CDCA e A Sud alla COP30 a Belém

La voce di A Sud dalla COP30 di Belém (Brasile) e le iniziative in Italia

Dal 10 al 21 novembre 2025 saremo a Belém, in Brasile, per partecipare come osservatori alla 30° Conferenza delle Nazioni Unite sul Clima. Racconteremo quanto avviene dentro e fuori le negoziazioni, porteremo e raccoglieremo le voci dei territori in lotta contro l’estrattivismo, contro il greenwashing e per una transizione ecologica realmente giusta.

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L’agenda della COP30

A Belém si discuteranno e valuteranno gli NDCs, i nuovi impegni climatici nazionali che stabiliscono gli obiettivi di riduzione delle emissioni di ogni paese. Accanto alla mitigazione, l’adattamento sarà uno dei temi centrali attraverso il Global Goal on Adaptation (GGA) e i nuovi Piani nazionali di adattamento. Un altro capitolo chiave sarà quello della finanza per il clima. Tra i punti principali il nuovo obiettivo di finanziamento (NCQG), che punta ad aumentare il sostegno ai Paesi in via di sviluppo da 100 a 300 miliardi di dollari l’anno, e la Roadmap Baku-Belém, che traccia un percorso per mobilitare almeno 1.300 miliardi di dollari l’anno entro il 2035.

Temi cruciali, che si scontrano con uno scenario geopolitico ostile, segnato dal negazionismo climatico, dai venti di guerra, dalla corsa al riarmo e dalla violenza istituzionale.  Non è un caso che in gioco a Belém ci sia più che mai la credibilità della diplomazia climatica e la sua capacità di tradurre le intenzioni in impegni concreti.

La Cupula dos povos

La Cúpula dos Povos è il grande incontro dei movimenti sociali e delle comunità che vivono in prima linea la crisi climatica. Nata nel 1992 come risposta critica alle negoziazioni ufficiali, propone un’alternativa fondata su giustizia climatica, sociale e ambientale, solidarietà e saperi ancestrali.

Dal 12 al 16 novembre 2025, in concomitanza con la COP30 di Belém, riunirà popoli indigeni, comunità quilombola e tradizionali, giovani e lavorator? in marce, dibattiti e azioni culturali.

La Cúpula mette al centro vite, diritti e territori, non statistiche: unisce chi costruisce ogni giorno soluzioni reali, dall’agroecologia alla difesa dei beni comuni, per spingere i governi ad adottare politiche di vera giustizia climatica.

Dichiarazione della Cupula Dos Povos

Perché A Sud e CDCA alla COP?

Nelle Cop si riuniscono i governi dei 197 Paesi che hanno ratificato la Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (UNFCCC), firmata a Rio de Janeiro nel 1992. Ma la COP30 non è solo un vertice diplomatico: è il terreno di confronto (e di scontro) tra attori diversi e diverse visioni del mondo. Da una parte il business as usual che trasforma la crisi climatica in profitto, dall’altra movimenti e territori che lottano per giustizia climatica, autodeterminazione e diritti della Natura.
La COP30 si terrà nel cuore dell’Amazzonia, a Belém do Pará, in Brasile. Non è un dettaglio geografico ma una scelta politica: è nel Sud globale che l’ingiustizia climatica colpisce più duramente mentre il Nord globale continua a negoziare emissioni e interessi fossili.
Qui non si decide solo il futuro del clima: si decide chi avrà diritto a un futuro.

Per raccontare cosa c’è in gioco, e come finisce la partita.

Andiamo alla COP per osservare da vicino i negoziati, capire quali equilibri politici e di potere si stanno ridefinendo, e portare la prospettiva dei territori e dei movimenti che chiedono giustizia climatica.
La partecipazione di A Sud e CDCA serve a connettere le lotte locali con quelle globali, rafforzare alleanze internazionali e raccontare – con sguardo indipendente e critico – come la diplomazia climatica sta affrontando, o eludendo, le proprie responsabilità.
Perché solo intrecciando voci e resistenze dal basso possiamo costruire un futuro giusto per tutt?.

Per costruire e rafforzare alleanze internazionali

Svolgere la COP in Brasile è un segnale che conta: significa rimettere al centro chi la crisi climatica la subisce davvero. Andiamo a Belém per stare con i movimenti globali per la giustizia climatica. In America Latina oggi si gioca una partita enorme: conflitti ambientali, estrattivismo, repressione, lotte indigene e popolari che resistono da decenni. Con tante realtà — dalla Colombia alla Bolivia, fino all’Amazzonia — abbiamo già lavorato, fatto campagne, costruito ponti. Lì ritroviamo compagn? con cui condividiamo visioni e pratiche.

Per portare una visione radicale dentro la COP

Sì, probabilmente sarà l’ennesimo flop diplomatico. Ma proprio per questo dobbiamo esserci, per non lasciare quei tavoli alle lobby fossili e ai governi che parlano di transizione mentre trivellano.
Da dentro vedi meglio le dinamiche, le crepe, le possibilità di alleanze e di conflitto.
Andiamo per portare la prospettiva della giustizia climatica e delle lotte dal basso, che legano crisi climatica, razzismo, patriarcato e disuguaglianze. La COP non è un punto d’arrivo: è un passaggio. Il resto si fa fuori, insieme, ogni giorno.


