CDCA e A Sud alla COP30 a Belém

La voce di A Sud dalla COP30 di Belém (Brasile) e le iniziative in Italia

Dal 10 al 21 novembre 2025 saremo a Belém, in Brasile, per partecipare come osservatori alla 30° Conferenza delle Nazioni Unite sul Clima. Racconteremo quanto avviene dentro e fuori le negoziazioni, porteremo e raccoglieremo le voci dei territori in lotta contro l’estrattivismo, contro il greenwashing e per una transizione ecologica realmente giusta.

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L’agenda della COP30

A Belém si discuteranno e valuteranno gli NDCs, i nuovi impegni climatici nazionali che stabiliscono gli obiettivi di riduzione delle emissioni di ogni paese. Accanto alla mitigazione, l’adattamento sarà uno dei temi centrali attraverso il Global Goal on Adaptation (GGA) e i nuovi Piani nazionali di adattamento. Un altro capitolo chiave sarà quello della finanza per il clima. Tra i punti principali il nuovo obiettivo di finanziamento (NCQG), che punta ad aumentare il sostegno ai Paesi in via di sviluppo da 100 a 300 miliardi di dollari l’anno, e la Roadmap Baku-Belém, che traccia un percorso per mobilitare almeno 1.300 miliardi di dollari l’anno entro il 2035.

Temi cruciali, che si scontrano con uno scenario geopolitico ostile, segnato dal negazionismo climatico, dai venti di guerra, dalla corsa al riarmo e dalla violenza istituzionale.  Non è un caso che in gioco a Belém ci sia più che mai la credibilità della diplomazia climatica e la sua capacità di tradurre le intenzioni in impegni concreti.

La Cupula dos povos

La Cúpula dos Povos è il grande incontro dei movimenti sociali e delle comunità che vivono in prima linea la crisi climatica. Nata nel 1992 come risposta critica alle negoziazioni ufficiali, propone un’alternativa fondata su giustizia climatica, sociale e ambientale, solidarietà e saperi ancestrali.

Dal 12 al 16 novembre 2025, in concomitanza con la COP30 di Belém, riunirà popoli indigeni, comunità quilombola e tradizionali, giovani e lavorator? in marce, dibattiti e azioni culturali.

La Cúpula mette al centro vite, diritti e territori, non statistiche: unisce chi costruisce ogni giorno soluzioni reali, dall’agroecologia alla difesa dei beni comuni, per spingere i governi ad adottare politiche di vera giustizia climatica.

Dichiarazione della Cupula Dos Povos

Perché A Sud e CDCA alla COP?

Nelle Cop si riuniscono i governi dei 197 Paesi che hanno ratificato la Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (UNFCCC), firmata a Rio de Janeiro nel 1992. Ma la COP30 non è solo un vertice diplomatico: è il terreno di confronto (e di scontro) tra attori diversi e diverse visioni del mondo. Da una parte il business as usual che trasforma la crisi climatica in profitto, dall’altra movimenti e territori che lottano per giustizia climatica, autodeterminazione e diritti della Natura.
La COP30 si terrà nel cuore dell’Amazzonia, a Belém do Pará, in Brasile. Non è un dettaglio geografico ma una scelta politica: è nel Sud globale che l’ingiustizia climatica colpisce più duramente mentre il Nord globale continua a negoziare emissioni e interessi fossili.
Qui non si decide solo il futuro del clima: si decide chi avrà diritto a un futuro.

Per raccontare cosa c’è in gioco, e come finisce la partita.

Andiamo alla COP per osservare da vicino i negoziati, capire quali equilibri politici e di potere si stanno ridefinendo, e portare la prospettiva dei territori e dei movimenti che chiedono giustizia climatica.
La partecipazione di A Sud e CDCA serve a connettere le lotte locali con quelle globali, rafforzare alleanze internazionali e raccontare – con sguardo indipendente e critico – come la diplomazia climatica sta affrontando, o eludendo, le proprie responsabilità.
Perché solo intrecciando voci e resistenze dal basso possiamo costruire un futuro giusto per tutt?.

Per costruire e rafforzare alleanze internazionali

Svolgere la COP in Brasile è un segnale che conta: significa rimettere al centro chi la crisi climatica la subisce davvero. Andiamo a Belém per stare con i movimenti globali per la giustizia climatica. In America Latina oggi si gioca una partita enorme: conflitti ambientali, estrattivismo, repressione, lotte indigene e popolari che resistono da decenni. Con tante realtà — dalla Colombia alla Bolivia, fino all’Amazzonia — abbiamo già lavorato, fatto campagne, costruito ponti. Lì ritroviamo compagn? con cui condividiamo visioni e pratiche.

Per portare una visione radicale dentro la COP

Sì, probabilmente sarà l’ennesimo flop diplomatico. Ma proprio per questo dobbiamo esserci, per non lasciare quei tavoli alle lobby fossili e ai governi che parlano di transizione mentre trivellano.
Da dentro vedi meglio le dinamiche, le crepe, le possibilità di alleanze e di conflitto.
Andiamo per portare la prospettiva della giustizia climatica e delle lotte dal basso, che legano crisi climatica, razzismo, patriarcato e disuguaglianze. La COP non è un punto d’arrivo: è un passaggio. Il resto si fa fuori, insieme, ogni giorno.


