Dal 10 al 21 novembre 2025 saremo a Belém, in Brasile, per partecipare come osservatori alla 30° Conferenza delle Nazioni Unite sul Clima. Racconteremo quanto avviene dentro e fuori le negoziazioni, porteremo e raccoglieremo le voci dei territori in lotta contro l’estrattivismo, contro il greenwashing e per una transizione ecologica realmente giusta.
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A Belém si discuteranno e valuteranno gli NDCs, i nuovi impegni climatici nazionali che stabiliscono gli obiettivi di riduzione delle emissioni di ogni paese. Accanto alla mitigazione, l’adattamento sarà uno dei temi centrali attraverso il Global Goal on Adaptation (GGA) e i nuovi Piani nazionali di adattamento. Un altro capitolo chiave sarà quello della finanza per il clima. Tra i punti principali il nuovo obiettivo di finanziamento (NCQG), che punta ad aumentare il sostegno ai Paesi in via di sviluppo da 100 a 300 miliardi di dollari l’anno, e la Roadmap Baku-Belém, che traccia un percorso per mobilitare almeno 1.300 miliardi di dollari l’anno entro il 2035.
Temi cruciali, che si scontrano con uno scenario geopolitico ostile, segnato dal negazionismo climatico, dai venti di guerra, dalla corsa al riarmo e dalla violenza istituzionale. Non è un caso che in gioco a Belém ci sia più che mai la credibilità della diplomazia climatica e la sua capacità di tradurre le intenzioni in impegni concreti.
La Cupula dos povos
La Cúpula dos Povos è il grande incontro dei movimenti sociali e delle comunità che vivono in prima linea la crisi climatica. Nata nel 1992 come risposta critica alle negoziazioni ufficiali, propone un’alternativa fondata su giustizia climatica, sociale e ambientale, solidarietà e saperi ancestrali.
Dal 12 al 16 novembre 2025, in concomitanza con la COP30 di Belém, riunirà popoli indigeni, comunità quilombola e tradizionali, giovani e lavorator? in marce, dibattiti e azioni culturali.
La Cúpula mette al centro vite, diritti e territori, non statistiche: unisce chi costruisce ogni giorno soluzioni reali, dall’agroecologia alla difesa dei beni comuni, per spingere i governi ad adottare politiche di vera giustizia climatica.
Dichiarazione della Cupula Dos Povos
Perché A Sud e CDCA alla COP?
Nelle Cop si riuniscono i governi dei 197 Paesi che hanno ratificato la Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (UNFCCC), firmata a Rio de Janeiro nel 1992. Ma la COP30 non è solo un vertice diplomatico: è il terreno di confronto (e di scontro) tra attori diversi e diverse visioni del mondo. Da una parte il business as usual che trasforma la crisi climatica in profitto, dall’altra movimenti e territori che lottano per giustizia climatica, autodeterminazione e diritti della Natura.
La COP30 si terrà nel cuore dell’Amazzonia, a Belém do Pará, in Brasile. Non è un dettaglio geografico ma una scelta politica: è nel Sud globale che l’ingiustizia climatica colpisce più duramente mentre il Nord globale continua a negoziare emissioni e interessi fossili.
Qui non si decide solo il futuro del clima: si decide chi avrà diritto a un futuro.
Per raccontare cosa c’è in gioco, e come finisce la partita.
Andiamo alla COP per osservare da vicino i negoziati, capire quali equilibri politici e di potere si stanno ridefinendo, e portare la prospettiva dei territori e dei movimenti che chiedono giustizia climatica.
La partecipazione di A Sud e CDCA serve a connettere le lotte locali con quelle globali, rafforzare alleanze internazionali e raccontare – con sguardo indipendente e critico – come la diplomazia climatica sta affrontando, o eludendo, le proprie responsabilità.
Perché solo intrecciando voci e resistenze dal basso possiamo costruire un futuro giusto per tutt?.
Per costruire e rafforzare alleanze internazionali
Svolgere la COP in Brasile è un segnale che conta: significa rimettere al centro chi la crisi climatica la subisce davvero. Andiamo a Belém per stare con i movimenti globali per la giustizia climatica. In America Latina oggi si gioca una partita enorme: conflitti ambientali, estrattivismo, repressione, lotte indigene e popolari che resistono da decenni. Con tante realtà — dalla Colombia alla Bolivia, fino all’Amazzonia — abbiamo già lavorato, fatto campagne, costruito ponti. Lì ritroviamo compagn? con cui condividiamo visioni e pratiche.
Per portare una visione radicale dentro la COP
Sì, probabilmente sarà l’ennesimo flop diplomatico. Ma proprio per questo dobbiamo esserci, per non lasciare quei tavoli alle lobby fossili e ai governi che parlano di transizione mentre trivellano.
Da dentro vedi meglio le dinamiche, le crepe, le possibilità di alleanze e di conflitto.
Andiamo per portare la prospettiva della giustizia climatica e delle lotte dal basso, che legano crisi climatica, razzismo, patriarcato e disuguaglianze. La COP non è un punto d’arrivo: è un passaggio. Il resto si fa fuori, insieme, ogni giorno.
Diario dalla COP30
- Giorno 12 – 24 novembre 2025
Belém svela il fallimento della diplomazia climatica, ma apre spiragli: una roadmap anti-fossile e nuove alleanze per la giustizia.
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- Giorno 11 – 21 novembre 2025
Penultimo giorno a Belém: incendio in COP30, stalli politici e pressioni crescenti sul BAM e sull’uscita dai fossili.
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- Giorno 10 – 20 novembre 2025A Belém 85 Paesi spingono per uscire dai fossili, mentre Italia e Polonia frenano. La COP30 è al bivio, il tempo è adesso.
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- Giorno 9 – 19 novembre 2025
Belém rilancia la lotta globale ai fossili: la Colombia guida un fronte che vuole uscire davvero dal modello che brucia il pianeta.
