Dal 10 al 21 novembre 2025 saremo a Belém, in Brasile, per partecipare come osservatori alla 30° Conferenza delle Nazioni Unite sul Clima. Racconteremo quanto avviene dentro e fuori le negoziazioni, porteremo e raccoglieremo le voci dei territori in lotta contro l’estrattivismo, contro il greenwashing e per una transizione ecologica realmente giusta.
Iscriviti al bollettino Sostieni il nostro lavoroL’agenda della COP30
A Belém si discuteranno e valuteranno gli NDCs, i nuovi impegni climatici nazionali che stabiliscono gli obiettivi di riduzione delle emissioni di ogni paese. Accanto alla mitigazione, l’adattamento sarà uno dei temi centrali attraverso il Global Goal on Adaptation (GGA) e i nuovi Piani nazionali di adattamento. Un altro capitolo chiave sarà quello della finanza per il clima. Tra i punti principali il nuovo obiettivo di finanziamento (NCQG), che punta ad aumentare il sostegno ai Paesi in via di sviluppo da 100 a 300 miliardi di dollari l’anno, e la Roadmap Baku-Belém, che traccia un percorso per mobilitare almeno 1.300 miliardi di dollari l’anno entro il 2035.
Temi cruciali, che si scontrano con uno scenario geopolitico ostile, segnato dal negazionismo climatico, dai venti di guerra, dalla corsa al riarmo e dalla violenza istituzionale. Non è un caso che in gioco a Belém ci sia più che mai la credibilità della diplomazia climatica e la sua capacità di tradurre le intenzioni in impegni concreti.
La Cupula dos povos
La Cúpula dos Povos è il grande incontro dei movimenti sociali e delle comunità che vivono in prima linea la crisi climatica. Nata nel 1992 come risposta critica alle negoziazioni ufficiali, propone un’alternativa fondata su giustizia climatica, sociale e ambientale, solidarietà e saperi ancestrali.
Dal 12 al 16 novembre 2025, in concomitanza con la COP30 di Belém, riunirà popoli indigeni, comunità quilombola e tradizionali, giovani e lavorator? in marce, dibattiti e azioni culturali.
La Cúpula mette al centro vite, diritti e territori, non statistiche: unisce chi costruisce ogni giorno soluzioni reali, dall’agroecologia alla difesa dei beni comuni, per spingere i governi ad adottare politiche di vera giustizia climatica.
Dichiarazione della Cupula Dos Povos
Perché A Sud e CDCA alla COP?
Nelle Cop si riuniscono i governi dei 197 Paesi che hanno ratificato la Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (UNFCCC), firmata a Rio de Janeiro nel 1992. Ma la COP30 non è solo un vertice diplomatico: è il terreno di confronto (e di scontro) tra attori diversi e diverse visioni del mondo. Da una parte il business as usual che trasforma la crisi climatica in profitto, dall’altra movimenti e territori che lottano per giustizia climatica, autodeterminazione e diritti della Natura.
La COP30 si terrà nel cuore dell’Amazzonia, a Belém do Pará, in Brasile. Non è un dettaglio geografico ma una scelta politica: è nel Sud globale che l’ingiustizia climatica colpisce più duramente mentre il Nord globale continua a negoziare emissioni e interessi fossili.
Qui non si decide solo il futuro del clima: si decide chi avrà diritto a un futuro.
Per raccontare cosa c’è in gioco, e come finisce la partita.
Andiamo alla COP per osservare da vicino i negoziati, capire quali equilibri politici e di potere si stanno ridefinendo, e portare la prospettiva dei territori e dei movimenti che chiedono giustizia climatica.
La partecipazione di A Sud e CDCA serve a connettere le lotte locali con quelle globali, rafforzare alleanze internazionali e raccontare – con sguardo indipendente e critico – come la diplomazia climatica sta affrontando, o eludendo, le proprie responsabilità.
Perché solo intrecciando voci e resistenze dal basso possiamo costruire un futuro giusto per tutt?.
Per costruire e rafforzare alleanze internazionali
Svolgere la COP in Brasile è un segnale che conta: significa rimettere al centro chi la crisi climatica la subisce davvero. Andiamo a Belém per stare con i movimenti globali per la giustizia climatica. In America Latina oggi si gioca una partita enorme: conflitti ambientali, estrattivismo, repressione, lotte indigene e popolari che resistono da decenni. Con tante realtà — dalla Colombia alla Bolivia, fino all’Amazzonia — abbiamo già lavorato, fatto campagne, costruito ponti. Lì ritroviamo compagn? con cui condividiamo visioni e pratiche.
Per portare una visione radicale dentro la COP
Sì, probabilmente sarà l’ennesimo flop diplomatico. Ma proprio per questo dobbiamo esserci, per non lasciare quei tavoli alle lobby fossili e ai governi che parlano di transizione mentre trivellano.
Da dentro vedi meglio le dinamiche, le crepe, le possibilità di alleanze e di conflitto.
Andiamo per portare la prospettiva della giustizia climatica e delle lotte dal basso, che legano crisi climatica, razzismo, patriarcato e disuguaglianze. La COP non è un punto d’arrivo: è un passaggio. Il resto si fa fuori, insieme, ogni giorno.
Diario dalla COP30
- Giorno 12 – 24 novembre 2025
Belém svela il fallimento della diplomazia climatica, ma apre spiragli: una roadmap anti-fossile e nuove alleanze per la giustizia.
Leggi l’articolo / Ascolta su Scanner
- Giorno 11 – 21 novembre 2025
Penultimo giorno a Belém: incendio in COP30, stalli politici e pressioni crescenti sul BAM e sull’uscita dai fossili.
Leggi l’articolo
- Giorno 10 – 20 novembre 2025A Belém 85 Paesi spingono per uscire dai fossili, mentre Italia e Polonia frenano. La COP30 è al bivio, il tempo è adesso.
- Leggi l’articolo / Ascolta su Scanner
- Giorno 9 – 19 novembre 2025
Belém rilancia la lotta globale ai fossili: la Colombia guida un fronte che vuole uscire davvero dal modello che brucia il pianeta.
