CDCA e A Sud alla COP30 a Belém

La voce di A Sud dalla COP30 di Belém (Brasile) e le iniziative in Italia

Dal 10 al 21 novembre 2025 saremo a Belém, in Brasile, per partecipare come osservatori alla 30° Conferenza delle Nazioni Unite sul Clima. Racconteremo quanto avviene dentro e fuori le negoziazioni, porteremo e raccoglieremo le voci dei territori in lotta contro l’estrattivismo, contro il greenwashing e per una transizione ecologica realmente giusta.

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L’agenda della COP30

A Belém si discuteranno e valuteranno gli NDCs, i nuovi impegni climatici nazionali che stabiliscono gli obiettivi di riduzione delle emissioni di ogni paese. Accanto alla mitigazione, l’adattamento sarà uno dei temi centrali attraverso il Global Goal on Adaptation (GGA) e i nuovi Piani nazionali di adattamento. Un altro capitolo chiave sarà quello della finanza per il clima. Tra i punti principali il nuovo obiettivo di finanziamento (NCQG), che punta ad aumentare il sostegno ai Paesi in via di sviluppo da 100 a 300 miliardi di dollari l’anno, e la Roadmap Baku-Belém, che traccia un percorso per mobilitare almeno 1.300 miliardi di dollari l’anno entro il 2035.

Temi cruciali, che si scontrano con uno scenario geopolitico ostile, segnato dal negazionismo climatico, dai venti di guerra, dalla corsa al riarmo e dalla violenza istituzionale.  Non è un caso che in gioco a Belém ci sia più che mai la credibilità della diplomazia climatica e la sua capacità di tradurre le intenzioni in impegni concreti.

La Cupula dos povos

La Cúpula dos Povos è il grande incontro dei movimenti sociali e delle comunità che vivono in prima linea la crisi climatica. Nata nel 1992 come risposta critica alle negoziazioni ufficiali, propone un’alternativa fondata su giustizia climatica, sociale e ambientale, solidarietà e saperi ancestrali.

Dal 12 al 16 novembre 2025, in concomitanza con la COP30 di Belém, riunirà popoli indigeni, comunità quilombola e tradizionali, giovani e lavorator? in marce, dibattiti e azioni culturali.

La Cúpula mette al centro vite, diritti e territori, non statistiche: unisce chi costruisce ogni giorno soluzioni reali, dall’agroecologia alla difesa dei beni comuni, per spingere i governi ad adottare politiche di vera giustizia climatica.

Dichiarazione della Cupula Dos Povos

Perché A Sud e CDCA alla COP?

Nelle Cop si riuniscono i governi dei 197 Paesi che hanno ratificato la Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (UNFCCC), firmata a Rio de Janeiro nel 1992. Ma la COP30 non è solo un vertice diplomatico: è il terreno di confronto (e di scontro) tra attori diversi e diverse visioni del mondo. Da una parte il business as usual che trasforma la crisi climatica in profitto, dall’altra movimenti e territori che lottano per giustizia climatica, autodeterminazione e diritti della Natura.
La COP30 si terrà nel cuore dell’Amazzonia, a Belém do Pará, in Brasile. Non è un dettaglio geografico ma una scelta politica: è nel Sud globale che l’ingiustizia climatica colpisce più duramente mentre il Nord globale continua a negoziare emissioni e interessi fossili.
Qui non si decide solo il futuro del clima: si decide chi avrà diritto a un futuro.

Per raccontare cosa c’è in gioco, e come finisce la partita.

Andiamo alla COP per osservare da vicino i negoziati, capire quali equilibri politici e di potere si stanno ridefinendo, e portare la prospettiva dei territori e dei movimenti che chiedono giustizia climatica.
La partecipazione di A Sud e CDCA serve a connettere le lotte locali con quelle globali, rafforzare alleanze internazionali e raccontare – con sguardo indipendente e critico – come la diplomazia climatica sta affrontando, o eludendo, le proprie responsabilità.
Perché solo intrecciando voci e resistenze dal basso possiamo costruire un futuro giusto per tutt?.

Per costruire e rafforzare alleanze internazionali

Svolgere la COP in Brasile è un segnale che conta: significa rimettere al centro chi la crisi climatica la subisce davvero. Andiamo a Belém per stare con i movimenti globali per la giustizia climatica. In America Latina oggi si gioca una partita enorme: conflitti ambientali, estrattivismo, repressione, lotte indigene e popolari che resistono da decenni. Con tante realtà — dalla Colombia alla Bolivia, fino all’Amazzonia — abbiamo già lavorato, fatto campagne, costruito ponti. Lì ritroviamo compagn? con cui condividiamo visioni e pratiche.

Per portare una visione radicale dentro la COP

Sì, probabilmente sarà l’ennesimo flop diplomatico. Ma proprio per questo dobbiamo esserci, per non lasciare quei tavoli alle lobby fossili e ai governi che parlano di transizione mentre trivellano.
Da dentro vedi meglio le dinamiche, le crepe, le possibilità di alleanze e di conflitto.
Andiamo per portare la prospettiva della giustizia climatica e delle lotte dal basso, che legano crisi climatica, razzismo, patriarcato e disuguaglianze. La COP non è un punto d’arrivo: è un passaggio. Il resto si fa fuori, insieme, ogni giorno.


