Dal 10 al 21 novembre 2025 saremo a Belém, in Brasile, per partecipare come osservatori alla 30° Conferenza delle Nazioni Unite sul Clima. Racconteremo quanto avviene dentro e fuori le negoziazioni, porteremo e raccoglieremo le voci dei territori in lotta contro l’estrattivismo, contro il greenwashing e per una transizione ecologica realmente giusta.
Iscriviti al bollettino Sostieni il nostro lavoroL’agenda della COP30
A Belém si discuteranno e valuteranno gli NDCs, i nuovi impegni climatici nazionali che stabiliscono gli obiettivi di riduzione delle emissioni di ogni paese. Accanto alla mitigazione, l’adattamento sarà uno dei temi centrali attraverso il Global Goal on Adaptation (GGA) e i nuovi Piani nazionali di adattamento. Un altro capitolo chiave sarà quello della finanza per il clima. Tra i punti principali il nuovo obiettivo di finanziamento (NCQG), che punta ad aumentare il sostegno ai Paesi in via di sviluppo da 100 a 300 miliardi di dollari l’anno, e la Roadmap Baku-Belém, che traccia un percorso per mobilitare almeno 1.300 miliardi di dollari l’anno entro il 2035.
Temi cruciali, che si scontrano con uno scenario geopolitico ostile, segnato dal negazionismo climatico, dai venti di guerra, dalla corsa al riarmo e dalla violenza istituzionale. Non è un caso che in gioco a Belém ci sia più che mai la credibilità della diplomazia climatica e la sua capacità di tradurre le intenzioni in impegni concreti.
La Cupula dos povos
La Cúpula dos Povos è il grande incontro dei movimenti sociali e delle comunità che vivono in prima linea la crisi climatica. Nata nel 1992 come risposta critica alle negoziazioni ufficiali, propone un’alternativa fondata su giustizia climatica, sociale e ambientale, solidarietà e saperi ancestrali.
Dal 12 al 16 novembre 2025, in concomitanza con la COP30 di Belém, riunirà popoli indigeni, comunità quilombola e tradizionali, giovani e lavorator? in marce, dibattiti e azioni culturali.
La Cúpula mette al centro vite, diritti e territori, non statistiche: unisce chi costruisce ogni giorno soluzioni reali, dall’agroecologia alla difesa dei beni comuni, per spingere i governi ad adottare politiche di vera giustizia climatica.
Dichiarazione della Cupula Dos Povos
Perché A Sud e CDCA alla COP?
Nelle Cop si riuniscono i governi dei 197 Paesi che hanno ratificato la Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (UNFCCC), firmata a Rio de Janeiro nel 1992. Ma la COP30 non è solo un vertice diplomatico: è il terreno di confronto (e di scontro) tra attori diversi e diverse visioni del mondo. Da una parte il business as usual che trasforma la crisi climatica in profitto, dall’altra movimenti e territori che lottano per giustizia climatica, autodeterminazione e diritti della Natura.
La COP30 si terrà nel cuore dell’Amazzonia, a Belém do Pará, in Brasile. Non è un dettaglio geografico ma una scelta politica: è nel Sud globale che l’ingiustizia climatica colpisce più duramente mentre il Nord globale continua a negoziare emissioni e interessi fossili.
Qui non si decide solo il futuro del clima: si decide chi avrà diritto a un futuro.
Per raccontare cosa c’è in gioco, e come finisce la partita.
Andiamo alla COP per osservare da vicino i negoziati, capire quali equilibri politici e di potere si stanno ridefinendo, e portare la prospettiva dei territori e dei movimenti che chiedono giustizia climatica.
La partecipazione di A Sud e CDCA serve a connettere le lotte locali con quelle globali, rafforzare alleanze internazionali e raccontare – con sguardo indipendente e critico – come la diplomazia climatica sta affrontando, o eludendo, le proprie responsabilità.
Perché solo intrecciando voci e resistenze dal basso possiamo costruire un futuro giusto per tutt?.
Per costruire e rafforzare alleanze internazionali
Svolgere la COP in Brasile è un segnale che conta: significa rimettere al centro chi la crisi climatica la subisce davvero. Andiamo a Belém per stare con i movimenti globali per la giustizia climatica. In America Latina oggi si gioca una partita enorme: conflitti ambientali, estrattivismo, repressione, lotte indigene e popolari che resistono da decenni. Con tante realtà — dalla Colombia alla Bolivia, fino all’Amazzonia — abbiamo già lavorato, fatto campagne, costruito ponti. Lì ritroviamo compagn? con cui condividiamo visioni e pratiche.
Per portare una visione radicale dentro la COP
Sì, probabilmente sarà l’ennesimo flop diplomatico. Ma proprio per questo dobbiamo esserci, per non lasciare quei tavoli alle lobby fossili e ai governi che parlano di transizione mentre trivellano.
Da dentro vedi meglio le dinamiche, le crepe, le possibilità di alleanze e di conflitto.
Andiamo per portare la prospettiva della giustizia climatica e delle lotte dal basso, che legano crisi climatica, razzismo, patriarcato e disuguaglianze. La COP non è un punto d’arrivo: è un passaggio. Il resto si fa fuori, insieme, ogni giorno.
Diario dalla COP30
- Giorno 12 – 24 novembre 2025
Belém svela il fallimento della diplomazia climatica, ma apre spiragli: una roadmap anti-fossile e nuove alleanze per la giustizia.
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- Giorno 11 – 21 novembre 2025
Penultimo giorno a Belém: incendio in COP30, stalli politici e pressioni crescenti sul BAM e sull’uscita dai fossili.
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- Giorno 10 – 20 novembre 2025A Belém 85 Paesi spingono per uscire dai fossili, mentre Italia e Polonia frenano. La COP30 è al bivio, il tempo è adesso.
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- Giorno 9 – 19 novembre 2025
Belém rilancia la lotta globale ai fossili: la Colombia guida un fronte che vuole uscire davvero dal modello che brucia il pianeta.
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- Giorno 8 – 18 novembre 2025
Alla COP30 la transizione dai combustibili fossili sembra lontana, mentre i fondi dell’adattamento sono sotto il minimo.
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- Giorno 7 – 17 novembre 2025
Belem in rivolta: popoli indigeni e movimenti sociali spingono per una COP30 che dica finalmente basta ai fossili.
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- Giorno 6 – 15 novembre 2025
Anche quest’anno i dati sulla presenza dei lobbisti Gas&Oil alla conferenza di Belém sono alti: su ogni 25 persone accreditate al vertice, uno è un lobbista dei combustibili fossili, in totale sono oltre 1600.