Diario dalla COP30

  • Giorno 12 – 24 novembre 2025
    Belém svela il fallimento della diplomazia climatica, ma apre spiragli: una roadmap anti-fossile e nuove alleanze per la giustizia.
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  • Giorno 11 – 21 novembre 2025
    Penultimo giorno a Belém: incendio in COP30, stalli politici e pressioni crescenti sul BAM e sull’uscita dai fossili.
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  • Giorno 10 – 20 novembre 2025A Belém 85 Paesi spingono per uscire dai fossili, mentre Italia e Polonia frenano. La COP30 è al bivio, il tempo è adesso.
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  • Giorno 9 – 19 novembre 2025
    Belém rilancia la lotta globale ai fossili: la Colombia guida un fronte che vuole uscire davvero dal modello che brucia il pianeta.
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  • Giorno 7 – 17 novembre 2025
    Belem in rivolta: popoli indigeni e movimenti sociali spingono per una COP30 che dica finalmente basta ai fossili.
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  • Giorno 6 – 15 novembre 2025
    Anche quest’anno i dati sulla presenza dei lobbisti Gas&Oil alla conferenza di Belém sono alti: su ogni 25 persone accreditate al vertice, uno è un lobbista dei combustibili fossili, in totale sono oltre 1600.
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  • Giorno 5 – 14 novembre 2025
    Il TFFF entra nella Cupula tra promesse e contraddizioni: fondi incerti, debiti in aumento e movimenti che denunciano l’ennesima falsa soluzione verde.
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  • Giorno 4 – 13 novembre 2025
    A Belém la protesta indigena irrompe nella COP30 e svela le contraddizioni del Brasile fossile. Intanto la Cupula esplode di mobilitazioni globali.
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  • Giorno 3 – 12 novembre 2025
    Adattamento al centro della COP30, ma i fondi restano insufficienti. A Belém arrivano movimenti e comunità indigene: la vera pressione viene dai territori.
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  • Giorno 2 – 11 novembre 2025
    Lula parla di disuguaglianze alla Cop30, ma il Brasile continua a spingere sul fossile. A Belém torna al centro il nodo tra clima e ingiustizia.
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  • Giorno 1 – 10 novembre 2025
    Dalla Cop30 alla Cúpula dos Povos: a Belém si apre la sfida per la giustizia climatica tra responsabilità globali, diritti dei popoli e resistenza dei territori.
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Articoli di approfondimento alla COP30

  • Cosa resta della Cop30, la battaglia per il clima e i diritti è ancora lunga – 24 novembre 2025
    Marica Di Pierri e Laura Greco su Domani – COP30 fallisce su fossili e foreste, ma il Bam e il blocco dei 82 paesi per l’uscita dal fossile aprono spiragli di lotta e nuove alleanze.
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  • Sulla fine dei lavori della COP30 – 24 novembre 2025
    Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Cosa è successo alla 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici? Quali sono le grandi vittorie? Quali le sconfitte?
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  • La tabella della discordia – cos’è successo alla COP30 – 23 novembre 2025
    Laura Greco su Radio24 – COP30 a Belém annuncia impegni su energia, foreste e adattamento, ma senza una vera uscita dal fossile restano promesse vuote da incalzare con lotte dal basso.
    Ascolta su Il Sole 24 ore
  • “A resposta somos nós”. Ma alla COP30 le richieste dei popoli indigeni non fanno breccia – 23 novembre 2025
    Laura Greco su EconomiaCircolare.com – Alla COP30 le voci indigene restano ai margini mentre la foresta corre verso il punto di non ritorno. Senza giustizia, non c’è futuro.
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  • La “Dichiarazione di Belém” e il multilateralismo del phase out dai fossili spinto dal basso – 21 novembre 2025
    Laura Greco su Altreconomia – Da Belém arriva una spinta dal basso per uscire dai fossili: governi e movimenti uniscono le voci per un phase out reale, giusto, globale.
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    • Cop30: senza il Gender action plan ogni azione climatica è limitata – 21 novembre 2025
      Marica Di Pierri e Laura Greco su Valori – Nonostante le ambiziose premesse il Gender action plan ha trovato diversi ostacoli sui tavoli negoziali della Cop30

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  • Alla Cop30 arrivano le storie di migrazioni climatiche – 21 novembre 2025

Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30, in vista delle negoziazioni finali, si parla del fenomeno crescente degli sfollamenti forzati dal cambiamento climatico.
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  • Belém, la foresta degli indigeni si ribella a Lula – 20 novembre 2025
    Laura Greco su Il Manifesto – Le nazionalità dell’Amazzonia denunciano l’inagibilità politica alla Cop e chiedono una mobilitazione internazionale guidata direttamente dai popoli indigeni per proteggere i loro territori e affrontare la crisi climatica alla radice
  • Alla Cop 30 i movimenti si riprendono la scena – 20 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Il Manifesto – Era dalla Cop 26 di Glasgow che non si vedeva così tanta società civile. Accanto al vertice ufficiale, in più di 50 mila hanno animato la «Cupula dos povos» per una svolta vera sul clima e i diritti
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  • COP30, BELÉM | Italiani in mobilitazione – 20 novembre 2025]
    Il Climate Pride in azione alla COP30: l? attivist? chiedono all’Italia una roadmap chiara e ambiziosa per uscire dai fossili.
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  • A Belém torna il protagonismo sociale – 19 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Collettiva – Alla Cop30 movimenti, organizzazioni, popoli e sindacati riacquistano centralità: proposte e campagne dal basso sono arrivate nelle stanze dei negoziati.
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  • Come procede la COP30 in Brasile? Intervista a Laura Greco da Bélem – 19 novembre 2025
    Laura Greco su Scienza e Pace Magazine – COP30 tra repressione, lobby fossili e resistenze indigene: la giustizia climatica la costruiscono i territori, non i negoziati.
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  • Lifegate dalla COP30 – 18 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Lifegate – Dalla COP30 il racconto dell’inedita comunicazione tra dentro e fuori la COP, tra le richieste indigene e l’ambiguo governo di Lula.
    Ascolta su Lifegate
  • Il Fondo per le foreste e la falsa soluzione del biocapitalismo si ripropone alla Cop30 di Belém – 18 novembre 2025
    Laura Greco su Altreconomia – Il Tropical forests forever facility lanciato da Lula è l’ennesimo dispositivo finanziario che viene presentato come innovazione.
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  • Attivismo e giustizia climatica: se il diritto alla protesta diventa un reato – 17 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Valori.it – Alla Cop30 emerge un allarme globale: in molti Paesi il diritto alla protesta viene represso e l’attivismo ambientale è sempre più criminalizzato
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  • Alla Cop30 di Belèm il fondo per l’adattamento resta senza fondi – 17 novembre 2025]
    Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30 fallisce, per il terzo anno di fila, l’obiettivo di raccolta minima per finanziare l’adattamento dei Paesi del Sud globale.
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  • Massiccia partecipazione popolare a Belém – 16 novebre 2025
    Marica Di Pierri su L’aria Che Respiri – Alla Cúpula dos Povos tantissime voci per reclamare la fine dei combustibili fossili e una giustizia climatica guidata dai popoli, non dalle multinazionali.
    Ascolta su Radio Rai1
  • In diretta da Bele?m – Aggiornamenti sulla prima settimana di COP30 – 15 novembre 2025
    Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – In diretta da Belém, per raccontare in diretta i lavori della 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici. ?Foto di Oliver Ninja e Midia Ninja
    Guarda la diretta
  • Cop30: chi difende i combustibili fossili dentro i negoziati sul clima – 14 novembre 2025
    Marica Di Pierri per Altreconomia – Alla Cop30 un lobbista fossile ogni 25 delegat?: il vertice che dovrebbe chiudere l’era fossile continua a farsela scrivere da chi la profitta.
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  • Giustizia climatica, questa dimenticata – 13 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Il Manifesto – Il legame tra clima e disuguaglianze è ormai assodato. Ma dopo 30 anni di conferenze, i ricchi continuano a fare grandi affari con i fossili.
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  • L’adattamento secondo la COP30: “Adattarsi è sopravvivere” – 13 novembre 2025
    Marica Di Pierri per EconomiaCircolare.com – COP30 punta a rendere operativo il Global Goal on Adaptation, tra governance multilivello, indicatori, fondi insufficienti e necessità di giustizia climatica.
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  • La Cop30 in Brasile e le politiche industriali green – 11 novembre 2025
    Marica Di Pierri per Tutta La Città Ne Parla, Radio3 – È iniziata la Cop30 a Belém, 10 giorni in cui si discuterà su come trovare una via d’uscita alla deriva del cambiamento climatico nonostante le difficoltà politiche che ci circondano.
    Ascolta l’episodio
  • Road to Belém – 7 novembre 2025Marica Di Pierri per Valori.it – Verso la Cop30 di Belém, cosa aspettarci dal più importante appuntamento per salvare il clima della Terra? Diretta con Marica Di Pierri, Luca Lombroso, Giovanni Mori e Lorenzo Tecleme.
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  • Da Parigi a Belém, i conti che non tornano – 6 novembre 2025
    Marica Di Pierri per Il Manifesto – Tra tensioni e fragili compromessi, i preparativi alla vigilia della Conferenza Onu. A che punto sono gli impegni nazionali di riduzione e i piani di adattamento dei singoli Paesi.
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  • A Sud a Belém alla Cop30 – 6 novembre 2025
    A Sud seguirà negoziati e mobilitazioni dalla COP30 di Belém, amplificando le voci dei movimenti per giustizia climatica e sociale.
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  • A Sud aderisce alla Global Call to Action della Cúpula dos Povos  – 5 settembre 2025
    Il 15 novembre scendiamo in piazza: basta disuguaglianze e razzismo ambientale, vogliamo giustizia climatica e un mondo dove la vita sia al centro.
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  • Vertice dei Popoli Verso la COP30: Manifesto Politico – 13 giugno 2025
    A Sud aderisce al Manifesto dei Popoli verso la COP30: un appello globale per giustizia climatica, anticapitalismo e democrazia dal basso.
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Racconteremo le negoziazioni

Per spiegare cosa accade davvero alla COP30, come si muovono i governi e quali interessi guidano le scelte sulla crisi climatica. Vi offriremo una copertura quotidiana per raccontarvi con le nostre parole e con uno sguardo critico, indipendente e radicale, vicino ai movimenti il dentro e fuori la Cop

Sveleremo le contraddizioni

Tra le promesse ufficiali e la realtà, mostrando lo scontro continuo tra lobby fossili e popoli che difendono la vita e i territori. Denunceremo le responsabilità smascherando la falsa transizione energetica e chi continua a inquinare mentre parla di sostenibilità con greenwashing e false soluzioni

Daremo voce alle comunità

Portando le loro storie, le lotte quotidiane e le alternative concrete alla devastazione ambientale, contro colonialismo ed estrazione. Ci collegheremo con l’Italia per connettere istanze e battaglie


INFO E CONTATTI

Per contatti e interviste con la delegazione:

Marica Di Pierri
maricadipierri@asud.net
55 21 967071220

Laura Greco
lauragreco@asud.net
+55 21 997673184

Nel Mezzogiorno si muore di cancro fino al 28% in più

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Nel Mezzogiorno si muore di cancro fino al 28% in più

[di nelPaese.it, 19 aprile 2018]   Il divario tra Nord e Sud è una questione di vita e salute, ormai. In Italia si muore meno per tumori e malattie croniche ma solo dove la prevenzione funziona, ovvero principalmente nelle regioni settentrionali. Al Sud, invece, la situazione è opposta: il tasso di mortalità per queste malattie è infatti maggiore di una percentuale che va dal 5 al 28% e la Campania è la regione con i dati peggiori. A sottolinearlo è il direttore scientifico dell’Osservatorio nazionale sulla salute delle regioni italiane, Alessandro Solipaca, in occasione della presentazione del Rapporto Osservasalute.   Nel 2028 6,3 milioni di anziani non autonomi In soli 10 anni, ovvero nel 2028, si registrerà in Italia una popolazione anziana non autosufficiente pari a 6,3 milioni di persone. La proiezione è del Rapporto Osservasalute 2017: nel 2028, tra gli over-65 le persone non in grado di svolgere le attività quotidiane per la cura di se stessi (dal lavarsi al mangiare) saranno circa 1,6 mln (100 mila in più rispetto a oggi), mentre quelle con problemi di autonomia (preparare i pasti, gestire le medicine e le attività domestiche) arriveranno a 4,7 mln (+700 mila). Ciò, avverte il Rapporto, porrà “seri problemi per l’assistenza”.   Evidente fallimento del Servizio sanitario nazionale “E’ evidente il fallimento del Servizio Sanitario Nazionale (Ssn), anche nella sua ultima versione federalista, nel ridurre le differenze di spesa e della performance fra le regioni italiane”. Ad affermarlo è il presidente dell’Istituto superiore di sanità (Iss), Walter Ricciardi, in occasione della presentazione del Rapporto Osservasalute. Riferendosi al gap tra le regioni italiane in termini di salute ed efficienza delle prestazioni del Ssn, Ricciardi rileva come “si tratta di differenze inique perché non ‘naturali’, ma frutto di scelte politiche e gestionali”. È dunque “auspicabile – afferma – che si intervenga al più presto partendo da un riequilibrio del riparto del Fondo Sanitario Nazionale, non basato sui bisogni teorici desumibili solo dalla struttura demografica delle Regioni, ma sui reali bisogni di salute, così come è urgente un recupero di qualità gestionale e operativa del sistema, troppo deficitarie nelle regioni del Mezzogiorno, come ampiamente evidenziato nel nuovo Rapporto Osservasalute”.   Il dramma Campania La Campania e’ la Regione italiana con il piu’ alto tasso di mortalita’ precoce. E’ quanto emerge dal Rapporto Osservasalute 2017 presentato oggi a Roma. Il dato e’ 297,3 casi per 10.000 abitanti, con un tasso del 22% circa maggiore di quello nazionale e del 14% circa piu’ alto delle altre Regioni del Mezzogiorno. La Campania, quindi, risulta distaccata dalle altre Regioni, anche quelle del Sud,nonostante Osservasalute fotografi una situazione secondo cui “le differenze a livello territoriale della mortalita’ precoce non si sono colmate con il passare degli anni, anzi la distanza tra Nord e Mezzogiorno e’...