Leggi l’articolo / Ascolta su Scanner
- Giorno 8 – 18 novembre 2025
Alla COP30 la transizione dai combustibili fossili sembra lontana, mentre i fondi dell’adattamento sono sotto il minimo.
Leggi l’articolo / Ascolta su Scanner
- Giorno 7 – 17 novembre 2025
Belem in rivolta: popoli indigeni e movimenti sociali spingono per una COP30 che dica finalmente basta ai fossili.
Leggi l’articolo / Ascolta su Scanner

- Giorno 6 – 15 novembre 2025
Anche quest’anno i dati sulla presenza dei lobbisti Gas&Oil alla conferenza di Belém sono alti: su ogni 25 persone accreditate al vertice, uno è un lobbista dei combustibili fossili, in totale sono oltre 1600.
Leggi l’articolo
- Giorno 5 – 14 novembre 2025
Il TFFF entra nella Cupula tra promesse e contraddizioni: fondi incerti, debiti in aumento e movimenti che denunciano l’ennesima falsa soluzione verde.
Leggi l’articolo / Ascolta su Scanner
- Giorno 4 – 13 novembre 2025
A Belém la protesta indigena irrompe nella COP30 e svela le contraddizioni del Brasile fossile. Intanto la Cupula esplode di mobilitazioni globali.
Leggi l’articolo /Ascolta su Scanner
- Giorno 3 – 12 novembre 2025
Adattamento al centro della COP30, ma i fondi restano insufficienti. A Belém arrivano movimenti e comunità indigene: la vera pressione viene dai territori.
Leggi l’articolo / Ascolta su Scanner
- Giorno 2 – 11 novembre 2025
Lula parla di disuguaglianze alla Cop30, ma il Brasile continua a spingere sul fossile. A Belém torna al centro il nodo tra clima e ingiustizia.
Leggi l’articolo / Ascolta su Scanner
- Giorno 1 – 10 novembre 2025
Dalla Cop30 alla Cúpula dos Povos: a Belém si apre la sfida per la giustizia climatica tra responsabilità globali, diritti dei popoli e resistenza dei territori.
Leggi l’articolo / Ascolta su Scanner
Articoli di approfondimento alla COP30
- Cosa resta della Cop30, la battaglia per il clima e i diritti è ancora lunga – 24 novembre 2025
Marica Di Pierri e Laura Greco su Domani – COP30 fallisce su fossili e foreste, ma il Bam e il blocco dei 82 paesi per l’uscita dal fossile aprono spiragli di lotta e nuove alleanze.
Leggi l’articolo
- Sulla fine dei lavori della COP30 – 24 novembre 2025
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Cosa è successo alla 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici? Quali sono le grandi vittorie? Quali le sconfitte?
Guarda la diretta
- La tabella della discordia – cos’è successo alla COP30 – 23 novembre 2025
Laura Greco su Radio24 – COP30 a Belém annuncia impegni su energia, foreste e adattamento, ma senza una vera uscita dal fossile restano promesse vuote da incalzare con lotte dal basso.
Ascolta su Il Sole 24 ore
- “A resposta somos nós”. Ma alla COP30 le richieste dei popoli indigeni non fanno breccia – 23 novembre 2025
Laura Greco su EconomiaCircolare.com – Alla COP30 le voci indigene restano ai margini mentre la foresta corre verso il punto di non ritorno. Senza giustizia, non c’è futuro.
Leggi l’articolo
- La “Dichiarazione di Belém” e il multilateralismo del phase out dai fossili spinto dal basso – 21 novembre 2025
Laura Greco su Altreconomia – Da Belém arriva una spinta dal basso per uscire dai fossili: governi e movimenti uniscono le voci per un phase out reale, giusto, globale.
Leggi l’articolo
-
- Cop30: senza il Gender action plan ogni azione climatica è limitata – 21 novembre 2025
Marica Di Pierri e Laura Greco su Valori – Nonostante le ambiziose premesse il Gender action plan ha trovato diversi ostacoli sui tavoli negoziali della Cop30
- Cop30: senza il Gender action plan ogni azione climatica è limitata – 21 novembre 2025

- Alla Cop30 arrivano le storie di migrazioni climatiche – 21 novembre 2025
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30, in vista delle negoziazioni finali, si parla del fenomeno crescente degli sfollamenti forzati dal cambiamento climatico.
Leggi l’articolo
- Belém, la foresta degli indigeni si ribella a Lula – 20 novembre 2025
Laura Greco su Il Manifesto – Le nazionalità dell’Amazzonia denunciano l’inagibilità politica alla Cop e chiedono una mobilitazione internazionale guidata direttamente dai popoli indigeni per proteggere i loro territori e affrontare la crisi climatica alla radice
- Alla Cop 30 i movimenti si riprendono la scena – 20 novembre 2025
Marica Di Pierri su Il Manifesto – Era dalla Cop 26 di Glasgow che non si vedeva così tanta società civile. Accanto al vertice ufficiale, in più di 50 mila hanno animato la «Cupula dos povos» per una svolta vera sul clima e i diritti
Leggi l’articolo
- COP30, BELÉM | Italiani in mobilitazione – 20 novembre 2025]
Il Climate Pride in azione alla COP30: l? attivist? chiedono all’Italia una roadmap chiara e ambiziosa per uscire dai fossili.
Leggi il comunicato
- A Belém torna il protagonismo sociale – 19 novembre 2025
Marica Di Pierri su Collettiva – Alla Cop30 movimenti, organizzazioni, popoli e sindacati riacquistano centralità: proposte e campagne dal basso sono arrivate nelle stanze dei negoziati.
Leggi l’articolo
- Come procede la COP30 in Brasile? Intervista a Laura Greco da Bélem – 19 novembre 2025
Laura Greco su Scienza e Pace Magazine – COP30 tra repressione, lobby fossili e resistenze indigene: la giustizia climatica la costruiscono i territori, non i negoziati.
