Dal 10 al 21 novembre 2025 saremo a Belém, in Brasile, per partecipare come osservatori alla 30° Conferenza delle Nazioni Unite sul Clima. Racconteremo quanto avviene dentro e fuori le negoziazioni, porteremo e raccoglieremo le voci dei territori in lotta contro l’estrattivismo, contro il greenwashing e per una transizione ecologica realmente giusta.
Iscriviti al bollettino Sostieni il nostro lavoroL’agenda della COP30
A Belém si discuteranno e valuteranno gli NDCs, i nuovi impegni climatici nazionali che stabiliscono gli obiettivi di riduzione delle emissioni di ogni paese. Accanto alla mitigazione, l’adattamento sarà uno dei temi centrali attraverso il Global Goal on Adaptation (GGA) e i nuovi Piani nazionali di adattamento. Un altro capitolo chiave sarà quello della finanza per il clima. Tra i punti principali il nuovo obiettivo di finanziamento (NCQG), che punta ad aumentare il sostegno ai Paesi in via di sviluppo da 100 a 300 miliardi di dollari l’anno, e la Roadmap Baku-Belém, che traccia un percorso per mobilitare almeno 1.300 miliardi di dollari l’anno entro il 2035.
Temi cruciali, che si scontrano con uno scenario geopolitico ostile, segnato dal negazionismo climatico, dai venti di guerra, dalla corsa al riarmo e dalla violenza istituzionale. Non è un caso che in gioco a Belém ci sia più che mai la credibilità della diplomazia climatica e la sua capacità di tradurre le intenzioni in impegni concreti.
La Cupula dos povos
La Cúpula dos Povos è il grande incontro dei movimenti sociali e delle comunità che vivono in prima linea la crisi climatica. Nata nel 1992 come risposta critica alle negoziazioni ufficiali, propone un’alternativa fondata su giustizia climatica, sociale e ambientale, solidarietà e saperi ancestrali.
Dal 12 al 16 novembre 2025, in concomitanza con la COP30 di Belém, riunirà popoli indigeni, comunità quilombola e tradizionali, giovani e lavorator? in marce, dibattiti e azioni culturali.
La Cúpula mette al centro vite, diritti e territori, non statistiche: unisce chi costruisce ogni giorno soluzioni reali, dall’agroecologia alla difesa dei beni comuni, per spingere i governi ad adottare politiche di vera giustizia climatica.
Dichiarazione della Cupula Dos Povos
Perché A Sud e CDCA alla COP?
Nelle Cop si riuniscono i governi dei 197 Paesi che hanno ratificato la Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (UNFCCC), firmata a Rio de Janeiro nel 1992. Ma la COP30 non è solo un vertice diplomatico: è il terreno di confronto (e di scontro) tra attori diversi e diverse visioni del mondo. Da una parte il business as usual che trasforma la crisi climatica in profitto, dall’altra movimenti e territori che lottano per giustizia climatica, autodeterminazione e diritti della Natura.
La COP30 si terrà nel cuore dell’Amazzonia, a Belém do Pará, in Brasile. Non è un dettaglio geografico ma una scelta politica: è nel Sud globale che l’ingiustizia climatica colpisce più duramente mentre il Nord globale continua a negoziare emissioni e interessi fossili.
Qui non si decide solo il futuro del clima: si decide chi avrà diritto a un futuro.
Per raccontare cosa c’è in gioco, e come finisce la partita.
Andiamo alla COP per osservare da vicino i negoziati, capire quali equilibri politici e di potere si stanno ridefinendo, e portare la prospettiva dei territori e dei movimenti che chiedono giustizia climatica.
La partecipazione di A Sud e CDCA serve a connettere le lotte locali con quelle globali, rafforzare alleanze internazionali e raccontare – con sguardo indipendente e critico – come la diplomazia climatica sta affrontando, o eludendo, le proprie responsabilità.
Perché solo intrecciando voci e resistenze dal basso possiamo costruire un futuro giusto per tutt?.
Per costruire e rafforzare alleanze internazionali
Svolgere la COP in Brasile è un segnale che conta: significa rimettere al centro chi la crisi climatica la subisce davvero. Andiamo a Belém per stare con i movimenti globali per la giustizia climatica. In America Latina oggi si gioca una partita enorme: conflitti ambientali, estrattivismo, repressione, lotte indigene e popolari che resistono da decenni. Con tante realtà — dalla Colombia alla Bolivia, fino all’Amazzonia — abbiamo già lavorato, fatto campagne, costruito ponti. Lì ritroviamo compagn? con cui condividiamo visioni e pratiche.
Per portare una visione radicale dentro la COP
Sì, probabilmente sarà l’ennesimo flop diplomatico. Ma proprio per questo dobbiamo esserci, per non lasciare quei tavoli alle lobby fossili e ai governi che parlano di transizione mentre trivellano.
Da dentro vedi meglio le dinamiche, le crepe, le possibilità di alleanze e di conflitto.
Andiamo per portare la prospettiva della giustizia climatica e delle lotte dal basso, che legano crisi climatica, razzismo, patriarcato e disuguaglianze. La COP non è un punto d’arrivo: è un passaggio. Il resto si fa fuori, insieme, ogni giorno.
Diario dalla COP30
- Giorno 12 – 24 novembre 2025
Belém svela il fallimento della diplomazia climatica, ma apre spiragli: una roadmap anti-fossile e nuove alleanze per la giustizia.
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- Giorno 11 – 21 novembre 2025
Penultimo giorno a Belém: incendio in COP30, stalli politici e pressioni crescenti sul BAM e sull’uscita dai fossili.
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- Giorno 10 – 20 novembre 2025A Belém 85 Paesi spingono per uscire dai fossili, mentre Italia e Polonia frenano. La COP30 è al bivio, il tempo è adesso.
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- Giorno 9 – 19 novembre 2025
Belém rilancia la lotta globale ai fossili: la Colombia guida un fronte che vuole uscire davvero dal modello che brucia il pianeta.
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- Giorno 8 – 18 novembre 2025
Alla COP30 la transizione dai combustibili fossili sembra lontana, mentre i fondi dell’adattamento sono sotto il minimo.
