Dal 10 al 21 novembre 2025 saremo a Belém, in Brasile, per partecipare come osservatori alla 30° Conferenza delle Nazioni Unite sul Clima. Racconteremo quanto avviene dentro e fuori le negoziazioni, porteremo e raccoglieremo le voci dei territori in lotta contro l’estrattivismo, contro il greenwashing e per una transizione ecologica realmente giusta.
Iscriviti al bollettino Sostieni il nostro lavoroL’agenda della COP30
A Belém si discuteranno e valuteranno gli NDCs, i nuovi impegni climatici nazionali che stabiliscono gli obiettivi di riduzione delle emissioni di ogni paese. Accanto alla mitigazione, l’adattamento sarà uno dei temi centrali attraverso il Global Goal on Adaptation (GGA) e i nuovi Piani nazionali di adattamento. Un altro capitolo chiave sarà quello della finanza per il clima. Tra i punti principali il nuovo obiettivo di finanziamento (NCQG), che punta ad aumentare il sostegno ai Paesi in via di sviluppo da 100 a 300 miliardi di dollari l’anno, e la Roadmap Baku-Belém, che traccia un percorso per mobilitare almeno 1.300 miliardi di dollari l’anno entro il 2035.
Temi cruciali, che si scontrano con uno scenario geopolitico ostile, segnato dal negazionismo climatico, dai venti di guerra, dalla corsa al riarmo e dalla violenza istituzionale. Non è un caso che in gioco a Belém ci sia più che mai la credibilità della diplomazia climatica e la sua capacità di tradurre le intenzioni in impegni concreti.
La Cupula dos povos
La Cúpula dos Povos è il grande incontro dei movimenti sociali e delle comunità che vivono in prima linea la crisi climatica. Nata nel 1992 come risposta critica alle negoziazioni ufficiali, propone un’alternativa fondata su giustizia climatica, sociale e ambientale, solidarietà e saperi ancestrali.
Dal 12 al 16 novembre 2025, in concomitanza con la COP30 di Belém, riunirà popoli indigeni, comunità quilombola e tradizionali, giovani e lavorator? in marce, dibattiti e azioni culturali.
La Cúpula mette al centro vite, diritti e territori, non statistiche: unisce chi costruisce ogni giorno soluzioni reali, dall’agroecologia alla difesa dei beni comuni, per spingere i governi ad adottare politiche di vera giustizia climatica.
Dichiarazione della Cupula Dos Povos
Perché A Sud e CDCA alla COP?
Nelle Cop si riuniscono i governi dei 197 Paesi che hanno ratificato la Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (UNFCCC), firmata a Rio de Janeiro nel 1992. Ma la COP30 non è solo un vertice diplomatico: è il terreno di confronto (e di scontro) tra attori diversi e diverse visioni del mondo. Da una parte il business as usual che trasforma la crisi climatica in profitto, dall’altra movimenti e territori che lottano per giustizia climatica, autodeterminazione e diritti della Natura.
La COP30 si terrà nel cuore dell’Amazzonia, a Belém do Pará, in Brasile. Non è un dettaglio geografico ma una scelta politica: è nel Sud globale che l’ingiustizia climatica colpisce più duramente mentre il Nord globale continua a negoziare emissioni e interessi fossili.
Qui non si decide solo il futuro del clima: si decide chi avrà diritto a un futuro.
Per raccontare cosa c’è in gioco, e come finisce la partita.
Andiamo alla COP per osservare da vicino i negoziati, capire quali equilibri politici e di potere si stanno ridefinendo, e portare la prospettiva dei territori e dei movimenti che chiedono giustizia climatica.
La partecipazione di A Sud e CDCA serve a connettere le lotte locali con quelle globali, rafforzare alleanze internazionali e raccontare – con sguardo indipendente e critico – come la diplomazia climatica sta affrontando, o eludendo, le proprie responsabilità.
Perché solo intrecciando voci e resistenze dal basso possiamo costruire un futuro giusto per tutt?.
Per costruire e rafforzare alleanze internazionali
Svolgere la COP in Brasile è un segnale che conta: significa rimettere al centro chi la crisi climatica la subisce davvero. Andiamo a Belém per stare con i movimenti globali per la giustizia climatica. In America Latina oggi si gioca una partita enorme: conflitti ambientali, estrattivismo, repressione, lotte indigene e popolari che resistono da decenni. Con tante realtà — dalla Colombia alla Bolivia, fino all’Amazzonia — abbiamo già lavorato, fatto campagne, costruito ponti. Lì ritroviamo compagn? con cui condividiamo visioni e pratiche.
Per portare una visione radicale dentro la COP
Sì, probabilmente sarà l’ennesimo flop diplomatico. Ma proprio per questo dobbiamo esserci, per non lasciare quei tavoli alle lobby fossili e ai governi che parlano di transizione mentre trivellano.
Da dentro vedi meglio le dinamiche, le crepe, le possibilità di alleanze e di conflitto.
Andiamo per portare la prospettiva della giustizia climatica e delle lotte dal basso, che legano crisi climatica, razzismo, patriarcato e disuguaglianze. La COP non è un punto d’arrivo: è un passaggio. Il resto si fa fuori, insieme, ogni giorno.
Diario dalla COP30
- Giorno 12 – 24 novembre 2025
Belém svela il fallimento della diplomazia climatica, ma apre spiragli: una roadmap anti-fossile e nuove alleanze per la giustizia.
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- Giorno 11 – 21 novembre 2025
Penultimo giorno a Belém: incendio in COP30, stalli politici e pressioni crescenti sul BAM e sull’uscita dai fossili.
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- Giorno 10 – 20 novembre 2025A Belém 85 Paesi spingono per uscire dai fossili, mentre Italia e Polonia frenano. La COP30 è al bivio, il tempo è adesso.
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- Giorno 9 – 19 novembre 2025
Belém rilancia la lotta globale ai fossili: la Colombia guida un fronte che vuole uscire davvero dal modello che brucia il pianeta.
