Dal 10 al 21 novembre 2025 saremo a Belém, in Brasile, per partecipare come osservatori alla 30° Conferenza delle Nazioni Unite sul Clima. Racconteremo quanto avviene dentro e fuori le negoziazioni, porteremo e raccoglieremo le voci dei territori in lotta contro l’estrattivismo, contro il greenwashing e per una transizione ecologica realmente giusta.
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A Belém si discuteranno e valuteranno gli NDCs, i nuovi impegni climatici nazionali che stabiliscono gli obiettivi di riduzione delle emissioni di ogni paese. Accanto alla mitigazione, l’adattamento sarà uno dei temi centrali attraverso il Global Goal on Adaptation (GGA) e i nuovi Piani nazionali di adattamento. Un altro capitolo chiave sarà quello della finanza per il clima. Tra i punti principali il nuovo obiettivo di finanziamento (NCQG), che punta ad aumentare il sostegno ai Paesi in via di sviluppo da 100 a 300 miliardi di dollari l’anno, e la Roadmap Baku-Belém, che traccia un percorso per mobilitare almeno 1.300 miliardi di dollari l’anno entro il 2035.
Temi cruciali, che si scontrano con uno scenario geopolitico ostile, segnato dal negazionismo climatico, dai venti di guerra, dalla corsa al riarmo e dalla violenza istituzionale. Non è un caso che in gioco a Belém ci sia più che mai la credibilità della diplomazia climatica e la sua capacità di tradurre le intenzioni in impegni concreti.
La Cupula dos povos
La Cúpula dos Povos è il grande incontro dei movimenti sociali e delle comunità che vivono in prima linea la crisi climatica. Nata nel 1992 come risposta critica alle negoziazioni ufficiali, propone un’alternativa fondata su giustizia climatica, sociale e ambientale, solidarietà e saperi ancestrali.
Dal 12 al 16 novembre 2025, in concomitanza con la COP30 di Belém, riunirà popoli indigeni, comunità quilombola e tradizionali, giovani e lavorator? in marce, dibattiti e azioni culturali.
La Cúpula mette al centro vite, diritti e territori, non statistiche: unisce chi costruisce ogni giorno soluzioni reali, dall’agroecologia alla difesa dei beni comuni, per spingere i governi ad adottare politiche di vera giustizia climatica.
Dichiarazione della Cupula Dos Povos
Perché A Sud e CDCA alla COP?
Nelle Cop si riuniscono i governi dei 197 Paesi che hanno ratificato la Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (UNFCCC), firmata a Rio de Janeiro nel 1992. Ma la COP30 non è solo un vertice diplomatico: è il terreno di confronto (e di scontro) tra attori diversi e diverse visioni del mondo. Da una parte il business as usual che trasforma la crisi climatica in profitto, dall’altra movimenti e territori che lottano per giustizia climatica, autodeterminazione e diritti della Natura.
La COP30 si terrà nel cuore dell’Amazzonia, a Belém do Pará, in Brasile. Non è un dettaglio geografico ma una scelta politica: è nel Sud globale che l’ingiustizia climatica colpisce più duramente mentre il Nord globale continua a negoziare emissioni e interessi fossili.
Qui non si decide solo il futuro del clima: si decide chi avrà diritto a un futuro.
Per raccontare cosa c’è in gioco, e come finisce la partita.
Andiamo alla COP per osservare da vicino i negoziati, capire quali equilibri politici e di potere si stanno ridefinendo, e portare la prospettiva dei territori e dei movimenti che chiedono giustizia climatica.
La partecipazione di A Sud e CDCA serve a connettere le lotte locali con quelle globali, rafforzare alleanze internazionali e raccontare – con sguardo indipendente e critico – come la diplomazia climatica sta affrontando, o eludendo, le proprie responsabilità.
Perché solo intrecciando voci e resistenze dal basso possiamo costruire un futuro giusto per tutt?.
Per costruire e rafforzare alleanze internazionali
Svolgere la COP in Brasile è un segnale che conta: significa rimettere al centro chi la crisi climatica la subisce davvero. Andiamo a Belém per stare con i movimenti globali per la giustizia climatica. In America Latina oggi si gioca una partita enorme: conflitti ambientali, estrattivismo, repressione, lotte indigene e popolari che resistono da decenni. Con tante realtà — dalla Colombia alla Bolivia, fino all’Amazzonia — abbiamo già lavorato, fatto campagne, costruito ponti. Lì ritroviamo compagn? con cui condividiamo visioni e pratiche.
Per portare una visione radicale dentro la COP
Sì, probabilmente sarà l’ennesimo flop diplomatico. Ma proprio per questo dobbiamo esserci, per non lasciare quei tavoli alle lobby fossili e ai governi che parlano di transizione mentre trivellano.
Da dentro vedi meglio le dinamiche, le crepe, le possibilità di alleanze e di conflitto.
Andiamo per portare la prospettiva della giustizia climatica e delle lotte dal basso, che legano crisi climatica, razzismo, patriarcato e disuguaglianze. La COP non è un punto d’arrivo: è un passaggio. Il resto si fa fuori, insieme, ogni giorno.
Diario dalla COP30
- Giorno 12 – 24 novembre 2025
Belém svela il fallimento della diplomazia climatica, ma apre spiragli: una roadmap anti-fossile e nuove alleanze per la giustizia.
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- Giorno 11 – 21 novembre 2025
Penultimo giorno a Belém: incendio in COP30, stalli politici e pressioni crescenti sul BAM e sull’uscita dai fossili.
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- Giorno 10 – 20 novembre 2025A Belém 85 Paesi spingono per uscire dai fossili, mentre Italia e Polonia frenano. La COP30 è al bivio, il tempo è adesso.
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- Giorno 9 – 19 novembre 2025
Belém rilancia la lotta globale ai fossili: la Colombia guida un fronte che vuole uscire davvero dal modello che brucia il pianeta.
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- Giorno 8 – 18 novembre 2025
Alla COP30 la transizione dai combustibili fossili sembra lontana, mentre i fondi dell’adattamento sono sotto il minimo.
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- Giorno 7 – 17 novembre 2025
Belem in rivolta: popoli indigeni e movimenti sociali spingono per una COP30 che dica finalmente basta ai fossili.
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- Giorno 6 – 15 novembre 2025
Anche quest’anno i dati sulla presenza dei lobbisti Gas&Oil alla conferenza di Belém sono alti: su ogni 25 persone accreditate al vertice, uno è un lobbista dei combustibili fossili, in totale sono oltre 1600.
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- Giorno 5 – 14 novembre 2025
Il TFFF entra nella Cupula tra promesse e contraddizioni: fondi incerti, debiti in aumento e movimenti che denunciano l’ennesima falsa soluzione verde.