Diario dalla COP30

  • Giorno 12 – 24 novembre 2025
    Belém svela il fallimento della diplomazia climatica, ma apre spiragli: una roadmap anti-fossile e nuove alleanze per la giustizia.
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  • Giorno 11 – 21 novembre 2025
    Penultimo giorno a Belém: incendio in COP30, stalli politici e pressioni crescenti sul BAM e sull’uscita dai fossili.
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  • Giorno 10 – 20 novembre 2025A Belém 85 Paesi spingono per uscire dai fossili, mentre Italia e Polonia frenano. La COP30 è al bivio, il tempo è adesso.
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  • Giorno 9 – 19 novembre 2025
    Belém rilancia la lotta globale ai fossili: la Colombia guida un fronte che vuole uscire davvero dal modello che brucia il pianeta.
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  • Giorno 7 – 17 novembre 2025
    Belem in rivolta: popoli indigeni e movimenti sociali spingono per una COP30 che dica finalmente basta ai fossili.
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  • Giorno 6 – 15 novembre 2025
    Anche quest’anno i dati sulla presenza dei lobbisti Gas&Oil alla conferenza di Belém sono alti: su ogni 25 persone accreditate al vertice, uno è un lobbista dei combustibili fossili, in totale sono oltre 1600.
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  • Giorno 5 – 14 novembre 2025
    Il TFFF entra nella Cupula tra promesse e contraddizioni: fondi incerti, debiti in aumento e movimenti che denunciano l’ennesima falsa soluzione verde.
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  • Giorno 4 – 13 novembre 2025
    A Belém la protesta indigena irrompe nella COP30 e svela le contraddizioni del Brasile fossile. Intanto la Cupula esplode di mobilitazioni globali.
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  • Giorno 3 – 12 novembre 2025
    Adattamento al centro della COP30, ma i fondi restano insufficienti. A Belém arrivano movimenti e comunità indigene: la vera pressione viene dai territori.
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  • Giorno 2 – 11 novembre 2025
    Lula parla di disuguaglianze alla Cop30, ma il Brasile continua a spingere sul fossile. A Belém torna al centro il nodo tra clima e ingiustizia.
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  • Giorno 1 – 10 novembre 2025
    Dalla Cop30 alla Cúpula dos Povos: a Belém si apre la sfida per la giustizia climatica tra responsabilità globali, diritti dei popoli e resistenza dei territori.
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Articoli di approfondimento alla COP30

  • Cosa resta della Cop30, la battaglia per il clima e i diritti è ancora lunga – 24 novembre 2025
    Marica Di Pierri e Laura Greco su Domani – COP30 fallisce su fossili e foreste, ma il Bam e il blocco dei 82 paesi per l’uscita dal fossile aprono spiragli di lotta e nuove alleanze.
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  • Sulla fine dei lavori della COP30 – 24 novembre 2025
    Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Cosa è successo alla 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici? Quali sono le grandi vittorie? Quali le sconfitte?
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  • La tabella della discordia – cos’è successo alla COP30 – 23 novembre 2025
    Laura Greco su Radio24 – COP30 a Belém annuncia impegni su energia, foreste e adattamento, ma senza una vera uscita dal fossile restano promesse vuote da incalzare con lotte dal basso.
    Ascolta su Il Sole 24 ore
  • “A resposta somos nós”. Ma alla COP30 le richieste dei popoli indigeni non fanno breccia – 23 novembre 2025
    Laura Greco su EconomiaCircolare.com – Alla COP30 le voci indigene restano ai margini mentre la foresta corre verso il punto di non ritorno. Senza giustizia, non c’è futuro.
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  • La “Dichiarazione di Belém” e il multilateralismo del phase out dai fossili spinto dal basso – 21 novembre 2025
    Laura Greco su Altreconomia – Da Belém arriva una spinta dal basso per uscire dai fossili: governi e movimenti uniscono le voci per un phase out reale, giusto, globale.
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    • Cop30: senza il Gender action plan ogni azione climatica è limitata – 21 novembre 2025
      Marica Di Pierri e Laura Greco su Valori – Nonostante le ambiziose premesse il Gender action plan ha trovato diversi ostacoli sui tavoli negoziali della Cop30

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  • Alla Cop30 arrivano le storie di migrazioni climatiche – 21 novembre 2025

Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30, in vista delle negoziazioni finali, si parla del fenomeno crescente degli sfollamenti forzati dal cambiamento climatico.
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  • Belém, la foresta degli indigeni si ribella a Lula – 20 novembre 2025
    Laura Greco su Il Manifesto – Le nazionalità dell’Amazzonia denunciano l’inagibilità politica alla Cop e chiedono una mobilitazione internazionale guidata direttamente dai popoli indigeni per proteggere i loro territori e affrontare la crisi climatica alla radice
  • Alla Cop 30 i movimenti si riprendono la scena – 20 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Il Manifesto – Era dalla Cop 26 di Glasgow che non si vedeva così tanta società civile. Accanto al vertice ufficiale, in più di 50 mila hanno animato la «Cupula dos povos» per una svolta vera sul clima e i diritti
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  • COP30, BELÉM | Italiani in mobilitazione – 20 novembre 2025]
    Il Climate Pride in azione alla COP30: l? attivist? chiedono all’Italia una roadmap chiara e ambiziosa per uscire dai fossili.
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  • A Belém torna il protagonismo sociale – 19 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Collettiva – Alla Cop30 movimenti, organizzazioni, popoli e sindacati riacquistano centralità: proposte e campagne dal basso sono arrivate nelle stanze dei negoziati.
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  • Come procede la COP30 in Brasile? Intervista a Laura Greco da Bélem – 19 novembre 2025
    Laura Greco su Scienza e Pace Magazine – COP30 tra repressione, lobby fossili e resistenze indigene: la giustizia climatica la costruiscono i territori, non i negoziati.
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  • Lifegate dalla COP30 – 18 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Lifegate – Dalla COP30 il racconto dell’inedita comunicazione tra dentro e fuori la COP, tra le richieste indigene e l’ambiguo governo di Lula.
    Ascolta su Lifegate
  • Il Fondo per le foreste e la falsa soluzione del biocapitalismo si ripropone alla Cop30 di Belém – 18 novembre 2025
    Laura Greco su Altreconomia – Il Tropical forests forever facility lanciato da Lula è l’ennesimo dispositivo finanziario che viene presentato come innovazione.
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  • Attivismo e giustizia climatica: se il diritto alla protesta diventa un reato – 17 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Valori.it – Alla Cop30 emerge un allarme globale: in molti Paesi il diritto alla protesta viene represso e l’attivismo ambientale è sempre più criminalizzato
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  • Alla Cop30 di Belèm il fondo per l’adattamento resta senza fondi – 17 novembre 2025]
    Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30 fallisce, per il terzo anno di fila, l’obiettivo di raccolta minima per finanziare l’adattamento dei Paesi del Sud globale.
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  • Massiccia partecipazione popolare a Belém – 16 novebre 2025
    Marica Di Pierri su L’aria Che Respiri – Alla Cúpula dos Povos tantissime voci per reclamare la fine dei combustibili fossili e una giustizia climatica guidata dai popoli, non dalle multinazionali.
    Ascolta su Radio Rai1
  • In diretta da Bele?m – Aggiornamenti sulla prima settimana di COP30 – 15 novembre 2025
    Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – In diretta da Belém, per raccontare in diretta i lavori della 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici. ?Foto di Oliver Ninja e Midia Ninja
    Guarda la diretta
  • Cop30: chi difende i combustibili fossili dentro i negoziati sul clima – 14 novembre 2025
    Marica Di Pierri per Altreconomia – Alla Cop30 un lobbista fossile ogni 25 delegat?: il vertice che dovrebbe chiudere l’era fossile continua a farsela scrivere da chi la profitta.
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  • Giustizia climatica, questa dimenticata – 13 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Il Manifesto – Il legame tra clima e disuguaglianze è ormai assodato. Ma dopo 30 anni di conferenze, i ricchi continuano a fare grandi affari con i fossili.
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  • L’adattamento secondo la COP30: “Adattarsi è sopravvivere” – 13 novembre 2025
    Marica Di Pierri per EconomiaCircolare.com – COP30 punta a rendere operativo il Global Goal on Adaptation, tra governance multilivello, indicatori, fondi insufficienti e necessità di giustizia climatica.
    Leggi l’articolo
  • La Cop30 in Brasile e le politiche industriali green – 11 novembre 2025
    Marica Di Pierri per Tutta La Città Ne Parla, Radio3 – È iniziata la Cop30 a Belém, 10 giorni in cui si discuterà su come trovare una via d’uscita alla deriva del cambiamento climatico nonostante le difficoltà politiche che ci circondano.
    Ascolta l’episodio
  • Road to Belém – 7 novembre 2025Marica Di Pierri per Valori.it – Verso la Cop30 di Belém, cosa aspettarci dal più importante appuntamento per salvare il clima della Terra? Diretta con Marica Di Pierri, Luca Lombroso, Giovanni Mori e Lorenzo Tecleme.
    Guarda la diretta
  • Da Parigi a Belém, i conti che non tornano – 6 novembre 2025
    Marica Di Pierri per Il Manifesto – Tra tensioni e fragili compromessi, i preparativi alla vigilia della Conferenza Onu. A che punto sono gli impegni nazionali di riduzione e i piani di adattamento dei singoli Paesi.
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  • A Sud a Belém alla Cop30 – 6 novembre 2025
    A Sud seguirà negoziati e mobilitazioni dalla COP30 di Belém, amplificando le voci dei movimenti per giustizia climatica e sociale.
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  • A Sud aderisce alla Global Call to Action della Cúpula dos Povos  – 5 settembre 2025
    Il 15 novembre scendiamo in piazza: basta disuguaglianze e razzismo ambientale, vogliamo giustizia climatica e un mondo dove la vita sia al centro.
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  • Vertice dei Popoli Verso la COP30: Manifesto Politico – 13 giugno 2025
    A Sud aderisce al Manifesto dei Popoli verso la COP30: un appello globale per giustizia climatica, anticapitalismo e democrazia dal basso.
    Leggi l’articolo

Racconteremo le negoziazioni

Per spiegare cosa accade davvero alla COP30, come si muovono i governi e quali interessi guidano le scelte sulla crisi climatica. Vi offriremo una copertura quotidiana per raccontarvi con le nostre parole e con uno sguardo critico, indipendente e radicale, vicino ai movimenti il dentro e fuori la Cop

Sveleremo le contraddizioni

Tra le promesse ufficiali e la realtà, mostrando lo scontro continuo tra lobby fossili e popoli che difendono la vita e i territori. Denunceremo le responsabilità smascherando la falsa transizione energetica e chi continua a inquinare mentre parla di sostenibilità con greenwashing e false soluzioni

Daremo voce alle comunità

Portando le loro storie, le lotte quotidiane e le alternative concrete alla devastazione ambientale, contro colonialismo ed estrazione. Ci collegheremo con l’Italia per connettere istanze e battaglie


INFO E CONTATTI

Per contatti e interviste con la delegazione:

Marica Di Pierri
maricadipierri@asud.net
55 21 967071220

Laura Greco
lauragreco@asud.net
+55 21 997673184

Posted by on 12:48 pm in News | Commenti disabilitati su

[posted by Timothy Gardner on Reuters, November 30, 2017] Eni US could begin work on oil exploration in federal waters off Alaska as soon as next month after the Trump administration on Tuesday approved permits for leases the company has held for a decade, the Interior Department said. The department’s Bureau of Safety and Environmental Enforcement, issued Eni US, a unit of Italy’s Eni, a permit to explore for oil from an artificial island in the Beaufort Sea. Eni is the first company allowed to explore for oil in federal waters off Alaska since 2015. The approval is part of the Trump administration’s policy to maximize output of fossil fuels for domestic use and for exporting. Scott Angelle, the BSEE director, said developing Arctic resources responsibly is a “critical component to achieving American energy dominance.” Environmentalists say exploring for oil in the Arctic is dangerous. “The Trump administration is risking a major oil spill by letting this foreign corporation drill in the unforgiving waters off Alaska,” said Kristen Monsell, the legal director for oceans at the Center for Biological Diversity nonprofit group. Eni wants to drill into the Beaufort from the island using extended wells more than 6 miles (10 km) long. Eni US did not immediately respond to a request for comment about when it would start drilling. In April President Donald Trump signed a so-called America-First Offshore Energy Strategy executive order to extend offshore drilling to areas in the Arctic and other places that have been off limits. Eni’s leases, which were set to expire by the end of the year, were outside of an area protected by former President Barack Obama weeks before he left office. The company’s plan to move ahead with risky and expensive drilling in the Arctic comes despite years of low oil prices and plentiful sources of crude in the continental United States. Royal Dutch Shell Plc quit its exploration quest offshore of Alaska in 2015 after a ship it had leased suffered a gash in mostly uncharted waters and environmentalists discovered an existing law that limited the company’s ability to drill. Republicans are eager to drill elsewhere in Alaska. A tax bill passed by the Senate budget committee Tuesday contained a provision to open drilling in a portion of Alaska’s Arctic National Wildlife Refuge. Conservationists say the refuge is one of the planet’s last paradises. The bill, which Republicans hope to pass in the full Senate this week, faces an uncertain...

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Glifosato: altri 5 anni di bestie nere della Monsanto

Posted by on 10:35 am in Notizie | Commenti disabilitati su Glifosato: altri 5 anni di bestie nere della Monsanto

Glifosato: altri 5 anni di bestie nere della Monsanto

[di Isaure Magnien, traduzione di Francesca Trevisan su Cafébabel] Bruxelles autorizza l’uso del glifosato per altri 5 anni, Italia e Francia votano no. L’erbicida è denunciato da centinaia di studi, ma l’UE lo dichiara innocuo. Nella lotta che vede protagonisti lobby pro-pesticida, Stati, istituzioni e ONG, un gruppo spicca tra gli altri: persone mascherate da animali, pronte a tutto per vietare il prodotto. Reportage tra i dissidenti. Davanti al palazzo di giustizia di Bruxelles, c’è uno strano raggruppamento: pesci, meduse, renne, orsi, anatre e altri animali si cimentano in un haka, con tanto di urla. Nel frastuono, vengono scanditi slogan come: “Des patates, pas du glyphosate” (Vogliamo patate, non glifosato), “On est plus chaud que le glypho” (Siamo più forti del glifosato), “Solidarité avec les inculpés du monde entier” (Solidarietà agli accusati di tutto il mondo), “Non non non au glyphosate… et au monde de merde qui va avec” (No no no al glifosato…e al mondo di merda che porta). Dietro questo serraglio, si cela il sostegno ai membri del gruppo di attivisti dell’Ensemble Zoologique de Libération de la Nature (EZLN). Nove dei loro membri sono stati incriminati il maggio scorso per aver danneggiato alcuni edifici dell’Associazione europea per la protezione delle colture (ECPA), un gruppo di interesse che riunisce le più grandi industrie dei pesticidi a Bruxelles. I sostenitori del sottocomandante tigre e del sottocomandante gabbia di uccelli  sono venuti a manifestare in massa la loro indignazione. Un totale di altre cinquanta organizzazioni hanno dimostrato il proprio appoggio all’EZLN, tra cui Greenpeace, Corporate Europe Observatory, la Lega dei diritti umani eOxfam. Queste ritengono infatti che “le azioni condotte da questo collettivo vertano su un argomento di interesse generale”, in un momento cruciale per l’Unione europea, che “deve prendere la decisione di estendere o meno l’autorizzazione della produzione di glifosato, il componente principale dell’erbicida Roundup”. Il passato tumultuoso del glifosato Non è un caso che l’EZLN abbia scelto di prendersela con l’ECPA. La lobby rappresenta in particolare gli interessi della multinazionale Monsanto, una delle più grandi aziende produttrici di pesticidi, che versa ufficialmente 400mila euro all’anno alla lobby belga. Si tratta di una cifra ben al di sotto di quella reale, secondo quanto stima il Corporate Europe Observatory (Le lobbying de Monsanto : une attaque contre notre planète et la démocratie, 2016 – Il lobbying della Monsanto: un attacco al nostro pianeta e alla democrazia). Negli anni ’70, l’azienda entra in possesso dell’invenzione di un tale Henri Martin, pensata per sgorgare i tubi: il glifosato. Il suo successo verrà però da un utilizzo completamente diverso, cioè come diserbante. In effetti, il prodotto è molto utile: permette di eliminare tutte le erbe cattive (e anche quelle buone), senza effetti sulle colture successive, basta rispettare il tempo di attesa di una settimana. Il prodotto diventa ancora più efficace se abbinato alle sementi geneticamente modificate (OGM) della stessa marca, resistenti alla sostanza. Ogni anno vengono vendute più di 700mila tonnellate di glifosato nel mondo. La molecola è infatti poco costosa e molto efficace. È per questo che dal 2000, quando l’uso esclusivo del brevetto da parte della Monsanto è scaduto, la sostanza è utilizzata da altre 90 aziende. Il glifosato si trova oggi in oltre 750 prodotti, ed è attualmente l’erbicida più diffuso al mondo. Nel 2015, tuttavia, un’ombra oscura il successo del glifosato. Il CIRC, centro di ricerca sul cancro e agenzia dell’ONU con sede a Lione, segnala...

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Perché a Cosenza manca l’acqua?

Posted by on 9:38 pm in Notizie | Commenti disabilitati su Perché a Cosenza manca l’acqua?

Perché a Cosenza manca l’acqua?

