CDCA e A Sud alla COP30 a Belém

La voce di A Sud dalla COP30 di Belém (Brasile) e le iniziative in Italia

Dal 10 al 21 novembre 2025 saremo a Belém, in Brasile, per partecipare come osservatori alla 30° Conferenza delle Nazioni Unite sul Clima. Racconteremo quanto avviene dentro e fuori le negoziazioni, porteremo e raccoglieremo le voci dei territori in lotta contro l’estrattivismo, contro il greenwashing e per una transizione ecologica realmente giusta.

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L’agenda della COP30

A Belém si discuteranno e valuteranno gli NDCs, i nuovi impegni climatici nazionali che stabiliscono gli obiettivi di riduzione delle emissioni di ogni paese. Accanto alla mitigazione, l’adattamento sarà uno dei temi centrali attraverso il Global Goal on Adaptation (GGA) e i nuovi Piani nazionali di adattamento. Un altro capitolo chiave sarà quello della finanza per il clima. Tra i punti principali il nuovo obiettivo di finanziamento (NCQG), che punta ad aumentare il sostegno ai Paesi in via di sviluppo da 100 a 300 miliardi di dollari l’anno, e la Roadmap Baku-Belém, che traccia un percorso per mobilitare almeno 1.300 miliardi di dollari l’anno entro il 2035.

Temi cruciali, che si scontrano con uno scenario geopolitico ostile, segnato dal negazionismo climatico, dai venti di guerra, dalla corsa al riarmo e dalla violenza istituzionale.  Non è un caso che in gioco a Belém ci sia più che mai la credibilità della diplomazia climatica e la sua capacità di tradurre le intenzioni in impegni concreti.

La Cupula dos povos

La Cúpula dos Povos è il grande incontro dei movimenti sociali e delle comunità che vivono in prima linea la crisi climatica. Nata nel 1992 come risposta critica alle negoziazioni ufficiali, propone un’alternativa fondata su giustizia climatica, sociale e ambientale, solidarietà e saperi ancestrali.

Dal 12 al 16 novembre 2025, in concomitanza con la COP30 di Belém, riunirà popoli indigeni, comunità quilombola e tradizionali, giovani e lavorator? in marce, dibattiti e azioni culturali.

La Cúpula mette al centro vite, diritti e territori, non statistiche: unisce chi costruisce ogni giorno soluzioni reali, dall’agroecologia alla difesa dei beni comuni, per spingere i governi ad adottare politiche di vera giustizia climatica.

Dichiarazione della Cupula Dos Povos

Perché A Sud e CDCA alla COP?

Nelle Cop si riuniscono i governi dei 197 Paesi che hanno ratificato la Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (UNFCCC), firmata a Rio de Janeiro nel 1992. Ma la COP30 non è solo un vertice diplomatico: è il terreno di confronto (e di scontro) tra attori diversi e diverse visioni del mondo. Da una parte il business as usual che trasforma la crisi climatica in profitto, dall’altra movimenti e territori che lottano per giustizia climatica, autodeterminazione e diritti della Natura.
La COP30 si terrà nel cuore dell’Amazzonia, a Belém do Pará, in Brasile. Non è un dettaglio geografico ma una scelta politica: è nel Sud globale che l’ingiustizia climatica colpisce più duramente mentre il Nord globale continua a negoziare emissioni e interessi fossili.
Qui non si decide solo il futuro del clima: si decide chi avrà diritto a un futuro.

Per raccontare cosa c’è in gioco, e come finisce la partita.

Andiamo alla COP per osservare da vicino i negoziati, capire quali equilibri politici e di potere si stanno ridefinendo, e portare la prospettiva dei territori e dei movimenti che chiedono giustizia climatica.
La partecipazione di A Sud e CDCA serve a connettere le lotte locali con quelle globali, rafforzare alleanze internazionali e raccontare – con sguardo indipendente e critico – come la diplomazia climatica sta affrontando, o eludendo, le proprie responsabilità.
Perché solo intrecciando voci e resistenze dal basso possiamo costruire un futuro giusto per tutt?.

Per costruire e rafforzare alleanze internazionali

Svolgere la COP in Brasile è un segnale che conta: significa rimettere al centro chi la crisi climatica la subisce davvero. Andiamo a Belém per stare con i movimenti globali per la giustizia climatica. In America Latina oggi si gioca una partita enorme: conflitti ambientali, estrattivismo, repressione, lotte indigene e popolari che resistono da decenni. Con tante realtà — dalla Colombia alla Bolivia, fino all’Amazzonia — abbiamo già lavorato, fatto campagne, costruito ponti. Lì ritroviamo compagn? con cui condividiamo visioni e pratiche.

Per portare una visione radicale dentro la COP

Sì, probabilmente sarà l’ennesimo flop diplomatico. Ma proprio per questo dobbiamo esserci, per non lasciare quei tavoli alle lobby fossili e ai governi che parlano di transizione mentre trivellano.
Da dentro vedi meglio le dinamiche, le crepe, le possibilità di alleanze e di conflitto.
Andiamo per portare la prospettiva della giustizia climatica e delle lotte dal basso, che legano crisi climatica, razzismo, patriarcato e disuguaglianze. La COP non è un punto d’arrivo: è un passaggio. Il resto si fa fuori, insieme, ogni giorno.