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- Giorno 5 – 14 novembre 2025
Il TFFF entra nella Cupula tra promesse e contraddizioni: fondi incerti, debiti in aumento e movimenti che denunciano l’ennesima falsa soluzione verde.
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- Giorno 4 – 13 novembre 2025
A Belém la protesta indigena irrompe nella COP30 e svela le contraddizioni del Brasile fossile. Intanto la Cupula esplode di mobilitazioni globali.
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- Giorno 3 – 12 novembre 2025
Adattamento al centro della COP30, ma i fondi restano insufficienti. A Belém arrivano movimenti e comunità indigene: la vera pressione viene dai territori.
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- Giorno 2 – 11 novembre 2025
Lula parla di disuguaglianze alla Cop30, ma il Brasile continua a spingere sul fossile. A Belém torna al centro il nodo tra clima e ingiustizia.
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- Giorno 1 – 10 novembre 2025
Dalla Cop30 alla Cúpula dos Povos: a Belém si apre la sfida per la giustizia climatica tra responsabilità globali, diritti dei popoli e resistenza dei territori.
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Articoli di approfondimento alla COP30
- Cosa resta della Cop30, la battaglia per il clima e i diritti è ancora lunga – 24 novembre 2025
Marica Di Pierri e Laura Greco su Domani – COP30 fallisce su fossili e foreste, ma il Bam e il blocco dei 82 paesi per l’uscita dal fossile aprono spiragli di lotta e nuove alleanze.
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- Sulla fine dei lavori della COP30 – 24 novembre 2025
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Cosa è successo alla 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici? Quali sono le grandi vittorie? Quali le sconfitte?
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- La tabella della discordia – cos’è successo alla COP30 – 23 novembre 2025
Laura Greco su Radio24 – COP30 a Belém annuncia impegni su energia, foreste e adattamento, ma senza una vera uscita dal fossile restano promesse vuote da incalzare con lotte dal basso.
Ascolta su Il Sole 24 ore
- “A resposta somos nós”. Ma alla COP30 le richieste dei popoli indigeni non fanno breccia – 23 novembre 2025
Laura Greco su EconomiaCircolare.com – Alla COP30 le voci indigene restano ai margini mentre la foresta corre verso il punto di non ritorno. Senza giustizia, non c’è futuro.
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- La “Dichiarazione di Belém” e il multilateralismo del phase out dai fossili spinto dal basso – 21 novembre 2025
Laura Greco su Altreconomia – Da Belém arriva una spinta dal basso per uscire dai fossili: governi e movimenti uniscono le voci per un phase out reale, giusto, globale.
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- Cop30: senza il Gender action plan ogni azione climatica è limitata – 21 novembre 2025
Marica Di Pierri e Laura Greco su Valori – Nonostante le ambiziose premesse il Gender action plan ha trovato diversi ostacoli sui tavoli negoziali della Cop30
- Cop30: senza il Gender action plan ogni azione climatica è limitata – 21 novembre 2025

- Alla Cop30 arrivano le storie di migrazioni climatiche – 21 novembre 2025
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30, in vista delle negoziazioni finali, si parla del fenomeno crescente degli sfollamenti forzati dal cambiamento climatico.
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- Belém, la foresta degli indigeni si ribella a Lula – 20 novembre 2025
Laura Greco su Il Manifesto – Le nazionalità dell’Amazzonia denunciano l’inagibilità politica alla Cop e chiedono una mobilitazione internazionale guidata direttamente dai popoli indigeni per proteggere i loro territori e affrontare la crisi climatica alla radice
- Alla Cop 30 i movimenti si riprendono la scena – 20 novembre 2025
Marica Di Pierri su Il Manifesto – Era dalla Cop 26 di Glasgow che non si vedeva così tanta società civile. Accanto al vertice ufficiale, in più di 50 mila hanno animato la «Cupula dos povos» per una svolta vera sul clima e i diritti
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- COP30, BELÉM | Italiani in mobilitazione – 20 novembre 2025]
Il Climate Pride in azione alla COP30: l? attivist? chiedono all’Italia una roadmap chiara e ambiziosa per uscire dai fossili.
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- A Belém torna il protagonismo sociale – 19 novembre 2025
Marica Di Pierri su Collettiva – Alla Cop30 movimenti, organizzazioni, popoli e sindacati riacquistano centralità: proposte e campagne dal basso sono arrivate nelle stanze dei negoziati.
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- Come procede la COP30 in Brasile? Intervista a Laura Greco da Bélem – 19 novembre 2025
Laura Greco su Scienza e Pace Magazine – COP30 tra repressione, lobby fossili e resistenze indigene: la giustizia climatica la costruiscono i territori, non i negoziati.
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- Lifegate dalla COP30 – 18 novembre 2025
Marica Di Pierri su Lifegate – Dalla COP30 il racconto dell’inedita comunicazione tra dentro e fuori la COP, tra le richieste indigene e l’ambiguo governo di Lula.
Ascolta su Lifegate
- Il Fondo per le foreste e la falsa soluzione del biocapitalismo si ripropone alla Cop30 di Belém – 18 novembre 2025
Laura Greco su Altreconomia – Il Tropical forests forever facility lanciato da Lula è l’ennesimo dispositivo finanziario che viene presentato come innovazione.
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- Attivismo e giustizia climatica: se il diritto alla protesta diventa un reato – 17 novembre 2025
Marica Di Pierri su Valori.it – Alla Cop30 emerge un allarme globale: in molti Paesi il diritto alla protesta viene represso e l’attivismo ambientale è sempre più criminalizzato
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- Alla Cop30 di Belèm il fondo per l’adattamento resta senza fondi – 17 novembre 2025]
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30 fallisce, per il terzo anno di fila, l’obiettivo di raccolta minima per finanziare l’adattamento dei Paesi del Sud globale.
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- Massiccia partecipazione popolare a Belém – 16 novebre 2025
Marica Di Pierri su L’aria Che Respiri – Alla Cúpula dos Povos tantissime voci per reclamare la fine dei combustibili fossili e una giustizia climatica guidata dai popoli, non dalle multinazionali.
Ascolta su Radio Rai1
- In diretta da Bele?m – Aggiornamenti sulla prima settimana di COP30 – 15 novembre 2025
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – In diretta da Belém, per raccontare in diretta i lavori della 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici. ?Foto di Oliver Ninja e Midia Ninja
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- Cop30: chi difende i combustibili fossili dentro i negoziati sul clima – 14 novembre 2025
Marica Di Pierri per Altreconomia – Alla Cop30 un lobbista fossile ogni 25 delegat?: il vertice che dovrebbe chiudere l’era fossile continua a farsela scrivere da chi la profitta.