Per la quarta di un ciclo di quattro puntate d’inchiesta sulla crisi idrica a Cosenza: Marica Di Pierri, presidente del Centro di Documentazione sui Conflitti Ambientali e portavoce di A Sud Onlus.   [di Claudio Dionesalvi su Inviato da nessuno] Il finanziamento regionale per la riqualificazione della rete idrica. Il comune di Cosenza ha stipulato con la Regione un Accordo di Programma Quadro (APQ) nell’ambito del quale sono previsti degli interventi per l’ingegnerizzazione del sistema di distribuzione idrica della città, per una cifra che si aggira intorno a 5 milioni di euro. Nell’ambito dell’APQ dovrebbero essere realizzati tutti gli interventi elencati al termine di questa inchiesta. L’APQ è coperto dai fondi POR 2007/2013. Per questioni di mero campanilismo politico, la Regione ha bloccato l’attuazione dell’iter amministrativo a tal punto che sono riusciti a “salvare” quelle risorse facendole confluire nel POR successivo. Nel mese di giugno pare che la questione si sia finalmente concretizzata e nei prossimi mesi dovrebbe partire questo programma di interventi progettato dallo Studio Lotti. Cosa prevede l’accordo tra So.Ri.Cal. e Comune? La situazione di Cosenza è ancora più complessa perché il Comune è anche il soggetto che si occupa della riscossione. A Rende, invece, il servizio di riscossione è affidato ad un terzo soggetto, Acque Potabili. Lo scontro ha avuto origine qualche anno fa, quando Comune e So.Ri.cal. iniziarono a farsi guerra a colpi di carte bollate. All’epoca il tribunale nominò un CTU, il prof Paolo Veltri, preside di Ingegneria all’Unical, che stabilì dei valori di portata e volumi necessari al fabbisogno idrico della città. Davanti al giudice fu concordato che So.Ri.Cal. garantisse al comune di Cosenza una portata pari a 311 l/s. Qui nascono gli equivoci. So.Ri.Cal. sostiene che si tratti di una portata media. Semestrale? Annua? Non si capisce. Il Comune asserisce invece che la portata è istantanea, cioè mai la quantità d’acqua deve scendere sotto quella soglia. A gennaio scorso, vista la carenza idrica, il Comune ha sospettato che So.Ri.Cal. non erogasse il normale quantitativo d’acqua. “Come? Abbiamo fatto tutti quegli interventi, sostituito tubazioni, riparato perdite, e manca l’acqua?”, era il ritornello che si sentiva a Palazzo dei Bruzi. Così il Comune ha chiesto a So.Ri.Cal. di potere installare dei propri contatori nei punti di consegna della risorsa idrica, con precisione: nei punti in cui finisce il confine amministrativo di So.Ri.Cal. e inizia quello del Comune, in modo da poter continuamente verificare questi volumi. So.Ri.Cal. si è rifiutata, impedendo ai tecnici di accedere a un serbatoio solo per verificare se vi fosse lo spazio per mettere questi apparecchi. Bisogna tenere presente che i due contatori devono essere vicini per poter confrontare i dati, poiché il flusso d’acqua risente di gomiti, curve ed innesti che possono incidere sul valore registrato. La guerra è continuata fino all’intervento della Procura e del Prefetto a seguito di un’ordinanza sindacale, poiché si configurava un caso di interruzione di pubblico servizio. Lo scontro è politico. So.Ri.Cal. vanta col Comune un credito di 3 milioni e mezzo di euro e minaccia di chiudere i rubinetti se palazzo dei Bruzi non comincia a pagare. Inoltre, la Regione utilizza So.Ri.Cal. per mettere in difficoltà l’amministrazione che è di “colore politico” opposto. Intanto gli esperti hanno formulato delle proposte, ma finché le istituzzzioni e le azzziende non si metteranno d’accordo, è alquanto improbabile che siano attuate. Quali sono state le proposte formulate da...

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Posted by on 1:06 pm in News | Commenti disabilitati su

[posted by Brigham A. McCown on Forbes, November 21, 2017] The long delayed Keystone XL Pipeline project came a step closer to becoming a reality this week after the Nebraska Public Service Commission voted to approve the line, albeit with a strange twist. The commission failed to adopt the proposed corridor, leaving many to question the commission’s real motives. Keystone XL’s “preferred route” had been the subject of several federal and state environmental reviews spanning nearly a decade. The State Department as well as Nebraska’s Department of Environmental Quality had signed off on the route and, in fact, regulators and environmental expert reports totaled over 800,000 pages of information. Despite all of this information, the State’s elected commissioners opted for a route that has not been studied, and which will require the backers of Keystone XL to obtain at least 400 additional easements. Initial reports on the decision were positive, yet upon closer examination, the pipeline’s future is murky at best. Originally proposed as a $5 billion project, years of delays have now pushed that price tag to well over $8 billion, and some believe yesterday’s decision will add at least another $1 billion to the total price. Proposed in September of 2008 by the American subsidiary of TransCanada Corporation, few anticipated a routine extension to the original Keystone pipeline would morph into a decade long battle between pipeline supporters and environmentalists in conservative Nebraska. Perhaps inartfully named, “Keystone XL” became a lightning rod for climate change groups who believed KXL was the wrong project at the wrong time, in the wrong place. To these groups, not only were they losing the battle to keep oil in the ground, exploration companies were discovering oil in vast new quantities. Not only was the abundance of fossil fuels an issue, but so too was the manner in which the oil was extracted from Canada’s oil sands. Buoyed by fears, national environmental groups won over the support of some in Nebraska who believed the pipeline offered little benefit to the state. “All risk no reward” became a common phrase used by climate activists who had stumbled upon the notion that if you cannot keep oil in the ground, the second best tactic was to attack the way in which fossil fuels are delivered to market. Of course the general welfare cannot be measured block by city block, or county by county; yet this narrative played well to Midwesterners whose number one goal was always to do no harm. Yet to most experts, pipelines are not harmful. The U.S. pipeline infrastructure network is vast, over 2.6 million miles at last count and more than any other country in the world. For nearly a century this out of sight, out of mind, energy transportation infrastructure was, for the most part, quietly delivering nearly two-thirds of all energy products used daily by consumers. Supporters say pipelines are extremely safe, the highest in fact of any transportation method, and boasting a 99.99+% safety record. Even the U.S. Department of Transportation, which oversees all types of transportation including pipelines, says that pipelines are the safest way to transport large quantities of energy products. Pipelines bring natural gas to U.S. homes, factories, and electric power plans while liquid pipelines deliver crude oil to refineries, and refined products such...