Leggi l’articolo
- Lifegate dalla COP30 – 18 novembre 2025
Marica Di Pierri su Lifegate – Dalla COP30 il racconto dell’inedita comunicazione tra dentro e fuori la COP, tra le richieste indigene e l’ambiguo governo di Lula.
Ascolta su Lifegate
- Il Fondo per le foreste e la falsa soluzione del biocapitalismo si ripropone alla Cop30 di Belém – 18 novembre 2025
Laura Greco su Altreconomia – Il Tropical forests forever facility lanciato da Lula è l’ennesimo dispositivo finanziario che viene presentato come innovazione.
Leggi l’articolo
- Attivismo e giustizia climatica: se il diritto alla protesta diventa un reato – 17 novembre 2025
Marica Di Pierri su Valori.it – Alla Cop30 emerge un allarme globale: in molti Paesi il diritto alla protesta viene represso e l’attivismo ambientale è sempre più criminalizzato
Leggi l’articolo
- Alla Cop30 di Belèm il fondo per l’adattamento resta senza fondi – 17 novembre 2025]
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30 fallisce, per il terzo anno di fila, l’obiettivo di raccolta minima per finanziare l’adattamento dei Paesi del Sud globale.
Leggi l’articolo

- Massiccia partecipazione popolare a Belém – 16 novebre 2025
Marica Di Pierri su L’aria Che Respiri – Alla Cúpula dos Povos tantissime voci per reclamare la fine dei combustibili fossili e una giustizia climatica guidata dai popoli, non dalle multinazionali.
Ascolta su Radio Rai1
- In diretta da Bele?m – Aggiornamenti sulla prima settimana di COP30 – 15 novembre 2025
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – In diretta da Belém, per raccontare in diretta i lavori della 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici. ?Foto di Oliver Ninja e Midia Ninja
Guarda la diretta
- Cop30: chi difende i combustibili fossili dentro i negoziati sul clima – 14 novembre 2025
Marica Di Pierri per Altreconomia – Alla Cop30 un lobbista fossile ogni 25 delegat?: il vertice che dovrebbe chiudere l’era fossile continua a farsela scrivere da chi la profitta.
Leggi l’articolo
- Giustizia climatica, questa dimenticata – 13 novembre 2025
Marica Di Pierri su Il Manifesto – Il legame tra clima e disuguaglianze è ormai assodato. Ma dopo 30 anni di conferenze, i ricchi continuano a fare grandi affari con i fossili.
Leggi l’articolo
- L’adattamento secondo la COP30: “Adattarsi è sopravvivere” – 13 novembre 2025
Marica Di Pierri per EconomiaCircolare.com – COP30 punta a rendere operativo il Global Goal on Adaptation, tra governance multilivello, indicatori, fondi insufficienti e necessità di giustizia climatica.
Leggi l’articolo
- La Cop30 in Brasile e le politiche industriali green – 11 novembre 2025
Marica Di Pierri per Tutta La Città Ne Parla, Radio3 – È iniziata la Cop30 a Belém, 10 giorni in cui si discuterà su come trovare una via d’uscita alla deriva del cambiamento climatico nonostante le difficoltà politiche che ci circondano.
Ascolta l’episodio
- Road to Belém – 7 novembre 2025
Marica Di Pierri per Valori.it – Verso la Cop30 di Belém, cosa aspettarci dal più importante appuntamento per salvare il clima della Terra? Diretta con Marica Di Pierri, Luca Lombroso, Giovanni Mori e Lorenzo Tecleme.
Guarda la diretta
- Da Parigi a Belém, i conti che non tornano – 6 novembre 2025
Marica Di Pierri per Il Manifesto – Tra tensioni e fragili compromessi, i preparativi alla vigilia della Conferenza Onu. A che punto sono gli impegni nazionali di riduzione e i piani di adattamento dei singoli Paesi.
Leggi l’articolo
- A Sud a Belém alla Cop30 – 6 novembre 2025
A Sud seguirà negoziati e mobilitazioni dalla COP30 di Belém, amplificando le voci dei movimenti per giustizia climatica e sociale.
Leggi l’articolo
- A Sud aderisce alla Global Call to Action della Cúpula dos Povos – 5 settembre 2025
Il 15 novembre scendiamo in piazza: basta disuguaglianze e razzismo ambientale, vogliamo giustizia climatica e un mondo dove la vita sia al centro.
Leggi l’articolo
- Vertice dei Popoli Verso la COP30: Manifesto Politico – 13 giugno 2025
A Sud aderisce al Manifesto dei Popoli verso la COP30: un appello globale per giustizia climatica, anticapitalismo e democrazia dal basso.
