CDCA e A Sud alla COP30 a Belém

La voce di A Sud dalla COP30 di Belém (Brasile) e le iniziative in Italia

Dal 10 al 21 novembre 2025 saremo a Belém, in Brasile, per partecipare come osservatori alla 30° Conferenza delle Nazioni Unite sul Clima. Racconteremo quanto avviene dentro e fuori le negoziazioni, porteremo e raccoglieremo le voci dei territori in lotta contro l’estrattivismo, contro il greenwashing e per una transizione ecologica realmente giusta.

Iscriviti al bollettino Sostieni il nostro lavoro

L’agenda della COP30

A Belém si discuteranno e valuteranno gli NDCs, i nuovi impegni climatici nazionali che stabiliscono gli obiettivi di riduzione delle emissioni di ogni paese. Accanto alla mitigazione, l’adattamento sarà uno dei temi centrali attraverso il Global Goal on Adaptation (GGA) e i nuovi Piani nazionali di adattamento. Un altro capitolo chiave sarà quello della finanza per il clima. Tra i punti principali il nuovo obiettivo di finanziamento (NCQG), che punta ad aumentare il sostegno ai Paesi in via di sviluppo da 100 a 300 miliardi di dollari l’anno, e la Roadmap Baku-Belém, che traccia un percorso per mobilitare almeno 1.300 miliardi di dollari l’anno entro il 2035.

Temi cruciali, che si scontrano con uno scenario geopolitico ostile, segnato dal negazionismo climatico, dai venti di guerra, dalla corsa al riarmo e dalla violenza istituzionale.  Non è un caso che in gioco a Belém ci sia più che mai la credibilità della diplomazia climatica e la sua capacità di tradurre le intenzioni in impegni concreti.

La Cupula dos povos

La Cúpula dos Povos è il grande incontro dei movimenti sociali e delle comunità che vivono in prima linea la crisi climatica. Nata nel 1992 come risposta critica alle negoziazioni ufficiali, propone un’alternativa fondata su giustizia climatica, sociale e ambientale, solidarietà e saperi ancestrali.

Dal 12 al 16 novembre 2025, in concomitanza con la COP30 di Belém, riunirà popoli indigeni, comunità quilombola e tradizionali, giovani e lavorator? in marce, dibattiti e azioni culturali.

La Cúpula mette al centro vite, diritti e territori, non statistiche: unisce chi costruisce ogni giorno soluzioni reali, dall’agroecologia alla difesa dei beni comuni, per spingere i governi ad adottare politiche di vera giustizia climatica.

Dichiarazione della Cupula Dos Povos

Perché A Sud e CDCA alla COP?

Nelle Cop si riuniscono i governi dei 197 Paesi che hanno ratificato la Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (UNFCCC), firmata a Rio de Janeiro nel 1992. Ma la COP30 non è solo un vertice diplomatico: è il terreno di confronto (e di scontro) tra attori diversi e diverse visioni del mondo. Da una parte il business as usual che trasforma la crisi climatica in profitto, dall’altra movimenti e territori che lottano per giustizia climatica, autodeterminazione e diritti della Natura.
La COP30 si terrà nel cuore dell’Amazzonia, a Belém do Pará, in Brasile. Non è un dettaglio geografico ma una scelta politica: è nel Sud globale che l’ingiustizia climatica colpisce più duramente mentre il Nord globale continua a negoziare emissioni e interessi fossili.
Qui non si decide solo il futuro del clima: si decide chi avrà diritto a un futuro.

Per raccontare cosa c’è in gioco, e come finisce la partita.

Andiamo alla COP per osservare da vicino i negoziati, capire quali equilibri politici e di potere si stanno ridefinendo, e portare la prospettiva dei territori e dei movimenti che chiedono giustizia climatica.
La partecipazione di A Sud e CDCA serve a connettere le lotte locali con quelle globali, rafforzare alleanze internazionali e raccontare – con sguardo indipendente e critico – come la diplomazia climatica sta affrontando, o eludendo, le proprie responsabilità.
Perché solo intrecciando voci e resistenze dal basso possiamo costruire un futuro giusto per tutt?.

Per costruire e rafforzare alleanze internazionali

Svolgere la COP in Brasile è un segnale che conta: significa rimettere al centro chi la crisi climatica la subisce davvero. Andiamo a Belém per stare con i movimenti globali per la giustizia climatica. In America Latina oggi si gioca una partita enorme: conflitti ambientali, estrattivismo, repressione, lotte indigene e popolari che resistono da decenni. Con tante realtà — dalla Colombia alla Bolivia, fino all’Amazzonia — abbiamo già lavorato, fatto campagne, costruito ponti. Lì ritroviamo compagn? con cui condividiamo visioni e pratiche.

Per portare una visione radicale dentro la COP

Sì, probabilmente sarà l’ennesimo flop diplomatico. Ma proprio per questo dobbiamo esserci, per non lasciare quei tavoli alle lobby fossili e ai governi che parlano di transizione mentre trivellano.
Da dentro vedi meglio le dinamiche, le crepe, le possibilità di alleanze e di conflitto.
Andiamo per portare la prospettiva della giustizia climatica e delle lotte dal basso, che legano crisi climatica, razzismo, patriarcato e disuguaglianze. La COP non è un punto d’arrivo: è un passaggio. Il resto si fa fuori, insieme, ogni giorno.


Diario dalla COP30

  • Giorno 12 – 24 novembre 2025
    Belém svela il fallimento della diplomazia climatica, ma apre spiragli: una roadmap anti-fossile e nuove alleanze per la giustizia.
    Leggi l’articolo / Ascolta su Scanner
  • Giorno 11 – 21 novembre 2025
    Penultimo giorno a Belém: incendio in COP30, stalli politici e pressioni crescenti sul BAM e sull’uscita dai fossili.
    Leggi l’articolo
  • Giorno 10 – 20 novembre 2025A Belém 85 Paesi spingono per uscire dai fossili, mentre Italia e Polonia frenano. La COP30 è al bivio, il tempo è adesso.
  • Leggi l’articolo / Ascolta su Scanner
  • Giorno 9 – 19 novembre 2025
    Belém rilancia la lotta globale ai fossili: la Colombia guida un fronte che vuole uscire davvero dal modello che brucia il pianeta.
    Leggi l’articolo / Ascolta su Scanner
  • Giorno 7 – 17 novembre 2025
    Belem in rivolta: popoli indigeni e movimenti sociali spingono per una COP30 che dica finalmente basta ai fossili.
    Leggi l’articoloAscolta su Scanner
  • Giorno 6 – 15 novembre 2025
    Anche quest’anno i dati sulla presenza dei lobbisti Gas&Oil alla conferenza di Belém sono alti: su ogni 25 persone accreditate al vertice, uno è un lobbista dei combustibili fossili, in totale sono oltre 1600.
    Leggi l’articolo
  • Giorno 5 – 14 novembre 2025
    Il TFFF entra nella Cupula tra promesse e contraddizioni: fondi incerti, debiti in aumento e movimenti che denunciano l’ennesima falsa soluzione verde.
    Leggi l’articoloAscolta su Scanner
  • Giorno 4 – 13 novembre 2025
    A Belém la protesta indigena irrompe nella COP30 e svela le contraddizioni del Brasile fossile. Intanto la Cupula esplode di mobilitazioni globali.
    Leggi l’articolo /Ascolta su Scanner

