CDCA e A Sud alla COP30 a Belém

La voce di A Sud dalla COP30 di Belém (Brasile) e le iniziative in Italia

Dal 10 al 21 novembre 2025 saremo a Belém, in Brasile, per partecipare come osservatori alla 30° Conferenza delle Nazioni Unite sul Clima. Racconteremo quanto avviene dentro e fuori le negoziazioni, porteremo e raccoglieremo le voci dei territori in lotta contro l’estrattivismo, contro il greenwashing e per una transizione ecologica realmente giusta.

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L’agenda della COP30

A Belém si discuteranno e valuteranno gli NDCs, i nuovi impegni climatici nazionali che stabiliscono gli obiettivi di riduzione delle emissioni di ogni paese. Accanto alla mitigazione, l’adattamento sarà uno dei temi centrali attraverso il Global Goal on Adaptation (GGA) e i nuovi Piani nazionali di adattamento. Un altro capitolo chiave sarà quello della finanza per il clima. Tra i punti principali il nuovo obiettivo di finanziamento (NCQG), che punta ad aumentare il sostegno ai Paesi in via di sviluppo da 100 a 300 miliardi di dollari l’anno, e la Roadmap Baku-Belém, che traccia un percorso per mobilitare almeno 1.300 miliardi di dollari l’anno entro il 2035.

Temi cruciali, che si scontrano con uno scenario geopolitico ostile, segnato dal negazionismo climatico, dai venti di guerra, dalla corsa al riarmo e dalla violenza istituzionale.  Non è un caso che in gioco a Belém ci sia più che mai la credibilità della diplomazia climatica e la sua capacità di tradurre le intenzioni in impegni concreti.

La Cupula dos povos

La Cúpula dos Povos è il grande incontro dei movimenti sociali e delle comunità che vivono in prima linea la crisi climatica. Nata nel 1992 come risposta critica alle negoziazioni ufficiali, propone un’alternativa fondata su giustizia climatica, sociale e ambientale, solidarietà e saperi ancestrali.

Dal 12 al 16 novembre 2025, in concomitanza con la COP30 di Belém, riunirà popoli indigeni, comunità quilombola e tradizionali, giovani e lavorator? in marce, dibattiti e azioni culturali.

La Cúpula mette al centro vite, diritti e territori, non statistiche: unisce chi costruisce ogni giorno soluzioni reali, dall’agroecologia alla difesa dei beni comuni, per spingere i governi ad adottare politiche di vera giustizia climatica.

Dichiarazione della Cupula Dos Povos

Perché A Sud e CDCA alla COP?

Nelle Cop si riuniscono i governi dei 197 Paesi che hanno ratificato la Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (UNFCCC), firmata a Rio de Janeiro nel 1992. Ma la COP30 non è solo un vertice diplomatico: è il terreno di confronto (e di scontro) tra attori diversi e diverse visioni del mondo. Da una parte il business as usual che trasforma la crisi climatica in profitto, dall’altra movimenti e territori che lottano per giustizia climatica, autodeterminazione e diritti della Natura.
La COP30 si terrà nel cuore dell’Amazzonia, a Belém do Pará, in Brasile. Non è un dettaglio geografico ma una scelta politica: è nel Sud globale che l’ingiustizia climatica colpisce più duramente mentre il Nord globale continua a negoziare emissioni e interessi fossili.
Qui non si decide solo il futuro del clima: si decide chi avrà diritto a un futuro.

Per raccontare cosa c’è in gioco, e come finisce la partita.

Andiamo alla COP per osservare da vicino i negoziati, capire quali equilibri politici e di potere si stanno ridefinendo, e portare la prospettiva dei territori e dei movimenti che chiedono giustizia climatica.
La partecipazione di A Sud e CDCA serve a connettere le lotte locali con quelle globali, rafforzare alleanze internazionali e raccontare – con sguardo indipendente e critico – come la diplomazia climatica sta affrontando, o eludendo, le proprie responsabilità.
Perché solo intrecciando voci e resistenze dal basso possiamo costruire un futuro giusto per tutt?.

Per costruire e rafforzare alleanze internazionali

Svolgere la COP in Brasile è un segnale che conta: significa rimettere al centro chi la crisi climatica la subisce davvero. Andiamo a Belém per stare con i movimenti globali per la giustizia climatica. In America Latina oggi si gioca una partita enorme: conflitti ambientali, estrattivismo, repressione, lotte indigene e popolari che resistono da decenni. Con tante realtà — dalla Colombia alla Bolivia, fino all’Amazzonia — abbiamo già lavorato, fatto campagne, costruito ponti. Lì ritroviamo compagn? con cui condividiamo visioni e pratiche.

Per portare una visione radicale dentro la COP

Sì, probabilmente sarà l’ennesimo flop diplomatico. Ma proprio per questo dobbiamo esserci, per non lasciare quei tavoli alle lobby fossili e ai governi che parlano di transizione mentre trivellano.
Da dentro vedi meglio le dinamiche, le crepe, le possibilità di alleanze e di conflitto.
Andiamo per portare la prospettiva della giustizia climatica e delle lotte dal basso, che legano crisi climatica, razzismo, patriarcato e disuguaglianze. La COP non è un punto d’arrivo: è un passaggio. Il resto si fa fuori, insieme, ogni giorno.