Diario dalla COP30

  • Giorno 12 – 24 novembre 2025
    Belém svela il fallimento della diplomazia climatica, ma apre spiragli: una roadmap anti-fossile e nuove alleanze per la giustizia.
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  • Giorno 11 – 21 novembre 2025
    Penultimo giorno a Belém: incendio in COP30, stalli politici e pressioni crescenti sul BAM e sull’uscita dai fossili.
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  • Giorno 10 – 20 novembre 2025A Belém 85 Paesi spingono per uscire dai fossili, mentre Italia e Polonia frenano. La COP30 è al bivio, il tempo è adesso.
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  • Giorno 9 – 19 novembre 2025
    Belém rilancia la lotta globale ai fossili: la Colombia guida un fronte che vuole uscire davvero dal modello che brucia il pianeta.
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  • Giorno 7 – 17 novembre 2025
    Belem in rivolta: popoli indigeni e movimenti sociali spingono per una COP30 che dica finalmente basta ai fossili.
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  • Giorno 6 – 15 novembre 2025
    Anche quest’anno i dati sulla presenza dei lobbisti Gas&Oil alla conferenza di Belém sono alti: su ogni 25 persone accreditate al vertice, uno è un lobbista dei combustibili fossili, in totale sono oltre 1600.
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  • Giorno 5 – 14 novembre 2025
    Il TFFF entra nella Cupula tra promesse e contraddizioni: fondi incerti, debiti in aumento e movimenti che denunciano l’ennesima falsa soluzione verde.
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  • Giorno 4 – 13 novembre 2025
    A Belém la protesta indigena irrompe nella COP30 e svela le contraddizioni del Brasile fossile. Intanto la Cupula esplode di mobilitazioni globali.
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  • Giorno 3 – 12 novembre 2025
    Adattamento al centro della COP30, ma i fondi restano insufficienti. A Belém arrivano movimenti e comunità indigene: la vera pressione viene dai territori.
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  • Giorno 2 – 11 novembre 2025
    Lula parla di disuguaglianze alla Cop30, ma il Brasile continua a spingere sul fossile. A Belém torna al centro il nodo tra clima e ingiustizia.
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  • Giorno 1 – 10 novembre 2025
    Dalla Cop30 alla Cúpula dos Povos: a Belém si apre la sfida per la giustizia climatica tra responsabilità globali, diritti dei popoli e resistenza dei territori.
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Articoli di approfondimento alla COP30

  • Cosa resta della Cop30, la battaglia per il clima e i diritti è ancora lunga – 24 novembre 2025
    Marica Di Pierri e Laura Greco su Domani – COP30 fallisce su fossili e foreste, ma il Bam e il blocco dei 82 paesi per l’uscita dal fossile aprono spiragli di lotta e nuove alleanze.
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  • Sulla fine dei lavori della COP30 – 24 novembre 2025
    Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Cosa è successo alla 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici? Quali sono le grandi vittorie? Quali le sconfitte?
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  • La tabella della discordia – cos’è successo alla COP30 – 23 novembre 2025
    Laura Greco su Radio24 – COP30 a Belém annuncia impegni su energia, foreste e adattamento, ma senza una vera uscita dal fossile restano promesse vuote da incalzare con lotte dal basso.
    Ascolta su Il Sole 24 ore
  • “A resposta somos nós”. Ma alla COP30 le richieste dei popoli indigeni non fanno breccia – 23 novembre 2025
    Laura Greco su EconomiaCircolare.com – Alla COP30 le voci indigene restano ai margini mentre la foresta corre verso il punto di non ritorno. Senza giustizia, non c’è futuro.
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  • La “Dichiarazione di Belém” e il multilateralismo del phase out dai fossili spinto dal basso – 21 novembre 2025
    Laura Greco su Altreconomia – Da Belém arriva una spinta dal basso per uscire dai fossili: governi e movimenti uniscono le voci per un phase out reale, giusto, globale.
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    • Cop30: senza il Gender action plan ogni azione climatica è limitata – 21 novembre 2025
      Marica Di Pierri e Laura Greco su Valori – Nonostante le ambiziose premesse il Gender action plan ha trovato diversi ostacoli sui tavoli negoziali della Cop30

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  • Alla Cop30 arrivano le storie di migrazioni climatiche – 21 novembre 2025

Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30, in vista delle negoziazioni finali, si parla del fenomeno crescente degli sfollamenti forzati dal cambiamento climatico.
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  • Belém, la foresta degli indigeni si ribella a Lula – 20 novembre 2025
    Laura Greco su Il Manifesto – Le nazionalità dell’Amazzonia denunciano l’inagibilità politica alla Cop e chiedono una mobilitazione internazionale guidata direttamente dai popoli indigeni per proteggere i loro territori e affrontare la crisi climatica alla radice
  • Alla Cop 30 i movimenti si riprendono la scena – 20 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Il Manifesto – Era dalla Cop 26 di Glasgow che non si vedeva così tanta società civile. Accanto al vertice ufficiale, in più di 50 mila hanno animato la «Cupula dos povos» per una svolta vera sul clima e i diritti
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  • COP30, BELÉM | Italiani in mobilitazione – 20 novembre 2025]
    Il Climate Pride in azione alla COP30: l? attivist? chiedono all’Italia una roadmap chiara e ambiziosa per uscire dai fossili.
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  • A Belém torna il protagonismo sociale – 19 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Collettiva – Alla Cop30 movimenti, organizzazioni, popoli e sindacati riacquistano centralità: proposte e campagne dal basso sono arrivate nelle stanze dei negoziati.
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  • Come procede la COP30 in Brasile? Intervista a Laura Greco da Bélem – 19 novembre 2025
    Laura Greco su Scienza e Pace Magazine – COP30 tra repressione, lobby fossili e resistenze indigene: la giustizia climatica la costruiscono i territori, non i negoziati.
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  • Lifegate dalla COP30 – 18 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Lifegate – Dalla COP30 il racconto dell’inedita comunicazione tra dentro e fuori la COP, tra le richieste indigene e l’ambiguo governo di Lula.
    Ascolta su Lifegate
  • Il Fondo per le foreste e la falsa soluzione del biocapitalismo si ripropone alla Cop30 di Belém – 18 novembre 2025
    Laura Greco su Altreconomia – Il Tropical forests forever facility lanciato da Lula è l’ennesimo dispositivo finanziario che viene presentato come innovazione.
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  • Attivismo e giustizia climatica: se il diritto alla protesta diventa un reato – 17 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Valori.it – Alla Cop30 emerge un allarme globale: in molti Paesi il diritto alla protesta viene represso e l’attivismo ambientale è sempre più criminalizzato
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  • Alla Cop30 di Belèm il fondo per l’adattamento resta senza fondi – 17 novembre 2025]
    Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30 fallisce, per il terzo anno di fila, l’obiettivo di raccolta minima per finanziare l’adattamento dei Paesi del Sud globale.
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  • Massiccia partecipazione popolare a Belém – 16 novebre 2025
    Marica Di Pierri su L’aria Che Respiri – Alla Cúpula dos Povos tantissime voci per reclamare la fine dei combustibili fossili e una giustizia climatica guidata dai popoli, non dalle multinazionali.
    Ascolta su Radio Rai1
  • In diretta da Bele?m – Aggiornamenti sulla prima settimana di COP30 – 15 novembre 2025
    Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – In diretta da Belém, per raccontare in diretta i lavori della 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici. ?Foto di Oliver Ninja e Midia Ninja
    Guarda la diretta
  • Cop30: chi difende i combustibili fossili dentro i negoziati sul clima – 14 novembre 2025
    Marica Di Pierri per Altreconomia – Alla Cop30 un lobbista fossile ogni 25 delegat?: il vertice che dovrebbe chiudere l’era fossile continua a farsela scrivere da chi la profitta.
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  • Giustizia climatica, questa dimenticata – 13 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Il Manifesto – Il legame tra clima e disuguaglianze è ormai assodato. Ma dopo 30 anni di conferenze, i ricchi continuano a fare grandi affari con i fossili.
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  • L’adattamento secondo la COP30: “Adattarsi è sopravvivere” – 13 novembre 2025
    Marica Di Pierri per EconomiaCircolare.com – COP30 punta a rendere operativo il Global Goal on Adaptation, tra governance multilivello, indicatori, fondi insufficienti e necessità di giustizia climatica.
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  • La Cop30 in Brasile e le politiche industriali green – 11 novembre 2025
    Marica Di Pierri per Tutta La Città Ne Parla, Radio3 – È iniziata la Cop30 a Belém, 10 giorni in cui si discuterà su come trovare una via d’uscita alla deriva del cambiamento climatico nonostante le difficoltà politiche che ci circondano.
    Ascolta l’episodio
  • Road to Belém – 7 novembre 2025Marica Di Pierri per Valori.it – Verso la Cop30 di Belém, cosa aspettarci dal più importante appuntamento per salvare il clima della Terra? Diretta con Marica Di Pierri, Luca Lombroso, Giovanni Mori e Lorenzo Tecleme.
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  • Da Parigi a Belém, i conti che non tornano – 6 novembre 2025
    Marica Di Pierri per Il Manifesto – Tra tensioni e fragili compromessi, i preparativi alla vigilia della Conferenza Onu. A che punto sono gli impegni nazionali di riduzione e i piani di adattamento dei singoli Paesi.
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  • A Sud a Belém alla Cop30 – 6 novembre 2025
    A Sud seguirà negoziati e mobilitazioni dalla COP30 di Belém, amplificando le voci dei movimenti per giustizia climatica e sociale.
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  • A Sud aderisce alla Global Call to Action della Cúpula dos Povos  – 5 settembre 2025
    Il 15 novembre scendiamo in piazza: basta disuguaglianze e razzismo ambientale, vogliamo giustizia climatica e un mondo dove la vita sia al centro.
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  • Vertice dei Popoli Verso la COP30: Manifesto Politico – 13 giugno 2025
    A Sud aderisce al Manifesto dei Popoli verso la COP30: un appello globale per giustizia climatica, anticapitalismo e democrazia dal basso.
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Racconteremo le negoziazioni

Per spiegare cosa accade davvero alla COP30, come si muovono i governi e quali interessi guidano le scelte sulla crisi climatica. Vi offriremo una copertura quotidiana per raccontarvi con le nostre parole e con uno sguardo critico, indipendente e radicale, vicino ai movimenti il dentro e fuori la Cop

Sveleremo le contraddizioni

Tra le promesse ufficiali e la realtà, mostrando lo scontro continuo tra lobby fossili e popoli che difendono la vita e i territori. Denunceremo le responsabilità smascherando la falsa transizione energetica e chi continua a inquinare mentre parla di sostenibilità con greenwashing e false soluzioni

Daremo voce alle comunità

Portando le loro storie, le lotte quotidiane e le alternative concrete alla devastazione ambientale, contro colonialismo ed estrazione. Ci collegheremo con l’Italia per connettere istanze e battaglie


INFO E CONTATTI

Per contatti e interviste con la delegazione:

Marica Di Pierri
maricadipierri@asud.net
55 21 967071220

Laura Greco
lauragreco@asud.net
+55 21 997673184

Speciale Ikebiri: la comunità nigeriana e il processo in Italia contro Eni

Posted by on 1:03 pm in in Evidenza, Notizie, Pubblicazioni del CDCA | Commenti disabilitati su Speciale Ikebiri: la comunità nigeriana e il processo in Italia contro Eni

Speciale Ikebiri: la comunità nigeriana e il processo in Italia contro Eni

PETROLIO NEL DELTA DEL NIGER SPECIALE IKEBIRI La comunità nigeriana e il processo in Italia contro ENI © Copyright 2018 Associazione A Sud CDCA – Centro Documentazione Conflitti Ambientali Il 9 gennaio 2018 si è aperto presso il Tribunale di Milano il processo civile che vede coinvolte da una parte la multinazionale petrolifera ENI e la sua controllata nigeriana NAOC, Nigerian Agip Oil Company Limited, e dall’altra la comunità nigeriana Ikebiri, composta da diversi villaggi situati nella regione del delta del Niger. Oggetto della causa è la richiesta di risarcimento avanzata dalla comunità indigena contro ENI per il forte danno ambientale prodotto al loro territorio dalle attività estrattive della controllata locale NOAC. Il dossier “Petrolio nel Delta del Niger – Speciale Ikebiri: La comunità nigeriana e il processo in Italia contro ENI”, a cura dell’Associazione a Sud e del CDCA – Centro Documentazione Conflitti Ambientali, racconta l’antecedente, come si è arrivati al processo, l’importanza del caso quale straordinario precedente, e il contesto di distruzione del Delta del Niger a opera delle multinazionali del petrolio. Scarica il...