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- Giustizia climatica, questa dimenticata – 13 novembre 2025
Marica Di Pierri su Il Manifesto – Il legame tra clima e disuguaglianze è ormai assodato. Ma dopo 30 anni di conferenze, i ricchi continuano a fare grandi affari con i fossili.
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- L’adattamento secondo la COP30: “Adattarsi è sopravvivere” – 13 novembre 2025
Marica Di Pierri per EconomiaCircolare.com – COP30 punta a rendere operativo il Global Goal on Adaptation, tra governance multilivello, indicatori, fondi insufficienti e necessità di giustizia climatica.
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- La Cop30 in Brasile e le politiche industriali green – 11 novembre 2025
Marica Di Pierri per Tutta La Città Ne Parla, Radio3 – È iniziata la Cop30 a Belém, 10 giorni in cui si discuterà su come trovare una via d’uscita alla deriva del cambiamento climatico nonostante le difficoltà politiche che ci circondano.
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- Road to Belém – 7 novembre 2025
Marica Di Pierri per Valori.it – Verso la Cop30 di Belém, cosa aspettarci dal più importante appuntamento per salvare il clima della Terra? Diretta con Marica Di Pierri, Luca Lombroso, Giovanni Mori e Lorenzo Tecleme.
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- Da Parigi a Belém, i conti che non tornano – 6 novembre 2025
Marica Di Pierri per Il Manifesto – Tra tensioni e fragili compromessi, i preparativi alla vigilia della Conferenza Onu. A che punto sono gli impegni nazionali di riduzione e i piani di adattamento dei singoli Paesi.
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- A Sud a Belém alla Cop30 – 6 novembre 2025
A Sud seguirà negoziati e mobilitazioni dalla COP30 di Belém, amplificando le voci dei movimenti per giustizia climatica e sociale.
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- A Sud aderisce alla Global Call to Action della Cúpula dos Povos – 5 settembre 2025
Il 15 novembre scendiamo in piazza: basta disuguaglianze e razzismo ambientale, vogliamo giustizia climatica e un mondo dove la vita sia al centro.
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- Vertice dei Popoli Verso la COP30: Manifesto Politico – 13 giugno 2025
A Sud aderisce al Manifesto dei Popoli verso la COP30: un appello globale per giustizia climatica, anticapitalismo e democrazia dal basso.
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Racconteremo le negoziazioni
Per spiegare cosa accade davvero alla COP30, come si muovono i governi e quali interessi guidano le scelte sulla crisi climatica. Vi offriremo una copertura quotidiana per raccontarvi con le nostre parole e con uno sguardo critico, indipendente e radicale, vicino ai movimenti il dentro e fuori la Cop
Sveleremo le contraddizioni
Tra le promesse ufficiali e la realtà, mostrando lo scontro continuo tra lobby fossili e popoli che difendono la vita e i territori. Denunceremo le responsabilità smascherando la falsa transizione energetica e chi continua a inquinare mentre parla di sostenibilità con greenwashing e false soluzioni
Daremo voce alle comunità
Portando le loro storie, le lotte quotidiane e le alternative concrete alla devastazione ambientale, contro colonialismo ed estrazione. Ci collegheremo con l’Italia per connettere istanze e battaglie
INFO E CONTATTI
Per contatti e interviste con la delegazione:
maricadipierri@asud.net
+ 55 21 967071220
Laura Greco
lauragreco@asud.net
+55 21 997673184
[posted on National Snow & Ice Data Center, March 22, 2017] The National Snow and Ice Data Center (NSIDC) is part of the Cooperative Institute for Research in Environmental Sciences at the University of Colorado Boulder. NSIDC scientists provide Arctic Sea Ice News & Analysis content, with partial support from NASA. BOULDER, Colo., March 22, 2017—Arctic sea ice was at a record low maximum extent for the third straight year, according to scientists at the National Snow and Ice Data Center (NSIDC) and NASA. On March 7, sea ice extent over the Arctic Ocean reached 14.42 million square kilometers (5.57 million square miles), then gradually began its decline with the start of the melt season. The sea ice maximum refers to the point at which sea ice is at its highest seasonal extent. The sea ice minimum will occur sometime in September. The 2017 Arctic maximum is now the lowest in the 38-year satellite record, beating 2015’s maximum of 14.517 million square kilometers (5.605 million square miles) on February 25, and 2016’s maximum of 14.52 million square kilometers (5.606 million square miles). NSIDC scientists said a very warm autumn and winter contributed to the record low maximum, with air temperatures 2.5 degrees Celsius (4.5 degrees Fahrenheit) above average over the Arctic Ocean. The overall warmth was punctuated by a series of extreme winter heat waves over the Arctic Ocean, continuing the pattern also seen in the winter of 2015. NSIDC director Mark Serreze said, “I have been looking at Arctic weather patterns for 35 years and have never seen anything close to what we’ve experienced these past two winters.” Data from the European Space Agency’s CryoSat-2 satellite showed that this winter’s ice cover was slightly thinner compared to the past four years. Data from the University of Washington’s Pan-Arctic Ice Ocean Modeling and Assimilation System also showed that the Arctic’s ice volume was unusually low for this time of the year. “Thin ice and beset by warm weather—not a good way to begin the melt season,” said NSIDC lead scientist Ted Scambos. NSIDC scientist Julienne Stroeve said, “Such thin ice going into the melt season sets us up for the possibility of record low sea ice conditions this September.” Stroeve is also professor of polar observation and modeling at the University College London. “While the Arctic maximum is not as important as the seasonal minimum, the long-term decline is a clear indicator of climate change,” said Walt Meier, a scientist at the NASA Goddard Space Flight Center Cryospheric Sciences Laboratory and an affiliate scientist at NSIDC. This animation shows the Arctic wintertime sea ice extent from January 2017 through the maximum on March 7, 2017. Credit: NASA. Arctic sea ice melts and regrows in an annual cycle, with freezing throughout the winter months and melting in the spring and summer. The ice cover generally reaches its maximum extent sometime in late February or March. After that, ice melts through the summer, hitting a low point or minimum extent, in early or mid-September. The September Arctic minimum began drawing attention in 2005 when it first shrank to a record low extent over the period of satellite observations. It broke the record again in 2007, and then again in 2012. The Arctic maximum has typically received less attention. That changed in 2015 when the maximum...