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- Giorno 8 – 18 novembre 2025
Alla COP30 la transizione dai combustibili fossili sembra lontana, mentre i fondi dell’adattamento sono sotto il minimo.
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- Giorno 7 – 17 novembre 2025
Belem in rivolta: popoli indigeni e movimenti sociali spingono per una COP30 che dica finalmente basta ai fossili.
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- Giorno 6 – 15 novembre 2025
Anche quest’anno i dati sulla presenza dei lobbisti Gas&Oil alla conferenza di Belém sono alti: su ogni 25 persone accreditate al vertice, uno è un lobbista dei combustibili fossili, in totale sono oltre 1600.
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- Giorno 5 – 14 novembre 2025
Il TFFF entra nella Cupula tra promesse e contraddizioni: fondi incerti, debiti in aumento e movimenti che denunciano l’ennesima falsa soluzione verde.
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- Giorno 4 – 13 novembre 2025
A Belém la protesta indigena irrompe nella COP30 e svela le contraddizioni del Brasile fossile. Intanto la Cupula esplode di mobilitazioni globali.
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- Giorno 3 – 12 novembre 2025
Adattamento al centro della COP30, ma i fondi restano insufficienti. A Belém arrivano movimenti e comunità indigene: la vera pressione viene dai territori.
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- Giorno 2 – 11 novembre 2025
Lula parla di disuguaglianze alla Cop30, ma il Brasile continua a spingere sul fossile. A Belém torna al centro il nodo tra clima e ingiustizia.
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- Giorno 1 – 10 novembre 2025
Dalla Cop30 alla Cúpula dos Povos: a Belém si apre la sfida per la giustizia climatica tra responsabilità globali, diritti dei popoli e resistenza dei territori.
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Articoli di approfondimento alla COP30
- Cosa resta della Cop30, la battaglia per il clima e i diritti è ancora lunga – 24 novembre 2025
Marica Di Pierri e Laura Greco su Domani – COP30 fallisce su fossili e foreste, ma il Bam e il blocco dei 82 paesi per l’uscita dal fossile aprono spiragli di lotta e nuove alleanze.
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- Sulla fine dei lavori della COP30 – 24 novembre 2025
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Cosa è successo alla 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici? Quali sono le grandi vittorie? Quali le sconfitte?
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- La tabella della discordia – cos’è successo alla COP30 – 23 novembre 2025
Laura Greco su Radio24 – COP30 a Belém annuncia impegni su energia, foreste e adattamento, ma senza una vera uscita dal fossile restano promesse vuote da incalzare con lotte dal basso.
Ascolta su Il Sole 24 ore
- “A resposta somos nós”. Ma alla COP30 le richieste dei popoli indigeni non fanno breccia – 23 novembre 2025
Laura Greco su EconomiaCircolare.com – Alla COP30 le voci indigene restano ai margini mentre la foresta corre verso il punto di non ritorno. Senza giustizia, non c’è futuro.
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- La “Dichiarazione di Belém” e il multilateralismo del phase out dai fossili spinto dal basso – 21 novembre 2025
Laura Greco su Altreconomia – Da Belém arriva una spinta dal basso per uscire dai fossili: governi e movimenti uniscono le voci per un phase out reale, giusto, globale.
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- Cop30: senza il Gender action plan ogni azione climatica è limitata – 21 novembre 2025
Marica Di Pierri e Laura Greco su Valori – Nonostante le ambiziose premesse il Gender action plan ha trovato diversi ostacoli sui tavoli negoziali della Cop30
- Cop30: senza il Gender action plan ogni azione climatica è limitata – 21 novembre 2025

- Alla Cop30 arrivano le storie di migrazioni climatiche – 21 novembre 2025
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30, in vista delle negoziazioni finali, si parla del fenomeno crescente degli sfollamenti forzati dal cambiamento climatico.
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- Belém, la foresta degli indigeni si ribella a Lula – 20 novembre 2025
Laura Greco su Il Manifesto – Le nazionalità dell’Amazzonia denunciano l’inagibilità politica alla Cop e chiedono una mobilitazione internazionale guidata direttamente dai popoli indigeni per proteggere i loro territori e affrontare la crisi climatica alla radice
- Alla Cop 30 i movimenti si riprendono la scena – 20 novembre 2025
Marica Di Pierri su Il Manifesto – Era dalla Cop 26 di Glasgow che non si vedeva così tanta società civile. Accanto al vertice ufficiale, in più di 50 mila hanno animato la «Cupula dos povos» per una svolta vera sul clima e i diritti
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- COP30, BELÉM | Italiani in mobilitazione – 20 novembre 2025]
Il Climate Pride in azione alla COP30: l? attivist? chiedono all’Italia una roadmap chiara e ambiziosa per uscire dai fossili.
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- A Belém torna il protagonismo sociale – 19 novembre 2025
Marica Di Pierri su Collettiva – Alla Cop30 movimenti, organizzazioni, popoli e sindacati riacquistano centralità: proposte e campagne dal basso sono arrivate nelle stanze dei negoziati.
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- Come procede la COP30 in Brasile? Intervista a Laura Greco da Bélem – 19 novembre 2025
Laura Greco su Scienza e Pace Magazine – COP30 tra repressione, lobby fossili e resistenze indigene: la giustizia climatica la costruiscono i territori, non i negoziati.
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- Lifegate dalla COP30 – 18 novembre 2025
Marica Di Pierri su Lifegate – Dalla COP30 il racconto dell’inedita comunicazione tra dentro e fuori la COP, tra le richieste indigene e l’ambiguo governo di Lula.
Ascolta su Lifegate
- Il Fondo per le foreste e la falsa soluzione del biocapitalismo si ripropone alla Cop30 di Belém – 18 novembre 2025
Laura Greco su Altreconomia – Il Tropical forests forever facility lanciato da Lula è l’ennesimo dispositivo finanziario che viene presentato come innovazione.
