Dal 10 al 21 novembre 2025 saremo a Belém, in Brasile, per partecipare come osservatori alla 30° Conferenza delle Nazioni Unite sul Clima. Racconteremo quanto avviene dentro e fuori le negoziazioni, porteremo e raccoglieremo le voci dei territori in lotta contro l’estrattivismo, contro il greenwashing e per una transizione ecologica realmente giusta.
Iscriviti al bollettino Sostieni il nostro lavoroL’agenda della COP30
A Belém si discuteranno e valuteranno gli NDCs, i nuovi impegni climatici nazionali che stabiliscono gli obiettivi di riduzione delle emissioni di ogni paese. Accanto alla mitigazione, l’adattamento sarà uno dei temi centrali attraverso il Global Goal on Adaptation (GGA) e i nuovi Piani nazionali di adattamento. Un altro capitolo chiave sarà quello della finanza per il clima. Tra i punti principali il nuovo obiettivo di finanziamento (NCQG), che punta ad aumentare il sostegno ai Paesi in via di sviluppo da 100 a 300 miliardi di dollari l’anno, e la Roadmap Baku-Belém, che traccia un percorso per mobilitare almeno 1.300 miliardi di dollari l’anno entro il 2035.
Temi cruciali, che si scontrano con uno scenario geopolitico ostile, segnato dal negazionismo climatico, dai venti di guerra, dalla corsa al riarmo e dalla violenza istituzionale. Non è un caso che in gioco a Belém ci sia più che mai la credibilità della diplomazia climatica e la sua capacità di tradurre le intenzioni in impegni concreti.
La Cupula dos povos
La Cúpula dos Povos è il grande incontro dei movimenti sociali e delle comunità che vivono in prima linea la crisi climatica. Nata nel 1992 come risposta critica alle negoziazioni ufficiali, propone un’alternativa fondata su giustizia climatica, sociale e ambientale, solidarietà e saperi ancestrali.
Dal 12 al 16 novembre 2025, in concomitanza con la COP30 di Belém, riunirà popoli indigeni, comunità quilombola e tradizionali, giovani e lavorator? in marce, dibattiti e azioni culturali.
La Cúpula mette al centro vite, diritti e territori, non statistiche: unisce chi costruisce ogni giorno soluzioni reali, dall’agroecologia alla difesa dei beni comuni, per spingere i governi ad adottare politiche di vera giustizia climatica.
Dichiarazione della Cupula Dos Povos
Perché A Sud e CDCA alla COP?
Nelle Cop si riuniscono i governi dei 197 Paesi che hanno ratificato la Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (UNFCCC), firmata a Rio de Janeiro nel 1992. Ma la COP30 non è solo un vertice diplomatico: è il terreno di confronto (e di scontro) tra attori diversi e diverse visioni del mondo. Da una parte il business as usual che trasforma la crisi climatica in profitto, dall’altra movimenti e territori che lottano per giustizia climatica, autodeterminazione e diritti della Natura.
La COP30 si terrà nel cuore dell’Amazzonia, a Belém do Pará, in Brasile. Non è un dettaglio geografico ma una scelta politica: è nel Sud globale che l’ingiustizia climatica colpisce più duramente mentre il Nord globale continua a negoziare emissioni e interessi fossili.
Qui non si decide solo il futuro del clima: si decide chi avrà diritto a un futuro.
Per raccontare cosa c’è in gioco, e come finisce la partita.
Andiamo alla COP per osservare da vicino i negoziati, capire quali equilibri politici e di potere si stanno ridefinendo, e portare la prospettiva dei territori e dei movimenti che chiedono giustizia climatica.
La partecipazione di A Sud e CDCA serve a connettere le lotte locali con quelle globali, rafforzare alleanze internazionali e raccontare – con sguardo indipendente e critico – come la diplomazia climatica sta affrontando, o eludendo, le proprie responsabilità.
Perché solo intrecciando voci e resistenze dal basso possiamo costruire un futuro giusto per tutt?.
Per costruire e rafforzare alleanze internazionali
Svolgere la COP in Brasile è un segnale che conta: significa rimettere al centro chi la crisi climatica la subisce davvero. Andiamo a Belém per stare con i movimenti globali per la giustizia climatica. In America Latina oggi si gioca una partita enorme: conflitti ambientali, estrattivismo, repressione, lotte indigene e popolari che resistono da decenni. Con tante realtà — dalla Colombia alla Bolivia, fino all’Amazzonia — abbiamo già lavorato, fatto campagne, costruito ponti. Lì ritroviamo compagn? con cui condividiamo visioni e pratiche.
Per portare una visione radicale dentro la COP
Sì, probabilmente sarà l’ennesimo flop diplomatico. Ma proprio per questo dobbiamo esserci, per non lasciare quei tavoli alle lobby fossili e ai governi che parlano di transizione mentre trivellano.
Da dentro vedi meglio le dinamiche, le crepe, le possibilità di alleanze e di conflitto.