Diario dalla COP30

  • Giorno 12 – 24 novembre 2025
    Belém svela il fallimento della diplomazia climatica, ma apre spiragli: una roadmap anti-fossile e nuove alleanze per la giustizia.
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  • Giorno 11 – 21 novembre 2025
    Penultimo giorno a Belém: incendio in COP30, stalli politici e pressioni crescenti sul BAM e sull’uscita dai fossili.
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  • Giorno 10 – 20 novembre 2025A Belém 85 Paesi spingono per uscire dai fossili, mentre Italia e Polonia frenano. La COP30 è al bivio, il tempo è adesso.
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  • Giorno 9 – 19 novembre 2025
    Belém rilancia la lotta globale ai fossili: la Colombia guida un fronte che vuole uscire davvero dal modello che brucia il pianeta.
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  • Giorno 7 – 17 novembre 2025
    Belem in rivolta: popoli indigeni e movimenti sociali spingono per una COP30 che dica finalmente basta ai fossili.
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  • Giorno 6 – 15 novembre 2025
    Anche quest’anno i dati sulla presenza dei lobbisti Gas&Oil alla conferenza di Belém sono alti: su ogni 25 persone accreditate al vertice, uno è un lobbista dei combustibili fossili, in totale sono oltre 1600.
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  • Giorno 5 – 14 novembre 2025
    Il TFFF entra nella Cupula tra promesse e contraddizioni: fondi incerti, debiti in aumento e movimenti che denunciano l’ennesima falsa soluzione verde.
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  • Giorno 4 – 13 novembre 2025
    A Belém la protesta indigena irrompe nella COP30 e svela le contraddizioni del Brasile fossile. Intanto la Cupula esplode di mobilitazioni globali.
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  • Giorno 3 – 12 novembre 2025
    Adattamento al centro della COP30, ma i fondi restano insufficienti. A Belém arrivano movimenti e comunità indigene: la vera pressione viene dai territori.
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  • Giorno 2 – 11 novembre 2025
    Lula parla di disuguaglianze alla Cop30, ma il Brasile continua a spingere sul fossile. A Belém torna al centro il nodo tra clima e ingiustizia.
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  • Giorno 1 – 10 novembre 2025
    Dalla Cop30 alla Cúpula dos Povos: a Belém si apre la sfida per la giustizia climatica tra responsabilità globali, diritti dei popoli e resistenza dei territori.
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Articoli di approfondimento alla COP30

  • Cosa resta della Cop30, la battaglia per il clima e i diritti è ancora lunga – 24 novembre 2025
    Marica Di Pierri e Laura Greco su Domani – COP30 fallisce su fossili e foreste, ma il Bam e il blocco dei 82 paesi per l’uscita dal fossile aprono spiragli di lotta e nuove alleanze.
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  • Sulla fine dei lavori della COP30 – 24 novembre 2025
    Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Cosa è successo alla 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici? Quali sono le grandi vittorie? Quali le sconfitte?
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  • La tabella della discordia – cos’è successo alla COP30 – 23 novembre 2025
    Laura Greco su Radio24 – COP30 a Belém annuncia impegni su energia, foreste e adattamento, ma senza una vera uscita dal fossile restano promesse vuote da incalzare con lotte dal basso.
    Ascolta su Il Sole 24 ore
  • “A resposta somos nós”. Ma alla COP30 le richieste dei popoli indigeni non fanno breccia – 23 novembre 2025
    Laura Greco su EconomiaCircolare.com – Alla COP30 le voci indigene restano ai margini mentre la foresta corre verso il punto di non ritorno. Senza giustizia, non c’è futuro.
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  • La “Dichiarazione di Belém” e il multilateralismo del phase out dai fossili spinto dal basso – 21 novembre 2025
    Laura Greco su Altreconomia – Da Belém arriva una spinta dal basso per uscire dai fossili: governi e movimenti uniscono le voci per un phase out reale, giusto, globale.
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    • Cop30: senza il Gender action plan ogni azione climatica è limitata – 21 novembre 2025
      Marica Di Pierri e Laura Greco su Valori – Nonostante le ambiziose premesse il Gender action plan ha trovato diversi ostacoli sui tavoli negoziali della Cop30

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  • Alla Cop30 arrivano le storie di migrazioni climatiche – 21 novembre 2025

Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30, in vista delle negoziazioni finali, si parla del fenomeno crescente degli sfollamenti forzati dal cambiamento climatico.
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  • Belém, la foresta degli indigeni si ribella a Lula – 20 novembre 2025
    Laura Greco su Il Manifesto – Le nazionalità dell’Amazzonia denunciano l’inagibilità politica alla Cop e chiedono una mobilitazione internazionale guidata direttamente dai popoli indigeni per proteggere i loro territori e affrontare la crisi climatica alla radice
  • Alla Cop 30 i movimenti si riprendono la scena – 20 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Il Manifesto – Era dalla Cop 26 di Glasgow che non si vedeva così tanta società civile. Accanto al vertice ufficiale, in più di 50 mila hanno animato la «Cupula dos povos» per una svolta vera sul clima e i diritti
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  • COP30, BELÉM | Italiani in mobilitazione – 20 novembre 2025]
    Il Climate Pride in azione alla COP30: l? attivist? chiedono all’Italia una roadmap chiara e ambiziosa per uscire dai fossili.
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  • A Belém torna il protagonismo sociale – 19 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Collettiva – Alla Cop30 movimenti, organizzazioni, popoli e sindacati riacquistano centralità: proposte e campagne dal basso sono arrivate nelle stanze dei negoziati.
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  • Come procede la COP30 in Brasile? Intervista a Laura Greco da Bélem – 19 novembre 2025
    Laura Greco su Scienza e Pace Magazine – COP30 tra repressione, lobby fossili e resistenze indigene: la giustizia climatica la costruiscono i territori, non i negoziati.
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  • Lifegate dalla COP30 – 18 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Lifegate – Dalla COP30 il racconto dell’inedita comunicazione tra dentro e fuori la COP, tra le richieste indigene e l’ambiguo governo di Lula.
    Ascolta su Lifegate
  • Il Fondo per le foreste e la falsa soluzione del biocapitalismo si ripropone alla Cop30 di Belém – 18 novembre 2025
    Laura Greco su Altreconomia – Il Tropical forests forever facility lanciato da Lula è l’ennesimo dispositivo finanziario che viene presentato come innovazione.
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  • Attivismo e giustizia climatica: se il diritto alla protesta diventa un reato – 17 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Valori.it – Alla Cop30 emerge un allarme globale: in molti Paesi il diritto alla protesta viene represso e l’attivismo ambientale è sempre più criminalizzato
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  • Alla Cop30 di Belèm il fondo per l’adattamento resta senza fondi – 17 novembre 2025]
    Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30 fallisce, per il terzo anno di fila, l’obiettivo di raccolta minima per finanziare l’adattamento dei Paesi del Sud globale.
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  • Massiccia partecipazione popolare a Belém – 16 novebre 2025
    Marica Di Pierri su L’aria Che Respiri – Alla Cúpula dos Povos tantissime voci per reclamare la fine dei combustibili fossili e una giustizia climatica guidata dai popoli, non dalle multinazionali.
    Ascolta su Radio Rai1
  • In diretta da Bele?m – Aggiornamenti sulla prima settimana di COP30 – 15 novembre 2025
    Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – In diretta da Belém, per raccontare in diretta i lavori della 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici. ?Foto di Oliver Ninja e Midia Ninja
    Guarda la diretta
  • Cop30: chi difende i combustibili fossili dentro i negoziati sul clima – 14 novembre 2025
    Marica Di Pierri per Altreconomia – Alla Cop30 un lobbista fossile ogni 25 delegat?: il vertice che dovrebbe chiudere l’era fossile continua a farsela scrivere da chi la profitta.
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  • Giustizia climatica, questa dimenticata – 13 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Il Manifesto – Il legame tra clima e disuguaglianze è ormai assodato. Ma dopo 30 anni di conferenze, i ricchi continuano a fare grandi affari con i fossili.
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  • L’adattamento secondo la COP30: “Adattarsi è sopravvivere” – 13 novembre 2025
    Marica Di Pierri per EconomiaCircolare.com – COP30 punta a rendere operativo il Global Goal on Adaptation, tra governance multilivello, indicatori, fondi insufficienti e necessità di giustizia climatica.
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  • La Cop30 in Brasile e le politiche industriali green – 11 novembre 2025
    Marica Di Pierri per Tutta La Città Ne Parla, Radio3 – È iniziata la Cop30 a Belém, 10 giorni in cui si discuterà su come trovare una via d’uscita alla deriva del cambiamento climatico nonostante le difficoltà politiche che ci circondano.
    Ascolta l’episodio
  • Road to Belém – 7 novembre 2025Marica Di Pierri per Valori.it – Verso la Cop30 di Belém, cosa aspettarci dal più importante appuntamento per salvare il clima della Terra? Diretta con Marica Di Pierri, Luca Lombroso, Giovanni Mori e Lorenzo Tecleme.
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  • Da Parigi a Belém, i conti che non tornano – 6 novembre 2025
    Marica Di Pierri per Il Manifesto – Tra tensioni e fragili compromessi, i preparativi alla vigilia della Conferenza Onu. A che punto sono gli impegni nazionali di riduzione e i piani di adattamento dei singoli Paesi.
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  • A Sud a Belém alla Cop30 – 6 novembre 2025
    A Sud seguirà negoziati e mobilitazioni dalla COP30 di Belém, amplificando le voci dei movimenti per giustizia climatica e sociale.
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  • A Sud aderisce alla Global Call to Action della Cúpula dos Povos  – 5 settembre 2025
    Il 15 novembre scendiamo in piazza: basta disuguaglianze e razzismo ambientale, vogliamo giustizia climatica e un mondo dove la vita sia al centro.
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  • Vertice dei Popoli Verso la COP30: Manifesto Politico – 13 giugno 2025
    A Sud aderisce al Manifesto dei Popoli verso la COP30: un appello globale per giustizia climatica, anticapitalismo e democrazia dal basso.
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Racconteremo le negoziazioni

Per spiegare cosa accade davvero alla COP30, come si muovono i governi e quali interessi guidano le scelte sulla crisi climatica. Vi offriremo una copertura quotidiana per raccontarvi con le nostre parole e con uno sguardo critico, indipendente e radicale, vicino ai movimenti il dentro e fuori la Cop

Sveleremo le contraddizioni

Tra le promesse ufficiali e la realtà, mostrando lo scontro continuo tra lobby fossili e popoli che difendono la vita e i territori. Denunceremo le responsabilità smascherando la falsa transizione energetica e chi continua a inquinare mentre parla di sostenibilità con greenwashing e false soluzioni

Daremo voce alle comunità

Portando le loro storie, le lotte quotidiane e le alternative concrete alla devastazione ambientale, contro colonialismo ed estrazione. Ci collegheremo con l’Italia per connettere istanze e battaglie


INFO E CONTATTI

Per contatti e interviste con la delegazione:

Marica Di Pierri
maricadipierri@asud.net
55 21 967071220

Laura Greco
lauragreco@asud.net
+55 21 997673184

Storie di economia circolare: lancio ufficiale

Posted by on 12:50 pm in in Evidenza, Notizie | Commenti disabilitati su Storie di economia circolare: lancio ufficiale

