CDCA e A Sud alla COP30 a Belém

La voce di A Sud dalla COP30 di Belém (Brasile) e le iniziative in Italia

Dal 10 al 21 novembre 2025 saremo a Belém, in Brasile, per partecipare come osservatori alla 30° Conferenza delle Nazioni Unite sul Clima. Racconteremo quanto avviene dentro e fuori le negoziazioni, porteremo e raccoglieremo le voci dei territori in lotta contro l’estrattivismo, contro il greenwashing e per una transizione ecologica realmente giusta.

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L’agenda della COP30

A Belém si discuteranno e valuteranno gli NDCs, i nuovi impegni climatici nazionali che stabiliscono gli obiettivi di riduzione delle emissioni di ogni paese. Accanto alla mitigazione, l’adattamento sarà uno dei temi centrali attraverso il Global Goal on Adaptation (GGA) e i nuovi Piani nazionali di adattamento. Un altro capitolo chiave sarà quello della finanza per il clima. Tra i punti principali il nuovo obiettivo di finanziamento (NCQG), che punta ad aumentare il sostegno ai Paesi in via di sviluppo da 100 a 300 miliardi di dollari l’anno, e la Roadmap Baku-Belém, che traccia un percorso per mobilitare almeno 1.300 miliardi di dollari l’anno entro il 2035.

Temi cruciali, che si scontrano con uno scenario geopolitico ostile, segnato dal negazionismo climatico, dai venti di guerra, dalla corsa al riarmo e dalla violenza istituzionale.  Non è un caso che in gioco a Belém ci sia più che mai la credibilità della diplomazia climatica e la sua capacità di tradurre le intenzioni in impegni concreti.

La Cupula dos povos

La Cúpula dos Povos è il grande incontro dei movimenti sociali e delle comunità che vivono in prima linea la crisi climatica. Nata nel 1992 come risposta critica alle negoziazioni ufficiali, propone un’alternativa fondata su giustizia climatica, sociale e ambientale, solidarietà e saperi ancestrali.

Dal 12 al 16 novembre 2025, in concomitanza con la COP30 di Belém, riunirà popoli indigeni, comunità quilombola e tradizionali, giovani e lavorator? in marce, dibattiti e azioni culturali.

La Cúpula mette al centro vite, diritti e territori, non statistiche: unisce chi costruisce ogni giorno soluzioni reali, dall’agroecologia alla difesa dei beni comuni, per spingere i governi ad adottare politiche di vera giustizia climatica.

Dichiarazione della Cupula Dos Povos

Perché A Sud e CDCA alla COP?

Nelle Cop si riuniscono i governi dei 197 Paesi che hanno ratificato la Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (UNFCCC), firmata a Rio de Janeiro nel 1992. Ma la COP30 non è solo un vertice diplomatico: è il terreno di confronto (e di scontro) tra attori diversi e diverse visioni del mondo. Da una parte il business as usual che trasforma la crisi climatica in profitto, dall’altra movimenti e territori che lottano per giustizia climatica, autodeterminazione e diritti della Natura.
La COP30 si terrà nel cuore dell’Amazzonia, a Belém do Pará, in Brasile. Non è un dettaglio geografico ma una scelta politica: è nel Sud globale che l’ingiustizia climatica colpisce più duramente mentre il Nord globale continua a negoziare emissioni e interessi fossili.
Qui non si decide solo il futuro del clima: si decide chi avrà diritto a un futuro.

Per raccontare cosa c’è in gioco, e come finisce la partita.

Andiamo alla COP per osservare da vicino i negoziati, capire quali equilibri politici e di potere si stanno ridefinendo, e portare la prospettiva dei territori e dei movimenti che chiedono giustizia climatica.
La partecipazione di A Sud e CDCA serve a connettere le lotte locali con quelle globali, rafforzare alleanze internazionali e raccontare – con sguardo indipendente e critico – come la diplomazia climatica sta affrontando, o eludendo, le proprie responsabilità.
Perché solo intrecciando voci e resistenze dal basso possiamo costruire un futuro giusto per tutt?.

Per costruire e rafforzare alleanze internazionali

Svolgere la COP in Brasile è un segnale che conta: significa rimettere al centro chi la crisi climatica la subisce davvero. Andiamo a Belém per stare con i movimenti globali per la giustizia climatica. In America Latina oggi si gioca una partita enorme: conflitti ambientali, estrattivismo, repressione, lotte indigene e popolari che resistono da decenni. Con tante realtà — dalla Colombia alla Bolivia, fino all’Amazzonia — abbiamo già lavorato, fatto campagne, costruito ponti. Lì ritroviamo compagn? con cui condividiamo visioni e pratiche.

Per portare una visione radicale dentro la COP

Sì, probabilmente sarà l’ennesimo flop diplomatico. Ma proprio per questo dobbiamo esserci, per non lasciare quei tavoli alle lobby fossili e ai governi che parlano di transizione mentre trivellano.
Da dentro vedi meglio le dinamiche, le crepe, le possibilità di alleanze e di conflitto.
Andiamo per portare la prospettiva della giustizia climatica e delle lotte dal basso, che legano crisi climatica, razzismo, patriarcato e disuguaglianze. La COP non è un punto d’arrivo: è un passaggio. Il resto si fa fuori, insieme, ogni giorno.


Diario dalla COP30

  • Giorno 12 – 24 novembre 2025
    Belém svela il fallimento della diplomazia climatica, ma apre spiragli: una roadmap anti-fossile e nuove alleanze per la giustizia.
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  • Giorno 11 – 21 novembre 2025
    Penultimo giorno a Belém: incendio in COP30, stalli politici e pressioni crescenti sul BAM e sull’uscita dai fossili.
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  • Giorno 10 – 20 novembre 2025A Belém 85 Paesi spingono per uscire dai fossili, mentre Italia e Polonia frenano. La COP30 è al bivio, il tempo è adesso.
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  • Giorno 9 – 19 novembre 2025
    Belém rilancia la lotta globale ai fossili: la Colombia guida un fronte che vuole uscire davvero dal modello che brucia il pianeta.
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  • Giorno 7 – 17 novembre 2025
    Belem in rivolta: popoli indigeni e movimenti sociali spingono per una COP30 che dica finalmente basta ai fossili.
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  • Giorno 6 – 15 novembre 2025
    Anche quest’anno i dati sulla presenza dei lobbisti Gas&Oil alla conferenza di Belém sono alti: su ogni 25 persone accreditate al vertice, uno è un lobbista dei combustibili fossili, in totale sono oltre 1600.
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  • Giorno 5 – 14 novembre 2025
    Il TFFF entra nella Cupula tra promesse e contraddizioni: fondi incerti, debiti in aumento e movimenti che denunciano l’ennesima falsa soluzione verde.
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  • Giorno 4 – 13 novembre 2025
    A Belém la protesta indigena irrompe nella COP30 e svela le contraddizioni del Brasile fossile. Intanto la Cupula esplode di mobilitazioni globali.
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  • Giorno 3 – 12 novembre 2025
    Adattamento al centro della COP30, ma i fondi restano insufficienti. A Belém arrivano movimenti e comunità indigene: la vera pressione viene dai territori.
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  • Giorno 2 – 11 novembre 2025
    Lula parla di disuguaglianze alla Cop30, ma il Brasile continua a spingere sul fossile. A Belém torna al centro il nodo tra clima e ingiustizia.
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  • Giorno 1 – 10 novembre 2025
    Dalla Cop30 alla Cúpula dos Povos: a Belém si apre la sfida per la giustizia climatica tra responsabilità globali, diritti dei popoli e resistenza dei territori.
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Articoli di approfondimento alla COP30