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La distruzione di Chaco per la nostra carne

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La distruzione di Chaco per la nostra carne

[di Zeina Ayache per Fanpage, 26 marzo 2018]   L’ecosistema del Gran Chaco è fortemente minacciato: i bulldozer stanno radendo al suole le foreste per fare spazio alle coltivazioni di soia, danneggiando gli animali e le comunità locali, a rischio malattie.   Mighty Earth, l’organizzazione mondiale che si occupa della protezione dell’ambiente, ci mostra cosa sta succedendo a Gran Chaco, un’area geografica che si estende tra il Paraguay e l’Argentina e dove i bulldozer lavorano senza sosta per distruggere le foreste e dare spazio alle piantagioni di soia utilizzata principalmente come mangime per gli animali negli allevamenti destinati a diventare carne. Insomma, nuove e sconvolgenti immagini ci mostrano come in America il mercato della carne europeo stia distruggendo l’ambiente, gli animali e le popolazioni locali.   Direzione Europa Come mostra il report ‘The Avoidable Crisis’, attualmente l’area di Gran Chaco sta subendo un devastante processo di deforestazione per la coltivazione della soia spedita poi in tutto il mondo come mangime. Quella che arriva da noi in Europa, per esempio, parte proprio dall’America Latina, stiamo parlando per il 2016 di 27,9 tonnellate di soia.   Un ecosistema devastato Immaginatevi una foresta in cui vivono incontaminati e indisturbati animali come il giaguaro, l’armadillo peloso urlatore e il formichiere gigante, e comunità indigene come gli Ayoreo, i Chamacoco, gli Enxet, i Guarayo e molte altre, adesso provate ad immaginare l’arrivo in queste zone di bulldozer che radono al suolo gli alberi e incendi appiccati per assicurarsi che nulla resti sul terreno così che questo possa essere destinato alla coltivazione della soia. “Il livello di distruzione era sbalorditivo. Abbiamo documentato i bulldozer in azione per ripulire vaste aree di foreste intatte e praterie, oltre a grandi incendi il cui fumo finiva nell’aria” racconta Anahita Yousefi, di Mighty Earth “Il Gran Chaco ha ottenuto meno attenzione rispetto all’Amazzonia brasiliana, ma resta comunque un ecosistema di vitale importanza e non c’è motivo di distruggerlo”.   Erbicidi assassini Se la distruzione di un ecosistema non dovesse interessarci, forse ad attirare la nostra attenzione potrebbero essere i devastanti effetti che i pesticidi stanno avendo sulle comunità locali: qui le persone, oltre ad essere costrette ad abbandonare il territorio, finiscono per ammalarsi. C’è infatti un importante incremento dei casi di cancro, difetti alla nascita, aborti e altre malattie connesse con i pesticidi e gli erbicidi pesante, come il glifosato, che vengono utilizzati per coltivare la soia e che spesso vengono spruzzati direttamente dagli...

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Il plutonio smarrito sul Nanda Devi

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Il plutonio smarrito sul Nanda Devi

[di Carlo Pizzati per La Stampa, 28 marzo 2018]   Le montagne, si sa, custodiscono segreti e misteri. La cima più alta che si possa trovare in territorio indiano ne custodisce uno più pericoloso di tutti. Da mezzo secolo Nanda Devi, «la Dea che dà la beatitudine», cova nel suo ventre roccioso una pillola avvelenata, finita tra i ghiacciai per la stupidità umana. Anzi, a essere precisi, per la stupidità della Central Intelligence Agency americana. Questa è la storia di 5 chilogrammi di plutonio abbandonati in alta quota nell’Himalaya in quella che è forse la più lunga, più costosa e più numerosa e disastrosa spedizione della storia. La brutta vicenda era stata spazzata sotto al tappeto, ma ora, grazie all’interesse di Scott Rosenfelt, produttore hollywoodiano che sta raccogliendo 20 milioni di dollari per farne un film d’azione, rischia di risvegliare l’interesse del mondo. Tutto ha inizio nel 1964, nel cuore della Guerra Fredda quando la Cina coglie di sorpresa l’America portando a termine nello Xinjiang il suo primo test nucleare. La tecnologia satellitare non consente ancora lo spionaggio dallo spazio, quindi gli americani decidono di usare l’Himalaya come osservatorio sulle pianure cinesi. La Cia viene incaricata di mettere assieme una squadra di alpinisti e spie appaiate a una squadra di ufficiali dell’Intelligence Bureau indiano. L’operazione Montagna Blu, anche nota come Hat (High Altitude Test), ha un obiettivo all’apparenza semplice: installare un’antenna-spia di due metri sulla vetta della montagna sacra Nanda Devi (7816 m), alimentandola con un generatore nucleare. Lo Snap0 19C pesa 17 chilogrammi, di cui 5 sono di stronzio 90 e di plutonio 238 e 239. Vengono assoldati 30 portatori locali Bhotia e arruolati 9 sherpa dal Sikkim, per la loro capacità di scalare i ghiacciai. Guida la missione il comandante della Marina Manmohan Singh Kohli, che descriverà l’avventura nel libro «Spie nell’Himalaya». È già l’ottobre del 1965 quando inizia la spedizione che coinvolge alpinisti famosi, scienziati nucleari, psichiatri, esperti di telemetria e ufficiali di intelligence. I portatori fanno a gara per caricarsi il plutonio sulla schiena perché li tiene caldi. Il tecnico della Cia gli mette un badge bianco sulla giacca: «Se cambia colore, le radiazioni sono diventate pericolose». A quota 7000 metri le cose si complicano. Il peso dell’armamentario è oltre i limiti umani, il freddo più inclemente del previsto. Missione abortita. Sherpa e portatori mettono al sicuro il plutonio dello Snap 19C in una cavità nella roccia. Si scende a valle. Si riproverà a primavera. Nel maggio del 1966 la spedizione torna sui suoi passi, ma non ritrova né la cavità, né le corde, né la roccia dell’accampamento. Tutto spazzato via dalle valanghe. Il plutonio, e la tecnologia segreta della Cia, sono seppelliti nel ghiacciaio. La ricerca va avanti per tre anni: d’inverno, a Delhi, a studiare le mappe, d’estate a perlustrare la montagna sacra. Niente. Gli scienziati americani sono allarmati: «Se il plutonio arriva fino al Gange moriranno milioni di indiani». Il Rishi Ganga, che nasce dalla montagna divina, è difatti un importante affluente del sacro fiume indiano. Negli anni, visto che il plutonio non si trova, gli scienziati americani cambiano analisi: «Procurerà danni alla salute se chi trova il materiale lo scompone». A quale versione credere? Nel ’74 un’inchiesta scientifica indiana avvisa il governo che bisogna continuare a monitorare i livelli di radiazioni...