Storie di economia circolare: lancio ufficiale

Il 5 dicembre abbiamo lanciato il progetto “Storie di Economia Circolare”. L’iniziativa nasce dalla necessità di promuovere a livello culturale un cambiamento radicale del sistema di sfruttamento delle risorse e delle persone, dei cicli di produzione e delle abitudini di consumo. In tal senso, testimoniare e mettere in rete buone pratiche è a nostro avviso fondamentale per innescare processi di consapevolezza, favorire lo scambio di esperienze e la promozione di modelli economici fondati sulla piena sostenibilità. Per questo motivo, il progetto prevede di costruire un database online, attraverso la realizzazione di un Atlante web, una mappa interattiva e in continuo aggiornamento che raccoglierà le esperienze italiane di Economia Circolare, al fine di renderle note e fruibili gratuitamente ai cittadini e di promuovere la collaborazione e la costruzione di filiere “circolari” tra attori economici che orientano la propria attività a principi di sostenibilità e circolarità. Al portale sarà abbinato un Concorso a premi per raccoglitori di storie, patrocinato dal Ministero dell’Ambiente, che premierà ogni anno giornalisti, scrittori, fotografi e videomaker che attingeranno dall’Atlante per individuare le storie da raccontare e da presentare in gara. Le storie vincitrici saranno pubblicate ogni anno su testate giornalistiche di rilevanza nazionale, dando ulteriore occasione di visibilità alle aziende virtuose raccontate. Registrati all’evento Scarica il programma Vai al sito del progetto (online dal 5...

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Posted by on 2:08 pm in News | Commenti disabilitati su

[posted by Marked Leon Goldberg on UN Dispatch, October 27, 2017] Pollution is not just a nuisance. It can kill people–and by the millions. It also keeps countries worst affected by it poorer and unequal. A new study from The Lancet describes the severe, planetary-scale, harm caused by pollution. Some nine million people around the world die each year from pollution related causes. This is three times more deaths than AIDS, Tuberculosis and malaria combined. The report finds that “in the most severely affected countries, pollution-related disease is responsible for more than one death in four.” So where do these deaths occur?  This map, from the report, shows that nearly every country is affected in one way or another, but some countries fare far worse. India and China are the world’s most populous  feature heavily in the report.  Globally, they are ranked first and second for pollution-related deaths. Of the nine million deaths related to pollution that occurred in 2015, 2.5 million of those deaths occurred in India. Another 1.4 million occurred in China. As the map clearly demonstrates pollution is a global problem, but cities are hotspots for severe pollution, and the rapid urbanization occurring in India and China can partly explain why pollution is so deadly. The Lancet states that “Cities contain 55% of the world’s population; they account for 85% of global economic activity and they concentrate people, energy consumption, construction activity, industry, and traffic on a historically un-precedented scale.” Pollution may be exceedingly deadly, but the report reminds us that pollution is a “winnable battle.” Indeed,high-income countries have simultaneously improved their air and water and grown their economies. These countries decreased population diseases linked to pollution even as they increase incomes. Developing countries, they state, can learn from this experience and reduce their own pollution while improving livelihoods. They key is effective policy. “Many of the pollution control strategies that have proven cost-effective in high-income and middle-income countries can be exported and adapted by cities and countries at every level of income. These strategies are based in law, policy, regulation, and technology, are science-driven, and focus on the protection of public health.” Pollution and Sustainable Development These two countries also represent a path to economic growth that poorer countries are eager to emulate. The Commission reminds us that pollution is not only toxic, but costly. “Pollution is …responsible for productivity losses, health-care costs, and costs resulting from damages to ecosystems. But despite the great magnitude of these costs, they are largely invisible and often are not recognized as caused by pollution” Taking that toxic road to economic growth also drives inequality, both in its distribution of wealth and in the impact of its pollution. India and China have been flagged by the IMF for the increases in inequality that have dogged their economic growth. The Lancet points out that the pollution created by this economic growth also worsens inequality. “Pollution disproportionately kills the poor and the vulnerable. Nearly 92% of pollution-related deaths occur in low-income and middle-income countries and, in countries at every income level, disease caused by pollution is most prevalent among minorities and the marginalised. Children are at high risk of pollution-related disease and even extremely low-dose exposures to pollutants during windows of vulnerability in utero and in early infancy can result in disease, disability, and death in childhood and across their lifespan.”...

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Posted by on 8:18 am in News | Commenti disabilitati su

[posted on DW.com, November 13, 2017] Climate change activists on Monday hailed a German court’s decision to proceed with a Peruvian farmer’s case against German energy company RWE. After hearing arguments from both sides, the court in the German town of Hamm found that Saul Luciano Lliuya’s allegations that RWE’s contributions to global warming were threatening his hometown of Huaraz had merit. Luciano argues that RWE must share in the cost of protecting his Andean town from a swollen ice glacier that risks overflowing from melting snow and ice. The farmer is asking for just €17,000 ($20,000) from RWE, which would go towards funding flood defenses he plans to install for his community, as well as a further 6,384 euros in reimbursement for money he already spent out of his own pocket on protective measures. Klaus Milke, chairman of the environmental pressure group Germanwatch, which is advising Luciano’s claim, praised the court in Hamm for writing “legal history.” Why has Luciano singled out Germany’s RWE in his claim? Peruvian farmer Saul Luciano Lliuya said he based his claim on a 2013 climate study that found RWE, Germany’s second largest electricity producer, responsible for 0.5 percent of all global emission “since the beginning of industrialization.” This, he argues, makes the German energy giant, at least – in part – responsible for the plight facing his hometown of Huaraz and must therefore share in the cost of protecting it. RWE is one of the world’s top emitters of carbon dioxide, although it claims to have invested billions into modernizing its coal-fired plants and into moving towards renewable energy. Representatives for the energy giant maintain that, under German civil law, RWE alone cannot alone be held responsible for a global phenomenon, such as global warming. Why is the case important? The German court’s decision to allow Luciano’s case to enter its second stage could set precedent for future so-called “climate justice” cases. Not only does Monday’s decision mark the first time a German court has directly linked the emission of carbon dioxide to global warming; it also marks the first time ever that a court has acknowledged emitters may have to contribute towards protecting those vulnerable from climate change. If successful, Luciano’s claim could open the door for further cases seeking funding from energy companies to help protect those vulnerable from effects of climate change, particularly within developing countries. Court expected to hear evidence The court in Hamm has given both sides until November 30 to provide further arguments before deciding how to proceed. However, it added that the claim was “likely to proceed” to hearing evidence. “It’s good news for the many potential plaintiffs worldwide who will be emboldened to take action themselves,” Klaus said. The case coincides with COP23 climate change conference taking place in Bonn, just a two-hour drive away from Hamm. Delegates at the Bonn conference  have gathered to negotiate the rulebook for the 2015 Paris climate pact, which calls for temperatures to be capped at “well below” two degrees Celsius above pre-industrial...