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- Giorno 8 – 18 novembre 2025
Alla COP30 la transizione dai combustibili fossili sembra lontana, mentre i fondi dell’adattamento sono sotto il minimo.
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- Giorno 7 – 17 novembre 2025
Belem in rivolta: popoli indigeni e movimenti sociali spingono per una COP30 che dica finalmente basta ai fossili.
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- Giorno 6 – 15 novembre 2025
Anche quest’anno i dati sulla presenza dei lobbisti Gas&Oil alla conferenza di Belém sono alti: su ogni 25 persone accreditate al vertice, uno è un lobbista dei combustibili fossili, in totale sono oltre 1600.
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- Giorno 5 – 14 novembre 2025
Il TFFF entra nella Cupula tra promesse e contraddizioni: fondi incerti, debiti in aumento e movimenti che denunciano l’ennesima falsa soluzione verde.
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- Giorno 4 – 13 novembre 2025
A Belém la protesta indigena irrompe nella COP30 e svela le contraddizioni del Brasile fossile. Intanto la Cupula esplode di mobilitazioni globali.
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- Giorno 3 – 12 novembre 2025
Adattamento al centro della COP30, ma i fondi restano insufficienti. A Belém arrivano movimenti e comunità indigene: la vera pressione viene dai territori.
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- Giorno 2 – 11 novembre 2025
Lula parla di disuguaglianze alla Cop30, ma il Brasile continua a spingere sul fossile. A Belém torna al centro il nodo tra clima e ingiustizia.
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- Giorno 1 – 10 novembre 2025
Dalla Cop30 alla Cúpula dos Povos: a Belém si apre la sfida per la giustizia climatica tra responsabilità globali, diritti dei popoli e resistenza dei territori.
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Articoli di approfondimento alla COP30
- Cosa resta della Cop30, la battaglia per il clima e i diritti è ancora lunga – 24 novembre 2025
Marica Di Pierri e Laura Greco su Domani – COP30 fallisce su fossili e foreste, ma il Bam e il blocco dei 82 paesi per l’uscita dal fossile aprono spiragli di lotta e nuove alleanze.
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- Sulla fine dei lavori della COP30 – 24 novembre 2025
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Cosa è successo alla 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici? Quali sono le grandi vittorie? Quali le sconfitte?
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- La tabella della discordia – cos’è successo alla COP30 – 23 novembre 2025
Laura Greco su Radio24 – COP30 a Belém annuncia impegni su energia, foreste e adattamento, ma senza una vera uscita dal fossile restano promesse vuote da incalzare con lotte dal basso.
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- “A resposta somos nós”. Ma alla COP30 le richieste dei popoli indigeni non fanno breccia – 23 novembre 2025
Laura Greco su EconomiaCircolare.com – Alla COP30 le voci indigene restano ai margini mentre la foresta corre verso il punto di non ritorno. Senza giustizia, non c’è futuro.
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- La “Dichiarazione di Belém” e il multilateralismo del phase out dai fossili spinto dal basso – 21 novembre 2025
Laura Greco su Altreconomia – Da Belém arriva una spinta dal basso per uscire dai fossili: governi e movimenti uniscono le voci per un phase out reale, giusto, globale.
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- Cop30: senza il Gender action plan ogni azione climatica è limitata – 21 novembre 2025
Marica Di Pierri e Laura Greco su Valori – Nonostante le ambiziose premesse il Gender action plan ha trovato diversi ostacoli sui tavoli negoziali della Cop30
- Cop30: senza il Gender action plan ogni azione climatica è limitata – 21 novembre 2025

- Alla Cop30 arrivano le storie di migrazioni climatiche – 21 novembre 2025
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30, in vista delle negoziazioni finali, si parla del fenomeno crescente degli sfollamenti forzati dal cambiamento climatico.
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- Belém, la foresta degli indigeni si ribella a Lula – 20 novembre 2025
Laura Greco su Il Manifesto – Le nazionalità dell’Amazzonia denunciano l’inagibilità politica alla Cop e chiedono una mobilitazione internazionale guidata direttamente dai popoli indigeni per proteggere i loro territori e affrontare la crisi climatica alla radice
- Alla Cop 30 i movimenti si riprendono la scena – 20 novembre 2025
Marica Di Pierri su Il Manifesto – Era dalla Cop 26 di Glasgow che non si vedeva così tanta società civile. Accanto al vertice ufficiale, in più di 50 mila hanno animato la «Cupula dos povos» per una svolta vera sul clima e i diritti
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- COP30, BELÉM | Italiani in mobilitazione – 20 novembre 2025]
Il Climate Pride in azione alla COP30: l? attivist? chiedono all’Italia una roadmap chiara e ambiziosa per uscire dai fossili.
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- A Belém torna il protagonismo sociale – 19 novembre 2025
Marica Di Pierri su Collettiva – Alla Cop30 movimenti, organizzazioni, popoli e sindacati riacquistano centralità: proposte e campagne dal basso sono arrivate nelle stanze dei negoziati.
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- Come procede la COP30 in Brasile? Intervista a Laura Greco da Bélem – 19 novembre 2025
Laura Greco su Scienza e Pace Magazine – COP30 tra repressione, lobby fossili e resistenze indigene: la giustizia climatica la costruiscono i territori, non i negoziati.
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- Lifegate dalla COP30 – 18 novembre 2025
Marica Di Pierri su Lifegate – Dalla COP30 il racconto dell’inedita comunicazione tra dentro e fuori la COP, tra le richieste indigene e l’ambiguo governo di Lula.
Ascolta su Lifegate
- Il Fondo per le foreste e la falsa soluzione del biocapitalismo si ripropone alla Cop30 di Belém – 18 novembre 2025
Laura Greco su Altreconomia – Il Tropical forests forever facility lanciato da Lula è l’ennesimo dispositivo finanziario che viene presentato come innovazione.
