Dal 10 al 21 novembre 2025 saremo a Belém, in Brasile, per partecipare come osservatori alla 30° Conferenza delle Nazioni Unite sul Clima. Racconteremo quanto avviene dentro e fuori le negoziazioni, porteremo e raccoglieremo le voci dei territori in lotta contro l’estrattivismo, contro il greenwashing e per una transizione ecologica realmente giusta.
Iscriviti al bollettino Sostieni il nostro lavoroL’agenda della COP30
A Belém si discuteranno e valuteranno gli NDCs, i nuovi impegni climatici nazionali che stabiliscono gli obiettivi di riduzione delle emissioni di ogni paese. Accanto alla mitigazione, l’adattamento sarà uno dei temi centrali attraverso il Global Goal on Adaptation (GGA) e i nuovi Piani nazionali di adattamento. Un altro capitolo chiave sarà quello della finanza per il clima. Tra i punti principali il nuovo obiettivo di finanziamento (NCQG), che punta ad aumentare il sostegno ai Paesi in via di sviluppo da 100 a 300 miliardi di dollari l’anno, e la Roadmap Baku-Belém, che traccia un percorso per mobilitare almeno 1.300 miliardi di dollari l’anno entro il 2035.
Temi cruciali, che si scontrano con uno scenario geopolitico ostile, segnato dal negazionismo climatico, dai venti di guerra, dalla corsa al riarmo e dalla violenza istituzionale. Non è un caso che in gioco a Belém ci sia più che mai la credibilità della diplomazia climatica e la sua capacità di tradurre le intenzioni in impegni concreti.
La Cupula dos povos
La Cúpula dos Povos è il grande incontro dei movimenti sociali e delle comunità che vivono in prima linea la crisi climatica. Nata nel 1992 come risposta critica alle negoziazioni ufficiali, propone un’alternativa fondata su giustizia climatica, sociale e ambientale, solidarietà e saperi ancestrali.
Dal 12 al 16 novembre 2025, in concomitanza con la COP30 di Belém, riunirà popoli indigeni, comunità quilombola e tradizionali, giovani e lavorator? in marce, dibattiti e azioni culturali.
La Cúpula mette al centro vite, diritti e territori, non statistiche: unisce chi costruisce ogni giorno soluzioni reali, dall’agroecologia alla difesa dei beni comuni, per spingere i governi ad adottare politiche di vera giustizia climatica.
Dichiarazione della Cupula Dos Povos
Perché A Sud e CDCA alla COP?
Nelle Cop si riuniscono i governi dei 197 Paesi che hanno ratificato la Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (UNFCCC), firmata a Rio de Janeiro nel 1992. Ma la COP30 non è solo un vertice diplomatico: è il terreno di confronto (e di scontro) tra attori diversi e diverse visioni del mondo. Da una parte il business as usual che trasforma la crisi climatica in profitto, dall’altra movimenti e territori che lottano per giustizia climatica, autodeterminazione e diritti della Natura.
La COP30 si terrà nel cuore dell’Amazzonia, a Belém do Pará, in Brasile. Non è un dettaglio geografico ma una scelta politica: è nel Sud globale che l’ingiustizia climatica colpisce più duramente mentre il Nord globale continua a negoziare emissioni e interessi fossili.
Qui non si decide solo il futuro del clima: si decide chi avrà diritto a un futuro.
Per raccontare cosa c’è in gioco, e come finisce la partita.
Andiamo alla COP per osservare da vicino i negoziati, capire quali equilibri politici e di potere si stanno ridefinendo, e portare la prospettiva dei territori e dei movimenti che chiedono giustizia climatica.
La partecipazione di A Sud e CDCA serve a connettere le lotte locali con quelle globali, rafforzare alleanze internazionali e raccontare – con sguardo indipendente e critico – come la diplomazia climatica sta affrontando, o eludendo, le proprie responsabilità.
Perché solo intrecciando voci e resistenze dal basso possiamo costruire un futuro giusto per tutt?.
Per costruire e rafforzare alleanze internazionali
Svolgere la COP in Brasile è un segnale che conta: significa rimettere al centro chi la crisi climatica la subisce davvero. Andiamo a Belém per stare con i movimenti globali per la giustizia climatica. In America Latina oggi si gioca una partita enorme: conflitti ambientali, estrattivismo, repressione, lotte indigene e popolari che resistono da decenni. Con tante realtà — dalla Colombia alla Bolivia, fino all’Amazzonia — abbiamo già lavorato, fatto campagne, costruito ponti. Lì ritroviamo compagn? con cui condividiamo visioni e pratiche.
Per portare una visione radicale dentro la COP
Sì, probabilmente sarà l’ennesimo flop diplomatico. Ma proprio per questo dobbiamo esserci, per non lasciare quei tavoli alle lobby fossili e ai governi che parlano di transizione mentre trivellano.
Da dentro vedi meglio le dinamiche, le crepe, le possibilità di alleanze e di conflitto.
Andiamo per portare la prospettiva della giustizia climatica e delle lotte dal basso, che legano crisi climatica, razzismo, patriarcato e disuguaglianze. La COP non è un punto d’arrivo: è un passaggio. Il resto si fa fuori, insieme, ogni giorno.
Diario dalla COP30
- Giorno 12 – 24 novembre 2025
Belém svela il fallimento della diplomazia climatica, ma apre spiragli: una roadmap anti-fossile e nuove alleanze per la giustizia.
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- Giorno 11 – 21 novembre 2025
Penultimo giorno a Belém: incendio in COP30, stalli politici e pressioni crescenti sul BAM e sull’uscita dai fossili.
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- Giorno 10 – 20 novembre 2025A Belém 85 Paesi spingono per uscire dai fossili, mentre Italia e Polonia frenano. La COP30 è al bivio, il tempo è adesso.
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- Giorno 9 – 19 novembre 2025
Belém rilancia la lotta globale ai fossili: la Colombia guida un fronte che vuole uscire davvero dal modello che brucia il pianeta.