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- Giorno 4 – 13 novembre 2025
A Belém la protesta indigena irrompe nella COP30 e svela le contraddizioni del Brasile fossile. Intanto la Cupula esplode di mobilitazioni globali.
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- Giorno 3 – 12 novembre 2025
Adattamento al centro della COP30, ma i fondi restano insufficienti. A Belém arrivano movimenti e comunità indigene: la vera pressione viene dai territori.
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- Giorno 2 – 11 novembre 2025
Lula parla di disuguaglianze alla Cop30, ma il Brasile continua a spingere sul fossile. A Belém torna al centro il nodo tra clima e ingiustizia.
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- Giorno 1 – 10 novembre 2025
Dalla Cop30 alla Cúpula dos Povos: a Belém si apre la sfida per la giustizia climatica tra responsabilità globali, diritti dei popoli e resistenza dei territori.
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Articoli di approfondimento alla COP30
- Cosa resta della Cop30, la battaglia per il clima e i diritti è ancora lunga – 24 novembre 2025
Marica Di Pierri e Laura Greco su Domani – COP30 fallisce su fossili e foreste, ma il Bam e il blocco dei 82 paesi per l’uscita dal fossile aprono spiragli di lotta e nuove alleanze.
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- Sulla fine dei lavori della COP30 – 24 novembre 2025
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Cosa è successo alla 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici? Quali sono le grandi vittorie? Quali le sconfitte?
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- La tabella della discordia – cos’è successo alla COP30 – 23 novembre 2025
Laura Greco su Radio24 – COP30 a Belém annuncia impegni su energia, foreste e adattamento, ma senza una vera uscita dal fossile restano promesse vuote da incalzare con lotte dal basso.
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- “A resposta somos nós”. Ma alla COP30 le richieste dei popoli indigeni non fanno breccia – 23 novembre 2025
Laura Greco su EconomiaCircolare.com – Alla COP30 le voci indigene restano ai margini mentre la foresta corre verso il punto di non ritorno. Senza giustizia, non c’è futuro.
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- La “Dichiarazione di Belém” e il multilateralismo del phase out dai fossili spinto dal basso – 21 novembre 2025
Laura Greco su Altreconomia – Da Belém arriva una spinta dal basso per uscire dai fossili: governi e movimenti uniscono le voci per un phase out reale, giusto, globale.
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- Cop30: senza il Gender action plan ogni azione climatica è limitata – 21 novembre 2025
Marica Di Pierri e Laura Greco su Valori – Nonostante le ambiziose premesse il Gender action plan ha trovato diversi ostacoli sui tavoli negoziali della Cop30
- Cop30: senza il Gender action plan ogni azione climatica è limitata – 21 novembre 2025

- Alla Cop30 arrivano le storie di migrazioni climatiche – 21 novembre 2025
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30, in vista delle negoziazioni finali, si parla del fenomeno crescente degli sfollamenti forzati dal cambiamento climatico.
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- Belém, la foresta degli indigeni si ribella a Lula – 20 novembre 2025
Laura Greco su Il Manifesto – Le nazionalità dell’Amazzonia denunciano l’inagibilità politica alla Cop e chiedono una mobilitazione internazionale guidata direttamente dai popoli indigeni per proteggere i loro territori e affrontare la crisi climatica alla radice
- Alla Cop 30 i movimenti si riprendono la scena – 20 novembre 2025
Marica Di Pierri su Il Manifesto – Era dalla Cop 26 di Glasgow che non si vedeva così tanta società civile. Accanto al vertice ufficiale, in più di 50 mila hanno animato la «Cupula dos povos» per una svolta vera sul clima e i diritti
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- COP30, BELÉM | Italiani in mobilitazione – 20 novembre 2025]
Il Climate Pride in azione alla COP30: l? attivist? chiedono all’Italia una roadmap chiara e ambiziosa per uscire dai fossili.
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- A Belém torna il protagonismo sociale – 19 novembre 2025
Marica Di Pierri su Collettiva – Alla Cop30 movimenti, organizzazioni, popoli e sindacati riacquistano centralità: proposte e campagne dal basso sono arrivate nelle stanze dei negoziati.
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- Come procede la COP30 in Brasile? Intervista a Laura Greco da Bélem – 19 novembre 2025
Laura Greco su Scienza e Pace Magazine – COP30 tra repressione, lobby fossili e resistenze indigene: la giustizia climatica la costruiscono i territori, non i negoziati.
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- Lifegate dalla COP30 – 18 novembre 2025
Marica Di Pierri su Lifegate – Dalla COP30 il racconto dell’inedita comunicazione tra dentro e fuori la COP, tra le richieste indigene e l’ambiguo governo di Lula.
Ascolta su Lifegate
- Il Fondo per le foreste e la falsa soluzione del biocapitalismo si ripropone alla Cop30 di Belém – 18 novembre 2025
Laura Greco su Altreconomia – Il Tropical forests forever facility lanciato da Lula è l’ennesimo dispositivo finanziario che viene presentato come innovazione.
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- Attivismo e giustizia climatica: se il diritto alla protesta diventa un reato – 17 novembre 2025
Marica Di Pierri su Valori.it – Alla Cop30 emerge un allarme globale: in molti Paesi il diritto alla protesta viene represso e l’attivismo ambientale è sempre più criminalizzato
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- Alla Cop30 di Belèm il fondo per l’adattamento resta senza fondi – 17 novembre 2025]
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30 fallisce, per il terzo anno di fila, l’obiettivo di raccolta minima per finanziare l’adattamento dei Paesi del Sud globale.
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- Massiccia partecipazione popolare a Belém – 16 novebre 2025
Marica Di Pierri su L’aria Che Respiri – Alla Cúpula dos Povos tantissime voci per reclamare la fine dei combustibili fossili e una giustizia climatica guidata dai popoli, non dalle multinazionali.
Ascolta su Radio Rai1
- In diretta da Bele?m – Aggiornamenti sulla prima settimana di COP30 – 15 novembre 2025
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – In diretta da Belém, per raccontare in diretta i lavori della 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici. ?Foto di Oliver Ninja e Midia Ninja
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- Cop30: chi difende i combustibili fossili dentro i negoziati sul clima – 14 novembre 2025
Marica Di Pierri per Altreconomia – Alla Cop30 un lobbista fossile ogni 25 delegat?: il vertice che dovrebbe chiudere l’era fossile continua a farsela scrivere da chi la profitta.
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- Giustizia climatica, questa dimenticata – 13 novembre 2025
Marica Di Pierri su Il Manifesto – Il legame tra clima e disuguaglianze è ormai assodato. Ma dopo 30 anni di conferenze, i ricchi continuano a fare grandi affari con i fossili.