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- Attivismo e giustizia climatica: se il diritto alla protesta diventa un reato – 17 novembre 2025
Marica Di Pierri su Valori.it – Alla Cop30 emerge un allarme globale: in molti Paesi il diritto alla protesta viene represso e l’attivismo ambientale è sempre più criminalizzato
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- Alla Cop30 di Belèm il fondo per l’adattamento resta senza fondi – 17 novembre 2025]
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30 fallisce, per il terzo anno di fila, l’obiettivo di raccolta minima per finanziare l’adattamento dei Paesi del Sud globale.
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- Massiccia partecipazione popolare a Belém – 16 novebre 2025
Marica Di Pierri su L’aria Che Respiri – Alla Cúpula dos Povos tantissime voci per reclamare la fine dei combustibili fossili e una giustizia climatica guidata dai popoli, non dalle multinazionali.
Ascolta su Radio Rai1
- In diretta da Bele?m – Aggiornamenti sulla prima settimana di COP30 – 15 novembre 2025
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – In diretta da Belém, per raccontare in diretta i lavori della 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici. ?Foto di Oliver Ninja e Midia Ninja
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- Cop30: chi difende i combustibili fossili dentro i negoziati sul clima – 14 novembre 2025
Marica Di Pierri per Altreconomia – Alla Cop30 un lobbista fossile ogni 25 delegat?: il vertice che dovrebbe chiudere l’era fossile continua a farsela scrivere da chi la profitta.
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- Giustizia climatica, questa dimenticata – 13 novembre 2025
Marica Di Pierri su Il Manifesto – Il legame tra clima e disuguaglianze è ormai assodato. Ma dopo 30 anni di conferenze, i ricchi continuano a fare grandi affari con i fossili.
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- L’adattamento secondo la COP30: “Adattarsi è sopravvivere” – 13 novembre 2025
Marica Di Pierri per EconomiaCircolare.com – COP30 punta a rendere operativo il Global Goal on Adaptation, tra governance multilivello, indicatori, fondi insufficienti e necessità di giustizia climatica.
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- La Cop30 in Brasile e le politiche industriali green – 11 novembre 2025
Marica Di Pierri per Tutta La Città Ne Parla, Radio3 – È iniziata la Cop30 a Belém, 10 giorni in cui si discuterà su come trovare una via d’uscita alla deriva del cambiamento climatico nonostante le difficoltà politiche che ci circondano.
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- Road to Belém – 7 novembre 2025
Marica Di Pierri per Valori.it – Verso la Cop30 di Belém, cosa aspettarci dal più importante appuntamento per salvare il clima della Terra? Diretta con Marica Di Pierri, Luca Lombroso, Giovanni Mori e Lorenzo Tecleme.
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- Da Parigi a Belém, i conti che non tornano – 6 novembre 2025
Marica Di Pierri per Il Manifesto – Tra tensioni e fragili compromessi, i preparativi alla vigilia della Conferenza Onu. A che punto sono gli impegni nazionali di riduzione e i piani di adattamento dei singoli Paesi.
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- A Sud a Belém alla Cop30 – 6 novembre 2025
A Sud seguirà negoziati e mobilitazioni dalla COP30 di Belém, amplificando le voci dei movimenti per giustizia climatica e sociale.
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- A Sud aderisce alla Global Call to Action della Cúpula dos Povos – 5 settembre 2025
Il 15 novembre scendiamo in piazza: basta disuguaglianze e razzismo ambientale, vogliamo giustizia climatica e un mondo dove la vita sia al centro.
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- Vertice dei Popoli Verso la COP30: Manifesto Politico – 13 giugno 2025
A Sud aderisce al Manifesto dei Popoli verso la COP30: un appello globale per giustizia climatica, anticapitalismo e democrazia dal basso.
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Racconteremo le negoziazioni
Per spiegare cosa accade davvero alla COP30, come si muovono i governi e quali interessi guidano le scelte sulla crisi climatica. Vi offriremo una copertura quotidiana per raccontarvi con le nostre parole e con uno sguardo critico, indipendente e radicale, vicino ai movimenti il dentro e fuori la Cop
Sveleremo le contraddizioni
Tra le promesse ufficiali e la realtà, mostrando lo scontro continuo tra lobby fossili e popoli che difendono la vita e i territori. Denunceremo le responsabilità smascherando la falsa transizione energetica e chi continua a inquinare mentre parla di sostenibilità con greenwashing e false soluzioni
Daremo voce alle comunità
Portando le loro storie, le lotte quotidiane e le alternative concrete alla devastazione ambientale, contro colonialismo ed estrazione. Ci collegheremo con l’Italia per connettere istanze e battaglie
INFO E CONTATTI
Per contatti e interviste con la delegazione:
maricadipierri@asud.net
+ 55 21 967071220
Laura Greco
lauragreco@asud.net
+55 21 997673184
[posted on ClientEarth, April 28, 2017] EU countries have voted to secure tough new industrial pollution rules that could save thousands of lives each year. These standards have not been updated since 2006 and environment organisations have campaigned strongly to ensure success this time. After the UK lobbied to weaken the ‘LCP BREF’, as it’s known, environmental lawyers ClientEarth led a group of NGOs to write to Secretary of State for the Environment Andrea Leadsom to ensure she prioritised human health over industry. Reacting to the result today, ClientEarth CEO James Thornton said: “It’s a victory for cleaner air in the UK this week. We could not be more glad the UK has stepped up to support these stronger pollution limits, despite previously lobbying against them. “These updated standards are late in coming but they are absolutely essential. As we enter the clean energy era, our remaining industrial plants must operate without placing human health in jeopardy. These standards go some way to achieving that.” What do the new standards mean for the coal industry? “Operators of non-compliant plants are now at a crossroads – will they invest to bring them up to standard? Or will they close? Either way, it’s clear that human health is the priority – exactly the result we fought for. “Now, countries must commit to rigorous enforcement to make sure polluters don’t fly under the radar. In the UK, for example, only one of our coal power plants is prepared to meet the new standards. Will this bring the end of coal forward?” To widespread outrage, Germany voted against the new...