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- Giorno 8 – 18 novembre 2025
Alla COP30 la transizione dai combustibili fossili sembra lontana, mentre i fondi dell’adattamento sono sotto il minimo.
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- Giorno 7 – 17 novembre 2025
Belem in rivolta: popoli indigeni e movimenti sociali spingono per una COP30 che dica finalmente basta ai fossili.
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- Giorno 6 – 15 novembre 2025
Anche quest’anno i dati sulla presenza dei lobbisti Gas&Oil alla conferenza di Belém sono alti: su ogni 25 persone accreditate al vertice, uno è un lobbista dei combustibili fossili, in totale sono oltre 1600.
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- Giorno 5 – 14 novembre 2025
Il TFFF entra nella Cupula tra promesse e contraddizioni: fondi incerti, debiti in aumento e movimenti che denunciano l’ennesima falsa soluzione verde.
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- Giorno 4 – 13 novembre 2025
A Belém la protesta indigena irrompe nella COP30 e svela le contraddizioni del Brasile fossile. Intanto la Cupula esplode di mobilitazioni globali.
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- Giorno 3 – 12 novembre 2025
Adattamento al centro della COP30, ma i fondi restano insufficienti. A Belém arrivano movimenti e comunità indigene: la vera pressione viene dai territori.
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- Giorno 2 – 11 novembre 2025
Lula parla di disuguaglianze alla Cop30, ma il Brasile continua a spingere sul fossile. A Belém torna al centro il nodo tra clima e ingiustizia.
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- Giorno 1 – 10 novembre 2025
Dalla Cop30 alla Cúpula dos Povos: a Belém si apre la sfida per la giustizia climatica tra responsabilità globali, diritti dei popoli e resistenza dei territori.
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Articoli di approfondimento alla COP30
- Cosa resta della Cop30, la battaglia per il clima e i diritti è ancora lunga – 24 novembre 2025
Marica Di Pierri e Laura Greco su Domani – COP30 fallisce su fossili e foreste, ma il Bam e il blocco dei 82 paesi per l’uscita dal fossile aprono spiragli di lotta e nuove alleanze.
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- Sulla fine dei lavori della COP30 – 24 novembre 2025
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Cosa è successo alla 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici? Quali sono le grandi vittorie? Quali le sconfitte?
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- La tabella della discordia – cos’è successo alla COP30 – 23 novembre 2025
Laura Greco su Radio24 – COP30 a Belém annuncia impegni su energia, foreste e adattamento, ma senza una vera uscita dal fossile restano promesse vuote da incalzare con lotte dal basso.
Ascolta su Il Sole 24 ore
- “A resposta somos nós”. Ma alla COP30 le richieste dei popoli indigeni non fanno breccia – 23 novembre 2025
Laura Greco su EconomiaCircolare.com – Alla COP30 le voci indigene restano ai margini mentre la foresta corre verso il punto di non ritorno. Senza giustizia, non c’è futuro.
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- La “Dichiarazione di Belém” e il multilateralismo del phase out dai fossili spinto dal basso – 21 novembre 2025
Laura Greco su Altreconomia – Da Belém arriva una spinta dal basso per uscire dai fossili: governi e movimenti uniscono le voci per un phase out reale, giusto, globale.
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- Cop30: senza il Gender action plan ogni azione climatica è limitata – 21 novembre 2025
Marica Di Pierri e Laura Greco su Valori – Nonostante le ambiziose premesse il Gender action plan ha trovato diversi ostacoli sui tavoli negoziali della Cop30
- Cop30: senza il Gender action plan ogni azione climatica è limitata – 21 novembre 2025

- Alla Cop30 arrivano le storie di migrazioni climatiche – 21 novembre 2025
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30, in vista delle negoziazioni finali, si parla del fenomeno crescente degli sfollamenti forzati dal cambiamento climatico.
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- Belém, la foresta degli indigeni si ribella a Lula – 20 novembre 2025
Laura Greco su Il Manifesto – Le nazionalità dell’Amazzonia denunciano l’inagibilità politica alla Cop e chiedono una mobilitazione internazionale guidata direttamente dai popoli indigeni per proteggere i loro territori e affrontare la crisi climatica alla radice
- Alla Cop 30 i movimenti si riprendono la scena – 20 novembre 2025
Marica Di Pierri su Il Manifesto – Era dalla Cop 26 di Glasgow che non si vedeva così tanta società civile. Accanto al vertice ufficiale, in più di 50 mila hanno animato la «Cupula dos povos» per una svolta vera sul clima e i diritti
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- COP30, BELÉM | Italiani in mobilitazione – 20 novembre 2025]
Il Climate Pride in azione alla COP30: l? attivist? chiedono all’Italia una roadmap chiara e ambiziosa per uscire dai fossili.
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- A Belém torna il protagonismo sociale – 19 novembre 2025
Marica Di Pierri su Collettiva – Alla Cop30 movimenti, organizzazioni, popoli e sindacati riacquistano centralità: proposte e campagne dal basso sono arrivate nelle stanze dei negoziati.
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- Come procede la COP30 in Brasile? Intervista a Laura Greco da Bélem – 19 novembre 2025
Laura Greco su Scienza e Pace Magazine – COP30 tra repressione, lobby fossili e resistenze indigene: la giustizia climatica la costruiscono i territori, non i negoziati.
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- Lifegate dalla COP30 – 18 novembre 2025
Marica Di Pierri su Lifegate – Dalla COP30 il racconto dell’inedita comunicazione tra dentro e fuori la COP, tra le richieste indigene e l’ambiguo governo di Lula.
Ascolta su Lifegate
- Il Fondo per le foreste e la falsa soluzione del biocapitalismo si ripropone alla Cop30 di Belém – 18 novembre 2025
Laura Greco su Altreconomia – Il Tropical forests forever facility lanciato da Lula è l’ennesimo dispositivo finanziario che viene presentato come innovazione.