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Storie di economia circolare: lancio ufficiale

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Storie di economia circolare: lancio ufficiale

Il 5 dicembre abbiamo lanciato il progetto “Storie di Economia Circolare”. L’iniziativa nasce dalla necessità di promuovere a livello culturale un cambiamento radicale del sistema di sfruttamento delle risorse e delle persone, dei cicli di produzione e delle abitudini di consumo. In tal senso, testimoniare e mettere in rete buone pratiche è a nostro avviso fondamentale per innescare processi di consapevolezza, favorire lo scambio di esperienze e la promozione di modelli economici fondati sulla piena sostenibilità. Per questo motivo, il progetto prevede di costruire un database online, attraverso la realizzazione di un Atlante web, una mappa interattiva e in continuo aggiornamento che raccoglierà le esperienze italiane di Economia Circolare, al fine di renderle note e fruibili gratuitamente ai cittadini e di promuovere la collaborazione e la costruzione di filiere “circolari” tra attori economici che orientano la propria attività a principi di sostenibilità e circolarità. Al portale sarà abbinato un Concorso a premi per raccoglitori di storie, patrocinato dal Ministero dell’Ambiente, che premierà ogni anno giornalisti, scrittori, fotografi e videomaker che attingeranno dall’Atlante per individuare le storie da raccontare e da presentare in gara. Le storie vincitrici saranno pubblicate ogni anno su testate giornalistiche di rilevanza nazionale, dando ulteriore occasione di visibilità alle aziende virtuose raccontate. Registrati all’evento Scarica il programma Vai al sito del progetto (online dal 5...

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Posted by on 2:08 pm in News | Commenti disabilitati su

[posted by Marked Leon Goldberg on UN Dispatch, October 27, 2017] Pollution is not just a nuisance. It can kill people–and by the millions. It also keeps countries worst affected by it poorer and unequal. A new study from The Lancet describes the severe, planetary-scale, harm caused by pollution. Some nine million people around the world die each year from pollution related causes. This is three times more deaths than AIDS, Tuberculosis and malaria combined. The report finds that “in the most severely affected countries, pollution-related disease is responsible for more than one death in four.” So where do these deaths occur?  This map, from the report, shows that nearly every country is affected in one way or another, but some countries fare far worse. India and China are the world’s most populous  feature heavily in the report.  Globally, they are ranked first and second for pollution-related deaths. Of the nine million deaths related to pollution that occurred in 2015, 2.5 million of those deaths occurred in India. Another 1.4 million occurred in China. As the map clearly demonstrates pollution is a global problem, but cities are hotspots for severe pollution, and the rapid urbanization occurring in India and China can partly explain why pollution is so deadly. The Lancet states that “Cities contain 55% of the world’s population; they account for 85% of global economic activity and they concentrate people, energy consumption, construction activity, industry, and traffic on a historically un-precedented scale.” Pollution may be exceedingly deadly, but the report reminds us that pollution is a “winnable battle.” Indeed,high-income countries have simultaneously improved their air and water and grown their economies. These countries decreased population diseases linked to pollution even as they increase incomes. Developing countries, they state, can learn from this experience and reduce their own pollution while improving livelihoods. They key is effective policy. “Many of the pollution control strategies that have proven cost-effective in high-income and middle-income countries can be exported and adapted by cities and countries at every level of income. These strategies are based in law, policy, regulation, and technology, are science-driven, and focus on the protection of public health.” Pollution and Sustainable Development These two countries also represent a path to economic growth that poorer countries are eager to emulate. The Commission reminds us that pollution is not only toxic, but costly. “Pollution is …responsible for productivity losses, health-care costs, and costs resulting from damages to ecosystems. But despite the great magnitude of these costs, they are largely invisible and often are not recognized as caused by pollution” Taking that toxic road to economic growth also drives inequality, both in its distribution of wealth and in the impact of its pollution. India and China have been flagged by the IMF for the increases in inequality that have dogged their economic growth. The Lancet points out that the pollution created by this economic growth also worsens inequality. “Pollution disproportionately kills the poor and the vulnerable. Nearly 92% of pollution-related deaths occur in low-income and middle-income countries and, in countries at every income level, disease caused by pollution is most prevalent among minorities and the marginalised. Children are at high risk of pollution-related disease and even extremely low-dose exposures to pollutants during windows of vulnerability in utero and in early infancy can result in disease, disability, and death in childhood and across their lifespan.”...

