CDCA e A Sud alla COP30 a Belém

La voce di A Sud dalla COP30 di Belém (Brasile) e le iniziative in Italia

Dal 10 al 21 novembre 2025 saremo a Belém, in Brasile, per partecipare come osservatori alla 30° Conferenza delle Nazioni Unite sul Clima. Racconteremo quanto avviene dentro e fuori le negoziazioni, porteremo e raccoglieremo le voci dei territori in lotta contro l’estrattivismo, contro il greenwashing e per una transizione ecologica realmente giusta.

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L’agenda della COP30

A Belém si discuteranno e valuteranno gli NDCs, i nuovi impegni climatici nazionali che stabiliscono gli obiettivi di riduzione delle emissioni di ogni paese. Accanto alla mitigazione, l’adattamento sarà uno dei temi centrali attraverso il Global Goal on Adaptation (GGA) e i nuovi Piani nazionali di adattamento. Un altro capitolo chiave sarà quello della finanza per il clima. Tra i punti principali il nuovo obiettivo di finanziamento (NCQG), che punta ad aumentare il sostegno ai Paesi in via di sviluppo da 100 a 300 miliardi di dollari l’anno, e la Roadmap Baku-Belém, che traccia un percorso per mobilitare almeno 1.300 miliardi di dollari l’anno entro il 2035.

Temi cruciali, che si scontrano con uno scenario geopolitico ostile, segnato dal negazionismo climatico, dai venti di guerra, dalla corsa al riarmo e dalla violenza istituzionale.  Non è un caso che in gioco a Belém ci sia più che mai la credibilità della diplomazia climatica e la sua capacità di tradurre le intenzioni in impegni concreti.

La Cupula dos povos

La Cúpula dos Povos è il grande incontro dei movimenti sociali e delle comunità che vivono in prima linea la crisi climatica. Nata nel 1992 come risposta critica alle negoziazioni ufficiali, propone un’alternativa fondata su giustizia climatica, sociale e ambientale, solidarietà e saperi ancestrali.

Dal 12 al 16 novembre 2025, in concomitanza con la COP30 di Belém, riunirà popoli indigeni, comunità quilombola e tradizionali, giovani e lavorator? in marce, dibattiti e azioni culturali.

La Cúpula mette al centro vite, diritti e territori, non statistiche: unisce chi costruisce ogni giorno soluzioni reali, dall’agroecologia alla difesa dei beni comuni, per spingere i governi ad adottare politiche di vera giustizia climatica.

Dichiarazione della Cupula Dos Povos

Perché A Sud e CDCA alla COP?

Nelle Cop si riuniscono i governi dei 197 Paesi che hanno ratificato la Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (UNFCCC), firmata a Rio de Janeiro nel 1992. Ma la COP30 non è solo un vertice diplomatico: è il terreno di confronto (e di scontro) tra attori diversi e diverse visioni del mondo. Da una parte il business as usual che trasforma la crisi climatica in profitto, dall’altra movimenti e territori che lottano per giustizia climatica, autodeterminazione e diritti della Natura.
La COP30 si terrà nel cuore dell’Amazzonia, a Belém do Pará, in Brasile. Non è un dettaglio geografico ma una scelta politica: è nel Sud globale che l’ingiustizia climatica colpisce più duramente mentre il Nord globale continua a negoziare emissioni e interessi fossili.
Qui non si decide solo il futuro del clima: si decide chi avrà diritto a un futuro.

Per raccontare cosa c’è in gioco, e come finisce la partita.

Andiamo alla COP per osservare da vicino i negoziati, capire quali equilibri politici e di potere si stanno ridefinendo, e portare la prospettiva dei territori e dei movimenti che chiedono giustizia climatica.
La partecipazione di A Sud e CDCA serve a connettere le lotte locali con quelle globali, rafforzare alleanze internazionali e raccontare – con sguardo indipendente e critico – come la diplomazia climatica sta affrontando, o eludendo, le proprie responsabilità.
Perché solo intrecciando voci e resistenze dal basso possiamo costruire un futuro giusto per tutt?.

Per costruire e rafforzare alleanze internazionali

Svolgere la COP in Brasile è un segnale che conta: significa rimettere al centro chi la crisi climatica la subisce davvero. Andiamo a Belém per stare con i movimenti globali per la giustizia climatica. In America Latina oggi si gioca una partita enorme: conflitti ambientali, estrattivismo, repressione, lotte indigene e popolari che resistono da decenni. Con tante realtà — dalla Colombia alla Bolivia, fino all’Amazzonia — abbiamo già lavorato, fatto campagne, costruito ponti. Lì ritroviamo compagn? con cui condividiamo visioni e pratiche.

Per portare una visione radicale dentro la COP

Sì, probabilmente sarà l’ennesimo flop diplomatico. Ma proprio per questo dobbiamo esserci, per non lasciare quei tavoli alle lobby fossili e ai governi che parlano di transizione mentre trivellano.
Da dentro vedi meglio le dinamiche, le crepe, le possibilità di alleanze e di conflitto.
Andiamo per portare la prospettiva della giustizia climatica e delle lotte dal basso, che legano crisi climatica, razzismo, patriarcato e disuguaglianze. La COP non è un punto d’arrivo: è un passaggio. Il resto si fa fuori, insieme, ogni giorno.