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- Attivismo e giustizia climatica: se il diritto alla protesta diventa un reato – 17 novembre 2025
Marica Di Pierri su Valori.it – Alla Cop30 emerge un allarme globale: in molti Paesi il diritto alla protesta viene represso e l’attivismo ambientale è sempre più criminalizzato
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- Alla Cop30 di Belèm il fondo per l’adattamento resta senza fondi – 17 novembre 2025]
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30 fallisce, per il terzo anno di fila, l’obiettivo di raccolta minima per finanziare l’adattamento dei Paesi del Sud globale.
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- Massiccia partecipazione popolare a Belém – 16 novebre 2025
Marica Di Pierri su L’aria Che Respiri – Alla Cúpula dos Povos tantissime voci per reclamare la fine dei combustibili fossili e una giustizia climatica guidata dai popoli, non dalle multinazionali.
Ascolta su Radio Rai1
- In diretta da Bele?m – Aggiornamenti sulla prima settimana di COP30 – 15 novembre 2025
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – In diretta da Belém, per raccontare in diretta i lavori della 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici. ?Foto di Oliver Ninja e Midia Ninja
Guarda la diretta
- Cop30: chi difende i combustibili fossili dentro i negoziati sul clima – 14 novembre 2025
Marica Di Pierri per Altreconomia – Alla Cop30 un lobbista fossile ogni 25 delegat?: il vertice che dovrebbe chiudere l’era fossile continua a farsela scrivere da chi la profitta.
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- Giustizia climatica, questa dimenticata – 13 novembre 2025
Marica Di Pierri su Il Manifesto – Il legame tra clima e disuguaglianze è ormai assodato. Ma dopo 30 anni di conferenze, i ricchi continuano a fare grandi affari con i fossili.
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- L’adattamento secondo la COP30: “Adattarsi è sopravvivere” – 13 novembre 2025
Marica Di Pierri per EconomiaCircolare.com – COP30 punta a rendere operativo il Global Goal on Adaptation, tra governance multilivello, indicatori, fondi insufficienti e necessità di giustizia climatica.
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- La Cop30 in Brasile e le politiche industriali green – 11 novembre 2025
Marica Di Pierri per Tutta La Città Ne Parla, Radio3 – È iniziata la Cop30 a Belém, 10 giorni in cui si discuterà su come trovare una via d’uscita alla deriva del cambiamento climatico nonostante le difficoltà politiche che ci circondano.
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- Road to Belém – 7 novembre 2025
Marica Di Pierri per Valori.it – Verso la Cop30 di Belém, cosa aspettarci dal più importante appuntamento per salvare il clima della Terra? Diretta con Marica Di Pierri, Luca Lombroso, Giovanni Mori e Lorenzo Tecleme.
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- Da Parigi a Belém, i conti che non tornano – 6 novembre 2025
Marica Di Pierri per Il Manifesto – Tra tensioni e fragili compromessi, i preparativi alla vigilia della Conferenza Onu. A che punto sono gli impegni nazionali di riduzione e i piani di adattamento dei singoli Paesi.
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- A Sud a Belém alla Cop30 – 6 novembre 2025
A Sud seguirà negoziati e mobilitazioni dalla COP30 di Belém, amplificando le voci dei movimenti per giustizia climatica e sociale.
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- A Sud aderisce alla Global Call to Action della Cúpula dos Povos – 5 settembre 2025
Il 15 novembre scendiamo in piazza: basta disuguaglianze e razzismo ambientale, vogliamo giustizia climatica e un mondo dove la vita sia al centro.
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- Vertice dei Popoli Verso la COP30: Manifesto Politico – 13 giugno 2025
A Sud aderisce al Manifesto dei Popoli verso la COP30: un appello globale per giustizia climatica, anticapitalismo e democrazia dal basso.
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Racconteremo le negoziazioni
Per spiegare cosa accade davvero alla COP30, come si muovono i governi e quali interessi guidano le scelte sulla crisi climatica. Vi offriremo una copertura quotidiana per raccontarvi con le nostre parole e con uno sguardo critico, indipendente e radicale, vicino ai movimenti il dentro e fuori la Cop
Sveleremo le contraddizioni
Tra le promesse ufficiali e la realtà, mostrando lo scontro continuo tra lobby fossili e popoli che difendono la vita e i territori. Denunceremo le responsabilità smascherando la falsa transizione energetica e chi continua a inquinare mentre parla di sostenibilità con greenwashing e false soluzioni
Daremo voce alle comunità
Portando le loro storie, le lotte quotidiane e le alternative concrete alla devastazione ambientale, contro colonialismo ed estrazione. Ci collegheremo con l’Italia per connettere istanze e battaglie
INFO E CONTATTI
Per contatti e interviste con la delegazione:
maricadipierri@asud.net
+ 55 21 967071220
Laura Greco
lauragreco@asud.net
+55 21 997673184
Il turismo che fa male alle isole tropicali