 

  • Giorno 3 – 12 novembre 2025
    Adattamento al centro della COP30, ma i fondi restano insufficienti. A Belém arrivano movimenti e comunità indigene: la vera pressione viene dai territori.
    Leggi l’articolo / Ascolta su Scanner
  • Giorno 2 – 11 novembre 2025
    Lula parla di disuguaglianze alla Cop30, ma il Brasile continua a spingere sul fossile. A Belém torna al centro il nodo tra clima e ingiustizia.
    Leggi l’articolo / Ascolta su Scanner
  • Giorno 1 – 10 novembre 2025
    Dalla Cop30 alla Cúpula dos Povos: a Belém si apre la sfida per la giustizia climatica tra responsabilità globali, diritti dei popoli e resistenza dei territori.
    Leggi l’articolo / Ascolta su Scanner

Articoli di approfondimento alla COP30

  • Cosa resta della Cop30, la battaglia per il clima e i diritti è ancora lunga – 24 novembre 2025
    Marica Di Pierri e Laura Greco su Domani – COP30 fallisce su fossili e foreste, ma il Bam e il blocco dei 82 paesi per l’uscita dal fossile aprono spiragli di lotta e nuove alleanze.
    Leggi l’articolo
  • Sulla fine dei lavori della COP30 – 24 novembre 2025
    Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Cosa è successo alla 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici? Quali sono le grandi vittorie? Quali le sconfitte?
    Guarda la diretta
  • La tabella della discordia – cos’è successo alla COP30 – 23 novembre 2025
    Laura Greco su Radio24 – COP30 a Belém annuncia impegni su energia, foreste e adattamento, ma senza una vera uscita dal fossile restano promesse vuote da incalzare con lotte dal basso.
    Ascolta su Il Sole 24 ore
  • “A resposta somos nós”. Ma alla COP30 le richieste dei popoli indigeni non fanno breccia – 23 novembre 2025
    Laura Greco su EconomiaCircolare.com – Alla COP30 le voci indigene restano ai margini mentre la foresta corre verso il punto di non ritorno. Senza giustizia, non c’è futuro.
    Leggi l’articolo
  • La “Dichiarazione di Belém” e il multilateralismo del phase out dai fossili spinto dal basso – 21 novembre 2025
    Laura Greco su Altreconomia – Da Belém arriva una spinta dal basso per uscire dai fossili: governi e movimenti uniscono le voci per un phase out reale, giusto, globale.
    Leggi l’articolo
    • Cop30: senza il Gender action plan ogni azione climatica è limitata – 21 novembre 2025
      Marica Di Pierri e Laura Greco su Valori – Nonostante le ambiziose premesse il Gender action plan ha trovato diversi ostacoli sui tavoli negoziali della Cop30

Leggi l’articolo

 

  • Alla Cop30 arrivano le storie di migrazioni climatiche – 21 novembre 2025

Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30, in vista delle negoziazioni finali, si parla del fenomeno crescente degli sfollamenti forzati dal cambiamento climatico.
Leggi l’articolo