Diario dalla COP30

  • Giorno 12 – 24 novembre 2025
    Belém svela il fallimento della diplomazia climatica, ma apre spiragli: una roadmap anti-fossile e nuove alleanze per la giustizia.
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  • Giorno 11 – 21 novembre 2025
    Penultimo giorno a Belém: incendio in COP30, stalli politici e pressioni crescenti sul BAM e sull’uscita dai fossili.
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  • Giorno 10 – 20 novembre 2025A Belém 85 Paesi spingono per uscire dai fossili, mentre Italia e Polonia frenano. La COP30 è al bivio, il tempo è adesso.
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  • Giorno 9 – 19 novembre 2025
    Belém rilancia la lotta globale ai fossili: la Colombia guida un fronte che vuole uscire davvero dal modello che brucia il pianeta.
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  • Giorno 7 – 17 novembre 2025
    Belem in rivolta: popoli indigeni e movimenti sociali spingono per una COP30 che dica finalmente basta ai fossili.
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  • Giorno 6 – 15 novembre 2025
    Anche quest’anno i dati sulla presenza dei lobbisti Gas&Oil alla conferenza di Belém sono alti: su ogni 25 persone accreditate al vertice, uno è un lobbista dei combustibili fossili, in totale sono oltre 1600.
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  • Giorno 5 – 14 novembre 2025
    Il TFFF entra nella Cupula tra promesse e contraddizioni: fondi incerti, debiti in aumento e movimenti che denunciano l’ennesima falsa soluzione verde.
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  • Giorno 4 – 13 novembre 2025
    A Belém la protesta indigena irrompe nella COP30 e svela le contraddizioni del Brasile fossile. Intanto la Cupula esplode di mobilitazioni globali.
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  • Giorno 3 – 12 novembre 2025
    Adattamento al centro della COP30, ma i fondi restano insufficienti. A Belém arrivano movimenti e comunità indigene: la vera pressione viene dai territori.
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  • Giorno 2 – 11 novembre 2025
    Lula parla di disuguaglianze alla Cop30, ma il Brasile continua a spingere sul fossile. A Belém torna al centro il nodo tra clima e ingiustizia.
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  • Giorno 1 – 10 novembre 2025
    Dalla Cop30 alla Cúpula dos Povos: a Belém si apre la sfida per la giustizia climatica tra responsabilità globali, diritti dei popoli e resistenza dei territori.
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Articoli di approfondimento alla COP30

  • Cosa resta della Cop30, la battaglia per il clima e i diritti è ancora lunga – 24 novembre 2025
    Marica Di Pierri e Laura Greco su Domani – COP30 fallisce su fossili e foreste, ma il Bam e il blocco dei 82 paesi per l’uscita dal fossile aprono spiragli di lotta e nuove alleanze.
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  • Sulla fine dei lavori della COP30 – 24 novembre 2025
    Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Cosa è successo alla 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici? Quali sono le grandi vittorie? Quali le sconfitte?
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  • La tabella della discordia – cos’è successo alla COP30 – 23 novembre 2025
    Laura Greco su Radio24 – COP30 a Belém annuncia impegni su energia, foreste e adattamento, ma senza una vera uscita dal fossile restano promesse vuote da incalzare con lotte dal basso.
    Ascolta su Il Sole 24 ore
  • “A resposta somos nós”. Ma alla COP30 le richieste dei popoli indigeni non fanno breccia – 23 novembre 2025
    Laura Greco su EconomiaCircolare.com – Alla COP30 le voci indigene restano ai margini mentre la foresta corre verso il punto di non ritorno. Senza giustizia, non c’è futuro.
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  • La “Dichiarazione di Belém” e il multilateralismo del phase out dai fossili spinto dal basso – 21 novembre 2025
    Laura Greco su Altreconomia – Da Belém arriva una spinta dal basso per uscire dai fossili: governi e movimenti uniscono le voci per un phase out reale, giusto, globale.
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    • Cop30: senza il Gender action plan ogni azione climatica è limitata – 21 novembre 2025
      Marica Di Pierri e Laura Greco su Valori – Nonostante le ambiziose premesse il Gender action plan ha trovato diversi ostacoli sui tavoli negoziali della Cop30

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  • Alla Cop30 arrivano le storie di migrazioni climatiche – 21 novembre 2025

Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30, in vista delle negoziazioni finali, si parla del fenomeno crescente degli sfollamenti forzati dal cambiamento climatico.
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  • Belém, la foresta degli indigeni si ribella a Lula – 20 novembre 2025
    Laura Greco su Il Manifesto – Le nazionalità dell’Amazzonia denunciano l’inagibilità politica alla Cop e chiedono una mobilitazione internazionale guidata direttamente dai popoli indigeni per proteggere i loro territori e affrontare la crisi climatica alla radice
  • Alla Cop 30 i movimenti si riprendono la scena – 20 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Il Manifesto – Era dalla Cop 26 di Glasgow che non si vedeva così tanta società civile. Accanto al vertice ufficiale, in più di 50 mila hanno animato la «Cupula dos povos» per una svolta vera sul clima e i diritti
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  • COP30, BELÉM | Italiani in mobilitazione – 20 novembre 2025]
    Il Climate Pride in azione alla COP30: l? attivist? chiedono all’Italia una roadmap chiara e ambiziosa per uscire dai fossili.
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  • A Belém torna il protagonismo sociale – 19 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Collettiva – Alla Cop30 movimenti, organizzazioni, popoli e sindacati riacquistano centralità: proposte e campagne dal basso sono arrivate nelle stanze dei negoziati.
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  • Come procede la COP30 in Brasile? Intervista a Laura Greco da Bélem – 19 novembre 2025
    Laura Greco su Scienza e Pace Magazine – COP30 tra repressione, lobby fossili e resistenze indigene: la giustizia climatica la costruiscono i territori, non i negoziati.
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  • Lifegate dalla COP30 – 18 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Lifegate – Dalla COP30 il racconto dell’inedita comunicazione tra dentro e fuori la COP, tra le richieste indigene e l’ambiguo governo di Lula.
    Ascolta su Lifegate
  • Il Fondo per le foreste e la falsa soluzione del biocapitalismo si ripropone alla Cop30 di Belém – 18 novembre 2025
    Laura Greco su Altreconomia – Il Tropical forests forever facility lanciato da Lula è l’ennesimo dispositivo finanziario che viene presentato come innovazione.
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  • Attivismo e giustizia climatica: se il diritto alla protesta diventa un reato – 17 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Valori.it – Alla Cop30 emerge un allarme globale: in molti Paesi il diritto alla protesta viene represso e l’attivismo ambientale è sempre più criminalizzato
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  • Alla Cop30 di Belèm il fondo per l’adattamento resta senza fondi – 17 novembre 2025]
    Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30 fallisce, per il terzo anno di fila, l’obiettivo di raccolta minima per finanziare l’adattamento dei Paesi del Sud globale.
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  • Massiccia partecipazione popolare a Belém – 16 novebre 2025
    Marica Di Pierri su L’aria Che Respiri – Alla Cúpula dos Povos tantissime voci per reclamare la fine dei combustibili fossili e una giustizia climatica guidata dai popoli, non dalle multinazionali.
    Ascolta su Radio Rai1
  • In diretta da Bele?m – Aggiornamenti sulla prima settimana di COP30 – 15 novembre 2025
    Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – In diretta da Belém, per raccontare in diretta i lavori della 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici. ?Foto di Oliver Ninja e Midia Ninja
    Guarda la diretta
  • Cop30: chi difende i combustibili fossili dentro i negoziati sul clima – 14 novembre 2025
    Marica Di Pierri per Altreconomia – Alla Cop30 un lobbista fossile ogni 25 delegat?: il vertice che dovrebbe chiudere l’era fossile continua a farsela scrivere da chi la profitta.
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  • Giustizia climatica, questa dimenticata – 13 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Il Manifesto – Il legame tra clima e disuguaglianze è ormai assodato. Ma dopo 30 anni di conferenze, i ricchi continuano a fare grandi affari con i fossili.
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  • L’adattamento secondo la COP30: “Adattarsi è sopravvivere” – 13 novembre 2025
    Marica Di Pierri per EconomiaCircolare.com – COP30 punta a rendere operativo il Global Goal on Adaptation, tra governance multilivello, indicatori, fondi insufficienti e necessità di giustizia climatica.
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  • La Cop30 in Brasile e le politiche industriali green – 11 novembre 2025
    Marica Di Pierri per Tutta La Città Ne Parla, Radio3 – È iniziata la Cop30 a Belém, 10 giorni in cui si discuterà su come trovare una via d’uscita alla deriva del cambiamento climatico nonostante le difficoltà politiche che ci circondano.
    Ascolta l’episodio
  • Road to Belém – 7 novembre 2025Marica Di Pierri per Valori.it – Verso la Cop30 di Belém, cosa aspettarci dal più importante appuntamento per salvare il clima della Terra? Diretta con Marica Di Pierri, Luca Lombroso, Giovanni Mori e Lorenzo Tecleme.
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  • Da Parigi a Belém, i conti che non tornano – 6 novembre 2025
    Marica Di Pierri per Il Manifesto – Tra tensioni e fragili compromessi, i preparativi alla vigilia della Conferenza Onu. A che punto sono gli impegni nazionali di riduzione e i piani di adattamento dei singoli Paesi.
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  • A Sud a Belém alla Cop30 – 6 novembre 2025
    A Sud seguirà negoziati e mobilitazioni dalla COP30 di Belém, amplificando le voci dei movimenti per giustizia climatica e sociale.
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  • A Sud aderisce alla Global Call to Action della Cúpula dos Povos  – 5 settembre 2025
    Il 15 novembre scendiamo in piazza: basta disuguaglianze e razzismo ambientale, vogliamo giustizia climatica e un mondo dove la vita sia al centro.
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  • Vertice dei Popoli Verso la COP30: Manifesto Politico – 13 giugno 2025
    A Sud aderisce al Manifesto dei Popoli verso la COP30: un appello globale per giustizia climatica, anticapitalismo e democrazia dal basso.
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Racconteremo le negoziazioni

