celebrata il 5 giugno. Il filo conduttore delle tante iniziative in programma è la lotta alla plastica monouso con l’obiettivo di sensibilizzare i governi, le aziende e (non da ultimo) i cittadini nella ricerca di soluzioni alternative alla plastica monouso, per ridurne non solo il consumo ma in primis la produzione. Tra bottiglie, bicchieri, posate, cosmetici, vestiti (tanto per citare solo alcuni degli oggetti più comuni), siamo arrivati a produrre 20 volte più plastica rispetto agli anni ’70 (un terzo della quale solo di imballaggi). Di questo passo entro il 2050 in mare ci sarà più plastica che pesce (Fondazione Ellen MacArthur 2016). Sì, perché il mare e gli oceani sono i primi ad essere soffocati dai rifiuti plastici. La conferma arriva anche dai dati dell’UNEP, il Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente, secondo i quali: ogni anno si utilizzano 500 miliardi di buste di plastica, 8 milioni di tonnellate di rifiuti plastici arrivano nei mari e negli oceani, ogni minuto siamo impegnati nell’acquisto di circa un milione di bottiglie di plastica (equivalente al 10% di tutti i rifiuti prodotti). Gli oggetti di plastica trovano ampio spazio nella nostra quotidianità per i vantaggi che offrono in termini di costo, praticità e resistenza. Vengono però trascurati tutti gli svantaggi legati alle tecniche di produzione utilizzate (in molti casi altamente inquinanti), ai danni provocati quando (molte volte utilizzati una sola volta) vengono dispersi nell’ambiente, o ancora quando non sono riciclati o smaltiti adeguatamente. Nel vortice di quel circolo vizioso che è il consumismo, dell’usa e getta, del comodo ma inutile, di processi di produzione che non considerano il peso che la produzione ha in termini ambientali e sociali, siamo arrivati a creare delle vere discariche di plastica in mare anche in luoghi paradisiaci. Pensiamo alla Great Pacific Garbage Patch o a Thilafushi (l’isola di plastica delle Maldive). Si tratta in sostanza di enormi accumuli di rifiuti galleggianti portati e mantenuti lì dalle correnti oceaniche. Un problema che, secondo il rapporto di Greenpeace “Un mediterraneo pieno di plastica”, riguarda anche il mar Mediterraneo a causa della densità di popolazione lungo le coste, del turismo poco sostenibile, del traffico marittimo commerciale. I costi sull’ambiente sono notevoli in termini di inquinamento (di aria, suolo, fiumi, laghi, oceani) e di sfruttamento delle risorse, nonché delle sfide ambientali che ne conseguono: distruzione degli habitat naturali, dei servizi ecosistemici, della flora e della fauna, aumento della CO2. Il tutto inserito nella più ampia cornice del cambiamento climatico già in atto. Negli ultimi decenni il comune denominatore di tutte le sfide ambientali e climatiche, sempre più complesse e interconnesse, è sicuramente il modello economico che l’occidente ha costruito a vantaggio della crescita illimitata, che fa sempre più pressione sull’ambiente e sui limiti ecologici della Terra, fattori che dovranno fare i conti entro il 2050 con una popolazione di 9 miliardi di persone.   Una questione anche di ingiustizia ambientale e sociale Stiamo parlando di un’emergenza mondiale che insieme all’ambiente riguarda inevitabilmente anche la nostra vita, anche se con diversi pesi e misure. Il benessere che questo...