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Posted by on 8:18 am in News | Commenti disabilitati su

[posted on DW.com, November 13, 2017] Climate change activists on Monday hailed a German court’s decision to proceed with a Peruvian farmer’s case against German energy company RWE. After hearing arguments from both sides, the court in the German town of Hamm found that Saul Luciano Lliuya’s allegations that RWE’s contributions to global warming were threatening his hometown of Huaraz had merit. Luciano argues that RWE must share in the cost of protecting his Andean town from a swollen ice glacier that risks overflowing from melting snow and ice. The farmer is asking for just €17,000 ($20,000) from RWE, which would go towards funding flood defenses he plans to install for his community, as well as a further 6,384 euros in reimbursement for money he already spent out of his own pocket on protective measures. Klaus Milke, chairman of the environmental pressure group Germanwatch, which is advising Luciano’s claim, praised the court in Hamm for writing “legal history.” Why has Luciano singled out Germany’s RWE in his claim? Peruvian farmer Saul Luciano Lliuya said he based his claim on a 2013 climate study that found RWE, Germany’s second largest electricity producer, responsible for 0.5 percent of all global emission “since the beginning of industrialization.” This, he argues, makes the German energy giant, at least – in part – responsible for the plight facing his hometown of Huaraz and must therefore share in the cost of protecting it. RWE is one of the world’s top emitters of carbon dioxide, although it claims to have invested billions into modernizing its coal-fired plants and into moving towards renewable energy. Representatives for the energy giant maintain that, under German civil law, RWE alone cannot alone be held responsible for a global phenomenon, such as global warming. Why is the case important? The German court’s decision to allow Luciano’s case to enter its second stage could set precedent for future so-called “climate justice” cases. Not only does Monday’s decision mark the first time a German court has directly linked the emission of carbon dioxide to global warming; it also marks the first time ever that a court has acknowledged emitters may have to contribute towards protecting those vulnerable from climate change. If successful, Luciano’s claim could open the door for further cases seeking funding from energy companies to help protect those vulnerable from effects of climate change, particularly within developing countries. Court expected to hear evidence The court in Hamm has given both sides until November 30 to provide further arguments before deciding how to proceed. However, it added that the claim was “likely to proceed” to hearing evidence. “It’s good news for the many potential plaintiffs worldwide who will be emboldened to take action themselves,” Klaus said. The case coincides with COP23 climate change conference taking place in Bonn, just a two-hour drive away from Hamm. Delegates at the Bonn conference  have gathered to negotiate the rulebook for the 2015 Paris climate pact, which calls for temperatures to be capped at “well below” two degrees Celsius above pre-industrial...

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Posted by on 12:06 pm in News | Commenti disabilitati su

[From 350.org, for dissemination] Today, 350.org’s most ambitious plan yet will be laid out. We’re launching a new Fossil Free campaign in early 2018 and we’ll be broadcasting live from directly within the COP23 UN climate talks in Germany to give you a sneak preview. 350.org have been on the ground all week alongside the Pacific Climate Warriors and thousands of people demanding an end to the age of fossil fuels and real commitments to 100% renewable energy for all. But we know that we can’t leave it to the politicians alone to meet those needs. The climate crisis is a massive problem, and it requires mass solutions. It needs all of us, especially those who understand the stakes, to step up and lead the way in making a Fossil Free world a reality. Tune into the Fossil Free Q&A LIVE broadcast tomorrow 15 November at 5pm UTC — click the link to set a reminder for the event in your timezone and submit questions. We’re looking forward to your questions and comments. You can submit questions ahead of time using #FossilFree on Facebook or...

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Fiumi e laghi possono regolare il clima e tutelare la biodiversità

Posted by on 2:04 pm in Notizie | Commenti disabilitati su Fiumi e laghi possono regolare il clima e tutelare la biodiversità

Fiumi e laghi possono regolare il clima e tutelare la biodiversità

[di Giuseppe Lavopa su Ambient&Ambienti] Fiumi e laghi regolano gli equilibri climatici e ambientali; veicolano cooperazione e solidarietà tra popoli. A Roma, confronto tra i grandi fiumi del mondo. Una corretta gestione di fiumi e laghi può garantire la tutela della specie e l’equilibrio del clima. La Terra è, per antonomasia, il Pianeta blu. Oltre due terzi del globo terrestre sono ricoperti di acqua, ma solo l’1% è utilizzabile per le attività umane. Il Pianeta blu sta diventando un Risiko reale, in cui l’obiettivo è stabilire la supremazia su fiumi e laghi. Il ministero dell’Ambiente ha organizzato a Roma il summit internazionale Acqua e clima: i grandi fiumi del mondo si incontrano. I responsabili dei più grandi bacini fluviali hanno condiviso buone pratiche di governance idrica, per la lotta alla siccità, alle inondazioni, alle alterazioni ecologiche. La gestione dell’acqua è una necessità ribadita nelle due ultime conferenza sul clima, Cop21 di Parigi e Cop22 di Marrakech. Ad ogni grado di surriscaldamento globale corrisponde un calo del 20% delle risorse idriche, con ripercussioni sulla biodiversità e su agricoltura e pesca. Sono previsti oltre due milioni di migranti climatici entro il 2050, che lasceranno le terre di origine a causa di eventi climatici estremi. Un problema attuale sulle sponde del lago Tanganyka, in Africa occidentale. I pescimigrano a causa del surriscaldamento; i pescatori potrebbero trovarsi costretti a seguire le rotte migratorie, per proseguire la loro attività. Fiumi e cambiamenti climatici: le acque reclamano spazio L’incessante antropizzazione dei territori ha modificato morfologia e portata del sistema idrografico mondiale. Secondo il Centro europeo per la riqualificazione fluviale (ECRR), i fiumi hanno perso fino al 95% del loro spazio. «Per generare e mantenere la vita – ha commentato Giancarlo Gusmaroli, consigliere e segretario di ECRR – l’acqua reclama spazio, quello spazio sottratto dalle dighe, dagli argini, dal consumo di suolo». In periodi di piogge intense, le esondazioni provocano danni al territorio abitato; in periodi di siccità, i corsi d’acqua e le falde non accantonano acqua sufficiente al mantenimento della biodiversità, al fabbisogno umano, alla navigabilità. Le infrastrutture verdi e blu garantiscono sia l’equilibrio degli ecosistemi sia la sicurezza del territorio. «L’ECRR – ha proseguito Gusmaroli – ha sperimentato l’arretramento e il reinverdimento degli argini. Lungo il fiume Montone, in Romagna, abbiamo creato spazi naturali di esondazione, che mettono in sicurezza il centro abitato». Spazio ai fiumi: buone pratiche di governance e cooperazione Gestire i grandi fiumi è un lavoro complesso. Corsi d’acqua lunghi migliaia di chilometri connettono diverse popolazioni e molteplici stili di vita. Le Autorità di bacino mediano sugli interessi delle comunità, attraverso buone pratiche che proteggono l’acqua, il territorio, il benessere dei popoli. Il fiume africano Volta intercetta ben sei Stati. Le popolazioni del Volta sono fortemente dipendenti dalla pesca e dall’agricoltura. Il miglioramento ambientale deve conciliarsi con la riduzione della povertà. «I coltivatori – ha spiegato Dibi Milongo, vice-direttore dell’Autorità del bacino del Volta – si stanziano sulle sponde del fiume, per avere accesso diretto all’acqua, rendendo le sponde più fragili. L’Autorità sta consolidando il terreno alle sponde del fiume con vegetazioni ad hoc e portando le coltivazioni lontano dal Volta. In aiuto agli agricoltori, abbiamo installato pompe di drenaggio». In America Latina, tribunale dell’Aia ha imposto ad Argentina e Uruguay un sistema di monitoraggio ambientale condiviso. Una cartiera urugaiana, che sversava in un affluente dell’Uruguay, aveva provocato inquinamento anche oltre confine. «Questa sentenza – ha raccontato Héctor Mauro Vazón, presidente della Commissione esecutiva del fiume Uruguay – ci ha condotto verso una visione degli impatti globali delle nostre attività. Lavoriamo in sinergia per...