  • Cosa resta della Cop30, la battaglia per il clima e i diritti è ancora lunga – 24 novembre 2025
    Marica Di Pierri e Laura Greco su Domani – COP30 fallisce su fossili e foreste, ma il Bam e il blocco dei 82 paesi per l’uscita dal fossile aprono spiragli di lotta e nuove alleanze.
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  • Sulla fine dei lavori della COP30 – 24 novembre 2025
    Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Cosa è successo alla 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici? Quali sono le grandi vittorie? Quali le sconfitte?
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  • La tabella della discordia – cos’è successo alla COP30 – 23 novembre 2025
    Laura Greco su Radio24 – COP30 a Belém annuncia impegni su energia, foreste e adattamento, ma senza una vera uscita dal fossile restano promesse vuote da incalzare con lotte dal basso.
    Ascolta su Il Sole 24 ore
  • “A resposta somos nós”. Ma alla COP30 le richieste dei popoli indigeni non fanno breccia – 23 novembre 2025
    Laura Greco su EconomiaCircolare.com – Alla COP30 le voci indigene restano ai margini mentre la foresta corre verso il punto di non ritorno. Senza giustizia, non c’è futuro.
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  • La “Dichiarazione di Belém” e il multilateralismo del phase out dai fossili spinto dal basso – 21 novembre 2025
    Laura Greco su Altreconomia – Da Belém arriva una spinta dal basso per uscire dai fossili: governi e movimenti uniscono le voci per un phase out reale, giusto, globale.
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    • Cop30: senza il Gender action plan ogni azione climatica è limitata – 21 novembre 2025
      Marica Di Pierri e Laura Greco su Valori – Nonostante le ambiziose premesse il Gender action plan ha trovato diversi ostacoli sui tavoli negoziali della Cop30

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  • Alla Cop30 arrivano le storie di migrazioni climatiche – 21 novembre 2025

Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30, in vista delle negoziazioni finali, si parla del fenomeno crescente degli sfollamenti forzati dal cambiamento climatico.
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  • Belém, la foresta degli indigeni si ribella a Lula – 20 novembre 2025
    Laura Greco su Il Manifesto – Le nazionalità dell’Amazzonia denunciano l’inagibilità politica alla Cop e chiedono una mobilitazione internazionale guidata direttamente dai popoli indigeni per proteggere i loro territori e affrontare la crisi climatica alla radice
  • Alla Cop 30 i movimenti si riprendono la scena – 20 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Il Manifesto – Era dalla Cop 26 di Glasgow che non si vedeva così tanta società civile. Accanto al vertice ufficiale, in più di 50 mila hanno animato la «Cupula dos povos» per una svolta vera sul clima e i diritti
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  • COP30, BELÉM | Italiani in mobilitazione – 20 novembre 2025]
    Il Climate Pride in azione alla COP30: l? attivist? chiedono all’Italia una roadmap chiara e ambiziosa per uscire dai fossili.
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  • A Belém torna il protagonismo sociale – 19 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Collettiva – Alla Cop30 movimenti, organizzazioni, popoli e sindacati riacquistano centralità: proposte e campagne dal basso sono arrivate nelle stanze dei negoziati.
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  • Come procede la COP30 in Brasile? Intervista a Laura Greco da Bélem – 19 novembre 2025
    Laura Greco su Scienza e Pace Magazine – COP30 tra repressione, lobby fossili e resistenze indigene: la giustizia climatica la costruiscono i territori, non i negoziati.
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  • Lifegate dalla COP30 – 18 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Lifegate – Dalla COP30 il racconto dell’inedita comunicazione tra dentro e fuori la COP, tra le richieste indigene e l’ambiguo governo di Lula.
    Ascolta su Lifegate
  • Il Fondo per le foreste e la falsa soluzione del biocapitalismo si ripropone alla Cop30 di Belém – 18 novembre 2025
    Laura Greco su Altreconomia – Il Tropical forests forever facility lanciato da Lula è l’ennesimo dispositivo finanziario che viene presentato come innovazione.
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  • Attivismo e giustizia climatica: se il diritto alla protesta diventa un reato – 17 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Valori.it – Alla Cop30 emerge un allarme globale: in molti Paesi il diritto alla protesta viene represso e l’attivismo ambientale è sempre più criminalizzato
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  • Alla Cop30 di Belèm il fondo per l’adattamento resta senza fondi – 17 novembre 2025]
    Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30 fallisce, per il terzo anno di fila, l’obiettivo di raccolta minima per finanziare l’adattamento dei Paesi del Sud globale.
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  • Massiccia partecipazione popolare a Belém – 16 novebre 2025
    Marica Di Pierri su L’aria Che Respiri – Alla Cúpula dos Povos tantissime voci per reclamare la fine dei combustibili fossili e una giustizia climatica guidata dai popoli, non dalle multinazionali.
    Ascolta su Radio Rai1
  • In diretta da Bele?m – Aggiornamenti sulla prima settimana di COP30 – 15 novembre 2025
    Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – In diretta da Belém, per raccontare in diretta i lavori della 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici. ?Foto di Oliver Ninja e Midia Ninja
    Guarda la diretta
  • Cop30: chi difende i combustibili fossili dentro i negoziati sul clima – 14 novembre 2025
    Marica Di Pierri per Altreconomia – Alla Cop30 un lobbista fossile ogni 25 delegat?: il vertice che dovrebbe chiudere l’era fossile continua a farsela scrivere da chi la profitta.
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  • Giustizia climatica, questa dimenticata – 13 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Il Manifesto – Il legame tra clima e disuguaglianze è ormai assodato. Ma dopo 30 anni di conferenze, i ricchi continuano a fare grandi affari con i fossili.
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  • L’adattamento secondo la COP30: “Adattarsi è sopravvivere” – 13 novembre 2025
    Marica Di Pierri per EconomiaCircolare.com – COP30 punta a rendere operativo il Global Goal on Adaptation, tra governance multilivello, indicatori, fondi insufficienti e necessità di giustizia climatica.
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  • La Cop30 in Brasile e le politiche industriali green – 11 novembre 2025
    Marica Di Pierri per Tutta La Città Ne Parla, Radio3 – È iniziata la Cop30 a Belém, 10 giorni in cui si discuterà su come trovare una via d’uscita alla deriva del cambiamento climatico nonostante le difficoltà politiche che ci circondano.
    Ascolta l’episodio
  • Road to Belém – 7 novembre 2025Marica Di Pierri per Valori.it – Verso la Cop30 di Belém, cosa aspettarci dal più importante appuntamento per salvare il clima della Terra? Diretta con Marica Di Pierri, Luca Lombroso, Giovanni Mori e Lorenzo Tecleme.
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  • Da Parigi a Belém, i conti che non tornano – 6 novembre 2025
    Marica Di Pierri per Il Manifesto – Tra tensioni e fragili compromessi, i preparativi alla vigilia della Conferenza Onu. A che punto sono gli impegni nazionali di riduzione e i piani di adattamento dei singoli Paesi.
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  • A Sud a Belém alla Cop30 – 6 novembre 2025
    A Sud seguirà negoziati e mobilitazioni dalla COP30 di Belém, amplificando le voci dei movimenti per giustizia climatica e sociale.
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  • A Sud aderisce alla Global Call to Action della Cúpula dos Povos  – 5 settembre 2025
    Il 15 novembre scendiamo in piazza: basta disuguaglianze e razzismo ambientale, vogliamo giustizia climatica e un mondo dove la vita sia al centro.
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  • Vertice dei Popoli Verso la COP30: Manifesto Politico – 13 giugno 2025
    A Sud aderisce al Manifesto dei Popoli verso la COP30: un appello globale per giustizia climatica, anticapitalismo e democrazia dal basso.
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Racconteremo le negoziazioni