  • Belém, la foresta degli indigeni si ribella a Lula – 20 novembre 2025
    Laura Greco su Il Manifesto – Le nazionalità dell’Amazzonia denunciano l’inagibilità politica alla Cop e chiedono una mobilitazione internazionale guidata direttamente dai popoli indigeni per proteggere i loro territori e affrontare la crisi climatica alla radice
  • Alla Cop 30 i movimenti si riprendono la scena – 20 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Il Manifesto – Era dalla Cop 26 di Glasgow che non si vedeva così tanta società civile. Accanto al vertice ufficiale, in più di 50 mila hanno animato la «Cupula dos povos» per una svolta vera sul clima e i diritti
    Leggi l’articolo
  • COP30, BELÉM | Italiani in mobilitazione – 20 novembre 2025]
    Il Climate Pride in azione alla COP30: l? attivist? chiedono all’Italia una roadmap chiara e ambiziosa per uscire dai fossili.
    Leggi il comunicato
  • A Belém torna il protagonismo sociale – 19 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Collettiva – Alla Cop30 movimenti, organizzazioni, popoli e sindacati riacquistano centralità: proposte e campagne dal basso sono arrivate nelle stanze dei negoziati.
    Leggi l’articolo
  • Come procede la COP30 in Brasile? Intervista a Laura Greco da Bélem – 19 novembre 2025
    Laura Greco su Scienza e Pace Magazine – COP30 tra repressione, lobby fossili e resistenze indigene: la giustizia climatica la costruiscono i territori, non i negoziati.
    Leggi l’articolo
  • Lifegate dalla COP30 – 18 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Lifegate – Dalla COP30 il racconto dell’inedita comunicazione tra dentro e fuori la COP, tra le richieste indigene e l’ambiguo governo di Lula.
    Ascolta su Lifegate
  • Il Fondo per le foreste e la falsa soluzione del biocapitalismo si ripropone alla Cop30 di Belém – 18 novembre 2025
    Laura Greco su Altreconomia – Il Tropical forests forever facility lanciato da Lula è l’ennesimo dispositivo finanziario che viene presentato come innovazione.
    Leggi l’articolo
  • Attivismo e giustizia climatica: se il diritto alla protesta diventa un reato – 17 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Valori.it – Alla Cop30 emerge un allarme globale: in molti Paesi il diritto alla protesta viene represso e l’attivismo ambientale è sempre più criminalizzato
    Leggi l’articolo
  • Alla Cop30 di Belèm il fondo per l’adattamento resta senza fondi – 17 novembre 2025]
    Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30 fallisce, per il terzo anno di fila, l’obiettivo di raccolta minima per finanziare l’adattamento dei Paesi del Sud globale.
    Leggi l’articolo
  • Massiccia partecipazione popolare a Belém – 16 novebre 2025
    Marica Di Pierri su L’aria Che Respiri – Alla Cúpula dos Povos tantissime voci per reclamare la fine dei combustibili fossili e una giustizia climatica guidata dai popoli, non dalle multinazionali.
    Ascolta su Radio Rai1
  • In diretta da Bele?m – Aggiornamenti sulla prima settimana di COP30 – 15 novembre 2025
    Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – In diretta da Belém, per raccontare in diretta i lavori della 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici. ?Foto di Oliver Ninja e Midia Ninja
    Guarda la diretta
  • Cop30: chi difende i combustibili fossili dentro i negoziati sul clima – 14 novembre 2025
    Marica Di Pierri per Altreconomia – Alla Cop30 un lobbista fossile ogni 25 delegat?: il vertice che dovrebbe chiudere l’era fossile continua a farsela scrivere da chi la profitta.
    Leggi l’articolo
  • Giustizia climatica, questa dimenticata – 13 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Il Manifesto – Il legame tra clima e disuguaglianze è ormai assodato. Ma dopo 30 anni di conferenze, i ricchi continuano a fare grandi affari con i fossili.
    Leggi l’articolo
  • L’adattamento secondo la COP30: “Adattarsi è sopravvivere” – 13 novembre 2025
    Marica Di Pierri per EconomiaCircolare.com – COP30 punta a rendere operativo il Global Goal on Adaptation, tra governance multilivello, indicatori, fondi insufficienti e necessità di giustizia climatica.
    Leggi l’articolo
  • La Cop30 in Brasile e le politiche industriali green – 11 novembre 2025
    Marica Di Pierri per Tutta La Città Ne Parla, Radio3 – È iniziata la Cop30 a Belém, 10 giorni in cui si discuterà su come trovare una via d’uscita alla deriva del cambiamento climatico nonostante le difficoltà politiche che ci circondano.
    Ascolta l’episodio
  • Road to Belém – 7 novembre 2025Marica Di Pierri per Valori.it – Verso la Cop30 di Belém, cosa aspettarci dal più importante appuntamento per salvare il clima della Terra? Diretta con Marica Di Pierri, Luca Lombroso, Giovanni Mori e Lorenzo Tecleme.
    Guarda la diretta
  • Da Parigi a Belém, i conti che non tornano – 6 novembre 2025
    Marica Di Pierri per Il Manifesto – Tra tensioni e fragili compromessi, i preparativi alla vigilia della Conferenza Onu. A che punto sono gli impegni nazionali di riduzione e i piani di adattamento dei singoli Paesi.
    Leggi l’articolo
  • A Sud a Belém alla Cop30 – 6 novembre 2025
    A Sud seguirà negoziati e mobilitazioni dalla COP30 di Belém, amplificando le voci dei movimenti per giustizia climatica e sociale.
    Leggi l’articolo
  • A Sud aderisce alla Global Call to Action della Cúpula dos Povos  – 5 settembre 2025
    Il 15 novembre scendiamo in piazza: basta disuguaglianze e razzismo ambientale, vogliamo giustizia climatica e un mondo dove la vita sia al centro.
    Leggi l’articolo
  • Vertice dei Popoli Verso la COP30: Manifesto Politico – 13 giugno 2025
    A Sud aderisce al Manifesto dei Popoli verso la COP30: un appello globale per giustizia climatica, anticapitalismo e democrazia dal basso.
    Leggi l’articolo

Racconteremo le negoziazioni

Per spiegare cosa accade davvero alla COP30, come si muovono i governi e quali interessi guidano le scelte sulla crisi climatica. Vi offriremo una copertura quotidiana per raccontarvi con le nostre parole e con uno sguardo critico, indipendente e radicale, vicino ai movimenti il dentro e fuori la Cop

Sveleremo le contraddizioni

Tra le promesse ufficiali e la realtà, mostrando lo scontro continuo tra lobby fossili e popoli che difendono la vita e i territori. Denunceremo le responsabilità smascherando la falsa transizione energetica e chi continua a inquinare mentre parla di sostenibilità con greenwashing e false soluzioni

Daremo voce alle comunità

Portando le loro storie, le lotte quotidiane e le alternative concrete alla devastazione ambientale, contro colonialismo ed estrazione. Ci collegheremo con l’Italia per connettere istanze e battaglie


INFO E CONTATTI

Per contatti e interviste con la delegazione:

Marica Di Pierri
maricadipierri@asud.net
55 21 967071220

Laura Greco
lauragreco@asud.net
+55 21 997673184

Estonia: quella bioraffineria è una minaccia

Posted by on 11:28 am in Notizie | Commenti disabilitati su Estonia: quella bioraffineria è una minaccia

Estonia: quella bioraffineria è una minaccia

[su Salva le Foreste] Un gruppo di associazioni ambientaliste estoni e la rete Environmental Paper Network hanno inviato una lettera all’azienda estone Est-For, riguardo il progetto di una gigantesca cartiera (ma la chiamano “bioraffineria” nel piccolo paese baltico. Se costruita, la biorefinery Est-For avrà una produzione annua di 700.000 tonnellate di pasta e consumerà da 2,5 a 4 milioni di metri cubi di legno all’anno per molti decenni.  Gli ambientalisti mettono in guardia i possibili investitori su un progetto che considerano controverso. • L’impianto sorgerà sul fiume Emajõgi, minacciandone la qualità delle acque e l’intero turismo della regione. • La cartiera richiederà 3-4 milioni di legname, una quantità che si aggira attorno a un quarto dell’intera produzione del paese: da dove verranno prelevate le fibre aggiuntive? Un ulteriore intensificazione delle sfruttamento delle foreste estoni rischia di danneggiare e ridurre gli stock di carbonio. • Non è chiaro su quali criteri sarà basata la valutazione dell’impatto ambientale (VIA). • C’è inoltre il rischio che la normativa ambientali che protegge le foreste sarà indebolita per consentire il rifornimento della cartiera. (Pubblicato il...

read more

La tutela penale dell’Ambiente in Italia, a che punto siamo

Posted by on 8:28 am in in Evidenza, Notizie | Commenti disabilitati su La tutela penale dell’Ambiente in Italia, a che punto siamo