Per spiegare cosa accade davvero alla COP30, come si muovono i governi e quali interessi guidano le scelte sulla crisi climatica. Vi offriremo una copertura quotidiana per raccontarvi con le nostre parole e con uno sguardo critico, indipendente e radicale, vicino ai movimenti il dentro e fuori la Cop

Sveleremo le contraddizioni

Tra le promesse ufficiali e la realtà, mostrando lo scontro continuo tra lobby fossili e popoli che difendono la vita e i territori. Denunceremo le responsabilità smascherando la falsa transizione energetica e chi continua a inquinare mentre parla di sostenibilità con greenwashing e false soluzioni

Daremo voce alle comunità

Portando le loro storie, le lotte quotidiane e le alternative concrete alla devastazione ambientale, contro colonialismo ed estrazione. Ci collegheremo con l’Italia per connettere istanze e battaglie


INFO E CONTATTI

Per contatti e interviste con la delegazione:

Marica Di Pierri
maricadipierri@asud.net
55 21 967071220

Laura Greco
lauragreco@asud.net
+55 21 997673184

Viaggio nella provincia assediata dalle discariche

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Viaggio nella provincia assediata dalle discariche

[di Marina Forti su Internazionale] Il traffico comincia di buon’ora. Traffico pesante. “Alle sei, le sette del mattino ci sono file di camion in coda per raggiungere le discariche”, dice Luigi Rosa, che vive a Vighizzolo, frazione di Montichiari, piccolo comune a sudest di Brescia, 23mila abitanti e 21 discariche di rifiuti. Cinque impianti attivi, altrettanti dismessi e undici vecchi siti illegali: in pochi chilometri quadrati sono accumulati più di 12 milioni di metri cubi di rifiuti industriali, ceneri e fanghi di depurazione, lastre di eternit, materiali di scarto d’ogni sorta. Roba che va sotto il nome di rifiuti speciali, pericolosi e non. “Vediamo arrivare fino a 250 camion al giorno diretti a cave e discariche”, continua Rosa, uno dei volti più noti dei comitati che si battono contro le discariche. Siamo al centro della brughiera di Montichiari, una piana ondulata e verde punteggiata da collinette e da buchi. Le colline a ben vedere sono montagnole squadrate, parallelepipedi coperti d’erba o magari da teloni verdastri: tutti siti ormai colmi. Poi ci sono i buchi, cioè le discariche attive. A pochissima distanza dalla frazione Vighizzolo, in un comprensorio di due chilometri per tre, c’è la massima concentrazione. Ecco le due discariche della Valseco, di cui una in attività, con quasi tre milioni di metri cubi di rifiuti pericolosi. Più in là il buco della Ecoeternit, una vecchia cava di ghiaia pavimentata con l’argilla, autorizzata a raccogliere quasi un milione di metri cubi di cemento-amianto. Dietro ci sono la collina della Pulimetal e i suoi due milioni di metri cubi di rifiuti pericolosi e tossico-nocivi ora ricoperti d’erba, con i camini di sfiato a distanze regolari. Sul lato opposto, una successione di camion si dirige verso la discarica Edilquattro del gruppo Bernardelli, dove si trovano quasi 900mila metri cubi di rifiuti. Accanto alla Ecoeternit c’è la Gedit, anche questa attiva, con un milione di metri cubi di rifiuti pericolosi, inclusi fanghi e liquami. E ancora: l’enorme buco dell’ennesima cava dismessa, acquistata dalla ditta Padana green, che ha chiesto l’autorizzazione per farne una discarica per oltre un milione di metri cubi di rifiuti pericolosi e non, amianto incluso. Una accanto all’altra, colline e voragini, milioni di metri cubi di rifiuti in sei chilometri quadrati. Rosa è tra i fondatori di Sos terra Montichiari, comitato nato nel marzo 2010 contro il progetto di costruire proprio qui un impianto per incenerire l’amianto. “Era troppo”, racconta, “abbiamo cominciato a protestare. Alla fine siamo riusciti a evitare l’inceneritore, ma intanto ci siamo resi conto di cosa c’era qui, quante discariche ci avevano già costruito sotto il naso”. Ricorda che quando era ragazzo, qui era un susseguirsi di frutteti e campi di grano, e d’estate veniva a raccogliere le pesche: intorno ci sono ancora diverse cascine. A Vighizzolo gli animi sono ormai esasperati. “Spesso sentiamo zaffate maleodoranti”, spiega, in cui si mescolano odore di marcio e di bitume: gli abitanti lo denunciano da tempo, anche se è difficile misurare gli odori. È in questa piccola frazione di duemila abitanti che lo scorso 17 ottobre gli alunni della scuola elementare sono finiti all’ospedale. Quel mattino l’odore era più forte del solito e i bambini non riuscivano a respirare, così le maestre hanno chiamato il 118; molti sono stati ricoverati, alcuni trattenuti fino al giorno dopo. Ai genitori è stato poi...