Per spiegare cosa accade davvero alla COP30, come si muovono i governi e quali interessi guidano le scelte sulla crisi climatica. Vi offriremo una copertura quotidiana per raccontarvi con le nostre parole e con uno sguardo critico, indipendente e radicale, vicino ai movimenti il dentro e fuori la Cop

Sveleremo le contraddizioni

Tra le promesse ufficiali e la realtà, mostrando lo scontro continuo tra lobby fossili e popoli che difendono la vita e i territori. Denunceremo le responsabilità smascherando la falsa transizione energetica e chi continua a inquinare mentre parla di sostenibilità con greenwashing e false soluzioni

Daremo voce alle comunità

Portando le loro storie, le lotte quotidiane e le alternative concrete alla devastazione ambientale, contro colonialismo ed estrazione. Ci collegheremo con l’Italia per connettere istanze e battaglie


INFO E CONTATTI

Per contatti e interviste con la delegazione:

Marica Di Pierri
maricadipierri@asud.net
55 21 967071220

Laura Greco
lauragreco@asud.net
+55 21 997673184

Pinguino imperatore: “Rischio estinzione entro il 2100”

Posted by on 8:08 am in Notizie | Commenti disabilitati su Pinguino imperatore: “Rischio estinzione entro il 2100”

Pinguino imperatore: “Rischio estinzione entro il 2100”

[di Matteo Marini su La Repubblica] La specie, che abita 54 colonie in Antartide, sarà costretta a migrare per trovare nuovi luoghi in cui riprodursi e cacciare. Ma questo non lo salverà, secondo uno studio pubblicato su Biological Conservation, dal 2046 il declino potrebbe portare alla sparizione fino al 99% entro la fine del secolo. Il pinguino imperatore deve essere protetto, altrimenti entro la fine di questo secolo potrebbe estinguersi. L’esponente più grande nella famiglia dei pinguini non sarà in grado di affrontare i cambiamenti climatici (primo fra tutti, il riscaldamento globale) che, nei prossimi decenni, modificheranno il suo habitat. Sulla base di un nuovo studio, pubblicato su Biological Conservation, la Woods Hole Oceanographic Institution, un ente privato di ricerca americano, ne chiede l’inserimento nella lista delle specie minacciate. Migrare non basterà I pinguini imperatore dovranno spostarsi sempre più nei prossimi decenni. La nuova ricerca presentata dal Whoi descrive uno scenario dai toni cupi, se non catastrofici. Analizzando i dati storici e i modelli climatici è emerso come entro la fine del secolo le colonie potrebbero ridursi del 40 per cento, in quello che sembra essere il migliore dei casi. Ma c’è il 42 per cento di probabilità che la riduzione superi il 90 per cento, fino al 99. È lo scenario più nero, quello dell’estinzione. Il team, guidato dalla biologa Stéphanie Jenouvrier e composto da scienziati di diversi istituti di ricerca francesi, ha compilato quella che sembra essere una “lunga marcia” verso il baratro. Fino al 2036 la popolazione dovrebbe mantenersi stabile, una specie di canto del cigno e poi il declino: “Dopo quell’anno abbiamo notato un ‘salvataggio ecologico’ che addirittura potrebbe invertire la tendenza – spiega Jenouvrier – uno scenario che non prevede la dispersione per un decennio”. Questo perché i pinguini si saranno spostati per trovare nuovi e migliori luoghi in cui sistemarsi, ma si tratta di un breve passaggio: “In tutti gli scenari che abbiamo analizzato, la situazione si fa seria dopo il 2046 fino al 2100, non importa quanto lontano abbiano viaggiato o con quanta cura abbiano selezionato il loro habitat”. Seguire e mappare i pinguini imperatore inoltre è molto complesso, soprattutto per le condizioni estreme in cui vivono. Secondo i ricercatori sono 54 le colonie sparse vicino alle coste antartiche, luoghi in cui la famiglia può sistemare il proprio nido e i genitori procacciare il cibo per il piccolo in mare. Da satellite nel 2009 si è arrivati a contarne attorno ai 600.000 esemplari. Come per altre specie, la variabile che influenza di più la loro sopravvivenza è l’estensione del ghiaccio. Sia che si estenda, sia che diminuisca, per questo sono considerati una specie molto sensibile ai cambiamenti climatici. Un equilibrio delicato Già uno studio del 2001, pubblicato su Nature, aveva evidenziato come nel giro di 50 anni la popolazione di pinguini imperatore di Adelia si fosse dimezzata a causa dell’innalzamento delle temperature e della conseguente riduzione del ghiaccio marino. Poco ghiaccio riduce infatti la disponibilità di luoghi per l’accoppiamento e le colonie. Ma la stessa ricerca sottolineava anche che quando il ghiaccio si estende, soprattutto in inverno, gli adulti devono compiere viaggi più lunghi per cacciare (la loro dieta è fatta soprattutto di gamberetti e calamari) tuffandosi nell’oceano. Risultato: meno cibo per i piccoli e minore schiusa delle uova. Il pinguino imperatore non figura ancora nella lista delle...