read moreGli studi sul riscaldamento globale, ora che la temperatura è oltre già di un grado
[di Andrea Barolini su Lifegate] Gli studi più recenti sul riscaldamento globale fotografano una realtà preoccupante. Ancor più di quanto previsto dal Quinto rapporto dell’Ipcc del 2014. “I cambiamenti climatici saranno la causa di insicurezze alimentari crescenti, penurie di acqua potabile, ondate di profughi ambientali e guerre. La probabilità di impatti gravi, estesi ed irreversibili cresce di pari passo con l’intensificazione del fenomeno”. A distanza di tre anni dal 31 marzo del 2014, quando l’Intergovernamental panel on climate change (Ipcc) – il gruppo di esperti delle Nazioni Unite sull’evoluzione del clima, creato nel 1988 su iniziativa del G7 – rendeva pubblico il suo Quinto rapporto sui cambiamenti climatici, il quadro globale appare ancor più allarmante. È in questo contesto che, dall’8 maggio e fino al 18 i membri delle delegazioni inviate da 196 nazioni di tutto il mondo si sono riuniti a Bonn, in Germania. Obiettivo: tentare di dare attuazione concreta all’Accordo di Parigi, raggiunto al termine della ventunesima Conferenza mondiale sul clima delle Nazioni Unite (Cop 21). Ovvero tentare di limitare la crescita della temperatura media globale a due gradi centigradi, entro la fine del secolo, rispetto ai livelli pre-industriali (cercando di rimanere il più possibile vicini agli 1,5 gradi). Cosa dicono gli ultimi studi sul clima Un compito per nulla semplice, se si tiene conto delle informazioni che giungono dai principali centri di ricerca internazionali: il National Climatic Data Center (Ncdc) americano, ad esempio, ha fatto sapere che il primo trimestre di quest’anno è risultato il secondo più caldo mai registrato, dopo il record stabilito nello stesso periodo del 2016. L’Organizzazione meteorologica mondiale (Omm), inoltre, ha reso noto che siamo già arrivati ad un livello di 1,1 gradi superiore rispetto all’era pre-industriale. Dal 2014, poi, le emissioni mondiali di biossido di carbonio (CO2) – tra le principali responsabili del riscaldamento globale – sembrano essersi stabilizzate attorno ai 41 miliardi di tonnellate all’anno. Ma non accennano a diminuire, tanto che la National Oceanic and Atmospheric Administration ha annunciato un nuovo record di concentrazione nell’atmosfera per la CO2: abbiamo superato le 410 parti per milione (un livello che si ritiene non sia mai stato raggiunto negli ultimi due milioni di anni). Il rapporto Ipcc alla base dell’Accordo di Parigi Aprendo i lavori della 38esima sessione dell’Ipcc, l’allora presidente dell’organizzazione Rajendra Kumar Pachauri si augurò che “il materiale contenuto nel rapporto possa essere d’aiuto rispetto alla complessa discussione in materia di influenza antropica sui sistemi climatici, in vista dei futuri negoziati internazionali sul clima”. Il documento, in effetti, ha costituito la base per il lavoro diplomatico che, un anno e mezzo più tardi, ha portato proprio all’approvazione dell’Accordo di Parigi. D’altra parte, lo studio del 2014 si presenta come un documento “di riferimento”, estremamente corposo e dettagliato, frutto di un lavoro immenso: basti pensare che, per completarlo, sono state passate al vaglio ben 12mila pubblicazioni scientifiche. Giungendo alla conclusione che senza una correzione di rotta immediata, la crescita delle temperature medie globali sulla superficie delle terre emerse e degli oceani potrebbe arrivare a toccare anche i 4 gradi centigradi alla fine del secolo rispetto ai livelli pre-industriali. Il che equivarrebbe a una catastrofe “alla quale – aveva spiegato il co-presidente dell’Ipcc Vicente Barros – l’umanità non è preparata”, condita da “un rallentamento della crescita”, nonché “dalla creazione di nuove sacche di povertà”. Conseguenze catastrofiche del riscaldamento globale A...
read more[posted by Helen Thomson on New Scientist, May 8, 2017] Improving the worst environments in the US could prevent 39 in every 100,000 cancer deaths. That’s according to the first study to address the impact of cumulative exposure to environmental hazards on cancer incidence in the US, which found strong links between poor environmental quality and increased rates of cancer. The environment we live in can influence biological processes such as hormone function and gene expression, or cause DNA damage – all of which can alter the risk of developing certain cancers. For instance, lung cancer incidence can increase due to chronic exposure to certain pesticides, diesel exhaust and the radioactive gas radon. Social factors also take their toll – poverty is linked to liver cancer, for example, due to increased alcohol consumption. Jyotsna Jagai at the University of Illinois and her colleagues investigated these links by comparing data from the Environmental Quality Index – a measure of cumulative environmental exposures between the years of 2000 and 2005 – with cancer incidence across the US from 2006 to 2010. The results showed increases in cancer incidence with decreasing environmental quality. The link was clearest with prostate and breast cancer. Data under threat “There is a tension in the field as to whether to focus on individual or cumulative environmental exposures,” says Scarlett Gomez of the Cancer Prevention Institute of California in an accompanying editorial. She says that although identifying individual exposures can allow them to be addressed in a targeted way, pinpointing them can be difficult because many potential cancer factors are linked together. For example, people of low socioeconomic status tend to live in areas that score poorly for multiple environmental factors. Even so, the data compiled by Jagai’s team can at least help identify which communities are most vulnerable to high cancer rates. However, this may be hampered by new legislative proposals, introduced in January, that seek to rein in federal collection of local area data. Jagai and her team also warn that a bill introduced in February to terminate the Environmental Protection Agency, which provided the environmental data used in the study, will severely harm researchers’ abilities to further investigate the factors that contribute to...
