CDCA e A Sud alla COP30 a Belém

La voce di A Sud dalla COP30 di Belém (Brasile) e le iniziative in Italia

Dal 10 al 21 novembre 2025 saremo a Belém, in Brasile, per partecipare come osservatori alla 30° Conferenza delle Nazioni Unite sul Clima. Racconteremo quanto avviene dentro e fuori le negoziazioni, porteremo e raccoglieremo le voci dei territori in lotta contro l’estrattivismo, contro il greenwashing e per una transizione ecologica realmente giusta.

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L’agenda della COP30

A Belém si discuteranno e valuteranno gli NDCs, i nuovi impegni climatici nazionali che stabiliscono gli obiettivi di riduzione delle emissioni di ogni paese. Accanto alla mitigazione, l’adattamento sarà uno dei temi centrali attraverso il Global Goal on Adaptation (GGA) e i nuovi Piani nazionali di adattamento. Un altro capitolo chiave sarà quello della finanza per il clima. Tra i punti principali il nuovo obiettivo di finanziamento (NCQG), che punta ad aumentare il sostegno ai Paesi in via di sviluppo da 100 a 300 miliardi di dollari l’anno, e la Roadmap Baku-Belém, che traccia un percorso per mobilitare almeno 1.300 miliardi di dollari l’anno entro il 2035.

Temi cruciali, che si scontrano con uno scenario geopolitico ostile, segnato dal negazionismo climatico, dai venti di guerra, dalla corsa al riarmo e dalla violenza istituzionale.  Non è un caso che in gioco a Belém ci sia più che mai la credibilità della diplomazia climatica e la sua capacità di tradurre le intenzioni in impegni concreti.

La Cupula dos povos

La Cúpula dos Povos è il grande incontro dei movimenti sociali e delle comunità che vivono in prima linea la crisi climatica. Nata nel 1992 come risposta critica alle negoziazioni ufficiali, propone un’alternativa fondata su giustizia climatica, sociale e ambientale, solidarietà e saperi ancestrali.

Dal 12 al 16 novembre 2025, in concomitanza con la COP30 di Belém, riunirà popoli indigeni, comunità quilombola e tradizionali, giovani e lavorator? in marce, dibattiti e azioni culturali.

La Cúpula mette al centro vite, diritti e territori, non statistiche: unisce chi costruisce ogni giorno soluzioni reali, dall’agroecologia alla difesa dei beni comuni, per spingere i governi ad adottare politiche di vera giustizia climatica.

Dichiarazione della Cupula Dos Povos

Perché A Sud e CDCA alla COP?

Nelle Cop si riuniscono i governi dei 197 Paesi che hanno ratificato la Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (UNFCCC), firmata a Rio de Janeiro nel 1992. Ma la COP30 non è solo un vertice diplomatico: è il terreno di confronto (e di scontro) tra attori diversi e diverse visioni del mondo. Da una parte il business as usual che trasforma la crisi climatica in profitto, dall’altra movimenti e territori che lottano per giustizia climatica, autodeterminazione e diritti della Natura.
La COP30 si terrà nel cuore dell’Amazzonia, a Belém do Pará, in Brasile. Non è un dettaglio geografico ma una scelta politica: è nel Sud globale che l’ingiustizia climatica colpisce più duramente mentre il Nord globale continua a negoziare emissioni e interessi fossili.
Qui non si decide solo il futuro del clima: si decide chi avrà diritto a un futuro.

Per raccontare cosa c’è in gioco, e come finisce la partita.

Andiamo alla COP per osservare da vicino i negoziati, capire quali equilibri politici e di potere si stanno ridefinendo, e portare la prospettiva dei territori e dei movimenti che chiedono giustizia climatica.
La partecipazione di A Sud e CDCA serve a connettere le lotte locali con quelle globali, rafforzare alleanze internazionali e raccontare – con sguardo indipendente e critico – come la diplomazia climatica sta affrontando, o eludendo, le proprie responsabilità.
Perché solo intrecciando voci e resistenze dal basso possiamo costruire un futuro giusto per tutt?.

Per costruire e rafforzare alleanze internazionali

Svolgere la COP in Brasile è un segnale che conta: significa rimettere al centro chi la crisi climatica la subisce davvero. Andiamo a Belém per stare con i movimenti globali per la giustizia climatica. In America Latina oggi si gioca una partita enorme: conflitti ambientali, estrattivismo, repressione, lotte indigene e popolari che resistono da decenni. Con tante realtà — dalla Colombia alla Bolivia, fino all’Amazzonia — abbiamo già lavorato, fatto campagne, costruito ponti. Lì ritroviamo compagn? con cui condividiamo visioni e pratiche.

Per portare una visione radicale dentro la COP

Sì, probabilmente sarà l’ennesimo flop diplomatico. Ma proprio per questo dobbiamo esserci, per non lasciare quei tavoli alle lobby fossili e ai governi che parlano di transizione mentre trivellano.
Da dentro vedi meglio le dinamiche, le crepe, le possibilità di alleanze e di conflitto.
Andiamo per portare la prospettiva della giustizia climatica e delle lotte dal basso, che legano crisi climatica, razzismo, patriarcato e disuguaglianze. La COP non è un punto d’arrivo: è un passaggio. Il resto si fa fuori, insieme, ogni giorno.