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I padroni della Terra

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I padroni della Terra

[Comunicato Stampa di FOCSIV, 27 aprile 2018]   I PADRONI DELLA TERRA   Secondo il Primo Rapporto “I padroni della Terra. Il land grabbing.” di FOCSIV in collaborazione con Coldiretti, presentato a Bari al Villaggio Contadino di Coldiretti, dagli inizi di questo Millennio il fenomeno del Land Grabbing, l’accaparramento di terre fertili, è andato in crescendo a danno delle comunità rurali locali; a perpetrarlo Stati, gruppi e aziende multinazionali, società finanziarie ed immobiliari internazionali che in questi anni hanno acquistato o affittato 88 milioni di ettari di terre in ogni parte del mondo, un’estensione pari a 8 volte la grandezza dell’intero Portogallo o tre volte quella dell’Ecuador. La maggior parte dei contratti conclusi, trasnazionali e nazionali, riguardano gli investimenti in agricoltura, ripartiti in colture alimentari e produzioni di biocarburanti, a seguire lo sfruttamento delle foreste e la realizzazione delle aree industriali o turistiche. Tra i primi 10 paesi maggiori investitori oltre agli Stati Uniti, la Gran Bretagna e l’Olanda, vi sono quelli emergenti come la Cina, l’India ed il Brasile, ma lo sono anche paesi petroliferi come gli Emirati Arabi Uniti oppure la Malesia, Singapore ed il Liechtenstein, che spesso si prestano come piattaforme offshore ad operazioni finanziarie per le aziende multinazionali internazionali. Tale situazione è più evidente nel caso delle Bermuda, delle Isole Vergini, delle Mauritius, delle Isole Cayman, che offrono condizioni finanziarie e fiscali estremamente vantaggiose per attrarre i capitali degli operatori internazionali ed è qui che transitano flussi finanziari di Paesi terzi che vengono investiti anche in acquisti e affitti di terre nel mondo. Ad esempio, le Mauritius contano 13 contratti pari a 423 mila ettari di terra concentrati soprattutto in Mozambico e Zimbabwe. Al contrario, tra i primi 10 paesi oggetto degli investimenti vi sono, soprattutto, i paesi impoveriti dell’Africa, come la Repubblica Democratica del Congo, il Sud Sudan, il Mozambico, la Repubblica del Congo Brazaville e la Liberia, mentre in Asia il paese più coinvolto è la Papua Nuova Guinea, ma non mancano paesi emergenti come il Brasile e l’Indonesia ed in Europa la Federazione Russa e l’Ucraina. Anche l’Italia ha investito su un milione e 100 mila ettari con 30 contratti in 13 Stati, la maggior parte dei quali sono stati effettuati in alcuni paesi africani ed in Romania; in generale le imprese italiane investono principalmente nell’agroindustria e nel settore energetico, in particolare biocombustibili. “I padroni della Terra” è un Rapporto annuale, pensato e redatto da FOCSIV, in collaborazione con Coldiretti, che affronta la questione su chi siano, in generale, i soggetti che stanno acquisendo sempre più terre coltivabili sul nostro Pianeta e chi ne abbia il controllo, diventando di fatto i veri padroni della Terra. Presupposto dell’intero Rapporto è la consapevolezza che la terra, soprattutto quella fertile e l’acqua salubre, sono risorse limitate che si stanno esaurendo, in un mercato globale che tutto fagocita. Questa prima edizione è dedicata al fenomeno del land grabbing e alle sue ripercussioni in termini di conflitti, espulsioni, migrazioni, depauperamento dell’ambiente e la scomparsa delle biodiversità. Il Rapporto è anche una denuncia ed un invito ad una riflessione su quanto sta accadendo in ogni parte del mondo: l’applicazione di un modello di produzione e consumo che accaparra risorse per sfruttarle senza riguardo delle comunità locali, in nome di interessi valutati più rilevanti, siano profitti a breve termine...

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[posted by Josh Gabbatiss on The Independent, April 24th, 2018]   Scientists have found an unprecedented number of microplastics frozen in Arctic sea ice, demonstrating the alarming extent to which they are pervading marine environments. Analysis of ice cores from across the region found levels of the pollution were up to three times higher than previously thought. Each litre of sea ice contained around 12,000 particles of plastic, which scientists are now concerned are being ingested by native animals. Based on their analysis, the researchers were even able to trace the tiny fragments’ paths from their places of origin, from fishing vessels in Siberia to everyday detritus that had accumulated in the infamous Great Pacific Garbage Patch. “We are seeing a clear human imprint in the Arctic,” the study’s first author, Dr Ilka Peeken, told The Independent. “It suggests that microplastics are now ubiquitous within the surface waters of the world’s ocean,” said Dr Jeremy Wilkinson, a sea ice physicist at the British Antarctic Survey who was not involved with the study. “Nowhere is immune.” Dr Peeken and her team at the Alfred Wegener Institute for Polar and Marine Research collected ice core samples over the course of three expeditions on the research icebreaker Polarstern. Their voyages covered five regions along the Transpolar Drift and Fram Strait, which channel sea ice from the Central Arctic to the North Atlantic. Not only is polar sea ice acting as a store for ocean plastic that could potentially be released as global temperatures get warmer due to climate change, the movement of sea ice could be depositing microplastics in areas that were previously plastic-free. The researchers analysed their samples using a device known as a Fourier-transform infrared spectrometer. This enabled them to examine the ice cores layer by layer and in great detail, working out the origins of even the tiniest shards of plastic. “What is interesting also is you have very localised sources – ship paint particles and cigarette butts and stuff like that,” said Dr Peeken. “We also see polyethylene, a very light polymer which is found in really high numbers particularly in the Central Arctic. We think that there is an incoming flow from the Pacific so that could show that is coming from that region. “We see a large impact of plastic pollution coming from the urban areas – a lot is coming from the Atlantic and from the Pacific.” In their paper, published in the journal Nature Communications, the scientists speculate that this polyethylene could originate from the Great Pacific Garbage Patch. A study released earlier this year revealed 80,000 tonnes of plastic are floating in this area of the Pacific Ocean, and nonprofit technology firm The Ocean Cleanup recently revealed its first attempt to remove some of it. Besides this plastic being channelled in from outside the polar regions, the researchers were also able to link some of the microplastics they found to local pollution in the Arctic Ocean itself. In ice cores collected in Siberia, the predominant forms of microplastic included paint particles from ships and nylon waste from fishing nets. Over half the microplastic particles trapped in the ice were less than a twentieth of a millimetre wide, meaning they could easily be ingested by small Arctic creatures. “While we don’t yet know the full extent of the impact of microplastics on the health of the marine environment or humans, the...