read moreOn the basis of the anti-Chevron campaign, several Swiss organizations have launched a call to the Swiss National Bank (BNS) to request that it intervenes in the annual Assembly of Chevron Corporation in the United States on 31 May 2017 to vote in favour of climate, human rights and environmental resolutions. In two resolutions, the Ecuadorian case is also mentioned which, according to the shareholder initiators, has been mismanaged.Instead of achieving a quick, fair and global solution for the affected communities, has taken a long time and created enormous costs The call comes from various ranges of organizations that fight for human rights, labor rights, environmental rights, food sovereignty, the rights of indigenous peoples, the responsibility of transnational corporations, the right to health, etc. These include large platforms such as the Climate alliance, medicus mundi. We hope that this collaboration can forward the global struggle to fight climate warming and corporate impunity. CALL TO THE NATIONAL SWISS BANK TO USE ITS PROXYVOTES AT THE ANNUAL MEETING OF CHEVRON CORPORATION MAY 31, 2017 TO DEFEND THE RESPECT OF HUMAN AND ENVIRONMENTAL RIGHTS We, the undersigned organizations and institutions of civil society, call upon the Swiss National Bank (SNB) to support – through its voting rights at the Annual Meeting of Chevron on May 31, 2017 Chevron in the United States – the stockholders’ proposals in the perspective of mitigating climate change and for the respect for human and environmental rights. A recent report of the “Artisans de la Transition” stressed the importance of investments in the fossil fuel industry in the US-equity portfolio of the SNB regarding companies quoted on the stock exchange in the United States. However, these investments are not compatible with SNB’s investment guidelines concerning environmental and human rights violations nor with the Paris Climate Agreement signed by Switzerland. In this portfolio, Chevron represents an important percentage of shares. Chevron Corporation is well known in Switzerland for its appalling record regarding environmental and human rights violations related to the oil operations of Texaco (bought by Chevron) in the Ecuadorian Amazon, one of the most important environmental contaminations in the world. After 50 years of pollution and 23 years of legal proceeding and despite having been sentenced to pay US$9.5 billion in repair and mitigation costs to compensate for the damages affecting livelihoods and the health of the inhabitants, the UDAPT – Union of people affected by the oil operations of Texaco (now Chevron), representing 30,000 peasants and natives, still has to fight, via lawsuits in several countries, in order to get Chevron to enforce the judgment and pay-up. Meanwhile, the toxics continue to spread and impact the ecosystems of the Amazonian forest, which plays a central role in the fight against climate change. In the margins of the Davos World Economic Forum (WEF), Chevron received twice (in 2006 and 2015) the Public Eye award of the Declaration of Berne (today Public Eye) and Greenpeace. This shaming award highlights Chevron as being the most irresponsible corporations as far as environmental and human rights are concerned . In Geneva, the Ecuadorian case is regularly referred to as emblematic example within the Intergovernmental Working Group on TNC’s and Human Rights at the Human Right Council of the United Nations as well as in the International Campaign against Corporate Impunity, representing...
read moreGlifosato: non serve vivere vicino ai campi per essere contaminati
[di Maurizio Bongioanni su SlowFood] Uno studio indipendente trova consistenti tracce di glifosato in un campione di donne in gravidanza residenti a Roma. Da quando L’Iarc (Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro) ha classificato il glifosato come «probabilmente cancerogeno» il dibattito sull’erbicida più utilizzato al mondo è salito a livello europeo dove l’autorizzazione al suo utilizzo è stata rinnovata a tutto il 2017. Se ancora qualcuno di voi avesse dubbi sul fatto che non è più tollerabile continuare a subire l’avvelenamento di questa sostanza e ancora non avesse firmato Ice (Iniziativa dei cittadini europei) che ne chiede il bando dal territorio europeo (firmate qui per favore), vi riportiamo l’ennesimo studio che prova quanto possa essere dannoso per la nostra salute. Ad aprile 2017 l’associazione A Sud e la rivista Il Salvagente hanno incaricato un laboratorio tedesco di eseguire analisi tossicologiche indipendenti su un campione di 14 donne incinte, scelte in nel contesto urbano della città di Roma. I risultati dei test, effettuati dal BioCheck Lab di Lipsia, sono allarmanti: tutti e 14 i campioni di urine raccolti mostrano la presenza di glifosato, con un range che va dagli 0,43 ai 3,48 nanogrammi/ml. La sua presenza può essere dovuta da diversi fattori, primo tra tutti l’alimentazione. Il glifosato entra nell’organismo umano non solo mediante pane, pasta, farina e altri prodotti a base di farina ma anche attraverso carni e formaggi. Sappiamo tutti che l’85% dei mangimi utilizzati negli allevamenti sono costituiti da mais, soia, colza Ogm brevettati proprio per essere resistenti al glifosato. Quanto glifosato dovrebbe esserci nelle urine? La risposta a questa domanda è: zero. Se è vero che non sono previsti livelli massimi di concentrazione nel corpo umano, è comunque inammissibile la presenza di questa sostanza chimica. Come conferma l’oncologa Patrizia Gentilini, membro del Comitato Scientifico dell’Isde (International Society of Doctors for the Environment), che ha commentato: «Il glifosato rinvenuto nelle urine delle donne che si sono sottoposte al test è in concentrazioni superiori al limite di quantificazione nel 100% dei casi». Gentilini spiega che in un’indagine dello stesso tipo effettuata in Germania dal 2001 al 2015 su un totale di 399 soggetti – maschi e femmine di età compresa tra i 20 e i 29 anni – il glifosato è stato trovato solo nel 32% delle analisi effettuate. «Occorre considerare – aggiunge Gentilini – che il valore massimo riscontrato tra le 14 donne in gravidanza esaminate a Roma è stato del 24% superiore al valore più alto trovato tra le analisi effettuate in Germania. Vi sono ragioni scientifiche perché il risultato dei test possa ritenersi un campanello di allarme». Insomma, si può affermare che questa ricerca evidenzia il rischio concreto per la salute umana, riproduttiva e neonatale rappresentato dall’esposizione al glifosato. Perché? Oltre alla sua neurotossicità e alla connessione con diverse tipologie di cancro, l’erbicida è da considerarsi un interferente endocrino associato all’insorgenza di disturbi della crescita, aborti spontanei, anormalità dello sperma e diminuzione del numero degli spermatozoi. Vi serve altro? Nel dubbio vi riportiamo un’altra ricerca. In uno studio indipendente ancora in corso, il dottor Paul Winchester sta dimostrando che le madri con alti livelli di glifosato nelle urine hanno una gravidanza più breve e i bambini un peso minore alla nascita, il che può comportare minori abilità cognitive nell’età dello sviluppo e più alti rischi di sindromi metaboliche. Dallo...