Andiamo per portare la prospettiva della giustizia climatica e delle lotte dal basso, che legano crisi climatica, razzismo, patriarcato e disuguaglianze. La COP non è un punto d’arrivo: è un passaggio. Il resto si fa fuori, insieme, ogni giorno.
Diario dalla COP30
- Giorno 12 – 24 novembre 2025
Belém svela il fallimento della diplomazia climatica, ma apre spiragli: una roadmap anti-fossile e nuove alleanze per la giustizia.
Leggi l’articolo / Ascolta su Scanner
- Giorno 11 – 21 novembre 2025
Penultimo giorno a Belém: incendio in COP30, stalli politici e pressioni crescenti sul BAM e sull’uscita dai fossili.
Leggi l’articolo
- Giorno 10 – 20 novembre 2025A Belém 85 Paesi spingono per uscire dai fossili, mentre Italia e Polonia frenano. La COP30 è al bivio, il tempo è adesso.
- Leggi l’articolo / Ascolta su Scanner
- Giorno 9 – 19 novembre 2025
Belém rilancia la lotta globale ai fossili: la Colombia guida un fronte che vuole uscire davvero dal modello che brucia il pianeta.
Leggi l’articolo / Ascolta su Scanner
- Giorno 8 – 18 novembre 2025
Alla COP30 la transizione dai combustibili fossili sembra lontana, mentre i fondi dell’adattamento sono sotto il minimo.
Leggi l’articolo / Ascolta su Scanner
- Giorno 7 – 17 novembre 2025
Belem in rivolta: popoli indigeni e movimenti sociali spingono per una COP30 che dica finalmente basta ai fossili.
Leggi l’articolo / Ascolta su Scanner

- Giorno 6 – 15 novembre 2025
Anche quest’anno i dati sulla presenza dei lobbisti Gas&Oil alla conferenza di Belém sono alti: su ogni 25 persone accreditate al vertice, uno è un lobbista dei combustibili fossili, in totale sono oltre 1600.
Leggi l’articolo
- Giorno 5 – 14 novembre 2025
Il TFFF entra nella Cupula tra promesse e contraddizioni: fondi incerti, debiti in aumento e movimenti che denunciano l’ennesima falsa soluzione verde.
Leggi l’articolo / Ascolta su Scanner
- Giorno 4 – 13 novembre 2025
A Belém la protesta indigena irrompe nella COP30 e svela le contraddizioni del Brasile fossile. Intanto la Cupula esplode di mobilitazioni globali.
Leggi l’articolo /Ascolta su Scanner
- Giorno 3 – 12 novembre 2025
Adattamento al centro della COP30, ma i fondi restano insufficienti. A Belém arrivano movimenti e comunità indigene: la vera pressione viene dai territori.
Leggi l’articolo / Ascolta su Scanner
- Giorno 2 – 11 novembre 2025
Lula parla di disuguaglianze alla Cop30, ma il Brasile continua a spingere sul fossile. A Belém torna al centro il nodo tra clima e ingiustizia.
Leggi l’articolo / Ascolta su Scanner
- Giorno 1 – 10 novembre 2025
Dalla Cop30 alla Cúpula dos Povos: a Belém si apre la sfida per la giustizia climatica tra responsabilità globali, diritti dei popoli e resistenza dei territori.
Leggi l’articolo / Ascolta su Scanner
Articoli di approfondimento alla COP30
- Cosa resta della Cop30, la battaglia per il clima e i diritti è ancora lunga – 24 novembre 2025
Marica Di Pierri e Laura Greco su Domani – COP30 fallisce su fossili e foreste, ma il Bam e il blocco dei 82 paesi per l’uscita dal fossile aprono spiragli di lotta e nuove alleanze.
Leggi l’articolo
- Sulla fine dei lavori della COP30 – 24 novembre 2025
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Cosa è successo alla 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici? Quali sono le grandi vittorie? Quali le sconfitte?
Guarda la diretta
- La tabella della discordia – cos’è successo alla COP30 – 23 novembre 2025
Laura Greco su Radio24 – COP30 a Belém annuncia impegni su energia, foreste e adattamento, ma senza una vera uscita dal fossile restano promesse vuote da incalzare con lotte dal basso.
Ascolta su Il Sole 24 ore
- “A resposta somos nós”. Ma alla COP30 le richieste dei popoli indigeni non fanno breccia – 23 novembre 2025
Laura Greco su EconomiaCircolare.com – Alla COP30 le voci indigene restano ai margini mentre la foresta corre verso il punto di non ritorno. Senza giustizia, non c’è futuro.
Leggi l’articolo
- La “Dichiarazione di Belém” e il multilateralismo del phase out dai fossili spinto dal basso – 21 novembre 2025
Laura Greco su Altreconomia – Da Belém arriva una spinta dal basso per uscire dai fossili: governi e movimenti uniscono le voci per un phase out reale, giusto, globale.
