CDCA e A Sud alla COP30 a Belém

La voce di A Sud dalla COP30 di Belém (Brasile) e le iniziative in Italia

Dal 10 al 21 novembre 2025 saremo a Belém, in Brasile, per partecipare come osservatori alla 30° Conferenza delle Nazioni Unite sul Clima. Racconteremo quanto avviene dentro e fuori le negoziazioni, porteremo e raccoglieremo le voci dei territori in lotta contro l’estrattivismo, contro il greenwashing e per una transizione ecologica realmente giusta.

Iscriviti al bollettino Sostieni il nostro lavoro

L’agenda della COP30

A Belém si discuteranno e valuteranno gli NDCs, i nuovi impegni climatici nazionali che stabiliscono gli obiettivi di riduzione delle emissioni di ogni paese. Accanto alla mitigazione, l’adattamento sarà uno dei temi centrali attraverso il Global Goal on Adaptation (GGA) e i nuovi Piani nazionali di adattamento. Un altro capitolo chiave sarà quello della finanza per il clima. Tra i punti principali il nuovo obiettivo di finanziamento (NCQG), che punta ad aumentare il sostegno ai Paesi in via di sviluppo da 100 a 300 miliardi di dollari l’anno, e la Roadmap Baku-Belém, che traccia un percorso per mobilitare almeno 1.300 miliardi di dollari l’anno entro il 2035.

Temi cruciali, che si scontrano con uno scenario geopolitico ostile, segnato dal negazionismo climatico, dai venti di guerra, dalla corsa al riarmo e dalla violenza istituzionale.  Non è un caso che in gioco a Belém ci sia più che mai la credibilità della diplomazia climatica e la sua capacità di tradurre le intenzioni in impegni concreti.

La Cupula dos povos

La Cúpula dos Povos è il grande incontro dei movimenti sociali e delle comunità che vivono in prima linea la crisi climatica. Nata nel 1992 come risposta critica alle negoziazioni ufficiali, propone un’alternativa fondata su giustizia climatica, sociale e ambientale, solidarietà e saperi ancestrali.

Dal 12 al 16 novembre 2025, in concomitanza con la COP30 di Belém, riunirà popoli indigeni, comunità quilombola e tradizionali, giovani e lavorator? in marce, dibattiti e azioni culturali.

La Cúpula mette al centro vite, diritti e territori, non statistiche: unisce chi costruisce ogni giorno soluzioni reali, dall’agroecologia alla difesa dei beni comuni, per spingere i governi ad adottare politiche di vera giustizia climatica.

Dichiarazione della Cupula Dos Povos

Perché A Sud e CDCA alla COP?

Nelle Cop si riuniscono i governi dei 197 Paesi che hanno ratificato la Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (UNFCCC), firmata a Rio de Janeiro nel 1992. Ma la COP30 non è solo un vertice diplomatico: è il terreno di confronto (e di scontro) tra attori diversi e diverse visioni del mondo. Da una parte il business as usual che trasforma la crisi climatica in profitto, dall’altra movimenti e territori che lottano per giustizia climatica, autodeterminazione e diritti della Natura.
La COP30 si terrà nel cuore dell’Amazzonia, a Belém do Pará, in Brasile. Non è un dettaglio geografico ma una scelta politica: è nel Sud globale che l’ingiustizia climatica colpisce più duramente mentre il Nord globale continua a negoziare emissioni e interessi fossili.
Qui non si decide solo il futuro del clima: si decide chi avrà diritto a un futuro.

Per raccontare cosa c’è in gioco, e come finisce la partita.

Andiamo alla COP per osservare da vicino i negoziati, capire quali equilibri politici e di potere si stanno ridefinendo, e portare la prospettiva dei territori e dei movimenti che chiedono giustizia climatica.
La partecipazione di A Sud e CDCA serve a connettere le lotte locali con quelle globali, rafforzare alleanze internazionali e raccontare – con sguardo indipendente e critico – come la diplomazia climatica sta affrontando, o eludendo, le proprie responsabilità.
Perché solo intrecciando voci e resistenze dal basso possiamo costruire un futuro giusto per tutt?.

Per costruire e rafforzare alleanze internazionali

Svolgere la COP in Brasile è un segnale che conta: significa rimettere al centro chi la crisi climatica la subisce davvero. Andiamo a Belém per stare con i movimenti globali per la giustizia climatica. In America Latina oggi si gioca una partita enorme: conflitti ambientali, estrattivismo, repressione, lotte indigene e popolari che resistono da decenni. Con tante realtà — dalla Colombia alla Bolivia, fino all’Amazzonia — abbiamo già lavorato, fatto campagne, costruito ponti. Lì ritroviamo compagn? con cui condividiamo visioni e pratiche.

Per portare una visione radicale dentro la COP

Sì, probabilmente sarà l’ennesimo flop diplomatico. Ma proprio per questo dobbiamo esserci, per non lasciare quei tavoli alle lobby fossili e ai governi che parlano di transizione mentre trivellano.
Da dentro vedi meglio le dinamiche, le crepe, le possibilità di alleanze e di conflitto.
Andiamo per portare la prospettiva della giustizia climatica e delle lotte dal basso, che legano crisi climatica, razzismo, patriarcato e disuguaglianze. La COP non è un punto d’arrivo: è un passaggio. Il resto si fa fuori, insieme, ogni giorno.


Diario dalla COP30

  • Giorno 12 – 24 novembre 2025
    Belém svela il fallimento della diplomazia climatica, ma apre spiragli: una roadmap anti-fossile e nuove alleanze per la giustizia.
    Leggi l’articolo / Ascolta su Scanner
  • Giorno 11 – 21 novembre 2025
    Penultimo giorno a Belém: incendio in COP30, stalli politici e pressioni crescenti sul BAM e sull’uscita dai fossili.
    Leggi l’articolo
  • Giorno 10 – 20 novembre 2025A Belém 85 Paesi spingono per uscire dai fossili, mentre Italia e Polonia frenano. La COP30 è al bivio, il tempo è adesso.
  • Leggi l’articolo / Ascolta su Scanner
  • Giorno 9 – 19 novembre 2025
    Belém rilancia la lotta globale ai fossili: la Colombia guida un fronte che vuole uscire davvero dal modello che brucia il pianeta.
    Leggi l’articolo / Ascolta su Scanner
  • Giorno 7 – 17 novembre 2025
    Belem in rivolta: popoli indigeni e movimenti sociali spingono per una COP30 che dica finalmente basta ai fossili.
    Leggi l’articoloAscolta su Scanner
  • Giorno 6 – 15 novembre 2025
    Anche quest’anno i dati sulla presenza dei lobbisti Gas&Oil alla conferenza di Belém sono alti: su ogni 25 persone accreditate al vertice, uno è un lobbista dei combustibili fossili, in totale sono oltre 1600.
    Leggi l’articolo
  • Giorno 5 – 14 novembre 2025
    Il TFFF entra nella Cupula tra promesse e contraddizioni: fondi incerti, debiti in aumento e movimenti che denunciano l’ennesima falsa soluzione verde.
    Leggi l’articoloAscolta su Scanner
  • Giorno 4 – 13 novembre 2025
    A Belém la protesta indigena irrompe nella COP30 e svela le contraddizioni del Brasile fossile. Intanto la Cupula esplode di mobilitazioni globali.
    Leggi l’articolo /Ascolta su Scanner