read more[posted by Maurizio Bongioanni on SlowFood, May 30, 2017] An independent study finds consistent traces of glyphosate in a sample of pregnant women in Rome. Since the International Agency for Research on Cancer (IARC) classified glyphosate as ‘probably carcinogenic for humans’, the debate raging round the world’s most used herbicide has mounted, while the license to use it in Europe has been renewed for the whole of 2017. If you still have doubts about the fact that it is no longer tolerable to go on being poisoned by use of this substance, and if you still haven’t signed the European citizens’ initiative demanding for it to be banned from European territory, here we refer you to two important studies that prove how harmful it can be to our health. The first, carried out by the Italian magazine Il Salvagente in collaboration with the A Sud association, demonstrates how even people not in direct contact with glyphosate may contain traces of it. In April 2017, the magazine and the association commissioned BioCheck Lab of Leipzig to perform independent toxicological analyses on a sample of 14 pregnant women chosen in an urban context, the city of Rome. The results of the urine tests carried out by the German laboratory are alarming: all 14 urine samples collected showing a presence of glyphosate ranging from 0.43 to 3.48 ng/ml. In another independent study that is still underway, Dr Paul Winchester is demonstrating how mothers with high levels of glyphosate in their urine have shorter pregnancies and their babies have a lower weight at birth, a fact that may lead to poorer cognitive skills during puberty and higher risks of metabolic syndromes. The presence of glyphosate may be due to a number of different factors, above all diet and exposure caused by the proximity of cultivated fields, but that’s not the real point. How much glyphosate should there be in urine anyway? The answer is none. If it is true that no maximum levels of concentration have been established for the human body, the presence of this chemical substance is nonetheless unacceptable. Aside from its neurotoxicity and connection with different typologies of cancer, the herbicide should be considered as an endocrine interferent, associated with the onset of growth disorders, miscarriages, sperm abnormalities and reduced sperm counts. The study of women in Rome was part of a broader Dossier produced by the A Sud, Navdanya International and CDCA associations, entitled Il Veleno è servito – glifosate e altri veleni dai campi alla tavola (Poison is Served: glyphosate and other poisons from the fields to the table), which describes the history, development and risks of synthetic chemicals in agriculture and offers an interesting overview of the effects of glyphosate in the rest of the world. In the United States, for example, it was found in the urine of 93% of the consumers who underwent toxicological tests during a project launched by the University of California, San Francisco, California (UCSF), while Argentina is one of the countries most hit by the effects of industrial agriculture. Since the Argentine government opened its doors to the transgenic cultivation of RoundUp Ready soybeans resistant to RoundUp in 1996, there has been an explosion of cases of cancer and congenital malformations in the country, as may be seen in the images of photographer Pablo Piovano. In Colombia, finally, massive recourse to aerial glyphosate fumigation...
read moreViaggio nella provincia assediata dalle discariche
[di Marina Forti su Internazionale] Il traffico comincia di buon’ora. Traffico pesante. “Alle sei, le sette del mattino ci sono file di camion in coda per raggiungere le discariche”, dice Luigi Rosa, che vive a Vighizzolo, frazione di Montichiari, piccolo comune a sudest di Brescia, 23mila abitanti e 21 discariche di rifiuti. Cinque impianti attivi, altrettanti dismessi e undici vecchi siti illegali: in pochi chilometri quadrati sono accumulati più di 12 milioni di metri cubi di rifiuti industriali, ceneri e fanghi di depurazione, lastre di eternit, materiali di scarto d’ogni sorta. Roba che va sotto il nome di rifiuti speciali, pericolosi e non. “Vediamo arrivare fino a 250 camion al giorno diretti a cave e discariche”, continua Rosa, uno dei volti più noti dei comitati che si battono contro le discariche. Siamo al centro della brughiera di Montichiari, una piana ondulata e verde punteggiata da collinette e da buchi. Le colline a ben vedere sono montagnole squadrate, parallelepipedi coperti d’erba o magari da teloni verdastri: tutti siti ormai colmi. Poi ci sono i buchi, cioè le discariche attive. A pochissima distanza dalla frazione Vighizzolo, in un comprensorio di due chilometri per tre, c’è la massima concentrazione. Ecco le due discariche della Valseco, di cui una in attività, con quasi tre milioni di metri cubi di rifiuti pericolosi. Più in là il buco della Ecoeternit, una vecchia cava di ghiaia pavimentata con l’argilla, autorizzata a raccogliere quasi un milione di metri cubi di cemento-amianto. Dietro ci sono la collina della Pulimetal e i suoi due milioni di metri cubi di rifiuti pericolosi e tossico-nocivi ora ricoperti d’erba, con i camini di sfiato a distanze regolari. Sul lato opposto, una successione di camion si dirige verso la discarica Edilquattro del gruppo Bernardelli, dove si trovano quasi 900mila metri cubi di rifiuti. Accanto alla Ecoeternit c’è la Gedit, anche questa attiva, con un milione di metri cubi di rifiuti pericolosi, inclusi fanghi e liquami. E ancora: l’enorme buco dell’ennesima cava dismessa, acquistata dalla ditta Padana green, che ha chiesto l’autorizzazione per farne una discarica per oltre un milione di metri cubi di rifiuti pericolosi e non, amianto incluso. Una accanto all’altra, colline e voragini, milioni di metri cubi di rifiuti in sei chilometri quadrati. Rosa è tra i fondatori di Sos terra Montichiari, comitato nato nel marzo 2010 contro il progetto di costruire proprio qui un impianto per incenerire l’amianto. “Era troppo”, racconta, “abbiamo cominciato a protestare. Alla fine siamo riusciti a evitare l’inceneritore, ma intanto ci siamo resi conto di cosa c’era qui, quante discariche ci avevano già costruito sotto il naso”. Ricorda che quando era ragazzo, qui era un susseguirsi di frutteti e campi di grano, e d’estate veniva a raccogliere le pesche: intorno ci sono ancora diverse cascine. A Vighizzolo gli animi sono ormai esasperati. “Spesso sentiamo zaffate maleodoranti”, spiega, in cui si mescolano odore di marcio e di bitume: gli abitanti lo denunciano da tempo, anche se è difficile misurare gli odori. È in questa piccola frazione di duemila abitanti che lo scorso 17 ottobre gli alunni della scuola elementare sono finiti all’ospedale. Quel mattino l’odore era più forte del solito e i bambini non riuscivano a respirare, così le maestre hanno chiamato il 118; molti sono stati ricoverati, alcuni trattenuti fino al giorno dopo. Ai genitori è stato poi...