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- Attivismo e giustizia climatica: se il diritto alla protesta diventa un reato – 17 novembre 2025
Marica Di Pierri su Valori.it – Alla Cop30 emerge un allarme globale: in molti Paesi il diritto alla protesta viene represso e l’attivismo ambientale è sempre più criminalizzato
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- Alla Cop30 di Belèm il fondo per l’adattamento resta senza fondi – 17 novembre 2025]
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30 fallisce, per il terzo anno di fila, l’obiettivo di raccolta minima per finanziare l’adattamento dei Paesi del Sud globale.
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- Massiccia partecipazione popolare a Belém – 16 novebre 2025
Marica Di Pierri su L’aria Che Respiri – Alla Cúpula dos Povos tantissime voci per reclamare la fine dei combustibili fossili e una giustizia climatica guidata dai popoli, non dalle multinazionali.
Ascolta su Radio Rai1
- In diretta da Bele?m – Aggiornamenti sulla prima settimana di COP30 – 15 novembre 2025
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – In diretta da Belém, per raccontare in diretta i lavori della 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici. ?Foto di Oliver Ninja e Midia Ninja
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- Cop30: chi difende i combustibili fossili dentro i negoziati sul clima – 14 novembre 2025
Marica Di Pierri per Altreconomia – Alla Cop30 un lobbista fossile ogni 25 delegat?: il vertice che dovrebbe chiudere l’era fossile continua a farsela scrivere da chi la profitta.
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- Giustizia climatica, questa dimenticata – 13 novembre 2025
Marica Di Pierri su Il Manifesto – Il legame tra clima e disuguaglianze è ormai assodato. Ma dopo 30 anni di conferenze, i ricchi continuano a fare grandi affari con i fossili.
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- L’adattamento secondo la COP30: “Adattarsi è sopravvivere” – 13 novembre 2025
Marica Di Pierri per EconomiaCircolare.com – COP30 punta a rendere operativo il Global Goal on Adaptation, tra governance multilivello, indicatori, fondi insufficienti e necessità di giustizia climatica.
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- La Cop30 in Brasile e le politiche industriali green – 11 novembre 2025
Marica Di Pierri per Tutta La Città Ne Parla, Radio3 – È iniziata la Cop30 a Belém, 10 giorni in cui si discuterà su come trovare una via d’uscita alla deriva del cambiamento climatico nonostante le difficoltà politiche che ci circondano.
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- Road to Belém – 7 novembre 2025
Marica Di Pierri per Valori.it – Verso la Cop30 di Belém, cosa aspettarci dal più importante appuntamento per salvare il clima della Terra? Diretta con Marica Di Pierri, Luca Lombroso, Giovanni Mori e Lorenzo Tecleme.
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- Da Parigi a Belém, i conti che non tornano – 6 novembre 2025
Marica Di Pierri per Il Manifesto – Tra tensioni e fragili compromessi, i preparativi alla vigilia della Conferenza Onu. A che punto sono gli impegni nazionali di riduzione e i piani di adattamento dei singoli Paesi.
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- A Sud a Belém alla Cop30 – 6 novembre 2025
A Sud seguirà negoziati e mobilitazioni dalla COP30 di Belém, amplificando le voci dei movimenti per giustizia climatica e sociale.
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- A Sud aderisce alla Global Call to Action della Cúpula dos Povos – 5 settembre 2025
Il 15 novembre scendiamo in piazza: basta disuguaglianze e razzismo ambientale, vogliamo giustizia climatica e un mondo dove la vita sia al centro.
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- Vertice dei Popoli Verso la COP30: Manifesto Politico – 13 giugno 2025
A Sud aderisce al Manifesto dei Popoli verso la COP30: un appello globale per giustizia climatica, anticapitalismo e democrazia dal basso.
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Racconteremo le negoziazioni
Per spiegare cosa accade davvero alla COP30, come si muovono i governi e quali interessi guidano le scelte sulla crisi climatica. Vi offriremo una copertura quotidiana per raccontarvi con le nostre parole e con uno sguardo critico, indipendente e radicale, vicino ai movimenti il dentro e fuori la Cop
Sveleremo le contraddizioni
Tra le promesse ufficiali e la realtà, mostrando lo scontro continuo tra lobby fossili e popoli che difendono la vita e i territori. Denunceremo le responsabilità smascherando la falsa transizione energetica e chi continua a inquinare mentre parla di sostenibilità con greenwashing e false soluzioni
Daremo voce alle comunità
Portando le loro storie, le lotte quotidiane e le alternative concrete alla devastazione ambientale, contro colonialismo ed estrazione. Ci collegheremo con l’Italia per connettere istanze e battaglie
INFO E CONTATTI
Per contatti e interviste con la delegazione:
maricadipierri@asud.net
+ 55 21 967071220
Laura Greco
lauragreco@asud.net
+55 21 997673184
Cosa dicono i numeri di 40 anni di disastri naturali
[su Agi] L’Economist mette in fila i dati. I paesi più colpiti sono Usa, Cina e India. Dal 1970 gli eventi catastrofici sono quadruplicati (e non è un caso); lo scorso anno è stato il peggiore di sempre, ma per fortuna si muore sempre di meno. A proposito dei disastri naturali che stanno colpendo varie zone del mondo in questi giorni, dopo il passaggio dell’uragano Harvey, l’Economist ha pubblicato alcuni dati interessanti che aiutano a guardare al fenomeno nella prospettiva corretta. Il primo dato è che secondo il sistema di monitoraggio dei disastri delle Nazioni Unite, tra il 1995 e il 2015 i paesi più colpiti da disastri naturali (terremoti, alluvioni, uragani e ondate di calore che abbiano causato almeno 10 morti oppure che abbiano riguardato almeno 100 persone o che abbiano portato alla dichiarazione dello stato di emergenza), sono gli Stati Uniti, la Cina e l’India. Il secondo dato è che dal 1970 il numero di disastri naturali nel mondo è quadruplicato per arrivare a circa 400 l’anno. Un terzo dato riguarda la tipologia di disastri naturali. In questo caso il dataset è stato raccolto dalla compagnia di assicurazione tedesca Munich Re e considera eventi che abbiano causato anche solo un morto o un certo ammontare di danni. Secondo questo conteggio i disastri idrogeologici dal 1980 ad oggi sarebbero aumentati di sei volte e l’ultimo anno sarebbe il peggiore di sempre. Nonostante questi dati allarmanti ce n’è uno che invece conforta ed è il numero delle vittime. Nel 1970 morirono 200 mila persone per disastri naturali. Nel 2011 furono meno di 30 mila. Questo perché evidentemente alcune misure di sicurezza e il miglioramento della qualità degli edifici riducono i rischi per la popolazione. Ma molto resta da fare. (Pubblicato il...
