Dal 10 al 21 novembre 2025 saremo a Belém, in Brasile, per partecipare come osservatori alla 30° Conferenza delle Nazioni Unite sul Clima. Racconteremo quanto avviene dentro e fuori le negoziazioni, porteremo e raccoglieremo le voci dei territori in lotta contro l’estrattivismo, contro il greenwashing e per una transizione ecologica realmente giusta.
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A Belém si discuteranno e valuteranno gli NDCs, i nuovi impegni climatici nazionali che stabiliscono gli obiettivi di riduzione delle emissioni di ogni paese. Accanto alla mitigazione, l’adattamento sarà uno dei temi centrali attraverso il Global Goal on Adaptation (GGA) e i nuovi Piani nazionali di adattamento. Un altro capitolo chiave sarà quello della finanza per il clima. Tra i punti principali il nuovo obiettivo di finanziamento (NCQG), che punta ad aumentare il sostegno ai Paesi in via di sviluppo da 100 a 300 miliardi di dollari l’anno, e la Roadmap Baku-Belém, che traccia un percorso per mobilitare almeno 1.300 miliardi di dollari l’anno entro il 2035.
Temi cruciali, che si scontrano con uno scenario geopolitico ostile, segnato dal negazionismo climatico, dai venti di guerra, dalla corsa al riarmo e dalla violenza istituzionale. Non è un caso che in gioco a Belém ci sia più che mai la credibilità della diplomazia climatica e la sua capacità di tradurre le intenzioni in impegni concreti.
La Cupula dos povos
La Cúpula dos Povos è il grande incontro dei movimenti sociali e delle comunità che vivono in prima linea la crisi climatica. Nata nel 1992 come risposta critica alle negoziazioni ufficiali, propone un’alternativa fondata su giustizia climatica, sociale e ambientale, solidarietà e saperi ancestrali.
Dal 12 al 16 novembre 2025, in concomitanza con la COP30 di Belém, riunirà popoli indigeni, comunità quilombola e tradizionali, giovani e lavorator? in marce, dibattiti e azioni culturali.
La Cúpula mette al centro vite, diritti e territori, non statistiche: unisce chi costruisce ogni giorno soluzioni reali, dall’agroecologia alla difesa dei beni comuni, per spingere i governi ad adottare politiche di vera giustizia climatica.
Dichiarazione della Cupula Dos Povos
Perché A Sud e CDCA alla COP?
Nelle Cop si riuniscono i governi dei 197 Paesi che hanno ratificato la Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (UNFCCC), firmata a Rio de Janeiro nel 1992. Ma la COP30 non è solo un vertice diplomatico: è il terreno di confronto (e di scontro) tra attori diversi e diverse visioni del mondo. Da una parte il business as usual che trasforma la crisi climatica in profitto, dall’altra movimenti e territori che lottano per giustizia climatica, autodeterminazione e diritti della Natura.
La COP30 si terrà nel cuore dell’Amazzonia, a Belém do Pará, in Brasile. Non è un dettaglio geografico ma una scelta politica: è nel Sud globale che l’ingiustizia climatica colpisce più duramente mentre il Nord globale continua a negoziare emissioni e interessi fossili.
Qui non si decide solo il futuro del clima: si decide chi avrà diritto a un futuro.
Per raccontare cosa c’è in gioco, e come finisce la partita.
Andiamo alla COP per osservare da vicino i negoziati, capire quali equilibri politici e di potere si stanno ridefinendo, e portare la prospettiva dei territori e dei movimenti che chiedono giustizia climatica.
La partecipazione di A Sud e CDCA serve a connettere le lotte locali con quelle globali, rafforzare alleanze internazionali e raccontare – con sguardo indipendente e critico – come la diplomazia climatica sta affrontando, o eludendo, le proprie responsabilità.
Perché solo intrecciando voci e resistenze dal basso possiamo costruire un futuro giusto per tutt?.
Per costruire e rafforzare alleanze internazionali
Svolgere la COP in Brasile è un segnale che conta: significa rimettere al centro chi la crisi climatica la subisce davvero. Andiamo a Belém per stare con i movimenti globali per la giustizia climatica. In America Latina oggi si gioca una partita enorme: conflitti ambientali, estrattivismo, repressione, lotte indigene e popolari che resistono da decenni. Con tante realtà — dalla Colombia alla Bolivia, fino all’Amazzonia — abbiamo già lavorato, fatto campagne, costruito ponti. Lì ritroviamo compagn? con cui condividiamo visioni e pratiche.
Per portare una visione radicale dentro la COP
Sì, probabilmente sarà l’ennesimo flop diplomatico. Ma proprio per questo dobbiamo esserci, per non lasciare quei tavoli alle lobby fossili e ai governi che parlano di transizione mentre trivellano.
Da dentro vedi meglio le dinamiche, le crepe, le possibilità di alleanze e di conflitto.
Andiamo per portare la prospettiva della giustizia climatica e delle lotte dal basso, che legano crisi climatica, razzismo, patriarcato e disuguaglianze. La COP non è un punto d’arrivo: è un passaggio. Il resto si fa fuori, insieme, ogni giorno.
Diario dalla COP30
- Giorno 12 – 24 novembre 2025
Belém svela il fallimento della diplomazia climatica, ma apre spiragli: una roadmap anti-fossile e nuove alleanze per la giustizia.
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- Giorno 11 – 21 novembre 2025
Penultimo giorno a Belém: incendio in COP30, stalli politici e pressioni crescenti sul BAM e sull’uscita dai fossili.
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- Giorno 10 – 20 novembre 2025A Belém 85 Paesi spingono per uscire dai fossili, mentre Italia e Polonia frenano. La COP30 è al bivio, il tempo è adesso.
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- Giorno 9 – 19 novembre 2025
Belém rilancia la lotta globale ai fossili: la Colombia guida un fronte che vuole uscire davvero dal modello che brucia il pianeta.
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- Giorno 8 – 18 novembre 2025
Alla COP30 la transizione dai combustibili fossili sembra lontana, mentre i fondi dell’adattamento sono sotto il minimo.