[di Marco Milano su OggiScienza] La naturale resistenza ecologica delle isole tropicali è sufficiente per sostenere la crescente pressione del flusso di turisti? Secondo gli ultimi dati diffusi dal World Tourism Organization (UNWTO), il traffico generato dal turismo a livello globale è cresciuto del 4,6%, equivalente in ricchezza prodotta, solo per gli Stati Uniti, a circa 1,5 miliardi di dollari. Alla consapevolezza che turismo e crescita sono strettamente legati da un reciproco beneficio, ancora non si accompagna tuttavia una gestione più attenta del patrimonio che garantisce questa ricchezza. L’eccezionale biodiversità che affascina e attrae i turisti è a forte rischio per esempio nelle isole tropicali, già sofferenti nel frattempo per gli effetti del cambiamento climatico. Il passaggio di masse, anche se solo di tipo stagionale, si fa sentire su tutte le principali risorse naturali. La complicata gestione del crescente flusso di turisti riguarda in particolare le piccole isole, meta di un numero troppo alto di turisti senza adeguate protezioni ambientali. I problemi iniziano subito, quando s’iniziano a progettare e costruire le infrastrutture e gli edifici che ospiteranno villeggianti da tutto il mondo, molto probabilmente benestanti e più esigenti: aeroporti, strade, hotel, ristoranti, piscine e sporting club, richiedono molto spazio, ovvero una quantità di suolo che generalmente le isole non possono permettersi di perdere, se non al prezzo di danni collaterali spesso irreparabili. Le coste sono i punti generalmente più fragili e minacciati per primi. Nelle zone bagnate dal mare, la popolazione locale viene evacuata e il suolo sacrificato per far spazio a resort di lusso. Le coste tropicali, già danneggiate da perdita di suolo naturale dovuta all’erosione delle acque e alla deforestazione, subiscono così un altro duro colpo. La scarsa tutela del suolo nei luoghi d’attrazione turistici colpisce in realtà la maggior parte dei paesi in via di sviluppo, per esempio sulle coste dei paesi nord africani, dove si costruisce senza fare i conti con l’erosione delle riserve di sabbia. Per le isole tropicali, tuttavia, l’impatto sul suolo è solo uno dei punti deboli di questo processo, a cui segue l’indebolimento di altre elementi essenziali alla sopravvivenza di questi ambienti. La domanda crescente di acqua potabile nelle isole ad alto tasso di turismo è diventato un problema piuttosto serio fin dagli anni ’60 del secolo scorso, anche se le sue conseguenze sono state chiarite relativamente di recente, come rilevato da uno studio condotto presso le isole Unguja e Pemba di Zanzibar in Tanzania dall’Università di Lund. Secondo lo studio, la popolazione autoctona soffriva di carenza di riserve d’acqua a causa delle esigenze dei (troppi) turisti già a inizio degli anni 2000. Combinando le statistiche dei 5 anni precedenti, riguardanti le precipitazioni e l’affluenza di 58 hotel presenti sull’isola (pari a solo circa un terzo del totale), con i dati geologici sulla capacità delle riserve idriche, i ricercatori svedesi avevano dimostrato in quell’occasione che il consumo d’acqua di turisti alloggiati in poche strutture e in tempi ristretti, era superiore a quello di un’intera regione di abitanti locali, a fronte di risorse di per sé limitate. Con il trend in crescita del turismo, la situazione si è oggi inevitabilmente aggravata, anche se non mancano esempi virtuosi di progettazione più responsabile. Proprio a sud dell’arcipelago di Zanzibar, per esempio, nell’area protetta Chumb Island Coral Park, sorge un resort a impatto zero costituito da una decina di bungalow totalmente autosufficienti; oppure nell’atollo cristallino di Tikehau, nella Polinesia francese, dove uno...
read moreGrandi opere: le conseguenze socio-ambientali delle scelte energetiche
Tre giorni di tavoli tematici per un processo partecipativo delle comunità locali sul tema delle grandi opere Melendugno – Presidio No Tap 15-16-17 Settembre 2017 Tap non finisce a Melendugno. Il gasdotto, collegandosi alla rete Snam, proseguirà il suo percorso e la sua opera di devastazione fino in Pianura Padana. Intere regioni e comunità saranno attraversate da un’opera inutile, distruttiva e mafiosa progettata senza tenere alcun conto della volontà e della sicurezza di chi vive nei territori interessati. Nel centro Italia il gasdotto passerà pericolosamente per zone ad alto rischio sismico e colpite nei mesi scorsi da potenti terremoti. Il governo italiano fin dall’inizio e senza retrocedere di un passo si è rivelato complice e responsabile di un progetto “strategico” che mette seriamente a rischio il futuro del nostro e di altri Paesi coinvolti in questo malaffare internazionale. I signoroni del profitto ascoltano solo la voce dei loro interessi, ignorando quella del popolo. Ma per fortuna anche la lotta contro il gasdotto non si ferma a Melendugno. In questi ultimi anni in tutte le regioni coinvolte sono nati comitati e movimenti che si stanno opponendo alla realizzazione del mafiodotto. Abbiamo dimostrato di saper reagire all’indifferenza di un governo che non ascolta le nostre ragioni e i nostri appelli. Abbiamo dato voce al popolo che quest’opera non la vuole, siamo tanti e siamo forti. Per il 15-16-17 settembre il Presidio No Tap di Melendugno chiama un incontro nazionale con tutte le realtà in lotta da sud a nord contro il gasdotto. Tre giorni in cui racconteremo le nostre storie, ci confronteremo, uniremo i nostri passi spinti dal potente NO che ci rende vicini oltre le distanze. Tre giorni per difendere e rivendicare il nostro diritto a decidere per il futuro nostro e dei nostri territori. Invitiamo tutti i movimenti e i comitati a questa tre giorni importante per tutti noi e per la nostra Lotta comune. Andiamo avanti uniti e sempre più solidali fino alla vittoria! #NoTap Per ogni chiarimento sulla logistica, i partecipanti potranno far riferimento ai recapiti mail e Facebook del Movimento NO TAP (scrivere sulla pagina oppure a: presidionotap@gmail.com). In caso di condizioni meteo avverse, i lavori si svolgeranno all’interno di una sede idonea ad ospitare l’evento, sita in Borgagne (fraz. di Melendugno). Ringraziamenti: – il Comune di Melendugno per aver patrocinato la manifestazione; – le attività di ristoro “Concepita” e “Romano” per il contributo alle cene sociali; – “Bar Pertini” e “Bar Roma” per i coffee break; – gli artisti che si esibiranno nelle serate; – l’Associazione Vivarch e il Roca Archaeological Project per la visita al sito archeologico di Roca. Vai all’evento Facebook per vedere il...