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- Giorno 7 – 17 novembre 2025
Belem in rivolta: popoli indigeni e movimenti sociali spingono per una COP30 che dica finalmente basta ai fossili.
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- Giorno 6 – 15 novembre 2025
Anche quest’anno i dati sulla presenza dei lobbisti Gas&Oil alla conferenza di Belém sono alti: su ogni 25 persone accreditate al vertice, uno è un lobbista dei combustibili fossili, in totale sono oltre 1600.
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- Giorno 5 – 14 novembre 2025
Il TFFF entra nella Cupula tra promesse e contraddizioni: fondi incerti, debiti in aumento e movimenti che denunciano l’ennesima falsa soluzione verde.
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- Giorno 4 – 13 novembre 2025
A Belém la protesta indigena irrompe nella COP30 e svela le contraddizioni del Brasile fossile. Intanto la Cupula esplode di mobilitazioni globali.
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- Giorno 3 – 12 novembre 2025
Adattamento al centro della COP30, ma i fondi restano insufficienti. A Belém arrivano movimenti e comunità indigene: la vera pressione viene dai territori.
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- Giorno 2 – 11 novembre 2025
Lula parla di disuguaglianze alla Cop30, ma il Brasile continua a spingere sul fossile. A Belém torna al centro il nodo tra clima e ingiustizia.
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- Giorno 1 – 10 novembre 2025
Dalla Cop30 alla Cúpula dos Povos: a Belém si apre la sfida per la giustizia climatica tra responsabilità globali, diritti dei popoli e resistenza dei territori.
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Articoli di approfondimento alla COP30
- Cosa resta della Cop30, la battaglia per il clima e i diritti è ancora lunga – 24 novembre 2025
Marica Di Pierri e Laura Greco su Domani – COP30 fallisce su fossili e foreste, ma il Bam e il blocco dei 82 paesi per l’uscita dal fossile aprono spiragli di lotta e nuove alleanze.
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- Sulla fine dei lavori della COP30 – 24 novembre 2025
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Cosa è successo alla 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici? Quali sono le grandi vittorie? Quali le sconfitte?
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- La tabella della discordia – cos’è successo alla COP30 – 23 novembre 2025
Laura Greco su Radio24 – COP30 a Belém annuncia impegni su energia, foreste e adattamento, ma senza una vera uscita dal fossile restano promesse vuote da incalzare con lotte dal basso.
Ascolta su Il Sole 24 ore
- “A resposta somos nós”. Ma alla COP30 le richieste dei popoli indigeni non fanno breccia – 23 novembre 2025
Laura Greco su EconomiaCircolare.com – Alla COP30 le voci indigene restano ai margini mentre la foresta corre verso il punto di non ritorno. Senza giustizia, non c’è futuro.
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- La “Dichiarazione di Belém” e il multilateralismo del phase out dai fossili spinto dal basso – 21 novembre 2025
Laura Greco su Altreconomia – Da Belém arriva una spinta dal basso per uscire dai fossili: governi e movimenti uniscono le voci per un phase out reale, giusto, globale.
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- Cop30: senza il Gender action plan ogni azione climatica è limitata – 21 novembre 2025
Marica Di Pierri e Laura Greco su Valori – Nonostante le ambiziose premesse il Gender action plan ha trovato diversi ostacoli sui tavoli negoziali della Cop30
- Cop30: senza il Gender action plan ogni azione climatica è limitata – 21 novembre 2025

- Alla Cop30 arrivano le storie di migrazioni climatiche – 21 novembre 2025
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30, in vista delle negoziazioni finali, si parla del fenomeno crescente degli sfollamenti forzati dal cambiamento climatico.
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- Belém, la foresta degli indigeni si ribella a Lula – 20 novembre 2025
Laura Greco su Il Manifesto – Le nazionalità dell’Amazzonia denunciano l’inagibilità politica alla Cop e chiedono una mobilitazione internazionale guidata direttamente dai popoli indigeni per proteggere i loro territori e affrontare la crisi climatica alla radice
- Alla Cop 30 i movimenti si riprendono la scena – 20 novembre 2025
Marica Di Pierri su Il Manifesto – Era dalla Cop 26 di Glasgow che non si vedeva così tanta società civile. Accanto al vertice ufficiale, in più di 50 mila hanno animato la «Cupula dos povos» per una svolta vera sul clima e i diritti
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- COP30, BELÉM | Italiani in mobilitazione – 20 novembre 2025]
Il Climate Pride in azione alla COP30: l? attivist? chiedono all’Italia una roadmap chiara e ambiziosa per uscire dai fossili.
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- A Belém torna il protagonismo sociale – 19 novembre 2025
Marica Di Pierri su Collettiva – Alla Cop30 movimenti, organizzazioni, popoli e sindacati riacquistano centralità: proposte e campagne dal basso sono arrivate nelle stanze dei negoziati.
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- Come procede la COP30 in Brasile? Intervista a Laura Greco da Bélem – 19 novembre 2025
Laura Greco su Scienza e Pace Magazine – COP30 tra repressione, lobby fossili e resistenze indigene: la giustizia climatica la costruiscono i territori, non i negoziati.
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- Lifegate dalla COP30 – 18 novembre 2025
Marica Di Pierri su Lifegate – Dalla COP30 il racconto dell’inedita comunicazione tra dentro e fuori la COP, tra le richieste indigene e l’ambiguo governo di Lula.
Ascolta su Lifegate
- Il Fondo per le foreste e la falsa soluzione del biocapitalismo si ripropone alla Cop30 di Belém – 18 novembre 2025
Laura Greco su Altreconomia – Il Tropical forests forever facility lanciato da Lula è l’ennesimo dispositivo finanziario che viene presentato come innovazione.
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- Attivismo e giustizia climatica: se il diritto alla protesta diventa un reato – 17 novembre 2025
Marica Di Pierri su Valori.it – Alla Cop30 emerge un allarme globale: in molti Paesi il diritto alla protesta viene represso e l’attivismo ambientale è sempre più criminalizzato
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- Alla Cop30 di Belèm il fondo per l’adattamento resta senza fondi – 17 novembre 2025]
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30 fallisce, per il terzo anno di fila, l’obiettivo di raccolta minima per finanziare l’adattamento dei Paesi del Sud globale.