Leggi l’articolo
Racconteremo le negoziazioni
Per spiegare cosa accade davvero alla COP30, come si muovono i governi e quali interessi guidano le scelte sulla crisi climatica. Vi offriremo una copertura quotidiana per raccontarvi con le nostre parole e con uno sguardo critico, indipendente e radicale, vicino ai movimenti il dentro e fuori la Cop
Sveleremo le contraddizioni
Tra le promesse ufficiali e la realtà, mostrando lo scontro continuo tra lobby fossili e popoli che difendono la vita e i territori. Denunceremo le responsabilità smascherando la falsa transizione energetica e chi continua a inquinare mentre parla di sostenibilità con greenwashing e false soluzioni
Daremo voce alle comunità
Portando le loro storie, le lotte quotidiane e le alternative concrete alla devastazione ambientale, contro colonialismo ed estrazione. Ci collegheremo con l’Italia per connettere istanze e battaglie
INFO E CONTATTI
Per contatti e interviste con la delegazione:
maricadipierri@asud.net
+ 55 21 967071220
Laura Greco
lauragreco@asud.net
+55 21 997673184
[posted by Chris Mooney on The Washington Post, 16th May, 2018] A 14-year NASA mission has confirmed that a massive redistribution of freshwater is occurring across Earth, with middle-latitude belts drying and the tropics and higher latitudes gaining water supplies. The results, which are probably a combination of the effects of climate change, vast human withdrawals of groundwater and simple natural changes, could have profound consequences if they continue, pointing to a situation in which some highly populous regions could struggle to find enough water in the future. “To me, the fact that we can see this very strong fingerprint of human activities on the global water redistribution, should be a cause for alarm,” said Jay Famiglietti, a researcher at NASA’s Jet Propulsion Laboratory and one of the authors of a study published in Nature on Wednesday. The results emerge from the 2002-2016 GRACE mission, which is short for Gravity Recovery and Climate Experiment, supplemented with additional data sources. The GRACE mission, which recently ended but will soon be replaced by a “Follow-On” endeavor, consisted of twin satellites in orbit that detected the tug of Earth’s gravity below them — and monitored mass changes based on slight differences in measurements by the two satellites. Among the massive features on Earth, water and ice are the ones that change most regularly. Thus, the GRACE data has been used to detect the vast losses of ice in Greenland, Antarctica and Alaska, as well as changes in ocean currents and the scale of the California drought. The new research, led by NASA’s Matthew Rodell, pulls together these and other findings to identify 34 global regions that gained or lost more than 32 billion tons of water between 2002 and 2016. As the study notes, 32 billion tons is about the amount of water contained in Lake Mead, which is in Nevada and Arizona. So all 34 areas saw very large changes. The resulting map of the findings shows an overall pattern, in which ice sheets and glaciers lose by far the most mass at the poles, but at the same time, middle latitudes show multiple areas of growing dryness even as higher latitudes and the tropical belt tend to see increases in water. The study emphasizes that the 34 separate changes that it detects do not all have the same cause — not even close. There’s strong suspicion that the melting of glaciers and ice sheets is tied to climate change. On land, it’s possible that some droughts and rainfall increases might also be, though the study is cautious about that, noting that natural variability can also be a major factor. Still, the idea of mid-latitude drying and higher- and lower-latitude wetting is a common feature of climate change models. “We only have 15 years of data from GRACE, but it sure as heck matches that pattern, it matches it now,” Famiglietti said. “That’s cause for concern.” Further data from a new launch of the GRACE “Follow-On” mission will contribute to a longer data record that may help better identify trends, Famiglietti said. And there are other human-induced changes, relating not to climate change but, rather, to direct withdrawals of water from the landscape. In northern India, the northern China plain and the Caspian and Aral seas in Central Asia, among...
read moreIl Global Risk Report 2018
[di Marco Ferrari per L’Espresso, 8 maggio 2018] Dal World Economic Forum l’analisi dei rischi economici e ambientali che corre l’umanità, raccolti in un quadro grigio, con poco spazio all’ottimismo. Le dinamiche delle forze che “fanno funzionare” il pianeta si rivelano sempre più intricate e interconnesse. Tra i tanti fattori, aumentano il peso dell’impronta dell’uomo sulla natura e la ricchezza delle nazioni e dei popoli, ma il nostro operato accresce anche i rischi che corre la specie umana. Una visione globale delle criticità ce la dà il World Economic Forum con il Global risk report 2018 (realizzato con l’aiuto della compagnia assicurativa Zurich), che evidenzia almeno quattro ambiti in cui si concentrano le maggiori preoccupazioni: le disuguaglianze sociali, le tensioni interne ed esterne agli Stati, i pericoli ambientali e la vulnerabilità del cybermondo. Ricchi più ricchi Il primo dei rischi, quello relativo alle disuguaglianze e alla mancanza di giustizia sociale, potrebbe insorgere se la crisi economica si ripresentasse e l’attuale, pallida crescita dell’economia globale fosse sostituita da un altro crollo. Per quanto riguarda il lavoro, il tasso di crescita degli stipendi è in diminuzione dal 2012, secondo l’International labour organization, mentre per l’FMI – il Fondo monetario internazionale – il 53% dei Paesi ha visto allargarsi la forbice tra la parte più ricca e la parte più povera della società – complici anche l’automazione e la digitalizzazione spinte, variabili che contribuiscono a ridurre sia i posti di lavoro sia le retribuzioni, in tutto il mondo. Ambiente sotto stress Data per buona “l’uscita dalla crisi”, il rischio economico è stato sostituito dai rischi ambientali, come gli eventi climatici estremi e, in generale, i disastri naturali provocati dal riscaldamento globale. Nei tredici anni di pubblicazione del Global risk report i rischi ambientali sono andati sempre aumentando: tutte le criticità considerate – eventi estremi, disastri naturali, mancanza di adattamento al cambiamento climatico, perdita della biodiversità e disastri provocati direttamente dall’uomo – sono molto in alto nella classifica dei rischi percepiti e probabili. Tutto connesso a tutto Come si fa notare nel rapporto, il fatto più grave, e riconosciuto, è che i rischi ambientali sono direttamente o indirettamente collegati ad altri pericoli per l’umanità, come la crisi idrica e la migrazioni non volontarie (spinte cioè da cambiamenti nei Paesi di origine). Proprio l’interconnessione spinta tra tutti i tipi di rischi è il punto su cui il rapporto insiste maggiormente. Un esempio: la temperatura in aumento, la siccità e le ondate di calore aumentano i pericoli per l’agricoltura globale, e quindi per la produzione di cibo, con lo spettro di nuove e importanti carestie e, di conseguenza, di flussi migratori forzati, non volontari....