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Escherichia Coli e tumori, Valle Crati ‘depura’ vicino a un inceneritore abbandonato e i suoi rifiuti tossici

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Escherichia Coli e tumori, Valle Crati ‘depura’ vicino a un inceneritore abbandonato e i suoi rifiuti tossici

 [di Maria Teresa Improta su QuiCosenza] L’area doveva essere bonificata e trasformata in parco Urbano. Si pensa invece di ampliare l’impianto nonostante le acque immesse nel Crati risultino contaminate da escherichia coli e i residenti lamentino l’aumento di patologie oncologiche. Il fantasma dell’inceneritore abbandonato alle porte di Rende. Un impianto chiuso per inquinamento con le ciminiere pericolanti e i suoi scarti, lasciati a marcire dal 1999 in località Coda di Volpe, preoccupano i rendesi. I residenti attribuiscono l’aumento delle patologie oncologiche nel quartiere a questo ecomostro mai del tutto smantellato. A pochi metri dai residui di ecoballe putrefatte coperte da un velo di terriccio e dalle ceneri tossiche del termovalorizzatore abbandonate, il Consorzio Valle Crati depura i reflui fognari di 35 Comuni della provincia di Cosenza. Le ‘acque nere’ prodotte da oltre 220mila abitanti vengono poi riversate nel fiume Crati. Dal bocchettone del depuratore arrivano alla diga di Tarsia, poi, una parte viene convogliata nei canali del Consorzio di Bonifica e usata per l’irrigazione dei campi nella sibaritide, il resto va in mare sul Tirreno cosentino. L’Arpacal dopo aver effettuato dei prelievi nel mese di Aprile ha segnalato al Comune di Rende e ai gestori dell’impianto lo sforamento dei limiti di presenza di escherichia coli e azoto ammoniacale “indice di inquinamento organico”. Nella relazione si legge come “nell’area prossima all’immissione del refluo fognario proveniente dall’impianto del Consorzio Valle Crati (gestito dalla Geko Spa ndr) risultano evidenti cospicui agglomerati di schiuma flottanti in superficie e lungo le sponde nonché l’odore maleodorante tipico di un refluo fognario“. Un problema che dopo il sequestro dell’intero depuratore avvenuto nel 2013 doveva essere superato nell’immediatezza. Così non è stato. L’unica preoccupazione del Consorzio guidato, fino alla sua interdizione dai pubblici uffici, da Maximiliano Granata in questi anni pare sia stata il recupero dei fondi per raddoppiare l’impianto. Trentacinque milioni di euro di fondi Cipe ancora non stanziati che permetterebbero di ampliare il numero di vasche di depurazione e rimpinguare le casse del Consorzio Valle Crati. L’iter per l’avvio del progetto, per ora, è fermo. Duole però constatare che ai tavoli istituzionali tenutisi in Prefettura i referenti del Consorzio abbiano ‘dimenticato’ di segnalare la presenza di un sito altamente contaminato a pochi metri dal depuratore. Si tratta dell’inceneritore di Coda di Volpe, struttura chiusa per sforamento dei limiti di inquinamento e per la certificata contaminazione di suolo, aria e acque. LA STORIA DEL DEPURATORE DI CODA DI VOLPE Il progetto originario di Cecchino Principe negli anni Settanta era quello di creare un impianto di depurazione che avrebbe trattato le acque nere che sarebbero servite poi ad irrigare tutti i terreni circostanti. A ciò si sarebbe aggiunto un impianto di compostaggio in modo da creare una ‘cittadella’ per il trattamento dei rifiuti solidi e liquidi urbani. L’area individuata ed in cui ancora oggi convivono depuratore, inceneritore e rifiuti tossici abbandonati, misura 166 ettari, una superficie pari a 40 campi di calcio. “Mentre scavavano – ricorda un anziano ingegnere che ha seguito la vicenda dei due impianti dall’origine – per creare le vasche sono arrivati alle falde acquifere. Dagli anni Ottanta fino al 2015 le acque nere, ovvero i reflui fognari di 35 Comuni cosentini e acque potabili convivevano mischiandosi.Quando scavavano mettevano cemento e toglievano acqua. Hanno così costruito quattro vasche non impermeabilizzate e non sono mai state utilizzate per irrigare i terreni di Rende,...

