Dal 10 al 21 novembre 2025 saremo a Belém, in Brasile, per partecipare come osservatori alla 30° Conferenza delle Nazioni Unite sul Clima. Racconteremo quanto avviene dentro e fuori le negoziazioni, porteremo e raccoglieremo le voci dei territori in lotta contro l’estrattivismo, contro il greenwashing e per una transizione ecologica realmente giusta.
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A Belém si discuteranno e valuteranno gli NDCs, i nuovi impegni climatici nazionali che stabiliscono gli obiettivi di riduzione delle emissioni di ogni paese. Accanto alla mitigazione, l’adattamento sarà uno dei temi centrali attraverso il Global Goal on Adaptation (GGA) e i nuovi Piani nazionali di adattamento. Un altro capitolo chiave sarà quello della finanza per il clima. Tra i punti principali il nuovo obiettivo di finanziamento (NCQG), che punta ad aumentare il sostegno ai Paesi in via di sviluppo da 100 a 300 miliardi di dollari l’anno, e la Roadmap Baku-Belém, che traccia un percorso per mobilitare almeno 1.300 miliardi di dollari l’anno entro il 2035.
Temi cruciali, che si scontrano con uno scenario geopolitico ostile, segnato dal negazionismo climatico, dai venti di guerra, dalla corsa al riarmo e dalla violenza istituzionale. Non è un caso che in gioco a Belém ci sia più che mai la credibilità della diplomazia climatica e la sua capacità di tradurre le intenzioni in impegni concreti.
La Cupula dos povos
La Cúpula dos Povos è il grande incontro dei movimenti sociali e delle comunità che vivono in prima linea la crisi climatica. Nata nel 1992 come risposta critica alle negoziazioni ufficiali, propone un’alternativa fondata su giustizia climatica, sociale e ambientale, solidarietà e saperi ancestrali.
Dal 12 al 16 novembre 2025, in concomitanza con la COP30 di Belém, riunirà popoli indigeni, comunità quilombola e tradizionali, giovani e lavorator? in marce, dibattiti e azioni culturali.
La Cúpula mette al centro vite, diritti e territori, non statistiche: unisce chi costruisce ogni giorno soluzioni reali, dall’agroecologia alla difesa dei beni comuni, per spingere i governi ad adottare politiche di vera giustizia climatica.
Dichiarazione della Cupula Dos Povos
Perché A Sud e CDCA alla COP?
Nelle Cop si riuniscono i governi dei 197 Paesi che hanno ratificato la Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (UNFCCC), firmata a Rio de Janeiro nel 1992. Ma la COP30 non è solo un vertice diplomatico: è il terreno di confronto (e di scontro) tra attori diversi e diverse visioni del mondo. Da una parte il business as usual che trasforma la crisi climatica in profitto, dall’altra movimenti e territori che lottano per giustizia climatica, autodeterminazione e diritti della Natura.
La COP30 si terrà nel cuore dell’Amazzonia, a Belém do Pará, in Brasile. Non è un dettaglio geografico ma una scelta politica: è nel Sud globale che l’ingiustizia climatica colpisce più duramente mentre il Nord globale continua a negoziare emissioni e interessi fossili.
Qui non si decide solo il futuro del clima: si decide chi avrà diritto a un futuro.
Per raccontare cosa c’è in gioco, e come finisce la partita.
Andiamo alla COP per osservare da vicino i negoziati, capire quali equilibri politici e di potere si stanno ridefinendo, e portare la prospettiva dei territori e dei movimenti che chiedono giustizia climatica.
La partecipazione di A Sud e CDCA serve a connettere le lotte locali con quelle globali, rafforzare alleanze internazionali e raccontare – con sguardo indipendente e critico – come la diplomazia climatica sta affrontando, o eludendo, le proprie responsabilità.
Perché solo intrecciando voci e resistenze dal basso possiamo costruire un futuro giusto per tutt?.
Per costruire e rafforzare alleanze internazionali
Svolgere la COP in Brasile è un segnale che conta: significa rimettere al centro chi la crisi climatica la subisce davvero. Andiamo a Belém per stare con i movimenti globali per la giustizia climatica. In America Latina oggi si gioca una partita enorme: conflitti ambientali, estrattivismo, repressione, lotte indigene e popolari che resistono da decenni. Con tante realtà — dalla Colombia alla Bolivia, fino all’Amazzonia — abbiamo già lavorato, fatto campagne, costruito ponti. Lì ritroviamo compagn? con cui condividiamo visioni e pratiche.
Per portare una visione radicale dentro la COP
Sì, probabilmente sarà l’ennesimo flop diplomatico. Ma proprio per questo dobbiamo esserci, per non lasciare quei tavoli alle lobby fossili e ai governi che parlano di transizione mentre trivellano.
Da dentro vedi meglio le dinamiche, le crepe, le possibilità di alleanze e di conflitto.
Andiamo per portare la prospettiva della giustizia climatica e delle lotte dal basso, che legano crisi climatica, razzismo, patriarcato e disuguaglianze. La COP non è un punto d’arrivo: è un passaggio. Il resto si fa fuori, insieme, ogni giorno.
Diario dalla COP30
- Giorno 12 – 24 novembre 2025
Belém svela il fallimento della diplomazia climatica, ma apre spiragli: una roadmap anti-fossile e nuove alleanze per la giustizia.
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- Giorno 11 – 21 novembre 2025
Penultimo giorno a Belém: incendio in COP30, stalli politici e pressioni crescenti sul BAM e sull’uscita dai fossili.
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- Giorno 10 – 20 novembre 2025A Belém 85 Paesi spingono per uscire dai fossili, mentre Italia e Polonia frenano. La COP30 è al bivio, il tempo è adesso.
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- Giorno 9 – 19 novembre 2025
Belém rilancia la lotta globale ai fossili: la Colombia guida un fronte che vuole uscire davvero dal modello che brucia il pianeta.