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[posted by Ben Chapman on Independent, May 13th, 2018]   Royal Dutch Shell, Italian oil giant Eni and a number of senior executives at the two firms face trial in Milan on Monday over corruption charges relating to a $1.1bn (£800m) deal for a Nigerian oil block. The Milan public prosecutor alleges that $520m from a 2011 deal to buy rights to a vast oil block off Nigeria’s coast was converted into cash and intended to be paid to the then Nigerian resident Goodluck Jonathan, members of the government and other Nigerian government officials. The prosecutor further alleges that money was also channelled to Eni and Shell executives, with $50m in cash delivered to the home of Eni’s then head of business for Sub-Saharan Africa, Roberto Casula. Four former Shell staff members face trial, including Malcolm Brinded, former executive director for upstream international operations, along with two ex-MI6 agents employed by Shell. Also standing trial are Eni’s chief executive Claudio Descalzi, former chief executive Paolo Scaroni, and chief operations and technology officer Roberto Casula. Shell, Eni and their executives have denied all charges. The trial comes after years of campaigning by anti-corruption groups Global Witness, The Corner House and Re:Common, as well as British-born Nigerian campaigner Dotun Oloko. After investigations by Global Witness and another anti-corruption group Finance Uncovered, Shell admitted in April last year that senior figures knew that some funds from the deal would be paid to companies controlled by former Nigerian oil minister Dan Etete. Barnaby Pace, an anti-corruption campaigner at Global Witness, said the trial should be a turning point for the oil industry. “Some of the most senior executives of two of the biggest companies in the world could face prison sentences for a deal struck under their watch.” Antonio Tricarico, of Italian NGO Re:Common, said: “This case heralds the dawning of the age of accountability, a world where even the most powerful corporations can no longer hide their wrongdoing and avoid justice.” Eni has said in a statement on its website that the trial “will give the opportunity to Eni to fully defend its position and to provide full evidence of the correctness of the actions taken with respect to the OPL 245 transaction.” Regarding the allegations against Eni’s CEO, the company has said: “Eni’s board of directors has reaffirmed its confidence that the company was not involved in alleged corrupt activities in relation to the transaction. “The board of directors also confirmed its full confidence that chief executive Claudio Descalzi was not involved in the alleged illegal conduct and, more broadly, in his role as head of the company. Eni expresses its full confidence in the judicial process and that the trial will ascertain and confirm the correctness and integrity of its...

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[posted by Alice Facchini and Sandra Laville on The Guardian, May 17th, 2018]   UK demand for fruit increased by 27% last year alone, prompting accusations that growers are illegally diverting rivers and leaving locals without water   British supermarkets are selling thousands of tonnes of avocados produced in a Chilean region where villagers claim vast amounts of water are being diverted, resulting in a drought. Major UK supermarkets including Tesco, Morrisons, Waitrose, Aldi and Lidl source avocados from Chile’s largest avocado-producing province, Petorca, where water rights have been violated. In Petorca, many avocado plantations install illegal pipes and wells in order to divert water from rivers to irrigate their crops. As a result, villagers say rivers have dried up and groundwater levels have fallen, causing a regional drought. Residents are now obliged to use often contaminated water delivered by truck. Veronica Vilches, an activist who is responsible for one of the Rural Potable Water systems, says: “People get sick because of the drought – we find ourselves having to choose between cooking and washing, going to the bathroom in holes in the ground or in plastic bags, while big agri-businesses earn more and more.” In 2011, Chile’s water authority, the Dirección General de Aguas, published an investigation conducted by satellite that showed at least 65 illegal underground channels bringing water from the rivers to the private plantations. Some of the big agribusinesses have been convicted for unauthorised water use and water misappropriation. The British Retail Consortium, which represents the major supermarkets, said the stores had been made aware of the allegations. A spokesperson said: “Our members have been made aware of the allegations made regarding production practices of avocados in the Petorca region of Chile. Retailers will work with their suppliers to investigate this. “Safeguarding the welfare of people and communities in supply chains is fundamental to our sourcing practices as a responsible industry.” Lidl said most of its avocados came from a supplier whose practices they trusted. But the store said it would investigate to see if any of its fruits came from Petorca. A spokesman said: “While not all of our avocados are sourced from the Chilean province of Petorca, those that do come from this region are sourced from Rainforest Alliance-certified producers. Nevertheless, we were concerned to learn of these allegations and will therefore be investigating the matter with both our supplier and the Rainforest Alliance.” Two thousand litres of water are needed to produce just one kilo of avocados – four times the amount needed to produce a kilo of oranges, and 10 times what is needed to produce a kilo of tomatoes, according to the Water Footprint Network. In Petorca, the required amount is even larger. “This is a very dry region, where it almost never rains, so every cultivated hectare requires 100,000 litres of water per day, an amount equivalent to what a thousand people would use in a day,” says Rodrigo Mundaca, an agronomist and activist with the environmental organisation Modatima. More than 17,000 tonnes of avocados were imported to the UK from Chile in 2016 and the demand for avocados in the United Kingdom has gone up 27% in just the last year, figures show. Some 67% of those avocados come from the Valparaiso region where Petorca is located. Both Vilches and Mundaca have received death threats in response to their...