read more[posted on Climate Home news, May 2nd, 2018] At UN climate talks in Bonn, governments must find sources of finance to support the victims of climate disaster, write officials from four vulnerable countries A few months ago, Hurricane Maria caused economic losses and damages of 226% of Dominica’s GDP. Only two years before, Tropical storm Erika cost Dominica 90% of GDP, and Tropical Cyclone Pam battered Vanuatu, costing 64% of Vanuatu’s GDP. Last year Bangladesh suffered the worst flooding in a century covering one third of the country and affecting 11 million people, and in 2007 and 2009 Tropical Cyclones Sidr and Aila devastated Bangladesh. High coastal tides have reached deep inland in the Seychelles, threatening its economic livelihood. Warmer seas have made tropical storms and coastal flooding more destructive than before, and that is before we consider the human costs of lost lives, homes, roofs, jobs and livelihoods. The trauma of monumental disasters cost lives long after the disaster passes. We choose to be captains of our fate. We are endeavouring to waterproof our livelihoods and societies. But to do so will cost more than 100% of our GDP. We cannot do so overnight and yet each day takes us closer to the next hurricane, cyclone or monsoon. Climate change is relentless for us. It is not only unjust that we should pay the costs of loss and damage from a climate change we did not cause, this very iniquity is a force behind climate change. As long as those who profit from the production of greenhouse gases are not those who suffer its most extreme consequences, climate change will accelerate. Soon the whole world will be affected, but soon it will be too late. The effective solution lies in the polluter pays principle and international solidarity envisaged by the 2013 Warsaw International Mechanism for Loss and Damage, later enshrined in the 2015 Paris Climate Agreement. There was much self-congratulation at Paris. But five years on from Warsaw and two and a half years on from Paris, nothing has been done internationally to implement mechanisms to raise the amount of finance needed to offset the losses and damage of climate change for the most vulnerable. The resources currently available are no match for the costs. To ration them these resources are made difficult, costly and slow to access. Monumental disasters require immediate responses, not pledges that take years to deliver. Resources to offset climate-related losses and damages need to be scaled up and the perpetrators, not the victims, must pay. Serious consideration must be given to solutions like a climate damages tax on fossil fuel extraction or consumption, a climate levy on those sectors that contribute the most to climate change and more impactful carbon pricing schemes. These mechanisms could raise the hundreds of billions of dollars a year that are necessary, could help to reduce the production of greenhouse gases and could be designed to respond faster to immediate or slowly unfurling climate disasters. The Suva Expert Dialogue today and tomorrow at UN climate change talks in Bonn should start the task of laying out a roadmap towards mobilising additional finance for loss and damage at the appropriate scale. The UN must convene a task force to explore new mechanisms for mobilizing the resources required,...
read more[posted by Jonathan Watts on The Guardian, May 10th, 2018] The Tanzanian government is putting foreign safari companies ahead of Maasai herding communities as environmental tensions grow on the fringes of the Serengeti national park, according to a new investigation. Hundreds of homes have been burned and tens of thousands of people driven from ancestral land in Loliondo in the Ngorongoro district in recent years to benefit high-end tourists and a Middle Eastern royal family, says the report by the California-based thinktank the Oakland Institute. Although carried out in the name of conservation, these measures enable wealthy foreigners to watch or hunt lions, zebra, wildebeest, giraffes and other wildlife, while the authorities exclude local people and their cattle from watering holes and arable land, the institute says. The report, released on Thursday highlights the famine and fear caused by biodiversity loss, climate change, inequality and discrimination towards indigenous groups. Losing the Serengeti: The Maasai Land that was to Run Forever uses previously unpublished correspondence, official documents, court testimonies and first-person testimony to examine the impact of two firms: Thomson Safaris based in the United States, and Otterlo Business Corporation based in the United Arab Emirates. It says Thomson’s sister company, Tanzania Conservation Limited, is in a court battle with three Maasai villages over the ownership of 12,617 acres (5,106 hectares) of land in Loliondo which the company uses for safaris. One Maasai quoted in the report said Thomson had built a camp in the middle of their village, blocking access. “Imagine, a stranger comes and constructs a big building in the centre of your home,” reads the testimony. “Our livestock cannot go to the waterhole – there is no other route for the villagers or their livestock.” The report says villagers have been driven off, assaulted or arrested by local police, park rangers or security guards. The restricted access to land has made the Maasai more vulnerable to famine during drought years, the report says, noting appeals that locals have made for the government to change policies because of growing numbers of malnourished children. A Maasai villager contacted by the Guardian said access remained blocked and that uniformed agents had beaten, threatened or tied-up and driven off pastoralists, as recently as December. Thomson strongly denies these accusations. It says Tanzania Conservation Limited employs 100% Maasai staff, allows cattle on the property to access seasonal water, and works with local communities and the government to conserve the savannah, improve access to water and formulate a sustainable grazing policy. The company blames past conflicts on NGO activists who they say stirred up villagers and led to staff being assaulted by young warriors armed with clubs, spears, knives and poison arrows. “These interventions have been played out to attract attention, provide stories, and to disrupt the working relationship between company and communities on the ground,” Rick Thomson, a director of Tanzania Conservation, wrote in an email to the Guardian. “In these events the endangered staff have a protocol of disengaging any way they can to avoid escalation, and reporting to the authorities any situation where any people and property, are physically threatened. These situations have been rare and no such events have occurred for the last four years.” He said the company was not connected to government evictions of illegal residents in the national park, which is reserved for wildlife. The report also claims Maasai have been driven...