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La decisione del Tar del Lazio sullo Sblocca Italia

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La decisione del Tar del Lazio sullo Sblocca Italia

Lo scorso 25 aprile il Tar del Lazio ha rinviato alla Corte di Giustizia Europea il giudizio di merito sul ricorso dei Comitati contro il decreto Sblocca Italia, in particolare sulle norme relative all’incenerimento dei rifiuti.   Le considerazioni della Rete di Cittadinanza e Comunità:   E’ SEMPRE IL GRANELLO DI POLVERE A BLOCCARE GLI INGRANAGGI Le Donne del 29 Agosto di Acerra e le Mamme di Venafro, congiuntamente al Movimento Legge Rifiuti Zero e grazie alla professionalità dell’Avv. Carmela Auriemma, hanno ottenuto che l’art. 35 dello Sblocca Italia, relativo all’incenerimento dei rifiuti, sia esaminato dalla Corte di Giustizia Europea perché in contrasto con la politica di smaltimento prevista dall’Unione. Una vittoria epocale dalla quale discendono importanti considerazioni: L’Italia è il fanalino di coda in tema di politiche ambientali se contempla ancora mezzi di smaltimento dei rifiuti obsoleti e fortemente inquinanti come gli inceneritori, all’ultimo posto nella relativa graduatoria europea I nostri Governi, centrali e regionali, hanno sempre imposto l’incenerimento dei rifiuti alle comunità territoriali – spesso con la violenza – in danno non solo della salute pubblica, ma del diritto dei popoli ad autodeterminarsi: si mostrano tuttora non solo sordi, ma – per interessi economici degli imprenditori “amici” – volutamente miopi in materia e incapaci di gettare le basi per un futuro diverso Le comunità in lotta hanno maturato nel tempo una grande conoscenza dell’avversario, hanno saputo aggregare tecnici di grande valore e, accanto alla protesta, hanno sviluppato strategie di pianificazione degli interventi e conoscenze specifiche che le pongono, ormai, sullo stesso piano di quelle statali Sono state le piccole comunità e non le grandi sigle ambientaliste a riportare una vittoria enorme sullo Stato Italiano. E’ stato un pugno di donne oneste e risolute a cambiare la storia della giurisprudenza in materia.   Pertanto, questo incredibile risultato ci rende fier* del percorso finora fatto e pien* di speranza per il futuro. La lotta paga, la vittoria finale arriverà. #stopbiocidio #jatevenne     IL COMUNICATO STAMPA DEL 25 APRILE La prima importante vittoria al TAR Lazio sul nostro ricorso per annullare il Decreto attuativo Sblocca-Italia Ieri il TAR Lazio ha pubblicato l’Ordinanza con cui, come da noi richiesto espressamente in subordine all’annullamento del Decreto attuativo, rimette alla Corte di Giustizia Europea il giudizio di merito sulle cinque questioni pregiudiziali da noi sollevate nel ricorso sulle evidenti difformità tra le norme europee (Direttive 2008/98/CE e 2001/42/CE) oltre che nazionali (D. Lgs. 152/2006) e la Legge 133/2014 ex Sblocca Italia in merito a: la corretta attuazione della gerarchia di trattamento dei rifiuti che prevede si debba provvedere in ordine prioritario alla Riduzione – al Riutilizzo – al Recupero e sono in ultimo allo Smaltimento, ed al momento i 40 impianti di incenerimento esistenti sono autorizzati in massima parte come impianti di smaltimento D10 senza alcun recupero di energia; la questione di compatibilità alla Corte di Giustizia UE nel caso che al collegio decidente fossero sorti dubbi in ordine alla diretta applicazione nella presente sede delle conclusioni in questione, sussistendone comunque tutti i presupposti, motivo accolto con Ordinanza del 24 aprile 2018; la mancata esecuzione della Valutazione Ambientale Strategica V.A.S., sempre prevista in caso di programmi o piani statali di gestione rifiuti che hanno impatto sull’ambiente e la salute ma del tutto ignorata dal Ministero dell’ambiente con motivazioni risibili; la carenza di...