read moreIl cambiamento climatico ”ruba” un fiume in Canada
[di Antonio Cianciullo su La Repubblica] L’arretramento di un ghiacciaio ha cambiato il corso dello Slims River. “Nessuno, a nostra conoscenza, ha visto un fenomeno del genere apparire nel corso della nostra vita”, ha commentato Dan Shugar, il coordinatore dello studio pubblicato su Nature Geoscience. Il cambiamento climatico sta cambiando la geografia, alterando le mappe che si sono andate delineando nei millenni. Alle volte il salto è talmente brusco che emerge da un anno all’altro. Eventi di portata geologica si consumano in una manciata di mesi. E’ successo nello Yukon, in Canada, dove un intero fiume è sparito, come documentano due fotografie che sono state scattate dal satellite Sentinel 2 dell’Agenzia spaziale europea e inserite in una ricerca dell’università Washington Tacoma pubblicata nei giorni scorsi su Nature Geoscience. La prima immagine è del 4 ottobre 2015 e mostra l’andamento dello Slims River: un percorso noto da secoli che indirizza verso il mare di Bering le acque di fusione del ghiacciaio Kaskawulsh. Il 4 ottobre del 2016 lo scenario risulta radicalmente cambiato. Il ghiacciaio, che è indietreggiato di quasi due chilometri nel corso dell’ultimo secolo, non è più in grado di alimentare lo Slim River. Il vecchio percorso si è asciugato e il fiume ne ha scelto un altro: ora viaggia verso il Kaskawulsh River, per gettarsi, a Sud, nel Golfo di Alaska. Per spiegare quello che è accaduto i ricercatori hanno usato un termine efficace: pirateria, il furto di un fiume. “I geologi sono abituati a vedere emergere dai dati geologici la pirateria dei fiumi, cioè la cattura di un corso d’acqua da parte di un altro che può essere causata da uno spostamento della crosta terrestre, da una frana o da un fenomeno erosivo. Ma nessuno, a nostra conoscenza, ha visto un fenomeno del genere apparire nel corso della nostra vita” ha commentato Dan Shugar, il coordinatore dello studio, spiegando che la ritirata del ghiaccio ha scavato un canyon di 30 metri che ha cambiato la direzione del flusso delle acque di fusione. La segnalazione dell’università di Washington Tacoma arriva pochi giorni dopo l’allarme permafrost lanciato sulla rivista Nature Climate Change da un team di ricercatori inglesi, svedesi e norvegesi. Se la temperatura globale aumentasse di 2°C rispetto all’era preindustriale – avvertono gli studiosi – si scongelerebbero 6,6 milioni di chilometri quadrati, pari a oltre il 40% di permafrost, il suolo ghiacciato che contiene grandi quantità di metano, un potente gas serra. Se l’accordo sul clima di Parigi (che prevede di mantenere l’aumento della temperatura al di sotto dei 2 gradi) non venisse rispettato, il danno sarebbe molto maggiore e il global warming verrebbe fortemente accelerato. (Pubblicato il...
read moreL’opinione legale del Tribunale Monsanto rilancia l’azione globale dei movimenti
Ripubblichiamo il comunicato di Navdanya International sull’opinione legale consultiva del Tribunale Monsanto di ieri. La Monsanto deve essere ritenuta responsabile per crimini contro l’umanità, violazione dei diritti umani, libertà di informazione e Ecocidio. I cinque giudici internazionali del tribunale Monsanto hanno presentato, oggi a L’Aia, il loro parere legale dopo aver analizzato per 6 mesi le testimonianze di oltre 30 testimoni, avvocati ed esperti sui danni causati dalle attività della Monsanto. I giudici hanno concluso che la Monsanto ha condotto azioni che hanno negativamente pregiudicato il diritto ad un ambiente sano, il diritto al cibo e il diritto alla salute. I giudici hanno infine incoraggiato gli organi di controllo a proteggere l’ambiente e i diritti umani internazionali contro la condotta delle multinazionali che stanno, inoltre, violando il diritto alla libertà di ricerca scientifica. Il parere legale ha confermato ciò che i movimenti, i cittadini, gli agricoltori denunciano da almeno 30 anni, conducendo una dura battaglia sul campo. Il modello di un’agricoltura basata su monocolture, sull’ampio uso di prodotti chimici e di sementi geneticamente modificate, e il modello economico industriale, basato a sua volta su politiche neoliberiste di libero scambio e sulla liberalizzazione del commercio, stanno avvelenando milioni di persone e stanno espellendo i piccoli agricoltori dalla terra, consentendo alle aziende di stabilire monopoli e ottenere il controllo dei nostri semi e del nostro cibo. Pur avendo distrutto buona parte del nostro suolo, inquinato l’acqua e messo a rischio la biodiversità, pur avendo contribuito massicciamente all cambiamento climatico, il modello di agricoltura industriale produce solo una minima parte del cibo disponibile a livello globale basandosi sulla falsa asserzione che abbiamo bisogno di veleni per produrre cibo. I produttori reali sono i nostri impollinatori, gli organismi del suolo e della biodiversità e i piccoli agricoltori che, come co-creatori e co-produttori con la natura, forniscono la maggior parte del cibo che è nutriente per il pianeta e per la gente e in grado di offrire una soluzione alla povertà, alla crisi agraria, all’emergenza della salute e alla malnutrizione. Il parere consultivo dei giudici internazionali del tribunale Monsanto rappresenta quindi un colpo consistente al potere del big business e un supporto rilevante per il lavoro di migliaia di attivisti, agricoltori, consumatori e cittadini di tutto il mondo. I giudici hanno considerato come, durante l’ultimo mezzo secolo, le aziende abbiano creato miti e propaganda su sostanze chimiche velenose “necessarie per sfamare il mondo”. Per l’industria si trattava di aumentare le loro fonti di utili dopo la fine della guerra, ma per il pianeta e i suoi abitanti, i costi sono stati molto alti: invece di nutrirci, il cibo di origine industriale è diventato una delle principali cause di malattia e povertà. Il parere consultivo del Tribunale Monsanto non solo esprime preoccupazione sui risultati delle attività delle multinazionali in tutto il mondo, ma mette in guardia la società civile e le istituzioni sui pericoli futuri. Nonostante tutti i loro crimini, le grandi aziende stanno, infatti, cercando di ingrandirsi, reclamando potere assoluto, diritti assoluti, immunità assoluta, mettendo in campo strumenti ancora più violenti contro la natura e le persone. Fusioni, acquisizioni e accordi, come quelli tra la Monsanto-Bayer, fra la Dow-Dupont, fra la Syngenta-ChemChina, risulteranno in un cartello di 3 aziende giganti di semi e prodotti chimici in grado di controllare il nostro cibo e la nostra agricoltura, con un forte impatto sui diritti degli agricoltori e dei consumatori. Mentre...