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- Giorno 7 – 17 novembre 2025
Belem in rivolta: popoli indigeni e movimenti sociali spingono per una COP30 che dica finalmente basta ai fossili.
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- Giorno 6 – 15 novembre 2025
Anche quest’anno i dati sulla presenza dei lobbisti Gas&Oil alla conferenza di Belém sono alti: su ogni 25 persone accreditate al vertice, uno è un lobbista dei combustibili fossili, in totale sono oltre 1600.
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- Giorno 5 – 14 novembre 2025
Il TFFF entra nella Cupula tra promesse e contraddizioni: fondi incerti, debiti in aumento e movimenti che denunciano l’ennesima falsa soluzione verde.
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- Giorno 4 – 13 novembre 2025
A Belém la protesta indigena irrompe nella COP30 e svela le contraddizioni del Brasile fossile. Intanto la Cupula esplode di mobilitazioni globali.
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- Giorno 3 – 12 novembre 2025
Adattamento al centro della COP30, ma i fondi restano insufficienti. A Belém arrivano movimenti e comunità indigene: la vera pressione viene dai territori.
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- Giorno 2 – 11 novembre 2025
Lula parla di disuguaglianze alla Cop30, ma il Brasile continua a spingere sul fossile. A Belém torna al centro il nodo tra clima e ingiustizia.
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- Giorno 1 – 10 novembre 2025
Dalla Cop30 alla Cúpula dos Povos: a Belém si apre la sfida per la giustizia climatica tra responsabilità globali, diritti dei popoli e resistenza dei territori.
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Articoli di approfondimento alla COP30
- Cosa resta della Cop30, la battaglia per il clima e i diritti è ancora lunga – 24 novembre 2025
Marica Di Pierri e Laura Greco su Domani – COP30 fallisce su fossili e foreste, ma il Bam e il blocco dei 82 paesi per l’uscita dal fossile aprono spiragli di lotta e nuove alleanze.
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- Sulla fine dei lavori della COP30 – 24 novembre 2025
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Cosa è successo alla 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici? Quali sono le grandi vittorie? Quali le sconfitte?
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- La tabella della discordia – cos’è successo alla COP30 – 23 novembre 2025
Laura Greco su Radio24 – COP30 a Belém annuncia impegni su energia, foreste e adattamento, ma senza una vera uscita dal fossile restano promesse vuote da incalzare con lotte dal basso.
Ascolta su Il Sole 24 ore
- “A resposta somos nós”. Ma alla COP30 le richieste dei popoli indigeni non fanno breccia – 23 novembre 2025
Laura Greco su EconomiaCircolare.com – Alla COP30 le voci indigene restano ai margini mentre la foresta corre verso il punto di non ritorno. Senza giustizia, non c’è futuro.
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- La “Dichiarazione di Belém” e il multilateralismo del phase out dai fossili spinto dal basso – 21 novembre 2025
Laura Greco su Altreconomia – Da Belém arriva una spinta dal basso per uscire dai fossili: governi e movimenti uniscono le voci per un phase out reale, giusto, globale.
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- Cop30: senza il Gender action plan ogni azione climatica è limitata – 21 novembre 2025
Marica Di Pierri e Laura Greco su Valori – Nonostante le ambiziose premesse il Gender action plan ha trovato diversi ostacoli sui tavoli negoziali della Cop30
- Cop30: senza il Gender action plan ogni azione climatica è limitata – 21 novembre 2025

- Alla Cop30 arrivano le storie di migrazioni climatiche – 21 novembre 2025
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30, in vista delle negoziazioni finali, si parla del fenomeno crescente degli sfollamenti forzati dal cambiamento climatico.
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- Belém, la foresta degli indigeni si ribella a Lula – 20 novembre 2025
Laura Greco su Il Manifesto – Le nazionalità dell’Amazzonia denunciano l’inagibilità politica alla Cop e chiedono una mobilitazione internazionale guidata direttamente dai popoli indigeni per proteggere i loro territori e affrontare la crisi climatica alla radice
- Alla Cop 30 i movimenti si riprendono la scena – 20 novembre 2025
Marica Di Pierri su Il Manifesto – Era dalla Cop 26 di Glasgow che non si vedeva così tanta società civile. Accanto al vertice ufficiale, in più di 50 mila hanno animato la «Cupula dos povos» per una svolta vera sul clima e i diritti
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- COP30, BELÉM | Italiani in mobilitazione – 20 novembre 2025]
Il Climate Pride in azione alla COP30: l? attivist? chiedono all’Italia una roadmap chiara e ambiziosa per uscire dai fossili.
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- A Belém torna il protagonismo sociale – 19 novembre 2025
Marica Di Pierri su Collettiva – Alla Cop30 movimenti, organizzazioni, popoli e sindacati riacquistano centralità: proposte e campagne dal basso sono arrivate nelle stanze dei negoziati.
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- Come procede la COP30 in Brasile? Intervista a Laura Greco da Bélem – 19 novembre 2025
Laura Greco su Scienza e Pace Magazine – COP30 tra repressione, lobby fossili e resistenze indigene: la giustizia climatica la costruiscono i territori, non i negoziati.
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- Lifegate dalla COP30 – 18 novembre 2025
Marica Di Pierri su Lifegate – Dalla COP30 il racconto dell’inedita comunicazione tra dentro e fuori la COP, tra le richieste indigene e l’ambiguo governo di Lula.
Ascolta su Lifegate
- Il Fondo per le foreste e la falsa soluzione del biocapitalismo si ripropone alla Cop30 di Belém – 18 novembre 2025
Laura Greco su Altreconomia – Il Tropical forests forever facility lanciato da Lula è l’ennesimo dispositivo finanziario che viene presentato come innovazione.
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- Attivismo e giustizia climatica: se il diritto alla protesta diventa un reato – 17 novembre 2025
Marica Di Pierri su Valori.it – Alla Cop30 emerge un allarme globale: in molti Paesi il diritto alla protesta viene represso e l’attivismo ambientale è sempre più criminalizzato
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- Alla Cop30 di Belèm il fondo per l’adattamento resta senza fondi – 17 novembre 2025]
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30 fallisce, per il terzo anno di fila, l’obiettivo di raccolta minima per finanziare l’adattamento dei Paesi del Sud globale.