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- Massiccia partecipazione popolare a Belém – 16 novebre 2025
Marica Di Pierri su L’aria Che Respiri – Alla Cúpula dos Povos tantissime voci per reclamare la fine dei combustibili fossili e una giustizia climatica guidata dai popoli, non dalle multinazionali.
Ascolta su Radio Rai1
- In diretta da Bele?m – Aggiornamenti sulla prima settimana di COP30 – 15 novembre 2025
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – In diretta da Belém, per raccontare in diretta i lavori della 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici. ?Foto di Oliver Ninja e Midia Ninja
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- Cop30: chi difende i combustibili fossili dentro i negoziati sul clima – 14 novembre 2025
Marica Di Pierri per Altreconomia – Alla Cop30 un lobbista fossile ogni 25 delegat?: il vertice che dovrebbe chiudere l’era fossile continua a farsela scrivere da chi la profitta.
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- Giustizia climatica, questa dimenticata – 13 novembre 2025
Marica Di Pierri su Il Manifesto – Il legame tra clima e disuguaglianze è ormai assodato. Ma dopo 30 anni di conferenze, i ricchi continuano a fare grandi affari con i fossili.
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- L’adattamento secondo la COP30: “Adattarsi è sopravvivere” – 13 novembre 2025
Marica Di Pierri per EconomiaCircolare.com – COP30 punta a rendere operativo il Global Goal on Adaptation, tra governance multilivello, indicatori, fondi insufficienti e necessità di giustizia climatica.
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- La Cop30 in Brasile e le politiche industriali green – 11 novembre 2025
Marica Di Pierri per Tutta La Città Ne Parla, Radio3 – È iniziata la Cop30 a Belém, 10 giorni in cui si discuterà su come trovare una via d’uscita alla deriva del cambiamento climatico nonostante le difficoltà politiche che ci circondano.
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- Road to Belém – 7 novembre 2025
Marica Di Pierri per Valori.it – Verso la Cop30 di Belém, cosa aspettarci dal più importante appuntamento per salvare il clima della Terra? Diretta con Marica Di Pierri, Luca Lombroso, Giovanni Mori e Lorenzo Tecleme.
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- Da Parigi a Belém, i conti che non tornano – 6 novembre 2025
Marica Di Pierri per Il Manifesto – Tra tensioni e fragili compromessi, i preparativi alla vigilia della Conferenza Onu. A che punto sono gli impegni nazionali di riduzione e i piani di adattamento dei singoli Paesi.
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- A Sud a Belém alla Cop30 – 6 novembre 2025
A Sud seguirà negoziati e mobilitazioni dalla COP30 di Belém, amplificando le voci dei movimenti per giustizia climatica e sociale.
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- A Sud aderisce alla Global Call to Action della Cúpula dos Povos – 5 settembre 2025
Il 15 novembre scendiamo in piazza: basta disuguaglianze e razzismo ambientale, vogliamo giustizia climatica e un mondo dove la vita sia al centro.
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- Vertice dei Popoli Verso la COP30: Manifesto Politico – 13 giugno 2025
A Sud aderisce al Manifesto dei Popoli verso la COP30: un appello globale per giustizia climatica, anticapitalismo e democrazia dal basso.
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Racconteremo le negoziazioni
Per spiegare cosa accade davvero alla COP30, come si muovono i governi e quali interessi guidano le scelte sulla crisi climatica. Vi offriremo una copertura quotidiana per raccontarvi con le nostre parole e con uno sguardo critico, indipendente e radicale, vicino ai movimenti il dentro e fuori la Cop
Sveleremo le contraddizioni
Tra le promesse ufficiali e la realtà, mostrando lo scontro continuo tra lobby fossili e popoli che difendono la vita e i territori. Denunceremo le responsabilità smascherando la falsa transizione energetica e chi continua a inquinare mentre parla di sostenibilità con greenwashing e false soluzioni
Daremo voce alle comunità
Portando le loro storie, le lotte quotidiane e le alternative concrete alla devastazione ambientale, contro colonialismo ed estrazione. Ci collegheremo con l’Italia per connettere istanze e battaglie
INFO E CONTATTI
Per contatti e interviste con la delegazione:
maricadipierri@asud.net
+ 55 21 967071220
Laura Greco
lauragreco@asud.net
+55 21 997673184
In India, Bangladesh e Nepal 45 milioni di persone colpite da alluvioni e frane
[su Greenreport] Manca l’acqua potabile e sono inagibili più di 1,6 milioni di case e 19.000 scuole. Mentre il mondo è (giustamente) in apprensione per quello che sta succedendo nel sud degli Stati Uniti, ignora quasi completamente la tragedia di dimensioni bibliche in atto tra Bangladesh, India e Nepal, dove i monsoni si sono trasformati in una catastrofe umanitaria causa delle devastazioni provocate da alluvioni e frane. Secondo l’Ufficio Onu per il coordinamento degli affari umanitari (Ocha), «Circa 41 milioni di persone sono state colpite dalle inondazioni e dalle frane che hanno colpito questi tre Paesi dell’Asia del sud in seguito alle piogge torrenziali del monsone. Dalla metà di agosto sono stati registrati almeno 1.288 decessi e, in totale, 45 milioni di sfollati. All’interno di questa immane tragedia c’è quella dei bambini: l’Unicef dice che le inondazioni «hanno devastato la vita di milioni di bambini e famiglie» e stima che quasi «6 milioni di bambini e le loro famiglie abbiano urgente bisogno di un sostegno vitale». Quattro Stati dell’India settentrionale sono stati pesantemente colpiti dalle inondazioni, che hanno interessato oltre 31 milioni di persone, tra cui 12,33 milioni di bambini. Almeno 805.183 case sono state parzialmente o completamente danneggiate e 15.455 scuole sono state danneggiate, interrompendo l’istruzione di quasi un milione di studenti. Altre piogge pesanti a Mumbai hanno causato almeno 5 morti per annegamento e 3 persone, tra cui 2 bambini, sono morte a causa del crollo della loro casa. Negli Stati indiani colpiti, i governi statali stanno conducendo operazioni di soccorso, riabilitazione e recupero. L’Unicef, su richiesta dei governi statali, fornisce un supporto multisettoriale di pianificazione e coordinamento nei tre stati più colpiti: Assam, Bihar e Uttar Pradesh. Ad esempio, nel Bihar oltre 9,8 milioni di persone sono state raggiunte con informazioni sul come rendere l’acqua potabile e sulle norme igieniche da adottare. In Bangladesh sono state colpite da inondazioni oltre 8 milioni di persone, tra le quali circa 3 milioni di bambini. Si stima che siano state danneggiate o distrutte 696.169 case e 2.292 scuole primarie e comunitarie. Al 2 settembre