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Terra, sesta estinzione di massa. “La popolazione animale già dimezzata”

Posted by on 8:05 am in Notizie | Commenti disabilitati su Terra, sesta estinzione di massa. “La popolazione animale già dimezzata”

[di Rosita Rijtano su La Repubblica] Lo rivela una ricerca sulla rivista scientifica Pnas e condotto da tre biologi dell’università di Stanford. Che avvertono: “È un annichilimento biologico”. Dimezzato. È il numero di animali che ci circonda in poco più di un secolo: dal 1900 al 2015. Succede ovunque sul Pianeta: a sud come a nord, a est come a ovest. Branchi di giraffe, elefanti, rinoceronti e oranghi che via via si assottigliano. Fino, a volte, persino sparire da alcune aree geografiche. Uno spopolamento dalle proporzioni inimmaginate che ha ricadute sull’intero ecosistema. Sono le prime, corpose, stime della “sesta estinzione globale”, così la definiscono tre biologi dell’università di Stanford in uno studio appena pubblicato sulla rivista scientifica Pnas. Un’analisi quantitativa diretta a documentare le dimensioni del problema, inquietanti. “In tutto il mondo si sta verificando un annichilimento biologico”, sostiene Rodolfo Dirzo, noto ecologo che negli anni trascorsi ha già lavorato su quella che lui ha etichettato “defaunazione antropocentrica” e uno degli autori della ricerca. Un fenomeno che va al di là dei singoli esemplari considerati scomparsi dal mondo, in media due ogni anno. È, per esempio, il caso del Ciprinodonte Catarina (Megupsilon aporus), specie di pesce d’acqua dolce. O dei pipistrelli dell’Isola di Natale, in Australia. Le ultime notizie raccontano che anche il pinguino imperatore, in Antartide, non se la stia passando molto bene. Sarà costretto a migrare per trovare altri luoghi in cui riprodursi e cacciare, altrimenti rischia di non superare la fine del secolo. Storie di per sé significative. Eppure non bastano a darci un quadro complessivo della situazione, dicono gli studiosi: “Focalizzarsi sulle estinzioni porta alla comune, falsa, impressione che il biota della Terra (cioè quella parte che ospita gli esseri viventi ndr), non sia immediatamente minacciato. Ma stia solo attraversando una fase di maggiore perdita della biodiversità”. Ed è per chiarire questo aspetto che ha preso forma il nuovo lavoro. I ricercatori hanno analizzato la distribuzione geografica di 27,600 specie di vertebrati: uccelli, anfibi, mammiferi e rettili. A cui hanno aggiunto i dati dettagliati di un campione di 177 esemplari di mammiferi, ben studiati, dal 1900 al 2015. Utilizzando la riduzione dei luoghi in cui si possono trovare questi animali come indicatore di un numero più esiguo, sono arrivati alla conclusione che “il calo demografico è estremamente alto, anche nelle specie considerate a basso rischio”. In particolare, i risultati mostrano che più del 30% dei vertebrati è in declino sia in termini di dimensioni sia di distribuzione geografica. Non solo, dei 177 mammiferi presi in considerazione, tutti hanno perso almeno il 30% delle loro aeree di residenza. Mentre oltre il 40% ne ha abbandonato più dell’80%. “Le specie maggiormente coinvolte sono tantissime”, spiega a Repubblica Gerardo Ceballos, coordinatore della ricerca. “Alcune delle più conosciute sono il ghepardo, elefante e leone africano, rinoceronte nero, orangotango sia del Borneo che del Sumatra”. A soffrirne di più sono le zone tropicali del globo, dove la fauna ha lasciato ampi spazi liberi. Con l’Africa a fare da capofila, seguita da Australia, Asia e Europa. Le conseguenze? “La distruzione del sistema di supporto vitale da cui la nostra civiltà è totalmente dipendente per il cibo, molti prodotti industriali, e un ambiente vivibile”. Uno scenario sconfortante. A margine, però, c’è una nota positiva, avverte lo scienziato: “Dato che a trainare questo processo...

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Agenzia Europea per l’Ambiente: 11 paesi oltre limiti inquinamento

Posted by on 8:17 am in Notizie | Commenti disabilitati su Agenzia Europea per l’Ambiente: 11 paesi oltre limiti inquinamento

Agenzia Europea per l’Ambiente: 11 paesi oltre limiti inquinamento

[su Sky Tg24] Dai dati del 2015 risulta che Austria, Belgio, Danimarca, Finlandia, Francia, Germania, Ungheria, Irlanda, Lussemburgo, Spagna e Svezia avrebbero superato il tetto fissato dalla Ue per uno o più inquinanti. Sono 11 i Paesi europei che nel 2015 avrebbero superato i limiti nazionali di inquinamento atmosferico da agricoltura e trasporti. Il dato è stato reso noto dall’Agenzia europea per l’ambiente (Eea) che si è basata sui primi dati presentati nell’ambito della nuova direttiva Nec (National Emission Ceilings), approvata nel 2016, sulla qualità dell’aria. Secondo le tabelle pubblicate da Eea, 18 Stati membri Ue rischiano di non centrare gli impegni di riduzione fissati per il 2020, numero che aumenta a 22 se si considerano gli impegni al 2030. Undici Paesi oltre i limiti nel 2015 Dai dati diffusi dall’Agenzia per l’ambiente dell’Unione europea, risulta che nel 2015 Austria, Belgio, Danimarca, Finlandia, Francia, Germania, Ungheria, Irlanda, Lussemburgo, Spagna e Svezia avrebbero superato i limiti delle emissioni di pm 2.5 e altre sostanze inquinanti per l’atmosfera. L’Eea lo ha reso noto nell’ambito della nuova direttiva Nec, che prevede il monitoraggio delle emissioni di alcune sostanze inquinanti, tra cui ossidi di azoto e particolato fine. Dei Paesi rimandati dalla Ue, tutti, ad eccezione della Svezia e dell’Ungheria, hanno chiesto alla Commissione europea di tenere conto di attenuanti specifiche e poter correggere al ribasso i dati. Tale richiesta è peraltro consentita dalla direttiva stessa, approvata nel 2016. La direttiva Nec La nuova direttiva Nec, che sta per National Emission Ceilings (limiti nazionali di emissione), prevede la limitazione delle emissioni dei cinque principali inquinanti atmosferici: gli ossidi di azoto, i composti organici volatili non metanici, biossido di zolfo, ammoniaca e particolato fine (pm 2.5). Per l’Eea sarebbero queste le sostanze che contribuiscono maggiormente alla cattiva qualità dell’aria. Quest’ultima rimane, secondo l’Agenzia per l’ambiente della Ue, il più grande pericolo per la salute ambientale del continente europeo. Le conseguenze negative della cattiva qualità dell’aria andrebbero a colpire direttamente la salute delle persone traducendosi in problemi respiratori, cardiaci e anche accorciamento dell’aspettativa di vita. Senza contare i danni ambientali sulla flora e la fauna dei nostri ecosistemi. Gli obiettivi per il 2030 Secondo le previsioni dell’Eea, sarebbero 18 gli Stati membri dell’Ue che rischiano di non raggiugere gli obiettivi di riduzione delle emissioni fissati per il 2020. E questa cifra salirebbe a 22 considerando i target stabiliti per il 2030. In questo contesto, i problemi principali dell’Italia potrebbero arrivare dagli obiettivi fissati entro il 2020 per i composti organici volatili non metanici, tra cui per esempio solventi e diluenti per carburanti. Riguardo agli obiettivi al 2030, inoltre, il nostro Paese rischia di non riuscire a contenere le emissioni di ammoniaca e particolato fine. Ci sono, però, anche delle buone notizie perché, per l’Ue nel suo complesso, le emissioni di ossido di azoto, composti organici volatili non metanici e particolato fine sarebbero già al di sotto di quelle previste per il 2020, in accordo con gli impegni presi. (Pubblicato il...