Diario dalla COP30

  • Giorno 12 – 24 novembre 2025
    Belém svela il fallimento della diplomazia climatica, ma apre spiragli: una roadmap anti-fossile e nuove alleanze per la giustizia.
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  • Giorno 11 – 21 novembre 2025
    Penultimo giorno a Belém: incendio in COP30, stalli politici e pressioni crescenti sul BAM e sull’uscita dai fossili.
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  • Giorno 10 – 20 novembre 2025A Belém 85 Paesi spingono per uscire dai fossili, mentre Italia e Polonia frenano. La COP30 è al bivio, il tempo è adesso.
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  • Giorno 9 – 19 novembre 2025
    Belém rilancia la lotta globale ai fossili: la Colombia guida un fronte che vuole uscire davvero dal modello che brucia il pianeta.
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  • Giorno 7 – 17 novembre 2025
    Belem in rivolta: popoli indigeni e movimenti sociali spingono per una COP30 che dica finalmente basta ai fossili.
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  • Giorno 6 – 15 novembre 2025
    Anche quest’anno i dati sulla presenza dei lobbisti Gas&Oil alla conferenza di Belém sono alti: su ogni 25 persone accreditate al vertice, uno è un lobbista dei combustibili fossili, in totale sono oltre 1600.
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  • Giorno 5 – 14 novembre 2025
    Il TFFF entra nella Cupula tra promesse e contraddizioni: fondi incerti, debiti in aumento e movimenti che denunciano l’ennesima falsa soluzione verde.
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  • Giorno 4 – 13 novembre 2025
    A Belém la protesta indigena irrompe nella COP30 e svela le contraddizioni del Brasile fossile. Intanto la Cupula esplode di mobilitazioni globali.
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  • Giorno 3 – 12 novembre 2025
    Adattamento al centro della COP30, ma i fondi restano insufficienti. A Belém arrivano movimenti e comunità indigene: la vera pressione viene dai territori.
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  • Giorno 2 – 11 novembre 2025
    Lula parla di disuguaglianze alla Cop30, ma il Brasile continua a spingere sul fossile. A Belém torna al centro il nodo tra clima e ingiustizia.
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  • Giorno 1 – 10 novembre 2025
    Dalla Cop30 alla Cúpula dos Povos: a Belém si apre la sfida per la giustizia climatica tra responsabilità globali, diritti dei popoli e resistenza dei territori.
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Articoli di approfondimento alla COP30

  • Cosa resta della Cop30, la battaglia per il clima e i diritti è ancora lunga – 24 novembre 2025
    Marica Di Pierri e Laura Greco su Domani – COP30 fallisce su fossili e foreste, ma il Bam e il blocco dei 82 paesi per l’uscita dal fossile aprono spiragli di lotta e nuove alleanze.
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  • Sulla fine dei lavori della COP30 – 24 novembre 2025
    Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Cosa è successo alla 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici? Quali sono le grandi vittorie? Quali le sconfitte?
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  • La tabella della discordia – cos’è successo alla COP30 – 23 novembre 2025
    Laura Greco su Radio24 – COP30 a Belém annuncia impegni su energia, foreste e adattamento, ma senza una vera uscita dal fossile restano promesse vuote da incalzare con lotte dal basso.
    Ascolta su Il Sole 24 ore
  • “A resposta somos nós”. Ma alla COP30 le richieste dei popoli indigeni non fanno breccia – 23 novembre 2025
    Laura Greco su EconomiaCircolare.com – Alla COP30 le voci indigene restano ai margini mentre la foresta corre verso il punto di non ritorno. Senza giustizia, non c’è futuro.
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  • La “Dichiarazione di Belém” e il multilateralismo del phase out dai fossili spinto dal basso – 21 novembre 2025
    Laura Greco su Altreconomia – Da Belém arriva una spinta dal basso per uscire dai fossili: governi e movimenti uniscono le voci per un phase out reale, giusto, globale.
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    • Cop30: senza il Gender action plan ogni azione climatica è limitata – 21 novembre 2025
      Marica Di Pierri e Laura Greco su Valori – Nonostante le ambiziose premesse il Gender action plan ha trovato diversi ostacoli sui tavoli negoziali della Cop30

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  • Alla Cop30 arrivano le storie di migrazioni climatiche – 21 novembre 2025

Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30, in vista delle negoziazioni finali, si parla del fenomeno crescente degli sfollamenti forzati dal cambiamento climatico.
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  • Belém, la foresta degli indigeni si ribella a Lula – 20 novembre 2025
    Laura Greco su Il Manifesto – Le nazionalità dell’Amazzonia denunciano l’inagibilità politica alla Cop e chiedono una mobilitazione internazionale guidata direttamente dai popoli indigeni per proteggere i loro territori e affrontare la crisi climatica alla radice
  • Alla Cop 30 i movimenti si riprendono la scena – 20 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Il Manifesto – Era dalla Cop 26 di Glasgow che non si vedeva così tanta società civile. Accanto al vertice ufficiale, in più di 50 mila hanno animato la «Cupula dos povos» per una svolta vera sul clima e i diritti
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  • COP30, BELÉM | Italiani in mobilitazione – 20 novembre 2025]
    Il Climate Pride in azione alla COP30: l? attivist? chiedono all’Italia una roadmap chiara e ambiziosa per uscire dai fossili.
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  • A Belém torna il protagonismo sociale – 19 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Collettiva – Alla Cop30 movimenti, organizzazioni, popoli e sindacati riacquistano centralità: proposte e campagne dal basso sono arrivate nelle stanze dei negoziati.
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  • Come procede la COP30 in Brasile? Intervista a Laura Greco da Bélem – 19 novembre 2025
    Laura Greco su Scienza e Pace Magazine – COP30 tra repressione, lobby fossili e resistenze indigene: la giustizia climatica la costruiscono i territori, non i negoziati.
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  • Lifegate dalla COP30 – 18 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Lifegate – Dalla COP30 il racconto dell’inedita comunicazione tra dentro e fuori la COP, tra le richieste indigene e l’ambiguo governo di Lula.
    Ascolta su Lifegate
  • Il Fondo per le foreste e la falsa soluzione del biocapitalismo si ripropone alla Cop30 di Belém – 18 novembre 2025
    Laura Greco su Altreconomia – Il Tropical forests forever facility lanciato da Lula è l’ennesimo dispositivo finanziario che viene presentato come innovazione.
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  • Attivismo e giustizia climatica: se il diritto alla protesta diventa un reato – 17 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Valori.it – Alla Cop30 emerge un allarme globale: in molti Paesi il diritto alla protesta viene represso e l’attivismo ambientale è sempre più criminalizzato
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  • Alla Cop30 di Belèm il fondo per l’adattamento resta senza fondi – 17 novembre 2025]
    Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30 fallisce, per il terzo anno di fila, l’obiettivo di raccolta minima per finanziare l’adattamento dei Paesi del Sud globale.
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  • Massiccia partecipazione popolare a Belém – 16 novebre 2025
    Marica Di Pierri su L’aria Che Respiri – Alla Cúpula dos Povos tantissime voci per reclamare la fine dei combustibili fossili e una giustizia climatica guidata dai popoli, non dalle multinazionali.
    Ascolta su Radio Rai1
  • In diretta da Bele?m – Aggiornamenti sulla prima settimana di COP30 – 15 novembre 2025
    Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – In diretta da Belém, per raccontare in diretta i lavori della 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici. ?Foto di Oliver Ninja e Midia Ninja
    Guarda la diretta
  • Cop30: chi difende i combustibili fossili dentro i negoziati sul clima – 14 novembre 2025
    Marica Di Pierri per Altreconomia – Alla Cop30 un lobbista fossile ogni 25 delegat?: il vertice che dovrebbe chiudere l’era fossile continua a farsela scrivere da chi la profitta.
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  • Giustizia climatica, questa dimenticata – 13 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Il Manifesto – Il legame tra clima e disuguaglianze è ormai assodato. Ma dopo 30 anni di conferenze, i ricchi continuano a fare grandi affari con i fossili.
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  • L’adattamento secondo la COP30: “Adattarsi è sopravvivere” – 13 novembre 2025
    Marica Di Pierri per EconomiaCircolare.com – COP30 punta a rendere operativo il Global Goal on Adaptation, tra governance multilivello, indicatori, fondi insufficienti e necessità di giustizia climatica.
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  • La Cop30 in Brasile e le politiche industriali green – 11 novembre 2025
    Marica Di Pierri per Tutta La Città Ne Parla, Radio3 – È iniziata la Cop30 a Belém, 10 giorni in cui si discuterà su come trovare una via d’uscita alla deriva del cambiamento climatico nonostante le difficoltà politiche che ci circondano.
    Ascolta l’episodio
  • Road to Belém – 7 novembre 2025Marica Di Pierri per Valori.it – Verso la Cop30 di Belém, cosa aspettarci dal più importante appuntamento per salvare il clima della Terra? Diretta con Marica Di Pierri, Luca Lombroso, Giovanni Mori e Lorenzo Tecleme.
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  • Da Parigi a Belém, i conti che non tornano – 6 novembre 2025
    Marica Di Pierri per Il Manifesto – Tra tensioni e fragili compromessi, i preparativi alla vigilia della Conferenza Onu. A che punto sono gli impegni nazionali di riduzione e i piani di adattamento dei singoli Paesi.
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  • A Sud a Belém alla Cop30 – 6 novembre 2025
    A Sud seguirà negoziati e mobilitazioni dalla COP30 di Belém, amplificando le voci dei movimenti per giustizia climatica e sociale.
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  • A Sud aderisce alla Global Call to Action della Cúpula dos Povos  – 5 settembre 2025
    Il 15 novembre scendiamo in piazza: basta disuguaglianze e razzismo ambientale, vogliamo giustizia climatica e un mondo dove la vita sia al centro.
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  • Vertice dei Popoli Verso la COP30: Manifesto Politico – 13 giugno 2025
    A Sud aderisce al Manifesto dei Popoli verso la COP30: un appello globale per giustizia climatica, anticapitalismo e democrazia dal basso.
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Racconteremo le negoziazioni