read moreOsservazioni alla Strategia Energetica Nazionale 2017
Il 10 maggio scorso il governo – con notevole ritardo rispetto ai tempi annunciati – ha presentato la bozza di Strategia Energetica Nazionale, documento d’indirizzo che indica il percorso che il nostro paese intende compiere per garantire l’approvvigionamento energetico e, contemporaneamente, tenere fede agli impegni presi a Parigi nel corso della COP21 sui Cambiamenti Climatici del dicembre 2015. Rispetto al documento presentato, preme porre una serie di osservazioni, alla luce innanzitutto dei suddetti impegni internazionali e, in secondo luogo, di numerosi studi e ricerche svolti da enti statali e indipendenti che mostrano, chiaramente, quanto siano basse le ambizioni delle nostre politiche energetiche e quanto, invece, di più si potrebbe fare. A cura del CDCA – Centro Documentazione Conflitti Ambientali e dell’Associazione A Sud. Scarica le...
read moreManca l’acqua? In Italia le fonti fossili ne bevono 160 milioni di metri cubi l’anno
[su Greenreport] Passare a un approvvigionamento energetico basato sulle fonti rinnovabili permette di combattere i cambiamenti climatici e risparmiare il nostro oro blu. In Italia dove (fortunatamente) non ci sono centrali nucleari – di gran lunga risulta le più assetate per la produzione di energia –, ci pensano quelle alimentate da fonti fossili a consumare ingenti quantità d’acqua per poter funzionare: ogni anno ne bevono 160 milioni di metri cubi, ovvero (considerando in media un consumo procapite di circa 200 litri al giorno per persona) il fabbisogno annuale d’acqua di circa 2,2 milioni di persone. D’altronde, però, l’energia è fondamentale al funzionamento della nostra società. Come rimediare? Passando alle fonti rinnovabili: «L’emergenza acqua che sta colpendo molte Regioni italiane – spiegano oggi dall’Anev, l’Associazione nazionale energia del vento – è dovuta in primis ai mutamenti climatici che sostengono una tra le più severe siccità mai registrate, ma anche alla scarsa attenzione verso un’oculata gestione delle risorse ambientali e delle materie prime. Questi fattori messi insieme stanno portando ad una vera è propria crisi ecologica e al rischio di calamità naturale. Oltre agli adeguamenti strutturali e ad una gestione più razionale, è necessario avviare una pianificazione organica di lungo termine anche nel campo dell’approvvigionamento energetico. Uno studio dell’Eea, Agenzia europea dell’ambiente, ha infatti quantificato in circa il 44% dell’acqua usata direttamente ed indirettamente in Europa la quota utilizzata negli impianti termici e nucleari, più di quanto consumato dalla somma del settore industriale e agricolo; quota equivalente al consumo annuale di circa 80 milioni di persone». Il contesto italiano – come si evince dai dati Istat sul consumo di acqua – è diverso, con l’agricoltura che spicca come il settore in assoluto più assetato: «I prelievi di acqua effettuati nel 2012 (dove ad oggi si fermano i dati Istat, ndr) sono stati destinati per il 46,8% all’irrigazione delle coltivazioni, per il 27,8% a usi civili, per il 17,8% a usi industriali, per il 4,7% alla produzione di energia termoelettrica e per il restante 2,9% alla zootecnia». Ciò non toglie che una maggiore diffusione delle fonti di energia rinnovabili permetterebbe da una parte di combattere efficacemente i cambiamenti climatici, dall’altra di ridurre il comunque abbondante consumo d’acqua imputabile alle fonti fossili: «Negli ultimi dieci anni, grazie all’apporto della fonte eolica nella produzione di energia elettrica nel nostro Paese – aggiungono infatti dall’Anev – si sono risparmiati circa 110 milioni di metri cubi d’acqua, equivalenti al consumo annuale di circa 1,5 milioni di persone». (Pubblicato il 24/07/...
read moreIl Mar Caspio sta evaporando. ”A questo ritmo la parte Nord sparirà in 75 anni”
[di Matteo Marini su La Repubblica] Non è la prima volta che il più grande lago del mondo perde acqua, ma ora lo sta facendo a un ritmo doppio rispetto al minimo degli anni ’70, la scoperta si deve alle osservazioni satellitari. Secondo gli scienziati se non aumenterà l’apporto dei fiumi o delle piogge, tutta la sua parte meno profonda potrebbe andare perduta. Anche il Mar Caspio sta perdendo acqua, evapora a causa delle temperature sempre più alte: il suo livello è sceso di un metro e mezzo in circa 20 anni e continua ad abbassarsi. Il lago più grande del mondo soffre dunque l’eccessiva evaporazione e l’apporto da piogge e fiumi che è sempre più scarso. A questo ritmo tutta la sua parte settentrionale potrebbe sparire nel giro di tre quarti di secolo. A preoccupare gli studiosi non è tanto il livello attuale delle acque, non è stato infatti ancora raggiunto il record negativo fatto registrare alla fine degli anni ’70, quanto piuttosto il trend in picchiata, un calo di quasi sette centimetri all’anno, il doppio rispetto a 40 anni fa. La tendenza non sembra diminuire, anzi, dal 1995 al 2015 la curva è diventata sempre più ripida. Riscaldamento globale, i laghi a rischio. Metà della colpa, secondo un team internazionale di ricercatori guidati dall’Università del Texas, autori dello studio pubblicato su Geophysical Research Letters, è da attribuire alle temperature, che sono cresciute in media di un grado centigrado tra i due periodi di riferimento (1979-1995 e 1995-2015). E che continueranno ad alzarsi, secondo gli scienziati, guidate dai cambiamenti climatici in atto. A influire però sono anche la riduzione delle precipitazioni e il contributo dei fiumi, il più grande dei quali è il Volga. La scoperta che il mar Caspio si sta riducendo è avvenuta quasi per caso, calibrando gli strumenti dei satelliti Grace (Gravity recovery and climate experiment) della Nasa, sonde che misurano accuratamente il campo gravitazionale della Terra e che riescono a individuare e misurare la quantità di acqua presente, anche nel sottosuolo. Come una bilancia che riesce però a pesare mentre è in orbita, a quasi 500 chilometri di distanza. Lo specchio d’acqua, di gran lunga il più grande del pianeta con una superficie pari a circa 371.000 chilometri quadrati (più della Germania), ha sperimentato molte fluttuazioni nella sua profondità media negli ultimi decenni. La più importante delle quali, appunto, si è conclusa alla fine degli anni 70. Il Caspio è anche uno dei laghi più profondi, l’abisso arriva a oltre un chilometro nella sua parte meridionale, è salato e può essere considerato come un piccolo mare. Il rischio riguarda però soprattutto la parte settentrionale, quella meno profonda: “L’evaporazione – scrivono gli scienziati – avrà l’impatto più grande nella porzione nord del Mar Caspio, perché molta dell’acqua in quell’area è inferiore ai cinque metri di profondità”. A questo ritmo, sette centimetri all’anno, tutta quella zona si prosciugherà in circa 75 anni, come è già successo con il lago d’Aral, con un danno economico e ambientale incalcolabile. (Pubblicato il...