in Bangladesh si registravano più di 13.000 casi di malattie causate dall’acqua sporca. In Nepal sono state colpite dagli alluvioni e dalle loro conseguenze 1,7 milioni di persone, di cui 680.000 bambini, con 352.738 sfollati dalle loro case. Più di 185.126 case e 1.958 scuole sono state danneggiate o distrutte, rendendo impossibile fornire un’istruzione a 253.605 bambini. Jean Gough, direttore regionale dell’Unicef per l’Asia meridionale, sottolinea che «Milioni di bambini hanno visto le loro vite trascinate via da queste inondazioni devastanti. I bambini hanno perso le loro case, le scuole e persino gli amici e i loro cari: c’è il rischio che il peggio debba ancora venire, mentre le piogge continuano e le acque dell’inondazione si spostano verso sud». Molte aree rimangono inaccessibili a causa di danni a strade, ponti, ferrovie e aeroporti. Quello di cui hanno più urgentemente bisogno i bambini sono acqua pulita, presidi igienici per prevenire la diffusione di malattie, forniture alimentari e luoghi sicuri nei centri di evacuazione dove i bambini possano giocare e studiare. Gough conclude: «I danni massicci subiti dalle infrastrutture scolastiche e dai rifornimenti significano anche che centinaia di migliaia di bambini potrebbero perdere settimane o mesi di scuola. Ricreare la scuole per i bambini è assolutamente fondamentale per stabilire un senso di stabilità durante i momenti...
read more[posted by Naomi Klein on The Intercept, August 28, 2017] Now is exactly the time to talk about climate change, and all the other systemic injustices — from racial profiling to economic austerity — that turn disasters like Harvey into human catastrophes. Turn on the coverage of the Hurricane Harvey and the Houston flooding and you’ll hear lots of talk about how unprecedented this kind of rainfall is. How no one saw it coming, so no one could adequately prepare. What you will hear very little about is why these kind of unprecedented, record-breaking weather events are happening with such regularity that “record-breaking” has become a meteorological cliche. In other words, you won’t hear much, if any, talk about climate change. This, we are told, is out of a desire not to “politicize” a still unfolding human tragedy, which is an understandable impulse. But here’s the thing: every time we act as if an unprecedented weather event is hitting us out of the blue, as some sort of Act of God that no one foresaw, reporters are making a highly political decision. It’s a decision to spare feelings and avoid controversy at the expense of telling the truth, however difficult. Because the truth is that these events have long been predicted by climate scientists. Warmer oceans throw up more powerful storms. Higher sea levels mean those storms surge into places they never reached before. Hotter weather leads to extremes of precipitation: long dry periods interrupted by massive snow or rain dumps, rather than the steadier predictable patterns most of us grew up with. The records being broken year after year — whether for drought, storm surges, wildfires, or just heat — are happening because the planet is markedly warmer than it has been since record-keeping began. Covering events like Harvey while ignoring those facts, failing to provide a platform to climate scientists who can make them plain, all while never mentioning President Donald Trump’s decision to withdraw from the Paris climate accords, fails in the most basic duty of journalism: to provide important facts and relevant context. It leaves the public with the false impression that these are disasters without root causes, which also means that nothing could have been done to prevent them (and that nothing can be done now to prevent them from getting much worse in the future). It’s also worth noting that the Harvey coverage has been highly political since well before the storm made landfall. There has been endless talk about whether Trump was taking the storm seriously enough, endless speculation about whether this hurricane will be his “Katrina moment” and a great deal of (fair) point-scoring about how many Republicans voted against Sandy relief but have their hands out for Texas now. That’s politics being made out of a disaster — it’s just the kind of partisan politics that is fully inside the comfort zone of conventional media, politics that conveniently skirts the reality that placing the interests of fossil fuel companies ahead of the need for decisive pollution control has been a deeply bipartisan affair. In an ideal world, we’d all be able to put politics on hold until the immediate emergency has passed. Then, when everyone was safe, we’d have a long, thoughtful, informed public debate about the policy implications of the crisis we...
read moreSiccità, l’effetto deserto dopo 100 giorni. La mappa dell’Italia
[di Leonard Berberi sul Corriere della Sera] Primavera asciutta, piogge in calo dell’80%, ondate di calore: il suolo non assorbe più. Ecco la fotografia dell’Italia nel 2017. Le conseguenze non sorprendono. Stupiscono, e non poco, le cause. La prima: «È stata una delle primavere più asciutte degli ultimi sessant’anni». La seconda: «Le precipitazioni sono calate anche dell’80%». La terza: «Si sono registrate ondate di calore a giugno e luglio». Risultato: «Il mese passato due terzi dell’Italia registravano livelli di siccità preoccupanti», sintetizzano gli esperti dell’European drought observatory, l’ente che monitora il fenomeno. «Nei primi sei mesi di quest’anno — calcolano — è caduta meno della metà di pioggia attesa». A Civita Castellana (Viterbo), 27 chilometri dal lago di Bracciano, da ottobre 2016 a giugno il deficit ha toccato i 36,5 centimetri. Le piogge attese per fine agosto dovrebbero attenuare i livelli di desertificazione. «Ma bisognerà aspettare settembre per avere un miglioramento». «Servono azioni di adattamento» «Il fatto nuovo è che si sono allargate le zone dove si registra la siccità: sono comparse aree, come il Centro Italia, che storicamente non avevano problemi», ragiona Anna Luise, esperta dell’Ispra di desertificazione. «Alla fine di agosto ci sono gli stessi valori di luglio e questo è allarmante». Preoccupa proprio l’assenza prolungata di precipitazioni. «Se piove dopo dieci giorni di bel tempo il terreno è comunque in grado di assorbire l’acqua. Ma se la pioggia non si fa vedere per cento giorni il suolo diventa incapace di gestire il flusso idrico». «È chiaro che è in corso da noi una modificazione del regime meteoclimatico», dice diplomaticamente Luise. Per questo, suggerisce, «è urgente un piano di azione di adattamento alla siccità. Questi episodi non solo si ripeteranno, ma lo faranno con maggiore frequenza e intensità». La mappa dell’Italia a secco. (Pubblicato il...