read moreEscherichia Coli e tumori, Valle Crati ‘depura’ vicino a un inceneritore abbandonato e i suoi rifiuti tossici
[di Maria Teresa Improta su QuiCosenza] L’area doveva essere bonificata e trasformata in parco Urbano. Si pensa invece di ampliare l’impianto nonostante le acque immesse nel Crati risultino contaminate da escherichia coli e i residenti lamentino l’aumento di patologie oncologiche. Il fantasma dell’inceneritore abbandonato alle porte di Rende. Un impianto chiuso per inquinamento con le ciminiere pericolanti e i suoi scarti, lasciati a marcire dal 1999 in località Coda di Volpe, preoccupano i rendesi. I residenti attribuiscono l’aumento delle patologie oncologiche nel quartiere a questo ecomostro mai del tutto smantellato. A pochi metri dai residui di ecoballe putrefatte coperte da un velo di terriccio e dalle ceneri tossiche del termovalorizzatore abbandonate, il Consorzio Valle Crati depura i reflui fognari di 35 Comuni della provincia di Cosenza. Le ‘acque nere’ prodotte da oltre 220mila abitanti vengono poi riversate nel fiume Crati. Dal bocchettone del depuratore arrivano alla diga di Tarsia, poi, una parte viene convogliata nei canali del Consorzio di Bonifica e usata per l’irrigazione dei campi nella sibaritide, il resto va in mare sul Tirreno cosentino. L’Arpacal dopo aver effettuato dei prelievi nel mese di Aprile ha segnalato al Comune di Rende e ai gestori dell’impianto lo sforamento dei limiti di presenza di escherichia coli e azoto ammoniacale “indice di inquinamento organico”. Nella relazione si legge come “nell’area prossima all’immissione del refluo fognario proveniente dall’impianto del Consorzio Valle Crati (gestito dalla Geko Spa ndr) risultano evidenti cospicui agglomerati di schiuma flottanti in superficie e lungo le sponde nonché l’odore maleodorante tipico di un refluo fognario“. Un problema che dopo il sequestro dell’intero depuratore avvenuto nel 2013 doveva essere superato nell’immediatezza. Così non è stato. L’unica preoccupazione del Consorzio guidato, fino alla sua interdizione dai pubblici uffici, da Maximiliano Granata in questi anni pare sia stata il recupero dei fondi per raddoppiare l’impianto. Trentacinque milioni di euro di fondi Cipe ancora non stanziati che permetterebbero di ampliare il numero di vasche di depurazione e rimpinguare le casse del Consorzio Valle Crati. L’iter per l’avvio del progetto, per ora, è fermo. Duole però constatare che ai tavoli istituzionali tenutisi in Prefettura i referenti del Consorzio abbiano ‘dimenticato’ di segnalare la presenza di un sito altamente contaminato a pochi metri dal depuratore. Si tratta dell’inceneritore di Coda di Volpe, struttura chiusa per sforamento dei limiti di inquinamento e per la certificata contaminazione di suolo, aria e acque. LA STORIA DEL DEPURATORE DI CODA DI VOLPE Il progetto originario di Cecchino Principe negli anni Settanta era quello di creare un impianto di depurazione che avrebbe trattato le acque nere che sarebbero servite poi ad irrigare tutti i terreni circostanti. A ciò si sarebbe aggiunto un impianto di compostaggio in modo da creare una ‘cittadella’ per il trattamento dei rifiuti solidi e liquidi urbani. L’area individuata ed in cui ancora oggi convivono depuratore, inceneritore e rifiuti tossici abbandonati, misura 166 ettari, una superficie pari a 40 campi di calcio. “Mentre scavavano – ricorda un anziano ingegnere che ha seguito la vicenda dei due impianti dall’origine – per creare le vasche sono arrivati alle falde acquifere. Dagli anni Ottanta fino al 2015 le acque nere, ovvero i reflui fognari di 35 Comuni cosentini e acque potabili convivevano mischiandosi.Quando scavavano mettevano cemento e toglievano acqua. Hanno così costruito quattro vasche non impermeabilizzate e non sono mai state utilizzate per irrigare i terreni di Rende,...