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- Giorno 8 – 18 novembre 2025
Alla COP30 la transizione dai combustibili fossili sembra lontana, mentre i fondi dell’adattamento sono sotto il minimo.
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- Giorno 7 – 17 novembre 2025
Belem in rivolta: popoli indigeni e movimenti sociali spingono per una COP30 che dica finalmente basta ai fossili.
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- Giorno 6 – 15 novembre 2025
Anche quest’anno i dati sulla presenza dei lobbisti Gas&Oil alla conferenza di Belém sono alti: su ogni 25 persone accreditate al vertice, uno è un lobbista dei combustibili fossili, in totale sono oltre 1600.
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- Giorno 5 – 14 novembre 2025
Il TFFF entra nella Cupula tra promesse e contraddizioni: fondi incerti, debiti in aumento e movimenti che denunciano l’ennesima falsa soluzione verde.
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- Giorno 4 – 13 novembre 2025
A Belém la protesta indigena irrompe nella COP30 e svela le contraddizioni del Brasile fossile. Intanto la Cupula esplode di mobilitazioni globali.
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- Giorno 3 – 12 novembre 2025
Adattamento al centro della COP30, ma i fondi restano insufficienti. A Belém arrivano movimenti e comunità indigene: la vera pressione viene dai territori.
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- Giorno 2 – 11 novembre 2025
Lula parla di disuguaglianze alla Cop30, ma il Brasile continua a spingere sul fossile. A Belém torna al centro il nodo tra clima e ingiustizia.
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- Giorno 1 – 10 novembre 2025
Dalla Cop30 alla Cúpula dos Povos: a Belém si apre la sfida per la giustizia climatica tra responsabilità globali, diritti dei popoli e resistenza dei territori.
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Articoli di approfondimento alla COP30
- Cosa resta della Cop30, la battaglia per il clima e i diritti è ancora lunga – 24 novembre 2025
Marica Di Pierri e Laura Greco su Domani – COP30 fallisce su fossili e foreste, ma il Bam e il blocco dei 82 paesi per l’uscita dal fossile aprono spiragli di lotta e nuove alleanze.
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- Sulla fine dei lavori della COP30 – 24 novembre 2025
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Cosa è successo alla 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici? Quali sono le grandi vittorie? Quali le sconfitte?
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- La tabella della discordia – cos’è successo alla COP30 – 23 novembre 2025
Laura Greco su Radio24 – COP30 a Belém annuncia impegni su energia, foreste e adattamento, ma senza una vera uscita dal fossile restano promesse vuote da incalzare con lotte dal basso.
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- “A resposta somos nós”. Ma alla COP30 le richieste dei popoli indigeni non fanno breccia – 23 novembre 2025
Laura Greco su EconomiaCircolare.com – Alla COP30 le voci indigene restano ai margini mentre la foresta corre verso il punto di non ritorno. Senza giustizia, non c’è futuro.
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- La “Dichiarazione di Belém” e il multilateralismo del phase out dai fossili spinto dal basso – 21 novembre 2025
Laura Greco su Altreconomia – Da Belém arriva una spinta dal basso per uscire dai fossili: governi e movimenti uniscono le voci per un phase out reale, giusto, globale.
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- Cop30: senza il Gender action plan ogni azione climatica è limitata – 21 novembre 2025
Marica Di Pierri e Laura Greco su Valori – Nonostante le ambiziose premesse il Gender action plan ha trovato diversi ostacoli sui tavoli negoziali della Cop30
- Cop30: senza il Gender action plan ogni azione climatica è limitata – 21 novembre 2025

- Alla Cop30 arrivano le storie di migrazioni climatiche – 21 novembre 2025
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30, in vista delle negoziazioni finali, si parla del fenomeno crescente degli sfollamenti forzati dal cambiamento climatico.
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- Belém, la foresta degli indigeni si ribella a Lula – 20 novembre 2025
Laura Greco su Il Manifesto – Le nazionalità dell’Amazzonia denunciano l’inagibilità politica alla Cop e chiedono una mobilitazione internazionale guidata direttamente dai popoli indigeni per proteggere i loro territori e affrontare la crisi climatica alla radice
- Alla Cop 30 i movimenti si riprendono la scena – 20 novembre 2025
Marica Di Pierri su Il Manifesto – Era dalla Cop 26 di Glasgow che non si vedeva così tanta società civile. Accanto al vertice ufficiale, in più di 50 mila hanno animato la «Cupula dos povos» per una svolta vera sul clima e i diritti
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- COP30, BELÉM | Italiani in mobilitazione – 20 novembre 2025]
Il Climate Pride in azione alla COP30: l? attivist? chiedono all’Italia una roadmap chiara e ambiziosa per uscire dai fossili.
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- A Belém torna il protagonismo sociale – 19 novembre 2025
Marica Di Pierri su Collettiva – Alla Cop30 movimenti, organizzazioni, popoli e sindacati riacquistano centralità: proposte e campagne dal basso sono arrivate nelle stanze dei negoziati.
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- Come procede la COP30 in Brasile? Intervista a Laura Greco da Bélem – 19 novembre 2025
Laura Greco su Scienza e Pace Magazine – COP30 tra repressione, lobby fossili e resistenze indigene: la giustizia climatica la costruiscono i territori, non i negoziati.
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- Lifegate dalla COP30 – 18 novembre 2025
Marica Di Pierri su Lifegate – Dalla COP30 il racconto dell’inedita comunicazione tra dentro e fuori la COP, tra le richieste indigene e l’ambiguo governo di Lula.
Ascolta su Lifegate
- Il Fondo per le foreste e la falsa soluzione del biocapitalismo si ripropone alla Cop30 di Belém – 18 novembre 2025
Laura Greco su Altreconomia – Il Tropical forests forever facility lanciato da Lula è l’ennesimo dispositivo finanziario che viene presentato come innovazione.