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- L’adattamento secondo la COP30: “Adattarsi è sopravvivere” – 13 novembre 2025
Marica Di Pierri per EconomiaCircolare.com – COP30 punta a rendere operativo il Global Goal on Adaptation, tra governance multilivello, indicatori, fondi insufficienti e necessità di giustizia climatica.
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- La Cop30 in Brasile e le politiche industriali green – 11 novembre 2025
Marica Di Pierri per Tutta La Città Ne Parla, Radio3 – È iniziata la Cop30 a Belém, 10 giorni in cui si discuterà su come trovare una via d’uscita alla deriva del cambiamento climatico nonostante le difficoltà politiche che ci circondano.
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- Road to Belém – 7 novembre 2025
Marica Di Pierri per Valori.it – Verso la Cop30 di Belém, cosa aspettarci dal più importante appuntamento per salvare il clima della Terra? Diretta con Marica Di Pierri, Luca Lombroso, Giovanni Mori e Lorenzo Tecleme.
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- Da Parigi a Belém, i conti che non tornano – 6 novembre 2025
Marica Di Pierri per Il Manifesto – Tra tensioni e fragili compromessi, i preparativi alla vigilia della Conferenza Onu. A che punto sono gli impegni nazionali di riduzione e i piani di adattamento dei singoli Paesi.
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- A Sud a Belém alla Cop30 – 6 novembre 2025
A Sud seguirà negoziati e mobilitazioni dalla COP30 di Belém, amplificando le voci dei movimenti per giustizia climatica e sociale.
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- A Sud aderisce alla Global Call to Action della Cúpula dos Povos – 5 settembre 2025
Il 15 novembre scendiamo in piazza: basta disuguaglianze e razzismo ambientale, vogliamo giustizia climatica e un mondo dove la vita sia al centro.
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- Vertice dei Popoli Verso la COP30: Manifesto Politico – 13 giugno 2025
A Sud aderisce al Manifesto dei Popoli verso la COP30: un appello globale per giustizia climatica, anticapitalismo e democrazia dal basso.
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Racconteremo le negoziazioni
Per spiegare cosa accade davvero alla COP30, come si muovono i governi e quali interessi guidano le scelte sulla crisi climatica. Vi offriremo una copertura quotidiana per raccontarvi con le nostre parole e con uno sguardo critico, indipendente e radicale, vicino ai movimenti il dentro e fuori la Cop
Sveleremo le contraddizioni
Tra le promesse ufficiali e la realtà, mostrando lo scontro continuo tra lobby fossili e popoli che difendono la vita e i territori. Denunceremo le responsabilità smascherando la falsa transizione energetica e chi continua a inquinare mentre parla di sostenibilità con greenwashing e false soluzioni
Daremo voce alle comunità
Portando le loro storie, le lotte quotidiane e le alternative concrete alla devastazione ambientale, contro colonialismo ed estrazione. Ci collegheremo con l’Italia per connettere istanze e battaglie
INFO E CONTATTI
Per contatti e interviste con la delegazione:
maricadipierri@asud.net
+ 55 21 967071220
Laura Greco
lauragreco@asud.net
+55 21 997673184
Eni e la cultura del gas
C’è un passaggio rivelatorio tra le risposte, spesso fumose, che Eni fornisce ogni anno poco prima dell’assemblea degli azionisti. Da quando nel 2020 l’emergenza si è fatta sistema, rendendo impossibile la partecipazione dal vivo, l’unico strumento di pressione degli azionisti critici sulle politiche aziendali del cane a sei zampe è quello dell’invio delle domande scritte, alle quali la multinazionale energetica è costretta a rispondere. Associazioni come A Sud ne approfittano perciò per chiedere ragione degli investimenti fatti, verificare le segnalazioni ricevute dai territori dove Eni opera, incrociare i dati con le indagini giornalistiche. Pur se l’azienda troppo spesso si rende poco chiara, qualcosa riesce comunque a emergere. Come, appunto, il passaggio citato all’inizio, che riguarda la possibile trasformazione dell’azienda dall’attuale formula della società per azioni (nota con l’acronimo s.p.a.) a quella di società benefit: se nel primo caso l’unico scopo resta la distribuzione dei dividendi agli azionisti, nel secondo caso si integra nel proprio oggetto sociale, oltre agli obiettivi di profitto, anche l’impatto positivo sulla società e sulla biosfera. Riportiamo il passaggio qui di seguito: Eni in passato ha considerato la possibilità di qualificarsi come “società benefit” o certificarsi come benefit corporation, ma ha ritenuto che non fosse necessario per perseguire scopi di utilità sociale. Alcuni tra i principali investitori istituzionali di Eni, interpellati sul punto, non avevano espresso favore per l’assunzione della qualifica. La non assunzione della qualifica di “società benefit” non preclude ad Eni di perseguire scopi di utilità sociale. Il messaggio è chiarissimo: Eni va dove la portano i soldi e pazienza per il resto. Ma la vita del pianeta e delle persone non può più aspettare. In un altro passaggio, nel quale A Sud chiede una verifica su un report pubblicato a maggio 2023 dall’Oil & Environment Commission sulle fuoriuscite di petrolio in Nigeria, l’azienda risponde piccata e conclude: Non c’è nulla di più lontano dalla nostra cultura aziendale che l’accusa di razzismo ambientale. Quel che emerge però dalla lettura delle 124 pagine delle domande e risposte pre-assemblea è che la cultura aziendale di Eni è incentrata sul gas. Ancora una fonte fossile, ancora la riproposizione delle false soluzioni, come le abbiamo definite in due report che potete trovare qui e qui. Un affare che conviene a poche persone e ne danneggia molte Come abbiamo ripetuto più volte, in appena tre anni Eni ha conseguito utili per una cifra di circa 35 miliardi euro. Chi ne ha beneficiato? Di sicuro, anche se di poco, i circa 20mila dipendenti dell’azienda in Italia, che hanno ottenuto una serie di benefici: bonus carburanti, bonus energia e aumento del ticket per chi lavora da casa. Un esborso però di appena 85 milioni. E la gran parte dei soldi rimasti? Non certo per colmare l’enorme ritardo dell’azienda sul fronte delle rinnovabili, dove si registra un eccesso di ottimismo: Eni è impegnata a sviluppare i business low carbon per raggiungere massa critica e dimensioni sempre più rilevanti. In questi anni Eni ha già investito in maniera significativa in questi business. Plenitude a fine 2023 ha raggiunto l’obiettivo di 3 GW di capacità installata rinnovabile, in aumento di oltre il 35% rispetto al 2022 (e di 10 volte rispetto al 2020), presenta una rete di ricarica per veicoli elettrici di circa 19 mila unità, in aumento del 45% rispetto al 2022 e al contempo ha consolidato...
read moreRipulire le COP: il Factsheet 2024 di Clean the COP!