 

  • Giorno 3 – 12 novembre 2025
    Adattamento al centro della COP30, ma i fondi restano insufficienti. A Belém arrivano movimenti e comunità indigene: la vera pressione viene dai territori.
    Leggi l’articolo / Ascolta su Scanner
  • Giorno 2 – 11 novembre 2025
    Lula parla di disuguaglianze alla Cop30, ma il Brasile continua a spingere sul fossile. A Belém torna al centro il nodo tra clima e ingiustizia.
    Leggi l’articolo / Ascolta su Scanner
  • Giorno 1 – 10 novembre 2025
    Dalla Cop30 alla Cúpula dos Povos: a Belém si apre la sfida per la giustizia climatica tra responsabilità globali, diritti dei popoli e resistenza dei territori.
    Leggi l’articolo / Ascolta su Scanner

Articoli di approfondimento alla COP30

  • Cosa resta della Cop30, la battaglia per il clima e i diritti è ancora lunga – 24 novembre 2025
    Marica Di Pierri e Laura Greco su Domani – COP30 fallisce su fossili e foreste, ma il Bam e il blocco dei 82 paesi per l’uscita dal fossile aprono spiragli di lotta e nuove alleanze.
    Leggi l’articolo
  • Sulla fine dei lavori della COP30 – 24 novembre 2025
    Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Cosa è successo alla 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici? Quali sono le grandi vittorie? Quali le sconfitte?
    Guarda la diretta
  • La tabella della discordia – cos’è successo alla COP30 – 23 novembre 2025
    Laura Greco su Radio24 – COP30 a Belém annuncia impegni su energia, foreste e adattamento, ma senza una vera uscita dal fossile restano promesse vuote da incalzare con lotte dal basso.
    Ascolta su Il Sole 24 ore
  • “A resposta somos nós”. Ma alla COP30 le richieste dei popoli indigeni non fanno breccia – 23 novembre 2025
    Laura Greco su EconomiaCircolare.com – Alla COP30 le voci indigene restano ai margini mentre la foresta corre verso il punto di non ritorno. Senza giustizia, non c’è futuro.
    Leggi l’articolo
  • La “Dichiarazione di Belém” e il multilateralismo del phase out dai fossili spinto dal basso – 21 novembre 2025
    Laura Greco su Altreconomia – Da Belém arriva una spinta dal basso per uscire dai fossili: governi e movimenti uniscono le voci per un phase out reale, giusto, globale.
    Leggi l’articolo
    • Cop30: senza il Gender action plan ogni azione climatica è limitata – 21 novembre 2025
      Marica Di Pierri e Laura Greco su Valori – Nonostante le ambiziose premesse il Gender action plan ha trovato diversi ostacoli sui tavoli negoziali della Cop30

Leggi l’articolo

 

  • Alla Cop30 arrivano le storie di migrazioni climatiche – 21 novembre 2025

Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30, in vista delle negoziazioni finali, si parla del fenomeno crescente degli sfollamenti forzati dal cambiamento climatico.
Leggi l’articolo