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Abbiamo perso tre quarti degli insetti volanti. Un Armageddon ecologico

Posted by on 1:10 am in Notizie | Commenti disabilitati su Abbiamo perso tre quarti degli insetti volanti. Un Armageddon ecologico

Abbiamo perso tre quarti degli insetti volanti. Un Armageddon ecologico

[di Giacomo Talignani su La Repubblica Ambiente] Il 76% degli alati è scomparso. Fra le cause possibili l’uso dei pesticidi. “Sono fondamentali per gli ecosistemi”. La definizione data dagli entomologi parla da sola: “È l’Armageddon ecologico”. Quello che hanno scoperto una serie di ricercatori internazionali è che in meno di trent’anni sono scomparsi tre quarti degli insetti alati (dalle farfalle alle api) in termini di biomassa. Una ecatombe che implica un elevatissimo allarme per il mantenimento degli ecosistemi non solo d’Europa, ma di tutto il mondo. La ricerca, pubblicata su Plos One, è stata realizzata grazie a centinaia di dati raccolti in 27 anni di lavoro all’interno di riserve naturali di tutta la Germania in 63 oasi. Negli anni si è arrivati a un declino complessivo medio del 76% degli insetti alati, fondamentali per l’impollinazione, con picchi perfino dell’82% nel pieno dell’estate quando solitamente la loro presenza è maggiore. “È una scoperta allarmante” dice preoccupato Hans de Kroon, dell’Università di Radboud (Paesi Bassi) e principale autore della ricerca. Al momento, le cause di questo declino non sono chiare. Per i ricercatori contribuirebbero principalmente la distruzione di aree selvatiche e il largo uso di pesticidi, ma anche gli effetti del cambiamento climatico potrebbero essere determinanti. Di fatto, però, non ci sono abbastanza dati utili sui livelli di antiparassitari per esaminare ad esempio anche questo aspetto. Con il loro ruolo di impollinatori e di prede per la fauna selvatica gli insetti volanti rivestono un compito fondamentale nel mantenimento degli ecosistemi. Per questo già dal 1989, con un protocollo standard e speciali trappole entomologiche, dozzine di esperti hanno iniziato a raccogliere cifre e classificare più di 1500 esemplari all’interno di registri. Oggi quei dati, uniti fra loro, raccontano che è “in corso un Armageddon ecologico” con profondi impatti sulla società umana dicono i ricercatori. “Gli insetti compongono circa i due terzi di tutta la vita sulla Terra – dice Dave Goulson dell’Università di Sussex che ha partecipato allo studio – e ora c’è un terribile declino. Se li perdiamo, tutto rischia di crollare” spiega riferendosi ai delicati equilibri della natura. Finora era già stato stabilito il declino ad esempio delle farfalle in zone agricole dell’Europa, diminuite del 50% negli ultimi decenni, ma i nuovi report parlano di drastici cali anche fra vespe o mosche, per fare un esempio. Oltretutto, ricorda Caspar Hallmann all’Università di Radboud, il fatto che questi campioni siano stati prelevati all’interno di “aree protette e riserve naturali ben gestite rende la cosa ancor più drammatica”. Fra le possibili spiegazioni del declino per Goulson “potrebbe esserci semplicemente il fatto che non ci sia abbastanza cibo o potrebbe essere l’esposizione a pesticidi chimici, oppure una combinazione dei due fattori”. Con queste cifre catastrofiche, che indicano la perdita ogni anno del 6% di biomassa degli insetti volanti, i ricercatori spiegano che ora sarà necessaria una nuova fase di indagine focalizzata anche sugli insetti a terra e sul rapporto con i pesticidi. Goulson, in attesa di nuovi dati, fa notare come una banale osservazione dei parabrezza delle auto renda già l’idea di cosa sta accadendo: mentre in passato moltissime persone ricordano i fastidiosi insetti che impattavano a più riprese sul vetro “questa estate ho guidato in tutta la Francia e non ho mai dovuto pulire il parabrezza”, racconta. “Una delle cose che possiamo fare per cercare di arginare il problema...

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