Diario dalla COP30

  • Giorno 12 – 24 novembre 2025
    Belém svela il fallimento della diplomazia climatica, ma apre spiragli: una roadmap anti-fossile e nuove alleanze per la giustizia.
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  • Giorno 11 – 21 novembre 2025
    Penultimo giorno a Belém: incendio in COP30, stalli politici e pressioni crescenti sul BAM e sull’uscita dai fossili.
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  • Giorno 10 – 20 novembre 2025A Belém 85 Paesi spingono per uscire dai fossili, mentre Italia e Polonia frenano. La COP30 è al bivio, il tempo è adesso.
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  • Giorno 9 – 19 novembre 2025
    Belém rilancia la lotta globale ai fossili: la Colombia guida un fronte che vuole uscire davvero dal modello che brucia il pianeta.
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  • Giorno 7 – 17 novembre 2025
    Belem in rivolta: popoli indigeni e movimenti sociali spingono per una COP30 che dica finalmente basta ai fossili.
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  • Giorno 6 – 15 novembre 2025
    Anche quest’anno i dati sulla presenza dei lobbisti Gas&Oil alla conferenza di Belém sono alti: su ogni 25 persone accreditate al vertice, uno è un lobbista dei combustibili fossili, in totale sono oltre 1600.
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  • Giorno 5 – 14 novembre 2025
    Il TFFF entra nella Cupula tra promesse e contraddizioni: fondi incerti, debiti in aumento e movimenti che denunciano l’ennesima falsa soluzione verde.
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  • Giorno 4 – 13 novembre 2025
    A Belém la protesta indigena irrompe nella COP30 e svela le contraddizioni del Brasile fossile. Intanto la Cupula esplode di mobilitazioni globali.
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  • Giorno 3 – 12 novembre 2025
    Adattamento al centro della COP30, ma i fondi restano insufficienti. A Belém arrivano movimenti e comunità indigene: la vera pressione viene dai territori.
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  • Giorno 2 – 11 novembre 2025
    Lula parla di disuguaglianze alla Cop30, ma il Brasile continua a spingere sul fossile. A Belém torna al centro il nodo tra clima e ingiustizia.
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  • Giorno 1 – 10 novembre 2025
    Dalla Cop30 alla Cúpula dos Povos: a Belém si apre la sfida per la giustizia climatica tra responsabilità globali, diritti dei popoli e resistenza dei territori.
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Articoli di approfondimento alla COP30

  • Cosa resta della Cop30, la battaglia per il clima e i diritti è ancora lunga – 24 novembre 2025
    Marica Di Pierri e Laura Greco su Domani – COP30 fallisce su fossili e foreste, ma il Bam e il blocco dei 82 paesi per l’uscita dal fossile aprono spiragli di lotta e nuove alleanze.
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  • Sulla fine dei lavori della COP30 – 24 novembre 2025
    Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Cosa è successo alla 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici? Quali sono le grandi vittorie? Quali le sconfitte?
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  • La tabella della discordia – cos’è successo alla COP30 – 23 novembre 2025
    Laura Greco su Radio24 – COP30 a Belém annuncia impegni su energia, foreste e adattamento, ma senza una vera uscita dal fossile restano promesse vuote da incalzare con lotte dal basso.
    Ascolta su Il Sole 24 ore
  • “A resposta somos nós”. Ma alla COP30 le richieste dei popoli indigeni non fanno breccia – 23 novembre 2025
    Laura Greco su EconomiaCircolare.com – Alla COP30 le voci indigene restano ai margini mentre la foresta corre verso il punto di non ritorno. Senza giustizia, non c’è futuro.
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  • La “Dichiarazione di Belém” e il multilateralismo del phase out dai fossili spinto dal basso – 21 novembre 2025
    Laura Greco su Altreconomia – Da Belém arriva una spinta dal basso per uscire dai fossili: governi e movimenti uniscono le voci per un phase out reale, giusto, globale.
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    • Cop30: senza il Gender action plan ogni azione climatica è limitata – 21 novembre 2025
      Marica Di Pierri e Laura Greco su Valori – Nonostante le ambiziose premesse il Gender action plan ha trovato diversi ostacoli sui tavoli negoziali della Cop30

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  • Alla Cop30 arrivano le storie di migrazioni climatiche – 21 novembre 2025

Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30, in vista delle negoziazioni finali, si parla del fenomeno crescente degli sfollamenti forzati dal cambiamento climatico.
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  • Belém, la foresta degli indigeni si ribella a Lula – 20 novembre 2025
    Laura Greco su Il Manifesto – Le nazionalità dell’Amazzonia denunciano l’inagibilità politica alla Cop e chiedono una mobilitazione internazionale guidata direttamente dai popoli indigeni per proteggere i loro territori e affrontare la crisi climatica alla radice
  • Alla Cop 30 i movimenti si riprendono la scena – 20 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Il Manifesto – Era dalla Cop 26 di Glasgow che non si vedeva così tanta società civile. Accanto al vertice ufficiale, in più di 50 mila hanno animato la «Cupula dos povos» per una svolta vera sul clima e i diritti
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  • COP30, BELÉM | Italiani in mobilitazione – 20 novembre 2025]
    Il Climate Pride in azione alla COP30: l? attivist? chiedono all’Italia una roadmap chiara e ambiziosa per uscire dai fossili.
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  • A Belém torna il protagonismo sociale – 19 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Collettiva – Alla Cop30 movimenti, organizzazioni, popoli e sindacati riacquistano centralità: proposte e campagne dal basso sono arrivate nelle stanze dei negoziati.
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  • Come procede la COP30 in Brasile? Intervista a Laura Greco da Bélem – 19 novembre 2025
    Laura Greco su Scienza e Pace Magazine – COP30 tra repressione, lobby fossili e resistenze indigene: la giustizia climatica la costruiscono i territori, non i negoziati.
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  • Lifegate dalla COP30 – 18 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Lifegate – Dalla COP30 il racconto dell’inedita comunicazione tra dentro e fuori la COP, tra le richieste indigene e l’ambiguo governo di Lula.
    Ascolta su Lifegate
  • Il Fondo per le foreste e la falsa soluzione del biocapitalismo si ripropone alla Cop30 di Belém – 18 novembre 2025
    Laura Greco su Altreconomia – Il Tropical forests forever facility lanciato da Lula è l’ennesimo dispositivo finanziario che viene presentato come innovazione.
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  • Attivismo e giustizia climatica: se il diritto alla protesta diventa un reato – 17 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Valori.it – Alla Cop30 emerge un allarme globale: in molti Paesi il diritto alla protesta viene represso e l’attivismo ambientale è sempre più criminalizzato
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  • Alla Cop30 di Belèm il fondo per l’adattamento resta senza fondi – 17 novembre 2025]
    Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30 fallisce, per il terzo anno di fila, l’obiettivo di raccolta minima per finanziare l’adattamento dei Paesi del Sud globale.
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  • Massiccia partecipazione popolare a Belém – 16 novebre 2025
    Marica Di Pierri su L’aria Che Respiri – Alla Cúpula dos Povos tantissime voci per reclamare la fine dei combustibili fossili e una giustizia climatica guidata dai popoli, non dalle multinazionali.
    Ascolta su Radio Rai1
  • In diretta da Bele?m – Aggiornamenti sulla prima settimana di COP30 – 15 novembre 2025
    Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – In diretta da Belém, per raccontare in diretta i lavori della 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici. ?Foto di Oliver Ninja e Midia Ninja
    Guarda la diretta
  • Cop30: chi difende i combustibili fossili dentro i negoziati sul clima – 14 novembre 2025
    Marica Di Pierri per Altreconomia – Alla Cop30 un lobbista fossile ogni 25 delegat?: il vertice che dovrebbe chiudere l’era fossile continua a farsela scrivere da chi la profitta.
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  • Giustizia climatica, questa dimenticata – 13 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Il Manifesto – Il legame tra clima e disuguaglianze è ormai assodato. Ma dopo 30 anni di conferenze, i ricchi continuano a fare grandi affari con i fossili.
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  • L’adattamento secondo la COP30: “Adattarsi è sopravvivere” – 13 novembre 2025
    Marica Di Pierri per EconomiaCircolare.com – COP30 punta a rendere operativo il Global Goal on Adaptation, tra governance multilivello, indicatori, fondi insufficienti e necessità di giustizia climatica.
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  • La Cop30 in Brasile e le politiche industriali green – 11 novembre 2025
    Marica Di Pierri per Tutta La Città Ne Parla, Radio3 – È iniziata la Cop30 a Belém, 10 giorni in cui si discuterà su come trovare una via d’uscita alla deriva del cambiamento climatico nonostante le difficoltà politiche che ci circondano.
    Ascolta l’episodio
  • Road to Belém – 7 novembre 2025Marica Di Pierri per Valori.it – Verso la Cop30 di Belém, cosa aspettarci dal più importante appuntamento per salvare il clima della Terra? Diretta con Marica Di Pierri, Luca Lombroso, Giovanni Mori e Lorenzo Tecleme.
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  • Da Parigi a Belém, i conti che non tornano – 6 novembre 2025
    Marica Di Pierri per Il Manifesto – Tra tensioni e fragili compromessi, i preparativi alla vigilia della Conferenza Onu. A che punto sono gli impegni nazionali di riduzione e i piani di adattamento dei singoli Paesi.
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  • A Sud a Belém alla Cop30 – 6 novembre 2025
    A Sud seguirà negoziati e mobilitazioni dalla COP30 di Belém, amplificando le voci dei movimenti per giustizia climatica e sociale.
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  • A Sud aderisce alla Global Call to Action della Cúpula dos Povos  – 5 settembre 2025
    Il 15 novembre scendiamo in piazza: basta disuguaglianze e razzismo ambientale, vogliamo giustizia climatica e un mondo dove la vita sia al centro.
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  • Vertice dei Popoli Verso la COP30: Manifesto Politico – 13 giugno 2025
    A Sud aderisce al Manifesto dei Popoli verso la COP30: un appello globale per giustizia climatica, anticapitalismo e democrazia dal basso.
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Racconteremo le negoziazioni

Per spiegare cosa accade davvero alla COP30, come si muovono i governi e quali interessi guidano le scelte sulla crisi climatica. Vi offriremo una copertura quotidiana per raccontarvi con le nostre parole e con uno sguardo critico, indipendente e radicale, vicino ai movimenti il dentro e fuori la Cop

Sveleremo le contraddizioni

Tra le promesse ufficiali e la realtà, mostrando lo scontro continuo tra lobby fossili e popoli che difendono la vita e i territori. Denunceremo le responsabilità smascherando la falsa transizione energetica e chi continua a inquinare mentre parla di sostenibilità con greenwashing e false soluzioni

Daremo voce alle comunità

Portando le loro storie, le lotte quotidiane e le alternative concrete alla devastazione ambientale, contro colonialismo ed estrazione. Ci collegheremo con l’Italia per connettere istanze e battaglie


INFO E CONTATTI

Per contatti e interviste con la delegazione:

Marica Di Pierri
maricadipierri@asud.net
55 21 967071220

Laura Greco
lauragreco@asud.net
+55 21 997673184

Posted by on 8:09 am in News | Commenti disabilitati su

  [posted by Valerie Volcovici on Reuters, June 15, 2017] A federal judge ordered the U.S. Army Corps of Engineers to reconsider its environmental review of the Dakota Access Pipeline on Wednesday, opening up the possibility that the line could be shut at a later date. U.S. District Judge James Boasberg in Washington said the Army Corps did not adequately consider the effects of a possible oil spill on the fishing and hunting rights of the Standing Rock Sioux tribe. Operations of Energy Transfer Partners LP’s (ETP.N) pipeline have not been suspended but that could be considered at a later date, the order said. The $3.8 billion line began interstate crude oil delivery in May. The parties are expected to meet Boasberg next Wednesday to discuss future steps. The Standing Rock Sioux are expected to argue that pipeline operations should be halted. The judge said in a 91-page decision that, while the Army Corps substantially complied with the National Environmental Policy Act, federal permits issued for the pipeline violated the law in some respects, saying in a court order the Corps did not “adequately consider the impacts of an oil spill on fishing rights, hunting rights, or environmental justice.” “To remedy those violations, the Corps will have to reconsider those sections of its environmental analysis upon remand by the Court,” the judge said. The tribe had sued the Army Corps over its approval of the controversial Dakota Access Pipeline in North Dakota, arguing the line could contaminate their water source, the Missouri River. “We applaud the courts for protecting our laws and regulations from undue political influence, and will ask the Court to shut down pipeline operations immediately,” Standing Rock Sioux Chairman Dave Archambault said in a statement. It was unclear whether the judge would agree that the line should be shut. Independent research firm Clearview Energy Partners of Washington D.C. noted in a comment late on Wednesday that Judge Boasberg’s order pointed to “omissions” in the Corps’ analysis, which the Corps may be able to address quickly, rather than larger errors that might require more study. “We think that the Corps may be able to persuade the court to allow Dakota Access to continue operating while the omissions are addressed and the court reviews them for adequacy,” they wrote. ETP was not immediately available for comment. In February, the Army Corps of Engineers granted the final easement needed to finish the controversial pipeline, which had been delayed for several months after protests led by the Standing Rock Sioux tribe and climate activists. The controversial pipeline needed a final permit to tunnel under Lake Oahe, a reservoir that is part of the Missouri River. Two previous arguments by the Standing Rock tribe – that the construction had threatened sacred sites, and that the presence of oil in the pipeline would damage sacred waters, had been rejected by the court. President Donald Trump issued an executive order days after being sworn in directing the Army Corps to smooth the path to finishing the line, prompting complaints by the tribe and environmental groups that it had not done an adequate environmental...

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Piano energetico: si può fare di più

Posted by on 9:21 am in Notizie | Commenti disabilitati su Piano energetico: si può fare di più

[di Vincenzo Balzani e Autori vari su Scienza in rete] Il Gruppo di scienziati di Bologna energiaperlitalia.it coordinati da Vincenzo Balzani ha elaborato un documento sulla nuova Strategia energetica nazionale 2017. In sintesi: le misure previste dal Piano non sono sufficienti. Bisogna accelerare la transizione dal fossile alle rinnovabili, promuovere la cultura della sufficienza energetica ancor prima di quella dell’efficienza. Per l’Italia la sfida energetica è una grande opportunità per adeguare e riconvertire il proprio patrimonio industriale allineandosi agli obiettivi di Parigi, e far crescere l’occupazione. Al documento, che qui di seguito pubblichiamo, hanno collaborato: Nicola Armaroli, Alberto Bellini, Giacomo Bergamini, Enrico Bonatti, Alessandra Bonoli, Carlo Cacciamani, Romano Camassi, Sergio Castellari, Daniela Cavalcoli, Marco Cervino, Maria Cristina Facchini, Sandro Fuzzi, Luigi Guerra, Giulio Marchesini Reggiani, Vittorio Marletto, Enrico Sangiorgi, Leonardo Setti, Micol Todesco, Margherita Venturi, Stefano Zamagni, Gabriele Zanini. La bozza della Strategia Energetica Nazionale (SEN) presentata dal Governo il 10 maggio si propone tre obiettivi: Competitività (ridurre il gap di prezzo dell’energia rispetto ai prezzi UE); Ambiente (raggiungere obiettivi in linea con COP21); Sicurezza (flessibilità di approvvigionamento). Esame della Strategia energetica nazionale Dopo un’attenta lettura della bozza SEN, si possono fare le seguenti considerazioni. – Coordinamento. Considerata la stretta connessione fra la scelta delle fonti energetiche e le conseguenze che ne possono derivare su clima e ambiente, risulta difficile capire le motivazioni per cui il Ministero delle Sviluppo Economico prepari una Strategia Energetica Nazionale e, allo stesso tempo, il Ministero dell’Ambiente prepari una Strategia energia?clima. In altri paesi si procede solitamente alla preparazione di un unico programma che, oltre a rispettare gli accordi di Parigi e gli obiettivi UE, tiene conto delle caratteristiche e delle esigenze specifiche del paese. – Fonti rinnovabili. L’obiettivo della SEN è in linea con quelli europei (27% di rinnovabili nei consumi finali al 2030; ad oggi la stima è del 17,5%). C’è però chi pensa che sia necessario giungere al 35% di energia rinnovabile per rispettare l?accordo di Parigi. L?Italia, in ogni caso, deve e può fare di più. Alla fine del 2015 avevamo circa 19 mila MW di fotovoltaico installato e circa 9 mila MW di eolico. Il nostro paese ha conosciuto un forte sviluppo delle fonti rinnovabili fino al 2013, ma da più di tre anni è in stasi con la conseguente perdita di migliaia di posti di lavoro. Più in dettaglio, non si può che essere d’accordo con l’obiettivo della SEN di promuovere l’autoconsumo per i possessori di piccoli impianti, soluzione finora fortemente scoraggiata dalla burocrazia e persino impedita da alcune norme. Parallelamente sarà però necessario facilitare la diffusione di metodi di accumulo. Positiva anche la decisione di promuovere la costruzione di grandi impianti fotovoltaici. A questo proposito, non si capisce perché Enel sia così attiva nel costruire grandi impianti di energie rinnovabili all’estero e del tutto assente, in questo campo, in Italia. Forse perché disturberebbe altri importanti operatori del settore energetico? – Efficienza energetica. La SEN riconosce che è necessaria una riqualificazione energetica su larga scala del nostro patrimonio edilizio, agendo su palazzi, agglomerati di edifici e interi quartieri con metodologie simili a quelle adottate con successo in altri paesi ed intervenendo, contemporaneamente, sulle criticità sismiche. Perché il programma abbia successo, è però necessario un piano adeguato di incentivi per anticipare le risorse necessarie. – Uscita dal carbone. Nella SEN...