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- Attivismo e giustizia climatica: se il diritto alla protesta diventa un reato – 17 novembre 2025
Marica Di Pierri su Valori.it – Alla Cop30 emerge un allarme globale: in molti Paesi il diritto alla protesta viene represso e l’attivismo ambientale è sempre più criminalizzato
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- Alla Cop30 di Belèm il fondo per l’adattamento resta senza fondi – 17 novembre 2025]
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30 fallisce, per il terzo anno di fila, l’obiettivo di raccolta minima per finanziare l’adattamento dei Paesi del Sud globale.
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- Massiccia partecipazione popolare a Belém – 16 novebre 2025
Marica Di Pierri su L’aria Che Respiri – Alla Cúpula dos Povos tantissime voci per reclamare la fine dei combustibili fossili e una giustizia climatica guidata dai popoli, non dalle multinazionali.
Ascolta su Radio Rai1
- In diretta da Bele?m – Aggiornamenti sulla prima settimana di COP30 – 15 novembre 2025
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – In diretta da Belém, per raccontare in diretta i lavori della 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici. ?Foto di Oliver Ninja e Midia Ninja
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- Cop30: chi difende i combustibili fossili dentro i negoziati sul clima – 14 novembre 2025
Marica Di Pierri per Altreconomia – Alla Cop30 un lobbista fossile ogni 25 delegat?: il vertice che dovrebbe chiudere l’era fossile continua a farsela scrivere da chi la profitta.
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- Giustizia climatica, questa dimenticata – 13 novembre 2025
Marica Di Pierri su Il Manifesto – Il legame tra clima e disuguaglianze è ormai assodato. Ma dopo 30 anni di conferenze, i ricchi continuano a fare grandi affari con i fossili.
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- L’adattamento secondo la COP30: “Adattarsi è sopravvivere” – 13 novembre 2025
Marica Di Pierri per EconomiaCircolare.com – COP30 punta a rendere operativo il Global Goal on Adaptation, tra governance multilivello, indicatori, fondi insufficienti e necessità di giustizia climatica.
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- La Cop30 in Brasile e le politiche industriali green – 11 novembre 2025
Marica Di Pierri per Tutta La Città Ne Parla, Radio3 – È iniziata la Cop30 a Belém, 10 giorni in cui si discuterà su come trovare una via d’uscita alla deriva del cambiamento climatico nonostante le difficoltà politiche che ci circondano.
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- Road to Belém – 7 novembre 2025
Marica Di Pierri per Valori.it – Verso la Cop30 di Belém, cosa aspettarci dal più importante appuntamento per salvare il clima della Terra? Diretta con Marica Di Pierri, Luca Lombroso, Giovanni Mori e Lorenzo Tecleme.
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- Da Parigi a Belém, i conti che non tornano – 6 novembre 2025
Marica Di Pierri per Il Manifesto – Tra tensioni e fragili compromessi, i preparativi alla vigilia della Conferenza Onu. A che punto sono gli impegni nazionali di riduzione e i piani di adattamento dei singoli Paesi.
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- A Sud a Belém alla Cop30 – 6 novembre 2025
A Sud seguirà negoziati e mobilitazioni dalla COP30 di Belém, amplificando le voci dei movimenti per giustizia climatica e sociale.
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- A Sud aderisce alla Global Call to Action della Cúpula dos Povos – 5 settembre 2025
Il 15 novembre scendiamo in piazza: basta disuguaglianze e razzismo ambientale, vogliamo giustizia climatica e un mondo dove la vita sia al centro.
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- Vertice dei Popoli Verso la COP30: Manifesto Politico – 13 giugno 2025
A Sud aderisce al Manifesto dei Popoli verso la COP30: un appello globale per giustizia climatica, anticapitalismo e democrazia dal basso.
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Racconteremo le negoziazioni
Per spiegare cosa accade davvero alla COP30, come si muovono i governi e quali interessi guidano le scelte sulla crisi climatica. Vi offriremo una copertura quotidiana per raccontarvi con le nostre parole e con uno sguardo critico, indipendente e radicale, vicino ai movimenti il dentro e fuori la Cop
Sveleremo le contraddizioni
Tra le promesse ufficiali e la realtà, mostrando lo scontro continuo tra lobby fossili e popoli che difendono la vita e i territori. Denunceremo le responsabilità smascherando la falsa transizione energetica e chi continua a inquinare mentre parla di sostenibilità con greenwashing e false soluzioni
Daremo voce alle comunità
Portando le loro storie, le lotte quotidiane e le alternative concrete alla devastazione ambientale, contro colonialismo ed estrazione. Ci collegheremo con l’Italia per connettere istanze e battaglie
INFO E CONTATTI
Per contatti e interviste con la delegazione:
maricadipierri@asud.net
+ 55 21 967071220
Laura Greco
lauragreco@asud.net
+55 21 997673184
Pesticidi nel 75% del miele mondiale