La tutela penale dell’Ambiente in Italia, a che punto siamo

[di Anna Coluccia, Silvia Morrone e Angelica Tosi su Greenreport.it] In occasione del XXXI Congresso nazionale della società italiana di criminologia, pubblichiamo – in collaborazione con l’Università di Siena – un approfondimento dedicato all’ambiente, a firma di Anna Coluccia (ordinario di Criminologia presso l’Ateneo toscano e presidente del Congresso), Silvia Morrone e Angelica Tosi. La Legge n. 68 del 2015 per la prima volta ha introdotto nel Codice penale italiano un autonomo Titolo di “Delitti contro l’ambiente” – i cosiddetti ecoreati – andando così finalmente a configurare un diritto penale ambientale, limitato fin ad allora ad alcune contravvenzioni e pochissimi delitti (D.lgs n. 152/2006). Per cogliere la rilevanza della riforma è necessario comprendere come questo epocale mutamento normativo affondi le sue radici in una lunga evoluzione del pensiero e della sensibilità, non solo giuridici. Va detto, in primo luogo, che il legislatore penale, attraverso la costruzione di nuove fattispecie di reato, non crea solo un ulteriore strumento punitivo, ma prende una posizione ben precisa: criminalizza cioè una data condotta perché considerata offensiva di un bene giuridico protetto dall’ordinamento. Questo è il vero bandolo della matassa. Il diritto penale per molto tempo è rimasto inerte perché l’Ambiente ha stentato ad acquisire lo status giuridico di bene meritevole di protezione, capace di trasformare i comportamenti offensivi dello stesso in condotte degne di essere stigmatizzate. Ma perché tale riconoscimento non è avvenuto immediatamente? La spiegazione sta nel fatto che l’Ambiente non è un “valore naturale”, ovvero un bene degno di protezione ab origine, come lo è la vita o la salute. Allo stesso modo le condotte offensive del medesimo non possiedono un disvalore da sempre esistito e percepito tale dalla coscienza sociale, ma soltanto artificialmente costruito. Il primo importante passo nella direzione del riconoscimento dell’Ambiente come bene meritevole in se stesso di protezione è avvenuto a partire dagli anni ’80, attraverso leggi e sentenze della Corte Costituzionale che hanno tuttavia abbracciato un’interpretazione limitata ed utilitaristica dell’Ambiente: quest’ultimo poteva divenire meritevole di tutela nei limiti in cui si fosse rivelato strumentale a proteggere la persona. Allo stesso modo, la morale collettiva ha iniziato a percepire la dannosità sociale dei comportamenti lesivi o distruttivi dell’Ambiente solo quando ne ha intravisto i conseguenti effetti pregiudizievoli sull’essere umano. Un simile orientamento spiega perché la Magistratura fino al 2015, per incriminare le condotte più gravi di disastro ambientale, utilizzasse la categoria dei “delitti contro la pubblica incolumità” (intesa questa come integrità fisica di un numero indeterminato di persone), ed in particolare il reato di “disastro innominato” (art. 434 c.p.). L’applicazione di quest’ultimo delitto si pone in perfetta sintonia con un’interpretazione antropocentrica dell’Ambiente. Ai sensi del suddetto reato, infatti, la responsabilità penale sorgeva e sorge tuttora non per la mera compromissione in sé dell’Ambiente, ma solo se da questa derivi un pericolo, giudizialmente accertato, per la vita di più persone e quindi per l’essere umano. Proprio la difficoltà di accertare tale rapporto di causa-effetto tra l’evento distruttivo e la messa in pericolo di più persone ha condotto frequentemente a sentenze di assoluzione, di fatto rendendo inefficace il sistema punitivo. Ecco che, alla luce di tutto ciò, la riforma del 2015 acquisisce un peso rilevantissimo. Grazie ad essa esiste ora un autonomo nucleo di delitti che rende responsabile penalmente (e con pene severe) la condotta di chi compromette reversibilmente (reato di inquinamento) o irreversibilmente (reato di disastro ambientale) il...

read more

L’impatto del cambiamento climatico sulle antiche civiltà

Posted by on 8:28 am in Notizie | Commenti disabilitati su L’impatto del cambiamento climatico sulle antiche civiltà

L’impatto del cambiamento climatico sulle antiche civiltà

[su Greenreport] Come le eruzioni di vulcani in Islanda e Alaska hanno causato guerre e disordini in Egitto. Un nuovo studio,“Volcanic suppression of Nile summer flooding triggers revolt and constrains interstate conflict in ancient Egypt” pubblicato su  Nature Communications  da un team di ricercatori statunitensi e svizzeri, mette insieme paleoclimatologia – la ricostruzione del clima globale del passato – e l’analisi storica e mostra «un legame tra lo stress ambientale e il suo impatto sull’economia, sulla stabilità politica e sulla capacità di combattere nell’antico Egitto». Alla Yale University spiegano che il team dei ricercatori ha esaminato gli impatti idroclimatici e sociali in Egitto di una sequenza di eruzioni vulcaniche tropicali e alle alte latitudini lungo un arco temporale di 2500 anni e conosciute grazie ai dati raccolti nelle carote di ghiaccio. Gli scienziati si sono concentrati sulla dinastia Ptolemaica che ha regnato in Egitto dell’antico dal (305  al 30 aC, uno Stato che si era formato dopo le campagne di Alessandro Magno e famoso per la regina Cleopatra e per la grande biblioteca e il faro di Alessandria. Utilizzando un approccio interdisciplinare che combina le evidenze della modellazione climatica delle grandi eruzioni del XX secolo, le misurazioni annuali tra il 622 e il 1902 del livello estive del Nilo dell’Islamic Nilometer, il database umano della variabilità ambientale che si conosce da più tempo -, e le descrizioni della qualità delle inondazioni del Nilo trovate negli antichi papiri e nelle iscrizioni dell’epoca tolemaica, gli autori dimostrano come le grandi eruzioni vulcaniche abbiano influenzato il flusso del fiume Nilo, riducendo il livello delle inondazioni estiva essenziali per l’agricoltura. I risultati, pubblicati su Nature Communications , «dimostrano che l’integrazione di prove provenienti da scritti storici con i dati paleo climatici può far avanzare la nostra comprensione su  come funziona il sistema climatico e come i cambiamenti climatici hanno colpito le società umane». Il principale autore dello studio,Joseph Manning della School of Forestry & Environmental Studies della  Yale University, e William K. & Marilyn Milton Simpson, professore di storia e classica alla Yale, sottolineano che «Per coltivare i loro raccolti gli antichi egiziani dipendevano quasi esclusivamente dall’inondazione estiva del Nilo portata in Africa orientale dal monsone dell’est. Negli anni influenzati dalle eruzioni vulcaniche, l’inondazione del Nilo generalmente diminuiva, causando uno stress sociale che potrebbe aver scatenato disordini e aver avuto altre conseguenze e problemi politici ed economici». Un altro autore dello studio, Francis Ludlow  dello Yale Climate & Energy Institute e del  Department of History della Yale che ora lavora al Trinity College di Dublino,  dice che «Il motivo della riduzione delle inondazioni del Nilo è dovuto al fatto che le eruzioni vulcaniche possono rovinare il clima iniettando gas solforosi nella stratosfera, Questi gas reagiscono formando aerosol che rimangono nell’atmosfera in concentrazioni decrescenti per uno o due anni, riflettendo la radiazione solare in entrata dallo spazio. Questi aerosol vulcanici possono influenzare l’idroclima globale. La riduzione delle temperature superficiali può portare ad una riduzione dell’evaporazione dai corpi idrici, riducendo così la piovosità. Se gli aerosol vengono dispersi principalmente nell’emisfero settentrionale, il raffreddamento più elevato in questo emisfero può anche diminuire il riscaldamento estivo che guida la migrazione nordica dei venti del monsone sull’Africa fino agli altopiani etiopici dove il Nilo Blu viene alimentato dai  suoi alluvioni estivi». Dato che l’epoca tolemaica è uno dei periodi più documentati dell’antico Egitto, si conoscono con certezza...