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Come si vive circondati dal carbone in Polonia

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Come si vive circondati dal carbone in Polonia

[di Martina Forti per Internazionale, 16 aprile 2018] Il belvedere affaccia su una conca nerastra, percorsa da grandi tubature metalliche e macchinari industriali. È la miniera di lignite di Be?chatów, in Polonia: profonda trecento metri, lunga nove chilometri e larga tre. Un cartellone mostra ai visitatori la mappa del terreno e spiega che la miniera “cammina”, lo scavo avanza in direzione ovest. La lignite alimenta la centrale elettrica sul lato opposto della conca: un edificio imponente che racchiude decine di turbine, cinque torri di raffreddamento e due camini che rilasciano un fumo denso e scuro. Be?chatów è la più grande centrale elettrica a carbone in Europa. E allo stesso tempo è un’anomalia. Con l’accordo sul clima firmato a Parigi nel 2015, l’Unione europea si è impegnata ad abbandonare il carbone, visto che è il combustibile più inquinante, è dannoso per la salute ed è la prima fonte di emissioni di anidride carbonica che riscaldano l’atmosfera terrestre. Tra il 2025 e il 2030, secondo le ultime decisioni della Commissione europea, sarà eliminato ogni finanziamento pubblico per gli impianti a carbone. Ma la Polonia, con i suoi 38 milioni di abitanti, va in controtendenza: è l’unico paese europeo che progetta nuovi impianti e nuove miniere, in particolare di lignite, il carbone più inquinante. L’argomento del governo polacco è semplice: il carbone assicura l’80 per cento dell’energia elettrica del paese – il 90, secondo il parlamento europeo. “È la base della nostra energia e non intendiamo abbandonarla”, ha detto il primo ministro Mateusz Morawiecki durante il suo discorso di insediamento, il 12 dicembre 2017. Ne ha fatto una questione di indipendenza energetica, contro l’ipotesi di importare gas naturale dalla Russia: l’ha chiamata “alternativa patriottica”. Così, mentre il resto d’Europa comincia a disinvestire dal fossile nero, Varsavia annuncia nuove miniere e progetta di aggiungere oltre dieci giga watt di potenza alle sue centrali a carbone, di cui 3,2 in impianti attualmente in costruzione. Morawiecki conta su una certa benevolenza: la Commissione europea permetterà al governo polacco di sovvenzionare le sue centrali a carbone. Inoltre, ha il sostegno di alcune grandi compagnie di assicurazione europee. Una rete di attivisti – tra cui l’organizzazione italiana Re:Common e Greenpeace – ha calcolato che Allianz, Munich Re e Generali dal 2013 a oggi hanno investito circa 1,3 miliardi di euro e sottoscritto almeno 21 contratti per assicurare alcune centrali a carbone in Polonia. Intanto però, delle cinquanta città più inquinate d’Europa, secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, trentacinque sono in Polonia. Tra queste c’è anche Katowice, 300 chilometri a sud di Varsavia, capoluogo del Voivodato della Slesia, che per ironia della sorte nel dicembre 2018 ospiterà la conferenza delle Nazioni Unite sul clima. Gli attivisti e il governo “Abbiamo urgente bisogno di una transizione energetica”, dice Ewa Sufin-Jacquemart, che nel 2011 ha contribuito a fondare Strefazieleni (Zona verde), una delle prime associazioni ambientaliste in Polonia. “Ma il nostro governo continua a promettere solo carbone. Nessuna strategia per l’efficienza energetica, nessuno standard sui carburanti, le energie rinnovabili sono addirittura ostacolate. Il governo ci dice che consumare carbone è segno di crescita economica e quindi va bene”. Osserva che su una cosa si trovano d’accordo i due principali partiti del paese, Piattaforma civica (liberali) e Diritto e giustizia (destra nazionalista): sostenere l’industria carbonifera. “Da un paio d’anni però si parla molto di smog”, continua l’attivista. “L’inquinamento atmosferico è diventato un tema di conversazione. Senti discutere di...