[di Maria Rita D’Orsogna su Comune-info] È uno studio appena pubblicato su Science ed eseguito da un gruppo di scienziati dell’Università di Neuchatel in Svizzera guidato da Edward Mitchell, biologo. Le conclusioni sono inquietanti: i tre quarti del miele prodotto in tutto il mondo contiene tracce di pesticidi, ben pochi sono gli angoli del pianeta esenti da questo tipo di inquinamento. Mitchell e i suoi colleghi hanno analizzato duecento campioni di miele alla ricerca di pestidici, quelli più comuni sono chiamati neo-nicotinoidi e contengono composti chimici simili alla nicotina. Chi li ha inventati? La Shell, ditta petrolifera, negli anni Ottanta, poi seguiti dalla Bayer. Fra queste sostanze c’è la cosiddetta Imidacloprid che in questo momento è l’insetticida più usato del mondo. Già a partire dalla fine degli anni Novanta si puntò il dito contro questi neo-nicotinoidi per i loro impatti ambientali. Si collegò subito l’uso di questi insetticidi al Colony collapse disorder (Ccd), cioè la moria di api, e alla perdita successiva di animali più grandi, come per esempio gli uccelli, a causa della riduzione degli insetti che rappresentavano il loro cibo. In Europa in questo momento esiste un divieto parziale contro alcuni di questi neo-nicotinoidi, dal 2013. In questo studio Mitchell trova che: nel Nord America, l’86 per cento dei campioni è inquinato dai neo-nicotoidi; in Asia, l’80 per cento; in Europa il 79 per cento; in Africa il 73 per cento; in Australia il 71 per cento; in Sud America il 57 per cento. Di questi campioni la maggior parte conteneva almeno due i più neo-nicotoidi e il 10 percento dei campioni aveva quattro tipi diversi di inquinanti. Che effetti ha questa roba sulla salute umana? Forse non più di quanto possa causare una mela contaminata da quattro tipi di pesticidi diversi. Ma il problema è molto più grave per le api stesse, perché le api usano il miele per cibarsi durante i periodi invernali senza fiori. Circa un terzo dei campioni, cioè quasi tutti quelli contaminati da pesticidi, avevano concentrazioni di neo-nicotoidi dannosi alle api. ARTICOLO CORRELATO Le api possono salvare il mondo Il consumo di neo-nicotoidi porta a problemi di apprendimento e di memoria nelle api, che fa si che si confondano quando cercano cibo e si organizzano tutte assieme per andare verso zone con cibo abbondante. Oltre ai problemi nella ricerca di cibo, e anche se le concentrazioni di pesticidi non sono letali, l’esposizione ai neo-nicotoidi porta a danni alla crescita delle api, al sistema immunitario, al sistema neurologico, riproduttivo e respiratorio. La regina può ammalarsi e non sopravvivere e questo a volte porta al collasso dell’intera colonia di api. È tutto esagerato? Beh, non proprio. Nel 2014, uno studio a livello mondiale di neo-nicotinoidi concluse che l’uso di questi pesticidi stava avendo gravi impatti sulla produzione di cibo. La conclusione fu che “the consequences are far reaching and cannot be ignored any longer“. Senza api non c’è l’impollinazione. Senza impollinazione non c’è l’agricoltura cosi come la conosciamo. (Pubblicato il 11/10/...
read morePACC – Piano di adattamento ai cambiamenti climatici (Abruzzo)
I cambiamenti climatici rappresentano una delle più grandi sfide che governi, enti territoriali, istituzioni internazionali e popolazioni sono chiamati ad affrontare. Per fare fronte a questa complessa sfida, le azioni da intraprendere vanno dal contrasto alle cause dell’innalzamento della temperatura globale, alla predisposizione di piani di adattamento che minimizzino gli impatti dei cambiamenti climatici e sostengano le capacità resilienti dei territori. Seguendo l’urgenza di predisporre, a livello nazionale, regionale e locale piani di adattamento ai cambiamenti climatici, più volte affermata dall’Unione Europea che ne chiede l’integrazione nelle diversi fasi decisionali delle politiche pubbliche e di pianificazione territoriale, il CDCA in collaborazione con la Regione Abruzzo e Climalia, ha avviato il progetto PACC Abruzzo. Il territorio abruzzese, a causa delle sue intrinseche caratteristiche orografiche, territoriali e socioeconomiche e della sua ubicazione, è una delle regioni dell’intero territorio italiano con la più alta vulnerabilità ai cambiamenti climatici. Ciò è dovuto al fatto che la regione è caratterizzata dalla più alta diversità climatica dell’Italia peninsulare, passando dal clima temperato-caldo della fascia costiera al temperato freddo dei maggiori rilievi appenninici. Il progetto PACC Abruzzo – Piano di Adattamento ai Cambiamenti Climatici della Regione Abruzzo ha come primo impegno la formulazione di un profilo climatico della Regione Abruzzo dal quale poi sviluppare un piano di adattamento specifico per la Regione Abruzzo. Per la formulazione di un piano di adattamento che sia efficace è assolutamente indispensabile il coinvolgimento delle varie parti interessate. Il PACC Abruzzo intende assicurare, a tal fine, un processo attivo di partecipazione degli stakeholder. Il loro coinvolgimento, infatti, garantirà l’identificazione di capacità resilienti al fine di favorire la loro sistematizzazione nella futura strategia. In questo modo si potranno assicurare elevati livelli di accoglienza delle strategie di adattamento, oltre che il coinvolgimento e impegno dell’intera società. Visita il sito della Regione Abruzzo PARTNERS Regione Abruzzo Climalia FINANZIAMENTI Il progetto è finanziato dalla Regione Abruzzo Finanziamento totale: 37500€ AVVIO PROGETTO Ottobre 2015 Vai alla pagina degli incontri 1° Incontro: scarica qui la locandina. 2° Incontro: scarica qui la locandina. 3° Incontro: scarica qui la locandina. 4° Incontro: scarica qui la locandina. 5° Incontro: scarica qui la...