Lanciata l’11 novembre, la campagna Clean the COP! nasce con un obiettivo chiaro e urgente: eliminare l’influenza delle lobby dei combustibili fossili dalle decisioni climatiche globali. Promossa da A Sud, EconomiaCircolare.com, e Fondazione Openpolis, la campagna denuncia come la presenza di rappresentanti dell’industria fossile comprometta le conferenze ONU sul clima (COP), trasformandole in teatri di compromessi a vantaggio delle grandi imprese del petrolio e del gas. Scarica il factsheet Clean The COP Perché Clean the COP! è importante? Le COP sono spazi cruciali per affrontare la crisi climatica, ma non possono essere strumenti efficaci finché i principali responsabili della crisi – le industrie fossili – partecipano e influenzano le negoziazioni. Lo dimostrano i numeri: alla COP29 di Baku, i lobbisti del fossile sono stati 1.773, più delle delegazioni dei 10 Paesi più vulnerabili ai cambiamenti climatici messe insieme. L’Italia si distingue negativamente, portando delegati legati a ENI, Edison e altre aziende fossili. Un’azione globale Parte del movimento internazionale Kick Big Polluters Out e della campagna europea Fossil Free Politics, Clean the COP! chiede che l’Italia escluda i lobbisti dalle delegazioni ufficiali, garantendo trasparenza e accountability nel processo decisionale. La recente lettera aperta inviata alla Commissione Europea e ai governi nazionali da oltre 112 organizzazioni sottolinea la richiesta: fuori i grandi inquinatori dalle COP! Riprendersi la giustizia climatica Le soluzioni esistono e sono sostenute dalla scienza. Ma finché le COP saranno dominate dalle aziende che traggono profitto dallo status quo, non ci sarà un reale cambiamento. Clean the COP! invita tutt? a unirsi alla lotta per una governance climatica libera dai grandi inquinatori, promuovendo azioni concrete e trasparenti. Scopri di più sulla campagna su...
read moreAlla COP sul clima il governo italiano è sponsor dei grandi inquinatori
Con una lettura approfondita (ma ancora preliminare) della lista ufficiale degli accrediti, la campagna Clean the Cop contribuisce a gettare luce sulla presenza, e gli affari, dei lobbisti delle imprese fossili che il governo ha accreditato per la Cop29 che si sta concludendo a Baku. Per chi lavora il governo? A giudicare dagli accrediti concessi per la Cop29 ai lobbisti delle energie fossili non certo per la decarbonizzazione. L’Italia, infatti, è il primo Paese in Europa per numero di badge concessi ai dipendenti e dirigenti di imprese che fanno affari con gas e petrolio: 25 persone, rappresentanti sia di imprese italiane che estere. Un primato tutt’altro che invidiabile, visto che, al di là delle apparenze, i lobbisti di queste imprese – che si chiamano Eni, Enel, Edison, Snam, Italgas, ma anche Seingim Group e Socar – continuano a fare i lobbisti anche quando partecipano alle Conferenze Onu sul clima. Tanto che proprio una delle imprese accreditate dal nostro esecutivo – Italgas – nei primissimi giorni della Cop ha stretto accordi per la distribuzione di gas del Paese ospite, l’Azerbaijan. Ha senso continuare a facilitare la presenza di questi soggetti alle Conferenze sul clima? No. Per questo l’associazione ecologista A Sud, il magazine EconomiaCircolare.com e Fondazione Openpolis hanno dato il via alla campagna Clean the Cop (cui hanno aderito anche Greenpeace Italia, Energia per l’Italia, ISDE – Medici per l’ambiente, Rinascimento Green e Coordinamento Nazionale No Triv). Che chiede al governo italiano di lavorare per ripulire le negoziazioni climatiche internazionali dagli interessi delle industrie dell’Oil&gas, di essere coerente con gli obiettivi di decarbonizazione nazionali ed europei, e di garantire trasparenza in merito ai criteri coi quali concede accrediti governativi per partecipare alle Cop. La carica dei 1773 Sono 1773 i rappresentanti delle imprese ‘fossili’ accreditati per partecipare alla Cop29 di Baku. E spesso a concedere i badge sono stati i governi dei Paesi firmatari della Convenzione quadro sui cambiamenti climatici delle Nazioni Unite, quella che dovrebbe trovare soluzione alla crisi climatica. A fare i conti, partendo dalle liste ufficiali degli accrediti diffuse dall’UNFCC, è stata Kick Big Polluters Out (KBPO), coalizione di oltre 450 organizzazioni di tutto il mondo unite nel chiedere di porre fine all’influenza dei grandi inquinatori sulle regole dell’azione per il clima. Parte dei lobbisti è stata accreditata da governi europei, come segnalato dalla campagna Fossil Free Politics (FFP), che ci dice che i governi dell’UE hanno portato 115 lobbisti dei combustibili fossili alla Cop29, come parte delle delegazioni ufficiali. Non tutti i governi, però. I governi dell’UE che hanno portato i lobbisti dei combustibili fossili alla COP29 sono: Italia (25), Grecia (24), Svezia (17), Belgio (13), Danimarca (10), Bulgaria (9), Romania (7), Ungheria (5), Portogallo (5), Paesi Bassi (1). “Gli eventi meteorologici estremi legati alla crisi climatica sono costati all’economia globale più di 2.000 miliardi di dollari nell’ultimo decennio. I sussidi all’ industria dei combustibili fossili ammontano a 7.000 miliardi di dollari solo nell’ultimo anno. E nel frattempo alla Cop i grandi inquinatori, gli stessi che continuano a incrementare gli investimenti in energie fossili, siedono accanto ai rappresentanti dei governi facendo pressioni per implementare false soluzioni e rallentare le azioni finalizzate a far pagare loro i costi della decarbonizzazione”, dice Raffaele Lupoli, direttore di EconomiaCircolare.com: “Non è tollerabile che siano i governi stessi a riservare a questi soggetti spazi privilegiati durante le trattative, creando peraltro una disparità di trattamento rispetto a chi rappresenta le...