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Degradato il 75% del suolo mondiale

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Degradato il 75% del suolo mondiale

[di Stephen Leahy per National Geographic, 27 marzo 2018]   Le attività antropiche come allevamento e agricoltura hanno impoverito il pianeta a livelli estremi, mettendo a rischio il benessere di oltre tre miliardi di persone. Una valutazione su scala globale avverte: intervenire è possibile, ma va fatto subito   Più del 75% del suolo sul pianeta è estremamente degradato, con conseguenze per il benessere di 3,2 milioni di persone. A dirlo è la prima valutazione estesa e basata su evidenze scientifiche condotta a livello globale. Questi territori si sono trasformati in deserti, sono inquinati, disboscati o sono stati convertiti per far spazio alla produzione agricola, diventando anche la causa principale dell’estinzione di molte specie. Andando avanti di questo passo il 95% del suolo potrebbe essere degradato entro il 2050, avverte il nuovo rapporto, e costringere centinaia di milioni di persone a migrare mentre la produzione di cibo cola a picco. “La degradazione del suolo, la perdita di biodiversità e i cambiamenti climatici sono tre facce diverse di un’unica sfida cruciale: l’impatto crescente delle nostre scelte sulla salute del nostro ambiente naturale”, commenta Sir Robert Watson, presidente dell’Intergovernmental Science-Policy Platform on Biodiversity and Ecosystem Services (IPBES), che ha prodotto il rapporto diffuso lunedì a Medellin, in Colombia. IPBES è l’“IPCC della biodiversità”, una valutazione scientifica dello status della vita non-umana che funge da supporto vitale per la Terra. Per valutare il degrado del suolo ci sono voluti tre anni e oltre 100 tra i maggiori esperti del tema, provenienti da 45 paesi diversi. La rapida espansione e la gestione insostenibile dei terreni coltivati e dei pascoli sono le cause principali del degrado del suolo: sono responsabili di un’importante perdita di biodiversità e compromettono la sicurezza alimentare, la purificazione dell’acqua, la disponibilità di energia e altri servizi ecosistemici fondamentali per gli esseri umani. Tutto questo ha raggiunto “livelli critici” in molte aree del pianeta, ha spiegato Watson in un’intervista. Le cause scatenanti Le zone umide sono tra le più colpite, con una perdita dell’87% a livello globale nel giro di tre secoli. Circa il 54% è andato perduto a partire dal 1900 e oggi questi ambienti continuano a essere distrutti nel Sud-Est asiatico e nella regione del Congo, in Africa, soprattutto per piantare palme da olio. Le cause di fondo del degrado del suolo, afferma il rapporto, sono gli stili di vita ad alto consumo delle economie maggiormente sviluppate, combinati con i consumi in crescita delle economie in via di sviluppo ed emergenti. L’elevato e crescente consumo pro capite, amplificato dal costante aumento della popolazione in molte parti del mondo, provoca un’espansione insostenibile dell’agricoltura, dell’estrazione mineraria, del consumo di risorse naturali e dell’urbanizzazione. “Ne siamo a conoscenza da 20 anni, ma la situazione non fa che peggiorare”, commenta Luca Montanarella, scienziato italiano esperto di suolo e co-coordinatore dello studio. Di rado i governi considerano il degrado di suolo una questione urgente, nonostante siano molti i firmatari di un accordo internazionale, formulato per arrivare a una situazione di neutralità entro il 2030. “Dobbiamo trovare un equilibrio stabile tra il nostro stile di vita e i nostri impatti sulla natura”, ha detto Montanarella durante un’intervista a Medellin. Mettere fine al degrado del suolo e ripristinare i territori degradati porterebbe l’umanità a conseguire un terzo dell’obiettivo di mantenere il riscaldamento globale al di sotto dei 2°C, stabilito dagli...

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[posted by Rina Chandran on Global Citizen, April 25th, 2018]   Parched Cape Town, in South Africa, has managed to push back its “Day Zero” – an estimate of when taps in the city could run dry – to 2019 after successful water-saving efforts. But in India, “Day Zero” has come and gone for residents in many parts of the country, where taps failed long ago and people have turned instead to digging wells or buying water. An expanding population, growing demand for water from agriculture and industry, and poor management of water supplies have sent India’s groundwater to ever lower levels. That reality, combined with rising temperatures, threatens worsening scarcity, experts say. Nearly 163 million people among India’s population of 1.3 billion – or more than one in 10 – lack access to clean water close to their home, according to a 2018 WaterAid report. That is the most of any country in the world, according to the UK-based charity, which aims to provide clean water and better hygeiene to people without them. Disputes with neighbours over the sharing of water from rivers that cross national boundaries also means tensions are rising as water shortages grow, said Michael Kugelman, a deputy director and South Asia expert at the Wilson Center, a policy think tank in Washington D.C. “Countries that get along the least are forced to share and cooperate over water resources, and many major rivers originate in, or pass through, politically contested and tense areas,” he told the Thomson Reuters Foundation. “So you have population growth, intensifying climate-change impacts, poor water management and geopolitical tensions. It’s a perfect storm for greater water insecurity,” he said. India is entangled in water disputes with its eastern and western neighbours – Bangladesh and Pakistan – which accuse it of monopolising water flows moving downstream toward them. To the north and northeast, however, India fears a loss of water to upstream China, which plans a series of dams over the Tsangpo river, called the Brahmaputra as it flows into eastern India.   WATER LOSSES While India’s trans-boundary rivers are governed by treaties on how water should be shared, disputes are increasing as water shortages stoke tensions. Apart from in Bhutan and Nepal, South Asia’s per capita water availability is already below the world average. The region could face widespread water scarcity – less than 1,000 cubic metres available per person – by 2025, Kugelman said. Almost 600 million people in India are at high risk of being unable to continue relying on surface water – including in the country’s northwest and south, where much of the country’s staple wheat and rice are grown, according to the World Resources Institute. Water supply in India may fall 50 percent below demand by 2030, the Asian Development Bank has forecast. “Large parts of India have already been living with ‘Day Zero’ for a while now,” said Mridula Ramesh, author of an upcoming book on climate change. “Much of it is because of bad management. Most cities lose between a third and a fifth of their water from pilferage or leakage through antiquated pipes, and we don’t treat and reuse wastewater enough,” she said. Bengaluru, Karachi and Kabul are among the 10 cities in the world that are “on the verge of an imminent water...