read moreClima: nuove scoperte sulla variabilità climatica nell’Atlantico
[sul Centro Euro-Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici (CMCC)] Le attività umane (emissioni di gas serra e aerosol in particolare) influiscono sulla temperatura dell’Oceano Atlantico e di conseguenza su fenomeni climatici come siccità africane, precipitazioni, l’intensificarsi dell’attività dei cicloni tropicali atlantici, il clima estivo in Europa occidentale e Nord America. Un recente studio della Fondazione CMCC apre nuove prospettive nel dibattito scientifico internazionale ripreso dalla rivista Nature. È come un’oscillazione, una fluttuazione delle temperature marine superficiali nel Nord Atlantico, con un periodo apparente di circa 60-70 anni. Per questo fenomeno gli studiosi hanno coniato un termine ad hoc, AMV – Atlantic Multidecadal Variability (Variabilità Atlantica Multidecadale) o AMO – Atlantic Multidecadal Oscillation (Oscillazione Atlantica Multidecadale), in quest’ultimo caso a sottolineare il suo comportamento quasi-oscillatorio. Il fenomeno affascina i ricercatori non soltanto da un punto di vista accademico, ma anche per i suoi importanti effetti sul clima di una vasta area, oceanica e continentale. Questa oscillazione è infatti collegata ad alcuni importanti fenomeni idro-climatici: le variazioni nel regime delle precipitazioni in Sahel e le terribili siccità in Africa degli anni’80, l’intensificarsi dell’attività dei cicloni tropicali atlantici degli ultimi decenni, il clima estivo in Europa occidentale e in Nord America, le temperature superficiali nel Mediterraneo, sembrerebbero tutti influenzati dalla Variabilità Atlantica Multidecadale (AMV). Appare quindi chiaro come una sua eventuale predicibilità, ovvero la capacità che avremo in futuro di comprenderne evoluzione e dinamiche, sia davvero molto importante. Attorno alle origini di questo fenomeno ruota da tempo un acceso dibattito. Convenzionalmente, la scuola di pensiero dominante riteneva che la AMV fosse dovuta a dei processi interni al sistema climatico atlantico, ovvero che fosse da imputare principalmente alla variabilità interna dell’oceano e dell’atmosfera, non “forzata” da fattori (forzanti per gli addetti ai lavori) esterni, sia naturali che di origine antropica. Negli ultimi anni, però, si è fatta strada un’ipotesi alternativa (ma non necessariamente esclusiva dell’altra), che afferma che a causare una frazione rilevante di queste oscillazioni, per lo meno per quanto riguarda gli ultimi decenni, abbiano contribuito fattori esterni al sistema climatico, Questi ultimi includono sia fenomeni naturali, come la variazione dell’attività solare o l’attività dei vulcani, che attività umane, come le emissioni antropogeniche di aerosol (particolato atmosferico costituito da microparticelle solide di inquinanti organici, solfati, residui carboniosi, etc) e di gas serra. Lo studio dei ricercatori CMCC Alessio Bellucci e Silvio Gualdi, “The Role of Forcings in the Twentieth-Century North Atlantic Multidecadal Variability: The 1940–75 North Atlantic Cooling Case Study” s’inserisce nella discussione, andando a fornire alcune evidenze a supporto di quest’ultima ipotesi: i loro risultati sembrerebbero indicare, infatti, che la variabilità atlantica, in particolare quella osservata alla metà del XX secolo, sia stata causata in buona parte da fattori antropici, in particolare dai gas serra e dagli aerosol antropogenici. I ricercatori CMCC sono andati alla ricerca delle origini della variabilità multidecennale delle temperature marine superficiali nel bacino Nord Atlantico, analizzando dunque un particolare evento climatico, un fenomeno di raffreddamento del Nord Atlantico verificatosi alla metà del XX secolo (1940-75). I risultati dello studio hanno evidenziato un potenziale ruolo degli aerosol e dei gas serra antropogenici nel determinare questo ciclo di variabilità atlantica. “Per questo lavoro”, spiega Alessio Bellucci, primo autore dello studio, “abbiamo utilizzato un set molto ampio di simulazioni, attingendo in particolare alle simulazioni di CMIP5, già utilizzate a supporto dell’ultimo rapporto IPCC, AR5. Studi precedenti di questo tipo avevano basato i loro risultati quasi esclusivamente su un solo modello,...