Per spiegare cosa accade davvero alla COP30, come si muovono i governi e quali interessi guidano le scelte sulla crisi climatica. Vi offriremo una copertura quotidiana per raccontarvi con le nostre parole e con uno sguardo critico, indipendente e radicale, vicino ai movimenti il dentro e fuori la Cop

Sveleremo le contraddizioni

Tra le promesse ufficiali e la realtà, mostrando lo scontro continuo tra lobby fossili e popoli che difendono la vita e i territori. Denunceremo le responsabilità smascherando la falsa transizione energetica e chi continua a inquinare mentre parla di sostenibilità con greenwashing e false soluzioni

Daremo voce alle comunità

Portando le loro storie, le lotte quotidiane e le alternative concrete alla devastazione ambientale, contro colonialismo ed estrazione. Ci collegheremo con l’Italia per connettere istanze e battaglie


INFO E CONTATTI

Per contatti e interviste con la delegazione:

Marica Di Pierri
maricadipierri@asud.net
55 21 967071220

Laura Greco
lauragreco@asud.net
+55 21 997673184

Posted by on 8:28 am in News | Commenti disabilitati su

[posted by Kimiko de Freytas-Tamura on The New York Times, October 28, 2017] GISENYI, Rwanda — They are sometimes tucked into bras, hidden in underwear or coiled tightly around a smuggler’s arms. They’re not narcotics or even the illegally mined gold and diamonds that frequently make it across the border into Rwanda. But they are, at least in the eyes of Egide Mberabagabo, a watchful border guard, every bit as nefarious. The offending contraband? Plastic bags. “They’re as bad as drugs,” said Mr. Mberabagabo, one of a dozen border officials whose job it is to catch smugglers and dispose of the illicit plastic he finds. Here in Rwanda, it is illegal to import, produce, use or sell plastic bags and plastic packaging except within specific industries like hospitals and pharmaceuticals. The nation is one of more than 40 around the world that have banned, restricted or taxed the use of plastic bags, including China, France and Italy. But Rwanda’s approach is on another level. Traffickers caught carrying illegal plastic are liable to be fined, jailed or forced to make public confessions. Smugglers can receive up to six months in jail. The executives of companies that keep or make illegal plastic bags can be imprisoned for up to a year, officials say. Stores have been shut down and fined for wrapping bread in cellophane, their owners required to sign apology letters — all as part of the nation’s environmental cleanup. Plastic bags, which take hundreds of years to degrade, are a major global issue, blamed for clogging oceans and killing marine life. Last month, Kenya put in place a rule that will punish anyone making, selling or importing plastic bags with as much as four years in jail or a $19,000 fine. In Rwanda, the authorities say the bags contribute to flooding and prevent crops from growing because rainwater can’t penetrate the soil when it is littered with plastic. The nation’s zero tolerance policy toward plastic bags appears to be paying off: Streets in the capital, Kigali, and elsewhere across this hilly, densely populated country are virtually spotless. Men and women are regularly seen on the sides of roads sweeping up rubbish, and citizens are required once a month to partake in a giant neighborhood cleaning effort, including the president. Plastic-bag vigilantes are everywhere, from airports to villages, and these informants tip off the authorities about suspected sales or use of plastic. One recent afternoon, Mr. Mberabagabo, the border official, surveyed the crossing point with the Democratic Republic of Congo, where thousands of people, goods and animals flowed back and forth, punctuated by shouts, cries and animal grunts. Plastic tubs filled with onions, eggplants, carrots, plantains and cassava bobbed above the heads of women who marched purposefully, with places to go, money to make and mouths to feed. And somewhere among them, often tucked in the women’s undergarments, Mr. Mberabagabo said, were hundreds of plastic bags. “The most extreme cases are the ladies,” he said. “It’s not very easy to search them,” he added bashfully. An immigration official working alongside Mr. Mberabagabo showed footage on his cellphone of a middle-aged woman who had been caught transporting plastic bags wrapped around her arms. In the clip, she sobbed and apologized, shielding her eyes from the camera as if she were a drug dealer exposed in a...