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L’apocalisse che ci siamo creati da soli

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L’apocalisse che ci siamo creati da soli

[su Il Post] Cosa succederà tra non molto al nostro pianeta se non ci occupiamo del fatto che fa sempre più caldo: e sempre che non sia troppo tardi, secondo il New York Magazine. Entro pochi decenni – pochi decenni – buona parte della città di Miami, in Florida, non esisterà più: sarà sommersa dalle acque dell’Oceano Atlantico che si saranno alzate di diversi metri a causa del riscaldamento globale. Molte altre città costiere, come quelle del Bangladesh, finiranno sott’acqua in un processo che secondo gli scienziati è ormai inevitabile, anche se smettessimo di colpo di bruciare combustibili fossili nei prossimi dieci anni. In mancanza di una radicale riduzione nella produzione dei gas serra, poi, nei prossimi decenni avremo ricorrenti uragani, tempeste e inondazioni dalla portata straordinaria, lunghi periodi di siccità che distruggeranno i raccolti e avranno pesanti conseguenze economiche, nuove epidemie di malattie ormai dimenticate, estati sempre più torride, oceani sempre più inquinati e ostili alla vita, aria irrespirabile per interi mesi e una moltiplicazione di piccoli e grandi conflitti locali. Forse li avremo anche in caso di una radicale riduzione nella produzione dei gas serra, a questo punto: complici le grandi attenzioni dei ricercatori, che comunicano con cautela dati e probabilità per non dare appigli ai negazionisti, non abbiamo idea del disastro che ci aspetta e che in parte si è già inesorabilmente avviato. Negli ultimi anni le notizie sul clima sono state tutt’altro che incoraggianti: il 2016 è stato l’anno più caldo mai registrato, lo scorso inverno al Polo Nord le temperature massime sono state per giorni ben al di sopra della media stagionale e in Antartide una gigantesca frattura nei ghiacci della Penisola Antartica sta per portare alla formazione di un enorme iceberg, grande più della Liguria. Gli effetti del riscaldamento globale sono visibili e tangibili da tempo, dicono gli esperti, ma nonostante tutto continuiamo a ignorarne la portata e a rimuovere dai nostri pensieri il fatto che presto ci riguarderanno tutti e cambieranno le nostre vite. Al G20 che si è da poco concluso ad Amburgo, in Germania, 19 membri (18 stati più l’Unione Europea) si sono formalmente impegnati a rispettare l’accordo di Parigi sul cambiamento climatico del 2015, che tra le altre cose prevede l’adozione di politiche per ridurre le emissioni di gas serra e mantenere l’aumento della temperatura globale al di sotto di 2 °C. Gli Stati Uniti non hanno sottoscritto il documento, confermando la decisione di Donald Trump di uscire dall’accordo di Parigi, e sono rimasti isolati su una questione che riguarda il futuro del mondo e la possibilità della nostra specie di continuare a esistere. David Wallace-Wells, un giornalista del New York Magazine, ha trascorso mesi a leggere ricerche scientifiche sul cambiamento climatico e a intervistare ricercatori, fisici e climatologi per capire quali possano essere davvero le implicazioni del riscaldamento globale per la popolazione mondiale. Ne è nato un lunghissimo e interessante articolo sulla direzione che ha ormai preso il nostro pianeta, sulla scarsa consapevolezza dei rischi che stiamo correndo e sulle cose terribili che potranno accadere nei prossimi decenni in assenza di provvedimenti, con misure molto più incisive e radicali di quelle fissate finora dalla comunità internazionale con l’accordo di Parigi. +2 °C Fino a qualche tempo fa, un aumento di 2 °C della temperatura media globale era considerato la soglia oltre la quale c’è la catastrofe: copiosa riduzione...

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Chi paga il conto per le banane equosolidali

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Chi paga il conto per le banane equosolidali