read moreAirbnb riempie Matera di turisti ma la svuota di abitanti
[di Giada Zampano su Internazionale] Nicola Frangione comprò la sua casa nei Sassi di Matera per 80 milioni di lire. Era il 1981 ed era un prezzo carissimo per quegli anni. Ora ha messo un cartello con l’annuncio per la vendita a 1,7 milioni di euro. Professore di inglese in pensione, a settant’anni ha deciso che è tempo di lasciare quel palazzetto a quattro piani in cui ha ricavato, al piano terra, un appartamento per affittarlo ai turisti su Airbnb. La decisione di abbandonare la casa è sofferta, ma il professor Frangione non riconosce più quel rione quasi disabitato in cui si trasferì più di trent’anni fa e dove sua moglie Anna Grazia, alla fine degli anni ottanta, era ancora l’unica donna. “Sono stato uno dei primi a comprare nei Sassi”, dice orgoglioso, indicando la casa di tufo immersa nel centro storico della città lucana, ormai famosa in tutto il mondo per le sue abitazioni scavate nella pietra e abbarbicate lungo i pendii del profondo canyon della Gravina. Da una finestra ci si affaccia sul rione Malve, da un’altra si vede la chiesa della madonna dell’Idris, scavata nello sperone roccioso della rupe Monterrone. “Di questa casa amavo il fatto che fosse tutta aperta, tante finestre e poche barriere”, racconta Frangione. “Quando nel quartiere eravamo in pochi, c’era un forte senso del vicinato, condividevamo il cortile e durante le feste mangiavamo spesso insieme. Ci parlavamo dai balconi, senza neanche dover alzare la voce. Amavo sedermi sulla sedia a dondolo nel mio studio, tra i libri antichi, ascoltare un po’ di musica e qualche voce che veniva dall’esterno”. Ora dalla finestra guarda scoraggiato gli sciami di turisti che passeggiano lungo la strada bianca, una delle principali e delle poche in cui possono circolare anche le automobili. “Da negozi e ristoranti fischiano tutto il giorno per attirare l’attenzione dei visitatori. Si è persa l’anima di questo posto”, dice Frangione. “Gli abitanti sono ormai pochi, il resto sono tutti bed & breakfast”. A Matera, il 25 per cento delle case nel centro storico è affittato ai turisti con Airbnb. Una percentuale che esemplifica l’impatto dell’azienda sulle città studiato da tre ricercatori del laboratorio dati economici, storici, territoriali dell’università di Siena (Ladest). Stefano Picascia, Antonello Romano e Michela Teobaldi sono partiti da dati raccolti tra il 2015 e il 2016 su 13 città italiane, da nord a sud. “Il quadro generale è quello di una progressiva trasformazione dei centri storici in hotel, con il rischio che vengano progressivamente abbandonati dai residenti e si trasformino in spazi usati quasi esclusivamente dai turisti, finendo per perdere la loro autenticità”, dice Romano. Matera non è l’unico esempio di centro storico colonizzato dall’azienda. A Firenze, le case del centro storico affittate su Airbnb sono il 18 per cento del totale, mentre nel centro storico di Roma sono l’8 per cento. “In molte città l’offerta è concentrata dentro e intorno ai centri storici”, commenta Romano. “Ma in altre, come Siena per esempio, abbiamo osservato un aumento dell’offerta al di fuori del centro storico, e a questo aumento è corrisposto un aumento della domanda”. Airbnb, azienda fondata a San Francisco nel 2008 sull’idea degli affitti peer-to-peer, si è sviluppata in tutto il mondo, con particolare successo anche nel nostro paese. L’Italia nel 2015 era al terzo posto per numero di annunci nel mondo, con 83mila host (utenti della piattaforma che...
read moreMiniere e taglialegna minacciano l’Amazzonia brasiliana e gli indigeni incontattati
[su Survival] Un gruppo di Indiani brasiliani acclamati come eroi, perché pattugliano l’Amazzonia e cacciano i taglialegna illegali, ha occupato alcuni uffici governativi per chiedere la protezione delle proprie terre. É la prima prima protesta di questo genere organizzata dagli Indiani, conosciuti come Guardiani Guajajara. Il loro popolo sta affrontando un’emergenza, poiché molta della loro foresta è stata rasa al suolo. I Guardiani lavorano per proteggere la foresta nel nordest dell’Amazzonia brasiliana. Condividono quest’area, conosciuta come il territorio indigeno di Arariboia, con gli Awá incontattati. La foresta degli indigeni è un’isola di verde in un mare di deforestazione. Taglialegna illegali pesantemente armati stanno entrando in quest’ultimo rifugio, e il governo non sta facendo granché per fermarli. Tainaky Guajajara, un leader dei Guardiani, ha detto alla protesta nella città di Imperatriz: “Stiamo occupando il FUNAI [il Dipartimento governativo agli Affari Indigeni] per chiedere i nostri diritti alla terra, e la protezione dell’ambiente. Abbiamo bisogno di aiuto, urgentemente. La nostra terra viene invasa mentre parliamo. Il governo brasiliano si è dimenticato di noi – come se non esistessimo. Quindi abbiamo raggiunto il limite. Non sopporteremo più il modo in cui ci trattano.” I Guardiani Guajajara hanno deciso di prendere in mano la situazione per salvare la loro terra dalla distruzione, e per prevenire il genocidio degli Awá. Pattugliano la foresta, identificano i crocevia del taglio del legno e sventano le invasioni. “Gli Awá incontattati non possono vivere senza la loro foresta. Con il nostro lavoro abbiamo fermato molti degli invasori… finché saremo vivi, combatteremo per gli indigeni incontattati, per noi stessi e per la natura” ha dichiarato Kaw Guajajara, il coordinatore dei Guardiani. Il loro lavoro è pericoloso – i Guardiani ricevono costantemente minacce di morte dalla potente mafia dei taglialegna, e tre Guardiani sono stati uccisi nel 2016. Ma continuano con coraggio perché sanno che gli Awá, come tutti i popoli incontattati, rischiano la catastrofe se la loro terra non sarà protetta. Le loro operazioni sono riuscite a ridurre drasticamente il disboscamento, ma hanno urgentemente bisogno dell’aiuto delle autorità brasiliane: risorse ed equipaggiamento per le loro spedizioni, e supporto da parte degli agenti governativi che possono arrestare i taglialegna e tenerli lontano. I Guardiani chiedono anche che il governo applichi un accordo progettato con il FUNAI, perché le forze di polizia militare e quelle di sicurezza statali creino dei campi base per proteggere il territorio e per condurre operazioni congiunte con la polizia locale. “I Guardiani stanno proteggendo uno degli ultimi angoli di foresta amazzonica nella regione. La loro determinazione nel mantenere la foresta intatta oggi è più importante che mai, in un momento in cui l’amministrazione del presidente Temer sta provando a distruggere qualsiasi protezione dei territori indigeni in tutto il Brasile” ha dichiarato Stephen Corry, il Direttore generale di Survival International. “I Guardiani Guajajara sono unici e d’ispirazione per chiunque abbia a cuore i diritti umani e l’ambiente. Il dovere costituzionale del governo è quello di aiutarli a proteggere la foresta. La sua distruzione potrebbe annientare gli Awá incontattati. Questa è un’altra crisi umanitaria scaturita dal trattamento che il Brasile riserva ai suoi popoli indigeni.” (Pubblicato il 31/08/2017) [su Survival] Con un nuovo colpo ai diritti dei popoli indigeni e all’ambiente, il presidente del Brasile Temer ha abolito un’area protetta nell’Amazzonia, nota come riserva Renca. La Renca si trova all’interno di un mosaico di aree protette nell’Amazzonia settentrionale, che include...