read moreMonsanto Leaks, ecco come è stata (e continua a essere) avvelenata Brescia
[di Andrea Tornago su L’Espresso] Un danno ambientale di almeno 1,5 miliardi di euro: 300 ettari di terreno inquinato, 25 mila abitanti coinvolti. Per quasi vent’anni la produzione di Fenclor alla Caffaro è andata avanti nonostante i documenti interni avessero lanciato l’allarme. Più di 20 mila documenti dell’industria dei veleni. Note riservate, lettere interne, verbali di riunioni e studi scientifici che mostrano le avanzate conoscenze che i grandi gruppi della chimica mondiale, dalla Monsanto alla DuPont, dalla Union Carbide alla Dow, avevano a disposizione già negli anni ‘70 sulla tossicità di erbicidi, pesticidi e composti chimici. Li hanno chiamati “The Poison papers” , le “carte dei veleni”. Un vasto archivio formatosi negli anni grazie alle richieste inoltrate alle agenzie federali statunitensi e alle cause intentate contro le industrie chimiche, raccolto dalla scrittrice e attivista Carol Van Strum e pubblicato dal Bioscience Resource Project e dal Center for Media and Democracy. E da questa immensa mole di documenti, che risalgono fino agli anni ’20, emergono i primi risvolti italiani. Basta seguire la storia dei Pcb, i policlorobifenili, composti brevettati nei primi anni ’30 dalla Monsanto, per arrivare a una fabbrica chimica alle porte di una laboriosa città del nord Italia. Alcune note confidenziali della Monsanto rivelano che anche la società che ha prodotto quelle sostanze in Italia tra il 1938 al 1984 grazie a un brevetto della Monsanto, la Caffaro di Brescia, era stata informata da tempo dagli americani della pericolosità dei Pcb usati fino agli anni ’80 dall’industria elettrica come isolanti nei trasformatori. Almeno tre documenti riferiscono gli esiti di incontri riservati avvenuti all’inizio degli anni ‘70 in Europa tra gli statunitensi e gli altri produttori europei di Pcb, tra cui la Caffaro, per discutere l’opportunità di abbandonare quelle sostanze di cui ormai si conosceva ampiamente la dannosità. Come diverrà di pubblico dominio solo anni dopo, i Pcb sono inquinanti organici persistenti e cancerogeni tra i più pericolosi insieme alle diossine. Stando alle minute della Monsanto, la Caffaro partecipò nel febbraio e nel maggio del 1970 a due incontri riservati a Francoforte e a Bruxelles, insieme alla tedesca Bayer e alla francese Prodelec sul problema ambientale del Pcb. Ma anziché lavorare per la dismissione della produzione e la riconversione industriale, decise di proseguire come se niente fosse: «Il 9 e 10 febbraio si è tenuta a Francoforte una riunione speciale – si legge in un documento confidenziale del 9 marzo ’70 firmato da H. A. Vodden – per discutere il problema dei Pcb nell’ambiente. Pare non vi sia ancora preoccupazione pubblica in Germania, Francia o Italia». Mentre i tedeschi della Bayer temono ripercussioni internazionali e sembrano voler correre ai ripari, l’azienda francese e quella italiana non vogliono sentir ragioni: «La Prodelec e la Caffaro – prosegue Vodden – non hanno ancora cominciato alcun lavoro su questo tema e il loro principale contributo pare sia stato sollecitare la bonifica, in particolare degli askarel dei trasformatori». Alla fine, nel piano d’azione predisposto dalla Monsanto viene annotata la decisione: «Scambio di informazioni con Bayer, Prodelec e Caffaro come stabilito». Già nel 1970 dunque la Caffaro aveva avuto accesso agli studi statunitensi sulla dannosità per l’uomo e per l’ambiente dei Pcb, e scambiava informazioni privilegiate con gli altri produttori europei e con la “casa madre” americana. Un secondo incontro, sempre tra Monsanto, Prodelec, Bayer e Caffaro, si sarebbe svolto poi a Bruxelles il 14 maggio 1970. Pochi...