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I Pacific Climate Warriors in Germania contro il carbone

Posted by on 4:21 pm in Notizie | Commenti disabilitati su I Pacific Climate Warriors in Germania contro il carbone

I Pacific Climate Warriors in Germania contro il carbone

Riceviamo e diffondiamo l’appello di Kate Cahoon e Fenton Lutunatabua da Bonn con il team di 350.org. Alle prime luci dell’alba di ieri, i Pacific Climate Warriors si sono riuniti nel villaggio di Manheim nel cuore della Renania, una delle regioni della Germania a più alta produzione di carbone. Manheim è destinato a essere distrutto da una enorme miniera di carbone a cielo aperto in espansione, e i cittadini locali si sono uniti ai Pacific Warrior in una bella cerimonia tradizionale delle Fiji, “chiedere permesso quando si entra in una nuova terra”. Con la COP23 che inizia domani, oggi è il momento della giustizia climatica e della sovranità popolare – segui e condividi tutte le iniziative su questo live blog. I Pacific Climate Warriors sono arrivati nel villaggio di Manheim passando per l’antica foresta di Hambach, anch’essa destinata a essere rasa al suolo per fare spazio all’enorme miniera di carbone. In questo momento sono sull’orlo della miniera, contemplando la distruzione portata dal carbone. A breve, migliaia di attivisti dalla Germania e da tutta Europa si attiveranno per testimoniare la propria solidarietà e dedizione alla causa della giustizia climatica. Insieme diranno Ende Gelande – “Fin qui e non oltre” – per chiedere che l’estrazione dei combustibili fossili venga fermata subito. Il messaggio di solidarietà dei Pacific Climate Warriors sarà simbolicamente raffigurato su vestiti tradizionali Tapa. Ad appena un giorno dall’inizio della conferenza ONU sul clima (COP23) nella vicina Bonn, i Pacific Climate Warriors mandano un messaggio potente: affinché si rispetti l’Accordo di Parigi, l’innalzamento delle temperature rimanga al di sotto di 1.5°C e i Paesi come le Fiji al di sopra del livello dei mari, è necessario che tutto il mondo si impegni adesso a interrompere le estrazioni di combustibili fossili. Alla COP23, non possiamo permetterci di aspettare che i governi che contribuiscono alla crisi climatica ci salvino. La presidenza quest’anno spetta alle Fiji: è un’opportunità per seguire l’esempio del Pacifico. Se persone come te e me si uniscono all’appello del Pacifico a mantenere il riscaldamento globale al di sotto di 1.5°C, possiamo creare un vero cambiamento. “Il mondo deve sentire le voci del Pacifico sui cambiamenti climatici perché le nostre isole, la nostra cultura e i nostri popoli sono nell’occhio del Ciclone” Samoa. Ora sta a noi. Facciamo sentire le voci dei Pacific Climate Warriors e di tutti i difensori del clima che agiranno nei prossimi giorni, settimane e mesi. Guarda il video su Facebook Segui qui gli eventi e condividi questo importante momento con il mondo per supportare i Pacific Climate Warriors e tutti i coraggiosi difensori del clima. #HaveYourSei #EndeGelaende...

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Posted by on 4:05 pm in News | Commenti disabilitati su

[By Kate Cahoon and Fenton Lutunatabua with the 350.org team in Bonn] As dawn rose yesterday morning, the Pacific Climate Warriors gathered in Manheim village in the heart of the Rhineland, one of Germany’s biggest coal-producing areas. Manheim is due to be consumed by an enormous, expanding open-pit coal mine, and the local villagers joined the Pacific Warriors in holding a beautiful, traditional Fijian ceremony, “to seek permission when entering new land.” With COP23 starting tomorrow, today lights the beacon for climate justice and peoples’ leadership and you can follow and share all the action on this live blog. The Warriors have made their way from Manheim village past the ancient Hambach forest, which is also planned to be cleared to make way for the vast coal mine. Right now, they’re at the edge of the mine, looking down at the scene of coal’s destruction. And soon, thousands of activists from Germany and across Europe will put their solidarity and commitment to climate justice into action. Together they will say Ende Gelande — “Here and no further” — to call for an immediate end to the extraction and burning of fossil fuels. The Warriors’ solidarity message will be symbolically delivered on traditional Tapa cloths to the action. Just one day before the opening of the UN Climate Talks (COP23) in nearby Bonn, the Warriors bring a powerful message: to respect the Paris Agreement, stay below 1.5°C of warming, and for countries like Fiji to stay above water, the world must come together now to keep fossil fuels in the ground. The gap between countries’ official commitments in the Agreement, and what’s really needed to confront climate change is staggering. It means communities all over the world must stand up and take ownership of this fight against fossil fuels right now. At COP23, we can’t afford to wait for the governments who contribute to the climate crisis to save us. With Fiji holding the presidency this year, we have an opportunity to follow Pacific leadership. If people like you and me join the Pacific call to action in order to keep global warming below 1.5°, we can make real change. “The world needs to hear Pacific voices on climate change because, our islands, culture and people lie in the eye of the storm.” — Brianna Fruean, Samoa This is up to us. Let’s make the voices of the Pacific Climate Warriors and all climate protectors heard in the coming days, weeks, and months. See the video on Facebook Follow the events here and share this powerful moment with the world to support the Warriors and all courageous climate protectors. #HaveYourSei #EndeGelaende...