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G7 ambiente: il DECOLOGO di 100 scienziati e 200 associazioni

Posted by on 1:49 pm in in Evidenza, News, Notizie | Commenti disabilitati su G7 ambiente: il DECOLOGO di 100 scienziati e 200 associazioni

G7 ambiente: il DECOLOGO di 100 scienziati e 200 associazioni

G7 Ambiente: 100 scienziati e 200 associazioni lanciano a Bologna il “DECOLOGO per una società ecologica” 10 punti e 78 proposte concrete per un’Italia a zero emissioni e zero veleni È stato presentato oggi a Bologna il Decologo per una società ecologica, il manifesto di proposte redatto e promosso da un’ampia rete di rappresentanti della comunità scientifica e accademica e da circa 200 associazioni attive in tutto il paese sul fronte della tutela ambientale. Modello energetico, produttivo e agricolo, mobilità, gestione dei rifiuti, infrastrutture e cementificazione, acqua e servizi pubblici locali, salute pubblica e modello partecipativo sono gli ambiti in cui RE.S.eT. – la Rete Scienza e Territori per una società ecologica, declina 78 proposte concrete che, implementate, farebbero dell’Italia un paese a zero emissioni e zero veleni. Tra i 100 scienziati firmatari, il Presidente dell’Associazione Meteorologica Italiana Luca Mercalli, il gruppo di ricerca di Bologna “Energia per l’Italia”, presieduto dal chimico Vincenzo Balzani, il genetista e oncologo Antonio Giordano, direttore dello Sbarro Health Research Organization di Philadelphia, USA, lo storico dell’ambiente e merceologo Giorgio Nebbia, i medici dell’ISDE – Medici per l’Ambiente e decine di altri esponenti di spicco della comunità scientifica. Tra i promotori sociali, sono circa 200 le associazioni aderenti. Tra esse l’associazione A Sud, l’associazione studentesca Rete della Conoscenza, il coordinamento nazionale No Triv, il Forum Italiano Movimenti per l’Acqua, la Rete dei Comuni Virtuosi, l‘Istituto Ramazzini, Legambiente, Arci, Fairwatche oltre cento comitati territoriali impegnati nella difesa dei propri territori contro progetti ad alto impatto ambientale e sociale. Il Decologo è parte delle attività promosse dalla società civile in occasione del G7 ambiente e si configura come percorso di convergenza ed alleanza tra società civile e comunità scientifica, con l’obiettivo di imporre nel dibattito pubblico e nell’agenda politica proposte concrete e qualificate per impostare una reale e serrata transizione in senso ecologico dell’economia e della società, il cui portato e la cui validità sono destinate a durare ben oltre le giornate del G7 Ambiente ai blocchi di partenza nel capoluogo emiliano. Scarica il Decologo Tutte le adesioni INFORMAZIONI, CONTATTI E INTERVISTE: Marica Di Pierri +39 348 6861204 maricadipierri@asud.net * * * Programma e attività del G7M...

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Il Parlamento europeo chiede di bloccare le importazioni di mais e cotone resistenti agli erbicidi

Posted by on 9:29 am in Notizie | Commenti disabilitati su Il Parlamento europeo chiede di bloccare le importazioni di mais e cotone resistenti agli erbicidi

Il Parlamento europeo chiede di bloccare le importazioni di mais e cotone resistenti agli erbicidi

[di Beniamino Bonardi su Il Fatto Alimentare] Con due risoluzioni, il Parlamento europeo ha contestato la proposta della Commissione di autorizzare l’importazione di prodotti di mais e di cotone geneticamente modificati e resistenti agli erbicidi. La risoluzione si oppone alla commercializzazione dei prodotti contenenti mais DAS-40278-9, che esprime la proteina AAD-1, che conferisce tolleranza all’acido 2,4-diclorofenossiacetico (2,4-D) e agli erbicidi arilossifenossipropionati (AOPP), e sottolinea che ricerche indipendenti sollevano preoccupazioni in merito ai rischi dell’ingrediente attivo della 2,4-D in materia di sviluppo dell’embrione, difetti congeniti e interferenza endocrina. Gli stessi Stati membri hanno criticato la procedura di consultazione svoltasi tre mesi prima dell’approvazione, in particolare a causa della mancanza o insufficienza dei dati presentati, ma anche per l’inadeguatezza dei test. La risoluzione è stata approvata con 435 voti favorevoli, 216 contrari e 34 astensioni. La richiesta di autorizzazione al commercio dei prodotti contenenti mais DAS-40278-9 è stata presentata da Dow AgroSciences Europe. In un’altra risoluzione, approvata con 425 voti favorevoli, 230 contrari e 27 astensioni, gli europarlamentari hanno affermato che le importazioni di prodotti derivanti dal cotone GHB119 geneticamente modificato non dovrebbero essere autorizzate, in quanto ciò favorirebbe l’aumento mondiale nell’uso di erbicidi a base di glufosinato ammonio (a cui il GHB119 è resistente), che è classificato come tossico ai fini della riproduzione. La richiesta di autorizzazione al commercio di alimenti, ingredienti alimentari e mangimi contenenti, costituiti od ottenuti a partire da cotone GHB119, è stata presentata da Bayer. L’attuale procedura europea di autorizzazione degli OGM, sia per la coltivazione che per l’alimentazione umana e animale, prevede una valutazione del rischio da parte dell’Efsa. Se i risultati sono favorevoli, la Commissione Ue presenta agli Stati membri un progetto di decisione, che richiede una maggioranza qualificata, a favore o contro. In assenza di una maggioranza qualificata, come sinora è accaduto, la decisione viene rimessa alla Commissione, che rilascia l’autorizzazione. A questo punto, i singoli Stati possono vietare la coltivazione sul proprio territorio, mentre non possono impedire la vendita e l’utilizzo di alimenti e mangimi contenenti ingredienti geneticamente modificati. Il Parlamento europeo ha criticato ancora una volta questa procedura Ue di autorizzazione all’importazione di prodotti contenenti OGM. Nell’ottobre 2015, l’europarlamento ha bocciato una proposta di legge della Commissione, che avrebbe consentito a ogni Stato membro di limitare o vietare la vendita e l’uso di alimenti o mangimi OGM nel proprio territorio, anche se già approvati a livello Ue. I deputati hanno ritenuto che tale norma sarebbe potuta risultare inattuabile o avrebbe potuto portare alla reintroduzione di controlli alle frontiere tra i paesi pro e anti OGM. Hanno pertanto invitato la Commissione a presentare una nuova proposta. (Pubblicato il 25/05/2017)...