read moreIl cambiamento climatico è già realtà
[di Davide Michielin su National Geographic Italia] Non è questione di giorni particolarmente caldi, né di millimetri di pioggia. Si tratta di abituarci a una diversa normalità. Non è tanto il caldo, perché l’aumento della temperatura si sente ma non si vede. Ciò che colpisce l’immaginario collettivo è l’assenza di acqua lì dove c’è sempre stata. In questi mesi l’Italia ha scoperto uno dei possibili effetti del cambiamento climatico, per troppo tempo trascurato: una devastante siccità. Incendi che si propagano con velocità allarmante nel sottobosco secco, laghi ridotti a pozzanghere mentre gli alvei dei grandi fiumi emergono in tutto il loro candore. Anche il sistema delle dighe alpine è allo stremo; esasperata in molti casi da una gestione personalistica dei consorzi di bonifica, da una rete di acquedotti storicamente ridotta a colabrodo e da sistemi di irrigazione anacronistici che disperdono più di quanto innaffino, la siccità colpisce severamente agricoltura e allevamento, con danni che Coldiretti stima attorno ai 2 miliardi di euro. Due terzi delle Regioni sono a secco e in almeno dieci si attende il riconoscimento dello stato di calamità; in Veneto, dove i volumi teorici a disposizione dell’agricoltura comprendono tuttora – e incredibilmente – l’invaso del Vajont, la giunta ha emesso in questi mesi ben tre ordinanze allo scopo di contingentare l’acqua mentre nel Lazio il lago Bracciano è sotto di 1.63 metri rispetto allo zero idrometrico e prossimo al punto di non ritorno. Secondo i ricercatori dell’Istituto di Ricerca sulle Acque (Irsa) del CNR, un ulteriore abbassamento di circa 40 centimetri comporterebbe elevati rischi di ripercussioni sull’ecosistema e sulla falda circumlacuale. Compresa la cessazione della naturale capacità di autodepurazione del lago che renderebbe necessario il trattamento delle acque del lago prima di poterle utilizzare. Il rapporto ISPRA Nei giorni scorsi, l’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (Ispra) ha pubblicato il consueto aggiornamento del rapporto “Gli indicatori del clima in Italia” che illustra l’andamento nel corso dell’anno appena trascorso e aggiorna la stima delle variazioni climatiche negli ultimi decenni. Rispetto al trentennio di riferimento (1961-1990), il 2016 ha fatto registrare un aumento della temperatura media di 1.35°C, leggermente superiore all’incremento di +1.31°C di quella globale. A differenza di quest’ultima, che per il terzo anno consecutivo ha stabilito un nuovo record, il 2016 è il sesto anno più caldo della serie storica italiana, il cui primato è stato stabilito nel 2015. Eccetto il mese di ottobre nelle regioni settentrionali tutti i mesi del 2016 sono stati più caldi della norma. Se durante l’estate non si sono verificate ondate di calore particolarmente intense o durature, la stagione invernale è stata caratterizzata da anomalie termiche piuttosto marcate, con un aumento della temperatura media pari a +2.15°C. In altre parole, a cambiare non è tanto la stagione estiva quanto l’inverno, caratterizzato da un numero minore di giorni freddi e temperature più alte. Tuttavia, l’aspetto più rilevante del 2016 è stato proprio la persistenza di condizioni di siccità; la seconda metà dell’anno è stata caratterizzata da periodi prolungati di carenza o addirittura assenza di piogge in diverse regioni, che a fine anno hanno portato le risorse idriche a livelli mediamente molto bassi. Le precipitazioni annuali sono state complessivamente inferiori alla media di circa il 6%: il carattere prevalentemente secco del 2016 è confermato dal valore medio nazionale di umidità relativa, che...
read moreRelazione sullo stato dell’ambiente, i due volti dell’Italia
[di Corrado Zunino su La Repubblica] Sono 893 pagine scritte sotto la direzione del segretario generale del ministero e il supporto scientifico di sei professori di università ed enti scientifici: disegnano un paese diviso tra il consumo del suolo (e le frane conseguenti), la desertificazione a sud, la produzione chimica, ma anche l’avanzata delle terre coltivate a biologico e l’ottimo indice di balneazione. Un ministero dell’Ambiente che produce molti e corposi dossier, dopo otto anni firma la nuova “Relazione sullo stato dell’ambiente” (2016) e la deposita in Parlamento (lo scorso 6 luglio). E’ recente il primo rapporto sul capitale naturale e ora sono pronte alla consultazione – non si sa per quali scelte, seguendo l’introduzione neutra del ministro Gian Luca Galletti – le 893 pagine scritte sotto la direzione del segretario generale del ministero e il supporto scientifico di sei professori di università ed enti scientifici. Scrive il ministro Galletti: “Siamo gli unici tra i grandi in Europa a non avere il nucleare, abbiamo un’alta efficienza energetica e rappresentiamo un’avanguardia a livello mondiale sulle energie rinnovabili”. Un paese che frana. E’ lo stesso ministro a ricordare che oltre il 60 per cento delle frane che si registrano nel continente europeo si producono in Italia: 600 mila delle 900 mila censite in Europa. E’ un dato che basta a segnalare la fragilità, e la cattiva manutenzione, del nostro territorio. Le aree a pericolosità idraulica, in Italia, sono il 4 per cento del totale con l’Emilia Romagna in testa. Le aree a “pericolosità media” sono l’8,1 per cento. Il consumo di suolo è il più alto in Europa, nonostante le molte colline e le molte montagne presenti “che avrebbero dovuto evitare l’espansione urbana”. In termini assoluti, si stima che il consumo di suolo abbia intaccato, dato del 2014, 21.000 chilometri quadrati del territorio, il 7 per cento della superficie nazionale. La desertificazione del Sud. L’Italia presenta il tasso di perdita di suolo più alto d’Europa, con valori di 8,46 tonnellate per ettaro l’anno, spiegabili con la cementificazione, le elevate pendenze dei terreni, la forza erosiva delle piogge, soprattutto quando sono successive a lunghi periodi di siccità. Altre cause di degrado sono la salinizzazione, la compattazione, la contaminazione, soprattutto la desertificazione, fenomeno che sta diventando preoccupante. Da questo punto di vista, il 10 per cento del territorio nazionale è molto vulnerabile, il 49,2 per cento ha una vulnerabilità media e solo il 26 per cento bassa o nulla. In Sicilia è a rischio il 42,9 per cento della superficie regionale, in Molise il 24,4, in Puglia il 15,4 e in Basilicata il 24,2. Le terre bio e lo sviluppo chimico. In un paese con 60,7 milioni di residenti, nel 2014 l’agricoltura biologica occupava 1.387.913 ettari di territorio (+5,8 per cento rispetto al 2013) e 55.433 produttori dedicati al bio. L’Italia è leader europeo del settore, sia per il numero di imprese sia per l’estensione delle aree, ed è tra i primi produttori al mondo di agrumi, olive e frutta privi di chimica. Questi dati convivono, segno di un Paese che in queste stagioni non ha scelto la sua chiave di sviluppo, con il fatto che, con 52 miliardi di euro di fatturato sempre nel 2014, siamo il terzo produttore chimico in Europa e il decimo a livello mondiale. Fabbrichiamo chimica di base (petroli, cloro, soda, acido solforico), chimica specialistica...