read moreCOP29: ecco i primi dati dei lobbisti fossili presenti
Secondo la coalizione Kick Big Polluters Out (KBPO), almeno 1773 lobbisti dei combustibili fossili hanno ottenuto l’accesso al vertice COP29 di Baku, confermando la presenza spropositata di grandi inquinatori ai negoziati sul clima. In Italia sul tema è nata la campagna Clean the Cop!. Ad analizzare i dati per il nostro paese è ReCommon. I DATI INTERNAZIONALI Le lobby dei combustibili fossili alla Cop29 superano in numero le delegazioni delle nazioni più vulnerabili Come per i colloqui sul clima della COP28 dello scorso anno a Dubai, alla COP29 è stato concesso l’accesso a un numero significativamente maggiore di lobbisti delle fonti fossili rispetto a quasi tutte le delegazioni nazionali: i 1773 lobbisti dei combustibili fossili registrati a Baku sono superati solo dalle delegazioni inviate dall’Azerbaigian, paese ospitante (2229), dal Brasile, paese ospitante della COP30 (1914), e dalla Turchia (1862). La coalizione Kick Big Polluters Out ha analizzato linea per linea l’elenco provvisorio dei partecipanti alla COP29. Tra gli altri risultati principali: I lobbisti dei combustibili fossili hanno ricevuto più pass per la COP29 di tutti i delegati delle 10 nazioni più vulnerabili messe insieme (1033), sottolineando come la presenza dell’industria stia superando quella di coloro che sono in prima linea nella crisi climatica. Un gran numero di lobbisti dei combustibili fossili ha avuto accesso alla COP come parte di associazioni di categoria. Otto dei 10 gruppi commerciali con il maggior numero di lobbisti provengono dal Nord globale. Il più grande è stato l’International Emissions Trading Association, che ha portato 43 persone, tra cui i rappresentanti di TotalEnergies e Glencore. Il Giappone ha portato il gigante del carbone Sumitomo come parte della sua delegazione; il Canada ha acquistato i produttori di petrolio Suncor e Tourmaline; il Regno Unito ha portato 20 lobbisti e l’Italia ha portato i rappresentanti dei giganti dell’energia Eni ed Enel. Chevron, ExxonMobil, Bp, Shell ed Eni, che hanno portato un totale di 39 lobbisti, sono anche collegate a consentire il genocidio in Palestina “alimentando la macchina da guerra in Israele“ La presenza dell’industria a Baku è in netto contrasto con gli obiettivi dichiarati della COP29, dove l’abbandono dei combustibili fossili, le false soluzioni e i finanziamenti per il clima sono temi caldi. I numeri sin qui disponibili sono un’ulteriore conferma dell’importanza delle pressioni da parte dei Paesi del Sud globale, dei funzionari pubblici, delle circoscrizioni delle Nazioni Unite e della società civile in generale, circa la necessità di espellere i grandi inquinatori dalle negoziazioni. Leggi tutto il comunicato stampa di KBPO I DATI EUROPEI L’Europa porta i lobbisti del gas a Baku per stringere accordi Sempre secondo l’analisi di KBPO, l’UE ha portato 113 lobbisti dei combustibili fossili alla COP29. I lobbisti hanno partecipato ai colloqui sul clima delle Nazioni Unite a Baku come parte delle delegazioni ufficiali dei governi nazionali dell’UE, tra cui Grecia, Italia, Svezia e Belgio. L’analisi mostra che la Grecia e l’Italia hanno avuto la più grande delegazione di lobbisti fossili tra gli Stati membri dell’UE, portando rispettivamente 24 e 22 lobbisti, la maggior parte dei quali provenienti da compagnie del gas. Questo non deve sorprendere, visto che i due Paesi sono i maggiori acquirenti di gas dell’Azerbaijan attraverso il controverso Corridoio meridionale del gas (SGC), che l’UE sta spingendo per espandere. Entrambi i Paesi hanno anche portato con sé...
read moreIl Climate Pride alza la voce: Roma in piazza per la Giustizia Climatica
Appuntamento sabato 16 novembre ore 15:00 a Piazza Vittorio Le oltre 50 realtà aderenti: “Non possiamo permetterci di fare passi indietro. Dobbiamo scendere in piazza con ancora più determinazione per difendere il futuro del Pianeta e delle prossime generazioni”. In un momento storico in cui le scelte politiche internazionali sembrano allontanarsi sempre più dagli obiettivi di sostenibilità, la società civile risponde con forza e determinazione. Il prossimo 16 novembre, alle ore 15, Piazza Vittorio a Roma diventerà il cuore pulsante del Climate Pride, una mobilitazione nazionale che darà vita a una street parade gioiosa, creativa e ribelle. L’evento si inserisce in un contesto di mobilitazioni globali durante la COP29 in Azerbaijan, con l’obiettivo di esercitare una forte pressione affinché i leader mondiali adottino finalmente politiche ambiziose e concrete per combattere il cambiamento climatico e fare fronte alla perdita di biodiversità. Oltre 50 associazioni e movimenti si uniranno in una grande street parade, che si unisce al fine di chiedere un cambio di rotta radicale nelle politiche energetiche e ambientali, ma anche per evitare le conseguenze più disastrose della crisi climatica e della perdita di biodiversità. La street parade che attraverserà le vie della Capitale, sarà un’occasione unica per sensibilizzare l’opinione pubblica e i decisori politici sull’urgenza di abbandonare un modello di sviluppo basato sui combustibili fossili, responsabile di ingiustizie sociali e conflitti a livello globale. Le tensioni socio-economiche come razzismo, sessismo, abilismo e disuguaglianze sono aggravate dagli effetti del cambiamento climatico, in un circolo vizioso che acuisce le ingiustizie e le vulnerabilità preesistenti. La nostra vita e quella di tutti gli altri essere viventi presenti sul nostro Pianeta sono altamente interconnesse. Ora più che mai tutelare la Natura è fondamentale per il nostro benessere e il nostro futuro. Il Climate Pride non sarà solo una protesta, ma una celebrazione della resilienza della natura e delle comunità che si battono per un futuro sostenibile e una giusta transizione ecologica. Attraverso simboli potenti, come maschere di animali, piante, batteri, funghi, pale eoliche e pannelli solari, verrà lanciato un messaggio chiaro: è possibile costruire un mondo più giusto ed equo, in cui il nostro stile di vita sia compatibile con la Natura. L’evento intende ribaltare la fallimentare e pericolosa narrazione antropocentrica, che vede la Terra come una risorsa infinita da sfruttare, promuovendo invece una visione multi-specie armoniosa e inclusiva che mette al centro la giustizia climatica. La vittoria di Donald Trump e le sue politiche negazioniste, caratterizzate da un ritorno all’uso dei combustibili fossili e da un netto rifiuto di misure decisive per la sostenibilità, rappresentano un ulteriore e preoccupante passo indietro in un panorama di azioni climatiche già insufficienti. La società civile risponde con una voce collettiva potente: il cambiamento non può aspettare. La transizione ecologica è un diritto e un dovere verso il pianeta, e il Climate Pride sarà un simbolo di speranza e resistenza, un appello globale per un presente e un futuro equo, sostenibile e inclusivo. Il Climate Pride arriverà in cammino fino all’Ex SNIA, simbolo delle lotte ambientaliste, oggi minacciata da un mastodontico progetto di cementificazione da 280.000 mc. Un’operazione immobiliare tra Roma Capitale e investitori privati che prevede la costruzione di uno studentato e servizi universitari. L’obiettivo è difendere il Lago Bullicante e il suo ecosistema, reclamando l’esproprio dell’area per creare un parco naturalistico. Aderiscono: A buon diritto, Acrobax, ActionAid Italia, Arci nazionale, Arci servizio civile nazionale, Asso Pace Palestina, Astra, A...