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Ambiente e salute: il caso campi elettromagnetici

Posted by on 1:22 pm in Notizie | Commenti disabilitati su Ambiente e salute: il caso campi elettromagnetici

Ambiente e salute: il caso campi elettromagnetici

[su ARPATnews] Intervista a Susanna Lagorio, del Dipartimento di Oncologia e Medicina Molecolare, e ad Alessandro Polichetti, del Centro Nazionale per la Protezione dalle Radiazioni e Fisica Computazionale, dell’Istituto Superiore di Sanità. Un’agenzia come la nostra ha come compito primario il controllo dell’ambiente e la diffusione di informazioni, dati, notizie su di esso. Spesso, però, i cittadini ci chiedono quali implicazioni hanno per la salute i dati che diffondiamo e questo non rientra fra le nostre competenze. Ambiente e salute sono in effetti due “mondi” strettamente connessi ma spesso molto distanti. Secondo voi, che vedete la problematica dal punto di vista della salute, per integrare di più questi due mondi cosa potrebbero fare da un lato le agenzie per la protezione dell’ambiente e dall’altro gli enti/istituti/agenzie che operano in campo sanitario? Con competenze diverse (epidemiologa e fisico), abbiamo una lunga esperienza di collaborazione nella ricerca sui rischi da campi elettromagnetici. La risposta a due voci suggerisce che la distanza si riduce attraverso progetti condivisi e ciò si applica anche all’auspicabile sinergia tra mondi complementari a fini di tutela della salute e dell’ambiente. È difficile, tuttavia, immaginare una formula d’integrazione ambiente-salute multiuso, valida per ogni tipo di attività (caratterizzazione dell’esposizione, ricerca sugli effetti, valutazione dei rischi, elaborazione degli standard di protezione …) e indipendente dalle specificità dei diversi agenti e patologie. Una strategia comune ci sembra comunque più utile di azioni indipendenti, ma presuppone disponibilità all’interazione e sintonia di obiettivi. Il tema dei rischi per la salute da campi a radiofrequenza (RF), un’esposizione ubiquitaria da molteplici sorgenti, si presta ad illustrare la necessità di relazioni “elastiche” tra agenzie a diversa vocazione, capaci di adeguare i rispettivi compiti ai problemi attuali. Eventuali rischi da esposizione di lunga durata a livelli di RF inferiori agli standard per la prevenzione degli effetti termici (gli unici finora accertati) sono oggetto d’intensa attività di ricerca. L’OMS ha assegnato un’alta priorità alle indagini di misura dell’esposizione personale a RF nella popolazione generale e del contributo delle diverse sorgenti. I risultati sono necessari per la valutazione dei rischi, comunicazione delle evidenze, sviluppo della ricerca epidemiologica e analisi dei cambiamenti nel tempo dei livelli e delle fonti di esposizione. Dati sull’esposizione personale a RF, e sul peso relativo delle sorgenti ambientali (radio-TV, telefonia mobile, WiFi) e di quelle di uso personale (cellulari, cordless e altri dispositivi wireless), sono oggi disponibili in molti paesi europei ma non in Italia. Il monitoraggio e il controllo delle emissioni da sorgenti fisse di RF, in applicazione della normativa nazionale, hanno assorbito quote ingenti delle risorse delle agenzie del Sistema Nazionale di Protezione dell’Ambiente (SNPA), lasciando poco spazio ad altre attività. Colmare questa lacuna informativa potrebbe diventare l’obiettivo, coerente con le priorità di ricerca internazionali, di un progetto collaborativo tra SNPA, ISS e altri enti. Quando emergono problematiche ambientali in territori specifici da parte dei cittadini e delle loro associazioni, si fa appello a risposte di carattere sanitario che in qualche modo vanno ricondotte alla epidemiologia ambientale, ma questa ha tempi necessariamente lunghi, talvolta opera sulla base di numeri molto ridotti, cosa è possibile fare per migliorare questa situazione? Studi epidemiologici inadeguati per dimensioni o qualità producono risultati non informativi e sono quindi uno spreco di risorse e possibile fonte di allarme ingiustificato. In risposta a criticità da sorgenti di campo elettromagnetico, ci sembrano più opportune accurate caratterizzazioni dell’esposizione e incontri con i...

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Estonia: quella bioraffineria è una minaccia

Posted by on 11:28 am in Notizie | Commenti disabilitati su Estonia: quella bioraffineria è una minaccia

Estonia: quella bioraffineria è una minaccia

[su Salva le Foreste] Un gruppo di associazioni ambientaliste estoni e la rete Environmental Paper Network hanno inviato una lettera all’azienda estone Est-For, riguardo il progetto di una gigantesca cartiera (ma la chiamano “bioraffineria” nel piccolo paese baltico. Se costruita, la biorefinery Est-For avrà una produzione annua di 700.000 tonnellate di pasta e consumerà da 2,5 a 4 milioni di metri cubi di legno all’anno per molti decenni.  Gli ambientalisti mettono in guardia i possibili investitori su un progetto che considerano controverso. • L’impianto sorgerà sul fiume Emajõgi, minacciandone la qualità delle acque e l’intero turismo della regione. • La cartiera richiederà 3-4 milioni di legname, una quantità che si aggira attorno a un quarto dell’intera produzione del paese: da dove verranno prelevate le fibre aggiuntive? Un ulteriore intensificazione delle sfruttamento delle foreste estoni rischia di danneggiare e ridurre gli stock di carbonio. • Non è chiaro su quali criteri sarà basata la valutazione dell’impatto ambientale (VIA). • C’è inoltre il rischio che la normativa ambientali che protegge le foreste sarà indebolita per consentire il rifornimento della cartiera. (Pubblicato il...