  • Belém, la foresta degli indigeni si ribella a Lula – 20 novembre 2025
    Laura Greco su Il Manifesto – Le nazionalità dell’Amazzonia denunciano l’inagibilità politica alla Cop e chiedono una mobilitazione internazionale guidata direttamente dai popoli indigeni per proteggere i loro territori e affrontare la crisi climatica alla radice
  • Alla Cop 30 i movimenti si riprendono la scena – 20 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Il Manifesto – Era dalla Cop 26 di Glasgow che non si vedeva così tanta società civile. Accanto al vertice ufficiale, in più di 50 mila hanno animato la «Cupula dos povos» per una svolta vera sul clima e i diritti
    Leggi l’articolo
  • COP30, BELÉM | Italiani in mobilitazione – 20 novembre 2025]
    Il Climate Pride in azione alla COP30: l? attivist? chiedono all’Italia una roadmap chiara e ambiziosa per uscire dai fossili.
    Leggi il comunicato
  • A Belém torna il protagonismo sociale – 19 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Collettiva – Alla Cop30 movimenti, organizzazioni, popoli e sindacati riacquistano centralità: proposte e campagne dal basso sono arrivate nelle stanze dei negoziati.
    Leggi l’articolo
  • Come procede la COP30 in Brasile? Intervista a Laura Greco da Bélem – 19 novembre 2025
    Laura Greco su Scienza e Pace Magazine – COP30 tra repressione, lobby fossili e resistenze indigene: la giustizia climatica la costruiscono i territori, non i negoziati.
    Leggi l’articolo
  • Lifegate dalla COP30 – 18 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Lifegate – Dalla COP30 il racconto dell’inedita comunicazione tra dentro e fuori la COP, tra le richieste indigene e l’ambiguo governo di Lula.
    Ascolta su Lifegate
  • Il Fondo per le foreste e la falsa soluzione del biocapitalismo si ripropone alla Cop30 di Belém – 18 novembre 2025
    Laura Greco su Altreconomia – Il Tropical forests forever facility lanciato da Lula è l’ennesimo dispositivo finanziario che viene presentato come innovazione.
    Leggi l’articolo
  • Attivismo e giustizia climatica: se il diritto alla protesta diventa un reato – 17 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Valori.it – Alla Cop30 emerge un allarme globale: in molti Paesi il diritto alla protesta viene represso e l’attivismo ambientale è sempre più criminalizzato
    Leggi l’articolo
  • Alla Cop30 di Belèm il fondo per l’adattamento resta senza fondi – 17 novembre 2025]
    Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30 fallisce, per il terzo anno di fila, l’obiettivo di raccolta minima per finanziare l’adattamento dei Paesi del Sud globale.
    Leggi l’articolo
  • Massiccia partecipazione popolare a Belém – 16 novebre 2025
    Marica Di Pierri su L’aria Che Respiri – Alla Cúpula dos Povos tantissime voci per reclamare la fine dei combustibili fossili e una giustizia climatica guidata dai popoli, non dalle multinazionali.
    Ascolta su Radio Rai1
  • In diretta da Bele?m – Aggiornamenti sulla prima settimana di COP30 – 15 novembre 2025
    Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – In diretta da Belém, per raccontare in diretta i lavori della 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici. ?Foto di Oliver Ninja e Midia Ninja
    Guarda la diretta
  • Cop30: chi difende i combustibili fossili dentro i negoziati sul clima – 14 novembre 2025
    Marica Di Pierri per Altreconomia – Alla Cop30 un lobbista fossile ogni 25 delegat?: il vertice che dovrebbe chiudere l’era fossile continua a farsela scrivere da chi la profitta.
    Leggi l’articolo
  • Giustizia climatica, questa dimenticata – 13 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Il Manifesto – Il legame tra clima e disuguaglianze è ormai assodato. Ma dopo 30 anni di conferenze, i ricchi continuano a fare grandi affari con i fossili.
    Leggi l’articolo
  • L’adattamento secondo la COP30: “Adattarsi è sopravvivere” – 13 novembre 2025
    Marica Di Pierri per EconomiaCircolare.com – COP30 punta a rendere operativo il Global Goal on Adaptation, tra governance multilivello, indicatori, fondi insufficienti e necessità di giustizia climatica.
    Leggi l’articolo
  • La Cop30 in Brasile e le politiche industriali green – 11 novembre 2025
    Marica Di Pierri per Tutta La Città Ne Parla, Radio3 – È iniziata la Cop30 a Belém, 10 giorni in cui si discuterà su come trovare una via d’uscita alla deriva del cambiamento climatico nonostante le difficoltà politiche che ci circondano.
    Ascolta l’episodio
  • Road to Belém – 7 novembre 2025Marica Di Pierri per Valori.it – Verso la Cop30 di Belém, cosa aspettarci dal più importante appuntamento per salvare il clima della Terra? Diretta con Marica Di Pierri, Luca Lombroso, Giovanni Mori e Lorenzo Tecleme.
    Guarda la diretta
  • Da Parigi a Belém, i conti che non tornano – 6 novembre 2025
    Marica Di Pierri per Il Manifesto – Tra tensioni e fragili compromessi, i preparativi alla vigilia della Conferenza Onu. A che punto sono gli impegni nazionali di riduzione e i piani di adattamento dei singoli Paesi.
    Leggi l’articolo
  • A Sud a Belém alla Cop30 – 6 novembre 2025
    A Sud seguirà negoziati e mobilitazioni dalla COP30 di Belém, amplificando le voci dei movimenti per giustizia climatica e sociale.
    Leggi l’articolo
  • A Sud aderisce alla Global Call to Action della Cúpula dos Povos  – 5 settembre 2025
    Il 15 novembre scendiamo in piazza: basta disuguaglianze e razzismo ambientale, vogliamo giustizia climatica e un mondo dove la vita sia al centro.
    Leggi l’articolo
  • Vertice dei Popoli Verso la COP30: Manifesto Politico – 13 giugno 2025
    A Sud aderisce al Manifesto dei Popoli verso la COP30: un appello globale per giustizia climatica, anticapitalismo e democrazia dal basso.
    Leggi l’articolo

Racconteremo le negoziazioni

Per spiegare cosa accade davvero alla COP30, come si muovono i governi e quali interessi guidano le scelte sulla crisi climatica. Vi offriremo una copertura quotidiana per raccontarvi con le nostre parole e con uno sguardo critico, indipendente e radicale, vicino ai movimenti il dentro e fuori la Cop

Sveleremo le contraddizioni

Tra le promesse ufficiali e la realtà, mostrando lo scontro continuo tra lobby fossili e popoli che difendono la vita e i territori. Denunceremo le responsabilità smascherando la falsa transizione energetica e chi continua a inquinare mentre parla di sostenibilità con greenwashing e false soluzioni

Daremo voce alle comunità

Portando le loro storie, le lotte quotidiane e le alternative concrete alla devastazione ambientale, contro colonialismo ed estrazione. Ci collegheremo con l’Italia per connettere istanze e battaglie


INFO E CONTATTI

Per contatti e interviste con la delegazione:

Marica Di Pierri
maricadipierri@asud.net
55 21 967071220

Laura Greco
lauragreco@asud.net
+55 21 997673184

Il Mar Caspio sta evaporando. ”A questo ritmo la parte Nord sparirà in 75 anni”

Posted by on 8:38 am in Notizie | Commenti disabilitati su Il Mar Caspio sta evaporando. ”A questo ritmo la parte Nord sparirà in 75 anni”

Il Mar Caspio sta evaporando. ”A questo ritmo la parte Nord sparirà in 75 anni”