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Posted by on 1:00 pm in News | Commenti disabilitati su

[posted by Sophia Smith Galer on BBC, 28 March 2018] We’re about five metres away from the Mediterranean Sea. To my right, the Zouk Mosbeh power plant pumps out plumes of thick grey smoke into an otherwise bright blue sky. The Jounieh Valley towers behind me over the coastline, a metropolis full of hotels and entertainment venues just outside of Beirut. To my left, I can see some sort of resort in the distance. But all I can smell – and all I can see around me – is rubbish. This beach has already been cleaned up 16 times, and had been cleaned less than a week before I stepped onto it with Joslin Kehdy, the founder of Recycle Lebanon, which arranges the clean-ups. Plastic is turning up on beaches around the world, but the difference in Lebanon is that rubbish is also being directly dumped into the sea and coastal landfills – spelling disaster for the shoreline’s ecosystem and public health.   Recycle Lebanon’s Joslin Kehdy says we should all be giving a helping hand towards ridding the country of its waste crisis (Credit: Sophia Smith Galer) Lebanon’s waste crisis began in 2015 when a huge landfill site closed and government authorities failed to implement a contingency plan in time to replace it; dumping and burning waste on the streets became widespread. The campaign group Human Rights Watch calls it “a national health crisis”. But it’s also forced environmental organisations to find surprising and much-needed solutions in the face of slow political change – and they’re proving that a country that’s only the size of Connecticut might be one of Earth’s best playgrounds for environmental innovation. Kehdy tells me that calling her organisation Recycle Lebanon was a pun. It’s not just about introducing recycling initiatives; it’s about forming a new path for a country tackling corruption, which she and other activists believe fuels the waste crisis. The traditionally centralised waste management system in the country has very little sorting capabilities, meaning that the money isn’t in recycling, it’s in generating lots of waste, they argue. In a list of 180 countries, the 2017 Corruptions Perceptions Index, produced by the NGO Transparency International, ranked Lebanon as the 143rd “least corrupt nation” out of 175 countries – in other words, there are only 32 countries where corruption is worse. According to its website: “Lebanon’s confessional power-sharing arrangement” – that’s the delicate governmental balance it’s forged between the country’s many sects – “fuels patronage networks and clientelism, which undermines further the country’s governance system.” When the rubbish crisis first started, it stimulated a civil movement; protestors rallied outside the Lebanese government and declared “You Stink!” Gradually this evolved into initiatives like Beirut Madinati, a new political party, and the Waste Management Coalition which is currently campaigning against the government’s proposals to purchase incinerators.   Workers clean the beach of the coastal town of Zouk Mosbeh (Credit: Getty Images) “The issue with incinerators is that it doesn’t suit our type of waste,” says Kehdy. “Around 70% of our waste is organic. It’s too wet to be processed in incineration.” Secondly – as with most waste management methods – incineration also requires strict sorting at source. It looks like literally everything is thrown into the sea. More than 2,000 people have taken part in beach clean-ups with Recycle Lebanon, proving that there’s an...

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Gli schiavi della Little India pontina

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Gli schiavi della Little India pontina

[di Angelo Mastrandrea per Internazionale, 11 giugno 2015] Al civico cinquemila e dispari di via Portosello, tra Sabaudia e Pontinia, non c’è bisogno di bussare. Il cancello è aperto e la campagna si estende a perdita d’occhio come un latifondo dell’ancien régime, preceduta da un paio di caseggiati incompiuti senza porte né finestre ma chiaramente abitati. Da uno di questi si affaccia un uomo di mezza età. Indossa una camicia blu perfettamente stirata, la barba rasata di fresco. Conosce il mio accompagnatore, Harbhajan Ghuman, un boscaiolo trasmigrato dalle vette himalayane ai più modesti monti Lepini dai quali fa usualmente su e giù a dorso di mulo. Volano abbracci e sorrisi. Oggi è il capodanno sikh e l’uomo che siamo andati a trovare ha lavorato “solo quattro ore”. Ma non è per questo che è contento e neppure per il fatto che “il padrone è buono” perché paga cinque euro all’ora “per dodici ore al giorno” e non sempre si lavora così tanto, bensì perché è giunto per lui il momento di tornare dalla famiglia, nel Punjab. Ha lavorato da ottobre e ha messo da parte un po’ di soldi ma non più così tanti “come quando c’era la lira e si stava meglio”. Ora, vestito a festa davanti alla porta del tugurio che il padrone ha affittato per 700 euro al mese a lui e a una decina di suoi concittadini, correligionari nonché compagni di lavoro, sta per andare a godersi i frutti della sua vita da schiavo delle campagne. I sikh dell’agro pontino, scrive in un dossier l’associazione In Migrazione, sono “una comunità accogliente, rispettosa, pacifica e dedita al lavoro”, e proprio questo la rende ideale per lo sfruttamento nelle campagne. L’abitante del civico cinquemila e dispari di via Portosello ne è un esempio: vive e lavora come ai tempi della capanna dello zio Tom, ma non se ne lamenta con nessuno. Sarbjit Chauhan, un giovane indiano con gli occhialini da intellettuale che incontro tra le casette formato vacanza di Bella Farnia, mi spiega in un italiano forbito che gli scogli culturali da superare sono ancora enormi e che i turbanti e le barbe alla Sandokan, i costumi tradizionali e il tipico pugnale sikh che ogni buon religioso porta sempre con sé nascondono ancora molta diffidenza nei confronti degli italiani. La Little India pontina, trentamila persone, quasi la metà delle quali senza permesso di soggiorno, che hanno come punto di riferimento il tempio Gurdwara di Sabaudia e come capitale questo villaggio di seconde case per il mare in buona parte affittate agli indiani, a suo dire oppone ancora troppa resistenza a mescolare tradizioni e costumi con quelli di casa nostra. Oggi è particolarmente arrabbiato perché gli è accaduto di sentirsi “come in Texas”, non per il razzismo ma per colpa dei suoi connazionali: “Stamattina sono entrato in un bar, ho preso un caffè e una ciambella e mi sono seduto a un tavolino per leggere il giornale. C’erano dodici indiani che mi hanno squadrato tutto il tempo perché io, sikh, bevevo caffè e oziavo come un italiano”, racconta indispettito per una “mentalità chiusa che purtroppo è ancora diffusa tra gli anziani”. Molti, nella più grande comunità indiana d’Italia dopo quella emiliana di Novellara, hanno cominciato a capire che a chinare sempre il capo ci avrebbero rimesso sempre di...