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La tutela penale dell’Ambiente in Italia, a che punto siamo

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La tutela penale dell’Ambiente in Italia, a che punto siamo

[di Anna Coluccia, Silvia Morrone e Angelica Tosi su Greenreport.it] In occasione del XXXI Congresso nazionale della società italiana di criminologia, pubblichiamo – in collaborazione con l’Università di Siena – un approfondimento dedicato all’ambiente, a firma di Anna Coluccia (ordinario di Criminologia presso l’Ateneo toscano e presidente del Congresso), Silvia Morrone e Angelica Tosi. La Legge n. 68 del 2015 per la prima volta ha introdotto nel Codice penale italiano un autonomo Titolo di “Delitti contro l’ambiente” – i cosiddetti ecoreati – andando così finalmente a configurare un diritto penale ambientale, limitato fin ad allora ad alcune contravvenzioni e pochissimi delitti (D.lgs n. 152/2006). Per cogliere la rilevanza della riforma è necessario comprendere come questo epocale mutamento normativo affondi le sue radici in una lunga evoluzione del pensiero e della sensibilità, non solo giuridici. Va detto, in primo luogo, che il legislatore penale, attraverso la costruzione di nuove fattispecie di reato, non crea solo un ulteriore strumento punitivo, ma prende una posizione ben precisa: criminalizza cioè una data condotta perché considerata offensiva di un bene giuridico protetto dall’ordinamento. Questo è il vero bandolo della matassa. Il diritto penale per molto tempo è rimasto inerte perché l’Ambiente ha stentato ad acquisire lo status giuridico di bene meritevole di protezione, capace di trasformare i comportamenti offensivi dello stesso in condotte degne di essere stigmatizzate. Ma perché tale riconoscimento non è avvenuto immediatamente? La spiegazione sta nel fatto che l’Ambiente non è un “valore naturale”, ovvero un bene degno di protezione ab origine, come lo è la vita o la salute. Allo stesso modo le condotte offensive del medesimo non possiedono un disvalore da sempre esistito e percepito tale dalla coscienza sociale, ma soltanto artificialmente costruito. Il primo importante passo nella direzione del riconoscimento dell’Ambiente come bene meritevole in se stesso di protezione è avvenuto a partire dagli anni ’80, attraverso leggi e sentenze della Corte Costituzionale che hanno tuttavia abbracciato un’interpretazione limitata ed utilitaristica dell’Ambiente: quest’ultimo poteva divenire meritevole di tutela nei limiti in cui si fosse rivelato strumentale a proteggere la persona. Allo stesso modo, la morale collettiva ha iniziato a percepire la dannosità sociale dei comportamenti lesivi o distruttivi dell’Ambiente solo quando ne ha intravisto i conseguenti effetti pregiudizievoli sull’essere umano. Un simile orientamento spiega perché la Magistratura fino al 2015, per incriminare le condotte più gravi di disastro ambientale, utilizzasse la categoria dei “delitti contro la pubblica incolumità” (intesa questa come integrità fisica di un numero indeterminato di persone), ed in particolare il reato di “disastro innominato” (art. 434 c.p.). L’applicazione di quest’ultimo delitto si pone in perfetta sintonia con un’interpretazione antropocentrica dell’Ambiente. Ai sensi del suddetto reato, infatti, la responsabilità penale sorgeva e sorge tuttora non per la mera compromissione in sé dell’Ambiente, ma solo se da questa derivi un pericolo, giudizialmente accertato, per la vita di più persone e quindi per l’essere umano. Proprio la difficoltà di accertare tale rapporto di causa-effetto tra l’evento distruttivo e la messa in pericolo di più persone ha condotto frequentemente a sentenze di assoluzione, di fatto rendendo inefficace il sistema punitivo. Ecco che, alla luce di tutto ciò, la riforma del 2015 acquisisce un peso rilevantissimo. Grazie ad essa esiste ora un autonomo nucleo di delitti che rende responsabile penalmente (e con pene severe) la condotta di chi compromette reversibilmente (reato di inquinamento) o irreversibilmente (reato di disastro ambientale) il...

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L’impatto del cambiamento climatico sulle antiche civiltà

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L’impatto del cambiamento climatico sulle antiche civiltà

[su Greenreport] Come le eruzioni di vulcani in Islanda e Alaska hanno causato guerre e disordini in Egitto. Un nuovo studio,“Volcanic suppression of Nile summer flooding triggers revolt and constrains interstate conflict in ancient Egypt” pubblicato su  Nature Communications  da un team di ricercatori statunitensi e svizzeri, mette insieme paleoclimatologia – la ricostruzione del clima globale del passato – e l’analisi storica e mostra «un legame tra lo stress ambientale e il suo impatto sull’economia, sulla stabilità politica e sulla capacità di combattere nell’antico Egitto». Alla Yale University spiegano che il team dei ricercatori ha esaminato gli impatti idroclimatici e sociali in Egitto di una sequenza di eruzioni vulcaniche tropicali e alle alte latitudini lungo un arco temporale di 2500 anni e conosciute grazie ai dati raccolti nelle carote di ghiaccio. Gli scienziati si sono concentrati sulla dinastia Ptolemaica che ha regnato in Egitto dell’antico dal (305  al 30 aC, uno Stato che si era formato dopo le campagne di Alessandro Magno e famoso per la regina Cleopatra e per la grande biblioteca e il faro di Alessandria. Utilizzando un approccio interdisciplinare che combina le evidenze della modellazione climatica delle grandi eruzioni del XX secolo, le misurazioni annuali tra il 622 e il 1902 del livello estive del Nilo dell’Islamic Nilometer, il database umano della variabilità ambientale che si conosce da più tempo -, e le descrizioni della qualità delle inondazioni del Nilo trovate negli antichi papiri e nelle iscrizioni dell’epoca tolemaica, gli autori dimostrano come le grandi eruzioni vulcaniche abbiano influenzato il flusso del fiume Nilo, riducendo il livello delle inondazioni estiva essenziali per l’agricoltura. I risultati, pubblicati su Nature Communications , «dimostrano che l’integrazione di prove provenienti da scritti storici con i dati paleo climatici può far avanzare la nostra comprensione su  come funziona il sistema climatico e come i cambiamenti climatici hanno colpito le società umane». Il principale autore dello studio,Joseph Manning della School of Forestry & Environmental Studies della  Yale University, e William K. & Marilyn Milton Simpson, professore di storia e classica alla Yale, sottolineano che «Per coltivare i loro raccolti gli antichi egiziani dipendevano quasi esclusivamente dall’inondazione estiva del Nilo portata in Africa orientale dal monsone dell’est. Negli anni influenzati dalle eruzioni vulcaniche, l’inondazione del Nilo generalmente diminuiva, causando uno stress sociale che potrebbe aver scatenato disordini e aver avuto altre conseguenze e problemi politici ed economici». Un altro autore dello studio, Francis Ludlow  dello Yale Climate & Energy Institute e del  Department of History della Yale che ora lavora al Trinity College di Dublino,  dice che «Il motivo della riduzione delle inondazioni del Nilo è dovuto al fatto che le eruzioni vulcaniche possono rovinare il clima iniettando gas solforosi nella stratosfera, Questi gas reagiscono formando aerosol che rimangono nell’atmosfera in concentrazioni decrescenti per uno o due anni, riflettendo la radiazione solare in entrata dallo spazio. Questi aerosol vulcanici possono influenzare l’idroclima globale. La riduzione delle temperature superficiali può portare ad una riduzione dell’evaporazione dai corpi idrici, riducendo così la piovosità. Se gli aerosol vengono dispersi principalmente nell’emisfero settentrionale, il raffreddamento più elevato in questo emisfero può anche diminuire il riscaldamento estivo che guida la migrazione nordica dei venti del monsone sull’Africa fino agli altopiani etiopici dove il Nilo Blu viene alimentato dai  suoi alluvioni estivi». Dato che l’epoca tolemaica è uno dei periodi più documentati dell’antico Egitto, si conoscono con certezza...