[di Matteo Marini su La Repubblica] Non è la prima volta che il più grande lago del mondo perde acqua, ma ora lo sta facendo a un ritmo doppio rispetto al minimo degli anni ’70, la scoperta si deve alle osservazioni satellitari. Secondo gli scienziati se non aumenterà l’apporto dei fiumi o delle piogge, tutta la sua parte meno profonda potrebbe andare perduta. Anche il Mar Caspio sta perdendo acqua, evapora a causa delle temperature sempre più alte: il suo livello è sceso di un metro e mezzo in circa 20 anni e continua ad abbassarsi. Il lago più grande del mondo soffre dunque l’eccessiva evaporazione e l’apporto da piogge e fiumi che è sempre più scarso. A questo ritmo tutta la sua parte settentrionale potrebbe sparire nel giro di tre quarti di secolo. A preoccupare gli studiosi non è tanto il livello attuale delle acque, non è stato infatti ancora raggiunto il record negativo fatto registrare alla fine degli anni ’70, quanto piuttosto il trend in picchiata, un calo di quasi sette centimetri all’anno, il doppio rispetto a 40 anni fa. La tendenza non sembra diminuire, anzi, dal 1995 al 2015 la curva è diventata sempre più ripida. Riscaldamento globale, i laghi a rischio. Metà della colpa, secondo un team internazionale di ricercatori guidati dall’Università del Texas, autori dello studio pubblicato su Geophysical Research Letters, è da attribuire alle temperature, che sono cresciute in media di un grado centigrado tra i due periodi di riferimento (1979-1995 e 1995-2015). E che continueranno ad alzarsi, secondo gli scienziati, guidate dai cambiamenti climatici in atto. A influire però sono anche la riduzione delle precipitazioni e il contributo dei fiumi, il più grande dei quali è il Volga. La scoperta che il mar Caspio si sta riducendo è avvenuta quasi per caso, calibrando gli strumenti dei satelliti Grace (Gravity recovery and climate experiment) della Nasa, sonde che misurano accuratamente il campo gravitazionale della Terra e che riescono a individuare e misurare la quantità di acqua presente, anche nel sottosuolo. Come una bilancia che riesce però a pesare mentre è in orbita, a quasi 500 chilometri di distanza. Lo specchio d’acqua, di gran lunga il più grande del pianeta con una superficie pari a circa 371.000 chilometri quadrati (più della Germania), ha sperimentato molte fluttuazioni nella sua profondità media negli ultimi decenni. La più importante delle quali, appunto, si è conclusa alla fine degli anni 70. Il Caspio è anche uno dei laghi più profondi, l’abisso arriva a oltre un chilometro nella sua parte meridionale, è salato e può essere considerato come un piccolo mare. Il rischio riguarda però soprattutto la parte settentrionale, quella meno profonda: “L’evaporazione – scrivono gli scienziati – avrà l’impatto più grande nella porzione nord del Mar Caspio, perché molta dell’acqua in quell’area è inferiore ai cinque metri di profondità”. A questo ritmo, sette centimetri all’anno, tutta quella zona si prosciugherà in circa 75 anni, come è già successo con il lago d’Aral, con un danno economico e ambientale incalcolabile. (Pubblicato il...

read more

Clima: nuove scoperte sulla variabilità climatica nell’Atlantico

Posted by on 10:48 pm in Notizie | Commenti disabilitati su Clima: nuove scoperte sulla variabilità climatica nell’Atlantico

Clima: nuove scoperte sulla variabilità climatica nell’Atlantico

[sul Centro Euro-Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici (CMCC)] Le attività umane (emissioni di gas serra e aerosol in particolare) influiscono sulla temperatura dell’Oceano Atlantico e di conseguenza su fenomeni climatici come siccità africane, precipitazioni, l’intensificarsi dell’attività dei cicloni tropicali atlantici, il clima estivo in Europa occidentale e Nord America. Un recente studio della Fondazione CMCC apre nuove prospettive nel dibattito scientifico internazionale ripreso dalla rivista Nature. È come un’oscillazione, una fluttuazione delle temperature marine superficiali nel Nord Atlantico, con un periodo apparente di circa 60-70 anni. Per questo fenomeno gli studiosi hanno coniato un termine ad hoc, AMV – Atlantic Multidecadal Variability (Variabilità Atlantica Multidecadale) o AMO – Atlantic Multidecadal Oscillation (Oscillazione Atlantica Multidecadale), in quest’ultimo caso a sottolineare il suo comportamento quasi-oscillatorio. Il fenomeno affascina i ricercatori non soltanto da un punto di vista accademico, ma anche per i suoi importanti effetti sul clima di una vasta area, oceanica e continentale. Questa oscillazione è infatti collegata ad alcuni importanti fenomeni idro-climatici: le variazioni nel regime delle precipitazioni in Sahel e le terribili siccità in Africa degli anni’80, l’intensificarsi dell’attività dei cicloni tropicali atlantici degli ultimi decenni, il clima estivo in Europa occidentale e in Nord America, le temperature superficiali nel Mediterraneo, sembrerebbero tutti influenzati dalla Variabilità Atlantica Multidecadale (AMV). Appare quindi chiaro come una sua eventuale predicibilità, ovvero la capacità che avremo in futuro di comprenderne evoluzione e dinamiche, sia davvero molto importante. Attorno alle origini di questo fenomeno ruota da tempo un acceso dibattito. Convenzionalmente, la scuola di pensiero dominante riteneva che la AMV fosse dovuta a dei processi interni al sistema climatico atlantico, ovvero che fosse da imputare principalmente alla variabilità interna dell’oceano e dell’atmosfera, non “forzata” da fattori (forzanti per gli addetti ai lavori) esterni, sia naturali che di origine antropica. Negli ultimi anni, però, si è fatta strada un’ipotesi alternativa (ma non necessariamente esclusiva dell’altra), che afferma che a causare una frazione rilevante di queste oscillazioni, per lo meno per quanto riguarda gli ultimi decenni, abbiano contribuito fattori esterni al sistema climatico,  Questi ultimi includono sia fenomeni naturali, come la variazione dell’attività solare o l’attività dei vulcani, che attività umane, come le emissioni antropogeniche di aerosol (particolato atmosferico costituito da microparticelle solide di inquinanti organici, solfati, residui carboniosi, etc) e di gas serra. Lo studio dei ricercatori CMCC Alessio Bellucci e Silvio Gualdi, “The Role of Forcings in the Twentieth-Century North Atlantic Multidecadal Variability: The 1940–75 North Atlantic Cooling Case Study” s’inserisce nella discussione, andando a fornire alcune evidenze a supporto di quest’ultima ipotesi: i loro risultati sembrerebbero indicare, infatti, che la variabilità atlantica, in particolare quella osservata alla metà del XX secolo, sia stata causata in buona parte da fattori antropici, in particolare dai gas serra e dagli aerosol antropogenici. I ricercatori CMCC sono andati alla ricerca delle origini della variabilità multidecennale delle temperature marine superficiali nel bacino Nord Atlantico, analizzando dunque un particolare evento climatico, un fenomeno di raffreddamento del Nord Atlantico verificatosi alla metà del XX secolo (1940-75). I risultati dello studio hanno evidenziato un potenziale ruolo degli aerosol e dei gas serra antropogenici nel determinare questo ciclo di variabilità atlantica. “Per questo lavoro”, spiega Alessio Bellucci, primo autore dello studio, “abbiamo utilizzato un set molto ampio di simulazioni, attingendo in particolare alle simulazioni di CMIP5, già utilizzate a supporto dell’ultimo rapporto IPCC, AR5. Studi precedenti di questo tipo avevano basato i loro risultati quasi esclusivamente su un solo modello,...

read more

Airbnb riempie Matera di turisti ma la svuota di abitanti

Posted by on 8:33 am in Notizie | Commenti disabilitati su Airbnb riempie Matera di turisti ma la svuota di abitanti