read moreRoma si prepara al Climate Pride: una parata per la giustizia climatica
A Roma il prossimo 16 novembre una mobilitazione nazionale dal carattere gioioso e ribelle: il Climate Pride. Il prossimo 16 novembre alle ore 15.00 partirà da Piazza Vittorio a Roma la mobilitazione nazionale del Climate Pride. Decine di associazioni, unite dalla necessità di una giusta transizione ecologica, sfileranno per le strade della capitale per sensibilizzare l’opinione pubblica e i decisori politici sull’urgenza di abbandonare il modello di sviluppo basato sulle fonti fossili. L’intento è quello di inserirsi all’interno della giornata di azione internazionale che si terrà durante la COP 29, che in quei giorni si svolgerà in Azerbaijan e durante la quale migliaia di persone scenderanno in piazza in tutto il mondo. La mobilitazione, organizzata come una grande street parade, metterà in discussione un sistema che, alimentato dall’uso dei combustibili fossili, genera conflitti e ingiustizie sociali: un modello che si basa su una visione antropocentrica che considera il pianeta e la sua biodiversità come risorse infinite, esponendo l’umanità a sfruttamento ed eco-ansia. Un’alleanza tra specie umana e tutte le forme di vita L’evento intende ribaltare questa narrazione, proponendo simbolicamente un’alleanza tra la specie umana e tutte le forme di vita che abitano la Terra – animali, piante, batteri e ogni creatura, reale o immaginaria. Attraverso questa metafora, si vuole promuovere la giustizia climatica e un nuovo equilibrio tra l’essere umano e l’ambiente. La mobilitazione sarà colorata e creativa: i partecipanti si maschereranno da animali, alberi e piante, e porteranno con sé pale eoliche e pannelli solari per simboleggiare la transizione verso fonti rinnovabili. L’obiettivo principale sarà quello di lanciare un appello forte alla COP29, chiedendo un’inversione di rotta nelle politiche ambientali globali. Il Climate Pride non sarà solo una protesta, ma una celebrazione della resilienza della natura e delle comunità impegnate per un futuro sostenibile. Promotori L’evento è promosso sulla pagina Instagram e sui canali social delle varie realtà. A questo link è possibile trovare una cartella con tutti i materiali grafici (in aggiornamento) da poter utilizzare sui social, ma anche stampare e diffondere. La cartella contiene anche i pdf delle maschere da animali e il toolkit per la realizzazione delle pale eoliche e pannelli solari di cartone, utili per caratterizzare la presenza in piazza. Aderiscono: Acrobax, ActionAid Italia, Arci nazionale, Arci servizio civile nazionale, Astra, A Sud, Brancaleone, Casale Garibaldi – common at work, CLAP – Camere del Lavoro Autonomo e Precario, Clean Cities, Climate Art Project, Climate Reality Italia, COSPE onlus, CSOA La Strada, Esc Atelier Autogestito, Esn Italia, Essere Animali, Ex Snia, Extinction Rebellion Italia, Forum Disuguaglianze Diversità, Fridays For Future Italia, GKN, Greenpeace Italia, Legambiente, Libera Contro le Mafie, Link Coordinamento Universitario, Marevivo, Movimento per la Decrescita Felice, Nero edizioni, Per il Clima, fuori dal Fossile, Rete degli Studenti Medi, Rete della Conoscenza, Rete Ecosistemica, Rinascimento Green, Salvaiciclisti Roma, Streets For Kids, UDS – Unione degli Studenti, UDU – Unione degli Universitari, Ultima Generazione, Un Ponte Per, VAS, Vogliamo tutt’altro, WWF Italia, WWF YOUng...
read moreClean the Cop! Fuori i grandi inquinatori dalle Conferenze sul clima
Presentato anche l’ ”Appello degli scienziati e delle scienziate al governo” con oltre 30 firmatari, tra cui Mercalli, Tozzi, Balzani ed Armaroli. Emersa dalla Conferenza stampa la volontà congiunta delle forze di opposizione di trasformare le richieste della campagna in azioni parlamentari Roma 11.09.2024 – Mentre a Baku, in Azerbaijan, apre i battenti la COP29 sul clima, a Roma nel corso della conferenza stampa organizzata a Palazzo Montecitorio è stata lanciata stamani la campagna Clean the Cop! – Fuori i grandi inquinatori dalle Cop sul clima, che denuncia l’influenza dei lobbisti dell’Oil&gas nell’ambito delle negoziazioni internazionali e chiede al governo di non facilitare la loro presenza alle conferenze ONU sul clima. La campagna Clean the COP La denuncia è rivolta al governo Meloni, visto che nel 2023 per la Cop28 di Dubai il badge alla stragrande maggioranza dei lobbisti nostrani è arrivato direttamente dal governo italiano. Secondo i dati delle Nazioni Unite, alla scorsa conferenza sul clima il governo è stato il principale “sponsor” del settore oil&gas nazionale. Calcolando i rappresentanti di enti con interessi esclusivi o parziali nel mondo fossile: Eni, Snam, Saipem, Enel, A2A, Edison (cioè limitando l’analisi solo ai soggetti con interessi più evidenti), si contano 40 accrediti dal governo su un totale di 47 lobbisti italiani del fossile presenti. Le due organizzazioni col più alto numero di delegati accreditati dall’Italia sono stati Saipem (16 accrediti) e Eni (14) i cui affari, legati alla sempre maggiore diffusione delle fonti fossili, vanno in direzione contraria agli obiettivi della Cop e a quelli che dovrebbero essere gli obiettivi del governo italiano. La campagna è collegata alla campagna europea Fossil Free Politics, all’interno della quale lunedì scorso, 4 novembre, 112 organizzazioni europee e 15 italiane hanno inviato contemporaneamente una Lettera aperta alla Commissione europea e al proprio governo per chiedere di togliere i badge delle COP clima ai delegati fossili. Clean the Cop è promossa da A Sud, EconomiaCircolare.com e Fondazione Openpolis, con l’adesione di Greenpeace Italia, Energia per l’Italia, ISDE – Medici per l’Ambiente, Coordinamento Nazionale No Triv, Rinascimento Green. “In un momento cruciale per la sfida climatica, in cui è necessario moltiplicare gli sforzi di riduzione delle emissioni, è fondamentale svincolare gli obiettivi delle Cop da quelli delle imprese del gas e del petrolio e di chi queste imprese le finanzia. Partendo dall’esclusione da quelle stanze di chi ne difende gli interessi”, dichiara Lucie Greyl, responsabile relazioni internazionali di A Sud. “Il peso dell’industria fossile è un macigno che comprime anche la libertà d’informazione – spiega Andrea Turco, giornalista di EconomiaCircolare.com. “Dal nostro osservatorio vediamo come queste lobby influenzano le scelte della politica e in molti casi anche la formazione del libero pensiero in ambito accademico o nei contesti culturali. Come giornale abbiamo scelto di rinunciare a ogni forma di finanziamento dall’industria fossile e mappato tutti i casi noti di governi e città che hanno vietato la pubblicità per le aziende di questo settore. Si tratta di una battaglia culturale che richiede il segnale concreto di una scelta di campo da parte di governi, società civile, media e mondo accademico”. Secondo Michele Vannucchi di Openpolis “Il governo ha titolo a invitare chi ritiene più appropriato alle Cop ma è anche tenuto a rendere conto ai cittadini delle proprie scelte. Per questo sarebbe opportuno che l’esecutivo presenti in parlamento l’elenco delle persone a cui ha fornito un accredito spiegando, nel caso, qual’è il senso di invitare portatori di interessi del mondo del fossile a una conferenza sul cambiamento climatico”...