read moreI danni dell’inquinamento non conoscono confini
[di Claudia Grisanti su Internazionale] L’inquinamento atmosferico non dovrebbe essere visto come un problema solo locale. Uno studio, pubblicato sulla rivista Nature, ha cercato di capire l’impatto dello smog a livello internazionale. I ricercatori sono così arrivati alla conclusione che in molti casi le vittime si trovano in paesi diversi da quelli che hanno prodotto l’inquinamento. Qiang Zhang, dell’università Tsinghua di Pechino, e colleghi hanno utilizzato un archivio di dati relativo al 2007. Hanno scelto per la loro analisi il particolato del tipo pm 2,5, un tipo di inquinante dell’aria composto da particelle molto piccole. Studi precedenti hanno stabilito che il 90 per cento delle morti dovute all’inquinamento atmosferico è dovuto proprio a questa frazione. Secondo gli autori, nel 2007 le morti premature dovute al pm2,5 sono state 3,4 milioni in tutto il mondo. Di queste, 2,5 milioni sono dovute ad attività produttive di tipo energetico, industriale e agricolo, al settore residenziale e dei trasporti locali. Le altre sono invece dovute agli incendi, al trasporto aereo e navale e ad altre fonti di inquinamento. I ricercatori hanno sviluppato la loro analisi relativamente ai decessi del primo gruppo. Rispetto ai 2,52 milioni di morti premature, il 12 per cento, oltre 400mila decessi, è stato dovuto a inquinanti emessi in una regione diversa da quella della persona colpita. Per esempio, l’inquinamento atmosferico prodotto in Cina ha provocato circa 31mila morti premature in Giappone, Corea del Sud e altri paesi dell’Asia orientale, quello prodotto in Europa occidentale ha provocato circa 47mila morti premature in Europa orientale, mentre quello prodotto negli Stati Uniti ha provocato circa duemila decessi in Europa occidentale. Il 22 per cento delle morti premature, circa 762mila, è dovuta alla produzione di beni successivamente esportati, principalmente sui mercati europei e degli Stati Uniti. Riguardo alla Cina, il pm 2,5 prodotto in Cina nel 2007 ha provocato 64.800 decessi prematuri in altri paesi, mentre circa 109mila decessi avvenuti nel paese asiatico sono stati dovuti alla produzione di beni destinati all’esportazione. (Pubblicato il...
read moreChevron Texaco – Ecuador: intervista a Pablo Fajardo, difensore dei 30 mila afectados
[di Tancredi Tarantino e Silvia Fumagalli su Giustizia Ambientale] È considerato il più grave disastro ambientale della storia dell’Ecuador, e tra i più gravi al mondo. Tra il 1964 e il 1990, la compagnia petrolifera Texaco sversò in Amazzonia 80 mila tonnellate di rifiuti tossici e 60 milioni di litri di petrolio, calpestando i diritti della popolazione locale e distruggendo per sempre un patrimonio inestimabile di biodiversità. Due popoli indigeni si estinsero, le falde acquifere furono contaminate per sempre e ancora oggi basta scavare pochi centimetri per riportare in superficie i residui di petrolio sotterrati da Texaco in quasi trent’anni di attività estrattiva. Nel 1993, un gruppo di appena quindici indigeni intentò una class-action nei confronti della corporation statunitense, chiedendo la riparazione del danno e un risarcimento per le violenze subite da trentamila contadini e indigeni delle province di Sucumbíos e Orellana. Nel 2013, Chevron – che nel 2001 acquistò la Texaco – fu condannata a un maxi risarcimento di 9,5 miliardi di dollari. Ma ancora oggi, a distanza di quattro anni, il colosso petrolifero californiano si rifiuta di pagare. A Quito abbiamo incontrato il principale avvocato delle vittime, Pablo Fajardo, premiato nel 2008 con il Goldman Environmental Prize. Avvocato Fajardo, perché Chevron non risarcisce il danno causato in Ecuador? Esiste una vera e propria impunità corporativa globale. Nel caso di Chevron, stiamo parlando di un’azienda con un fatturato di oltre cento miliardi di dollari. Il problema non è di carattere finanziario ma la minaccia al sistema di impunità corporativa che un risarcimento di queste dimensioni comporterebbe. Dopo la sentenza definitiva, come procede adesso il caso legale? In Ecuador i fronti aperti sono principalmente due. Il più importante è quello della Corte Costituzionale. Dopo la sentenza definitiva di condanna, emessa a Quito dalla Corte Nazionale di Giustizia, Chevron ha presentato un ricorso alla Corte Costituzionale. La Corte può pronunciarsi soltanto in caso di violazione dei diritti costituzionali delle parti in causa. Chevron invece ha chiesto l’annullamento della sentenza definitiva. Siamo in attesa che la Corte emetta un verdetto, e speriamo avvenga il prima possibile. Il secondo fronte è aperto a Sucumbíos, nel nord dell’Amazzonia, dove ha sede il giudice di prima istanza che ha l’obbligo di dare esecuzione alla sentenza. Qui stiamo lavorando con qualche difficoltà perché Chevron sta cercando di ostacolare la procedura giudiziaria. Vi state muovendo anche all’estero. Può spiegarci come? All’estero ci stiamo muovendo in Brasile, Argentina e Canada con azioni di exequatur, ovvero facciamo in modo che la sentenza emessa venga riconosciuta dalle autorità giudiziarie di questi paesi. Chevron ha ritirato tutti i suoi beni e averi in Ecuador rendendo impossibile l’esecuzione della sentenza proprio nel Paese in cui ha prodotto il danno. In questi tre Stati sono presenti società sussidiarie di Chevron e solo in Canada l’impresa detiene una somma pari a 15 miliardi di dollari. Ciò significa che se il giudice canadese dovesse validare la sentenza in questo paese, con questa cifra Chevron potrebbe risarcirci. Qual è stato il ruolo giocato finora dal Governo ecuadoriano? Da quando il caso è iniziato, nel 1993, si sono succeduti otto presidenti in Ecuador. I primi 7 hanno fatto gli interessi di Chevron Texaco. Correa ha in parte rotto questo schema, affermando che non si sarebbe alleato con Chevron e nemmeno con i querelanti. Ha garantito trasparenza...