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[posted on ClientEarth, April 28, 2017] EU countries have voted to secure tough new industrial pollution rules that could save thousands of lives each year. These standards have not been updated since 2006 and environment organisations have campaigned strongly to ensure success this time. After the UK lobbied to weaken the ‘LCP BREF’, as it’s known, environmental lawyers ClientEarth led a group of NGOs to write to Secretary of State for the Environment Andrea Leadsom to ensure she prioritised human health over industry. Reacting to the result today, ClientEarth CEO James Thornton said: “It’s a victory for cleaner air in the UK this week. We could not be more glad the UK has stepped up to support these stronger pollution limits, despite previously lobbying against them. “These updated standards are late in coming but they are absolutely essential. As we enter the clean energy era, our remaining industrial plants must operate without placing human health in jeopardy. These standards go some way to achieving that.” What do the new standards mean for the coal industry? “Operators of non-compliant plants are now at a crossroads – will they invest to bring them up to standard? Or will they close? Either way, it’s clear that human health is the priority – exactly the result we fought for. “Now, countries must commit to rigorous enforcement to make sure polluters don’t fly under the radar. In the UK, for example, only one of our coal power plants is prepared to meet the new standards. Will this bring the end of coal forward?” To widespread outrage, Germany voted against the new...

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Gli studi sul riscaldamento globale, ora che la temperatura è oltre già di un grado

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Gli studi sul riscaldamento globale, ora che la temperatura è oltre già di un grado

[di Andrea Barolini su Lifegate] Gli studi più recenti sul riscaldamento globale fotografano una realtà preoccupante. Ancor più di quanto previsto dal Quinto rapporto dell’Ipcc del 2014. “I cambiamenti climatici saranno la causa di insicurezze alimentari crescenti, penurie di acqua potabile, ondate di profughi ambientali e guerre. La probabilità di impatti gravi, estesi ed irreversibili cresce di pari passo con l’intensificazione del fenomeno”. A distanza di tre anni dal 31 marzo del 2014, quando l’Intergovernamental panel on climate change (Ipcc) – il gruppo di esperti delle Nazioni Unite sull’evoluzione del clima, creato nel 1988 su iniziativa del G7 – rendeva pubblico il suo Quinto rapporto sui cambiamenti climatici, il quadro globale appare ancor più allarmante. È in questo contesto che, dall’8 maggio e fino al 18 i membri delle delegazioni inviate da 196 nazioni di tutto il mondo si sono riuniti a Bonn, in Germania. Obiettivo: tentare di dare attuazione concreta all’Accordo di Parigi, raggiunto al termine della ventunesima Conferenza mondiale sul clima delle Nazioni Unite (Cop 21). Ovvero tentare di limitare la crescita della temperatura media globale a due gradi centigradi, entro la fine del secolo, rispetto ai livelli pre-industriali (cercando di rimanere il più possibile vicini agli 1,5 gradi). Cosa dicono gli ultimi studi sul clima Un compito per nulla semplice, se si tiene conto delle informazioni che giungono dai principali centri di ricerca internazionali: il National Climatic Data Center (Ncdc) americano, ad esempio, ha fatto sapere che il primo trimestre di quest’anno è risultato il secondo più caldo mai registrato, dopo il record stabilito nello stesso periodo del 2016. L’Organizzazione meteorologica mondiale (Omm), inoltre, ha reso noto che siamo già arrivati ad un livello di 1,1 gradi superiore rispetto all’era pre-industriale. Dal 2014, poi, le emissioni mondiali di biossido di carbonio (CO2) – tra le principali responsabili del riscaldamento globale – sembrano essersi stabilizzate attorno ai 41 miliardi di tonnellate all’anno. Ma non accennano a diminuire, tanto che la National Oceanic and Atmospheric Administration ha annunciato un nuovo record di concentrazione nell’atmosfera per la CO2: abbiamo superato le 410 parti per milione (un livello che si ritiene non sia mai stato raggiunto negli ultimi due milioni di anni). Il rapporto Ipcc alla base dell’Accordo di Parigi Aprendo i lavori della 38esima sessione dell’Ipcc, l’allora presidente dell’organizzazione Rajendra Kumar Pachauri si augurò che “il materiale contenuto nel rapporto possa essere d’aiuto rispetto alla complessa discussione in materia di influenza antropica sui sistemi climatici, in vista dei futuri negoziati internazionali sul clima”. Il documento, in effetti, ha costituito la base per il lavoro diplomatico che, un anno e mezzo più tardi, ha portato proprio all’approvazione dell’Accordo di Parigi. D’altra parte, lo studio del 2014 si presenta come un documento “di riferimento”, estremamente corposo e dettagliato, frutto di un lavoro immenso: basti pensare che, per completarlo, sono state passate al vaglio ben 12mila pubblicazioni scientifiche. Giungendo alla conclusione che senza una correzione di rotta immediata, la crescita delle temperature medie globali sulla superficie delle terre emerse e degli oceani potrebbe arrivare a toccare anche i 4 gradi centigradi alla fine del secolo rispetto ai livelli pre-industriali. Il che equivarrebbe a una catastrofe “alla quale – aveva spiegato il co-presidente dell’Ipcc Vicente Barros – l’umanità non è preparata”, condita da “un rallentamento della crescita”, nonché “dalla creazione di nuove sacche di povertà”. Conseguenze catastrofiche del riscaldamento globale A...