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[posted by Cecilia Erba on Politheor, March 21st, 2018] The production of fossil fuels is still considered of strategic interest in Italy. As of the end of 2015, 114 exploration and 202 exploitation licenses were in force on national territory. Such activities pose a huge threat to the preservation of the environment and the health of local communities. The recently uncovered Val d’Agri affaireexemplifies the damage that oil companies, and especially ENI, are causing. Reconsidering energy policies appears vital for the wellbeing of the country and its inhabitants. Val d’Agri: an ongoing environmental tragedy Val d’Agri is a wild valley in Southern Italy, in Basilicata region. It is surrounded by mountains and named after the river flowing through it. It also holds the largest onshore oil field in Europe, uncovered at the beginning of the last century. Here, in the 1990s, ENI began prospecting and drilling activities. For years, the company continued exploring and extracting unhindered, violating environmental and health standards and using corruption to avoid controls. Only at the beginning of 2016 its unethical and illegal conduct was exposed. In the past, agriculture and farming flourished in the valley. Locally produced olive oil, wine, wheat and milk were exported all over Italy. Over 20 years from then, all is left is an impoverished and polluted territory. In the towns near the oil fields, Viggiano and Grumento Nova, the mortality and hospitalization rate is higher than the regional average, as reported by an interdisciplinary study published in 2017. The same study established a link between the high incidence of diseases of the circulatory and respiratory systems and exposition to the emissions of the oil centre. But beside health impacts, ENI’s activities took away from the communities their sense of belonging to the land. Now locals feel that their natural resources are compromised, and this is affecting their own identity. According to their perception, nature shifted from life source to deadly danger. In March 2016, five high-profile ENI employees and a former local mayor were arrested. The then Italian Minister for Economic Development was accused of conflict of interest with ENI and has resigned. The investigation uncovered that the emissions of the Val d’Agri oil centre systematically exceeded the limits allowed, but ENI managers tampered with the data sent to inspectors to avoid fines. In addition, the hazardous waste coming from oil extraction and treatment was arbitrarily classified as non-hazardous and disposed of with illegal procedures. The process is still ongoing, but in the meanwhile the oil centre was authorized to reopen and to restart extraction activities, amidst the bewilderment of environmentalists and concerned citizens. Why is Italy still extracting oil? The hydrocarbon industry in Italy is dominated by ENI, the world’s 12th oil supermajor identified by the world-famous six-legged logo. Val d’Agri is only one of the cases of pollution and illegality that the company is involved in. However, it continues to be the cornerstone of the Italian energy strategy, and the government is not planning to phase out fossil fuels anytime soon. In 2019, it is expected that as much as 7.5 million tons of oil will be extracted nationwide, 6.4 from Basilicata.  The government is, after all, heavily supporting the hydrocarbon sector. In 2016, it directly and indirectly subsidized fossil fuels for €14.8 billion. This tendency is reflected in the laws adopted in the last years, such as the so-called “Unlock...

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Roma, la “frigo-valley” in riva all’Aniene

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Roma, la “frigo-valley” in riva all’Aniene

[di Vincenzo Bisbiglia e Angela Gennaro su il Fatto Quotidiano, 3 aprile 2018] Un’intera vallata alle porte di Roma trasformata in un cimitero dei frigoriferi. Oltre 60 ettari per quella che gli abitanti della zona pensano si tratti della discarica abusiva più grande d’Italia. Sono diverse centinaia gli elettrodomestici usati adagiati in un terreno privato abbandonato, formalmente compreso nel perimetro del comune di Tivoli (località Bagni di Tivoli) ma distante qualche decina di metri dal confine con la Capitale, disegnato a sua volta lungo il tracciato del fiume Aniene. Il colpo d’occhio è sconcertante già dalla bretella dell’Autostrada A1 che attraversa l’area tiburtina, tale da non far invidia ai “panorami” scrutabili nei pressi di discariche ufficiali come Malagrotta e Inviolata. Una bomba ecologica, fra l’altro, considerando l’elevato rischio incendi dell’area ma anche gli effetti delle consuete esondazioni del principale affluente del Tevere.   Entrando nel cuore dell’area dove decenni fa la Stacchini realizzava le sue celebri polveri da sparo, l’odore è acre e somiglia quasi a quello del gas metano. Gli elettrodomestici, come detto, sono rivestiti soltanto di un polistirene giallastro, sparso ovunque fra cespugli, calcinacci e carcasse di animali morti. Qualche rogo c’è stato, seppur di piccola entità, e lo testimoniano i punti in cui il materiale e pressoché carbonizzato.   La domanda è: chi ha scaricato (o chi continua a scaricare) tutti questi rifiuti ingombranti? “Abbiamo motivo di credere che alcune aziende di smaltimento, che lavorano per le grandi catene di elettrodomestici della zona, per anni abbiano volutamente scambiato questo posto per una discarica”, racconta a IlFattoQuotidiano.it il sindaco di Tivoli, Giuseppe Proietti. “Recentemente – spiega il primo cittadino tiburtino – abbiamo pizzicato sul fatto ditte anche importanti. Da quando abbiamo recintato l’area, chiudendo le vie di accesso almeno ai veicoli, gli scarichi sono decisamente diminuiti”.   Va detto che da 8 anni – decreto 65/2010 del Ministero Ambiente – i commercianti di elettrodomestici e dei cosiddetti AEE (Apparecchiature Elettriche ed Elettroniche) sono da una parte obbligati a ritirare i prodotti usati e, dall’altra, trattengono sul prezzo di vendita una quota destinata al corretto smaltimento, già applicato dal produttore. Per i grandi elettrodomestici, dunque, il “contributo” è di 5,00 euro per forni, lavatrici, lavastoviglie e stufe, 16,00 euro per frigorifero e congelatore, 2 euro per piani cottura, 7 euro per scaldabagni oltre ai 30 litri. Come detto, il frigo è probabilmente l’elettrodomestico con la presenza maggiore di materiale “pregiato”. Così, da una parte il rivenditore disonesto – o chi per esso – trattiene la quota riservata sul prezzo di vendita e dall’altro guadagna spogliando il prodotto e gettandolo nella discarica abusiva.   L’area, come detto, è privata. Ma i rischi sono pubblici e assolutamente rilevanti. “Un incendio in quella zona potrebbe portare a un disastro simile a quello dell’EcoX di Pomezia”, afferma Paolo Cartasso, presidente dell’associazione Case Rosse, che da anni si batte per portare alla luce gli effetti della cosiddetta “Terra dei Fuochi di Roma Est”, il quale teme anche la possibilità che “il materiale contenuto nei frigo possa essersi riversato nel terreno”. “E’ per questo motivo – risponde a distanza il sindaco Proietti – che la società che sta trattando l’acquisto dei 63 ettari si è impegnata ad effettuare a breve un’indagine propedeutica alla bonifica, per conoscere la natura dei rifiuti”.   I costi? “Molto...