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C’è un ‘buco’ in Antartide grande quanto il Portogallo

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C’è un ‘buco’ in Antartide grande quanto il Portogallo

[di Matteo Marini su La Repubblica Ambiente] Gli esperti: si tratta della polynya di Weddell, un’area di mare circondata dai ghiacci, causata da correnti calde che risalgono verso la superficie. Osservata per la prima volta negli anni 70. Un fenomeno frequente, che non sembra collegato ai cambiamenti climatici. In Antartide si è aperto un grosso ‘buco’, un pezzo di oceano grande quanto il Portogallo. Una specie di lago gigantesco in mezzo al ghiaccio, a centinaia di chilometri dal bordo della banchisa. È stato osservato, tra gli altri, dai satelliti del Noaa e della Nasa, proprio come 40 anni fa, quando fu scoperta sempre in quel punto una formazione analoga. Secondo gli scienziati si tratta di una polynia, un’area di mare navigabile circondata dai ghiacci, frequente anche nell’Artico. La sua formazione è dovuta a un fattore in particolare: “La polynya si forma quando una corrente di acqua più calda risale sciogliendo il ghiaccio marino – spiega Massimo Frezzotti, ricercatore dell’Enea, esperto di Antartide – è un fenomeno con un meccanismo conosciuto, anche per queste dimensioni, che possono sembrare considerevoli”. Anche il fatto che si trovi così distante rispetto al confine della banchisa con l’oceano non sembra essere degno di nota. “A differenza di questa, le polynye vicino alla costa si formano da venti catabatici provenienti dal polo che allontanano il ghiaccio di formazione recente” continua Frezzotti. Riapparsa dopo 40 anni. Le immagini dei primi satelliti per l’osservazione della Terra, a metà degli anni 70, sono le prime testimonianze della cosiddetta Weddel Polynya. Il termine deriva dal russo e si riferisce proprio a un ‘buco’ nel ghiaccio marino. Questa, che si trova appunto nel mare di Weddell, ha superato gli 80.000 chilometri quadrati di superficie ma tra il 1974 e il 1976 aveva raggiunto i 250.000 chilometri quadrati, quasi quanto l’Italia intera. Come rilevato dal National snow and ice data center di Boulder, in Colorado, negli ultimi quindici anni era riapparsa ma sempre con un’estensione limitata. “Questi dati, evidenziati dal centro di Boulder, ci dicono che non siamo di fronte a niente di eccezionale, se poi evolverà in maniera differente per cause che non conosciamo bisognerà vedere. Per ora è ad appena un terzo della sua estensione massima mai osservata” conlude Frezzotti. Non solo sembra non essere un fenomeno preoccupante, dunque, ma potrebbe essere anche utile, un po’ come il Passaggio Nordovest, per la ricerca: “È una cosa piuttosto frequente in Antartide – sottolinea Carlo Barbante, direttore dell’Istituto dinamica processi ambientali del Cnr e professore all’università Ca’ Foscari di Venezia – anche così lontano dal limite dei ghiacci marini non è un fenomeno anormale e non sembra collegato ai cambiamenti climatici. Anzi, sono zone molto importanti dal punto di vista naturale, per regolamentare il clima e molto produttive dal punto di vista biologico per quanto riguarda il krill, il fitoplancton e lo zooplancton”. Infine, soprattutto le polynye costiere, sono da tempo utilizzate per la navigazione: “Contiamo di sfruttare proprio una di queste polynye per trasportare un esperimento scientifico del Cnr alla base francese di Dumont d’Urville, che si trova vicina a un’altra di queste polynye” conclude Barbante. (Pubblicato...

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Economia circolare e conflitti ambientali: nessi e cause

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Economia circolare e conflitti ambientali: nessi e cause