Airbnb riempie Matera di turisti ma la svuota di abitanti

[di Giada Zampano su Internazionale] Nicola Frangione comprò la sua casa nei Sassi di Matera per 80 milioni di lire. Era il 1981 ed era un prezzo carissimo per quegli anni. Ora ha messo un cartello con l’annuncio per la vendita a 1,7 milioni di euro. Professore di inglese in pensione, a settant’anni ha deciso che è tempo di lasciare quel palazzetto a quattro piani in cui ha ricavato, al piano terra, un appartamento per affittarlo ai turisti su Airbnb. La decisione di abbandonare la casa è sofferta, ma il professor Frangione non riconosce più quel rione quasi disabitato in cui si trasferì più di trent’anni fa e dove sua moglie Anna Grazia, alla fine degli anni ottanta, era ancora l’unica donna. “Sono stato uno dei primi a comprare nei Sassi”, dice orgoglioso, indicando la casa di tufo immersa nel centro storico della città lucana, ormai famosa in tutto il mondo per le sue abitazioni scavate nella pietra e abbarbicate lungo i pendii del profondo canyon della Gravina. Da una finestra ci si affaccia sul rione Malve, da un’altra si vede la chiesa della madonna dell’Idris, scavata nello sperone roccioso della rupe Monterrone. “Di questa casa amavo il fatto che fosse tutta aperta, tante finestre e poche barriere”, racconta Frangione. “Quando nel quartiere eravamo in pochi, c’era un forte senso del vicinato, condividevamo il cortile e durante le feste mangiavamo spesso insieme. Ci parlavamo dai balconi, senza neanche dover alzare la voce. Amavo sedermi sulla sedia a dondolo nel mio studio, tra i libri antichi, ascoltare un po’ di musica e qualche voce che veniva dall’esterno”. Ora dalla finestra guarda scoraggiato gli sciami di turisti che passeggiano lungo la strada bianca, una delle principali e delle poche in cui possono circolare anche le automobili. “Da negozi e ristoranti fischiano tutto il giorno per attirare l’attenzione dei visitatori. Si è persa l’anima di questo posto”, dice Frangione. “Gli abitanti sono ormai pochi, il resto sono tutti bed & breakfast”. A Matera, il 25 per cento delle case nel centro storico è affittato ai turisti con Airbnb. Una percentuale che esemplifica l’impatto dell’azienda sulle città studiato da tre ricercatori del laboratorio dati economici, storici, territoriali dell’università di Siena (Ladest). Stefano Picascia, Antonello Romano e Michela Teobaldi sono partiti da dati raccolti tra il 2015 e il 2016 su 13 città italiane, da nord a sud. “Il quadro generale è quello di una progressiva trasformazione dei centri storici in hotel, con il rischio che vengano progressivamente abbandonati dai residenti e si trasformino in spazi usati quasi esclusivamente dai turisti, finendo per perdere la loro autenticità”, dice Romano. Matera non è l’unico esempio di centro storico colonizzato dall’azienda. A Firenze, le case del centro storico affittate su Airbnb sono il 18 per cento del totale, mentre nel centro storico di Roma sono l’8 per cento. “In molte città l’offerta è concentrata dentro e intorno ai centri storici”, commenta Romano. “Ma in altre, come Siena per esempio, abbiamo osservato un aumento dell’offerta al di fuori del centro storico, e a questo aumento è corrisposto un aumento della domanda”. Airbnb, azienda fondata a San Francisco nel 2008 sull’idea degli affitti peer-to-peer, si è sviluppata in tutto il mondo, con particolare successo anche nel nostro paese. L’Italia nel 2015 era al terzo posto per numero di annunci nel mondo, con 83mila host (utenti della piattaforma che...

read more

Miniere e taglialegna minacciano l’Amazzonia brasiliana e gli indigeni incontattati

Posted by on 8:38 am in Notizie | Commenti disabilitati su Miniere e taglialegna minacciano l’Amazzonia brasiliana e gli indigeni incontattati

Miniere e taglialegna minacciano l’Amazzonia brasiliana e gli indigeni incontattati

[su Survival] Un gruppo di Indiani brasiliani acclamati come eroi, perché pattugliano l’Amazzonia e cacciano i taglialegna illegali, ha occupato alcuni uffici governativi per chiedere la protezione delle proprie terre. É la prima prima protesta di questo genere organizzata dagli Indiani, conosciuti come Guardiani Guajajara. Il loro popolo sta affrontando un’emergenza, poiché molta della loro foresta è stata rasa al suolo. I Guardiani lavorano per proteggere la foresta nel nordest dell’Amazzonia brasiliana. Condividono quest’area, conosciuta come il territorio indigeno di Arariboia, con gli Awá incontattati. La foresta degli indigeni è un’isola di verde in un mare di deforestazione. Taglialegna illegali pesantemente armati stanno entrando in quest’ultimo rifugio, e il governo non sta facendo granché per fermarli. Tainaky Guajajara, un leader dei Guardiani, ha detto alla protesta nella città di Imperatriz: “Stiamo occupando il FUNAI [il Dipartimento governativo agli Affari Indigeni] per chiedere i nostri diritti alla terra, e la protezione dell’ambiente. Abbiamo bisogno di aiuto, urgentemente. La nostra terra viene invasa mentre parliamo. Il governo brasiliano si è dimenticato di noi – come se non esistessimo. Quindi abbiamo raggiunto il limite. Non sopporteremo più il modo in cui ci trattano.” I Guardiani Guajajara hanno deciso di prendere in mano la situazione per salvare la loro terra dalla distruzione, e per prevenire il genocidio degli Awá. Pattugliano la foresta, identificano i crocevia del taglio del legno e sventano le invasioni. “Gli Awá incontattati non possono vivere senza la loro foresta. Con il nostro lavoro abbiamo fermato molti degli invasori… finché saremo vivi, combatteremo per gli indigeni incontattati, per noi stessi e per la natura” ha dichiarato Kaw Guajajara, il coordinatore dei Guardiani. Il loro lavoro è pericoloso – i Guardiani ricevono costantemente minacce di morte dalla potente mafia dei taglialegna, e tre Guardiani sono stati uccisi nel 2016. Ma continuano con coraggio perché sanno che gli Awá, come tutti i popoli incontattati, rischiano la catastrofe se la loro terra non sarà protetta. Le loro operazioni sono riuscite a ridurre drasticamente il disboscamento, ma hanno urgentemente bisogno dell’aiuto delle autorità brasiliane: risorse ed equipaggiamento per le loro spedizioni, e supporto da parte degli agenti governativi che possono arrestare i taglialegna e tenerli lontano. I Guardiani chiedono anche che il governo applichi un accordo progettato con il FUNAI, perché le forze di polizia militare e quelle di sicurezza statali creino dei campi base per proteggere il territorio e per condurre operazioni congiunte con la polizia locale. “I Guardiani stanno proteggendo uno degli ultimi angoli di foresta amazzonica nella regione. La loro determinazione nel mantenere la foresta intatta oggi è più importante che mai, in un momento in cui l’amministrazione del presidente Temer sta provando a distruggere qualsiasi protezione dei territori indigeni in tutto il Brasile” ha dichiarato Stephen Corry, il Direttore generale di Survival International. “I Guardiani Guajajara sono unici e d’ispirazione per chiunque abbia a cuore i diritti umani e l’ambiente. Il dovere costituzionale del governo è quello di aiutarli a proteggere la foresta. La sua distruzione potrebbe annientare gli Awá incontattati. Questa è un’altra crisi umanitaria scaturita dal trattamento che il Brasile riserva ai suoi popoli indigeni.” (Pubblicato il 31/08/2017) [su Survival] Con un nuovo colpo ai diritti dei popoli indigeni e all’ambiente, il presidente del Brasile Temer ha abolito un’area protetta nell’Amazzonia, nota come riserva Renca. La Renca si trova all’interno di un mosaico di aree protette nell’Amazzonia settentrionale, che include...