read moreL’avocado che lascia senz’acqua migliaia di cileni
[di Alice Facchini su Internazionale] A Cabildo, nel cuore della provincia cilena di Petorca, Veronica Vilches annaffia con acqua insaponata alcuni alberi di limone che ha piantato davanti a casa. Attivista, minacciata per le sue battaglie, Vilches non può permettersi di usare la poca acqua pulita che ha, così apre la cisterna dove finisce lo scarico del lavandino e della doccia, riempie un secchio e lo svuota alla base delle piante, creando grandi bolle che alla fine scoppiano in una pozzanghera color arcobaleno. “Sono anni che le piantagioni di avocado si impossessano dell’acqua che dovrebbe essere di tutti”, dice rassegnata. “E ora i fiumi si sono prosciugati, così come le falde acquifere. La gente si ammala per colpa della siccità: ci ritroviamo a dover scegliere tra cucinare o lavarci, fare i nostri bisogni in latrine o dentro sacchetti di plastica e bere acqua contaminata, mentre i grandi imprenditori agricoli guadagnano sempre di più”. A tre ore di autobus a nord di Santiago del Cile ci si ritrova completamente immersi nelle piantagioni di avocado, quasi tutte della varietà Hass. La provincia di Petorca è un’immensa distesa di alberi che dalla valle si arrampicano sulle pendici circostanti, facendo brillare di un verde acceso quella che altrimenti sarebbe un’aspra montagna terrosa. Il color smeraldo contrasta con il grigio polvere della terra secca dove un tempo scorreva un fiume che oggi non esiste più. “Qui ci sono più avocado che persone, solo che alla gente manca l’acqua, mentre all’avocado non manca mai”, si lamenta Veronica mentre continua ad annaffiare i suoi alberi. Per produrre un solo chilo di avocado servono circa duemila litri d’acqua. Quattro volte in più rispetto alla quantità necessaria per un chilo di arance, secondo il Water footprint network; e addirittura dieci volte in più rispetto a quella che serve per un chilo di pomodori. “Questa è una zona molto arida, dove praticamente non piove mai, così per ogni ettaro coltivato servono circa centomila litri d’acqua al giorno, una quantità che corrisponde al fabbisogno giornaliero di mille persone”, afferma Rodrigo Mundaca, agronomo e attivista di Modatima, organizzazione nata nel 2011 in difesa dei residenti e dei piccoli produttori della zona. Dal Cile all’Italia Per quanto Petorca ci possa sembrare lontana, quello che succede lì ci riguarda. La quantità di avocado cileno che arriva in Europa è in continuo aumento: dal 2015 al 2016 si è passati da 62mila tonnellate a 91mila (dati Eurostat). Il 61 per cento viene proprio dalla regione di Valparaíso, dove si trova Petorca. In Italia si registra un incremento continuo delle importazioni, con una crescita del 28 per cento rispetto all’anno scorso: l’avocado più venduto è quello con la buccia verde, ma oggi sta aumentando anche la richiesta del tipo Hass a buccia nera, quello che arriva appunto dal Cile. “In Italia siamo ignoranti in materia”, spiega Giorgio Mancuso, distributore di frutta esotica ed esperto del commercio di avocado. “Preferiamo le qualità a buccia verde solo perché sono più grandi e più gradevoli alla vista, ma meno gustose, mentre siamo abituati ad associare la buccia nera e rugosa tipica dell’Hass a un prodotto andato a male. Le cose però stanno cambiando”. La maggior parte dell’avocado cileno venduto in Italia passa per la Spagna o per i Paesi Bassi: gli esportatori cileni parlano quindi con gli importatori spagnoli o olandesi, che...
read moreCambiamento climatico nell’Asia-Pacifico: emigrazioni di massa, alluvioni, estinzione delle barriere coralline
[su Greenreport] La regione rischia di perdere tutti i progressi dello sviluppo economico. Secondo il rapporto “A Region at Risk: The Human Dimensions of Climate Change in Asia and the Pacific” di Asian Development Bank (Adb) e Potsdam-Institut für Klimafolgenforschung (Pik) il cambiamento climatico incontrollato porterebbe a conseguenze devastanti nei Paesi dell’Asia e del Pacifico, che potrebbero gravemente pregiudicare la loro futura crescita, vanificare l’attuale sviluppo e ridurre la qualità della vita, causando nuove ondate migratorie. Il rapporto si basa su uno scenario business-as-usual, nel quale, entro la fine del secolo, l’aumento delle temperature sul continente asiatico sarebbe di 6 gradi Celsius. Al Pik spiegano che alcuni Paesi asiatici potrebbero avere climi notevolmente più caldi, «con aumenti della temperatura in Tagikistan, Afghanistan, Pakistan e nella parte nord-occidentale della Repubblica popolare cinese (Rpc) che si prevede raggiungano gli ‘8 gradi Celsius». Questi aumenti delle temperature porterebbero a «drastici cambiamenti nel sistema meteorologico della regione, nei settori dell’agricoltura e della pesca, della biodiversità terrestre e marina, della sicurezza interna e regionale, del commercio, dello sviluppo urbano, della migrazione e della salute – dicono Adb e Pik – Un tale scenario può anche costituire una minaccia per l’esistenza stessa di taluni Paesi della regione e soffocare ogni speranza di poter raggiungere uno sviluppo sostenibile e inclusivo». Bambang Susantono, vicepresidente knowledge management and sustainable development dell’Adb, sottolinea che «La crisi climatica globale è probabilmente la più grande sfida che la civiltà umana affronta nel XXI secolo, con l’Asia e la regione del Pacifico al centro di tutto. Dato che ci vivono i due terzi dei poveri del mondo e considerata una delle regioni più vulnerabili al cambiamento climatico, i Paesi dell’Asia e del Pacifico hanno il rischio più elevato di plasmare in una povertà più profonda – e disastri – se non vengono rapidamente e fortemente implementati gli sforzi di mitigazione e di adattamento». Il direttore del Pik, Hans Joachim Schellnhuber, aggiunge: «I paesi asiatici hanno il futuro della Terra nelle loro mani e se decidono di proteggersi contro i cambiamenti climatici pericolosi, contribuiranno a salvare l’intero pianeta. La sfida è duplice. Le emissioni di gas serra asiatiche devono essere ridotte in modo che la comunità globale possa limitare il riscaldamento planetario ben sotto i 2 gradi Celsius, come concordato a Parigi nel 2015. Tuttavia, anche l’adattamento a 1,5 gradi di aumento della temperatura è un grande compito. D’altra parte, i Paesi asiatici devono trovare strategie per garantire la prosperità e la sicurezza in un cambiamento climatico inevitabile con un sano sviluppo globale, ma è da notare che guidare una rivoluzione industriale pulita fornirà all’Asia opportunità economiche senza precedenti. E esplorare le migliori strategie per assorbire gli shock del cambiamento ambientale farà dell’Asia un attore cruciale nel multilateralismo del XXI secolo». Quello che intanto ci si aspetta è che tifoni e cicloni tropicali più intensi colpiranno l’Asia e il Pacifico insien me alla crescita delle temperature medie globali. Nell’ambito di uno scenario business-as-usual, le precipitazioni annuali dovrebbero aumentare fino al 50% rispetto alla maggior parte delle aree terrestri della regione, anche se Paesi come il Pakistan e l’Afghanistan potrebbero registrare un calo delle piogge del 20 – 50%. Le zone costiere poco elevate della regione saranno a rischio maggiore di inondazioni: 9 delle 25 città più a rischio innalzamento del livello del mare si trovano nell’Asia-Pacifico, delle quali ben...