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- Massiccia partecipazione popolare a Belém – 16 novebre 2025
Marica Di Pierri su L’aria Che Respiri – Alla Cúpula dos Povos tantissime voci per reclamare la fine dei combustibili fossili e una giustizia climatica guidata dai popoli, non dalle multinazionali.
Ascolta su Radio Rai1
- In diretta da Bele?m – Aggiornamenti sulla prima settimana di COP30 – 15 novembre 2025
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – In diretta da Belém, per raccontare in diretta i lavori della 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici. ?Foto di Oliver Ninja e Midia Ninja
Guarda la diretta
- Cop30: chi difende i combustibili fossili dentro i negoziati sul clima – 14 novembre 2025
Marica Di Pierri per Altreconomia – Alla Cop30 un lobbista fossile ogni 25 delegat?: il vertice che dovrebbe chiudere l’era fossile continua a farsela scrivere da chi la profitta.
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- Giustizia climatica, questa dimenticata – 13 novembre 2025
Marica Di Pierri su Il Manifesto – Il legame tra clima e disuguaglianze è ormai assodato. Ma dopo 30 anni di conferenze, i ricchi continuano a fare grandi affari con i fossili.
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- L’adattamento secondo la COP30: “Adattarsi è sopravvivere” – 13 novembre 2025
Marica Di Pierri per EconomiaCircolare.com – COP30 punta a rendere operativo il Global Goal on Adaptation, tra governance multilivello, indicatori, fondi insufficienti e necessità di giustizia climatica.
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- La Cop30 in Brasile e le politiche industriali green – 11 novembre 2025
Marica Di Pierri per Tutta La Città Ne Parla, Radio3 – È iniziata la Cop30 a Belém, 10 giorni in cui si discuterà su come trovare una via d’uscita alla deriva del cambiamento climatico nonostante le difficoltà politiche che ci circondano.
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- Road to Belém – 7 novembre 2025
Marica Di Pierri per Valori.it – Verso la Cop30 di Belém, cosa aspettarci dal più importante appuntamento per salvare il clima della Terra? Diretta con Marica Di Pierri, Luca Lombroso, Giovanni Mori e Lorenzo Tecleme.
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- Da Parigi a Belém, i conti che non tornano – 6 novembre 2025
Marica Di Pierri per Il Manifesto – Tra tensioni e fragili compromessi, i preparativi alla vigilia della Conferenza Onu. A che punto sono gli impegni nazionali di riduzione e i piani di adattamento dei singoli Paesi.
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- A Sud a Belém alla Cop30 – 6 novembre 2025
A Sud seguirà negoziati e mobilitazioni dalla COP30 di Belém, amplificando le voci dei movimenti per giustizia climatica e sociale.
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- A Sud aderisce alla Global Call to Action della Cúpula dos Povos – 5 settembre 2025
Il 15 novembre scendiamo in piazza: basta disuguaglianze e razzismo ambientale, vogliamo giustizia climatica e un mondo dove la vita sia al centro.
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- Vertice dei Popoli Verso la COP30: Manifesto Politico – 13 giugno 2025
A Sud aderisce al Manifesto dei Popoli verso la COP30: un appello globale per giustizia climatica, anticapitalismo e democrazia dal basso.
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Racconteremo le negoziazioni
Per spiegare cosa accade davvero alla COP30, come si muovono i governi e quali interessi guidano le scelte sulla crisi climatica. Vi offriremo una copertura quotidiana per raccontarvi con le nostre parole e con uno sguardo critico, indipendente e radicale, vicino ai movimenti il dentro e fuori la Cop
Sveleremo le contraddizioni
Tra le promesse ufficiali e la realtà, mostrando lo scontro continuo tra lobby fossili e popoli che difendono la vita e i territori. Denunceremo le responsabilità smascherando la falsa transizione energetica e chi continua a inquinare mentre parla di sostenibilità con greenwashing e false soluzioni
Daremo voce alle comunità
Portando le loro storie, le lotte quotidiane e le alternative concrete alla devastazione ambientale, contro colonialismo ed estrazione. Ci collegheremo con l’Italia per connettere istanze e battaglie
INFO E CONTATTI
Per contatti e interviste con la delegazione:
maricadipierri@asud.net
+ 55 21 967071220
Laura Greco
lauragreco@asud.net
+55 21 997673184
Utilizzo delle acque reflue nell’agricoltura: 50% in più delle aspettative
[su Greenreport] 885 milioni di consumatori esposti a rischi per la salute. Investimenti urgenti in impianti e servizi igienici. Secondo il nuovo studio “A global, spatially-explicit assessment of irrigated croplands influenced by urban wastewater flows”, pubblicato su Environmental Research Letters da un team di ricercatori di Usa, Sri Lanka e Belgio, «L’uso di acque reflue urbane per irrigare le coltivazioni è del 50% più diffuso di quanto si pensasse». I redattori dello studio, Anne Louise Thebo, Pay Drechsel, Eric Lambin e Kara Nelson, spiegano che «Si basa su metodi di modellazione avanzati per fornire la prima stima globale davvero completa della misura in cui gli agricoltori utilizzano acque reflue urbane nelle terre coltivate irrigate». I ricercatori hanno analizzato i dati con i sistemi di informazione geografica (GIS), piuttosto che in base ai risultati di casi di studio, come negli studi precedenti. Il team di ricerca ha anche valutato per la prima volta il “riutilizzo indiretto”, che si verifica quando le acque reflue vengono diluite ma restano ancora un elemento dominante dei flussi idrici superficiali e sono arrivati alla conclusione che « Tali situazioni rappresentano la maggior parte del riutilizzo dell’acqua agricola in tutto il mondo, ma sono stati difficili da quantificare a livello globale a causa dei diversi punti di vista su ciò che costituisce le acque di scarico diluite rispetto all’acqua inquinata». Considerando la sicurezza dei consumatori la massima priorità, gli autori dello studio mettono in evidenza «La necessità di ridurre i rischi