read morePericolosi livelli di mercurio nelle giovani donne in età fertile di tutto il mondo
[su Greenreport] Centrali carbone e piccole miniere d’oro le cause principali. Fortemente contaminate le donne delle Isole del Pacifico: mangiano pesce inquinato. Secondo il nuovo studio “Mercury in Women of Child-bearing Age in 25 Countries”, pubblicato da Ipen (un global public health & environment network) e dal Biodiversity research institute (Bri), «Il mercurio, un metallo neurotossico è stato trovato livelli elevati in diverse regioni del mondo nelle donne in età fertile». Dallo studio è emerso che «Le donne delle isole del Pacifico e delle comunità vicine ai siti minerari di oro in Indonesia, Kenia e Myanmar, presentano un livello medio di mercurio molto più alto dei livelli considerati salubri dall’Environmental protection agency Usa». Lo studio è stato realizzato per misurare i livelli di mercurio che possono causare danni neurologici nell’organismo. Ipen e Bri ricordano che «Il mercurio nel corpo di un madre può trasferirsi al suo feto durante l gravidanza, esponendo il feto alla potente neurotossina durante lo sviluppo». Lo studio è il primo ad analizzare così tanti Pesi e regioni e concentrarsi sulle donne in età fertile. I ricercatori dell’Ipen hanno coordinato la raccolta di campioni di capelli di 1.044 donne in età fertile in 37 siti di 25 Paesi in tutti i continenti, mentre le analisi realizzate dal Bri hanno rilevato che «Il 36% delle donne valutate presentano livelli medi di mercurio superiori al livello consentito dall’Epa negli Usa di 1 ppm, oltre il quale si può presentare danno cerebrale, perdita di coefficiente intellettivo e danni renali e cardiovascolari». Inoltre, lo studio ha rivelato che il 55% dei campioni globali delle donne presenta un livello di mercurio superiore a 0.58 ppm, associato alla comparsa di danni neurologici fetali. In tutto il mondo, lo studio ha riscontrato livelli particolarmente elevati di mercurio nei capelli delle donne che sono legati a tre cause predominanti di inquinamento da mercurio: centrali elettriche a carbone (una delle principali fonti di inquinamento degli oceani con mercurio che si accumula nei pesci a livello globale); piccole miniere artigianali di oro (artisanal small-scale gold mining – Asgm); siti locali inquinati da diversi tipi di industrie che sversano mercurio nell’acqua, nel suolo e nell’aria. Nelle isole del Pacifico, lontane da ogni fonte industriale di mercurio, ma dove il pesce è il cibo primario, l’85.7% delle donne ha livelli di mercurio superiori a 1 ppm, e la maggioranza mostra livelli tre volte superiori al livello standard dell’Epa. Imogen Ingram di Island Sustainability Alliance, che vive alle Isole Cook, ha saputo che i suoi livelli di mercurio superno di 2.5 volte il limite consentito dall’Epa e spiega cosa si prova: «E’ davvero allarmante sapere che hai alti livelli tossici di mercurio nel corpo e che, senza saperlo, hai passato questo mercurio a tuo figlio. La contaminazione da mercurio nelle isole del Pacifico è alta perché mangiamo pesce. Però non chiedo che mi venga proibito di mangiare pesce. L’energia creata con il carbone, una delle principali fonti di contaminazione di mercurio negli oceani, è il vero colpevole. E’ ora di eliminarla». Più della metà delle donne esaminate nelle comunità vicino piccole miniere d’oro in Indonesia, Kenya, Myanmar è Paraguay hanno livelli superiori a 1 ppm. Lo studio evidenzia che «Con l’eccezione del Paraguay, dove il pesce non è un fonte proteica base, l’81% delle donne supera il livello di 1 ppm e...