read moreMembri del Parlamento Europeo constatano il danno causato da Chevron nell’Amazzonia Ecuadoriana
[su Texacotoxico.net] Quito, 12 luglio 2017 – Una delegazione del Parlamento Europeo, costituita da Helmut Scholz e Lola Sánchez Caldentey, del gruppo politico GUE/NGL (Sinistra Unitaria Europea e Sinistra Verde Nordica) saranno in Ecuador dal 17 al 21 di luglio per toccare con mano il danno provocato da Chevron, ragione del processo giudiziario portato avanti dalle comunità dell’Amazzonia contro l’impresa petrolifera. Durante la permanenza nel paese avranno luogo diverse attività nelle città di Lago Agrio e Quito. Attività relazionate al “Caso Texaco”, al Trattato Vincolante discusso nella città di Ginevra riguardo l’impunità corporativa, e il rapporto ufficiale della Commissione in materia dei Trattati Bilaterali. Martedì 18 luglio, a partire dalle 8:00 del mattino, verrà realizzato il “toxitour”, che consiste nella visita di alcune aree in cui operava Texaco (oggi Chevron). Questa visita permetterà alla delegazione di constatare in prima persona la contaminazione e i suoi impatti. Durante questa visita i parlamentari saranno costantemente accompagnati dai membri e dirigenti dell’Unione delle Vittime di Texaco (UDAPT). Alle 18:30 dello stesso giorno è stato programmato il dibattito “Diritti Umani, Estrattivismo e Corporazioni”, al quale interverranno come relatori gli europarlamentari Scholz e Sánchez; Robinson Yumbo, delegato della UDAPT; Pablo Fajardo, avvocato del Caso Texaco; e un docente della Universidad Estatal Amazoníca. L’evento si realizzerà nell’auditorium dell’Istituto Martha Bucaram de Roldós. Giovedì 20 luglio, alle 10:00 e alla 11:00, all’Universidad Andina Simón Bolívar – Sala Manuela Espejo della città di Quito, si realizzeranno due eventi pubblici: Trattato Vincolante e Diritti Umani. Nel pomeriggio, a partire dalle 14:00, ci sarà una riunione con i diversi delegati delle associazioni ambientaliste e di diritti umani per discutere della situazione del paese riguardo i temi precedentemente citati. Gli europarlamentari visitano il paese in seguito ad un invito esteso dalle vittime di Texaco, per constatare il danno provocato dalla compagnia petrolifera e per approfondire il processo giudiziario portato avanti dalle comunità amazzoniche contro Chevron, alle quali finora è stato negato un corretto accesso alla giustizia. Willian Lucitante, dirigente della UDAPT, manifesta la sua gratitudine ai funzionari europei fronte alla lotta delle popolazioni amazzoniche ecuadoriane. Referenze degli eurodeputati: Helmut Scholz. Eurodiputato de Die Linke (Berlino, 1954) è il coordinatore del gruppo politico GUE/NGL nella Commissione di Commercio Internazionale e membro della stessa, è anche membro della Commissione per gli Affari Costituzionali e della delegazione delle Relazioni con gli Stati Uniti all’interno del Parlamento Europeo. È il relatore del documento ufficiale del Parlamento riguardo l’adesione dell’Ecuador all’Accordo Commerciale UE-Colombia e Perù. Lola Sánchez Caldentey, eurodiputata di Podemos (Cartagena, 1977) è la coordinatrice del gruppo politico GUE/NGL all’interno della Commissione per lo Sviluppo e membro della stessa, appartiene alla delegazione delle Relazioni con la Repubblica Popolare Cinese e alla Commissione del Commercio Internazionale (supplente). È stata la redattrice del documento ufficiale dell’iniziativa dell’Unione riguardo il settore confezionamento, conseguendo la approvazione da parte della maggioranza. (Pubblicato il...
read more100 aziende responsabili del 71% di emissioni inquinanti nel mondo
[di Alberto Marzocchi su Business Insider Italia] Il 71% di emissioni di CO2 nel mondo, dal 1988 al 2015, è stato causato da 100 aziende. A stabilirlo il report di Carbon Disclosure Projest, un’organizzazione no profit che si occupa di ambiente per imprese, investitori e governi. Nella classifica ci sono tante compagnie petrolifere e a fare ingenti danni all’ambiente c’è, ancora, il carbone. (Pubblicato il...
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Marica Di Pierri per Valori.it – Verso la Cop30 di Belém, cosa aspettarci dal più importante appuntamento per salvare il clima della Terra? Diretta con Marica Di Pierri, Luca Lombroso, Giovanni Mori e Lorenzo Tecleme.