read more

Posted by on 8:38 am in News | Commenti disabilitati su

[sent on May 28, 2017] A letter from Christopher Portier, a long-time toxicologist active in glyphosate studies, to European Commission President Jean-Claude Juncker. Based on the re-assessment of raw data from studies about potential cancer-causing herbicide on animals, Mr Portier criticizes the evaluations of the European Chemicals Agency (Echa) and the European Food Safety Authority (EFSA). He points up that excess of tumors detected in 8 different circumstances were not included in the evaluations provided by the two Agencies. For this reason, he asks – in the name of the defense of public health – a new revision and the denail of the authorization for the use of the herbicide for the next 10 years. Download the letter...

read more

TAP in Grecia, il nuovo reportage

Posted by on 8:38 am in Notizie | Commenti disabilitati su TAP in Grecia, il nuovo reportage

TAP in Grecia, il nuovo reportage

[di Elena Gerebizza su Re:Common] La questione TAP non riguarda solo il Salento, dove la tensione tra la popolazione locale e le forze dell’ordine è ormai ben oltre il livello di guardia. Il segmento italiano è parte di un mega gasdotto noto come Corridoio Sud del gas, che si dovrebbe snodare per 3500 chilometri dall’Azerbaigian verso l’Italia. Ben 550 chilometri di questo gasdotto dovrebbero essere costruiti in Grecia, a partire dalla zona di Kipoi, sul confine con la Turchia, fino alle montagne dell’Albania tra Kristallopigi e Bilisht, per poi attraversare anche l’Albania fino a Fier, sulla costa adriatica. Abbiamo visitato quei luoghi a ottobre 2016 e di nuovo a inizio giugno 2017, assieme a due rappresentanti del Comitato No TAP e ad attivisti inglesi e greci. Come in Italia, anche in Grecia, tra problemi tecnici, proteste e interessi politici la TAP AG ha più di qualche gatta da pelare. DA KAVALA NON SI PASSA! Kavala è una città di 74mila abitanti nella macedonia orientale, raccolta tra il mare e le montagne. Alle sue spalle, la grande pianura dove dovrebbe passare il gasdotto TAP, tra le più fertili del paese. Già nel 2014 durante la valutazione di impatto ambientale del progetto, la camera tecnica di Kavala aveva presentato la propria valutazione indipendente del progetto, proponendo dei percorsi alternativi più a ridosso delle montagne. Oltre alle terre coltivate, il gasdotto passerebbe attraverso una zona archeologica di gran pregio, entrata nel patrimonio dell’UNESCO nel 2016. Parliamo del sito archeologico di Filippi, città della Tracia situata lungo la via Egnatia, nella provincia di Kavala. Qui nel 42 a. C. venne combattuta la famosa battaglia di Filippi, e proprio qui, forse a meno di un chilometro in linea d’aria dal sito principale, dovrebbe passare il gasdotto TAP. Nel 2014, quando il progetto era nella fase di VIA, il sito archeologico era stato abbondantemente segnalato. Eppure il tracciato non è stato modificato e oggi i residenti di Kavala e Filippi gridano allo scandalo. Ma le istituzioni sono sorde. “Anche se sapevano benissimo che c’erano dei resti archeologici in tutta l’area, hanno lo stesso permesso  il passaggio del gasdotto” ci dice Themis Kalpadakis, presidente dell’associazione dei contadini di Kavala che lo scorso ottobre ha bloccato le ruspe della TAP in località Libra, ai limiti dei confini cittadini. “Li abbiamo denunciati per violazione di proprietà privata e danneggiamento, non avevano nessun permesso per passare” ci dice Themis. Dimitrios, il proprietario di quelle terre oggi coltivate a frumento, ci racconta che sta ancora aspettando di essere chiamato dal giudice. Sono passati nove mesi dalla denuncia, “ma potrebbero volerci anche anni”, ci dice. Da ottobre, Dimitrios è stato convocato una volta negli uffici di TAP. “Quel giorno non ho sentito niente che avesse senso” ci dice. “Mi hanno fatto un’offerta ridicola, me ne sono andato”. A inizio giugno 2017, le ruspe non ci sono più, né sulla terra di Dimitrios, né sull’altro lato della strada, dove gli appezzamenti sono demaniali. Qui, così come nei dieci chilometri attorno alla città di Kavala, i lavori sono fermi da mesi. Lo scorso ottobre avevamo parlato con un altro contadino le cui terre si trovano a poca distanza e sempre in località Libra. Anche lui aveva denunciato il consorzio TAP. “Ero uno dei primi che insieme con l’associazione agricola, ha partecipato alle manifestazioni del 2012 cosi come...

read more

In India, Bangladesh e Nepal 45 milioni di persone colpite da alluvioni e frane

Posted by on 10:24 am in Notizie | Commenti disabilitati su In India, Bangladesh e Nepal 45 milioni di persone colpite da alluvioni e frane