read moreEnergia per l’Italia, appello al Governo: Conferenza Nazionale sul Cambiamento Climatico
Energia per l’Italia, un gruppo di docenti e ricercatori universitari, ha deciso di inviare una lettera aperta al Governo per chiedere al Presidente del Consiglio e ai Ministri competenti la convocazione di una Conferenza Nazionale in cui discutere i problemi del cambiamento climatico. Riceviamo e diffondiamo l’appello: Siamo un gruppo di docenti e ricercatori dell’Università e dei Centri di ricerca di Bologna che sentono il dovere di dare un contributo, attraverso la condivisione di conoscenze e informazioni scientificamente corrette, per superare le difficoltà poste dal cambiamento climatico nel nostro Paese. Per questo motivo abbiamo deciso di inviare una lettera aperta al Presidente del Consiglio e ai Ministri competenti e di lanciare un appello al Governo affinché i problemi dovuti al cambiamento climatico vengano urgentemente discussi in una Conferenza Nazionale al fine di mettere in atto appropriati interventi di mitigazione e di adattamento. Dopo mesi di siccità, temperature ben più alte della media stagionale, ghiacciai che si sciolgono, foreste che vanno in fumo, chi può dubitare che il cambiamento climatico sia già oggi un problema che colpisce duramente l’Italia? Il nostro Paese, collocato in mezzo al Mediterraneo, è uno dei punti più critici del pianeta in termini di cambiamento climatico, fenomeno globale dovuto principalmente alle emissioni di gas serra causate dalle attività umane.?? L’ultimo rapporto dell’IPCC (Intergovernamental Panel on Climate Change) prevede un aumento in frequenza ed intensità degli eventi estremi e incrementi della temperatura media per fine secolo ben superiori al valore di 2°C, obiettivo degli accordi di Parigi. Non è certo da oggi che si parla di cambiamento climatico in atto nel nostro Paese, ma solo un governo, nell’ormai lontano 2007, ha pensato di dedicare a questo tema strategico una Conferenza Nazionale. Da allora la situazione è molto peggiorata ma, paradossalmente, si fa sempre meno per porvi rimedio. Eppure non c’è settore economico e sociale che non sia colpito (se non addirittura sconvolto) dal cambiamento climatico: l’agricoltura, fortemente danneggiata dalla siccità; la sanità, che deve far fronte agli effetti diretti (canicola, inquinamento atmosferico) e indiretti (nuovi vettori di malattie) che mettono in pericolo la salute della popolazione; il turismo invernale, che non può più contare sulla neve naturale, e quello estivo, danneggiato dalla erosione delle spiagge; il territorio, degradato da disastri idrogeologici (frane, alluvioni) che hanno forti conseguenze sulla abitabilità e sulla viabilità; gli ecosistemi, devastati dal cambiamento climatico; le città che, come Roma, hanno gravi difficoltà di approvvigionamento idrico. In altri paesi c’è una forte presa di coscienza sul problema del cambiamento climatico. Ad esempio in Germania un recente sondaggio pre-elettorale ha mostrato che circa il 71% degli interpellati è preoccupato dal cambiamento climatico più che dalla possibilità che si verifichino nuovi attacchi terroristici (63%). In Francia, la notizia che le risorse prodotte dal pianeta nell’intero anno sono già state tutte consumate prima del 2 agosto (Earth overshoot day) è stata riportata in prima pagina da Le Monde e commentata in un lungo video dal ministro della Transition écologique et solidaire, Nicolas Hulot. Come da molto tempo affermano gli scienziati e come è stato unanimemente riconosciuto nella Conferenza di Parigi del 2015, il cambiamento climatico è principalmente causato dall’uso dei combustibili fossili che producono anidride carbonica e altri gas serra. In Italia, in media ogni persona ogni anno provoca l’emissione di gas serra per una quantità equivalente a sette tonnellate di anidride carbonica. Gran parte di queste emissioni non possono essere addebitate direttamente ai singoli cittadini poiché...
read moreGlifosato, la valutazione dei rischi Ue copiata dai documenti Monsanto
[di Roberto Giovannini su La Stampa Tuttogreen] Le sezioni del rapporto dell’EFSA che riesaminano gli studi sul potenziale impatto del glifosato sulla salute umana sono stati copiati, quasi parola per parola, dal dossier presentato da Monsanto. Sono 100 pagine sulla potenziale genotossicità, la cancerogenicità e la tossicità riproduttiva del pesticida. Parti del rapporto dell’Autorità europea per la sicurezza alimentare (EFSA) che ha valutato i rischi dell’uso del glifosato sono stati copiati dalla richiesta di rinnovo dell’autorizzazione di Monsanto. Monsanto è la società che ha inizialmente sviluppato il glifosato, il principio attivo usato per produrre erbicidi come il Roundup. Una sostanza che vende da decenni, gestendo un mercato mondiale da miliardi di euro. I governi dell’Ue, tra cui l’Italia, e la Commissione europea devono decidere nei prossimi mesi se rinnovare o meno l’autorizzazione per il commercio e l’uso di glifosato, che è in scadenza alla fine di quest’anno. Alla base della decisione ci sarà appunto il rapporto preparato dall’EFSA nell’ottobre 2015, che prende in considerazione criteri quali il possibile impatto sulla salute umana e i rischi ambientali. Durante l’intero processo di revisione dell’autorizzazione, gli enti responsabili della valutazione dell’EFSA, come l’Istituto federale tedesco per la valutazione dei rischi (BfR), hanno affermato che la loro opinione è basata esclusivamente sulla propria valutazione obiettiva delle ricerche scientifiche sul glifosato, ma qualcosa non torna. Confrontando la richiesta di rinnovo dell’autorizzazione che Monsanto aveva presentato nel maggio 2012 per conto della Glyphosate Task Force, un consorzio di oltre 20 aziende che commercializzano prodotti a base di glifosato in Europa, e la relazione dell’EFSA si nota chiaramente che la realtà è ben diversa. Entrambi i documenti sono accessibili online, ma finora nessuno aveva pensato di esaminarli con più attenzione e confrontarli. Le sezioni del rapporto dell’EFSA che riesaminano gli studi pubblicati sul potenziale impatto del glifosato sulla salute umana sono stati copiati, quasi parola per parola, dal dossier presentato da Monsanto. Sono 100 pagine sulle circa 4.300 del rapporto finale, ma si tratta delle sezioni più controverse e al centro dell’aspro dibattito degli ultimi mesi, quelle sulla potenziale genotossicità, la cancerogenicità e la tossicità riproduttiva del glifosato. L’EFSA e il BfR hanno sempre affermato di aver svolto il proprio lavoro correttamente. E’ di giugno 2017 una dichiarazione dell’EFSA in merito alla valutazione UE del glifosato e dei cosiddetti “Monsanto papers”: “Ogni studio scientifico è esaminato per rilevanza e affidabilità (…) sulla base dei dati contenuti nello studio”. Peter Bleser, segretario di Stato presso il ministero federale tedesco per l’alimentazione, l’agricoltura e la protezione dei consumatori (BMELV), in risposta ad un’interrogazione scritta del 7 settembre 2015 afferma che: “La valutazione del rischio sanitario nel RAR (ndr rapporto di valutazione del rinnovo) è basata esclusivamente su valutazioni indipendenti del BfR di tutti gli studi citati”. Le agenzie europee sono arrivate alla conclusione che il glifosato è innocuo per l’uomo. Una valutazione che appare ora ‘copiata’ dagli studi forniti dall’industria, il cui contenuto non puo’ essere consultato pubblicamente. en diversa l’analisi fornita dagli studi pubblicati e rivisti da gruppi di scienziati, alla base dell’opinione dell’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro (IARC) che segnala il possibile ruolo del glifosato nello sviluppo di tumori. Questi studi sono stati criticati da Monsanto, che li ha definiti non attendibili e irrilevanti, studi che l’EFSA ha dunque scelto di ignorare nella sua...