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Posted by on 12:06 pm in News | Commenti disabilitati su

[From 350.org, for dissemination] Today, 350.org’s most ambitious plan yet will be laid out. We’re launching a new Fossil Free campaign in early 2018 and we’ll be broadcasting live from directly within the COP23 UN climate talks in Germany to give you a sneak preview. 350.org have been on the ground all week alongside the Pacific Climate Warriors and thousands of people demanding an end to the age of fossil fuels and real commitments to 100% renewable energy for all. But we know that we can’t leave it to the politicians alone to meet those needs. The climate crisis is a massive problem, and it requires mass solutions. It needs all of us, especially those who understand the stakes, to step up and lead the way in making a Fossil Free world a reality. Tune into the Fossil Free Q&A LIVE broadcast tomorrow 15 November at 5pm UTC — click the link to set a reminder for the event in your timezone and submit questions. We’re looking forward to your questions and comments. You can submit questions ahead of time using #FossilFree on Facebook or...

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Fiumi e laghi possono regolare il clima e tutelare la biodiversità

Posted by on 2:04 pm in Notizie | Commenti disabilitati su Fiumi e laghi possono regolare il clima e tutelare la biodiversità

Fiumi e laghi possono regolare il clima e tutelare la biodiversità

[di Giuseppe Lavopa su Ambient&Ambienti] Fiumi e laghi regolano gli equilibri climatici e ambientali; veicolano cooperazione e solidarietà tra popoli. A Roma, confronto tra i grandi fiumi del mondo. Una corretta gestione di fiumi e laghi può garantire la tutela della specie e l’equilibrio del clima. La Terra è, per antonomasia, il Pianeta blu. Oltre due terzi del globo terrestre sono ricoperti di acqua, ma solo l’1% è utilizzabile per le attività umane. Il Pianeta blu sta diventando un Risiko reale, in cui l’obiettivo è stabilire la supremazia su fiumi e laghi. Il ministero dell’Ambiente ha organizzato a Roma il summit internazionale Acqua e clima: i grandi fiumi del mondo si incontrano. I responsabili dei più grandi bacini fluviali hanno condiviso buone pratiche di governance idrica, per la lotta alla siccità, alle inondazioni, alle alterazioni ecologiche. La gestione dell’acqua è una necessità ribadita nelle due ultime conferenza sul clima, Cop21 di Parigi e Cop22 di Marrakech. Ad ogni grado di surriscaldamento globale corrisponde un calo del 20% delle risorse idriche, con ripercussioni sulla biodiversità e su agricoltura e pesca. Sono previsti oltre due milioni di migranti climatici entro il 2050, che lasceranno le terre di origine a causa di eventi climatici estremi. Un problema attuale sulle sponde del lago Tanganyka, in Africa occidentale. I pescimigrano a causa del surriscaldamento; i pescatori potrebbero trovarsi costretti a seguire le rotte migratorie, per proseguire la loro attività. Fiumi e cambiamenti climatici: le acque reclamano spazio L’incessante antropizzazione dei territori ha modificato morfologia e portata del sistema idrografico mondiale. Secondo il Centro europeo per la riqualificazione fluviale (ECRR), i fiumi hanno perso fino al 95% del loro spazio. «Per generare e mantenere la vita – ha commentato Giancarlo Gusmaroli, consigliere e segretario di ECRR – l’acqua reclama spazio, quello spazio sottratto dalle dighe, dagli argini, dal consumo di suolo». In periodi di piogge intense, le esondazioni provocano danni al territorio abitato; in periodi di siccità, i corsi d’acqua e le falde non accantonano acqua sufficiente al mantenimento della biodiversità, al fabbisogno umano, alla navigabilità. Le infrastrutture verdi e blu garantiscono sia l’equilibrio degli ecosistemi sia la sicurezza del territorio. «L’ECRR – ha proseguito Gusmaroli – ha sperimentato l’arretramento e il reinverdimento degli argini. Lungo il fiume Montone, in Romagna, abbiamo creato spazi naturali di esondazione, che mettono in sicurezza il centro abitato». Spazio ai fiumi: buone pratiche di governance e cooperazione Gestire i grandi fiumi è un lavoro complesso. Corsi d’acqua lunghi migliaia di chilometri connettono diverse popolazioni e molteplici stili di vita. Le Autorità di bacino mediano sugli interessi delle comunità, attraverso buone pratiche che proteggono l’acqua, il territorio, il benessere dei popoli. Il fiume africano Volta intercetta ben sei Stati. Le popolazioni del Volta sono fortemente dipendenti dalla pesca e dall’agricoltura. Il miglioramento ambientale deve conciliarsi con la riduzione della povertà. «I coltivatori – ha spiegato Dibi Milongo, vice-direttore dell’Autorità del bacino del Volta – si stanziano sulle sponde del fiume, per avere accesso diretto all’acqua, rendendo le sponde più fragili. L’Autorità sta consolidando il terreno alle sponde del fiume con vegetazioni ad hoc e portando le coltivazioni lontano dal Volta. In aiuto agli agricoltori, abbiamo installato pompe di drenaggio». In America Latina, tribunale dell’Aia ha imposto ad Argentina e Uruguay un sistema di monitoraggio ambientale condiviso. Una cartiera urugaiana, che sversava in un affluente dell’Uruguay, aveva provocato inquinamento anche oltre confine. «Questa sentenza – ha raccontato Héctor Mauro Vazón, presidente della Commissione esecutiva del fiume Uruguay – ci ha condotto verso una visione degli impatti globali delle nostre attività. Lavoriamo in sinergia per...