per la salute pubblica attraverso misure adottate lungo tutta la catena di approvvigionamento alimentare. Questo include una migliore trattamento delle acque reflue, ma anche misure preventive nelle aziende agricole e nella manipolazione degli alimenti, poiché la capacità di depurazione dell’acqua sta aumentando lentamente nei Paesi in via di sviluppo». Lo studio evidenzia che l’uso delle acque reflue da parte degli agricoltori è più diffuso nelle regioni dove c’è significativa produzione di acque reflue e di acqua inquinata: «In queste circostanze, e dove scarseggia acqua più sicura, i reflui offrono uno strumento coerente e affidabile per i campi, comprese le colture di alto valore, come le verdure, che spesso richiedono più acqua di prodotti alimentari a bassa irrigazione. Dove le acque reflue sono disponibili, gli agricoltori tendono a preferire per le loro elevate concentrazioni di nutrienti, che possono ridurre la necessità di applicare fertilizzanti acquistati. Nella maggior parte dei casi, tuttavia, l’utilizzo di questa acqua da parte degli agricoltori è motivata da una necessità di base: semplicemente non hanno alternative». La Thebo, dell’università della California, Berkeley, spiega a sua volta che «Il riutilizzo de facto delle acque reflue urbane è comprensibile, data la combinazione del crescente inquinamento delle acque e la diminuzione della disponibilità di acqua potabile, come si è visto in molti Paesi in via di sviluppo. Fino a quando gli investimenti nel trattamento delle acque reflue resteranno molto indietro rispetto la crescita della popolazione, un gran numero di consumatori che mangiano prodotti non lavorati si troveranno ad affrontare l’intensificarsi di minacce per la sicurezza alimentare». C’è anche da dire che, realizzati i necessari depuratori, poi i Paesi in via di sviluppo dovranno attrezzarsi anche per la costruzione e gestione di impianti di smaltimento e recupero dei fanghi di risulta, cosa non facile anche in molti paesi ricchi, come ben sappiamo in Italia. pe Comunque, i risultati dello studio dimostrano che il 65% di...
read more[posted by Sandra Laville and Matthew Taylor on The Guardian, June 28, 2017] Exclusive: Annual consumption of plastic bottles is set to top half a trillion by 2021, far outstripping recycling efforts and jeopardising oceans, coastlines and other environments. A million plastic bottles are bought around the world every minute and the number will jump another 20% by 2021, creating an environmental crisis some campaigners predict will be as serious as climate change. New figures obtained by the Guardian reveal the surge in usage of plastic bottles, more than half a trillion of which will be sold annually by the end of the decade. The demand, equivalent to about 20,000 bottles being bought every second, is driven by an apparently insatiable desire for bottled water and the spread of a western, urbanised “on the go” culture to China and the Asia Pacific region. More than 480bn plastic drinking bottles were sold in 2016 across the world, up from about 300bn a decade ago. If placed end to end, they would extend more than halfway to the sun. By 2021 this will increase to 583.3bn, according to the most up-to-date estimates from Euromonitor International’s global packaging trends report. Most plastic bottles used for soft drinks and water are made from polyethylene terephthalate (Pet), which is highly recyclable. But as their use soars across the globe, efforts to collect and recycle the bottles to keep them from polluting the oceans, are failing to keep up. Fewer than half of the bottles bought in 2016 were collected for recycling and just 7% of those collected were turned into new bottles. Instead most plastic bottles produced end up in landfill or in the ocean. Between 5m and 13m tonnes of plastic leaks into the world’s oceans each year to be ingested by sea birds, fish and other organisms, and by 2050 the ocean will contain more plastic by weight than fish, according to research by the Ellen MacArthur Foundation. Experts warn that some of it is already finding its way into the human food chain. Scientists at Ghent University in Belgium recently calculated people who eat seafood ingest up to 11,000 tiny pieces of plastic every year. Last August, the results of a study by Plymouth University reported plastic was found in a third of UK-caught fish, including cod, haddock, mackerel and shellfish. Last year, the European Food Safety Authority called for urgent research, citing increasing concern for human health and food safety “given the potential for microplastic pollution in edible tissues of commercial fish”. Dame Ellen MacArthur, the round the world yachtswoman, now campaigns to promote a circular economy in which plastic bottles are reused, refilled and recycled rather than used once and thrown away. “Shifting to a real circular economy for plastics is a massive opportunity to close the loop, save billions of dollars, and decouple plastics production from fossil fuel consumption,” she said. Hugo Tagholm, of the marine conservation and campaigning group Surfers Against Sewage, said the figures were devastating. “The plastic pollution crisis rivals the threat of climate change as it pollutes every natural system and an increasing number of organisms on planet Earth. “Current science shows that plastics cannot be usefully assimilated into the food chain. Where they are ingested they carry toxins that work their way on to our dinner plates.” Surfers Against Sewage are campaigning for a refundable deposit...
read moreClima, la Terra “prima” e “dopo” negli scatti della Nasa
[su Sky Tg24] “Il nostro pianeta cambia” e non sempre per motivi naturali. L’impronta dell’uomo si fa sentire anche nell’impatto dei cambiamenti climatici che “ridisegnano” la Terra. I cambiamenti climatici sciolgono i ghiacciai, prosciugano i laghi, aumentano la desertificazione. Gli effetti sulla Terra sono forse più evidenti visti dallo spazio. Nel portale della Nasa “Images of Change” gli scatti che testimoniano i mutamenti in atto. (Pubblicato il...