read moreRiparte il contratto di fiume Feltrino al Centro Documentazione Conflitti Ambientali Abruzzo
[su VideoCittà] Il 10 aprile scorso Comune di Lanciano ha formalmente affidato la prosecuzione del Contratto di Fiume del Feltrino al CDCA Abruzzo, che ha firmato per accettazione l’incarico . L’Associazione aveva già svolto, sempre su incarico del Comune di Lanciano, la prima fase dell’importante iniziativa, l’unica del suo genere finanziata in ambito regionale. Nella prima fase era stato predisposto il dossier preliminare, consegnato nel novembre 2015, che aveva aggiornato e consolidato le conoscenze sullo stato di degrado che da decenni affligge l’intero bacino idrografico del Feltrino. E’ stato creato e gestito il sito web del Contratto di fiume Feltrino, tutt’ora attivo (Sito Web: http://www.contrattodifiumefeltrino.org/). E’ stato redatto e portato a firma il Protocollo di intesa e infine è stato avviato il processo partecipativo di coinvolgimento degli stakeholder, che però è stato interrotto a novembre 2015 a causa di lungaggini burocratiche. Il progetto è stato modificato, accorpando in un’unica fase di attivazione e attuazione, che da progetto originario prevede una durata di 4 mesi. È stata inserita una terza fase operativa che prevede la realizzazione di alcune azioni di contrasto all’abbandono dei rifiuti e che non è oggetto dell’incarico conferito al CDCA Abruzzo. Il CDCA Abruzzo è stato incaricato di realizzare una seconda macrofase di attivazione/attuazione che prevede le azioni di predisposizione di una Mappa cartografica dell’area interessata dal Contratto di Fiume, predisposizione del Piano d’Azione e verifica di Assoggettabilità a VAS, predisposizione del Contratto di Fiume, predisposizione del Piano di Comunicazione e la predisposizione del Piano di Monitoraggio. L’incarico prevede, secondo quando si apprende nel comunicato stampa, la scadenza del 31 maggio 2017: poco più di un mese. Essendo già operativi nella realizzazione di tutto quanto previsto Silvia Ferrante presidente del CDCA Abruzzo, rileva che il Contratto di Fiume è un processo partecipativo che non può compiersi in un solo mese di lavoro. E per questo auspica che ci sia una proroga di 3 mesi, e che sia l’ultima. Nella seconda fase del Contratto di Fiume si provvederà a verificare la sussistenza di elementi nuovi che richiedano l’aggiornamento del dossier, attraverso attività di campo e ricerche documentali. Alcune novità sul bacino idrografico sono già note, la più importante delle quali consiste nella realizzazione ed attivazione di un nuovo depuratore in località Santa Croce di Lanciano, inaugurato il 12 aprile. Nel corso del convegno di presentazione è stata inoltre data anticipazione ai partecipanti dell’avvenuto affidamento al CDCA Abruzzo del completamento del Contratto di Fiume. Si rileva però, che sebbene questa novità, prosegue la Ferrante, sia importantissima e dia un contributo notevole alla risoluzione delle problematiche del Feltrino, non possiamo considerarla come risolutiva. Il contributo del nuovo depuratore dovrà essere valutato e monitorato e si dovrà procedere anche sulle altre problematiche individuate e presenti in tutti i comuni del bacino idrografico. Le attività verranno svolte presso la nuova sede presso il Municipio di Frisa. (Pubblicato il...
read morePesticidi: il veleno è servito
Nei cibi che mangiamo, nell’acqua che beviamo, nella terra che calpestiamo e nell’aria che respiriamo si nasconde un nemico invisibile. Sono i pesticidi, sostanze tossiche utilizzate massicciamente nella produzione di alimenti, che minacciano gravemente la nostra salute e gli equilibri ecologici di vaste zone del pianeta. Il modello agroindustriale basato su controllo delle sementi, monocolture e utilizzo massivo di agrotossici e tra le cause strutturali delle crisi che il pianeta sta attraversano: climatica, alimentare, ambientale, idrica, sanitaria. Il dossier “Il veleno e servito”, realizzato dalle Associazioni A Sud e Navdanya International e dal Centro Documentazione Confitti Ambientali, ne racconta storia, evoluzioni e rischi, sofermandosi sugli studi scientifci pubblicati, sui profli normativi, sul confitto di interessi che coinvolge le lobbies agrochimiche impegnate ad ottenere normative piu permissive e sulle azioni dal basso promosse in diversi paesi da cittadini, agricoltori e movimenti sociali in prima linea per difendere la propria salute e la sovranita alimentare. Il dossier e frutto di un’investigazione sul crescente utilizzo degli agrotossici in agricoltura e intende denunciare non solo le pressioni in corso per la commercializzazione di uno specifco prodotto, il glifosato, a scapito della sua potenziale tossicita e dei rischi connessi per la salute umana e per l’ambiente, ma anche la fragilita di un sistema di regolamentazione che dovrebbe tutelare consumatori e cittadini. Scarica il dossier Scarica l’abstract Le analisi choc: 14 donne incinte positive all’erbicida Indiziato numero uno? L’alimentazione. Non serve vivere vicino ai campi, il rischio di essere contaminati dal glifosato è reale anche abitando al centro di una grande città come Roma. Le analisi condotte dal Salvagente, in collaborazione con l’associazione A Sud, parlano chiaro: 14 donne su 14 esaminate sono risultate positive alla ricerca di glifosato nelle loro urine. I quantitativi di glifosato riscontrati dalle analisi vanno da 0,43 nanogrammi per millilitro di urina fino a 3,48 nanogrammi. Pochi? Molti? Impossibile dare un giudizio, dal momento che non esistono quantità massime consentite. Quel che è certo è che il glifosato non dovrebbe mai essere presente nel nostro organismo, tanto meno in quello dei nascituri. Potete firmare l’ICE europea per firmare il glifosato su: www.stopglyphosate.org/it Per informazioni e interviste: Marica Di Pierri maricadipierri@asud.net...
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Marica Di Pierri per Valori.it – Verso la Cop30 di Belém, cosa aspettarci dal più importante appuntamento per salvare il clima della Terra? Diretta con Marica Di Pierri, Luca Lombroso, Giovanni Mori e Lorenzo Tecleme.