read moreNuovo inceneritore a Terni, bruciare i rifiuti non ridurrà le discariche
[di Linda Maggiori su Il Fatto Quotidiano] A Terni, nel cuore verde dell’Italia, ci sono due inceneritori, un’acciaieria e un tasso di tumori superiore alla media. Il 25 marzo settemila persone hanno marciato per chiedere rispetto per la propria vita e per quella dei propri figli. Tante famiglie con bambini, tanti giovani e anziani e tanti, purtroppo, anche i pazienti oncologici. Nel corso della manifestazione il comitato No inceneritore ha raccolto i fondi per il ricorso al Tar. Sì, perché il 22 marzo la Regione ha rilasciato l’Autorizzazione integrata ambientale (Aia) al secondo inceneritore. Eppure la governatrice Pd Catiuscia Marini nel 2015, si era schierata contro lo Sblocca Italia che prevedeva l’accensione di un nuovo inceneritore in Umbria. A quanto pare ha cambiato idea. L’autorizzazione è stata rilasciata nonostante lo scandalo del dicembre 2016: otto indagati per violazioni ambientali tra dirigenti e rappresentanti legali della Tozzi holding di Ravenna, proprietaria dell’inceneritore. Rassicuriamoci, l’autorizzazione è in vigore ‘solo’ dieci anni, e comunque “delle revisioni potranno essere assunte a seguito degli studi epidemiologici commissionati”. Perché i ternani si preoccupano tanto? Peccato che gli studi epidemiologici già esistono da anni, ma nessuno (dei potenti) ha voglia di leggerli: oltre a dossier dell’Arpa, appelli di associazioni, pareri di medici e professori, pesa come un macigno il rapporto dello Studio epidemiologico nazionale dei territori e degli insediamenti esposti a rischio da inquinamento (Sentieri), finanziato dal ministero della Salute e coordinato dall’Istituto superiore di Sanità (Iss). In questo studio sono presi in esame 44 siti di interesse nazionale per le bonifiche (Sin): oltre a Terni, Taranto, Brescia, tanti altri luoghi di morte, malattia e inquinamento, martirizzati dalla ricerca estenuante del profitto. La Conca ternana emerge dal rapporto Sentieri con un preoccupante eccesso di morti per tumori. Come sempre, il profitto prima di tutto. Perché solo di profitto si tratta, nessun inceneritore è utile per il bene pubblico. Per sfamare gli inceneritori, le amministrazioni pubbliche devono rallentare i programmi di espansione della raccolta differenziata, danneggiando la cittadinanza. Alcuni dicono: “O inceneritori o discariche, a voi la scelta”. Ma non è vero che bruciare i rifiuti riduce le discariche, né che senza discariche avremo bisogno di più inceneritori. Discariche e inceneritori si alimentano l’un l’altro. L’incenerimento ha bisogno di discariche per le ceneri volanti e per le scorie. Infatti, guarda caso, contemporaneamente all’autorizzazione del nuovo inceneritore a Terni, viene ampliata la discarica di Orvieto (dove finiranno le scorie dell’inceneritore) e costruite nuove strade (per i trasporti). Inceneritori e discariche andrebbero a scomparire con una seria prevenzione dei rifiuti a monte: incentivare il vuoto a rendere e il riuso dei contenitori (invece che ostacolare questa pratiche con assurdi inghippi burocratici e di igiene), incentivare l’uso dei pannolini lavabili, degli assorbenti lavabili, delle coppette mestruali (pannolini e assorbenti usa e getta sono la parte più difficile da trattare in discarica e più inquinante se bruciata). Incentivare il compostaggio domestico, a km zero. Noi (che viviamo in appartamento e non abbiamo terra), ci siamo autocostruiti una compostiera in terrazzo. Tra l’altro, una recente legge rende possibile di fare compostiere di condominio o di comunità. Combattere le lobbies dell’imballaggio, ottimizzando la raccolta differenziata, con il porta a porta integrale con tariffa puntuale (più inquini, più paghi), e impedire con divieti e disincentivi che le feste scolastiche e le sagre siano all’insegna dell’usa e getta e dell’indifferenziata. Obbligare i produttori a riprogettare i prodotti e gli imballaggi, all’insegna di riduzione e riciclabilità. E per il restante, minimo, residuo bastano gli impianti di trattamento a freddo, con recupero di materia dal rifiuto. È la strategia Rifiuti zero, che però viene puntualmente ostacolata da chi gestisce inceneritori e discariche: guarda caso sono le stesse aziende che organizzano la raccolta differenziata, in perfetto conflitto di interessi, e che fanno educazione ambientale a scuola. Ho parlato con ragazzini convinti che l’incenerimento fosse una forma...
read moreAutismo, tumori e disabilità: quanto influisce l’inquinamento sulla nostra salute?