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Abbiamo perso tre quarti degli insetti volanti. Un Armageddon ecologico

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Abbiamo perso tre quarti degli insetti volanti. Un Armageddon ecologico

[di Giacomo Talignani su La Repubblica Ambiente] Il 76% degli alati è scomparso. Fra le cause possibili l’uso dei pesticidi. “Sono fondamentali per gli ecosistemi”. La definizione data dagli entomologi parla da sola: “È l’Armageddon ecologico”. Quello che hanno scoperto una serie di ricercatori internazionali è che in meno di trent’anni sono scomparsi tre quarti degli insetti alati (dalle farfalle alle api) in termini di biomassa. Una ecatombe che implica un elevatissimo allarme per il mantenimento degli ecosistemi non solo d’Europa, ma di tutto il mondo. La ricerca, pubblicata su Plos One, è stata realizzata grazie a centinaia di dati raccolti in 27 anni di lavoro all’interno di riserve naturali di tutta la Germania in 63 oasi. Negli anni si è arrivati a un declino complessivo medio del 76% degli insetti alati, fondamentali per l’impollinazione, con picchi perfino dell’82% nel pieno dell’estate quando solitamente la loro presenza è maggiore. “È una scoperta allarmante” dice preoccupato Hans de Kroon, dell’Università di Radboud (Paesi Bassi) e principale autore della ricerca. Al momento, le cause di questo declino non sono chiare. Per i ricercatori contribuirebbero principalmente la distruzione di aree selvatiche e il largo uso di pesticidi, ma anche gli effetti del cambiamento climatico potrebbero essere determinanti. Di fatto, però, non ci sono abbastanza dati utili sui livelli di antiparassitari per esaminare ad esempio anche questo aspetto. Con il loro ruolo di impollinatori e di prede per la fauna selvatica gli insetti volanti rivestono un compito fondamentale nel mantenimento degli ecosistemi. Per questo già dal 1989, con un protocollo standard e speciali trappole entomologiche, dozzine di esperti hanno iniziato a raccogliere cifre e classificare più di 1500 esemplari all’interno di registri. Oggi quei dati, uniti fra loro, raccontano che è “in corso un Armageddon ecologico” con profondi impatti sulla società umana dicono i ricercatori. “Gli insetti compongono circa i due terzi di tutta la vita sulla Terra – dice Dave Goulson dell’Università di Sussex che ha partecipato allo studio – e ora c’è un terribile declino. Se li perdiamo, tutto rischia di crollare” spiega riferendosi ai delicati equilibri della natura. Finora era già stato stabilito il declino ad esempio delle farfalle in zone agricole dell’Europa, diminuite del 50% negli ultimi decenni, ma i nuovi report parlano di drastici cali anche fra vespe o mosche, per fare un esempio. Oltretutto, ricorda Caspar Hallmann all’Università di Radboud, il fatto che questi campioni siano stati prelevati all’interno di “aree protette e riserve naturali ben gestite rende la cosa ancor più drammatica”. Fra le possibili spiegazioni del declino per Goulson “potrebbe esserci semplicemente il fatto che non ci sia abbastanza cibo o potrebbe essere l’esposizione a pesticidi chimici, oppure una combinazione dei due fattori”. Con queste cifre catastrofiche, che indicano la perdita ogni anno del 6% di biomassa degli insetti volanti, i ricercatori spiegano che ora sarà necessaria una nuova fase di indagine focalizzata anche sugli insetti a terra e sul rapporto con i pesticidi. Goulson, in attesa di nuovi dati, fa notare come una banale osservazione dei parabrezza delle auto renda già l’idea di cosa sta accadendo: mentre in passato moltissime persone ricordano i fastidiosi insetti che impattavano a più riprese sul vetro “questa estate ho guidato in tutta la Francia e non ho mai dovuto pulire il parabrezza”, racconta. “Una delle cose che possiamo fare per cercare di arginare il problema...

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Posted by on 8:28 am in News | Commenti disabilitati su