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[posted by Helen Thomson on New Scientist, May 8, 2017] Improving the worst environments in the US could prevent 39 in every 100,000 cancer deaths. That’s according to the first study to address the impact of cumulative exposure to environmental hazards on cancer incidence in the US, which found strong links between poor environmental quality and increased rates of cancer. The environment we live in can influence biological processes such as hormone function and gene expression, or cause DNA damage – all of which can alter the risk of developing certain cancers. For instance, lung cancer incidence can increase due to chronic exposure to certain pesticides, diesel exhaust and the radioactive gas radon. Social factors also take their toll – poverty is linked to liver cancer, for example, due to increased alcohol consumption. Jyotsna Jagai at the University of Illinois and her colleagues investigated these links by comparing data from the Environmental Quality Index – a measure of cumulative environmental exposures between the years of 2000 and 2005 – with cancer incidence across the US from 2006 to 2010. The results showed increases in cancer incidence with decreasing environmental quality. The link was clearest with prostate and breast cancer. Data under threat “There is a tension in the field as to whether to focus on individual or cumulative environmental exposures,” says Scarlett Gomez of the Cancer Prevention Institute of California in an accompanying editorial. She says that although identifying individual exposures can allow them to be addressed in a targeted way, pinpointing them can be difficult because many potential cancer factors are linked together. For example, people of low socioeconomic status tend to live in areas that score poorly for multiple environmental factors. Even so, the data compiled by Jagai’s team can at least help identify which communities are most vulnerable to high cancer rates. However, this may be hampered by new legislative proposals, introduced in January, that seek to rein in federal collection of local area data. Jagai and her team also warn that a bill introduced in February to terminate the Environmental Protection Agency, which provided the environmental data used in the study, will severely harm researchers’ abilities to further investigate the factors that contribute to...

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Posted by on 1:32 pm in News | Commenti disabilitati su

On the basis of the anti-Chevron campaign, several Swiss organizations have launched a call to the Swiss National Bank (BNS) to request that it intervenes in the annual Assembly of Chevron Corporation in the United States on 31 May 2017 to vote in favour of climate, human rights and environmental resolutions. In two resolutions, the Ecuadorian case is also mentioned which, according to the shareholder initiators, has been mismanaged.Instead of achieving a quick, fair and global solution for the affected communities, has taken a long time and created enormous costs The call comes from various ranges of organizations that fight for human rights, labor rights, environmental rights, food sovereignty, the rights of indigenous peoples, the responsibility of transnational corporations, the right to health, etc. These include large platforms such as the  Climate alliance, medicus mundi.  We hope that this collaboration can forward the global struggle to fight climate warming and corporate impunity. CALL TO THE NATIONAL SWISS BANK TO USE ITS PROXYVOTES AT THE ANNUAL MEETING OF CHEVRON CORPORATION MAY 31, 2017 TO DEFEND THE RESPECT OF HUMAN AND ENVIRONMENTAL RIGHTS We, the undersigned organizations and institutions of civil society, call upon the Swiss National Bank (SNB) to support – through its voting rights at the Annual Meeting of Chevron on May 31, 2017 Chevron in the United States – the stockholders’ proposals in the perspective of mitigating climate change and for the respect for human and environmental rights. A recent report of the “Artisans de la Transition”   stressed the importance of investments in the fossil fuel industry in the US-equity portfolio of the SNB regarding companies quoted on the stock exchange in the United States. However, these investments are not compatible with SNB’s investment guidelines concerning environmental and human rights violations  nor with the Paris Climate Agreement signed by Switzerland. In this portfolio, Chevron represents an important percentage of shares. Chevron Corporation is well known in Switzerland for its appalling record regarding environmental and human rights violations related to the oil operations of Texaco (bought by Chevron) in the Ecuadorian Amazon, one of the most important environmental contaminations in the world. After 50 years of pollution and 23 years of legal proceeding and despite having been sentenced to pay US$9.5 billion in repair and mitigation costs to compensate for the damages affecting livelihoods and the health of the inhabitants, the UDAPT – Union of people affected by the oil operations of Texaco (now Chevron), representing 30,000 peasants and natives, still has to fight, via lawsuits in several countries, in order to get Chevron to enforce the judgment and pay-up. Meanwhile, the toxics continue to spread and impact the ecosystems of the Amazonian forest, which plays a central role in the fight against climate change. In the margins of the Davos World Economic Forum (WEF), Chevron received twice (in 2006 and 2015) the Public Eye award of the Declaration of Berne (today Public Eye) and Greenpeace. This shaming award highlights Chevron as being the most irresponsible corporations as far as environmental and human rights are concerned . In Geneva, the Ecuadorian case is regularly referred to as emblematic example within the Intergovernmental Working Group on TNC’s and Human Rights at the Human Right Council of the United Nations as well as in the International Campaign against Corporate Impunity, representing...