read moreCentro olio, l’inquietante rapporto segreto su Viggiano: «Morti in eccesso nell’area dello stabilimento»
[di Leo Amato su Il Quotidiano del Sud] È l’area «a ridosso del Centro olio Val d’Agri» che va «da sud a nord comprendendo Viggiano» quella dove l’incidenza di mortalità e ricoveri associati alle emissioni dell’impianto Eni, tra il 2000 e il 2014, ha raggiunto i livelli maggiormente «significativi». È quanto evidenzia il gruppo di lavoro Ifc – Cnr, Università di Bari, Ise – Cnr, Isac – Cnr e Dep Lazio, nel «rapporto di sintesi», consegnato a fine giugno, sul progetto di Valutazione d’impatto sanitario del Centro olio dell’Eni, commissionato nel 2014 dai comuni di Viggiano e Grumento Nova. La realizzazione di un modello di diffusione delle sostanze immesse nell’aria dall’impianto è stato il primo passo per definire i livelli di esposizione della popolazione residente, e riscontrare come l’andamento di mortalità e ricoveri ospedalieri per una serie di patologie, dal 2000 al 2014, si colleghi alla maggiore o minore esposizione alle stesse. «Nel complesso dei due comuni – spiega lo studio costato 1.100.000 euro – l’aumento di mortalità risulta significativo per il sistema circolatorio e non significativo per i tumori allo stomaco e per il tumore al polmone. A livello comunale è significativa la mortalità per tutte le cause e per il sistema circolatorio a Viggiano. Questi valori sono ai limiti della significatività a Grumento Nova. Inoltre sono significativi gli eccessi per tumore al polmone a Viggiano e di tumore allo stomaco a Grumento Nova». Ma è soltanto sulle malattie cardiovascolari e respiratorie che gli esperti ritengono di aver individuato un probabile nesso causale con l’inalazione di sostanze inquinanti. Proprio perché i picchi di incidenza coincidono con zone particolarmente esposte ai fumi dell’impianto. Con «un eccesso di mortalità» in particolare «per malattie del sistema circolatorio nelle donne residenti a Viggiano, rispetto sia al livello medio di mortalità regionale sia a quello del complesso dei 20 comuni della Val d’Agri», che «depone a favore di un ruolo eziologico di esposizioni ambientali». Come pure «un rischio di sintomatologia respiratoria più pronunciato», sempre in prossimità del Centro olio. Ieri mattina, dopo le notizie pubblicate dal Quotidiano del Sud, sono state ufficializzate le date in cui i risultati della Valutazione d’impatto sanitario verranno presentati alla cittadinanza: il 22 settembre a Viggiano e il 23 a Grumento Nova. In quella sede gli esperti del gruppo di lavoro guidato dal Fabrizio Bianchi dell’Ifc – Cnr di Pisa, mostreranno le mappe in cui hanno si evidenzia quanto scoperto. Poi spetterà alle amministrazioni decidere il da farsi, dopo le incertezze degli ultimi mesi e un’ultima riunione, il 1 agosto, della commissione Vis istituita con la partenza del progetto, in cui la compagnia petrolifera, messa di fronte ai dati, avrebbe chiesto e ottenuto tempo per contro-esaminare il lavoro svolto. Anche per evitare confusione tra i rischi misurati, e delimitati geograficamente, e quelli percepiti. Una parte del progetto infatti, che è la prima vera indagine epidemiologica realizzata in Val d’Agri dall’avvio delle estrazioni, ha riguardato proprio l’atteggiamento psicologico rispetto al problema della popolazione di Viggiano e Grumento, rilevando «un’elevata percezione del rischio per ambiente e salute in tutta l’area» e una «scarsa fiducia nel ruolo informativo della pubblica amministrazione». Motivo per cui gli esperti suggeriscono l’adozione di un «piano di comunicazione e di partecipazione che dovrebbe coinvolgere media, associazioni, pubblica amministrazione ed includere attività di formazione volte a migliorare...
read more[posted on The Guardian, August 14, 2017] Neonicotinoid drastically cuts egg-laying by queens, affecting their ability to start new colonies and increasing chances of local extinction, say scientists. A controversial pesticide can potentially wipe out common bumblebee populations by preventing the formation of new colonies, research has shown. The neonicotinoid chemical thiamethoxam dramatically reduces egg-laying by queen bumblebees, say scientists. Predictions based on a mathematical model suggest this could result in the total collapse of local populations of the wild bees. Lead researcher Professor Nigel Raine, from the University of Guelph in Ontario, Canada, said: “Bumblebee queens that were exposed to the neonicotinoid were 26% less likely to lay eggs to start a colony. “A reduction this big in the ability of queens to start new colonies significantly increases the chances that wild populations could go extinct.” In 2013 a two-year temporary ban on the use of neonicotinoids on flowering crops was imposed throughout the European Union due to claims the nicotine-related chemicals can harm pollinators. Currently the ban remains in place while it is under review. Environmental campaigners want to see a permanent ban extended to all crops, while farmers have warned this could lead to crop losses and a return to older, more harmful pesticides. One argument against the pro-ban lobby has been that most neonicotinoid research has focused on honeybees and ignored the important contribution to crop pollination made by wild bees, including bumblebees. The new study exposed bombus terrestris bumblebee queens to thiamethoxam in spring, when the insects emerge from hibernation and prepare to lay their first eggs. Roughly half of a population of 300 bees were fed syrup laced with the pesticide at levels similar to those found in wild pollen and nectar. Egg-laying behaviour and death rates were observed for 10 weeks. The research, published in the journal Nature Ecology & Evolution, showed that queens exposed to the pesticide laid 26% fewer eggs than those that were not exposed. A mathematical model was then used to predict what such a rate of decline might mean in the real world. The effect on population dynamics “dramatically increased” the chances of local extinction, the scientists found. Prof Raine said: “When a queen is going to set up a colony, she will secrete wax and form it into containers for nectar and pollen. “She will then begin to lay her eggs and sit on them like a bird … these spring queens represent the next generation of bumblebee colonies. This study shows that neonicotinoids could be having a devastating effect on wild bumblebee populations. “We urgently need to know more about how pesticides could be affecting other species to make informed decisions about the risks associated with using these...