read more

C’è un ‘buco’ in Antartide grande quanto il Portogallo

Posted by on 8:17 am in Notizie | Commenti disabilitati su C’è un ‘buco’ in Antartide grande quanto il Portogallo

C’è un ‘buco’ in Antartide grande quanto il Portogallo

[di Matteo Marini su La Repubblica Ambiente] Gli esperti: si tratta della polynya di Weddell, un’area di mare circondata dai ghiacci, causata da correnti calde che risalgono verso la superficie. Osservata per la prima volta negli anni 70. Un fenomeno frequente, che non sembra collegato ai cambiamenti climatici. In Antartide si è aperto un grosso ‘buco’, un pezzo di oceano grande quanto il Portogallo. Una specie di lago gigantesco in mezzo al ghiaccio, a centinaia di chilometri dal bordo della banchisa. È stato osservato, tra gli altri, dai satelliti del Noaa e della Nasa, proprio come 40 anni fa, quando fu scoperta sempre in quel punto una formazione analoga. Secondo gli scienziati si tratta di una polynia, un’area di mare navigabile circondata dai ghiacci, frequente anche nell’Artico. La sua formazione è dovuta a un fattore in particolare: “La polynya si forma quando una corrente di acqua più calda risale sciogliendo il ghiaccio marino – spiega Massimo Frezzotti, ricercatore dell’Enea, esperto di Antartide – è un fenomeno con un meccanismo conosciuto, anche per queste dimensioni, che possono sembrare considerevoli”. Anche il fatto che si trovi così distante rispetto al confine della banchisa con l’oceano non sembra essere degno di nota. “A differenza di questa, le polynye vicino alla costa si formano da venti catabatici provenienti dal polo che allontanano il ghiaccio di formazione recente” continua Frezzotti. Riapparsa dopo 40 anni. Le immagini dei primi satelliti per l’osservazione della Terra, a metà degli anni 70, sono le prime testimonianze della cosiddetta Weddel Polynya. Il termine deriva dal russo e si riferisce proprio a un ‘buco’ nel ghiaccio marino. Questa, che si trova appunto nel mare di Weddell, ha superato gli 80.000 chilometri quadrati di superficie ma tra il 1974 e il 1976 aveva raggiunto i 250.000 chilometri quadrati, quasi quanto l’Italia intera. Come rilevato dal National snow and ice data center di Boulder, in Colorado, negli ultimi quindici anni era riapparsa ma sempre con un’estensione limitata. “Questi dati, evidenziati dal centro di Boulder, ci dicono che non siamo di fronte a niente di eccezionale, se poi evolverà in maniera differente per cause che non conosciamo bisognerà vedere. Per ora è ad appena un terzo della sua estensione massima mai osservata” conlude Frezzotti. Non solo sembra non essere un fenomeno preoccupante, dunque, ma potrebbe essere anche utile, un po’ come il Passaggio Nordovest, per la ricerca: “È una cosa piuttosto frequente in Antartide – sottolinea Carlo Barbante, direttore dell’Istituto dinamica processi ambientali del Cnr e professore all’università Ca’ Foscari di Venezia – anche così lontano dal limite dei ghiacci marini non è un fenomeno anormale e non sembra collegato ai cambiamenti climatici. Anzi, sono zone molto importanti dal punto di vista naturale, per regolamentare il clima e molto produttive dal punto di vista biologico per quanto riguarda il krill, il fitoplancton e lo zooplancton”. Infine, soprattutto le polynye costiere, sono da tempo utilizzate per la navigazione: “Contiamo di sfruttare proprio una di queste polynye per trasportare un esperimento scientifico del Cnr alla base francese di Dumont d’Urville, che si trova vicina a un’altra di queste polynye” conclude Barbante. (Pubblicato...

read more

Economia circolare e conflitti ambientali: nessi e cause

Posted by on 7:55 am in Notizie | Commenti disabilitati su Economia circolare e conflitti ambientali: nessi e cause