[di Lea Salvatore su GreenPlanner Magazine] Esiste un nesso tra economia circolare e gestione dei conflitti ambientali? Apparentemente lontani tra di loro i due paradigmi non solo rientrano negli obiettivi europei per lo sviluppo sostenibile, ma sono anche concetti che si focalizzano sulla gestione della scarsità delle risorse che inevitabilmente genera conflitti (da gestire adeguatamente anche proprio per tutelare tali risorse). Il tema è emerso con forza durante un workshop organizzato dall’Ufficio d’Informazione del Parlamento Europeo di Milano. La sfida dell’economia circolare è quella di incrementare l’arsenale di materiali di produzione sostituendo le risorse naturali (esauribili) con le cosiddette materie prime-seconde, ovvero dando nuova vita a materiali già usati riciclandoli, riutilizzandoli. Questi due paradigmi sono quindi, in realtà, intrinsecamente legati nella sfida alla razionalizzazione delle risorse naturali in modo efficiente. Economia circolare e conflitti ambientali: la produzione rigenerativa aiuta l’ambiente Durante il workshop è stato più volte sottolineato come l’economia circolare sia un sistema di produzione rigenerativo, in cui l’entrata delle risorse e le perdite di rifiuti, emissioni e energia vengono minimizzate. Ciò può essere ottenuto attraverso una progettazione, una manutenzione, una riparazione, un riutilizzo, una ristrutturazione e un riciclaggio di lunga durata. Bruno Marasà, direttore dell’Ufficio d’Informazione a Milano del Parlamento Europeo, ha ribadito che l’economia circolare non è solo una sistema di produzione, ma anche una filosofia che ha acquisito rilevanza legale. Infatti, data la sua pervasività nell’agenda politica EU ha acquisito peso giuridico e dato il via a una riorganizzazione economica generale, che comprende anche le norme che la regolano. La gestione non contenziosa dei conflitti ambientali, invece, riguarda la risoluzione di conflitti ambientali senza ricorrere alla corte. Veronica Dini, avvocato, presidente dell’Associazione Circola, nonché coordinatrice del progetto La mediazione dei conflitti ambientali, identifica questo genere di conflitti come sociale, sorto attorno a cause di carattere ambientale. Tali cause possono essere di diversa natura: politiche produttive o estrattive, progetti infrastrutturali, progetti di smaltimento o trattamento dei rifiuti, politiche commerciali o finanziarie nazionali o sovranazionali. Per gestire in modo efficace e soddisfacente tali problematiche parliamo principalmente di mediazione ambientale, in quanto strumento ben avviato presso la Camera Arbitrale di Milano. Saranno infatti molti i conferenzieri chiamati che hanno contribuito o partecipato al progetto di lancio sopracitato sviluppato a Milano tra il 2015 e il 2016. Molti spunti sono stati portati in questa direzione dai conferenzieri, eterogenei per background e specializzazione. Il professor Pier Paolo Roggero, agronomo dell’Università di Sassari, ha presentato il metodo Rasgioni, strumento per la risoluzione alternativa delle controversie. Nel quadro del progetto La Rasgioni: il tribunale della siccità, questo strumento è stato applicato alla risoluzione di controversie ambientali sarde legate al cambiamento climatico. La Rasgioni esisteva in Gallura fino a circa mezzo secolo fa e l’idea del progetto è quella di riproporre questo modello per promuovere un confronto pubblico su un tema di attualità e con l’intento di sensibilizzare verso temi poco percepiti come i cambiamenti climatici, il consumo e il degrado del territorio, le connessioni nascoste tra pratiche quotidiane e il deterioramento delle risorse. La Rasgioni ha visto a confronto da una parte le Istituzioni competenti (ENAS, EGAS, Comune di Sassari, Consorzi di bonifica, Abbanoa, Agenzie Regionali, Assessorati regionali, Università, Provincia di Sassari, Genio Civile) e dall’altra Imprenditori e Associazioni (Coldiretti, Confagricoltura, CIA) agricoltori, commercianti, industriali, ambientalisti. Da un altro campo di ricerca,...

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Pando, a rischio il più grande essere vivente del pianeta

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Pando, a rischio il più grande essere vivente del pianeta

[di Marco Angelillo su La Repubblica Ambiente] Alberi su 42 ettari di superficie, più di 6.600 tonnellate di peso stimato. Non è solo una delle foreste più belle degli Stati Uniti, è un vero e proprio unicum biologico. È costituito da 40mila alberi di pioppo tremulo che costituiscono una colonia di cloni geneticamente identici, nati dalle radici di un comune antenato. Pando è in pericolo. Il più grande e pesante essere vivente del pianeta, 42 ettari di superficie, più di 6.600 tonnellate di peso stimato, rischia grosso. Vive negli Stati Uniti dove il governo Trump ha deciso di eliminare molti vincoli ambientali nelle aree protette: via il divieto di costruire, caso per caso si potranno concedere permessi di edificazione anche nelle riserve naturali e nei siti considerati patrimonio nazionale. Possibile anche la concessione di permessi per aprire attività industriali. Ma Pando – il nome deriva dal verbo latino pandere, estendersi, espandersi – non è solo una delle foreste più belle degli States, è un vero e proprio unicum biologico. Stiamo parlando di 40mila alberi di pioppo tremulo (Populus tremuloides) che costituiscono una colonia di cloni geneticamente identici, nati dalle radici di un comune antenato in un arco temporale lunghissimo: 80mila anni. Noto anche come Trembling giant (gigante tremante), si trova nello Utah, all’interno della foresta nazionale di Fishlake e ora trema davvero. “Se cade il dogma della protezione totale”, è l’allarme lanciato dal botanico Stefano Mancuso dell’università di Firenze, “rischiamo una forte riduzione dell’organismo vivente, che ha già i suoi problemi di sopravvivenza. Perché ogni azione dell’uomo può avere conseguenze non previste sulla vita di un vegetale”. Il bosco è cresciuto grazie a una serie di eventi e condizioni favorevoli, ma sembra che ora la fortuna si stia girando dall’altra parte. Durante la sua esistenza, per esempio, ha subito numerosi incendi che non hanno distrutto il suo apparato radicale, ma che sono risultati sufficienti a impedire la proliferazione delle conifere che avrebbero potuto fare ombra ai polloni di pioppo. Il controllo degli incendi da parte dell’uomo, però, un’azione apparentemente positiva, ha contribuito indirettamente al rallentamento della riproduzione dei pioppi. Secondo il parere dell’ecologo Paul Rogers dell’Università dello Utah, “la proliferazione di Pando è messa a rischio”. Molti degli alberi della colonia stanno raggiungendo la fine del loro ciclo vitale o soffrono per la presenza di insetti e altri parassiti, i nuovi getti fanno fatica a svilupparsi. Per salvaguardare la colonia, Rogers ha provato a recintarne alcune aree, in modo da impedire a cervi e alci di cibarsi dei giovani polloni, e a rimuovere le altre piante che possono soffocarne la crescita. La strategia sembra dare buoni risultati: dopo tre anni nelle aree recintate si è notata una presenza di giovani alberi otto volte superiore al resto della colonia. Tutte le cure sarebbero vane, se sciaguratamente anche solo una parte del bosco venisse tagliata: il fragile equilibrio di Pando ne risentirebbe in maniera probabilmente definitiva. Ma oltre al gigante tremante, anche tutti gli altri monumenti naturali Usa sono in pericolo. Il quotidiano inglese The Guardian ha stilato una lista di 10 siti d’importanza nazionale che potrebbero essere ridimensionati a causa di un decreto del Segretario dell’interno Ryan Zinke, che consente attività come l’estrazione mineraria, il prelievo di legname e il pascolo. Le associazioni ambientaliste hanno promesso azioni legali per contrastare eventuali alterazioni delle aree protette, ma l’allerta è ormai generale: se...

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