read moreLa minaccia dei fiumi “tombati”. Una rete di 12 mila chilometri
[di Roberto Giovannini su La Stampa Tuttogreen] Alluvioni e nubifragi dimostrano la pericolosità dei canali sotterranei. Ma in Italia non è ancora stato compiuto un rilevamento completo. Una mappa precisa non c’è, ma sappiamo che in Italia ci sono circa 12mila chilometri di corsi d’acqua «tombati». Fiumi, torrenti e rivi coperti da edifici e strade e trasformati in canali sotterranei. Per due secoli nelle Università si è insegnato che un fiume è un semplice collettore. Un «tubo» che si può trasformare in qualcosa d’altro usando cemento e buoni calcoli. La dinamica naturale di un fiume – che da sempre «vive» passando per fasi di magra e di espansione, ma anche di esondazione – è stata cancellata attraverso l’ingegneria. Oggi abbiamo scoperto che questi fiumi «tombati», questi canali sotterranei su cui sono state costruite case e uffici in cui vivono e lavorano persone, nella loro «tomba» non ci stanno. Per colpa delle le precipitazioni «normali», di quelle potenziate al parossismo dal cambiamento climatico, ma anche per i flussi generati dalla impermeabilizzazione del territorio dovuta al consumo del suolo, a Livorno, Genova e in molte altre città l’acqua alla fine esplode letteralmente fuori da questi poveri fiumi tombati, cementificati, o strangolati da argini e ponti mal concepiti. Con conseguenze distruttive e devastanti, in termini umani ed economici. La «tombatura» dei fiumi è un’invenzione francese: furono gli ingegneri del servizio delle «Acque e dei Ponti» del Regno d’Italia di Napoleone Bonaparte a immaginare per primi la necessità di coprire certi rivi minori all’interno delle città. La ragione era sanitaria: questi corsi d’acqua erano fogne a cielo aperto, potevano e dovevano essere trasformati in fogne ben chiuse che sfociavano nei fiumi più importanti, liberando le città e risanandole da cattivi odori ed epidemie. Tra fine Ottocento e inizio Novecento in tante città grandi e piccole del Belpaese molti rivi furono così «tombati», e coperti da strade e salubri viali alberati per il passeggio. Successivamente, la motivazione di queste opere di sistemazione idraulica cambiò: negli Anni 60, 70 e 80 sempre più rivi vennero coperti per ragioni urbanistiche o per permettere l’edificazione di nuove costruzioni. I corsi d’acqua non coperti ebbero argini di cemento, il loro scorrere venne regimato, rettificato, ristretto e ingabbiato, e nel loro alveo vennero costruiti ponti e a volte anche edifici d’abitazione. Le aree paludose e le cosiddette «casse di espansione» in cui un tempo i fiumi riversavano l’eccesso di acqua non ci sono più. Nelle zone all’esterno delle città il terreno agricolo è stato occupato da case, centri commerciali, capannoni industriali, parcheggi. Il consumo del suolo continua ad aumentare, amplificando il processo di impermeabilizzazione: solo nel 2015-2016 sono stati «consumati» ogni giorno una media di 30 ettari. Tre metri quadri di suolo artificiale in più ogni secondo che passa. Ma i fiumi – abbiamo verificato a nostre spese – non sono corpi «morti», ma «vivi». L’acqua che non può più scendere verso le falde sotterranee perché bloccata da cemento e asfalto, da qualche parte deve pur andare. Se piove molto, l’acqua che prima scorreva in un alveo fluviale di cento metri non ce la fa a passare dentro un canale sotterraneo largo solo venti metri. Adesso che il clima è cambiato, o non piove per molti giorni, o quando piove, piove tantissimo. L’acqua che giunge nella strettoia del fiume...