read moreClean the Cop: Appello degli scienziati e delle scienziate alla politica
Il testo e le adesioni all’appello firmato da oltre 30 rappresentanti del mondo scientifica e dell’accademia, impegnati sul fronte del cambiamento climatico, promosso nell’ambito della campagna Clean the Cop! Appello degli scienziati e delle scienziate alla politica “Fuori i grandi inquinatori dalle Cop sul clima” Non si possono coinvolgere i piromani nella scrittura di una legge contro gli incendi: cercherebbero stratagemmi per indebolirla, o sfrutterebbero l’occasione per scambiarsi fiammiferi ed esche incendiarie. Allo stesso modo, non si possono coinvolgere i lobbisti dei combustibili fossili nelle Conferenze Onu per il clima, il cui obiettivo primario è proprio limitare l’uso delle fonti energetiche fossili: carbone, petrolio e gas. Le COP, Conferenza delle Parti dell’UNFCCC, Convenzione quadro sui cambiamenti climatici delle Nazioni Unite, sono il luogo dove annualmente si discute e si dovrebbe decidere sui passi da compiere per porre un freno alla crisi climatica. Un cammino la cui direzione è stata indicata, da tempo, dalla scienza. I report dell’IPCC, massimo foro scientifico per competenza e autorevolezza in materia, formato da centinaia di scienziate e scienziati provenienti da tutto il mondo, parlano chiaro: l’unico modo per centrare l’obiettivo dell’Accordo di Parigi, ovvero contenere l’aumento delle temperature a fine secolo entro il grado e mezzo rispetto al periodo preindustriale, è rinunciare quanto prima a bruciare petrolio, gas e carbone. In altre parole: non ci possiamo permettere di produrre nuovi giacimenti e dobbiamo rallentare significativamente le estrazioni già in corso. Questa è la strada che dovrebbero seguire i governi che si riuniscono annualmente alle Cop, quest’anno in Azerbaijan. Ma di sicuro non è la strada per cui lavorano le imprese che fanno profitti estraendo e commercializzando combustibili fossili, le stesse che da decenni, come dimostrato da numerose e clamorose inchieste giornalistiche, promuovono disinformazione e foraggiano il negazionismo climatico. Fa specie, dunque, che i lobbisti inviati da queste compagnie – i piromani in questione – siano invece sempre più massicciamente presenti alle COP, approfittando dei summit governativi per fare indebite pressioni sui governi e per portare avanti i propri affari in colpevole distonia con gli obiettivi indicati dalla comunità scientifica. E più incalza l’emergenza climatica, più l’invasione dei lobbisti alle COP è in crescita: nel 2021 se ne stimavano circa 500 alla Cop26 di Glasgow, nel 2022 erano in 636 alla Cop27 di Sharm-el-Sheikh, mentre nella Cop28 di Dubai, nel 2023 (primo anno in cui è divenuto obbligatorio per ciascun delegato rivelare l’ente di appartenenza) il numero è salito vertiginosamente a 2.456: la delegazione più numerosa di tutte. C’è di più: spesso gli accrediti dei lobbisti vengono registrati proprio dagli governi all’interno delle delegazioni governative, che sarebbero chiamate a negoziare nell’interesse generale, garantendo azioni climatiche efficaci e non facilitando la presenza di chi difende interessi palesemente in contrasto con gli obiettivi da perseguire. Un meccanismo pericoloso che vale anche per l’Italia: alla Cop28 di Dubai la maggior parte dei rappresentanti di aziende del fossile è stata accreditata dal nostro governo. Queste circostanze destano grande preoccupazione in seno alla comunità scientifica. Come scienziati e scienziate siamo ben consapevoli della posta in gioco. Conosciamo l’importanza di un’azione climatica coordinata, ambiziosa ed efficace e i rischi dell’inazione. Pure siamo consapevoli del ruolo di deterrente e di freno che gli interessi delle Carbon Majors hanno svolto in questi decenni. Per queste ragioni, ci uniamo alle richieste della campagna...