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Riparte il contratto di fiume Feltrino al Centro Documentazione Conflitti Ambientali Abruzzo

Posted by on 12:37 pm in Notizie | Commenti disabilitati su Riparte il contratto di fiume Feltrino al Centro Documentazione Conflitti Ambientali Abruzzo

Riparte il contratto di fiume Feltrino al Centro Documentazione Conflitti Ambientali Abruzzo

[su VideoCittà] Il 10 aprile scorso Comune di Lanciano ha formalmente affidato la prosecuzione del Contratto di Fiume del Feltrino al CDCA Abruzzo, che ha firmato per accettazione l’incarico . L’Associazione aveva già svolto, sempre su incarico del Comune di Lanciano, la prima fase dell’importante iniziativa, l’unica del suo genere finanziata in ambito regionale. Nella prima fase era stato predisposto il dossier preliminare, consegnato nel novembre 2015, che aveva aggiornato e consolidato le conoscenze sullo stato di degrado che da decenni affligge l’intero bacino idrografico del Feltrino. E’ stato creato e gestito il sito web del Contratto di fiume Feltrino, tutt’ora attivo (Sito Web: http://www.contrattodifiumefeltrino.org/). E’ stato redatto e portato a firma il Protocollo di intesa e infine è stato avviato il processo partecipativo di coinvolgimento degli stakeholder, che però è stato interrotto a novembre 2015 a causa di lungaggini burocratiche. Il progetto è stato modificato, accorpando in un’unica fase di attivazione e attuazione, che da progetto originario prevede una durata di 4 mesi. È stata inserita una terza fase operativa che prevede la realizzazione di alcune azioni di contrasto all’abbandono dei rifiuti e che non è oggetto dell’incarico conferito al CDCA Abruzzo. Il CDCA Abruzzo è stato incaricato di realizzare una seconda macrofase di attivazione/attuazione che prevede le azioni di predisposizione di una Mappa cartografica dell’area interessata dal Contratto di Fiume, predisposizione del Piano d’Azione e verifica di Assoggettabilità a VAS, predisposizione del Contratto di Fiume, predisposizione del Piano di Comunicazione e la predisposizione del Piano di Monitoraggio. L’incarico prevede, secondo quando si apprende nel comunicato stampa, la scadenza del 31 maggio 2017: poco più di un mese. Essendo già operativi nella realizzazione di tutto quanto previsto Silvia Ferrante presidente del  CDCA Abruzzo, rileva che il Contratto di Fiume è un processo partecipativo che non può compiersi in un solo mese di lavoro. E per questo auspica che ci sia una proroga di 3 mesi, e che sia l’ultima. Nella seconda fase del Contratto di Fiume si provvederà a verificare la sussistenza di elementi nuovi che richiedano l’aggiornamento del dossier, attraverso attività di campo e ricerche documentali. Alcune novità sul bacino idrografico sono già note, la più importante delle quali consiste nella realizzazione ed attivazione di un nuovo depuratore in località Santa Croce di Lanciano, inaugurato il 12 aprile. Nel corso del convegno di presentazione è stata inoltre data anticipazione ai partecipanti dell’avvenuto affidamento al CDCA Abruzzo del completamento del Contratto di Fiume. Si rileva però, che sebbene questa novità, prosegue la Ferrante, sia importantissima e dia un contributo notevole alla risoluzione delle problematiche del Feltrino, non possiamo considerarla come risolutiva. Il contributo del nuovo depuratore dovrà essere valutato e monitorato e si dovrà procedere anche sulle altre problematiche individuate e presenti in tutti i comuni del bacino idrografico. Le attività verranno svolte presso la nuova sede presso il Municipio di Frisa. (Pubblicato il...

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Pesticidi: il veleno è servito

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Pesticidi: il veleno è servito

Nei cibi che mangiamo, nell’acqua che beviamo, nella terra che calpestiamo e nell’aria che respiriamo si nasconde un nemico invisibile. Sono i pesticidi, sostanze tossiche utilizzate massicciamente nella produzione di alimenti, che minacciano gravemente la nostra salute e gli equilibri ecologici di vaste zone del pianeta. Il modello agroindustriale basato su controllo delle sementi, monocolture e utilizzo massivo di agrotossici e tra le cause strutturali delle crisi che il pianeta sta attraversano: climatica, alimentare, ambientale, idrica, sanitaria. Il dossier “Il veleno e servito”, realizzato dalle Associazioni A Sud e Navdanya International e dal Centro Documentazione Confitti Ambientali, ne racconta storia, evoluzioni e rischi, sofermandosi sugli studi scientifci pubblicati, sui profli normativi, sul confitto di interessi che coinvolge le lobbies agrochimiche impegnate ad ottenere normative piu permissive e sulle azioni dal basso promosse in diversi paesi da cittadini, agricoltori e movimenti sociali in prima linea per difendere la propria salute e la sovranita alimentare. Il dossier e frutto di un’investigazione sul crescente utilizzo degli agrotossici in agricoltura e intende denunciare non solo le pressioni in corso per la commercializzazione di uno specifco prodotto, il glifosato, a scapito della sua potenziale tossicita e dei rischi connessi per la salute umana e per l’ambiente, ma anche la fragilita di un sistema di regolamentazione che dovrebbe tutelare consumatori e cittadini. Scarica il dossier Scarica l’abstract Le analisi choc: 14 donne incinte positive all’erbicida Indiziato numero uno? L’alimentazione. Non serve vivere vicino ai campi, il rischio di essere contaminati dal glifosato è reale anche abitando al centro di una grande città come Roma. Le analisi condotte dal Salvagente, in collaborazione con l’associazione A Sud, parlano chiaro: 14 donne su 14 esaminate sono risultate positive alla ricerca di glifosato nelle loro urine. I quantitativi di glifosato riscontrati dalle analisi vanno da 0,43 nanogrammi per millilitro di urina fino a 3,48 nanogrammi. Pochi? Molti? Impossibile dare un giudizio, dal momento che non esistono quantità massime consentite. Quel che è certo è che il glifosato non dovrebbe mai essere presente nel nostro organismo, tanto meno in quello dei nascituri. Potete firmare l’ICE europea per firmare il glifosato su: www.stopglyphosate.org/it Per informazioni e interviste: Marica Di Pierri maricadipierri@asud.net...