read moreSiccità. Una piaga naturale che si può curare
[di Ruben Rotundo su Ambiente Ambienti] La siccità di questi giorni e il caldo intenso hanno ridotto drasticamente i bacini idrici. Ma le piogge non sempre riescono a ricaricarli. Una gestione più oculata delle strutture e della rete idrica potrebbe rapidamente arginare il fenomeno. Siccità. Un grande problema che ha radici antiche in Italia. Non esistono più i funzionali acquedotti romani che portavano acqua, senza sprecarne neanche un goccio, in tutto l’impero. Oggi esiste una condizione atmosferica molto diversa rispetto al passato, un maggiore consumo di acqua ed un maggiore spreco. Il gran caldo di questi giorni ha ridotto drasticamente gli invasi naturali che non ricevono più acqua dai ghiacciai. I laghi artificiali, invece, perdono acqua rapidamente a causa della continua richiesta dalle utenze domestiche e dalle attività produttive. L’assenza di precipitazioni, ovviamente, impedisce il riempimento delle vasche che non possono così pompare acqua nella rete. Inevitabile lo sfruttamento delle falde sotterranee con gravi conseguenze geologiche ed ambientali. Siccità. Parlano i geologi Sulla vicenda è intervenuto Fabio Tortorici, Presidente della Fondazione Centro Studi del Consiglio Nazionale dei Geologi, che afferma: «La siccità è un fenomeno naturale che periodicamente si ripresenta con picchi che mettono a dura prova l’uomo, le sue attività produttive e l’ambiente. Malgrado questo fenomeno si verifichi ripetutamente, non si è riusciti a mettere in campo, per tempo, misure di contrasto alla siccità». «In questi giorni si discute della possibile realizzazione di nuovi bacini, ma sono così necessarie nuove cattedrali nel deserto? Non sarebbe prima il caso di conoscere il problema in termini numerici e scientifici e poi risolverlo con interventi puntuali? I mancati introiti dai canoni demaniali, evasi dagli innumerevoli sfruttamenti abusivi, non potrebbero essere recuperati con azioni di “Polizia idrica” e impiegati per contribuire alla realizzazione di nuove opere? È fondamentale ripartire dall’educazione di adulti e bambini, di cittadini comuni e amministratori, di un utilizzo attento della risorsa idrica e del rispetto del territorio». Siccità. Parla il mondo agricolo Rincara la dose la Coldiretti. La siccità sta assetando i terreni devastando le produzioni ortofrutticole. Questa situazione sta mettendo a dura prova anche gli allevamenti. In Puglia, l’associazione di categoria prova a tirare le somme. In sole 24 ore, dal 25 giugno al 26 giugno, il livello dell’acqua nei 4 invasi foggiani di Occhito, Capacciotti, Capaccio, Osento è sceso di oltre 1,9 milioni di metri d’acqua. Secondo i dati Coldiretti e Consorzio di Bonifica della Capitanata il livello di metri cubi d’acqua è pari a 230 milioni di metri cubi d’acqua, contro i 267 dello stesso periodo dell’anno scorso, con un calo di 36,9 milioni. «In Puglia – riferisce il direttore di Coldiretti Puglia, Angelo Corsetti – negli ultimi 40 anni, si è assistito ad un effetto desertificazione preoccupante. Le piogge sono crollate del 76% rispetto allo stesso mese dell’anno precedente, passando dai 237 millimetri dell’anno scorso ai 57 a giugno 2017 (dati AssoCodiPuglia). Gli effetti sull’agricoltura sono evidenti e preoccupanti». Siccità. La Puglia e l’Acquedotto Pugliese C’è da dire che la Puglia storicamente, come altre regioni del mezzogiorno d’Italia, ha sempre avuto problemi di siccità. Ciò è dovuto a particolari condizioni geo-morfologiche. Per queste ragioni, più di 100 anni fa fu costruito l’Aquedotto Pugliese. Ma in tutti questi anni, la rete idrica è stata abbandonata a se stessa, nonostante continui l’ampliamento, poiché l’assenza di denaro, la carenza di personale e di tecnici specializzati e la mancanza...
read moreCemento e asfalto: in Italia consumati quasi 30 ettari di suolo al giorno
[di Antonio Cianciullo su La Repubblica] Dai dati dell’Ispra risulta che è stato già impermeabilizzato il 7,6% della superficie italiana, molto più della media europea. Sono 23 mila chilometri quadrati, una superficie pari alla somma di Campania, Molise e Liguria. Finora solo la crisi economica ha ridotto il danno. Il consumo di suolo è passato dagli 8 metri quadrati al secondo di inizio secolo ai 3 metri quadrati del 2016. Questo rallentamento non basta perché la percentuale di territorio impermeabilizzato, un moltiplicatore di frane e alluvioni, è arrivata al 7,6% (molto più della media europea che è ben sotto il 5%). Parliamo di 23 mila chilometri quadrati, una superficie pari alla somma di Campania, Molise e Liguria. Oggi, grazie alla legge sulla difesa del suolo, in discussione alle Camere, potremmo però cominciare a guidare il processo anziché subirlo. I dati vengono dalla relazione presentata oggi dall’Ispra www.isprambiente.gov.it che formula vari scenari al 2050. Anche nel migliore dei casi, con interventi decisi di riqualificazione del territorio già occupato che tra l’altro permetterebbero di rilanciare un settore edilizio fortemente provato, c’è comunque da mettere in conto un consumo di 1.635 chilometri quadrati (circa 7 volte l’isola d’Elba) durante il periodo di transizione per arrivare a zero a metà secolo. Possono sembrare molti, viste le condizioni idrogeologiche del Paese, ma rappresentano comunque un notevole miglioramento rispetto allo scenario peggiore, quello di una possibile ripresa economica che ripercorra la vecchia strada del saccheggio del territorio. In quel caso sparirebbero altri 8.326 chilometri quadrati, equivalenti a un terzo della Sicilia. Per rendersi conto di cosa significherebbe lo scenario peggiore basta pensare che tra il novembre 2015 e il maggio 2016 – in una fase di consumo di suolo molto ridotta rispetto al picco – in Italia sono stati coperti di asfalto e cemento quasi 30 ettari al giorno per un totale di 5 mila ettari: come se in pochi mesi avessimo costruito 200 mila villette. Una pressione non omogenea. Lombardia e Veneto sono oltre il 12% di territorio consumato, la Campania oltre il 10%. Tra i Comuni con più di 150 mila abitanti, gli incrementi maggiori sono avvenuti a Roma, Torino e Bologna. L’Ispra fa anche notare che le colate di cemento continuano ad interessare zone a rischio alluvione (oltre 257 mila ettari, l’11% del totale del suolo occupato) e frane (circa l’11,8% del totale), la fascia costiera, le aree protette (32 mila ettari di territorio consumato e un aumento di altri 48 ettari tra il...