read moreMarichuy, la voce negata dei diritti degli indigeni, delle donne e della natura
[di Francesco Bassetti per Lifegate, 6 maggio 2018] Ha tentato di correre per le elezioni presidenziali in Messico, senza riuscirci. Questa è la storia di Marichuy, rappresentante degli indigeni scelta per dare nuova vita al femminismo e alla difesa dell’ambiente. Dopo essere stata eletta portavoce delle comunità messicane indigene, il 16 ottobre del 2016 Marichuy ha avviato la sua campagna come candidata indipendente nelle elezioni presidenziali che avverranno in Messico a luglio del 2018. È la prima volta che il Paese permette a candidati indipendenti di partecipare alle elezioni, a patto che raccolgano almeno 850mila firme. E per questo la richiesta di Marichuy di correre alle presidenziali è stata respinta:non ha raggiunto questo numero entro la scadenza prevista, il 19 febbraio. Tuttavia la sua campagna è stata un successo nell’ambito dei diritti delle donne, degli indigeni e della natura. Marichuy, la candidata indipendente e indigena Marìa de Jesùs Patricio, nota come Marichuy, è nata nel 1963 all’interno comunità Nahua di Tuxpan nello stato di Jalisco ed è un’esperta di medicina tradizionale, tanto che nel 1992 ha fondato la clinica Calli Tecolhuacateca Tochan, nella sua città natale. Ma tutta la sua vita è stata caratterizzata anche da un incessante attivismo politico. È stata una delle figure chiave dell’Esercito zapatista di liberazione nazionale (Ezln) che, nel 1994, ha tentato di unificare le comunità indigene messicane e combattere la politica neoliberista, ad esempio l’accordo nordamericano di libero scambio (Nafta) tra gli Stati Uniti e il Canada, che è entrato in vigore proprio quell’anno, mettendo a rischio l’esistenza stessa delle comunità indigene e delle loro terre native. Dopo la rivolta armata dell’Ezln e il conseguente trattato di pace con il governo messicano del 1996 (noto come gli Accordi di San Andrès), Marichuy ha contribuito alla creazione del Congresso nazionale indigeno (Cni). Quest’ultimo è stato creato da varie comunità indigene e i loro rappresentanti come spazio dove incontrarsi ed organizzare una politica comune e indipendente, promuovendo forme alternative di organizzazione, rappresentanza e processi decisionali. Gli zapatisti ed il Cni non si uniformarono agli altri partiti politici, e decisero di creare delle comunità autonome ed indipendenti chiamate “Caracoles” in tutto il paese, fondate sul principio dell’autodeterminazione, diventando un modello di autogoverno per il resto mondo. Marichuy è stata la prima donna indigena a candidarsi per le elezioni in Messico A ottobre del 2016 il Cni e l’Ezln avevano annunciato la loro partecipazione alle elezioni appoggiando un candidato indipendente. Marichuy era stata scelta per via del suo ruolo di sostenitrice dei diritti delle donne, degli indigeni e della natura. Infatti, la questione della conservazione della biodiversità le stava e le sta particolarmente a cuore: come esperta di medicina tradizionale, usufruisce delle foreste e di ciò che la circonda come risorsa di sapere e fonte di medicine. Una campagna breve ma diversa, indipendente Questa decisione arrivava in un momento di tensione per il Messico per via delle dure condizioni dei poveri e delle comunità oppresse. Questioni come le sparizioni forzate, i conflitti per l’estrazione delle risorse ed i diritti delle donne e degli indigeni hanno dato vita alla ricerca di una voce al di fuori dei partiti tradizionali, tra i quali si trovano il Partito rivoluzionario istituzionale (Pri) del presidente attuale Enrique Peña Nieto ed il Partito d’azione nazionale (Pan). La campagna di Marichuy racchiudeva tutti questi temi e il Cni ha contribuito alla sua importanza politica creando un consiglio governativo indigeno che aderisce ai sette principi del Congresso: servire e non servirsi, costruire e non distruggere, rappresentare e non sostituire, convincere e...
read morePatagonia, il fuoco che brucia la storia
[di Gioia Claro per DinamoPress, 8 maggio 2018] A poche ore da una perizia nella comunità mapuche Pu Lof che compromette la polizia del Chubut, agenti dello Stato e personale di sicurezza di Benetton hanno sparato contro membri della comunità e incendiato un posto di guardia che costituiva un prova fondamentale in varie cause. La notte del 2 maggio, forze di polizia della provincia del Chubut insieme a personale di sicurezza di Benetton hanno fatto irruzione con colpi di arma da fuoco nella Pu Lof in resistenza di Cushamen. Non contenti, hanno incendiato completamente il posto di guardia che la comunità aveva all’ingresso, lì dove era esta fotografato per l’ultima volta Santiago Maldonato, dove fu visto il suo zaino e dove ancora non si è fatta la ricostruzione di quanto accaduto il primo agosto scorso. «Hanno sparato ai nostri lamién [fratelli, nel testo originale è in lingua mapuche, ndt] e dopo hanno bruciato completamente il posto di guardia», ha raccontato Soraya Maicoño, portavoce della Pu Lof. In quel posto di guardia, utilizzato anche come casa, c’erano letti, materassi, cibo, libri e giocattoli. La data scelta per questa nuova intimidazione contro la comunità non è casuale. È successo nelle ore precedenti a due vicende giudiziarie che coinvolgono Benetton e lo Stato. Da una parte, la mattina di venerdì 4 maggio si sarebbe realizzata una perizia che può dimostrare che l’11 gennaio dell’anno scorso la polizia della provincia del Chubut ha provato a commettere un omicidio verso i membri della comunità. «In quella causa è stato imputato il capo della brigada di investigazione della polizia del Chubut, l’ufficiale Solorza, e questo venerdì [4 maggio, ndt] si realizzerà una planimetria, una prova importante nel territorio per determinare come la polizia del Chubut è entrata e ha sparato verso i membri della comunità per uccidere, l’11 gennaio 2017», spiega l’avvocata Sonia Ivanoff. «Si potrà dimostrare perché con molto sforzo e durante un lungo tempo abbiamo raccolto dei soldi per pagare un perito di parte», dice Soraya Maicoño. Appena poche ore dopo questo fatto, si è verificato l’incendio, che ha cancellato una delle prove, proprio il posto di guardia dove erano segnati gli impatti dei proiettili. L’ingiustizia di Benetton Dall’altra parte, lunedì 7 maggio si terrà a Esquel l’udienza preliminare in cui l’imprenditore Luciano Benetton accusa di “usurpazione” sette membri della Lof, tra cui il Lonko [capo politico e spirituale, ndt] Facundo Jones Huala, che continua a essere detenuto in attesa che la Corte Suprema ne definisca l’estradizione e a cui non è permesso partecipare all’udienza nella quale viene accusato. «Benetton e la sua gente non hanno modo di dimostrare di aver comprato legalmente il territorio che noi recuperiamo», dice Soraya rispetto a quello che succederà lunedì, quano la comunità presenterà fondamenti storici, catastali, mappe e testimonianze di antichi abitanti che dimostrano la preesistenza della colonia aborigena di pastori di Cushamen. «Luciano Benetton ha messo i recinti e si è appropriato di una parte del nostro territorio. Perciò non è casuale che si sia verificata questa situazione. Dimostrano ancora una volta quanto sono mafiosi e che c’è una chiara connivenza e complicità da parte dello Stato nazionale e di quello provinciale. Rimaniamo comunque determinati, convinti che bisogna sostenere il recupero, ma anche preoccupati perché vediamo la punizione costante che c’è verso di noi come popolo mapuche...