[posted by Kimiko de Freytas-Tamura on The New York Times, October 28, 2017] GISENYI, Rwanda — They are sometimes tucked into bras, hidden in underwear or coiled tightly around a smuggler’s arms. They’re not narcotics or even the illegally mined gold and diamonds that frequently make it across the border into Rwanda. But they are, at least in the eyes of Egide Mberabagabo, a watchful border guard, every bit as nefarious. The offending contraband? Plastic bags. “They’re as bad as drugs,” said Mr. Mberabagabo, one of a dozen border officials whose job it is to catch smugglers and dispose of the illicit plastic he finds. Here in Rwanda, it is illegal to import, produce, use or sell plastic bags and plastic packaging except within specific industries like hospitals and pharmaceuticals. The nation is one of more than 40 around the world that have banned, restricted or taxed the use of plastic bags, including China, France and Italy. But Rwanda’s approach is on another level. Traffickers caught carrying illegal plastic are liable to be fined, jailed or forced to make public confessions. Smugglers can receive up to six months in jail. The executives of companies that keep or make illegal plastic bags can be imprisoned for up to a year, officials say. Stores have been shut down and fined for wrapping bread in cellophane, their owners required to sign apology letters — all as part of the nation’s environmental cleanup. Plastic bags, which take hundreds of years to degrade, are a major global issue, blamed for clogging oceans and killing marine life. Last month, Kenya put in place a rule that will punish anyone making, selling or importing plastic bags with as much as four years in jail or a $19,000 fine. In Rwanda, the authorities say the bags contribute to flooding and prevent crops from growing because rainwater can’t penetrate the soil when it is littered with plastic. The nation’s zero tolerance policy toward plastic bags appears to be paying off: Streets in the capital, Kigali, and elsewhere across this hilly, densely populated country are virtually spotless. Men and women are regularly seen on the sides of roads sweeping up rubbish, and citizens are required once a month to partake in a giant neighborhood cleaning effort, including the president. Plastic-bag vigilantes are everywhere, from airports to villages, and these informants tip off the authorities about suspected sales or use of plastic. One recent afternoon, Mr. Mberabagabo, the border official, surveyed the crossing point with the Democratic Republic of Congo, where thousands of people, goods and animals flowed back and forth, punctuated by shouts, cries and animal grunts. Plastic tubs filled with onions, eggplants, carrots, plantains and cassava bobbed above the heads of women who marched purposefully, with places to go, money to make and mouths to feed. And somewhere among them, often tucked in the women’s undergarments, Mr. Mberabagabo said, were hundreds of plastic bags. “The most extreme cases are the ladies,” he said. “It’s not very easy to search them,” he added bashfully. An immigration official working alongside Mr. Mberabagabo showed footage on his cellphone of a middle-aged woman who had been caught transporting plastic bags wrapped around her arms. In the clip, she sobbed and apologized, shielding her eyes from the camera as if she were a drug dealer exposed in a...

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I Pacific Climate Warriors in Germania contro il carbone

Posted by on 4:21 pm in Notizie | Commenti disabilitati su I Pacific Climate Warriors in Germania contro il carbone

I Pacific Climate Warriors in Germania contro il carbone

Riceviamo e diffondiamo l’appello di Kate Cahoon e Fenton Lutunatabua da Bonn con il team di 350.org. Alle prime luci dell’alba di ieri, i Pacific Climate Warriors si sono riuniti nel villaggio di Manheim nel cuore della Renania, una delle regioni della Germania a più alta produzione di carbone. Manheim è destinato a essere distrutto da una enorme miniera di carbone a cielo aperto in espansione, e i cittadini locali si sono uniti ai Pacific Warrior in una bella cerimonia tradizionale delle Fiji, “chiedere permesso quando si entra in una nuova terra”. Con la COP23 che inizia domani, oggi è il momento della giustizia climatica e della sovranità popolare – segui e condividi tutte le iniziative su questo live blog. I Pacific Climate Warriors sono arrivati nel villaggio di Manheim passando per l’antica foresta di Hambach, anch’essa destinata a essere rasa al suolo per fare spazio all’enorme miniera di carbone. In questo momento sono sull’orlo della miniera, contemplando la distruzione portata dal carbone. A breve, migliaia di attivisti dalla Germania e da tutta Europa si attiveranno per testimoniare la propria solidarietà e dedizione alla causa della giustizia climatica. Insieme diranno Ende Gelande – “Fin qui e non oltre” – per chiedere che l’estrazione dei combustibili fossili venga fermata subito. Il messaggio di solidarietà dei Pacific Climate Warriors sarà simbolicamente raffigurato su vestiti tradizionali Tapa. Ad appena un giorno dall’inizio della conferenza ONU sul clima (COP23) nella vicina Bonn, i Pacific Climate Warriors mandano un messaggio potente: affinché si rispetti l’Accordo di Parigi, l’innalzamento delle temperature rimanga al di sotto di 1.5°C e i Paesi come le Fiji al di sopra del livello dei mari, è necessario che tutto il mondo si impegni adesso a interrompere le estrazioni di combustibili fossili. Alla COP23, non possiamo permetterci di aspettare che i governi che contribuiscono alla crisi climatica ci salvino. La presidenza quest’anno spetta alle Fiji: è un’opportunità per seguire l’esempio del Pacifico. Se persone come te e me si uniscono all’appello del Pacifico a mantenere il riscaldamento globale al di sotto di 1.5°C, possiamo creare un vero cambiamento. “Il mondo deve sentire le voci del Pacifico sui cambiamenti climatici perché le nostre isole, la nostra cultura e i nostri popoli sono nell’occhio del Ciclone” Samoa. Ora sta a noi. Facciamo sentire le voci dei Pacific Climate Warriors e di tutti i difensori del clima che agiranno nei prossimi giorni, settimane e mesi. Guarda il video su Facebook Segui qui gli eventi e condividi questo importante momento con il mondo per supportare i Pacific Climate Warriors e tutti i coraggiosi difensori del clima. #HaveYourSei #EndeGelaende...