read moreItalia inquinata: bonifiche fantasma e cancro alle stelle
[di Gianni Lannes per Su La Testa] Nelle aree più contaminate d’Italia i tumori sono aumentati anche del 90% in soli dieci anni. Le aree più inquinate del belpaese attendono dal 1996 una bonifica che non arriva, se non sotto forma di speculazione politica ed economica, mentre aumenta la mortalità a causa del galoppante inquinamento industriale; discorso a parte quello bellico: l’incidenza oncologica, in particolare cancro della tiroide, tumore alla mammella e mesotelioma. Nel 2014 in sordina, è stato pubblicato sul sito dell’Associazione degli epidemiologi il terzo dossier dell’Istituto superiore di Sanità sugli effetti sulla salute delle popolazioni esposte nei “Siti di interesse nazionale per le bonifiche”. E’ l’aggiornamento dello studio “Sentieri”, realizzato dal Dipartimento ambiente e connessa prevenzione primaria dell’ISS dopo quelli realizzati nel 2010 e 2011. L’indagine intende approfondire il livello di compromissione della salute dei 5 milioni di italiani che convivono coi fumi dei camini delle centrali a carbone, intorno alle discariche tossiche o in prossimità delle industrie chimiche che hanno sversamento per anni i loro veleni contaminando terreni e acque. L’incrocio di mortalità, incidenza oncologica e ricoveri fa emergere dati sempre più drammatici. A Taranto eccesso di tumori alla tiroide, in dieci anni +58% tra gli uomini e + 20% tra le donne. E altrove è anche peggio. Dalla Val D’Aosta alla Sicilia. Quarantaquattro aree del Paese inquinate oltre ogni limite di legge. Sei milioni di persone esposti a rischio malattie, tutte mortali: tumori, malattie respiratorie, malattie circolatorie, malattie neurologiche, malattie renali. Tutto ufficiale, anche se scritto in burocratese dal ministero della cosiddetta “salute”. Le cifre, ovviamente, ben note ai governanti nazionali e locali dai primi anni ’90, sono ampiamente sottostimate. Emarese (Aosta) Comune di Emarese. «Il decreto di perimetrazione del SIN elenca la presenza delle seguenti tipologie di impianti: miniera, amianto e discariche. Mortalità per tutte le cause e malattie del sistema circolatorio. L’esiguità numerica della popolazione residente non ha consentito una completa valutazione della mortalità nel periodo studiato». Pieve Vergonte (Verbania, Cusio, Ossola) Comuni di Piedimulera, Pieve Vergonte e Vogogna. «Il Decreto di perimetrazione di questo SIN elenca la presenza di impianti chimici e di discariche (RSU, rifiuti spe- ciali non pericolosi, rifiuti da metallurgia Pb, Zn, Cu, cavi elettrici plastificati). Il profilo di mortalità nel SIN di Pieve Vergonte mostra un eccesso tra gli uomini e le donne per tutte le cause, tutti i tumori e per le malattie circolatorie. Si osserva un eccesso per il tumore del colon-retto tra le donne e per il tumore dello stomaco in entrambi i generi, seppure con stime imprecise». Balangero (Torino) Comuni di Balangero e Corio. «Il Decreto di perimetrazione elenca la presenza delle seguenti tipologie di impianti: amianto, discariche e miniera. Il profilo di mortalità nel SIN mostra, nel complesso delle principali cause di morte un eccesso della mortalità per tutte le cause in entrambi i generi, per le malattie del sistema circolatorio nelle donne, per le malattie degli apparati respiratorio e digerente negli uomini. È presente un incremento della mortalità per tumore della pleura negli uomini, dato affetto da un’imprecisione della stima». Casal Monferrato (Alessandria) Comuni di Alfiano Natta, Altavilla Monferrato, Balzola, Borgo San Martino, Bozzole, Camagna Monferrato, Camino, Casale Monferrato, Castelletto Merli, Cella Monte, Cereseto, Cerrina Monferrato, Coniolo, Conzano, Frassinello Monferrato, Frassineto Po, Gabiano, Giarole, Mirabello Monferrato, Mombello Monferrato, Moncalvo, Moncestino, Morano sul Po, Murisengo,...