Economia circolare e conflitti ambientali: nessi e cause

[di Lea Salvatore su GreenPlanner Magazine] Esiste un nesso tra economia circolare e gestione dei conflitti ambientali? Apparentemente lontani tra di loro i due paradigmi non solo rientrano negli obiettivi europei per lo sviluppo sostenibile, ma sono anche concetti che si focalizzano sulla gestione della scarsità delle risorse che inevitabilmente genera conflitti (da gestire adeguatamente anche proprio per tutelare tali risorse). Il tema è emerso con forza durante un workshop organizzato dall’Ufficio d’Informazione del Parlamento Europeo di Milano. La sfida dell’economia circolare è quella di incrementare l’arsenale di materiali di produzione sostituendo le risorse naturali (esauribili) con le cosiddette materie prime-seconde, ovvero dando nuova vita a materiali già usati riciclandoli, riutilizzandoli. Questi due paradigmi sono quindi, in realtà, intrinsecamente legati nella sfida alla razionalizzazione delle risorse naturali in modo efficiente. Economia circolare e conflitti ambientali: la produzione rigenerativa aiuta l’ambiente Durante il workshop è stato più volte sottolineato come l’economia circolare sia un sistema di produzione rigenerativo, in cui l’entrata delle risorse e le perdite di rifiuti, emissioni e energia vengono minimizzate. Ciò può essere ottenuto attraverso una progettazione, una manutenzione, una riparazione, un riutilizzo, una ristrutturazione e un riciclaggio di lunga durata. Bruno Marasà, direttore dell’Ufficio d’Informazione a Milano del Parlamento Europeo, ha ribadito che l’economia circolare non è solo una sistema di produzione, ma anche una filosofia che ha acquisito rilevanza legale. Infatti, data la sua pervasività nell’agenda politica EU ha acquisito peso giuridico e dato il via a una riorganizzazione economica generale, che comprende anche le norme che la regolano. La gestione non contenziosa dei conflitti ambientali, invece, riguarda la risoluzione di conflitti ambientali senza ricorrere alla corte. Veronica Dini, avvocato, presidente dell’Associazione Circola, nonché coordinatrice del progetto La mediazione dei conflitti ambientali, identifica questo genere di conflitti come sociale, sorto attorno a cause di carattere ambientale. Tali cause possono essere di diversa natura: politiche produttive o estrattive, progetti infrastrutturali, progetti di smaltimento o trattamento dei rifiuti, politiche commerciali o finanziarie nazionali o sovranazionali. Per gestire in modo efficace e soddisfacente tali problematiche parliamo principalmente di mediazione ambientale, in quanto strumento ben avviato presso la Camera Arbitrale di Milano. Saranno infatti molti i conferenzieri chiamati che hanno contribuito o partecipato al progetto di lancio sopracitato sviluppato a Milano tra il 2015 e il 2016. Molti spunti sono stati portati in questa direzione dai conferenzieri, eterogenei per background e specializzazione. Il professor Pier Paolo Roggero, agronomo dell’Università di Sassari, ha presentato il metodo Rasgioni, strumento per la risoluzione alternativa delle controversie. Nel quadro del progetto La Rasgioni: il tribunale della siccità, questo strumento è stato applicato alla risoluzione di controversie ambientali sarde legate al cambiamento climatico. La Rasgioni esisteva in Gallura fino a circa mezzo secolo fa e l’idea del progetto è quella di riproporre questo modello per promuovere un confronto pubblico su un tema di attualità e con l’intento di sensibilizzare verso temi poco percepiti come i cambiamenti climatici, il consumo e il degrado del territorio, le connessioni nascoste tra pratiche quotidiane e il deterioramento delle risorse. La Rasgioni ha visto a confronto da una parte le Istituzioni competenti (ENAS, EGAS, Comune di Sassari, Consorzi di bonifica, Abbanoa, Agenzie Regionali, Assessorati regionali, Università, Provincia di Sassari, Genio Civile) e dall’altra Imprenditori e Associazioni (Coldiretti, Confagricoltura, CIA) agricoltori, commercianti, industriali, ambientalisti. Da un altro campo di ricerca,...

read more

Pando, a rischio il più grande essere vivente del pianeta

Posted by on 8:18 am in Notizie | Commenti disabilitati su Pando, a rischio il più grande essere vivente del pianeta

Pando, a rischio il più grande essere vivente del pianeta

[di Marco Angelillo su La Repubblica Ambiente] Alberi su 42 ettari di superficie, più di 6.600 tonnellate di peso stimato. Non è solo una delle foreste più belle degli Stati Uniti, è un vero e proprio unicum biologico. È costituito da 40mila alberi di pioppo tremulo che costituiscono una colonia di cloni geneticamente identici, nati dalle radici di un comune antenato. Pando è in pericolo. Il più grande e pesante essere vivente del pianeta, 42 ettari di superficie, più di 6.600 tonnellate di peso stimato, rischia grosso. Vive negli Stati Uniti dove il governo Trump ha deciso di eliminare molti vincoli ambientali nelle aree protette: via il divieto di costruire, caso per caso si potranno concedere permessi di edificazione anche nelle riserve naturali e nei siti considerati patrimonio nazionale. Possibile anche la concessione di permessi per aprire attività industriali. Ma Pando – il nome deriva dal verbo latino pandere, estendersi, espandersi – non è solo una delle foreste più belle degli States, è un vero e proprio unicum biologico. Stiamo parlando di 40mila alberi di pioppo tremulo (Populus tremuloides) che costituiscono una colonia di cloni geneticamente identici, nati dalle radici di un comune antenato in un arco temporale lunghissimo: 80mila anni. Noto anche come Trembling giant (gigante tremante), si trova nello Utah, all’interno della foresta nazionale di Fishlake e ora trema davvero. “Se cade il dogma della protezione totale”, è l’allarme lanciato dal botanico Stefano Mancuso dell’università di Firenze, “rischiamo una forte riduzione dell’organismo vivente, che ha già i suoi problemi di sopravvivenza. Perché ogni azione dell’uomo può avere conseguenze non previste sulla vita di un vegetale”. Il bosco è cresciuto grazie a una serie di eventi e condizioni favorevoli, ma sembra che ora la fortuna si stia girando dall’altra parte. Durante la sua esistenza, per esempio, ha subito numerosi incendi che non hanno distrutto il suo apparato radicale, ma che sono risultati sufficienti a impedire la proliferazione delle conifere che avrebbero potuto fare ombra ai polloni di pioppo. Il controllo degli incendi da parte dell’uomo, però, un’azione apparentemente positiva, ha contribuito indirettamente al rallentamento della riproduzione dei pioppi. Secondo il parere dell’ecologo Paul Rogers dell’Università dello Utah, “la proliferazione di Pando è messa a rischio”. Molti degli alberi della colonia stanno raggiungendo la fine del loro ciclo vitale o soffrono per la presenza di insetti e altri parassiti, i nuovi getti fanno fatica a svilupparsi. Per salvaguardare la colonia, Rogers ha provato a recintarne alcune aree, in modo da impedire a cervi e alci di cibarsi dei giovani polloni, e a rimuovere le altre piante che possono soffocarne la crescita. La strategia sembra dare buoni risultati: dopo tre anni nelle aree recintate si è notata una presenza di giovani alberi otto volte superiore al resto della colonia. Tutte le cure sarebbero vane, se sciaguratamente anche solo una parte del bosco venisse tagliata: il fragile equilibrio di Pando ne risentirebbe in maniera probabilmente definitiva. Ma oltre al gigante tremante, anche tutti gli altri monumenti naturali Usa sono in pericolo. Il quotidiano inglese The Guardian ha stilato una lista di 10 siti d’importanza nazionale che potrebbero essere ridimensionati a causa di un decreto del Segretario dell’interno Ryan Zinke, che consente attività come l’estrazione mineraria, il prelievo di legname e il pascolo. Le associazioni ambientaliste hanno promesso azioni legali per contrastare eventuali alterazioni delle aree protette, ma l’allerta è ormai generale: se...