read more[posted by Lisa Cox on The Guardian, May 15th, 2018] The government has released a new acreage for offshore oil and gas exploration in the Great Australian Bight that green groups says should have been kept off limits after it was cancelled by BP. The permit is one of two that BP cancelled after the company abandoned its plans for oil and gas drilling in the bight in 2016. Its remaining two permits were sold to the Norwegian oil and gas multinational Statoil. On Tuesday the government released 21 new acreages that petroleum companies will be able to bid for across six basins off Western Australia, South Australia, Victoria and the Ashmore and Cartier Islands. The announcement came as protesters gathered outside the Australian Petroleum Production & Exploration Association’s annual conference in Adelaide to oppose new oil and gas drilling in the bight. Later on Tuesday, Kangaroo Island’s mayor, Peter Clements, was speaking at Statoil’s annual general meeting in Norway to highlight community opposition to the project. The Wilderness Society said on Tuesday that the government was “acting insanely in trying to push oil and gas exploration in the Great Australian Bight” in waters that were pristine and where development was risky. “The pristine, treacherous waters of the Great Australian Bight are a completely inappropriate place for risky deep-sea oil drilling, especially as we hurtle towards catastrophic climate change,” said its South Australia director, Peter Owen. “Seven South Australian local governments have passed resolutions raising serious concern with proposed oil drilling, citing unacceptable risk to their communities: risks to the tourism industry, the fishing industry and the pristine coastline. “Governments must represent the interests of the people they are elected to govern for, not damaging fossil fuel companies. There is no social licence for oil and gas exploration in the bight.” A Greenpeace Australia Pacific senior campaigner, Nathaniel Pelle, said any company that planned new exploration and drilling would face fierce opposition from local councils, the fishing industry, tourism operators and green groups. “BP and Chevron have left,” he said. “Statoil, if it persists, is going to face a fight from all stakeholders and any company that chose to bid on any new acreage in the Great Australian Bight is going to face the same opposition.” The federal resources minister, Matt Canavan, said the acreage release was part of the government’s commitment to meeting Australia’s future energy needs. “The Australian government is committed to the safe and responsible development of oil and gas resources,” he said. “Offshore oil and gas exploration is vital to meeting Australia’s future energy needs.” The government is dividing the new titles into separate bidding rounds over the next 10 months. Bids for the acreage in the bight would not close until 2019. The government is also conducting a review of its acreage release process. Pelle said environment groups had concerns about the process through which titles were awarded, including that some past bids had been won by companies with no experience in deep-sea drilling....
read moreBracconaggio e crimini contro la natura: quarto mercato illegale al mondo
[di Paolo Virtuani per il Corriere della Sera, 15 maggio 2018] La presidente del Wwf Italia Donatella Bianchi: «Alimentano business illegali e anche il terrorismo». Dagli uccellini ai lupi: l’Italia, il Paese con la maggiore biodiversità d’Europa, non è immune dal bracconaggio L’ultima è stata uccisa sabato. Si chiamava Rachel Katumwa, aveva 25 anni e faceva la guardia forestale nel Parco Virunga, in Congo al confine con Ruanda e Uganda dove vivono i gorilla di montagna. Con lei dall’inizio dell’anno sono otto i ranger ammazzati dai bracconieri in questo angolo di Africa. Il bracconaggio non devasta solo la natura, ma uccide anche le persone che la proteggono. Il rapporto del Wwf Bracconaggio Connection che viene diffuso martedì non è più quindi solo un ennesimo grido di allarme sui tanti reati che nel mondo vengono commessi contro l’ambiente. Crimini di natura: un virus «Il bracconaggio è una delle peggiori forme di crimini di natura e si è insinuato come un virus nel mondo, Italia compresa», spiega Donatella Bianchi, presidente del Wwf Italia. In base ai dati del 2016 di Interpol e Unep (Programma ambientale delle Nazioni Unite) dopo stupefacenti, beni contraffatti e traffico di esseri umani, i crimini di natura sono la quarta voce che compone il mercato dell’economia illegale mondiale. Ogni anno ai Paesi in via di sviluppo (i più colpiti) viene sottratto un valore compreso tra 91 e 258 miliardi di dollari. Solo il commercio illegale di specie selvatiche arriva a produrre un giro d’affari di 23 miliardi di dollari all’anno, con un incremento del 26% registrato tra il 2014 e il 2016. Finanziato il terrorismo Non solo, grazie al bracconaggio vengono finanziati altri affari illegali come il riciclaggio dei proventi di narcos e gruppi terroristici come Boko Haram. «Abbiamo bisogno dell’aiuto di tutti per offrire ai nostri ranger le dotazioni necessarie per fermare i bracconieri e smantellare le reti criminali che ne traggono vantaggio», prosegue Bianchi. Non siamo immuni Purtroppo l’Italia, il Paese con la maggiore biodiversità in Europa, non è immune al bracconaggio. Anche per fenomeni culturali antichi e radicati. Il nodo, come sottolinea l’organizzazione ambientalista, è la complessiva impunità del bracconiere, legata anche alle sanzioni esigue per chi – ed è raro – viene colto in flagranza. La richiesta del Wwf è quindi di riformare il sistema penale e introdurre il delitto di uccisione di specie protetta. «I progetti di conservazione nel nostro Paese sono un esempio di successo. Domenica è la Giornata delle oasi del Wwf», conclude la presidente. «Sono la vittoria di chi ha dedicato la vita a proteggere un patrimonio fragile ma bellissimo. Che appartiene a tutti noi»....