read moreDenuncia alla Gaiola: “Amianto in spiaggia dal 1959 e nessuno muove un dito”
[di Valerio Papadia su Fanpage] La denuncia arriva dal giornalista Luca Antonio Pepe che, sulla sua pagina Facebook, pubblica le foto di pezzi di amianto accatastati sulla spiaggia di Trentaremi, nell’area marina protetta della Gaiola. Alla denuncia si aggiungono anche i 5 Stelle: “La presenza di amianto nella nostra Regione è intollerabile”. L’amianto inquina uno dei posti più belli di Napoli: la spiaggia di Trentaremi, nell’area marina protetta della Gaiola, a Posillipo. La denuncia arriva dal giornalista Luca Antonio Pepe che, sulla sua pagina Facebook pubblica le foto di numerosi pezzi di amianto accatastati sulla spiaggia, corredate da un lungo post di denuncia. Ieri con ragazza e amici abbiamo raggiunto da Marechiaro, in kayak, l’area marina protetta della Gaiola – spiaggia di Trentaremi – . La baia è incantevole e meta di moltissimi bagnanti affascinati dalla zona. L’unico inconveniente è che in alcuni tratti devi stenderti in mezzo a molti manufatti di cemento (sembravano), di qualche decennio fa. Ma fattibile, soprattutto se si sceglie il lato della spiaggia senza questi reperti. Anche se poi magari te li ritrovavi sott’acqua e dovevi saltarli per non farti male. Ma tutto sommato una splendida giornata. Tornati a casa scopriamo su internet che dal 1959 (avete letto bene!) molti cittadini han segnalato la presenza di questi rifiuti (poi scoperti essere amianto) in spiaggia, e che l’anno scorso sono stati stanziati circa 180 mila euro per bonificare l’area. I manufatti sono esposti agli agenti atmosferici, friabili, sgretolati, presenti anche in acqua e non credo sia escludibile – attraverso le correnti marine e i venti – che possano aver contaminato le coste contigue, tra Marechiaro e Bagnoli (ma ovviamente non sono un esperto e posso solo fare supposizioni). Giuro che sono rimasto allibito: possibile che in 60 anni nessuno abbia alzato un dito? E questi 180 mila euro per la bonifica che fine hanno fatto? E poi mi chiedo: ma tramite la fauna marina della zona (pesci, molluschi..) non v’è il pericolo che l’amianto ci arrivi in tavola? Alla denuncia si unisce anche il Movimento 5 Stelle, che esprime sconforto e preoccupazione per la presenza di amianto in un’area protetta e così frequentata da cittadini e turisti. “Di fronte all’eventualità paventata dagli organi preposti di tombare i rifiuti con una colata di cementi sulla baia, interesseremo della situazione la commissione bicamerale di inchiesta sui Rifiuti mentre stiamo già preparando un dettagliato esposto alle autorità” afferma la senatrice Paola Nugnes. Alle parole della senatrice fanno eco quelle di Maria Muscarà, consigliera regionale per il M5S: “La presenza dell’amianto nella nostra regione è una costante ormai intollerabile”. (Pubblicato il...
read moreNon si fermano le azioni di Exequatur contro Chevron
[sul blog di UDAPT] Nonostante la sentenza emessa dalla Corte degli Stati Uniti lunedì 19 giugno, le procedure giudiziarie in atto in Canada, Brasile e Argentina, per fare in modo che la compagnia petrolifera paghi, non subiranno modifiche. Quito, 19 giugno 2017.– La UDAPT – Unión de Afectados/as por Texaco (Unione delle Vittime di Texaco, ndr.) ha affermato che la sentenza emessa dalla Corte Suprema di Giustizia, respingendo una richiesta presentata dall’avvocato Steven Donziger, non influenzerà l’andamento delle diverse azioni di exequatur in Argentina, Brasile e Canada. La Corte Suprema degli Stati Uniti sta perdendo l’opportunità di annullare una sentenza che si basa interamente sulla testimonianza di un giudice ecuadoriano sollevato dal proprio incarico per corruzione, e che ha ammesso di aver ricevuto tangenti da parte di Chevron (oltre due milioni di dollari) per mentire in questo processo. In questo modo si conferma la parzialità dei sistemi di giustizia nordamericani per la difesa delle sue società. Pablo Fajardo, avvocato dei querelanti, ricorda che al popolo ecuadoriano non è mai stato permesso parlare del danno ambientale commesso dalla compagnia petrolifera ed è per questa ragione che ha deciso di non presentare ricorso. Caso a parte è quello dell’avvocato Steven Donziger, che ha presentato ricorso alla Corte Suprema di Giustizia per cambiare la sentenza contro di lui. Pablo fajardo sostiene che “questa sentenza conferma che il sistema di giustizia nordamericano non fa altro che proteggere l’impresa Chevron senza investigare e pronunciarsi riguardo il crimine ambientale e sociale commesso dalla compagnia petrolifera in Ecuador. Questa decisione inoltre, conferma anche che il sistema di giustizia degli Stati Uniti agisce in maniera non neutrale contro le popolazioni indigene e contadine, e a favore delle corporation nordamericane”. Fajardo sottolinea che la presenza di Donziger all’interno di questo processo è di interesse personale. Donziger non è l’avvocato delle comunità vittime. Donziger è stato allontanato dallo staff legale che rappresenta la UDAPT: decisione delle stesse vittime. L’ammontare della sentenza è di oltre 9.500 milioni di dollari (interessi esclusi) e il denaro verrà investito nella riparazione integrale dell’area danneggiata. La UDAPT conferma nuovamente la decisione di “perseguire i beni di Chevron fino a che la compagnia non paghi per il danno ambientale commesso”. (Pubblicato...
read moreDisastro ambientale Enichem Manfredonia, 40 anni dopo la verità affiora?