[di Stefano Liberti su Internazionale] Il terreno è piccolo, non supera l’ettaro e mezzo. Gli alti fusti, ognuno con il suo casco di frutti avvolto in una sacca di plastica, proteggono dal sole battente. Gustavo Gandini affonda le mani nel terreno e mostra il brulicare della vita nei suoi dettagli più piccoli e meno attraenti: “Guardate questo lombrico, questo lungo verme peloso!”. Una gallina razzola a poca distanza, colibrì becchettano tra le foglie. “In un campo coltivato convenzionalmente, vedreste solo morte e desolazione. Con il biologico, invece, la natura vive e si riproduce in un ciclo integrato”. Siamo in una piantagione di banani vicino a Mao, nel nord della Repubblica Dominicana. Sono venuto qui insieme a una piccola delegazione di giornalisti europei per vedere l’origine della filiera della banana. Gandini, agronomo colombiano di remote origini italiane, è il direttore tecnico di Banelino, un consorzio di 140 piccoli produttori che in quest’area controllano 1.500 ettari. Tutti rigorosamente biologici e parte del commercio equo e solidale. La Repubblica Dominicana si è specializzata negli ultimi anni in questo settore: il 70 per cento delle banane prodotte qui è biologico, circa il 40 per cento è inserito nei circuiti del fair trade. Un terzo delle banane del circuito fair trade consumate in Italia arriva da qui. Una nicchia di mercato che ha permesso al piccolo stato caraibico di ritagliarsi un ruolo accanto ai grandi esportatori mondiali: l’Ecuador, la Colombia, la Costa Rica e le varie altre “repubbliche delle banane” dell’America Centrale. I caschi che penzolano in abbondanza dagli alberi sono tutti destinati ai mercati esteri. Da questa piccola piantagione nel mezzo della lussureggiante campagna tropicale i frutti raggiungeranno, dopo un lungo viaggio via mare in container frigorifero, i supermercati di buona parte dell’Europa e del Nordamerica. Le piante sembrano tutte identiche. E di fatto lo sono. Perché il 99 per cento delle banane commercializzate in occidente appartiene a un’unica varietà, nota con il nome di Cavendish. Come tutte le banane commestibili, la Cavendish è il frutto di un accidente biologico. Nata da un errore genetico, è sprovvista di semi e si riproduce per talea. In pratica, come ha osservato il giornalista scientifico britannico Fred Pearce, “nonostante il suo indubbio aspetto fallico, non fa sesso da millenni”. Gandini mostra il meccanismo della riproduzione asessuata direttamente sul campo: “Mentre fa il frutto, ogni pianta ne genera altre, che si sviluppano dal suo fusto. Quando il casco giunge al giusto grado di maturazione, dopo circa cinque settimane, lo tagliamo. A quel punto, eliminiamo la pianta madre e facciamo crescere uno degli arbusti che questa ha generato. La figlia crescerà, darà i frutti e diventerà madre a sua volta, in un ciclo che continua così da centinaia di anni”. Questo tipo di riproduzione rende i banani estremamente fragili. Perché tutte le piante sono di fatto cloni l’una dell’altra. “Il che le espone pesantemente al rischio di epidemie”, sottolinea Gandini. “Quando arriva una virosi, spazza via intere piantagioni, visto che i banani hanno tutti lo stesso patrimonio genetico”. Lo scenario non è fantascientifico: un virus, chiamato Tropical race 4 (Tr4), ha già decimato gran parte delle piante nei paesi asiatici, dalla Malesia alle Filippine, colpendo anche l’Africa. Se riuscirà ad arrivare sul continente americano, queste piantagioni saranno ridotte in poltiglia e l’industria esportatrice di banane si troverà in grandi ambasce. Molti esperti ritengono che...

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Cnr, in 50 anni il Mediterraneo ha perso il 41% dei mammiferi marini e il 34% dei pesci

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Cnr, in 50 anni il Mediterraneo ha perso il 41% dei mammiferi marini e il 34% dei pesci

[su Greenreport] Si è conclusa la missione dei ricercatori Jacopo Pulcinella e Valentina Corrias, coordinati da Antonello Sala, dell’Istituto di scienze marine del Consiglio nazionale delle ricerche (Ismar Cnr) di Ancona, condotta a bordo della nave da crociera Costa Luminosa per svolgere attività di monitoraggio di specie marine considerate ‘a rischio’, censimento di materiale plastico disperso in acqua e attività di divulgazione scientifica. Il team è partito dal porto di Venezia toccando Trieste, Dubrovnik, Corfù, Katakolon e Mykonos: una rotta che ha attraversato l’Adriatico, lo Ionio e l’Egeo consentendo di testare lo ‘stato di salute’ del Mediterraneo orientale. “Parte delle attività ha riguardato l’avvistamento di cetacei e altre specie di interesse conservazionistico: in particolare, sono stati avvistati alcuni esemplari di tartaruga marina, di berta minore e gruppi di tursiopi”, affermano i ricercatori Ismar-Cnr. “L’opportunità di effettuare monitoraggi a bordo di navi che transitano regolarmente in tratti di mare in cui sono presenti specie protette è utile per ampliare le nostre conoscenze. Teniamo presente che negli ultimi 50 anni il Mediterraneo ha perso il 41% di mammiferi marini e il 34% delle quantità totale di pesce”. In parallelo, è stato effettuato il censimento del materiale plastico galleggiante, registrando informazioni sul tipo di oggetto, la probabile sorgente di rilascio, il materiale, le dimensioni e il colore: il maggior numero di rifiuti sono stati avvistati nel tratto tra il mar Adriatico meridionale e lo Ionio orientale, con prevalenza di cassette di polistirolo in uso dai pescherecci buste e bottiglie di plastica Nel corso della traversata, sono stati organizzati anche momenti di confronto con i turisti presenti a bordo per illustrare le attività del gruppo di ricerca ‘Tecnologie della Pesca’ dell’Ismar-Cnr di Ancona e le attività scientifiche svolte a bordo, con particolare riferimento al progetto ‘Bycatch’ per la valutazione delle catture accidentali di specie di interesse conservazionistico causate dal sistema di pesca ‘a volante’. Le attività si inquadrano nell’accordo siglato dal Cnr e Ismar con Costa Crociere per svolgere attività di comune interesse nelle tematiche della sostenibilità ambientale e della salvaguardia dell’ambiente marino. Costa si è infatti impegnata a mettere a disposizione del CNR le proprie navi per effettuare gli studi di ricerca a scopo scientifico. (Pubblicato il...

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Nel mondo venduto un milione di bottiglie di plastica al minuto

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Nel mondo venduto un milione di bottiglie di plastica al minuto