read moreRifiuti e urbanizzazione nelle città africane
[su greenreport.it] Nei Paesi africani mancano le infrastrutture e la capacità di riciclare i rifiuti. Alla seconda edizione dell’Africa Engineering Conference dell’Unesco, in corso fino al 29 settembre a Kigali, la capitale del Rwanda, il dibattito ruota attorno al tema “Effective Waste Management in Africa”: è stato sottolineato che «l’urbanizzazione delle città africane in rapida crescita esercita una pressione considerevole sulle economie del continente in termini di rifiuti solidi, il che necessita l’adozione delle tecnologie appropriate, la maggior parte delle quali non sono disponibili in Africa». Secondo la Banca mondiale, le città del mondo nel 2012 producevano 1,3 miliardi di tonnellate di rifiuti solidi, cioè in media 1,2 kg al giorno per ogni loro abitante (anche se è molto difficile capire quanti sono davvero gli esseri umani che vivono nelle megalopoli del pianeta). A causa della rapida crescita della popolazione e dell’urbanizzazione nel mondo, la produzione di rifiuti solidi urbani nel 2025 dovrebbe aumentare a 2,2 miliardi di tonnellate. L’Africa Engineering Conference punta a promuovere l’ingegneria professionale in Africa per portare alla crescita delle infrastrutture e Aime Muzola, amministratore della ater and Sanitation Corporation Authority del Rwanda, ha evidenziato che «i Paesi africani devono adottare una serie di tecnologie appropriate che li aiuteranno a trasformare i rifiuti in risorse riutilizzabili». Poi, tutto il mondo è paese, se l’è presa con il debolissimo movimento ambientalista africano: «Il rifiuto di pratiche comuni di gestione dei rifiuti in Africa da parte dei difensori dell’ambiente ha reso l’eliminazione di diversi lotti di rifiuti nelle città ben più complicata». Muzola si è scordato però le battaglie ambientaliste e comunitarie contro le navi dei veleni che scaricano in Africa gli scarti dell’iperconsumismo occidentale o le lotte contro le enormi discariche incontrollate rimpinguate dai governi africani. Alla conferenza partecipano oltre 1.000 rappresentanti di governi, consulenti Ong e associazioni di ingegneri africane e internazionali e, intervenendo alla presentazione dei “Documenti sulla gestione dei rifiuti solidi e liquidi”, gli esperti hanno sottolineato «l’incapacità dei Pesi africani fare un buon uso dei loro rifiuti riciclandoli, rappresenta uno dei veri problemi per la gestione dei rifiuti nel continente». (Pubblicato il...
read moreI veleni del Pfas, cosa sono e perché minacciano l’ambiente
[di Davide Michielin su La Repubblica] Si chiamano PFAS. Servono per cerare giacconi e proteggere smartphone, per fabbricare le pellicole antiaderenti delle padelle, la carta da pizza, la sciolina dei fondisti. L’acronimo, divenuto tristemente famoso per la diffusa contaminazione ambientale che da almeno quarant’anni avvelena le falde del Veneto occidentale, indica le cosiddette sostanze perfluoroalchiliche. Si tratta di una classe di composti chimici utilizzati in campo industriale per la loro capacità di rendere i prodotti impermeabili all’acqua e ai grassi. Impiegati fin dagli Anni ’50 nella filiera di numerosi prodotti commerciali, come tappeti, pelli, ma anche nel rivestimento dei contenitori per il cibo, l’utilizzo più noto è probabilmente nel rivestimento antiaderente delle pentole da cucina e nella produzione di tessuti tecnici. Sono costituiti da una catena alchilica idrofobica completamente fluorurata che può essere di varia lunghezza. Questa struttura chimica fornisce alle molecole elevata stabilità termica e chimica, rendendoli resistenti alla maggioranza dei processi naturali di degradazione, sia aerobica sia anaerobica, comprese fotolisi e idrolisi. I Pfas si accumulano nell’ambiente e, attraverso l’acqua e gli alimenti, anche negli organismi viventi, uomo compreso, risultando tossici ad alte concentrazioni (sulla questione tossicità, però, non vi è letteratura univoca). Come quelle decisamente alte misurate nei prelievi di sangue della popolazione di alcuni comuni del Vicentino. La capacità di accumularsi non si limita infatti ad acqua e suolo, ma prosegue anche negli organismi. Risalendo la catena alimentare, la concentrazione dei Pfas aumenta di organismo in organismo, in un processo noto come magnificazione o bioamplificazione. E dalle coltivazioni al bestiame raggiungono infine il nostro piatto. I Pfas più diffusi sono l’acido perfluoroottanoico (Pfoa), il quale ha numerose applicazioni sia industriali sia commerciali. Un altro esempio è l’acido perfluorottanosulfonato (Pfos), impiegato nelle schiume degli estintori. Sebbene non sia stata finora dimostrata una definitiva correlazione, Pfoa e Pfos sono ritenuti fattori di rischio per un’ampia gamma di patologie, non ancora del tutto delimitate. Si tratta di interferenti endocrini, in grado cioè di alterare la sintesi di ormoni, compromettendo la crescita e riducendo la fertilità. Ma i Pfas sono inoltre sospettati di interferire nella comunicazione intercellulare, aumentando così il rischio di sviluppare tumori. Tra le patologie la cui causa potrebbe essere attribuita all’esposizione prolungata a queste sostanze, vi sono tumori ai reni e ai testicoli, ma anche malattie della tiroide, ipertensione in gravidanza e colite ulcerosa. Alcune ricerche suggeriscono inoltre un incremento delle patologie fetali e gestazionali nelle aree più esposte alla contaminazione: diabete gestazionale, neonati sotto peso e altre malformazioni congenite. (Pubblicato il...