[di Ilaria Di Lascia su Ambiente Ambienti] Resi noti i dati dell’indagine conoscitiva sullo stato di salute dell’ambiente e della popolazione a 40 anni di distanza del disastro ambientale di Enichem a Manfredonia L’esplosione dello stabilimento Enichem, 40 anni dopo. Sono stati resi noti a Manfredonia i risultati dell’indagine conoscitiva sullo stato di salute dell’ambiente e della popolazione dopo il disastro ambientale. Lo studio ha riguardato gli effetti a lungo termine della catastrofe che nel 1976 colpì il centro sipontino, quando l’esplosione della colonnina di lavaggio all’interno dello stabilimento Anic riversò 10 tonnellate di arsenico e suoi composti nel territorio circostante. L’indagine epidemiologica è partita nel 2015, finanziata dal Comune di Manfredonia, con la collaborazione dell’Istituto di Fisiologia clinica del Cnr e della Asl di Foggia. I dati dell’indagine epidemiologica dopo il disastro ambientale Le indagini sulla mortalità riguardano tutta la popolazione residente, suddivisa in periodi, a partire dal 1970 fino al 2013, sesso e causa di morte. Il primo dato che emerge dallo studio sul disastro ambientale di Manfredonia mette in evidenza come il tasso di mortalità per tumori sia superiore alla media regionale. A partire dagli anni 2000, e dunque tra coloro che avevano meno di cinquant’anni al momento dell’incidente, si sono registrati 14 decessi in più rispetto alla media regionale. Un dato sconfortante, che rischia di essere solo la punta dell’iceberg. Dal 1995 la mortalità per malattie cardiache è aumentata con un picco di due morti in più al mese nella seconda metà degli anni 90. E si registra anche un eccesso di malformazioni congenite rispetto alla Regione Puglia e a un aumento di patologie cardiovascolari, compatibili con l’aver dovuto subire l’esposizione a elementi inquinanti. Dall’incontro è emerso anche come sia necessario dar vita ad un centro permanente di documentazione e ricerca sui rapporti tra ambiente e salute, in un’ottica di democrazia partecipativa. Il lavoro insomma è appena cominciato e i dati finora emersi sono tutt’altro che rassicuranti. Enichem Manfredonia, il parere di Legambiente Abbiamo chiesto a Gianfranco Pazienza, presidente di Legambiente di San Giovanni Rotondo, cosa è stato fatto in questi 40 anni. «La bonifica è una delle attività ancora tutta da approfondire – ci ha spiegato– Una prima caratterizzazione ha indagato i terreni con sondaggi e carotaggi per trovare tutte le discariche annesse all’Enichem. Successivamente, c’è stata un’attività di bonifica a terra, che ha riguardato queste discariche. Le falde sotterranee sono poi state lavate. Milioni e milioni di metri cubi d’acqua, contenenti le sostanza disciolte nei terreni, hanno raggiunto il mare. Il sito Enichem a Manfredonia risiede su un altipiano, una falesia di terreno molto argilloso e dunque permeabile e altamente porosa. Questo ha fatto sì che le sostanze disciolte nei terreni finissero direttamente in mare». «La considerazione che come associazione ambientalista e come comitato per la salute dell’ambiente del territorio di Manfredonia ci viene di fare – ha continuato Pazienza – è che questi dati andrebbero trattati con responsabilità e resi noti man mano alla popolazione. Non si può più tenere nascosto il dato ambientale agli abitanti direttamente esposti». (Pubblicato...
read moreProfughi interni: più di 31 milioni di persone in 125 Paesi hanno abbandonato le loro case
[di Valeria Fraschetti su La Repubblica] Si è calcolato che è accaduto ogni secondo dell’anno scorso, secondo un report del Global Report on Internal Displacement, pubblicato dall’Internal Global Report on Internal Displacement e dal Norwegian Refugee Council. Violenze, conflitti e disastri ambientali sono le cause di questo fenomeno sottovalutato che ha raggiunto numeri mai registrati prima. Ogni secondo dello scorso anno una persona nel mondo è stata costretta a lasciare la propria casa, ingrossando il già titanico esercito degli sfollati interni, cui solo nel 2016 si sono aggiunte 31,1 milioni di persone in 125 Paesi. A fornire queste cifre impressionanti è il Global Report on Internal Displacement, pubblicato dall’Internal Global Report on Internal Displacement e dal Norwegian Refugee Council. Violenze, conflitti e disastri ambientali sono le principali cause di questo fenomeno drammatico e sottovalutato che, secondo il rapporto, ha raggiunto numeri mai registrati prima. LEGGI IL DOSSIER I disastri naturali che inducono alla fuga. I disastri naturali hanno messo in fuga un numero di persone tre volte superiore a quello dei conflitti e delle violenze: 24,2 milioni. Che si trovano soprattutto in Paesi con redditi bassi o medio-bassi, in buona parte asiatici, e che sono destinati ad aumentare per via dell’impatto del cambiamento climatico. Solo in Cina ci sono stati 7,4 milioni di “sfollati cimatici”, nelle meno popolose Filippine quasi 6 milioni, in India 2,4. Responsabili della maggior parte delle migrazioni per eventi climatici violenti sono le inondazioni. Anche se, per esempio, a Cuba l’uragano Matthew ha costretto quasi un abitante su dieci dell’isola ad abbandonare il proprio rifugio. Sei milioni e novecentomila sono invece le persone che hanno abbandonato la propria casa per via di guerre e violenze lo scorso anno. Di queste, la percentuale maggiore, il 38%, si trova in Africa sub-sahariana. In particolare la Repubblica Democratica del Congo, con 922mila nuovi profughi causati dai violenti scontri nelle aree di North Kivu, South Kivu e Kasa, ha superato la Siria, dove a cercare un nuovo rifugio all’interno del Paese sono stati 824mila persone. La crisi degli sfollati in Centroafrica. Ma la crisi degli sfollati più grave, secondo il Consiglio Norvegese per i Rifugiati, è quella della Repubblica Centroafricana. In questo Paese, dove la metà della popolazione è costretta a mangiare solo una volta al giorno, è profugo un abitante su dieci a causa delle violenze etnico-religiose fra i musulmani Seleka e le milizie cristiane che perdurano dal 2013. Nonostante ciò nel 2016 le Nazioni Unite hanno ricevuto solo il 38% dei fondi necessari a distribuire aiuti umanitari ai centroafricani. Un dato, quest’ultimo, su cui il segretario generale del Consiglio Norvegese per i Rifugiati, Jan Egeland, non ha mancato di redarguire la comunità internazionale sostenendo che “il supporto economico per alleviare le crisi umanitarie deve essere stanziato in base ai bisogni e non agli interessi geopolitici”. Più di 40 milioni di profughi interni. Secondo il rapporto alla fine del 2016 sul Pianeta c’erano in tutto 40,3 milioni di sfollati interni provocati da conflitti e violenza. Quasi due volte quelli dell’anno 2000. “Il numero degli sfollati interni ora supera del doppio quello dei rifugiati”, fa notare Egeland. “È urgente tornare a posizionare il tema dei profughi all’interno dell’agenda mondiale”. Alle sue parole fanno eco quelle della direttrice dell’Internal Displacement Monitoring Center, Alexandra Bilak: “Nonostante lo sfollamento interno sia il punto d’inizio di molti viaggi senza ritorno, nella pratica questo fenomeno è stato eclissato...
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Marica Di Pierri per Valori.it – Verso la Cop30 di Belém, cosa aspettarci dal più importante appuntamento per salvare il clima della Terra? Diretta con Marica Di Pierri, Luca Lombroso, Giovanni Mori e Lorenzo Tecleme.