In India, Bangladesh e Nepal 45 milioni di persone colpite da alluvioni e frane

[su Greenreport] Manca l’acqua potabile e sono inagibili più di 1,6 milioni di case e 19.000 scuole. Mentre il mondo è (giustamente) in apprensione per quello che sta succedendo nel sud degli Stati Uniti, ignora quasi completamente la tragedia di dimensioni bibliche in atto tra Bangladesh, India e Nepal, dove i monsoni si sono trasformati in una catastrofe umanitaria  causa delle devastazioni provocate da alluvioni e frane. Secondo l’Ufficio Onu per il coordinamento degli affari umanitari (Ocha), «Circa 41 milioni di persone sono state colpite dalle inondazioni e dalle frane che hanno colpito questi tre Paesi dell’Asia del sud in seguito alle piogge torrenziali del monsone. Dalla metà di agosto sono stati registrati almeno 1.288 decessi e, in totale, 45 milioni di sfollati. All’interno di questa immane tragedia c’è quella dei bambini: l’Unicef dice che le inondazioni  «hanno devastato la vita di milioni di bambini e famiglie» e stima che quasi «6 milioni di bambini e le loro famiglie abbiano urgente bisogno di un sostegno vitale». Quattro Stati dell’India settentrionale sono stati pesantemente colpiti dalle inondazioni, che hanno interessato oltre 31 milioni di persone, tra cui 12,33 milioni di bambini. Almeno 805.183 case sono state parzialmente o completamente danneggiate e 15.455 scuole sono state danneggiate, interrompendo  l’istruzione di quasi un milione di studenti. Altre piogge pesanti a Mumbai hanno causato almeno 5 morti per annegamento e 3 persone, tra cui 2 bambini, sono morte a causa del crollo della loro casa. Negli Stati indiani colpiti, i governi statali stanno conducendo operazioni di soccorso, riabilitazione e recupero. L’Unicef,  su richiesta dei governi statali, fornisce un supporto multisettoriale di pianificazione e coordinamento nei tre stati più colpiti: Assam, Bihar e Uttar Pradesh. Ad esempio, nel Bihar  oltre 9,8 milioni di persone sono state raggiunte con informazioni sul come rendere l’acqua potabile e sulle norme igieniche da adottare. In Bangladesh sono state colpite da inondazioni oltre 8 milioni di persone, tra le quali circa 3 milioni di bambini. Si stima che siano state danneggiate o distrutte 696.169 case e 2.292 scuole primarie e comunitarie. Al 2 settembre in Bangladesh si registravano più di 13.000 casi di malattie causate dall’acqua sporca. In Nepal sono state colpite dagli alluvioni e dalle loro conseguenze  1,7 milioni di persone, di cui 680.000 bambini, con 352.738 sfollati dalle loro case. Più di 185.126 case e 1.958 scuole sono state danneggiate o distrutte, rendendo impossibile fornire un’istruzione a  253.605 bambini. Jean Gough, direttore regionale dell’Unicef per l’Asia meridionale, sottolinea che «Milioni di bambini hanno visto le loro vite trascinate via da queste inondazioni devastanti. I bambini hanno perso le loro case, le scuole e persino gli amici e i loro cari: c’è il rischio che il peggio debba ancora venire, mentre le piogge continuano e le acque dell’inondazione si spostano verso sud». Molte aree rimangono inaccessibili a causa di danni a strade, ponti, ferrovie e aeroporti. Quello di cui hanno più urgentemente bisogno i bambini sono acqua pulita, presidi igienici per prevenire la diffusione di malattie, forniture alimentari e luoghi sicuri nei centri di evacuazione dove i bambini possano  giocare e studiare. Gough conclude: «I danni massicci subiti dalle infrastrutture scolastiche e dai rifornimenti significano anche che centinaia di migliaia di bambini potrebbero perdere settimane o mesi di scuola. Ricreare la scuole per i bambini è assolutamente fondamentale per stabilire un senso di stabilità durante i momenti...

read more

Posted by on 9:47 am in News | Commenti disabilitati su

[posted by Naomi Klein on The Intercept, August 28, 2017] Now is exactly the time to talk about climate change, and all the other systemic injustices — from racial profiling to economic austerity — that turn disasters like Harvey into human catastrophes. Turn on the coverage of the Hurricane Harvey and the Houston flooding and you’ll hear lots of talk about how unprecedented this kind of rainfall is. How no one saw it coming, so no one could adequately prepare. What you will hear very little about is why these kind of unprecedented, record-breaking weather events are happening with such regularity that “record-breaking” has become a meteorological cliche. In other words, you won’t hear much, if any, talk about climate change. This, we are told, is out of a desire not to “politicize” a still unfolding human tragedy, which is an understandable impulse. But here’s the thing: every time we act as if an unprecedented weather event is hitting us out of the blue, as some sort of Act of God that no one foresaw, reporters are making a highly political decision. It’s a decision to spare feelings and avoid controversy at the expense of telling the truth, however difficult. Because the truth is that these events have long been predicted by climate scientists. Warmer oceans throw up more powerful storms. Higher sea levels mean those storms surge into places they never reached before. Hotter weather leads to extremes of precipitation: long dry periods interrupted by massive snow or rain dumps, rather than the steadier predictable patterns most of us grew up with. The records being broken year after year — whether for drought, storm surges, wildfires, or just heat — are happening because the planet is markedly warmer than it has been since record-keeping began. Covering events like Harvey while ignoring those facts, failing to provide a platform to climate scientists who can make them plain, all while never mentioning President Donald Trump’s decision to withdraw from the Paris climate accords, fails in the most basic duty of journalism: to provide important facts and relevant context. It leaves the public with the false impression that these are disasters without root causes, which also means that nothing could have been done to prevent them (and that nothing can be done now to prevent them from getting much worse in the future). It’s also worth noting that the Harvey coverage has been highly political since well before the storm made landfall. There has been endless talk about whether Trump was taking the storm seriously enough, endless speculation about whether this hurricane will be his “Katrina moment” and a great deal of (fair) point-scoring about how many Republicans voted against Sandy relief but have their hands out for Texas now. That’s politics being made out of a disaster — it’s just the kind of partisan politics that is fully inside the comfort zone of conventional media, politics that conveniently skirts the reality that placing the interests of fossil fuel companies ahead of the need for decisive pollution control has been a deeply bipartisan affair. In an ideal world, we’d all be able to put politics on hold until the immediate emergency has passed. Then, when everyone was safe, we’d have a long, thoughtful, informed public debate about the policy implications of the crisis we...

read more

Siccità, l’effetto deserto dopo 100 giorni. La mappa dell’Italia

Posted by on 8:56 am in Notizie | Commenti disabilitati su Siccità, l’effetto deserto dopo 100 giorni. La mappa dell’Italia