read moreLa foresta boreale si sta esaurendo per colpa dei fazzoletti
[di Andrea Tarquini su La Repubblica] L’allarme sul polmone verde del Nordeuropa (in Svezia, Finlandia e Russia): una risorsa messa a dura prova dall’aumento sul mercato internazionale dei prodotti usa e getta. Solo in Italia il consumo procapite è pari a 9 kg l’anno. I fazzoletti di carta, oggetto d’uso quotidiano in tutto il mondo, stanno mettendo in pericolo la sopravvivenza della foresta boreale. Insieme alla produzione di carta asciugatutto, tovaglioli, carta igienica e altri prodotti simili. Il grido d’allarme viene dall’organizzazione ambientalista globale Greenpeace. Il problema coinvolge le foreste in Svezia, Finlandia e Russia. Ed essenzialmente è causato, sempre secondo Greenpeace, dalle deforestazioni attuate per soddisfare le ordinazioni della Essity, principale azienda europea e seconda mondiale nella produzione appunto di fazzolettini, asciugatutto, tovaglioli, carta igienica. L’accusa è contenuta nel rapporto intitolato “Wiping out the boreal” (.pdf), diffuso oggi da Greenpeace. “E’ spesso da questi alberi”, afferma il documento, “che vengono ricavati i prodotti di marchi come Tempo, Lotus, Cushelle, Colhogar ed Edet”. Secondo Martina Borghi, responsabile della campagna per la difesa delle foreste di Greenpeace Italia, “è sconvolgente pensare che alberi che hanno svettato per decenni, o addirittura per secoli, vengano abbattuti per produrre fazzoletti o asciugatutto che verranno utilizzati per qualche secondo e poi gettati via”. Non possiamo permettere, aggiunge, che foreste ad alto valore di conservazione, incluse le foreste vergini vengano rase al suolo per produrre prodotti monouso. La grande foresta del Nord, ovvero l’ecosistema forestale boreale, rappresenta quasi un terzo delle foreste rimaste sulla Terra. Le grandi torbiere e il permafrost (gelo perenne) che la caratterizzano la rendono il piú grande deposito di carbonio tra gli ecosistemi sul pianeta, sempre secondo Greenpeace. E ciò significa che salvare questa foresta è indispensabile nella lotta contro i cambiamenti climatici. “Eppure solo il 3% della sua estensione è protetto”, sottolinea l’organizzazione. Quello del ‘tissue’, riferisce sempre l’associazione ambientalista, è un mercato in crescita, in espansione in tutta Europa. In Italia nel 2016 il consumo procapite complessivo di fazzoletti, carta igienica, asciugatutto e tovaglioli è stato di nove chilogrammi all’anno. All’inizio di quest´anno, sempre secondo il rapporto di Greenpeace, il gruppo Sca è stato suddiviso in due aziende indipendenti: Sca che lavora nel settore forestale ed Essity specializzaza appunto nel tissue. Essity acquista da Sca polpa di cellulosa proveniente proprio dalla foresta boreale. Incluse le foreste vergini. Sca sostituisce gli alberi tagliati piantando pino contorto, una specie non autoctona, che altera l’economia forestale e rende difficoltoso tra l´altro l´approvvigionamento di cibo per le renne e quindi minaccia la vita del popolo sami, la cui sussistenza è basata soprattutto sul pascolo di questi animali. Da leader nella produzione di tissue, chiede Greenpeace, Essity deve assumersi responsabilità anche per salvare la grande foresta del Nord. L’organizzazione chiede quindi all’azienda di eliminare dalla filiera dei propri fornitori di materia prima i fornitori coinvolti nella distruzione di aree importanti della ‘corona verde’ del Pianeta, assicurando cosí anche il rispetto dei diritti dei popoli locali. La deforestazione, condotta per produrre ‘tissue’ ma anche per far spazio a prospezioni minerarie, ha causato proteste e mobilitazioni del popolo Sami soprattutto in Svezia. (Pubblicato il...
read moreL’estinzione di massa minaccia il nostro cibo
[di Antonio Cianciullo su La Repubblica] L’allarme in un rapporto di Bioversity International: il cambiamento climatico rischia di eliminare la ricchezza genetica che finora ci ha protetto. Già oggi il 75% del cibo mondiale è affidato a 12 colture e a cinque specie animali. Il caos climatico che abbiamo creato ci spinge a buona velocità verso la sesta estinzione di massa. Vuol dire che rischiamo di perdere gli animali simbolo della bellezza della natura, i grandi mammiferi che ci hanno accompagnato nella storia (la metà della fauna selvatica è sparita negli ultimi 40 anni). Ma vuol dire anche che è minacciata una ricchezza meno scintillante ma fondamentale: la varietà di specie alimentari necessarie alla nostra sopravvivenza. L’allarme viene dal rapporto “Integrare l’Agrobiodiversità nei sistemi alimentari sostenibili” curato da Bioversity International. I numeri documentano un danno che non lascia margini per ulteriori errori: molte delle 5.538 specie vegetali commestibili sono state perse e appena tre (riso, grano, mais) forniscono più del 50% delle calorie derivate dal mondo vegetale. Più in generale il 75% del cibo mondiale è affidato a 12 colture e a cinque specie animali. Abbiamo puntato tutto su poche specie, non perché siano le più buone o le più sane, ma perché sono quelle che si adattano meglio al sistema industriale che ha espugnato l’agricoltura trasformandola in una macchina che trasforma petrolio (trattori, concimi, trasporti, refrigerazione) in cibo. I sistemi super intensivi di coltivazione hanno permesso di aumentare la produzione, ma il prezzo è stato alto. L’agricoltura – afferma il rapporto – dà un contributo alle emissioni serra pari al 24% del totale ed è il più grande utilizzatore di acqua dolce sul pianeta (3). Il 62% delle specie a rischio è minacciata dall’espansione dei campi e dei pascoli che coprono già il 38% delle terre emerse. Una situazione in sé preoccupante, ma drammatica alla luce di ciò che succederebbe se non cambiassimo rotta: in ognuno dei prossimi tre decenni il caos climatico ridurrà la produzione agricola del 2%, mentre la domanda di cibo crescerà del 14%. Dunque aumenterà la spinta a far crescere uno squilibrio già consistente. Dal punto di vista ecologico il rischio è stato evidenziato ad esempio negli anni Settanta, quando le colture di mais negli Stati Uniti sono state minacciate da una malattia che ha fatto danni per quasi un miliardo di dollari: il problema è stato risolto grazie a una varietà selvatica messicana che per fortuna era sopravvissuta. Dal punto di vista sanitario invece l’altra faccia dell’iper industrializzazione del cibo è il trionfo del junk food: oggi quasi due miliardi di persone sono sovrappeso o obese mentre oltre due miliardi mancano delle vitamine essenziali e dei minerali necessari. Di qui la proposta di un Indice di agrobiodiversità per guidare interventi e investimenti mirati a sostenere sistemi alimentari duraturi e capaci di fornire un adeguato nutrimento. Il cibo infatti non si può misurare solo a chili: 200 grammi di riso al giorno possono rappresentare meno del 25% o più del 65% della dose giornaliera raccomandata di proteine, a seconda della varietà consumata. La qualità del cibo è legata anche alla qualità del terreno. Da uno studio che mette a confronto sistemi monocolturali e sistemi con diverse specie, risulta che nei campi con maggiore biodiversità ci sono un numero ridotto di parassiti e più predatori naturali. E il trend...