[su Sky Tg24] Secondo il report di Euromonitor International, la produzione di questi contenitori che finiscono a tonnellate nei mari continua a salire: entro il 2021 verranno vendute oltre 580 miliardi di unità. Un milione ogni minuto, 20mila al secondo: sono questi i numeri delle bottiglie di plastica acquistate nel mondo. Inoltre, l’espansione della plastica, che rischia finire nei mari minacciando l’ecosistema, proseguirà di un’ulteriore 20% entro il 2021. E’ quanto risulta dai dati di Euromonitor International, che ha compilato un report consultato in anteprima dal Guardian. Sempre più plastica Entro la fine del decennio, oltre 500 miliardi di bottiglie saranno vendute ogni anno su scala globale (sono già 480 nel 2016); dato il forte impatto ambientale della cospicua dispersione della plastica nell’ambiente, questa crescita costituisce un pericolo per la fauna marina e per l’uomo. Secondo alcuni attivisti, riporta il quotidiano britannico, il problema della plastica potrebbe divenire serio quanto lo è il cambiamento climatico. Per rendere l’idea dello sviluppo del fenomeno è sufficiente ricordare che le bottiglie vendute erano state 300 miliardi un decennio fa (il 60% in meno di oggi) e diventeranno, secondo le stime, 583,3 miliardi entro il 2021: si tratterebbe di un aumento del 94,43% in 15 anni. Ed è stato dimostrato come le microplastiche ingerite dai pesci finiscano nei loro tessuti e, potenzialmente, nel piatto dei consumatori.  Riciclo in difficoltà Meno della metà dei 480 miliardi di bottiglie vendute nel 2016 sarà riciclato e appena il 7% delle unità recuperate vivrà una “nuova vita” come bottiglia di plastica. La maggioranza della produzione, al contrario, è destinata a disperdersi nell’ambiente: secondo una ricerca della fondazione Ellen MacArthur, finiscono in mare ogni anno tra i 5 e 13 milioni di tonnellate di plastica. Il ruolo della Cina Se la domanda di plastica, in particolare quella delle bottiglie destinate a contenere acqua minerale, sta crescendo fortemente lo si deve in particolare alla Cina, ha spiegato al Guardian la responsabile packaging di Euromonitor, Rosemary Downey. Il consumo di acqua imbottigliata da parte del Dragone rappresenta, infatti, circa un quarto di quello complessivo. La vendita di bottiglie di plastica nella sola Cina è salita del 7,9% fra il 2015 e il 2016, a quota 73,8 miliardi di unità. “Questo aumento è causato dall’accresciuta urbanizzazione”, ha dichiarato Downey, “c’è il desiderio di una vita sana e ci sono preoccupazioni riguardo alla contaminazione delle acque e alla qualità dell’acqua del rubinetto”; fattori questi, “che contribuiscono all’aumento dell’uso di acqua di bottiglia”. (Pubblicato il...

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I Verdi di tutta Europa chiedono a Eni di smetterla con i combustibili fossili

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I Verdi di tutta Europa chiedono a Eni di smetterla con i combustibili fossili

[di Valentina Neri su Lifegate] I Verdi europei lanciano una mobilitazione contro gli investimenti in carbone, petrolio e gas naturale. In Italia, i riflettori sono tutti su Eni. Non si può pensare di lottare contro i cambiamenti climatici se si continua, come se niente fosse, a foraggiare l’industria dei combustibili fossili. È un messaggio chiaro e inequivocabile quello che sta portando avanti con determinazione il partito dei Verdi europei. In Italia, il bersaglio numero uno è la multinazionale Eni. L’appello dei Verdi europei Il partito dei Verdi europei (European Greens) ha lanciato su scala continentale la campagna “Fossil fuel divestment” che punta i riflettori sui colossi del carbone e del petrolio, responsabili della stragrande maggioranza delle emissioni di CO2 e, quindi, delle loro disastrose conseguenze sul nostro Pianeta. Chi gestisce grandi capitali non può più continuare a investire nei combustibili fossili, chiudendo gli occhi di fronte al futuro dell’ambiente e di tutti noi. Poco meno di 700 investitori istituzionali e oltre 58mila risparmiatori, in 76 paesi, hanno già fatto questa scelta secondo l’organizzazione internazionale 350.org. Ciò significa che carbone e petrolio hanno già detto addio a cinquemila miliardi di dollari. Eni nell’occhio del ciclone In Italia il principale indiziato è Eni, a cui i presidenti del partito dei verdi europei, Monica Frassoni e Reinhard Bütikofer, si rivolgono con una lettera dai toni durissimi. Il primo ministro italiano Paolo Gentiloni – si legge nella missiva – si è unito ad Angela Merkel ed Emmanuel Macron in una pesante critica al presidente americano Donald Trump, per la sua scelta di abbandonare l’Accordo di Parigi. Al tempo stesso, però, lo stato italiano possiede un terzo di Eni: ciò significa che è il principale azionista della più grande azienda italiana e della quarta società petrolifera europea per riserve di petrolio e gas. E “non pare che abbia utilizzato la propria influenza per traghettare l’azienda verso un futuro a basse emissioni”. Perché il petrolio non conviene Per giunta – continuano i promotori della campagna – Eni da un lato investe nelle energie rinnovabili, ma dall’altro lato continua a cercare petrolio, al contrario delle sue omologhe che negli ultimi anni si sono fatte scoraggiare dal crollo dei prezzi al barile. Da qui ai prossimi anni, infatti, il colosso petrolifero italiano sarà impegnato in una serie di nuovi progetti estrattivi tra l’Iran, il Messico, il mare di Barents e al largo della costa di Cipro. Se continuerà su questa strada – conclude la missiva – Eni finirà per danneggiare in modo irreparabile l’ambiente, ma non solo. A pagarne il prezzo saranno anche i suoi investitori (inclusi i contribuenti italiani), perché l’entrata in vigore dell’Accordo di Parigi metterà in crisi il mercato del petrolio. Di conseguenza, i verdi europei fanno appello a tutti gli investitori, affinché smettano di supportare un modello di business insostenibile a livello etico e finanziario. (Pubblicato il...

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Il G20 finanzia i combustibili fossili quattro volte più che le rinnovabili

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Il G20 finanzia i combustibili fossili quattro volte più che le rinnovabili