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Un’equazione mostra come l’attività umana stia facendo a pezzi il pianeta

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Un’equazione mostra come l’attività umana stia facendo a pezzi il pianeta

[di Owen Gaffney su Centro Studi Sereno Regis]Ora l’Homo Sapiens si sta confrontando con le immense forze della Natura. L’umanità è il primo fattore di cambiamento del sistema terrestre. Le società industrializzate, infatti, alterano il pianeta in scala equivalente all’impatto di un asteroide. Questo è il modo in cui viene spesso descritto, in poche parole, l’Antropocene – la nuova era geologica nella quale l’attività umana modifica profondamente l’ambiente. Ma è possibile sistematizzare queste affermazioni da un punto di vista scientifico? Penso di sì e credo che, attraverso ciò, si delinei l’inequivocabile verità rispetto ai rischi che stanno correndo le società industrializzate, mentre l’azione sarebbe vitale. Seguendo la massima di mantenere tutto il più semplice possibile senza semplificare, Will Steffen della National Australian University ed io abbiamo elaborato l’equazione dell’Antropocene che fa riferimento al tasso di cambiamento del sistema di supporto vitale terrestre: l’atmosfera, gli oceani, le foreste, le paludi, i corsi d’acqua, le calotte glaciali e la meravigliosa biodiversità. Per 4 miliardi di anni, il tasso di cambiamento del sistema terrestre (E) veniva rappresentato da una complessa funzione delle forze astronomiche (A) e geofisiche (G) più le dinamiche interne (I): soprattutto l’orbita della terra intorno al Sole, l’interazione gravitazionale con gli altri pianeti, la produzione di calore del Sole, i continenti in rotta di collisione e i vulcani e la loro evoluzione. Il tasso di cambiamento del sistema terrestre (E) tra gli ultimi 40 e 50 anni è puramente una funzione delle società industrializzate (H). Nell’ultimo periodo la curva del cambiamento è stata tutt’altro che costante. Se prendiamo come riferimento gli ultimi 7000 anni, fino ad ora, la temperatura globale ha subito una decrescita pari al tasso 0,01 °C per secolo. Il tasso corrente (ultimi 45 anni) ha visto una crescita di 1,7 °C ogni secolo – 170 volte in più rispetto al nostro riferimento e nella direzione opposta. I 12 anni più caldi da quando si effettuano misurazioni periodiche si sono verificati tutti dal 1998 in poi. Il tasso di emissioni di carbonio nell’atmosfera è verosimilmente il più alto degli ultimi 66 milioni di anni, da quando i dinosauri (non volanti) sono scomparsi dal nostro pianeta. La sconcertante perdita di biodiversità delle ultime decadi ha indotto i ricercatori nel 2015 a sostenere che l’Antropocene segna il terzo stadio nell’evoluzione della biosfera terrestre, dopo la fase microbica di 3,5 miliardi di anni fa e dall’esplosione cambriana che ha avuto luogo 650 milioni di anni fa. Mettendo tutto insieme, si può concludere che il tasso di cambiamento del sistema terrestre negli ultimi 40-50 anni è puramente una funzione delle società industrializzate (H). Nell’equazione le forze astronomiche e geofisiche tendono a zero a causa della loro naturalmente lenta o scarsa progressione, così come succede alla dinamica interna, per ora. Tutte queste forze esercitano una pressione, ma attualmente in un ordine di grandezza inferiore all’impatto umano. Questa è un’affermazione audace, ma vista in questo modo, le discussioni su umanità contro cause naturali vanno in fumo. Nel 2016 la Terra ha fatto esperienza di un evento massivo quale “El Nino”, che ha avuto un forte impatto sul cambiamento del clima terrestre. Ma questo evento è stato bilanciato dalla più fredda “La Nina”- presi insieme, il tasso netto del cambiamento del sistema terrestre che ne risulta sarà pari a zero per i prossimi dieci anni. IL FALSO SENSO DI...

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Diesel killer, 38mila morti nel 2015 per eccesso di emissioni

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Diesel killer, 38mila morti nel 2015 per eccesso di emissioni

[su AdnKronos Salute] Emissioni diesel in eccesso nel mirino. Secondo uno studio pubblicato su ‘Nature’, infatti, circa un terzo di quelle da veicoli pesanti, come bus e truck, e oltre la metà di quelle delle auto in 11 aree del mondo superano i limiti consentiti di ossidi di azoto. Un eccesso di emissioni che, secondo gli autori, sarebbe associato a circa 38 mila morti premature nel mondo solo nel 2015. I veicoli diesel producono circa il 20% di emissioni di ossidi di azoto prodotte dall’uomo. E nonostante ora in alcuni casi i limiti siano stringenti, “i veicoli attualmente emettono più ossidi di azoto nella vita reale rispetto ai test di laboratorio”, si legge nello studio. Risultato? Questi ‘veleni’ nell’aria causerebbero malattie cardiache, respiratorie e altre patologie mortali. Lo studio promette di aggiungere un altro capitolo alla vicenda ‘Dieselgate’ e al caso dei test delle auto truccati. La ricerca, firmata dal team di Susan Anenberg di Environmental Health Analytics di Washington, ha esaminato le emissioni real-world nel 2015 dai veicoli diesel in 11 mercati (Australia, Brasile, Canada, Cina, Ue, India, Giappone, Messico, Russia, Corea del Sud e Usa). In pratica, aree che insieme totalizzano circa l’80% delle vendite di veicoli diesel. Ebbene, in queste aree secondo le stime sono state emesse 4,6 tonnellate di ossidi di azoto in eccesso nel 2015, con i veicoli pesanti a farla da padrone in tutte le zone eccetto l’Ue. Nel Vecchio continente, infatti, le auto sono il principale colpevole. Gli autori suggeriscono che, implementando gli standard per il controllo dei veicoli pesanti in paesi che non li hanno ancora adottati, si potrebbero evitare 104 mila morti premature entro il 2040. (Pubblicato il...