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Rifiuti tossici e processo Chernobyl: Biocidio e Somma Ingiustizia

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Rifiuti tossici e processo Chernobyl: Biocidio e Somma Ingiustizia

[di Gianmario Sabini per Libero Pensiero, 17 aprile 2018]   La regione Campania come Chernobyl. Il business immondo dello smaltimento illecito di rifiuti tossici investe tutte le province campane e anche parte della regione Puglia. Un giro d’affari che riguarda imprenditori, politici, autotrasportatori e agricoltori. Il totale dei profitti s’aggira intorno ai 60 milioni di euro. Il totale dei rifiuti interrati e dispersi nei territori campani, e riversati nelle acque fluviali ammonta a 980.000 tonnellate. Questi rifiuti tossici sono: scarti di tessuti vegetali, pietrisco, urine e letame di animali, fanghi derivanti da trattamenti di lavaggio, sbucciatura, centrifugazione, distillazione di bevande alcoliche, ceneri di carbone, imballaggi di carta e cartone, miscugli di cemento e ceramica, liquami di origine animale, scarti dall’eliminazione di sabbie, rifiuti di mercati e mense, reflui di acque urbane, reflui industriali, fanghi da fosse settiche di ospedali, abitazioni civili e persino di navi approdate al porto di Napoli. E poi, soprattutto, i fanghi tossici provenienti dal ciclo di lavorazione dei quattro impianti di depurazione campani. Infatti sono state individuate quattro direttrici lungo le quali avveniva l’attività di smaltimento illegale (Ecomafia). La prima riguarda le province di Napoli e di Caserta, dove tutto ruota attorno alla società Naturambiente e all’impianto di depurazione Espeko di Cuma. La seconda direttrice riguarda la provincia di Salerno, e passa attraverso la Sorieco di Mercato San Severino ed è lì che avveniva la trasformazione dei fanghi dei quattro depuratori in compost. Tutto ciò attraverso laboratori di analisi corrotti che producevano falsi certificati F.I.R. (formulario di identificazione del rifiuto). I fanghi tossici che entravano nei silos di compostaggio si trasformavano, miracolosamente, in concime con tanto di nulla osta sanitario. Poi subentra la Frama di Ceppaloni. Quella della provincia di Benevento è la terza direttrice. La società rileva e smaltisce (nei terreni e nei fiumi) i rifiuti della affiliata Sorieco. La quarta direttrice arriva fino alla provincia di Foggia, estensione dei territori inquinati sempre da Sorieco e Frama. Quindi nel sistema illegale di smaltimento di rifiuti venutosi a creare, le aziende erano al tempo stesso agenti e controllori. Avevano a disposizione gli impianti di compostaggio e trasportavano, sulla carta, il compost negli impianti di depurazione. Queste scorie tossiche venivano riutilizzate e vendute agli agricoltori in quanto concime: in tali materiali di compostaggio fu rinvenuto cromo esavalente e molto altro. Un attentato alla salute, un disastro ecologico protratto da affaristi senza scrupoli e da contadini compiacenti e omertosi, disposti ad avvelenarsi in cambio di poche manciate di soldi. La regione Campania è dal 1994 in stato d’emergenza rifiuti, questo fa sì che la gestione passi a un delegato del capo del governo con poteri speciali che dovrebbe mirare a riportare la situazione verso l’ordinario ma, in realtà, l’emergenza collima col profitto. La Campania è in ritardo nell’adozione di un nuovo piano per i rifiuti che non si basi sul ciclo, ormai obsoleto, di raccolta e sversamento. Il governo amplia i poteri dei commissari speciali e dà la possibilità, nei limiti del legittimo, che queste cariche possano essere ricoperte dai presidenti eletti delle Regioni. L’emergenza permette di varare un piano con cui s’affida l’intero ciclo dei rifiuti a imprese private, riducendo gradualmente la funzione di controllo istituzionale e, in virtù dello stato emergenziale, mutano continuamente le valutazioni di impatto ambientale, e i pareri tecnici sulla compatibilità ambientale...

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[by Sandra Leville, posted on The Guardian, April 12th, 2018] After plastic waste contributed to deadly floods in Recife, one neighbourhood took action. Now people can earn a living by cleaning up the river in a scheme being imitated around the world Maria das Gracas started collecting her plastic bottles after she saw the body of her neighbour floating past her house, carried along with the pollution that helped cause the deadly floods. She stores them by the front door of her one-story home, which sits on the litter-strewn banks of the Tejipió river in north-east Brazil. When she has enough she will take them to the local storage skip, where a litter collector will pay her two reals for 50 plastic bottles – about 40 pence. She’s not just doing it for the money. She’s doing it to stop the tide of plastic drowning this community. Every day Maria and other residents of Coqueiral, a poor neighbourhood in the city of Recife, feel the impact of the world’s plastic binge. It is visible in the waters of the river that once flowed freely through the area. Fifty years ago when Rildo Wandray was a boy, he would jump into the Tejipió and swim, while his friends fished beside him. Today the river is stagnant, obstructed at every tributary by a tide of plastic waste; Coca-Cola and Fanta bottles, water containers, crisp packets and wrappers. Globally, some 2 billion people live in communities with no rubbish collections. While international attention has focused recently on the marine plastic litter crisis, the devastating impact of plastic waste on the world’s poorest is no less destructive, causing flooding, disease, and hundreds of thousands of premature deaths from toxic fumes caused by the burning of waste. In Recife the plastic waste is exacerbating already devastating flooding from rising sea levels caused by climate change. And those living around the Tejipió have grown tired of waiting for the government to act. For das Gracas, the tipping point came when flooding took the life of one of her neighbours. “I was trapped inside my home with my son,” she said. “There was nothing we could do, the water came up and we could not get out. I looked out and saw a body float past. She was face down, I could see the hair. That night the flood nearly took me too. Ever since then I have collected my bottles, I wanted to try and do something to reduce the waste going into the river.” Organised and supported by the local baptist church through its project Instituto Solidare, local communities are mobilising: street protests, public meetings, awareness campaigns. They are also trying to build a network of entrepreneurs who can make a living out of collecting the waste, and turning it into products they can sell. The Recife campaign is supported by Tearfund, the international NGO which is lobbying for global development funding for waste projects to be increased from 0.3% to 3%; a move which would push waste higher up the international agenda, reduce global plastic littering, help cut marine litter and improve the environment and the lives of the world’s poorest and most vulnerable. On Thursday – in advance of the Commonwealth Summit in London next week – international development secretary Penny Mordaunt is expected to address the need...

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