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Posted by on 4:05 pm in News | Commenti disabilitati su

[By Kate Cahoon and Fenton Lutunatabua with the 350.org team in Bonn] As dawn rose yesterday morning, the Pacific Climate Warriors gathered in Manheim village in the heart of the Rhineland, one of Germany’s biggest coal-producing areas. Manheim is due to be consumed by an enormous, expanding open-pit coal mine, and the local villagers joined the Pacific Warriors in holding a beautiful, traditional Fijian ceremony, “to seek permission when entering new land.” With COP23 starting tomorrow, today lights the beacon for climate justice and peoples’ leadership and you can follow and share all the action on this live blog. The Warriors have made their way from Manheim village past the ancient Hambach forest, which is also planned to be cleared to make way for the vast coal mine. Right now, they’re at the edge of the mine, looking down at the scene of coal’s destruction. And soon, thousands of activists from Germany and across Europe will put their solidarity and commitment to climate justice into action. Together they will say Ende Gelande — “Here and no further” — to call for an immediate end to the extraction and burning of fossil fuels. The Warriors’ solidarity message will be symbolically delivered on traditional Tapa cloths to the action. Just one day before the opening of the UN Climate Talks (COP23) in nearby Bonn, the Warriors bring a powerful message: to respect the Paris Agreement, stay below 1.5°C of warming, and for countries like Fiji to stay above water, the world must come together now to keep fossil fuels in the ground. The gap between countries’ official commitments in the Agreement, and what’s really needed to confront climate change is staggering. It means communities all over the world must stand up and take ownership of this fight against fossil fuels right now. At COP23, we can’t afford to wait for the governments who contribute to the climate crisis to save us. With Fiji holding the presidency this year, we have an opportunity to follow Pacific leadership. If people like you and me join the Pacific call to action in order to keep global warming below 1.5°, we can make real change. “The world needs to hear Pacific voices on climate change because, our islands, culture and people lie in the eye of the storm.” — Brianna Fruean, Samoa This is up to us. Let’s make the voices of the Pacific Climate Warriors and all climate protectors heard in the coming days, weeks, and months. See the video on Facebook Follow the events here and share this powerful moment with the world to support the Warriors and all courageous climate protectors. #HaveYourSei #EndeGelaende...

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Ambiente e salute: il caso campi elettromagnetici

Posted by on 1:22 pm in Notizie | Commenti disabilitati su Ambiente e salute: il caso campi elettromagnetici

Ambiente e salute: il caso campi elettromagnetici

[su ARPATnews] Intervista a Susanna Lagorio, del Dipartimento di Oncologia e Medicina Molecolare, e ad Alessandro Polichetti, del Centro Nazionale per la Protezione dalle Radiazioni e Fisica Computazionale, dell’Istituto Superiore di Sanità. Un’agenzia come la nostra ha come compito primario il controllo dell’ambiente e la diffusione di informazioni, dati, notizie su di esso. Spesso, però, i cittadini ci chiedono quali implicazioni hanno per la salute i dati che diffondiamo e questo non rientra fra le nostre competenze. Ambiente e salute sono in effetti due “mondi” strettamente connessi ma spesso molto distanti. Secondo voi, che vedete la problematica dal punto di vista della salute, per integrare di più questi due mondi cosa potrebbero fare da un lato le agenzie per la protezione dell’ambiente e dall’altro gli enti/istituti/agenzie che operano in campo sanitario? Con competenze diverse (epidemiologa e fisico), abbiamo una lunga esperienza di collaborazione nella ricerca sui rischi da campi elettromagnetici. La risposta a due voci suggerisce che la distanza si riduce attraverso progetti condivisi e ciò si applica anche all’auspicabile sinergia tra mondi complementari a fini di tutela della salute e dell’ambiente. È difficile, tuttavia, immaginare una formula d’integrazione ambiente-salute multiuso, valida per ogni tipo di attività (caratterizzazione dell’esposizione, ricerca sugli effetti, valutazione dei rischi, elaborazione degli standard di protezione …) e indipendente dalle specificità dei diversi agenti e patologie. Una strategia comune ci sembra comunque più utile di azioni indipendenti, ma presuppone disponibilità all’interazione e sintonia di obiettivi. Il tema dei rischi per la salute da campi a radiofrequenza (RF), un’esposizione ubiquitaria da molteplici sorgenti, si presta ad illustrare la necessità di relazioni “elastiche” tra agenzie a diversa vocazione, capaci di adeguare i rispettivi compiti ai problemi attuali. Eventuali rischi da esposizione di lunga durata a livelli di RF inferiori agli standard per la prevenzione degli effetti termici (gli unici finora accertati) sono oggetto d’intensa attività di ricerca. L’OMS ha assegnato un’alta priorità alle indagini di misura dell’esposizione personale a RF nella popolazione generale e del contributo delle diverse sorgenti. I risultati sono necessari per la valutazione dei rischi, comunicazione delle evidenze, sviluppo della ricerca epidemiologica e analisi dei cambiamenti nel tempo dei livelli e delle fonti di esposizione. Dati sull’esposizione personale a RF, e sul peso relativo delle sorgenti ambientali (radio-TV, telefonia mobile, WiFi) e di quelle di uso personale (cellulari, cordless e altri dispositivi wireless), sono oggi disponibili in molti paesi europei ma non in Italia. Il monitoraggio e il controllo delle emissioni da sorgenti fisse di RF, in applicazione della normativa nazionale, hanno assorbito quote ingenti delle risorse delle agenzie del Sistema Nazionale di Protezione dell’Ambiente (SNPA), lasciando poco spazio ad altre attività. Colmare questa lacuna informativa potrebbe diventare l’obiettivo, coerente con le priorità di ricerca internazionali, di un progetto collaborativo tra SNPA, ISS e altri enti. Quando emergono problematiche ambientali in territori specifici da parte dei cittadini e delle loro associazioni, si fa appello a risposte di carattere sanitario che in qualche modo vanno ricondotte alla epidemiologia ambientale, ma questa ha tempi necessariamente lunghi, talvolta opera sulla base di numeri molto ridotti, cosa è possibile fare per migliorare questa situazione? Studi epidemiologici inadeguati per dimensioni o qualità producono risultati non informativi e sono quindi uno spreco di risorse e possibile fonte di allarme ingiustificato. In risposta a criticità da sorgenti di campo elettromagnetico, ci sembrano più opportune accurate caratterizzazioni dell’esposizione e incontri con i...

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