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Glifosato: non serve vivere vicino ai campi per essere contaminati

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Glifosato: non serve vivere vicino ai campi per essere contaminati

[di Maurizio Bongioanni su SlowFood] Uno studio indipendente trova consistenti tracce di glifosato in un campione di donne in gravidanza residenti a Roma. Da quando L’Iarc (Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro) ha classificato il glifosato come «probabilmente cancerogeno» il dibattito sull’erbicida più utilizzato al mondo è salito a livello europeo dove l’autorizzazione al suo utilizzo è stata rinnovata a tutto il 2017. Se ancora qualcuno di voi avesse dubbi sul fatto che non è più tollerabile continuare a subire l’avvelenamento di questa sostanza e ancora non avesse firmato Ice (Iniziativa dei cittadini europei) che ne chiede il bando dal territorio europeo (firmate qui per favore), vi riportiamo l’ennesimo studio che prova quanto possa essere dannoso per la nostra salute. Ad aprile 2017 l’associazione A Sud e la rivista Il Salvagente hanno incaricato un laboratorio tedesco di eseguire analisi tossicologiche indipendenti su un campione di 14 donne incinte, scelte in nel contesto urbano della città di Roma. I risultati dei test, effettuati dal BioCheck Lab di Lipsia, sono allarmanti: tutti e 14 i campioni di urine raccolti mostrano la presenza di glifosato, con un range che va dagli 0,43 ai 3,48 nanogrammi/ml. La sua presenza può essere dovuta da diversi fattori, primo tra tutti l’alimentazione. Il glifosato entra nell’organismo umano non solo mediante pane, pasta, farina e altri prodotti a base di farina ma anche attraverso carni e formaggi. Sappiamo tutti che l’85% dei mangimi utilizzati negli allevamenti sono costituiti da mais, soia, colza Ogm brevettati proprio per essere resistenti al glifosato. Quanto glifosato dovrebbe esserci nelle urine? La risposta a questa domanda è: zero. Se è vero che non sono previsti livelli massimi di concentrazione nel corpo umano, è comunque inammissibile la presenza di questa sostanza chimica. Come conferma l’oncologa Patrizia Gentilini, membro del Comitato Scientifico dell’Isde (International Society of Doctors for the Environment), che ha commentato: «Il glifosato rinvenuto nelle urine delle donne che si sono sottoposte al test è in concentrazioni superiori al limite di quantificazione nel 100% dei casi». Gentilini spiega che in un’indagine dello stesso tipo effettuata in Germania dal 2001 al 2015 su un totale di 399 soggetti – maschi e femmine di età compresa tra i 20 e i 29 anni – il glifosato è stato trovato solo nel 32% delle analisi effettuate. «Occorre considerare – aggiunge Gentilini – che il valore massimo riscontrato tra le 14 donne in gravidanza esaminate a Roma è stato del 24% superiore al valore più alto trovato tra le analisi effettuate in Germania. Vi sono ragioni scientifiche perché il risultato dei test possa ritenersi un campanello di allarme». Insomma, si può affermare che questa ricerca evidenzia il rischio concreto per la salute umana, riproduttiva e neonatale rappresentato dall’esposizione al glifosato. Perché? Oltre alla sua neurotossicità e alla connessione con diverse tipologie di cancro, l’erbicida è da considerarsi un interferente endocrino associato all’insorgenza di disturbi della crescita, aborti spontanei, anormalità dello sperma e diminuzione del numero degli spermatozoi. Vi serve altro? Nel dubbio vi riportiamo un’altra ricerca. In uno studio indipendente ancora in corso, il dottor Paul Winchester sta dimostrando che le madri con alti livelli di glifosato nelle urine hanno una gravidanza più breve e i bambini un peso minore alla nascita, il che può comportare minori abilità cognitive nell’età dello sviluppo e più alti rischi di sindromi metaboliche. Dallo...

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Posted by on 2:30 pm in News | Commenti disabilitati su

[posted by Maurizio Bongioanni on SlowFood, May 30, 2017] An independent study finds consistent traces of glyphosate in a sample of pregnant women in Rome. Since the International Agency for Research on Cancer (IARC) classified glyphosate as ‘probably carcinogenic for humans’, the debate raging round the world’s most used herbicide has mounted, while the license to use it in Europe has been renewed for the whole of 2017. If you still have doubts about the fact that it is no longer tolerable to go on being poisoned by use of this substance, and if you still haven’t signed the European citizens’ initiative demanding for it to be banned from European territory, here we refer you to two important studies that prove how harmful it can be to our health. The first, carried out by the Italian magazine Il Salvagente in collaboration with the A Sud association, demonstrates how even people not in direct contact with glyphosate may contain traces of it. In April 2017, the magazine and the association commissioned BioCheck Lab of Leipzig to perform independent toxicological analyses on a sample of 14 pregnant women chosen in an urban context, the city of Rome. The results of the urine tests carried out by the German laboratory are alarming: all 14 urine samples collected showing a presence of glyphosate ranging from 0.43 to 3.48 ng/ml. In another independent study that is still underway, Dr Paul Winchester is demonstrating how mothers with high levels of glyphosate in their urine have shorter pregnancies and their babies have a lower weight at birth, a fact that may lead to poorer cognitive skills during puberty and higher risks of metabolic syndromes. The presence of glyphosate may be due to a number of different factors, above all diet and exposure caused by the proximity of cultivated fields, but that’s not the real point. How much glyphosate should there be in urine anyway? The answer is none. If it is true that no maximum levels of concentration have been established for the human body, the presence of this chemical substance is nonetheless unacceptable. Aside from its neurotoxicity and connection with different typologies of cancer, the herbicide should be considered as an endocrine interferent, associated with the onset of growth disorders, miscarriages, sperm abnormalities and reduced sperm counts. The study of women in Rome was part of a broader Dossier produced by the A Sud, Navdanya International and CDCA associations, entitled Il Veleno è servito – glifosate e altri veleni dai campi alla tavola (Poison is Served: glyphosate and other poisons from the fields to the table), which describes the history, development and risks of synthetic chemicals in agriculture and offers an interesting overview of the effects of glyphosate in the rest of the world. In the United States, for example, it was found in the urine of 93% of the consumers who underwent toxicological tests during a project launched by the University of California, San Francisco, California (UCSF), while Argentina is one of the countries most hit by the effects of industrial agriculture. Since the Argentine government opened its doors to the transgenic cultivation of RoundUp Ready soybeans resistant to RoundUp in 1996, there has been an explosion of cases of cancer and congenital malformations in the country, as may be seen in the images of photographer Pablo Piovano. In Colombia, finally, massive recourse to aerial glyphosate fumigation...

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