read more[posted by Francesco Bassetti on Lifegate, 19 March 2018] Marichuy was chosen to represent Mexican indigenous groups as an independent candidate in the 2018 elections. She didn’t make the ballot but her campaign has shed new light on feminism, indigenous rights and the environment. Marichuy was elected as spokeswoman for the indigenous communities of Mexico, embarking on a campaign to run as an independent candidate in the July 2018 general elections, on the 16th of October 2016. This is the first time independent candidates have been allowed to run for office in the country, on condition of collecting a minimum of over 850,000 signatures. Marichuy’s registration was excluded for not reaching sufficient support for her candidacy by the deadline of the 19th of February this year. However, her campaign has been a success in terms of its impact in promoting the rights of women, indigenous peoples and those of nature. Who is Marichuy, the independent indigenous candidate Born in 1963 in the Nahua community of Tuxpan in Jalisco state, María de Jesús Patricio, known as Marichuy, is an expert in traditional healing, founding the Calli Tecolhuacateca Tochan Clinic in her home town in 1992. In addition, her life has been characterised by incessant political activism. She was a key figure in the Zapatista Army of National Liberation (EZLN), whose armed 1994 uprising sought to unify indigenous communities in Mexico and fight against neoliberal policies such as the North American Free Trade Agreement with the United States and Canada, which came into force that very year threatening the existence of indigenous communities and their native lands. In 1996, following the EZLN’s armed uprising and subsequent peace agreement with the Mexican government (known as the San Andreas Accords), Marichuy contributed to the creation of the National Indigenous Congress (CNI). This was created by a plurality of indigenous communities and their representatives as a space in which to meet and organise in an independent political arena: promoting alternative forms of organisation, representation and decision-making. Having shunned party politics, the Zapatistas and CNI formed independent autonomous communities known as “Caracoles” across the country. These are founded on the principle of self-determination and have become true models of self-government for people across the globe. The first indigenous woman to run for president in Mexico In October 2016 the CNI, together with the EZLN, announced its intention to participate in the national elections by supporting an independent candidate. Marichuy was chosen due to her role as an advocate for the rights of women and indigenous peoples, as well as nature. In fact, the issue of protecting biodiversity is of particular importance to her: as a traditional healer her source of knowledge and medicine are the forests and environment that surround her. A different kind of campaign This decision comes at a time in which social unrest has mounted in the country on account of the plight of poor and oppressed communities in the country. Issues concerning forced disappearances, conflicts over resource extraction, and women’s and indigenous rights have converged towards finding a voice outside of traditional parties, which include incumbent president Enrique Peña Nieto’s Institutional Revolutionary Party (PRI) and the National Action Party (PAN). Marichuy’s campaign has embraced all these topics and the CNI has contributed to the political traction by forming an Indigenous Government Council which adheres to the Congress’ seven governing principles: serve and not self-serve, construct and not destroy, obey and not order, propose and not impose, convince and not conquer, work from below and don’t seek to climb, represent and not replace. A true contrast to the manifestos of traditional party politics. Furthermore, the council declared it would carry out its electoral...
read more[posted by David Shukman on BBC, April 19th, 2018] A crisis of plastic waste in Indonesia has become so acute that the army has been called in to help. Rivers and canals are clogged with dense masses of bottles, bags and other plastic packaging. Officials say they are engaged in a “battle” against waste that accumulates as quickly as they clear it. The commander of a military unit in the city of Bandung described it as “our biggest enemy”. Like many rapidly developing countries, Indonesia has become notorious for struggling to cope with mountains of rubbish. A population boom has combined with an explosive spread of plastic containers and wrapping replacing natural biodegradable packaging such as banana leaves. The result is that local authorities trying to provide rubbish collection have been unable to keep up with the dramatic expansion of waste generated. And a longstanding culture of throwing rubbish into ditches and streams has meant that any attempt to clean up needs a massive shift in public opinion. ‘Shocking sight’ In Bandung, Indonesia’s third largest city, we witnessed the shocking sight of a concentration of plastic waste so thick that it looked like an iceberg and blocked a major tributary. Soldiers deployed on a barge used nets to try to extract bags, Styrofoam food boxes and bottles, a seemingly futile task because all the time more plastic flowed their way from further upstream. The senior official in charge, Dr Anang Sudarna, who heads the West Java Environmental Protection Agency, told me that the problem was “impossible to sort out without the highest authority”. That’s why he took the drastic step of appealing to the Indonesian president to send in the army, and the move has made some difference, according to Dr Sudarna. “The result is a little bit improved…but I am angry, I am sad, I am trying to think how best to solve this… the most difficult thing is the people’s attitude and the political will.” Frontal assault For Sergeant Sugito, commanding an army unit, the assignment was new and unusual and “not as easy as flipping your hand”. “My current enemy is not a combat enemy, what I am fighting very hard now is rubbish, it is our biggest enemy.” But he also said that plastic should be recognised as valuable – “for example, plastic cartons and drinking bottles can be separated from the other rubbish and sold”, he said. Encouraging people to see plastic as a resource is a key step towards finding a solution to the crisis. To encourage recycling, the authorities in the Bandung area are supporting initiatives in “eco-villages” where residents can bring old plastic items and earn small amounts of money in exchange. The plastics are then divided by type. In one project we visited, two women patiently cut apart bottles and small water cups because separating the different kinds of polymers earns higher prices. Officials are optimistic that word will spread that plastic has value – and raise awareness of the plastic waste problem – but they also admit privately that many residents are either uninterested or cannot see the point. Meanwhile, on Bandung’s only landfill site – which receives only a fraction of the waste the city produces – an unofficial form of recycling is under way. Next generation On a hillside buried in rubbish,...
read more


Marica Di Pierri per Valori.it – Verso la Cop30 di Belém, cosa aspettarci dal più importante appuntamento per salvare il clima della Terra? Diretta con Marica Di Pierri, Luca Lombroso, Giovanni Mori e Lorenzo Tecleme.