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ILVA e diritti umani

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ILVA e diritti umani

[di Marica di Pierri, Presidente CDCA, 13 aprile 2018] Un dossier documenta le violazioni dei diritti umani operate dallo stabilimento di Taranto sulla popolazione residente e ricostruisce le responsabilità politiche nell’emergenza ambientale della città ionica È stato presentato oggi a Roma il report “Il disastro ambientale dell’ILVA di Taranto e la violazione dei diritti umani“, realizzato dalla Federazione Internazionale dei Diritti Umani – Fidh assieme all’Unione Forense per la Tutela dei Diritti Umani, Peacelink e HRIC – Human Rights International Corner. Nel 2011 la Fidh, di concerto con le organizzazioni brasiliane Justicia Global e Justicia nos Trilhos, ha lavorato alla pubblicazione di un rapporto sulle violazioni dei diritti umani connesse all’industria siderurgica How Much are Human Rights worth in Brasilian steel industry?, che ha documentato in particolare le violazioni del diritto alla salute e ad un ambiente sano operate dalla multinazionale Vale in Brasile nelle attività estrattive e industriali legate alla produzione di acciaio. Negli anni successivi, lungi dal fermarsi oltreoceano, la Fidh ha ricostruito il filo delle violazioni che segue passo passo la filiera dell’acciaio, arrivando dai luoghi di estrazione in Brasile fino ai poli di produzione in giro per il mondo, tra cui lo stabilimento ILVA di Taranto, che lavora e processa il minerale di ferro estratto nel paese latinoamericano. In questo nuovo rapporto, realizzato in collaborazione con le associazioni italiane prima menzionate, vengono sistematizzate le evidenze epidemiologiche emerse in questi anni in riferimento all’impatto dell’ILVA sulla popolazione tarantina e ripercorso il conflitto tra potere giudiziario ed esecutivo che ha portato, dopo l’ordinanza di chiusura firmata dal Gip Todisco, all’approvazione di dieci provvedimenti governativi, conosciuti come Decreti Salva Ilva, che hanno di fatto privato di efficacia l’azione della magistratura. Sul caso la Corta Costituzionale si è pronunciata poche settimane fa con un importante (sentenza n.58 del 23 marzo 2018) in cui afferma in maniera chiara che il governo italiano ha privilegiato in maniera eccessiva attraverso i decreti gli interessi dell’impresa trascurando i diritti fondamentali della popolazione, come il diritto alla salute e alla vita. La sentenza ha avuto poca risonanza mediatica rispetto all’importanza dei pronunciamenti in essa contenuti, soprattutto alla luce del suo valore trascendente che, lungi dal riguardare solo il caso tarantino, mette in questione in generale l’equo bilanciamento di interessi tra libertà d’impresa e diritti umani. Il dossier riporta il ricorso presentato presso la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo da 207 ricorrenti, congiunti di bambini deceduti o persone ammalate di patologie oncologiche ed altre gravi patologie legate all’esposizione alle emissioni inquinanti. La Corte dovrà pronunciarsi sulla violazione di tre articoli della Cedu, specificamente l’art.2 (Diritto alla vita), l’art.8 (Diritto al rispetto della vita privata e familiare), che estensivamente configura, nella giurisprudenza della Corte il diritto all’ambiente salubre e l’art.13 (Diritto ad un ricorso effettivo, per far valere la violazione dei diritti fondamentali). Il ricorso è seguito dal legale Anton Giulio Lana, docente universitario e Presidente dell’Unione forense per la tutela dei diritti umani; il pronunciamento è atteso entro la fine del 2018. La parte finale del Dossier contiene infine una importante serie di raccomandazioni al Governo Italiano, ai futuri proprietari di ILVA e alle istituzioni europee ed internazionali affinché agiscano con urgenza per rimuovere i pesanti fattori di rischio per l’ambiente e la salute presenti nel caso tarantino, agendo ciascuno per la propria specificità e...

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L’Africa paga la nostra aria pulita

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L’Africa paga la nostra aria pulita

[di Riccardo Barlaam su Nigrizia, 4 aprile 2018] Nel mondo ricco i governi impongono limiti nelle emissioni delle automobili. Ora si punta su auto elettriche e ibride. Nel mondo povero è partita la nuova corsa dell’oro, legata alla conquista dei minerali per alimentare le nuove batterie e i componenti delle auto elettriche del futuro. Le società minerarie, piccole e grandi, fanno a gara per aggiudicarsi nuove licenze di esplorazione.   L’Africa, il continente più povero, è quello più ricco di materie prime. Dal Niger alla Costa d’Avorio, dall’Rd Congo alla Tanzania la domanda di metalli per lo sviluppo delle “tecnologie pulite” ha aperto nuove frontiere all’industria mineraria. A caccia di coltan, cobalto, grafite, litio, neodimio, niobio, terre rare. I prezzi delle materie prime sono alle stelle. Le società minerarie aumentano i loro ricavi e la loro capitalizzazione di Borsa. Centinaia di migliaia di persone in Africa lavorano nelle miniere, compresi i bambini, in condizioni di lavoro durissime e spesso pericolose. A centinaia di metri nel sottosuolo con dispositivi di sicurezza minimi, spesso solo con le mani, con mazze e picconi, senza ausili tecnologici. Morti e incidenti gravi sono la norma.   Come ha raccontato un reporter del Washington Post in un reportage da una miniera in Congo dove si estrae cobalto. Un minerale essenziale nelle nuove batterie ricaricabili agli ioni di litio che alimentano le auto elettriche di nuova generazione, ma anche i nostri smartphone, i tablet e i computer che usiamo tutti i giorni. L’attività mineraria inquina l’ambiente ed espone le comunità locali a livelli di esposizione a metalli tossici mai visti prima, che inquinano i terreni e le falde acquifere. In Africa aumentano le neoplasie, malattia quasi sconosciuta fino a qualche anno fa.   L’aria pulita dell’Occidente ha così un prezzo salato per l’Africa. Almeno fino a quando le grandi corporation non renderanno chiara la provenienza delle materie prime che alimentano le proprie batterie. Non sarà facile. Apple ha fatto sapere di aver aumentato i controlli sulla provenienza del cobalto che alimenta le pile dei suoi iPhone. Lg, uno dei principali produttori di batterie, ha bloccato l’import di cobalto dal Congo. Ma la corsa dell’oro non si ferma. E sarà difficile normarla....