read moreIl pianeta è schiacciato da una montagna di 8,3 miliardi di tonnellate di plastica
[su La Repubblica Ambiente] Uno studio americano ha definito “la prima analisi globale di massa di tutta la plastica prodotta”. E ci aspetta uno scenario ben peggiore. Se si continua con gli attuali ritmi “oltre 13 miliardi di tonnellate di rifiuti di plastica invaderanno l’ambiente entro il 2050”. La Terra in quasi 70 anni è arrivata ad avere una sorta di sesto indesiderabile continente fatto interamente di plastica: dagli anni ’50 – quando è stata introdotta – ben 8,3 miliardi di tonnellate di rifiuti insolubili che galleggiano negli oceani, formando arcipelaghi innaturali, o in discariche a cielo aperto. È quanto emerge da uno studio delle università americane della Georgia e della California pubblicato dalla rivista Science Advances definito “la prima analisi globale di massa di tutta la plastica prodotta” in cui si avverte che ci aspetta uno scenario ben peggiore. Se si continua con gli attuali ritmi “oltre 13 miliardi di tonnellate di rifiuti di plastica invaderanno l’ambiente entro il 2050”. Insomma, una massa inimmaginabile di plastica, più di ogni altro materiale esclusi acciaio e cemento, pari a 822mila torri Eiffel, 80 milioni di balene e 1 miliardo di elefanti. Il 79% si trova in discarica, il 12% è stato bruciato nei termovalorizzatori e solo il 9% riciclato. Nel 2050 le tonnellate di plastica saranno complessivamente 34 miliardi. Lo studio – senza dubbio il più completo identikit della storia di questo materiale – offre un numero straordinario di dati, puntando sull’invasione dei rifiuti e su quanto sarà difficile liberarsi di loro. Metà della plastica prodotta (400 milioni di tonnellate all’anno) diventa rifiuto dopo meno di 4 anni di uso, rappresentano il 10% della nostra spazzatura e i suoi residui sono stati trovati nella fossa delle Marianne e perfino incorporate in alcune rocce. Lo stesso team in precedenza aveva calcolato che 8 milioni di tonnellate all’anno finiscono in mare. La metà delle 9,1 miliardi di tonnellate di plastica nel mondo è stata prodotta solo negli ultimi 13 anni mentre realizzazioni di prodotti in plastica su scala industriale è iniziata solo nel 1950 e se ne creavano solo 2 tonnellate. Il maggiore uso che se ne fa oggi è nel confezionamento (packaging) di altri prodotti. La più virtuosa come riciclo è l’Europa (30%) seguita – a sorpresa – dalla Cina, in molti casi sinonimo di inquinamento, che ne riusa ben il 25%. Fanalino di coda – al netto dell’effetto Donald Trump sull politiche ambientali – gli Stati Uniti con solo il 9%. (Pubblicato il...
read more[posted by Bibi van der Zee on The Guardian June 26, 2017] Stiegler Gorge dam on the Selous park, a world heritage site listed as ‘in danger’, will cause irreversible damage, say conservationists. Plans to build a huge hydroelectric dam in the heart of one of Africa’s largest remaining wild areas have dismayed conservationists who fear that the plans will cause irreversible damage to the Selous game reserve in Tanzania. After many years of delays and false starts, last week the president of Tanzania, John Magufuli, announced that he would be going ahead with the Stiegler’s Gorge dam on the Rufiji river. Magufuli, nicknamed “the Bulldozer”, was elected in 2015 in part on his record of successful road and infrastructure building. The dam will provide 2,100MW of electricity to a country that is currently extremely undersupplied: Tanzania, with a population of approximately 53m to the UK’s 65m, has just 1,400MW of installed grid capacity compared to the UK’s total grid capacity of 85,000MW. The dam is planned for the heart of the Selous, a game reserve the size of Switzerland. The reserve is home to a huge variety of species including elephants, cheetahs, giraffes and crocodiles. The reserve is a world heritage site but was listed as “in danger” by Unesco a couple of years ago when there were catastrophic falls in animal numbers after heavy poaching. “The Stiegler’s Gorge project has been a significant concern for many years now due to its potential negative impact on the world heritage site,” said the International Union for Conservation of Nature’s world heritage conservation officer, Remco van Merm. “This includes inundation of significant wildlife habitat, including that of the critically endangered black rhinoceros, as well as a heightened risk of poaching and other illegal activities due to increased access to the area. “Furthermore, the dam would likely have significant negative impacts on downstream land uses, commercial fishing and agricultural industries, and the livelihoods of local communities.” Thabit Jacob , a Tanzanian specialist in energy and the environment, says: “The dam will cure the country’s energy deficit and more than double the grid’s current capacity. However, with current pressure to move away from fossil fuels, hydro dams are being framed as the ‘clean alternative’ while in reality they are not. It’s vital that robust environmental measures be put in place to protect the local ecology and avoid the danger of resettling local populations before the project goes ahead.” The world heritage committee will meet in July to review the status of all their sites. For the last few years, while the dam project has been uncertain, they have frequently asked the Tanzanian government to abandon the project, believing that it could cause irreversible damage to the area. They say the construction of large dams on a site is not compatible with world heritage...
read moreThe European Commission wants to approve glyphosate weedkiller for another decade, despite the World Health Organisation’s cancer warnings. Together, we’ve fought for years to get Roundup’s main ingredient banned — we won’t let Monsanto win the day now! If we can convince Germany’s Chancellor, France’s President, and Italy’s Prime Minister to step up and vote against the Commission’s proposal, then glyphosate will not be re-licensed. Can you add your name and make sure the German, French and Italian governments know that people from all across Europe are counting on them? Tell Merkel, Macron and Gentiloni to reject the EU Commission’s disastrous proposal to relicense glyphosate for another 10 years! Because of EU voting rules, opposition by Germany, France and Italy would be enough to block the Commission’s glyphosate proposal. Other governments who also carry a lot of weight have said they will vote for glyphosate — but we can still win this. A major study by the International Agency for Research on Cancer concluded in 2015 that glyphosate is a probable human carcinogen. And hardly a month goes by without a glyphosate scandal somewhere in the world — followed-by Monsanto & Co. scrambling to repair the PR damage. Dozens of internal emails, released last month in a lawsuit against Monsanto, reveal how Monsanto worked with a consulting firm to induce the scientific journal Critical Reviews in Toxicology to publish a purported “independent” review of Roundup’s health effects. A staggering 1.3 million Europeans signed the Stop Glyphosate European Citizens Initiative (ECI). Together we’ve told the European Commission to ban Monsanto’s favourite pesticide, to reform the EU’s pesticide approval procedure, and to set EU-wide mandatory reduction targets for pesticide use. Now let’s call on the governments of the EU to put public health and the precautionary principle first. No new license for glyphosate! SIGN THE PETITION Thanks for all that you do, Wiebke, Eoin, David and the team at...
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Marica Di Pierri per Valori.it – Verso la Cop30 di Belém, cosa aspettarci dal più importante appuntamento per salvare il clima della Terra? Diretta con Marica Di Pierri, Luca Lombroso, Giovanni Mori e Lorenzo Tecleme.