[di Antonio Marfella su Il Fatto Quotidiano] In questi giorni stiamo presentando in tutta Italia l’ultimo libro firmato anche da Umberto Veronesi che vede importanti capitolo scritti anche da me e dal Dr Luigi Montano, Medici dell’Ambiente della Campania L’inquinamento Ambientale: riflessioni normative e bioetiche Edizioni Utet a cura della Fondazione Veronesi. Il 2 aprile è stata commemorata la Giornata Mondiale dell’Autismo. Nel capitolo introduttivo, scritto da me e intitolato La Patocenosi delle malattie da lapidazione ambientale, la lezione della Terra dei fuochi, cerco di spiegare quanto la medicina sia profondamente cambiata negli ultimi decenni, in tutto il mondo e in Campania in particolare, anche per il grave quanto misconosciuto danno all’ambiente di vita e di lavoro. Ormai in troppe famiglie siamo costretti a notare quanta angoscia ci sia e quante risorse economiche manchino oggi per assistere i disabili, per patologie in gran parte provocate dal mancato rispetto delle regole di sviluppo sostenibile nella nostra (in)civiltà dei consumi, con metropoli e industrie che hanno profondamente alterato l’Ambiente e quindi anche le patologie cronico degenerative sinora conosciute. I tumori sono, purtroppo, soltanto l’ultimo e oserei dire oggi persino il meno grave dei problemi alla salute pubblica da danno all’ambiente. La nostra attenzione di medici, e quindi anche quella dei politici, deve essere proiettata a chiedere studi e indagini epidemiologiche vaste e approfondite, ma molto di più sul danno agli organi della riproduzione, alla fertilità, alle malformazioni neonatali, ai parti prematuri, ai tumori infantili (quindi da danno ereditato dai genitori), alle terribili e ingravescenti disabilità e invalidità come l’autismo che ormai stanno logorando non solo le nostre famiglie, ma l’intero sistema di welfare italiano. Questo nel libro è ben illustrato dal ricercatore Dr Luigi Montano, del Cnr – Isde Campania, con il suo progetto di ricerca internazionale Ecofood Fertility. Patocenosi è il termine coniato dallo Storico della Medicina Mirko Gmerk dell’Università di Parigi in epoca di scoppio della epidemia di Aids per spiegare come le malattie dominanti di ogni epoca storica siano sempre diretta conseguenza della contemporanea pressione di danno ambientale e microbiologico specifico di quella epoca storica. Le vere terribili epidemie che stiamo già vivendo da alcuni decenni sono ormai di autismo per i nostri figli e di Alzheimer per i nostri genitori. Malattie che alla mia laurea in Medicina nel 1980 praticamente erano rarissime (autismo 1 bambino ogni 7500 nati, oggi 1 ogni 78) sono esplose in modo epidemiologicamente significativo creando problemi di cura e di assistenza addirittura più gravosi del cancro. Noi Medici dell’Ambiente della Campania abbiamo scelto di impegnarci al massimo alla ricerca della verità, interpretando i dati scientifici, non nascondendoci dietro di essi. La medicina non è scienza. La medicina è un’arte che usa la scienza. Parte da noi Medici dell’Ambiente Campani, la rivoluzione in prevenzione, ricerca ed epidemiologia che vede prioritari i dati ambientali (Arpa e Ispra) specie sui rifiuti speciali e non urbani, e poi quelli di igiene (impianti e concentrazioni di inquinanti) e infine gli studi epidemiologici ma sui parametri della fertilità e della riproduzione più che sui tumori per comprendere ma soprattutto per prevenire i danni alla salute pubblica e quindi al Sistema Sanitario Nazionale e al welfare. Per noi ad esempio il dato epidemiologico più grave di questi giorni lo ha fornito ufficialmente il Miur attestando la necessità di incremento di insegnanti di sostegno nelle nostre scuole: “In occasione della Giornata internazionale delle persone con disabilità il Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca rende noti i dati statistici sulla presenza di alunni diversamente abili nella scuola italiana. Si tratta di quasi 235.000 studenti, il 2,7% del numero complessivo degli alunni...
read moreAcqua, la fabbrica dei veleni che allarma il Veneto
[di Corrado Zunino su La Repubblica] Nella giornata mondiale che si celebra oggi, due storie di segno opposto: la prima, di inquinamento delle risorse idriche. L’altra, virtuosa, in un rapporto dell’Unesco.3 Il pesce preso all’amo a Creazzo, una scardola da fiume, aveva nei tessuti 57,4 nanogrammi (per grammo) di Pfas, composto chimico nato dalla fusione di solfuro di carbonio e acido floridico. Settecento volte sopra la soglia del pericolo. Nel sangue di un operaio che ha lavorato per undici anni nella fabbrica a sedici chilometri da Creazzo – la fabbrica è la Miteni di Trissino, Nord Ovest di Vicenza – analisi private hanno contato 91.000 nanogrammi dello stesso Pfas. In un uomo della modernità, sono studi nordamericani, ci dovrebbero essere dai due ai tre nanogrammi di questo impermeabilizzante per giacconi e smartphone, prodotto dal 1938 e usato nel mondo anche per le pellicole antiaderenti delle padelle, la carta da pizza, la sciolina dei fondisti. I controlli ambientali, ecco, offrono numeri fuori controllo. Serve capire – e al lavoro ci sono tre procure, una delle quali, quella di Vicenza, ha già indagato nove persone per inquinamento di acque e ambiente – se quantità straordinarie di perfluoroalchilici presenti nel corpo producono danni alla salute. Stefano De Tomasi, ex operaio della Miteni, azienda chimica in perdita e oggi nel portafoglio di due imprenditori tedeschi, ha 49 anni. Vive con una pensione da 840 euro al mese in un appartamento sotto tetto di Valdagno. Due cani e tredici pasticche al giorno gli fanno compagnia. “Ho lavorato undici stagioni, e con grande impegno, nel reparto produzione Pfas e Pfoa”, racconta: “Sono stato un uomo allegro fino ai quaranta, ma nel 2007 la depressione mi ha catturato. Una depressione clinica, difficile da spiegare. Avevo accumulato giorni di malattia e l’azienda mi ha licenziato. La salute è peggiorata e nel 2010 mi è scoppiato il cuore. Poi il diabete, l’ipertensione arteriosa. Non ho studiato abbastanza per dire se è colpa del C8, i composti a catena lunga, so che ne producevamo tonnellate e di corsa. Nel 2011 sarebbero stati vietati e i capireparto ci costringevano a lavorare con le macchine in movimento, gli sbuffi dei fumi in faccia. In azienda facevamo controlli del sangue, ma il medico interno mi ha sempre detto che i valori superiori a 40 nanogrammi non si potevano conoscere. Con trecento euro ho scoperto, da solo, che sono a quota 91.000”. La seconda battaglia del Pfas – la prima, nella seconda metà dei Settanta, portò alla chiusura della fabbrica allora del Conte Marzotto – si è combattuta a partire dal marzo 2013, quando l’Unione europea definì il Po il fiume più inquinato del continente. Un epidemiologo di Valdagno, Vincenzo Cordiano, ha iniziato allora a incrociare i dati Istat su morti e malattie e oggi può tracciare una virgola di centottanta chilometri quadrati comprendente 79 comuni a sud di Trissino: è l’area rossa, contaminata dal Pfas. Nel reparto della Miteni, già, sono morte ventuno persone su sessantanove, dal 1965. Nessuna di morte naturale. Con un’azione di controllo delle fonti – il caso DuPont nell’Ohio, una transazione monstre a favore delle vittime della multinazionale chimica – il dottor Cordiano ha scoperto che esiste “una probabile correlazione” tra il cancro al rene nelle donne, il cancro ai testicoli negli uomini e gli iperdosaggi del composto. Dopo...