read moreTorna il corso di giornalismo ambientale: il data journalism
I dati sono ovunque: negli articoli di giornale, nelle pubblicazioni scientifiche, nei report aziendali e nei contenuti social. Una serie di percentuali o un’infografica arricchiscono i contenuti discorsivi ma non sono neutri, proprio come le notizie. Per questo saper leggere, usare, interpretare e comunicare al meglio grandi quantità di dati è essenziale. Solo così si possono raccontare accuratamente i fenomeni del nostro tempo e la crisi climatica. Per questo la nona edizione del corso online di giornalismo d’inchiesta ambientale, curata da A Sud, EconomiaCircolare.com e dal Centro di Documentazione sui Conflitti Ambientali (CDCA), sarà dedicata al data journalism come strumento per indagare e divulgare le questioni ambientali. Grazie a strumenti teorici e pratici, chi seguirà il corso sarà in grado di realizzare inchieste giornalistiche, reportage, data visualization e articoli di approfondimento. Lo farà a partire da grandi quantità di dati epidemiologici, satellitari, relativi all’economia circolare, al clima, alla sostenibilità, alla pianificazione territoriale e non solo. Tra i nomi di questa edizione troviamo Madi Ferrucci della redazione di Report e del Centro di Giornalismo Permanente. Poi Alberto Puliafito di Slow News, giornalista esperto di intelligenza artificiale e analista dei media. Martina Lovat, data analyst di Fondazione Openpolis. Dalla redazione di EconomiaCircolare.com il direttore Raffaele Lupoli e i giornalisti Daniele di Stefano e Andrea Turco. E ancora: Marica Di Pierri, portavoce di A Sud e giornalista, Alessandro Coltré, giornalista di A Sud. Per sapere di più su costi, programma e docenze clicca qui. Fino al 1 settembre sarà possibile iscriversi al corso a un prezzo ridotto! Quando In partenza il 24 ottobre 2024 per un totale di 32 ore frontali e 12 ore laboratoriali, il corso sarà interamente online e strutturato in 4 moduli: Il giornalismo ambientale (8 ore teoriche) Il data journalism (12 ore teoriche + 6 ore laboratoriali) L’intelligenza artificiale e la data visualization (6 ore teoriche + 3 ore laboratoriali) L’inchiesta ambientale: metodi e linguaggi (6 ore teoriche + 3 ore laboratoriali) Le tre masterclass del Corso di giornalismo Il percorso prevede tre masterclass con Donata Columbro, data journalist, scrittrice e autrice di “Ti spiego il dato”, “Dentro l’algoritmo” e di “Quando i dati discriminano”, Teresa Paoli, giornalista e regista di Presa Diretta in onda su Rai3 e Michele Munafò, Responsabile Servizio per il sistema informativo nazionale ambientale dell’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (ISPRA). Dall’ideazione alla stesura Insieme alla redazione di EconomiaCircolare.com, a curare il percorso laboratoriale ci sarà anche Cristina da Rold, giornalista scientifica e data-journalist de Il Sole 24 Ore, che seguirà e accompagnerà studentesse e studenti dall’ideazione alla stesura di long form su temi ambientali, elaborati con gli strumenti del data journalism e della data visualization. Tutti i contributi saranno pubblicati su una sezione dedicata del magazine EconomiaCircolare.com e poi presentati in un evento finale in presenza a Roma. Le partnership del Corso di Giornalismo Il corso è stato pensato e realizzato con il Centro di Giornalismo Permanente, collettivo di giornaliste e giornalisti freelance che realizza inchieste su temi sociali e ambientali, il Constructive Network, prima rete di giornalismo costruttivo in Italia, e con il Goethe Institut di Roma, importante realtà culturale in cui verrà inaugurato il corso con un kick off all’interno della rassegna “Vogliamo tutto. Utopie, disillusioni e conquiste dagli anni ’70 ad oggi”, una giornata di incontri e dibattiti sull’ eredità degli anni Settanta in Germania e in Italia con incontri su ecologia, informazione, femminismo e...
read moreGiudizio Universale arriva in Corte d’Appello
Presentato l’appello contro la decisione di primo grado del contenzioso climatico contro lo Stato. Allegato agli atti un nuovo report scientifico commissionato da A Sud. Secondo gli scienziati “l’Italia ha già esaurito il suo carbon budget”. COMUNICATO STAMPA L’azione legale A Sud e altri contro lo Stato Italiano, primo contenzioso climatico in Italia meglio noto come “Giudizio Universale”, è stata lanciata nel 2021 dall’organizzazione ecologista A Sud assieme a circa 200 ricorrenti tra associazioni e individui, di cui molti minori. Roma, 9 ottobre 2024– Dopo una sentenza di primo grado deludente e in controtendenza rispetto ai trend di altri paesi europei, i ricorrenti di Giudizio Universale tornano in tribunale rafforzati dagli esiti positivi di altri contenziosi andati a sentenza fuori dei confini nazionali. Questa volta a decidere sulla sentenza di inammissibilità per “difetto assoluto di giurisdizione” della giudice di primo grado sarà la Corte d’Appello del Tribunale Civile di Roma. “Contrariamente a quanto stabilito da diversi Tribunali europei, il Tribunale di Roma ha sostenuto l’inesistenza del diritto dei ricorrenti a chiedere di essere tutelati dalle conseguenze dell’emergenza climatica e l’insindacabilità delle scelte dello Stato italiano in tale ambito, in nome della separazione dei poteri.” ha commentato il team legale a margine del deposito dell’atto di appello. “Una sentenza che abbiamo accolto con grande delusione e che ci sembra ancor più paradossale oggi, in un panorama preoccupante di crescente criminalizzazione dell’attivismo ambientale – ha aggiunto Lucie Greyl, coordinatrice della Campagna Giudizio Universale “Chi governa ha reso i tribunali luoghi in cui processare chi difende l’ambiente e non chi lo distrugge. Ma le vittorie in altri paesi di altri gruppi che anche dopo molti anni di battaglia sono riusciti a veder riconosciute le loro istanze ci dicono che siamo sulla giusta strada. E continueremo a percorrerla con determinazione, guardando con fiducia al collegio che dovrà ridiscutere il caso”. Il ruolo delle recenti sentenze della Corte di Strasburgo in materia climatica Le possibilità che la pronuncia di primo grado venga ribaltata in appello sono infatti rafforzate dal recente esito di alcuni contenziosi intentati fuori dai confini nazionali, le cui pronunce sono destinate a fare giurisprudenza. Tra esse spiccano le sentenze della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo nei casi Klima Seniorinnen e altri V. Svizzera e Duarte Agostinho e altri V. Portogallo e 32 altri paesi. Nel primo caso, la Corte ha condannato il paese elvetico per la mancata adozione di misure in materia climatica, riconoscendo di fatto la relazione tra difesa del clima e tutela dei diritti umani. Nel secondo caso, i giudici hanno dichiarato inammissibile il ricorso anche per il mancato esperimento dei rimedi interni rimandando dunque ai giudici nazionali il compito di pronunciarsi sull’adeguatezza delle politiche climatiche e sugli impatti che la mancata azione ha sui diritti umani. La dichiarazione di inammissibilità va dunque interpretata come una devoluzione alle giurisdizioni nazionali delle cause in materia. “La Corte europea ha di fatto smentito le argomentazioni formulate dal Tribunale di Roma. Confidiamo dunque che la Corte di Appello possa riformarla, stabilendo il principio che i cittadini e la società civile possono rivolgersi a un Giudice per far valere i propri diritti minacciati dall’emergenza climatica, cui contribuisce anche lo Stato italiano per effetto della inadeguatezza delle misure adottate”, ha concluso il team legale, composto dall’avvocato civilista Luca Saltalamacchia e dal docente di diritto climatico Michele Carducci, cui si è aggiunto l’avvocato cassazionista e docente di Diritto Pubblico Antonello Ciervo, anch’egli in affiancamento pro bono. ...
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Marica Di Pierri per Valori.it – Verso la Cop30 di Belém, cosa aspettarci dal più importante appuntamento per salvare il clima della Terra? Diretta con Marica Di Pierri, Luca Lombroso, Giovanni Mori e Lorenzo Tecleme.