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[posted on Friends of the Earth International, April 11 , 2017] El Salvador made history last week by becoming the first country ever to ban metal mining.  The success of this decades long struggle is proof that people can take on corporate interests and win. This is the story of how the people of El Salvador took on mining giants. Mining has a dark history in El Salvador. Years of unregulated, pro-investor policies coupled with rapid industrialization has led to the widespread contamination of rivers and surface water, poisoning people and destroying farm lands. Even boiling or filtering the water does not always make it safe to drink. An environmental study showed that the proposed Pacific Rim mine would use 10.4 liters per second, enough to provide water for thousands people. Mining was imposed on the Salvadoran people as a dream industry that would aid development, create jobs and taxes to pay for much needed school and hospitals. The government developed a range of mining friendly policies together with the Central American Free Trade Agreement (CAFTA) between Central American countries and the US. Signed by El Salvador in 2004, the agreement allowed transnational corporations such as Holcim, Monsanto and Pacific Rim to intensify their operations in the country. Supported by local ruling elites, these companies began extracting El Salvador’s natural resources for export. Foreign investment increased from US$30 million in 1992 to US$5.9 billion in 2008. Much of this investment was in mining, despite fierce opposition from communities. El Salvador is a small and densely populated country. Yet by 2012 the government had 22 requests for gold exploration, allowing gold mines to monopolize 4.23 % of the land. The appropriation of land for mining often takes the form of land grabbing, with no proper consultation or compensation. From the start local communities resisted through protests, court cases, meetings and land occupation. A number of communities marched across the country to the presidential palace to demand their rights. Friends of the Earth El Salvador/CESTA supported community resistance. In 2008 alone, 60 community leaders learned about the impacts of mining and strategies for resistance at CESTA’s Political Ecology School. People started challenging corporate power. Tragically companies responded with violence. The President of Friends of San Isidro Cabañas (ASIC), a hub of anti mining resistance, was murdered, followed by 3 more anti-mining activists, and many more were threatened and harassed. Their families are still demanding justice today. Water is more precious than gold ‘Water is more precious than gold’ became a powerful unifying slogan as the struggle continued. Grassroots coalitions such as the Movement of People affected by Climate Change and Corporations (MOVIAC) and the National Roundtable Against Metallic Mining raised the issue of mining to a national level. Solidarity and shared learnings from movements in Costa Rica, Argentina and Colombia, where partial mining bans have been implemented, were crucial. Friends of the Earth took the El Salvador mining case to the United Nations, in the call for an international treaty on corporations and human rights. In 2008 the president, Antonio Saca rejected the Pacific Rim mining project. The project would have led to the use of toxic chemicals including cyanide within 65km of the capital. Pacific Rim’s response was to sue the government of El Salvador US$301m in a secret trade tribunal. The Investor-state dispute settlement (ISDS) mechanism enabled Pacific Rim to do this, on the basis that...

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[posted on Friends of the Earth Europe, May 4, 2017] The Ikebiri community, from Bayelsa state, Nigeria, have launched an unprecedented legal case against the Italian oil giant Eni today seeking clean-up of, and compensation for damages from, an oil spill which has affected their community in the Niger Delta [1]. Supported by Friends of the Earth Europe and Environmental Rights Action/Friends of the Earth Nigeria, the Ikebiri community are calling for adequate compensation and clean-up of an oil spill dating back to 2010, which has yet to be addressed. The Italian oil giant Eni, which operates in Nigeria through its subsidiary Nigerian Agip Oil Company (NAOC), is responsible for the spill, caused by equipment failure [2]. Godwin Ojo, Environmental Rights Action/Friends of the Earth Nigeria, said: “This is the first case of its kind against Italian oil giant ENI, after years of reckless exploitation in the Niger Delta of Nigeria. Negligence and nonchalance from Eni and its subsidiary NAOC has left the Ikebiri community suffering from the impacts oil pollution for seven years.” The leak was closed in 2010, and NAOC claims to have cleaned up the site. However, according to the community the leaked oil in the surrounding area was simply burnt, without their consent. To date, no adequate compensation has been offered, or clean-up completed. Chief Francis Temi Ododo, the King of the Ikebiri community said: “Our community cannot wait any longer. We have had Eni’s pollution for too long, damaging our fishing, our farming and our lives. We are now looking to the Italian courts for justice for our people.” The communities of the Niger Delta have had to live for decades with the effects of continuous oil spills on their health, the welfare and their livelihoods. Thousands of oil spills have blighted the communities across the Niger Delta to feed the profits of Eni, Shell and other oil and gas companies, according to the organisations. Colin Roche, extractive industries campaigner for Friends of the Earth Europe said: “For far too long the communities of the Niger Delta have had to live with the pollution of their land, their water, and their air by oil companies who’ve put profit before their lives. Eni should now live up to its responsibility and clean up the mess it has made and compensate the community for having to live with their destruction.” To date, eleven million barrels of oil have been spilled in the Delta, twice the amount spilled during the Deepwater Horizon disaster in the Gulf of Mexico. New spills occur weekly. Environmental Rights Action (Friends of the Earth Nigeria) and Friends of the Earth Europe continue to campaign for the clean-up of the region. NOTES: [1] On the 5th of April, 2010, an oil pipeline operated by Nigerian Agip Oil Company (NAOC) burst 250 metres from a creek north of the Ikebiri community. An estimated 150 barrels of oil leached into the creek. The spill affected the creek, fishing ponds and trees essential to the local community, irreparably damaging the livelihoods of the local community: http://www.foeeurope.org/sites/default/files/extractive_industries/2017/foee-eni-ikebiri-case-briefing-040517.pdf [2] NAOC is a subsidiary of Eni, an Italian based company. Eni conglomerate owns 100% of NAOC. Parent companies are responsible for their subsidiaries, especially if all proprietary knowledge is in the hands of the parent company, and Italian judges have jurisdiction over Italian...

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Terremoti indotti e hub del gas in Abruzzo e Italia

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Terremoti indotti e hub del gas in Abruzzo e Italia