read moreRapporto Onu sui pesticidi: 200.000 morti l’anno. Il grave impatto sui diritti umani
[di Beniamino Bonardi su Il Fatto Alimentare] I pesticidi non sono necessari per garantire l’aumento della produzione agricola per una popolazione in crescita, mentre causano 200.000 morti all’anno nel mondo per avvelenamento acuto, quasi tutti nei paesi in via di sviluppo, dove la salute, la sicurezza e l’ambiente sono meno tutelati. Lo sostiene un rapporto dei relatori speciali dell’Onu per il diritto al cibo, Hilal Elver, e per le sostanze tossiche, Baskut Tuncak, presentato al Consiglio per i Diritti umani delle Nazioni Unite, in cui chiedono un nuovo trattato internazionale per regolare ed eliminare progressivamente l’uso di pesticidi pericolosi in agricoltura, muovendosi verso pratiche agricole sostenibili. “L’uso eccessivo di pesticidi è molto pericolose per la salute umana e per l’ambiente, ed è fuorviante affermare che i pesticidi sono vitali per garantire la sicurezza alimentare”, affermano i due relatori speciali dell’Onu in una dichiarazione congiunta al Consiglio per i diritti umani a Ginevra. La denuncia continua evidenziando le grandi differenze di standard tra i vari paesi, per quanto riguarda la produzione, l’uso e la protezione dai pesticidi pericolosi, che sta avendo un grave impatto sui diritti umani. Inoltre, dichiarano i due relatori dell’Onu, “è tempo di sfatare il mito secondo cui i pesticidi sono necessari per sfamare il mondo e bisogna creare un processo globale per passare ad una produzione agricola e alimentare più sicura e sana”. I due relatori speciali delle Nazioni Unite puntano il dito contro le tecniche di marketing aggressive e senza etica dell’agroindustria, che nega la pericolosità e gli impatti di alcuni pesticidi. L’industria chimica attribuisce la colpa dei danni all’uso improprio che ne fanno gli agricoltori, e spende enormi quantità di denaro per influenzare i decisori politici e contestare le prove scientifiche. In Italia, Agrofarma, l’Associazione nazionale imprese agrofarmaci che fa parte di Federchimica, ha replicato al rapporto dell’Onu, affermando che “gli agrofarmaci sono strumenti indispensabili per ottenere livelli di produttività delle coltivazioni sufficienti a sostenere la crescente popolazione mondiale; sforzi per una migliore distribuzione degli alimenti e per la riduzione degli sprechi sono doverosi, ma senza l’impiego degli agrofarmaci non si avrebbe abbastanza cibo per tutti. L’esempio virtuoso dell’agricoltura italiana ed europea conferma che l’agricoltura integrata, che prevede l’utilizzo della chimica, può essere pienamente sostenibile; il problema non sono dunque i prodotti fitosanitari in sé stessi, ma il loro corretto utilizzo”. (Pubblicato il...
read moreAdottata la “Dichiarazione di Roma” per limitare le emissioni navali nel Mediterraneo
Una coalizione di associazioni ambientaliste ha adottato una dichiarazione finalizzata a designare nel Mar Mediterraneo una zona di controllo delle emissioni per limitare l’inquinamento atmosferico prodotto dalle navi. L’alleanza, rappresentata per l’Italia dalla Onlus Cittadini per l’Aria, è operativa dal 2016 e raccoglie principalmente le ONG della regione del Mediterraneo, e in particolare Spagna, Francia, Italia, Malta, Grecia, oltre all’associazione europea con sede a Bruxelles Transport & Environment e l’associazione tedesca NABU. La “Dichiarazione di Roma” – questo il nome scelto per la dichiarazione – è stata adottata all’esito della Conferenza internazionale “Reducing air pollution from ships in the Mediterranean Sea” tenutasi il 28 marzo a Roma. L’iniziativa è tempestiva dopo che, all’inizio di marzo, nel corso di una riunione del gruppo di lavoro del Consiglio d’Europa, la Francia ha intrapreso un coraggioso tentativo di spingere per l’istituzione di un’area ECA nel Mediterraneo. Idealmente questa proposta comprende l’istituzione di aree di controllo delle emissioni di zolfo (SECA) e ossidi di azoto (NECA) e, allo stesso modo, affronta esplicitamente le emissioni di particolato e di black carbon. “La designazione del Mar Mediterraneo come area ECA è un passo atteso da tempo per ridurre l’inquinamento atmosferico prodotto dalle navi nella regione in modo significativo. È inaccettabile – ha detto Anna Gerometta, presidente di Cittadini per l’Aria – che le persone e l’ambiente dell’Europa meridionale debbano ancora soffrire a causa delle emissioni dei gas di scarico del settore marittimo, mentre il Mar Baltico, il Mare del Nord e la Manica hanno standard molto più stringenti da anni.” Il CEO di NABU, associazione capofila del progetto Europeo, Leif Miller, ha aggiunto che gli ambientalisti e i gruppi di riferimento delle comunità nelle città portuali dei vari paesi del Mediterraneo hanno accolto con favore l’iniziativa del governo francese e hanno invitato i rispettivi governi a intensificare l’impegno a sostegno di questo approccio. È opinione condivisa dalla coalizione che non possano esservi più scuse per consentire un ulteriore rinvio di norme più severe alle emissioni delle navi in ??Sud Europa considerando che le principali rotte marittime dall’Asia verso l’Europa e l’America attraversano il Mar Mediterraneo e che, secondo le previsioni, il traffico navale è destinato a crescere fino al 250% entro il 2050. Inoltre il Mediterraneo è sede di alcune delle destinazioni di crociera più popolari in Europa, con un numero sempre crescente di scali e conseguenti problemi di inquinamento atmosferico locali. In aggiunta, durante il periodo estivo, l’intensa radiazione solare in combinazione con gli inquinanti atmosferici delle navi genera un inquinamento da ozono troposferico dannoso per la salute. L’istituzione di un’area ECA mediterranea ripristinerebbe parità di condizioni nel mercato unico europeo dove, finalmente, gli armatori e i porti del sud sarebbero sottoposti agli stessi requisiti normativi vigenti nei mari del nord. Infine, sarebbe uno stimolo per l’adozione di tecnologie a basse emissioni e il trasferimento del know-how necessario all’interno dell’Unione Europea, migliorando la leadership europea nella tecnologia e la creazione di posti di lavoro nel settore marittimo. Pertanto, standard di emissione più severi nel Mediterraneo sono anche di vitale importanza per garantire la sostenibilità del settore marittimo dell’UE e la sua competitività economica. Maggiori informazioni sul progetto per un’area ECA nel Mediterraneo: http://www.cittadiniperlaria.org/vista-mare Documentazione della conferenza: http://www.cittadiniperlaria.org/blog-post/trasporto-marittimo-e-inquinamento-un-convegno-internazionale-roma-il-28-marzo Scarica la Dichiarazione di...
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Marica Di Pierri per Valori.it – Verso la Cop30 di Belém, cosa aspettarci dal più importante appuntamento per salvare il clima della Terra? Diretta con Marica Di Pierri, Luca Lombroso, Giovanni Mori e Lorenzo Tecleme.