read more

Pesticidi nel 75% del miele mondiale

Posted by on 3:21 pm in Notizie | Commenti disabilitati su Pesticidi nel 75% del miele mondiale

Pesticidi nel 75% del miele mondiale

[di Maria Rita D’Orsogna su Comune-info] È uno studio appena pubblicato su Science ed eseguito da un gruppo di scienziati dell’Università di Neuchatel in Svizzera guidato da Edward Mitchell, biologo. Le conclusioni sono inquietanti: i tre quarti del miele prodotto in tutto il mondo contiene tracce di pesticidi, ben pochi sono gli angoli del pianeta esenti da questo tipo di inquinamento. Mitchell e i suoi colleghi hanno analizzato duecento campioni di miele alla ricerca di pestidici, quelli più comuni sono chiamati neo-nicotinoidi e contengono composti chimici simili alla nicotina. Chi li ha inventati? La Shell, ditta petrolifera, negli anni Ottanta, poi seguiti dalla Bayer. Fra queste sostanze c’è la cosiddetta Imidacloprid che in questo momento è l’insetticida più usato del mondo. Già a partire dalla fine degli anni Novanta si puntò il dito contro questi neo-nicotinoidi per i loro impatti ambientali. Si collegò subito l’uso di questi insetticidi al Colony collapse disorder (Ccd), cioè la moria di api, e alla perdita successiva di animali più grandi, come per esempio gli uccelli, a causa della riduzione degli insetti che rappresentavano il loro cibo. In Europa in questo momento esiste un divieto parziale contro alcuni di questi neo-nicotinoidi, dal 2013. In questo studio Mitchell trova che: nel Nord America, l’86 per cento dei campioni è inquinato dai neo-nicotoidi; in Asia, l’80 per cento; in Europa il 79 per cento; in Africa il 73 per cento; in Australia il 71 per cento; in Sud America il 57 per cento. Di questi campioni la maggior parte conteneva almeno due i più neo-nicotoidi e il 10 percento dei campioni aveva quattro tipi diversi di inquinanti. Che effetti ha questa roba sulla salute umana? Forse non più di quanto possa causare una mela contaminata da quattro tipi di pesticidi diversi. Ma il problema è molto più grave per le api stesse, perché le api usano il miele per cibarsi durante i periodi invernali senza fiori. Circa un terzo dei campioni, cioè quasi tutti quelli contaminati da pesticidi, avevano concentrazioni di neo-nicotoidi dannosi alle api. ARTICOLO CORRELATO Le api possono salvare il mondo Il consumo di neo-nicotoidi porta a problemi di apprendimento e di memoria nelle api, che fa si che si confondano quando cercano cibo e si organizzano tutte assieme per andare verso zone con cibo abbondante. Oltre ai problemi nella ricerca di cibo, e anche se le concentrazioni di pesticidi non sono letali, l’esposizione ai neo-nicotoidi porta a danni alla crescita delle api, al sistema immunitario, al sistema neurologico, riproduttivo e respiratorio. La regina può ammalarsi e non sopravvivere e questo a volte porta al collasso dell’intera colonia di api. È tutto esagerato? Beh, non proprio. Nel 2014, uno studio a livello mondiale di neo-nicotinoidi concluse che l’uso di questi pesticidi stava avendo gravi impatti sulla produzione di cibo. La conclusione fu che “the consequences are far reaching and cannot be ignored any longer“. Senza api non c’è l’impollinazione. Senza impollinazione non c’è l’agricoltura cosi come la conosciamo. (Pubblicato il 11/10/...

read more

PACC – Piano di adattamento ai cambiamenti climatici (Abruzzo)

Posted by on 8:21 am in in Evidenza, Ricerca | Commenti disabilitati su PACC – Piano di adattamento ai cambiamenti climatici (Abruzzo)

PACC – Piano di adattamento ai cambiamenti climatici (Abruzzo)

I cambiamenti climatici rappresentano una delle più grandi sfide che governi, enti territoriali, istituzioni internazionali e popolazioni sono chiamati ad affrontare. Per fare fronte a questa complessa sfida, le azioni da intraprendere vanno dal contrasto alle cause dell’innalzamento della temperatura globale, alla predisposizione di piani di adattamento che minimizzino gli impatti dei cambiamenti climatici e sostengano le capacità resilienti dei territori. Seguendo l’urgenza di predisporre, a livello nazionale, regionale e locale piani di adattamento ai cambiamenti climatici, più volte affermata dall’Unione Europea che ne chiede l’integrazione nelle diversi fasi decisionali delle politiche pubbliche e di pianificazione territoriale, il CDCA in collaborazione con la Regione Abruzzo e Climalia, ha avviato il progetto PACC Abruzzo. Il territorio abruzzese, a causa delle sue intrinseche caratteristiche orografiche, territoriali e socioeconomiche e della sua ubicazione, è una delle regioni dell’intero territorio italiano con la più alta vulnerabilità ai cambiamenti climatici. Ciò è dovuto al fatto che la regione è caratterizzata dalla più alta diversità climatica dell’Italia peninsulare, passando dal clima temperato-caldo della fascia costiera al temperato freddo dei maggiori rilievi appenninici. Il progetto PACC Abruzzo – Piano di Adattamento ai Cambiamenti Climatici della Regione Abruzzo ha come primo impegno la formulazione di un profilo climatico della Regione Abruzzo dal quale poi sviluppare un piano di adattamento specifico per la Regione Abruzzo. Per la formulazione di un piano di adattamento che sia efficace è assolutamente indispensabile il coinvolgimento delle varie parti interessate. Il PACC Abruzzo intende assicurare, a tal fine, un processo attivo di partecipazione degli stakeholder. Il loro coinvolgimento, infatti, garantirà l’identificazione di capacità resilienti al fine di favorire la loro sistematizzazione nella futura strategia. In questo modo si potranno assicurare elevati livelli di accoglienza delle strategie di adattamento, oltre che il coinvolgimento e impegno dell’intera società. Visita il sito della Regione Abruzzo PARTNERS Regione Abruzzo Climalia FINANZIAMENTI Il progetto è finanziato dalla Regione Abruzzo Finanziamento totale: 37500€ AVVIO PROGETTO Ottobre 2015 Vai alla pagina degli incontri 1° Incontro: scarica qui la locandina. 2° Incontro: scarica qui la locandina. 3° Incontro: scarica qui la locandina. 4° Incontro: scarica qui la locandina. 5° Incontro: scarica qui la...