read moreSpeciale Basilicata: presentata la V.I.S.
Valutazione di impatto sanitario delle estrazioni petrolifere sugli abitanti della Val D’Agri Scarica il documento Il 22 settembre a Viggiano (PZ) è stata presentata la Valutazione di impatto Sanitario per le attività di estrazione operate da ENI sul territorio. Osservatorio Popolare Val D’Agri: ora la politica faccia la sua parte. Leggi il comunicato Marica di Pierri su Il Manifesto: Rischio salute in Basilicata. Sotto accusa le estrazioni ENI. Leggi l’articolo. Fabrizio Bianchi è il coordinatore della V.I.S., lo studio degli impatti sanitari delle attività estrattive di ENI in Basilicata. Il 22 settembre, a oltre 20 anni dall’avvio delle attività estrattive in Val D’Agri, nella provincia di Potenza, arriva finalmente il primo studio di impatto sanitario realizzato sugli abitanti della Valle, con particolare riferimento ai due comuni maggiormente interessati dal polo estrattivo, Viggiano e Grumento. Guarda l’intervista. Guarda l’intervento di presentazione della V.I.S. Leggi anche la scheda di conflitto del CDCA sulle attività dell’Eni in Val...
read moreAdesso basta incentivi, contro il business dell’iper-sfruttamento idroelettrico
Il Comitato Acqua Bene Comune Belluno, insieme a tante altre realtà, il 23 settembre ha lanciato la campagna “Adesso basta incentivi” decisiva per bloccare l’aggressione agli ultimi fiumi “naturali” d’Italia, progetti drogati da incentivi pubblici che paghiamo in bolletta, che favoriscono interventi puramente speculativi, di elevato impatto ambientale e di irrilevante produzione di energia idroelettrica. Riceviamo e diffondiamo: Dal 23 settembre mobilitiamoci tutti e partecipiamo alla nuova campagna Adesso Basta Incentivi, contro il business dell’iper-sfruttamento idroelettrico, per i nostri fiumi, per la nostra montagna! Sono giorni importanti per il futuro della montagna e dei nostri fiumi. Per due motivi: Il primo motivo La Commissione Europea ha aperto una procedura PILOT di pre-infrazione nei confronti dell’Italia grazie al ricorso europeo pagato da tanti cittadini. E pare che l’Europa non stia scherzando. Tant’è che il Ministero dell’Ambiente ha dovuto promulgare due decreti per adeguarsi alla normativa europea. Nei decreti sono previste nuove linee guida per la valutazione degli impatti ambientali delle centrali idroelettriche e per l’aggiornamento dei metodi di determinazione del cosiddetto Deflusso Minimo Vitale che fino ad oggi, non ha garantito affatto la sopravvivenza dei fiumi. E’ in questi mesi che si capirà se realmente queste nuove linee guida produrranno una maggiore tutela per i fiumi, dato che sono stati creati dei tavoli istituzionali che hanno il compito di stabilirne i metodi applicativi. Il secondo motivo Come ogni anno, in questo periodo il Governo è solito fare dei decreti per rinnovare gli incentivi economici al settore del mini-idroelettrico. Questi incentivi sono la prima causa della speculazione in atto sui nostri fiumi. Senza questi soldi pubblici il mini-idroelettrico non è in grado di produrre profitti così alti da giustificare gli investimenti. E’ il denaro pubblico che garantisce i profitti ai predoni dell’acqua! Perché continua la mobilitazione? Come avete capito, questo è un momento importante per la battaglia in difesa dei fiumi e non possiamo più tollerare che il nostro territorio venga continuamente spremuto da vecchi e nuovi predoni, che queste meravigliose montagne siano considerate il nuovo far west di questi speculatori. Adesso Basta! È ora di riprendere la mobilitazione. Ci mobilitiamo perché vogliamo che queste nuove linee guida ministeriali vengano applicate rispettando realmente i principi della normativa europea che impone una maggiore tutela ambientale per i fiumi. Ci mobilitiamo perché il Governo elimini definitivamente gli incentivi al mini-idroelettrico.Senza incentivi verrebbero meno le motivazioni che spingono le aziende a realizzare questi impianti. Si produrrebbe, di fatto, quella moratoria sui nuovi impianti che da anni migliaia di cittadini chiedono. E sia ben chiaro, queste nostre richieste valgono anche per i progetti di nuove centrali che si trovano già in fase di autorizzazione: più di 2000 in tutta Italia, oltre 150 nella sola Provincia di Belluno! Come partecipare alla mobilitazione? E’ molto semplice e ci sono tanti modi per poter partecipare. Abbiamo preparato bandiere, manifesti, striscioni e cartelli, contro l’iper-sfruttamento idroelettrico. Contattateci (i nostri riferimenti li trovate in calce a questo appello) e ve la consegneremo, oppure se preferite, potete crearveli voi. A questo punto, largo alla fantasia! Da sabato 23 settembre appendete la bandiera alle finestre di casa, fate comparire striscioni lungo le strade, in luoghi simbolici, un manifesto in paese. Se vi piace andare in montagna, a camminare lungo i torrenti, a pescare o in canoa portate con voi una bandiera o un cartello, fatevi...