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[posted by Anna Pantelia on The Guardian, March 23rd, 2018] Mining for lignite – or brown coal – in Greece is a huge industry. Together with Germany and Poland, the country accounts for more than one-third of the world’s coal production. But for residents of villages in the extraction areas of West Macedonia, it has many impacts, from displacement to health problems. Thick dust suspended in the atmosphere makes it hard to see the sun over Ptolemaida, a city 500 kilometres north-west of Athens in the West Macedonia region, known for its brown coal (lignite) mines and power stations. Kostas works as a guard for the state-owned Public Power Corporation (PPC), like his father before him. “My father died of cancer when I was 12,” he says. “Four other men from his shift lost their lives from cancer.” Despite strict EU regulations on coal and the declining profits that the industry faces, Greece has invested €1.3bn in the construction of two new plants in the area. The post-apocalyptic landscape of Ptolemaida is composed of a sprawling black mine which spans 625 square miles and includes a few deserted villages. Ptolemaida is the biggest mine in the Balkans and reported to account for the 30% of the country’s electricity production. Greece, along with Germany, Poland, the Czech Republic accounts for over a third of the world’s coal production. However, coal is among the worst sources of toxic air pollutants globally. In 2012 alone, the World Health Organization (WHO) reported that 7 million people died as a result of exposure to air pollution. In Europe, each death attributable to such exposure occurs prematurely by an estimated 11 years. According to Greenpeace’s Silent Killers report, coal combustion causes more than 1,200 premature deaths in Greece. In a letter to the Greek Ministry of Heath, the deputy regional health manager wrote that seven out of 10 deaths in Ptolemaida are related to cancer or thromboembolic disease (stroke, stroke, pulmonary embolism). Cancer cases have risen by 16% since 1950, and the number currently stands at 30.5%. Life expectancy in the region has been falling. Mine-owners PPC and its partners have created 10,000 jobs in West Macedonia, where unemployment during the financial crisis was the highest in Greece. For more than 60 years, the local community has been deployed in the power production industry. The privatisation of PPC as part of Greece’s bailout deal, as well as the EU’s coal phase-out programme, has led the local community to economic decline and deadlock. Many, like Kostas, sacrifice their health for as little as €680 a month while others have had to give up land and houses that were engulfed by the expanding mines. Since 1976, more than 4,000 inhabitants of five different villages on coal reserves have been internally displaced. Half-demolished houses, a few hungry stray dogs, dilapidated churches: this is Mavropigi, the most recently abandoned village ready to be demolished for coal extraction. Aristokratis and his wife are two of the 10 last residents of Mavropigi. Even though PPC have officially relocated Mavropigi’s residents, a few are still living in the village which is now few steps away from the mine and has no running water anymore. “I have my wife and my dogs here. I don’t want to live anywhere else, this is my only home,” he...

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[posted by Karen Savage on Climate Liability News, March 26th, 2018] A Canadian legislator introduced a bill on Monday to protect Ontario residents from the costs of climate change-related damages and to make it easier to force fossil fuel companies to pay for infrastructure improvements needed to protect communities from climate impacts. “This act will give Ontarians the legal means to seek compensation from the world’s major polluters for their fair share of those costs,” said Peter Tabuns, a Member of Provincial Parliament (MPP) representing Toronto-Danforth, who introduced the bill. Known as the Liability for Climate-Related Harms Act of 2018, Tabuns said the bill is similar to tobacco liability legislation used to hold tobacco companies liable for the health costs of tobacco use. “This bill defines the nature of evidence to be produced and it simplifies this whole action,” said Tabuns, who said the bill is structured to assume strict liability on the part of producers. “There is an assumption in this bill that climate change is caused by man-made action—the emission of CO2 into the atmosphere—and it sets a threshold for determining whether a particular event has caused damage,” said Tabuns, adding that the threshold would be consistent with the one established internationally. “This Bill appears to be the first in the world to directly impose strict liability—liability without proof of fault—on fossil fuel companies for climate impacts,” said Andrew Gage, staff lawyer for the West Coast Environmental Law Association (WCEL), which endorsed the bill. In 2015, WCEL and the Vanuatu Environmental Law Centre co-published Taking Climate Justice Into Our OwnHands, which highlighted the legal authority of legislators to enact climate compensation laws like the Liability for Climate Harm Act. Keith Stewart, senior energy strategist for Greenpeace Canada, said the bill is modeled on legislation that enabled the province to pursue $50 billion in health care costs from the tobacco industry. “That legislation was enacted because tobacco companies knew about the addictiveness of cigarettes and the health damages they caused, they deceived the public by misrepresenting the risks, they failed to warn the public about the dangers of smoking and they did not take all available steps to reduce the risks caused by their products—all of these things are true with respect to fossil fuel companies and climate change,” said Stewart, adding that investigative reporting has revealed the extent to which Exxon and the oil industry engaged in climate deception. According to Stewart, lawsuits and other actions—such as the legislation being introduced today—are being driven by the ability of scientists to pinpoint the contributions of individual companies to greenhouse gases in the atmosphere and to establish a causal link between burning of fossil fuels and impacts like sea level rise and the severity of individual events, such as the massive floods in Houston last year during Hurricane Harvey. “Increasingly, people are going to find they aren’t going find to be able to obtain insurance against flooding risk—right now, that’s your tough luck,” said Stewart, who added that if passed, the bill will change that by making it easier to hold accountable the companies that played a significant role in climate change. Kristin Casper, litigation counsel for Greenpeace’s global justice and liability campaign, said the bill is about protecting communities. “We need this type of legislation to make it easier for people who are being harmed from climate change to hold big polluters accountable so that they pay their fair share for...

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