read more[sent on May 28, 2017] A letter from Christopher Portier, a long-time toxicologist active in glyphosate studies, to European Commission President Jean-Claude Juncker. Based on the re-assessment of raw data from studies about potential cancer-causing herbicide on animals, Mr Portier criticizes the evaluations of the European Chemicals Agency (Echa) and the European Food Safety Authority (EFSA). He points up that excess of tumors detected in 8 different circumstances were not included in the evaluations provided by the two Agencies. For this reason, he asks – in the name of the defense of public health – a new revision and the denail of the authorization for the use of the herbicide for the next 10 years. Download the letter...
read moreTAP in Grecia, il nuovo reportage
[di Elena Gerebizza su Re:Common] La questione TAP non riguarda solo il Salento, dove la tensione tra la popolazione locale e le forze dell’ordine è ormai ben oltre il livello di guardia. Il segmento italiano è parte di un mega gasdotto noto come Corridoio Sud del gas, che si dovrebbe snodare per 3500 chilometri dall’Azerbaigian verso l’Italia. Ben 550 chilometri di questo gasdotto dovrebbero essere costruiti in Grecia, a partire dalla zona di Kipoi, sul confine con la Turchia, fino alle montagne dell’Albania tra Kristallopigi e Bilisht, per poi attraversare anche l’Albania fino a Fier, sulla costa adriatica. Abbiamo visitato quei luoghi a ottobre 2016 e di nuovo a inizio giugno 2017, assieme a due rappresentanti del Comitato No TAP e ad attivisti inglesi e greci. Come in Italia, anche in Grecia, tra problemi tecnici, proteste e interessi politici la TAP AG ha più di qualche gatta da pelare. DA KAVALA NON SI PASSA! Kavala è una città di 74mila abitanti nella macedonia orientale, raccolta tra il mare e le montagne. Alle sue spalle, la grande pianura dove dovrebbe passare il gasdotto TAP, tra le più fertili del paese. Già nel 2014 durante la valutazione di impatto ambientale del progetto, la camera tecnica di Kavala aveva presentato la propria valutazione indipendente del progetto, proponendo dei percorsi alternativi più a ridosso delle montagne. Oltre alle terre coltivate, il gasdotto passerebbe attraverso una zona archeologica di gran pregio, entrata nel patrimonio dell’UNESCO nel 2016. Parliamo del sito archeologico di Filippi, città della Tracia situata lungo la via Egnatia, nella provincia di Kavala. Qui nel 42 a. C. venne combattuta la famosa battaglia di Filippi, e proprio qui, forse a meno di un chilometro in linea d’aria dal sito principale, dovrebbe passare il gasdotto TAP. Nel 2014, quando il progetto era nella fase di VIA, il sito archeologico era stato abbondantemente segnalato. Eppure il tracciato non è stato modificato e oggi i residenti di Kavala e Filippi gridano allo scandalo. Ma le istituzioni sono sorde. “Anche se sapevano benissimo che c’erano dei resti archeologici in tutta l’area, hanno lo stesso permesso il passaggio del gasdotto” ci dice Themis Kalpadakis, presidente dell’associazione dei contadini di Kavala che lo scorso ottobre ha bloccato le ruspe della TAP in località Libra, ai limiti dei confini cittadini. “Li abbiamo denunciati per violazione di proprietà privata e danneggiamento, non avevano nessun permesso per passare” ci dice Themis. Dimitrios, il proprietario di quelle terre oggi coltivate a frumento, ci racconta che sta ancora aspettando di essere chiamato dal giudice. Sono passati nove mesi dalla denuncia, “ma potrebbero volerci anche anni”, ci dice. Da ottobre, Dimitrios è stato convocato una volta negli uffici di TAP. “Quel giorno non ho sentito niente che avesse senso” ci dice. “Mi hanno fatto un’offerta ridicola, me ne sono andato”. A inizio giugno 2017, le ruspe non ci sono più, né sulla terra di Dimitrios, né sull’altro lato della strada, dove gli appezzamenti sono demaniali. Qui, così come nei dieci chilometri attorno alla città di Kavala, i lavori sono fermi da mesi. Lo scorso ottobre avevamo parlato con un altro contadino le cui terre si trovano a poca distanza e sempre in località Libra. Anche lui aveva denunciato il consorzio TAP. “Ero uno dei primi che insieme con l’associazione agricola, ha partecipato alle manifestazioni del 2012 cosi come...
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Marica Di Pierri per Valori.it – Verso la Cop30 di Belém, cosa aspettarci dal più importante appuntamento per salvare il clima della Terra? Diretta con Marica Di Pierri, Luca Lombroso, Giovanni Mori e Lorenzo Tecleme.