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L’inquinamento mette a rischio la fertilità maschile

Posted by on 9:51 am in Notizie | Commenti disabilitati su L’inquinamento mette a rischio la fertilità maschile

L’inquinamento mette a rischio la fertilità maschile

[di Paola Emilia Cicerone per La Repubblica, 12 maggio 2018]   L’allarme inquinamento questa volta arriva dagli andrologi. E in particolare da uno studio italiano sul liquido seminale di uomini che vivono in aree gravemente inquinate, come Taranto o la Terra dei Fuochi, l’area a cavallo tra le province di Napoli e quella di Caserta, uno dei temi che saranno affrontati nel corso del congresso nazionale della Società Italiana di Andrologia, che si è appena concluso a Roma. Sapevamo già che l’inquinamento è una delle cause del vertiginoso aumento di infertilità maschile – si parla di una riduzione intorno al 50% nell’ultimo mezzo secolo – perché agisce sulla vitalità degli spermatozoi e sulla loro mobilità. Ora si è visto che alcuni inquinanti modificano anche la struttura del DNA. “Il problema insomma non riguarda solo i soggetti esposti, che rischiano di essere più vulnerabili a diverse patologie, ma le nuove generazioni”, spiega il responsabile dello studio Luigi Montano, UroAndrologo dell’ASL di Salerno e Presidente della Società Italiana di Riproduzione Umana. I ricercatori italiani guidati da Montano hanno misurato i livelli di inquinamento atmosferico – benzene e particolato PM10 e PM2.5 – nelle diverse aree studiate e l’hanno messo a confronto con i livelli di frammentazione del DNA spermatico in oltre 300 soggetti. Livelli che nelle aree a rischio dal punto di vista ambientale come Taranto e la Terra dei fuochi sono risultati significativamente maggiori – circa il 30% – rispetto a quelli delle aree di controllo di Palermo e Salerno. E’ stato proprio Luigi Montano, qualche anno fa, ad avere l’idea di studiare gli spermatozoi , particolarmente sensibili all’inquinamento, come marker di esposizione ambientale, trasformando gli studi sulle cause dell’infertilità in un efficace strumento di monitoraggio, sorveglianza e prevenzione in aree a rischio: è nato così il progetto EcofoodFertility che è partito da Acerra e oggi coinvolge diverse istituzioni ed università italiane e europee. “il seme maschile ci permette di monitorare gli effetti dell’inquinamento sulla fertilità, ma anche sulla salute in generale, per esempio l’aumento dello stress ossidativo e dell’infiammazione”, spiega Montano che al Congresso di Andrologia terrà una relazione dedicata proprio al “Seme sentinella della salute ambientale e generale”. Il nuovo studio sugli effetti degli inquinanti sul Dna – pubblicato sulla rivista Environmental Toxicology and Pharmacology – apre una nuova pagina in un filone di ricerca che ha già dato risultati importanti non solo in Italia: “un recente studio cinese conferma gli effetti dell’inquinamento sulla morfologia degli spermatozoi, mentre un gruppo di ricercatori canadesi ha dimostrato gli effetti dell’inquinamento sul DNA – spiega Montano – ma il nostro studio apre uno scenario ancora più preoccupante, mostrando come polveri sottili e altri inquinanti possano modificare l’espressione di molti geni aprendo la strada a varie patologie”. L’obiettivo di Ecofoodfertility è anche fare prevenzione, “ dallo stile di vita – spiega Montano – perché chi vive in zone a rischio deve prendere precauzioni, per esempio con un’alimentazione adeguata, ricca di vegetali antiossidanti”. E’ proprio questo il tema di un progetto pilota sostenuto dal ministero della Salute per la salvaguardia della qualità del seme negli adolescenti, attraverso interventi nutrizionali e sullo stile di vita, in tre aree ad alto impatto ambientale nel frusinate, nel bresciano e nella Terra dei...

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