[di Cecilia Bergamasco su Lifegate] I Paesi del G20 stanno finanziando il disastro climatico, destinano alle fonti fossili il quadruplo dei fondi stanziati per le rinnovabili. Il nuovo studio di Oil Change International. Le nazioni del G20 erogano finanziamenti pubblici in favore delle fonti fossili quattro volte più che quelli concessi alle energie rinnovabili. È quanto afferma uno studio condotto da Oil Change International e da una serie di associazioni tra cui Wwf, Sierra Club, Legambiente, Amici della Terra e Re:Common, dal titolo: “Talk is Cheap: How G20 Governments are Financing Climate Disaster” preparato per la riunione del G20 che si terrà ad Amburgo (Germania) venerdì 7 e sabato 8 luglio. Una contraddizione politica I Paesi del G20, dopo l’uscita di Trump dall’Accordo di Parigi, si sono schierati apertamente a favore del clima e a parole si sono impegnati per mantenere al di sotto dei 2°C l’innalzamento delle temperature. Ma, dati alla mano, nei fatti non è così. Facile parlare, più difficile uscire dalle pressioni delle lobby petrolifere e mettere in atto delle serie politiche per contrastare i cambiamenti climatici e favorire la transizione energetica verso le rinnovabili. In base al rapporto tra il 2013 e il 2015 i finanziamenti pubblici delle 20 nazioni a favore di progetti relativi alle fonti fossili come petrolio, carbone e gas naturale sono ammontati a 71,8 miliardi di dollari all’anno (58 per cento), a fronte dei 18,7 miliardi (15 per cento) stanziati annualmente per le fonti rinnovabili (solare, eolico, geotermico e piccolo idroelettrico). Circa il 26 per cento dei finanziamenti sono andati invece alle infrastrutture energetiche. Giappone, il peggiore di tutti Il Giappone è il Paese che ha elargito alle fonti fossili la somma più alta: 16,5 miliardi di dollari annui, sei volte di più rispetto alle rinnovabili. La Cina ha stanziato 13,5 miliardi ai combustibili fossili e solo 85 milioni alle rinnovabili, mentre la Corea del Sud conquista un triste terzo posto con 8,9 miliardi di dollari l’anno rispetto a soli 92 milioni di dollari ogni anno per le rinnovabili. A seguire gli Stati Uniti che hanno elargito 6 miliardi a petrolio, gas e carbone e solo 1,3 miliardi alle energie sostenibili. Si distaccano, invece, alcun Paesi come Francia, Messico e Australia, dove i finanziamenti pubblici alle rinnovabili hanno eguagliato o superato quelli alle fonti inquinanti. I 2,1 miliardi di dollari dell’Italia alle fossili In Europa, la situazione non è migliore. L’Italia, ottava nella classifica dei finanziatori fossili, ha stanziato per le fonti fossili 2,1 miliardi di dollari all’anno contro 123 milioni annui per le energie green. La Germania ha messo sul piatto ben 3,5 miliardi per le fossili e 2,4 miliardi per le rinnovabili; il Regno Unito 972 milioni e 172 milioni rispettivamente. In tre anni (2013-2015) – spiega Legambiente – l’Italia attraverso Sace (Servizi assicurativi e finanziari per export e internazionalizzazione) e Cdp (Cassa depositi e prestiti) ha destinato, con 21 progetti, 2,1 miliardi di dollari medi annui ai combustibili fossili contro i 123 milioni di dollari l’anno destinati alle energie pulite. Proprio Sace è entra nella Top10 dei maggiori finanziatori delle fossili del G20, attraverso meccanismi di garanzia degli investimenti per un ammontare di 6.622 milioni di euro tra il 2013 e il 2015. La petizione dei 46 sindaci delle megalopoli per salvare il clima I sindaci di 46 grandi città hanno scritto ai capi di stato che parteciperanno al G20 di Amburgo chiedendo di prendere decisioni condivise e coraggiose per affrontare la minaccia dei cambiamenti climatici. A sostegno di questa lettera è stata lanciata...

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Brindisi, impatti sanitari delle emissioni inquinanti: presentato lo studio epidemiologico

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Brindisi, impatti sanitari delle emissioni inquinanti: presentato lo studio epidemiologico

[di Andrea Tundo su Il Fatto Quotidiano] Lo studio – visionato in anteprima da ilfattoquotidiano.it – mette in evidenza che negli anni passati, quando i livelli di inquinamento delle centrali elettriche e del petrolchimico hanno raggiunto i picchi, vi è stata “una associazione con la mortalità per tutti i tumori (+16%), tumori della vescica (+63%), leucemie (+115%) ed eventi coronarici acuti (+62%)”. Aumentati anche i ricoveri per svariate malattie e “nel primo anno di vita per malformazioni congenite”. La situazione è migliorata, spiegano gli studiosi, dal 2012 per la chiusura dell’Edipower. Le emissioni industriali “risultano associate ad un aumento della morbosità e della mortalità nell’area in studio”. In particolare, è stata riscontrata una relazione tra i livelli di “esposizione del passato alle polveri sottili e all’anidride solforosa di origine industriale”, prodotte dalle centrali termoelettriche Enel e dal petrolchimico di Brindisi, e la “mortalità per tumori, malattie cardiovascolari e respiratorie” ed “incidenza di alcune forme tumorali” come il cancro  al polmone. Di più: “L’esame dei ricoveri ospedalieri in rapporto con le esposizioni ambientali stimate per ogni anno dello studio mostra un’associazione tra inquinanti e malattie cardiovascolari, respiratorie e le malformazioni congenite” nel primo anno di vita. In particolare, quando aumentavano gli inquinanti raddoppiavano le leucemie e si è registrato un incremento del 60% di tumori alla vescica e infarti. Ed è molto probabile che esista un “ruolo causale delle emissioni industriali, specie per l’incidenza di tumore polmonare, per il tumore della vescica e per la leucemia”. Poi un dato sulle malformazioni congenite, già al centro di uno studio del Cnr di Lecce negli anni scorsi: “L’esposizione ad inquinanti da polo petrolchimico è risultata associata a ricoveri nel primo anno di vita per malformazioni congenite, ma tale associazione non è osservata nell’analisi relativa al periodo 2010-2013“. È il quadro descritto dallo studio promosso dalla Regione Pugliae condotto da un team guidato dal professor Francesco Forastiere. Un report preciso, analitico, condotto seguendo l’evoluzione delle cartelle cliniche di centinaia di persone tra Brindisi e provincia, dove solo nel periodo tra il 2006 e il 2010 si sono registrati 5.183 tumori secondo il registro della Asl. Ed eccoli, ora, i risultati che si aggiungono all’allarme lanciato su Taranto nello scorso ottobre. I dati sull’altro capoluogo pugliese – scelto negli anni Sessanta come capitale italiana della produzione elettrica e petrolchimica – sono altrettanto preoccupanti, anche se il “quadro emissivo dagli impianti si è modificato profondamente nel periodo 1991-2014“, spiegano gli studiosi e la situazione è migliorata “anche a seguito della cessazione delle attività della centrale Edipower nel 2012?. Ma i danni ci sono stati e bisogna continuare a indagare e vigilare, è la sintesi, per capire se il peggio è passato o meno. Gli scienziati sono categorici nelle 144 pagine di report, presentato in mattinata a Bari e che ilfattoquotidiano.it ha potuto leggere in anteprima: “Al diminuire delle esposizioni ambientali (e del contrasto tra i livelli di esposizione in ogni periodo) si è osservata una diminuzione della forza della associazione, pur rimanendo presente una relazione statisticamente significativa per il periodo più recente tra le emissioni da centrali elettriche e le malattie cardiovascolari e respiratorie – scrive il gruppo di lavoro – Dati la riduzione dei livelli di esposizione ambientale nell’ultimo periodo, è presumibile che le persone che vivono nelle stesse aree che hanno avuto una esposizione più alta nel passato continuino a manifestare effetti sanitari in rapporto alle esposizioni pregresse”. L’emergenza, insomma, è tutt’altro che terminata. “La pregressa esposizione a all’anidride solforosa da centrale termoelettrica mette in evidenza”, infatti, “una associazione con la mortalità per tutti i tumori (+16%), tumori della vescica (+63%), leucemie (+115%) ed eventi coronarici acuti (+62%)“, tra gli uomini. Mentre tra le donne “si...

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