read more

Rifiuti e urbanizzazione nelle città africane

Posted by on 8:00 am in Notizie | Commenti disabilitati su Rifiuti e urbanizzazione nelle città africane

[su greenreport.it] Nei Paesi africani mancano le infrastrutture e la capacità di riciclare i rifiuti. Alla seconda edizione dell’Africa Engineering Conference dell’Unesco, in corso fino al 29 settembre a Kigali, la capitale del Rwanda, il dibattito ruota attorno al tema “Effective Waste Management in Africa”: è stato sottolineato che «l’urbanizzazione delle città africane in rapida crescita esercita una pressione considerevole sulle economie del continente in termini di rifiuti solidi, il che necessita l’adozione delle tecnologie appropriate, la maggior parte delle quali non sono disponibili in Africa». Secondo la Banca mondiale, le città del mondo nel 2012 producevano 1,3 miliardi di tonnellate di rifiuti solidi, cioè in media 1,2 kg al giorno per ogni loro abitante (anche se è molto difficile capire quanti sono davvero gli esseri umani che vivono nelle megalopoli del pianeta). A causa della rapida crescita della popolazione e dell’urbanizzazione nel mondo, la produzione di rifiuti solidi urbani nel 2025 dovrebbe aumentare a 2,2 miliardi di tonnellate. L’Africa Engineering Conference punta a promuovere l’ingegneria professionale in Africa per portare alla crescita delle infrastrutture e Aime Muzola, amministratore della ater and Sanitation Corporation Authority del Rwanda, ha evidenziato che «i Paesi africani devono adottare una serie di tecnologie appropriate che li aiuteranno a trasformare i rifiuti in risorse riutilizzabili». Poi, tutto il mondo è paese, se l’è presa con il debolissimo movimento ambientalista africano: «Il rifiuto di pratiche comuni di gestione dei rifiuti in Africa da parte dei difensori dell’ambiente ha reso l’eliminazione di diversi lotti di rifiuti nelle città ben più complicata». Muzola si è scordato però le battaglie ambientaliste e comunitarie contro le navi dei veleni che scaricano in Africa gli scarti dell’iperconsumismo occidentale o le lotte contro le enormi discariche incontrollate rimpinguate dai governi africani. Alla conferenza partecipano oltre 1.000 rappresentanti di governi, consulenti Ong e associazioni di ingegneri africane e internazionali e, intervenendo alla presentazione dei “Documenti sulla gestione dei rifiuti solidi e liquidi”, gli esperti hanno sottolineato «l’incapacità dei Pesi africani fare un buon uso dei loro rifiuti riciclandoli, rappresenta uno dei veri problemi per la gestione dei rifiuti nel continente». (Pubblicato il...

read more

I veleni del Pfas, cosa sono e perché minacciano l’ambiente

Posted by on 9:13 am in Notizie | Commenti disabilitati su I veleni del Pfas, cosa sono e perché minacciano l’ambiente

I veleni del Pfas, cosa sono e perché minacciano l’ambiente

[di Davide Michielin su La Repubblica] Si chiamano PFAS. Servono per cerare giacconi e proteggere smartphone, per fabbricare le pellicole antiaderenti delle padelle, la carta da pizza, la sciolina dei fondisti. L’acronimo, divenuto tristemente famoso per la diffusa contaminazione ambientale che da almeno quarant’anni avvelena le falde del Veneto occidentale, indica le cosiddette sostanze perfluoroalchiliche. Si tratta di una classe di composti chimici utilizzati in campo industriale per la loro capacità di rendere i prodotti impermeabili all’acqua e ai grassi. Impiegati fin dagli Anni ’50 nella filiera di numerosi prodotti commerciali, come tappeti, pelli, ma anche nel rivestimento dei contenitori per il cibo, l’utilizzo più noto è probabilmente nel rivestimento antiaderente delle pentole da cucina e nella produzione di tessuti tecnici. Sono costituiti da una catena alchilica idrofobica completamente fluorurata che può essere di varia lunghezza. Questa struttura chimica fornisce alle molecole elevata stabilità termica e chimica, rendendoli resistenti alla maggioranza dei processi naturali di degradazione, sia aerobica sia anaerobica, comprese fotolisi e idrolisi. I Pfas si accumulano nell’ambiente e, attraverso l’acqua e gli alimenti, anche negli organismi viventi, uomo compreso, risultando tossici ad alte concentrazioni (sulla questione tossicità, però, non vi è letteratura univoca). Come quelle decisamente alte misurate nei prelievi di sangue della popolazione di alcuni comuni del Vicentino. La capacità di accumularsi non si limita infatti ad acqua e suolo, ma prosegue anche negli organismi. Risalendo la catena alimentare, la concentrazione dei Pfas aumenta di organismo in organismo, in un processo noto come magnificazione o bioamplificazione. E dalle coltivazioni al bestiame raggiungono infine il nostro piatto. I Pfas più diffusi sono l’acido perfluoroottanoico (Pfoa), il quale ha numerose applicazioni sia industriali sia commerciali. Un altro esempio è l’acido perfluorottanosulfonato (Pfos), impiegato nelle schiume degli estintori. Sebbene non sia stata finora dimostrata una definitiva correlazione, Pfoa e Pfos sono ritenuti fattori di rischio per un’ampia gamma di patologie, non ancora del tutto delimitate. Si tratta di interferenti endocrini, in grado cioè di alterare la sintesi di ormoni, compromettendo la crescita e riducendo la fertilità. Ma i Pfas sono inoltre sospettati di interferire nella comunicazione intercellulare, aumentando così il rischio di sviluppare tumori. Tra le patologie la cui causa potrebbe essere attribuita all’esposizione prolungata a queste sostanze, vi sono tumori ai reni e ai testicoli, ma anche malattie della tiroide, ipertensione in gravidanza e colite ulcerosa. Alcune ricerche suggeriscono inoltre un incremento delle patologie fetali e gestazionali nelle aree più esposte alla contaminazione: diabete gestazionale, neonati sotto peso e altre malformazioni congenite. (Pubblicato il...

read more