read moreIl lato nero del cioccolato. “Così stanno morendo le foreste dell’Africa”
[di Giacomo Talignani su La Repubblica] La denuncia dell’ong Mighty Earth: 80% delle foreste scomparse in Costa d’Avorio. E molto del cacao che mangiamo è “illegale”. Mentre noi ci gustiamo la nostra barretta di cioccolato migliaia di ettari di foreste africane sono già scomparsi uccidendo animali ed interi ecosistemi. Alberi appartenenti a parchi nazionali e zone che dovevano essere protette sono diventate vittime della deforestazione per lasciar spazio all’industria del cacao. La denuncia, multipla, che punta il dito contro la complicità del governo ivoriano e le disattenzioni delle principali aziende produttrici di cacao internazionali, arriva da un dettagliato report dell’organizzazione non governativa Mighty Earth (.pdf). Per l’ong l’80% delle foreste della Costa d’Avorio, principale esportatrice di fave di cacao dato che è da lì che arriva il 40% del cioccolato al mondo, sono scomparse negli ultimi 50 anni. Non basta: il cioccolato che giunge sulle nostre tavole è spesso “illegale”, dato che parte delle fave proviene da aree che dovevano essere protette ma, grazie a un sistema di corruzione e favoritismi, viene mischiato alle partite legali di fave. Nel report vengono citate decine di aziende, dalla Mars alla Nestlè, la Lindt, Olam, Cargill, Barry Callebaut o l’italiana Ferrero che, come ha specificato il Guardian, testata che ha diffuso i dati in anteprima, non negano il problema spiegando di esserne a conoscenza e si dicono impegnate a fare di tutto per mettere fine alla deforestazione delle riserve. Foreste un tempo rigogliose di ogni tipo di alberi e biodiversità, come quelle di Goin Debé, Scio, Haut-Sassandra, Tai, i parchi di Mont Peko e Marahoué, oggi stanno pian piano scomparendo e vengono bruciate per lasciare spazio alle fave: muoiono così decine di animali, gli scimpanzé sono costretti a vivere in piccoli fazzoletti di terra o gli elefanti diminuiscono drasticamente. “Le autorità ivoriane sono talvolta complici o inefficaci” ha dichiarato l’Ong. Rick Scobey, presidente della World Cocoa Foundation, non ha negato il fatto dicendo che “questo è un problema conosciuto da anni. All’inizio dell’anno, 35 aziende del settore hanno deciso di unire le loro forze per lanciare una nuova partnership con il governo ivoriano e terminare la deforestazione in Ghana e Costa d’Avorio”. Intanto negli ultimi mesi il prezzo del cacao sul mercato è sceso del 30% e il prezzo minimo garantito ai produttori è passato da 1.100 a 700 franchi Cfa (1,17 dollari) anche se la domanda di cioccolato resta alta. Nella catena, i commercianti di cacao che vendono ai grandi marchi si rivolgono sempre più a coltivatori illegali che crescono le piante in aree protette, le stesse dove la foresta pluviale si è appunto ridotta dell’80% dal 1960 ad oggi. Il prodotto illegale si mescola così, durante il processo di fornitura, con le fave di cacao lecite, rendendo difficile la tracciabilità. Di questo passo però, ricorda il report, la Costa d’Avorio (ma anche il Ghana soffre) sta perdendo le sue foreste a un tasso velocissimo: oggi meno del 4% del paese è coperto da foreste pluviali mentre un tempo lo era almeno il 25%. Per Mighty Earth se non si metterà fine a tutto ciò entro il 2030 non rimarrà più traccia delle foreste. All’interno dei parchi i coltivatori illegali, nonostante le parole e l’impegno di esecutivo e aziende, continuano a bruciare alberi per favorire la crescita delle piante di cacao dato che hanno bisogno...
read more[posted on The Economist, August 29, 2017] But the number of deaths caused by them is falling. Houston is being battered by its worst storm in 50 years. Tropical Storm Harvey dumped almost 50 inches (1.27 metres) of rain in some areas in just over four days, with more set to come. That is a record for a tropical system in mainland America. A lack of sufficient drainage in the city of 6.5m people, which is built on thick clay soil on a floodplain, has exacerbated the flooding. The storm has caused nine deaths so far; thousands have fled their homes. Texas and its neighbouring states are prone to such natural disasters—as is the country as a whole. According to the UN’s disaster-monitoring system, America sits alongside China and India in suffering the greatest number of natural disasters globally between 1995 and 2015. These include earthquakes, storms, floods and heatwaves that either cause at least ten deaths, affect more than 100 people or prompt the declaration of a national emergency. Since 1970, the number of disasters worldwide has more than quadrupled to around 400 a year. Another dataset of less serious types of weather- and climate-related events, defined as causing at least one death or a set amount of monetary damage, shows an increase, too. By this measure, compiled by Munich Re, there are six times more hydrological events now than in 1980. Last year’s total was the highest ever seen. Although the number of such disasters keeps rising, far fewer people are dying as a result of them. In 1970, 200,000 people perished annually. That figure has been dramatically reduced, thanks to safety measures such as improved buildings and flood-prevention schemes. To reduce it still further, urban planners may have to operate on the assumption of even more extreme...
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Marica Di Pierri per Valori.it – Verso la Cop30 di Belém, cosa aspettarci dal più importante appuntamento per salvare il clima della Terra? Diretta con Marica Di Pierri, Luca Lombroso, Giovanni Mori e Lorenzo Tecleme.