[su Il Capoluogo] Terremoti indotti: studio dei ricercatori del MIT e di Harvard conferma induzione di sismi avvenuti nel 2013 e rischi fino a M 6,8 per uno stoccaggio gas in Spagna. Lo studio presentato ieri dal Ministro dell’Energia spagnolo in una seguitissima conferenza stampa. Scienziati: “servono nuovi standard per quantificare i rischi sismici delle attività nel sottosuolo”. Forum H2O: ricerca conferma le preoccupazioni sugli impianti in progetto in Abruzzo e nelle Marche e in generale sulla trasformazione dell’Italia in “hub del gas”. Ieri i ricercatori del Massachusetts Institute of Technology e dell’Università di Harvard e il Ministro dell’Energia Spagnolo hanno presentato in un’affollatissima conferenza stampa uno studio che conferma l’induzione di sismi avvenuti nel 2013 da uno stoccaggio spagnolo affermando al contempo che ci sono rischi di terremoti indotti di intensità fino a M 6,8. Si tratta del Progetto Castor, che fu fermato nel settembre 2013 dopo che all’avvio dell’iniezione di gas nel sottosuolo si erano registrate centinaia di scosse (le maggiori, di M 4,3, furono registrate una settimana dopo l’interruzione delle operazioni). Questa ricerca, che sta facendo parlare tutta la Spagna e che ha portato il Ministero dell’Energia ad annunciare il blocco definitivo del progetto Castor, del costo di oltre un miliardo di euro, conferma le nostre preoccupazioni sull’idea di moltiplicare in Abruzzo e in Italia in generale le infrastrutture utili a trasformare il Belpaese in un “Hub del gas” per l’esportazione. Ricordiamo che in Abruzzo il Ministero dell’Ambiente ha concesso il parere di compatibilità ambientale favorevole per un nuovo stoccaggio da 150 milioni di mc standard di gas a S. Martino sulla Marrucina, un comune in zona a massimo rischio sismico (con 95.000 persone residenti nel raggio di 10 km, Chieti compresa), e sta per autorizzare lo stoccaggio in sovrapressione nell’impianto già esistente a Cupello. Inoltre ha autorizzato lo stoccaggio da oltre 500 milioni di mc standard a S. Benedetto del Tronto a poche centinaia di metri dal confine regionale. Il Ministero si è limitato a trattare la questione del rischio di terremoti indotti con una vergognosa prescrizione che da sola fa capire il livello di approfondimento con cui è stata gestita la valutazione del progetto. Se l’impianto indurrà sismi sopra magnitudo 3, il gestore dovrà fare in modo di far scendere la magnitudo sotto 2. Insomma, come avere una manopola per regolare i terremoti (a parte il fatto che se è stato causato un terremoto di magnitudo 5 o 6 si può tornare indietro nel tempo per recuperare i danni, anche per le vite umane?). Proprio l’esperienza di Castor dimostra che è piuttosto velleitario, per non dire di peggio, pensare di poter manipolare i terremoti.Questi stoccaggi, con quelli in costruzione in Basilicata, Romagna e Lombardia, alcuni posti proprio su faglie attive, assieme ai nuovi grandi gasdotti in progetto o in costruzione, dovrebbero andare a costituire l’ossatura infrastrutturale dell’Hub del gas. L’Italia, un paese fragilissimo dal punto di vista dei rischi ambientali, dovrà fare da “servitore di passaggio” per la compravendita di gas in Europa ospitando impianti rischiosi.Questa ricerca non solo conferma, per un caso-studio non teorico, i gravissimi rischi che possono essere associati ad infrastrutture di questo genere, ma apre nuovi scenari circa la valutazione delle criticità che possono crearsi sul territorio. I ricercatori infatti concludono il loro studio avvertendo “Our study, however, points to    the    need    for  ...

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Europa, così un futuro a rifiuti zero

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Europa, così un futuro a rifiuti zero

[di Silvia Giungo su La Stampa] Con il pacchetto sull’economia circolare l’Europa compie scelte decisive per l’economia e per l’ambiente. Ma serve un accordo positivo tra il Consiglio Ambiente e l’Europarlamento. Un futuro a rifiuti zero. È l’obiettivo dell’economia circolare. Una partita ancora aperta a Bruxelles, che potrebbe sfociare in una vera e propria riforma della politica europea dei rifiuti, oppure no. Si tratta di definire nuovi obiettivi di riprogettazione dei prodotti e nuovi obiettivi di prevenzione, riuso e riciclo dei rifiuti per archiviare lo smaltimento in discarica, ridurre gradualmente il ricorso al recupero energetico, essere meno dipendenti dalle importazioni di materie prime. Con il pacchetto sull’economia circolare l’Europa decide, insomma, del futuro della gestione dei rifiuti e di quello delle imprese. Una posta in gioco non indifferente per l’economia e per l’ambiente. Nei prossimi mesi, dovrà essere trovato un accordo tra il Consiglio Ambiente e l’Europarlamento, sulla base del testo adottato un mese fa a larga maggioranza dal Parlamento stesso, che innalza i target di riciclaggio al 2030 al 70% per i rifiuti urbani e all’80% per gli imballaggi, rispetto alla proposta della Commissione del 2015. Il raggiungimento di questi obiettivi consentirebbe, secondo la valutazione della stessa Commissione europea, di creare 580 mila posti di lavoro, con un risparmio annuo di 72 miliardi di euro per le imprese europee grazie ad un uso più efficiente delle risorse e quindi ad una riduzione delle importazioni di materie prime. I posti di lavoro potrebbero crescere sino a 867 mila se, all’obiettivo del 70% di riciclaggio si accompagnassero a livello europeo e nazionale anche misure ambiziose per il riuso, in particolare nell’arredamento ed il tessile. In Italia, a dispetto della fama di “paese dell’emergenza rifiuti” che per anni ci ha accompagnato, diversi Comuni, società pubbliche e imprese private hanno già investito su un nuovo modello produttivo e riciclano materie prime seconde che fino a oggi finivano in discarica. C’è, ad esempio, chi recupera tonnellate di pneumatici fuori uso trasformandoli in gomma riciclata da usare per superfici sportive o isolanti acustici; chi ricicla i pannolini usa e getta dando nuova vita a materie prime seconde; chi realizza bioplastica, biodegradabile e compostabile, dimostrando che è possibile integrare chimica, ambiente e agricoltura; chi ricicla gli imballaggi d’acciaio e chi realizza cicli chiusi di fornitura di carta e packaging che utilizzano il macero dell’azienda cliente per la produzione del suo stesso packaging. Per raccontare la propria esperienza, diversi rappresentanti delle migliori esperienze nella gestione dei rifiuti in Italia, insieme a Legambiente, hanno incontrato lunedì il vicepresidente della Commissione europea Jyrki Katainen e l’eurodeputata Simona Bonafè, relatrice del pacchetto sull’economia circolare. “È fondamentale che in sede di Consiglio l’Italia sostenga una riforma ambiziosa della politica comune dei rifiuti – ha detto il direttore generale di Legambiente Stefano Ciafani a margine dell’incontro – Il nostro governo deve fare la sua parte affinché si realizzi quella che è una strategia moderna e sostenibile per uscire dalla crisi, senza nascondersi dietro le posizioni di retroguardia di alcuni Stati membri che contrastano gli obiettivi sostenuti dal Parlamento”. “Anche in Italia – ha aggiunto Ciafani – non è più procrastinabile la revisione della nostra legislazione in materia, ancora oggi inadeguata e contraddittoria, dalle norme sulle materie prime seconde, a quelle sul cosiddetto ‘end of waste’ e sulla semplificazione delle procedure autorizzative...

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