Siccità, l’effetto deserto dopo 100 giorni. La mappa dell’Italia

[di Leonard Berberi sul Corriere della Sera] Primavera asciutta, piogge in calo dell’80%, ondate di calore: il suolo non assorbe più. Ecco la fotografia dell’Italia nel 2017. Le conseguenze non sorprendono. Stupiscono, e non poco, le cause. La prima: «È stata una delle primavere più asciutte degli ultimi sessant’anni». La seconda: «Le precipitazioni sono calate anche dell’80%». La terza: «Si sono registrate ondate di calore a giugno e luglio». Risultato: «Il mese passato due terzi dell’Italia registravano livelli di siccità preoccupanti», sintetizzano gli esperti dell’European drought observatory, l’ente che monitora il fenomeno. «Nei primi sei mesi di quest’anno — calcolano — è caduta meno della metà di pioggia attesa». A Civita Castellana (Viterbo), 27 chilometri dal lago di Bracciano, da ottobre 2016 a giugno il deficit ha toccato i 36,5 centimetri. Le piogge attese per fine agosto dovrebbero attenuare i livelli di desertificazione. «Ma bisognerà aspettare settembre per avere un miglioramento». «Servono azioni di adattamento» «Il fatto nuovo è che si sono allargate le zone dove si registra la siccità: sono comparse aree, come il Centro Italia, che storicamente non avevano problemi», ragiona Anna Luise, esperta dell’Ispra di desertificazione. «Alla fine di agosto ci sono gli stessi valori di luglio e questo è allarmante». Preoccupa proprio l’assenza prolungata di precipitazioni. «Se piove dopo dieci giorni di bel tempo il terreno è comunque in grado di assorbire l’acqua. Ma se la pioggia non si fa vedere per cento giorni il suolo diventa incapace di gestire il flusso idrico». «È chiaro che è in corso da noi una modificazione del regime meteoclimatico», dice diplomaticamente Luise. Per questo, suggerisce, «è urgente un piano di azione di adattamento alla siccità. Questi episodi non solo si ripeteranno, ma lo faranno con maggiore frequenza e intensità». La mappa dell’Italia a secco. (Pubblicato il...

read more

Monsanto Leaks, ecco come è stata (e continua a essere) avvelenata Brescia

Posted by on 8:46 am in Notizie | Commenti disabilitati su Monsanto Leaks, ecco come è stata (e continua a essere) avvelenata Brescia

Monsanto Leaks, ecco come è stata (e continua a essere) avvelenata Brescia

[di Andrea Tornago su L’Espresso] Un danno ambientale di almeno 1,5 miliardi di euro: 300 ettari di terreno inquinato, 25 mila abitanti coinvolti. Per quasi vent’anni la produzione di Fenclor alla Caffaro è andata avanti nonostante i documenti interni avessero lanciato l’allarme. Più di 20 mila documenti dell’industria dei veleni. Note riservate, lettere interne, verbali di riunioni e studi scientifici che mostrano le avanzate conoscenze che i grandi gruppi della chimica mondiale, dalla Monsanto alla DuPont, dalla Union Carbide alla Dow, avevano a disposizione già negli anni ‘70 sulla tossicità di erbicidi, pesticidi e composti chimici. Li hanno chiamati “The Poison papers” , le “carte dei veleni”. Un vasto archivio formatosi negli anni grazie alle richieste inoltrate alle agenzie federali statunitensi e alle cause intentate contro le industrie chimiche, raccolto dalla scrittrice e attivista Carol Van Strum e pubblicato dal Bioscience Resource Project e dal Center for Media and Democracy. E da questa immensa mole di documenti, che risalgono fino agli anni ’20, emergono i primi risvolti italiani. Basta seguire la storia dei Pcb, i policlorobifenili, composti brevettati nei primi anni ’30 dalla Monsanto, per arrivare a una fabbrica chimica alle porte di una laboriosa città del nord Italia. Alcune note confidenziali della Monsanto rivelano che anche la società che ha prodotto quelle sostanze in Italia tra il 1938 al 1984 grazie a un brevetto della Monsanto, la Caffaro di Brescia, era stata informata da tempo dagli americani della pericolosità dei Pcb usati fino agli anni ’80 dall’industria elettrica come isolanti nei trasformatori. Almeno tre documenti riferiscono gli esiti di incontri riservati avvenuti all’inizio degli anni ‘70 in Europa tra gli statunitensi e gli altri produttori europei di Pcb, tra cui la Caffaro, per discutere l’opportunità di abbandonare quelle sostanze di cui ormai si conosceva ampiamente la dannosità. Come diverrà di pubblico dominio solo anni dopo, i Pcb sono inquinanti organici persistenti e cancerogeni tra i più pericolosi insieme alle diossine. Stando alle minute della Monsanto, la Caffaro partecipò nel febbraio e nel maggio del 1970 a due incontri riservati a Francoforte e a Bruxelles, insieme alla tedesca Bayer e alla francese Prodelec sul problema ambientale del Pcb. Ma anziché lavorare per la dismissione della produzione e la riconversione industriale, decise di proseguire come se niente fosse: «Il 9 e 10 febbraio si è tenuta a Francoforte una riunione speciale – si legge in un documento confidenziale del 9 marzo ’70 firmato da H. A. Vodden – per discutere il problema dei Pcb nell’ambiente. Pare non vi sia ancora preoccupazione pubblica in Germania, Francia o Italia». Mentre i tedeschi della Bayer temono ripercussioni internazionali e sembrano voler correre ai ripari, l’azienda francese e quella italiana non vogliono sentir ragioni: «La Prodelec e la Caffaro – prosegue Vodden – non hanno ancora cominciato alcun lavoro su questo tema e il loro principale contributo pare sia stato sollecitare la bonifica, in particolare degli askarel dei trasformatori». Alla fine, nel piano d’azione predisposto dalla Monsanto viene annotata la decisione: «Scambio di informazioni con Bayer, Prodelec e Caffaro come stabilito». Già nel 1970 dunque la Caffaro aveva avuto accesso agli studi statunitensi sulla dannosità per l’uomo e per l’ambiente dei Pcb, e scambiava informazioni privilegiate con gli altri produttori europei e con la “casa madre” americana. Un secondo incontro, sempre tra Monsanto, Prodelec, Bayer e Caffaro, si sarebbe svolto poi a Bruxelles il 14 maggio 1970. Pochi...

read more