Leggi l’articolo
-
- Cop30: senza il Gender action plan ogni azione climatica è limitata – 21 novembre 2025
Marica Di Pierri e Laura Greco su Valori – Nonostante le ambiziose premesse il Gender action plan ha trovato diversi ostacoli sui tavoli negoziali della Cop30
- Cop30: senza il Gender action plan ogni azione climatica è limitata – 21 novembre 2025

- Alla Cop30 arrivano le storie di migrazioni climatiche – 21 novembre 2025
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30, in vista delle negoziazioni finali, si parla del fenomeno crescente degli sfollamenti forzati dal cambiamento climatico.
Leggi l’articolo
- Belém, la foresta degli indigeni si ribella a Lula – 20 novembre 2025
Laura Greco su Il Manifesto – Le nazionalità dell’Amazzonia denunciano l’inagibilità politica alla Cop e chiedono una mobilitazione internazionale guidata direttamente dai popoli indigeni per proteggere i loro territori e affrontare la crisi climatica alla radice
- Alla Cop 30 i movimenti si riprendono la scena – 20 novembre 2025
Marica Di Pierri su Il Manifesto – Era dalla Cop 26 di Glasgow che non si vedeva così tanta società civile. Accanto al vertice ufficiale, in più di 50 mila hanno animato la «Cupula dos povos» per una svolta vera sul clima e i diritti
Leggi l’articolo
- COP30, BELÉM | Italiani in mobilitazione – 20 novembre 2025]
Il Climate Pride in azione alla COP30: l? attivist? chiedono all’Italia una roadmap chiara e ambiziosa per uscire dai fossili.
Leggi il comunicato
- A Belém torna il protagonismo sociale – 19 novembre 2025
Marica Di Pierri su Collettiva – Alla Cop30 movimenti, organizzazioni, popoli e sindacati riacquistano centralità: proposte e campagne dal basso sono arrivate nelle stanze dei negoziati.
Leggi l’articolo
- Come procede la COP30 in Brasile? Intervista a Laura Greco da Bélem – 19 novembre 2025
Laura Greco su Scienza e Pace Magazine – COP30 tra repressione, lobby fossili e resistenze indigene: la giustizia climatica la costruiscono i territori, non i negoziati.
Leggi l’articolo
- Lifegate dalla COP30 – 18 novembre 2025
Marica Di Pierri su Lifegate – Dalla COP30 il racconto dell’inedita comunicazione tra dentro e fuori la COP, tra le richieste indigene e l’ambiguo governo di Lula.
Ascolta su Lifegate
- Il Fondo per le foreste e la falsa soluzione del biocapitalismo si ripropone alla Cop30 di Belém – 18 novembre 2025
Laura Greco su Altreconomia – Il Tropical forests forever facility lanciato da Lula è l’ennesimo dispositivo finanziario che viene presentato come innovazione.
Leggi l’articolo
- Attivismo e giustizia climatica: se il diritto alla protesta diventa un reato – 17 novembre 2025
Marica Di Pierri su Valori.it – Alla Cop30 emerge un allarme globale: in molti Paesi il diritto alla protesta viene represso e l’attivismo ambientale è sempre più criminalizzato
Leggi l’articolo
- Alla Cop30 di Belèm il fondo per l’adattamento resta senza fondi – 17 novembre 2025]
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30 fallisce, per il terzo anno di fila, l’obiettivo di raccolta minima per finanziare l’adattamento dei Paesi del Sud globale.
Leggi l’articolo

- Massiccia partecipazione popolare a Belém – 16 novebre 2025
Marica Di Pierri su L’aria Che Respiri – Alla Cúpula dos Povos tantissime voci per reclamare la fine dei combustibili fossili e una giustizia climatica guidata dai popoli, non dalle multinazionali.
Ascolta su Radio Rai1
- In diretta da Bele?m – Aggiornamenti sulla prima settimana di COP30 – 15 novembre 2025
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – In diretta da Belém, per raccontare in diretta i lavori della 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici. ?Foto di Oliver Ninja e Midia Ninja
Guarda la diretta
- Cop30: chi difende i combustibili fossili dentro i negoziati sul clima – 14 novembre 2025
Marica Di Pierri per Altreconomia – Alla Cop30 un lobbista fossile ogni 25 delegat?: il vertice che dovrebbe chiudere l’era fossile continua a farsela scrivere da chi la profitta.
Leggi l’articolo
- Giustizia climatica, questa dimenticata – 13 novembre 2025
Marica Di Pierri su Il Manifesto – Il legame tra clima e disuguaglianze è ormai assodato. Ma dopo 30 anni di conferenze, i ricchi continuano a fare grandi affari con i fossili.
Leggi l’articolo
- L’adattamento secondo la COP30: “Adattarsi è sopravvivere” – 13 novembre 2025
Marica Di Pierri per EconomiaCircolare.com – COP30 punta a rendere operativo il Global Goal on Adaptation, tra governance multilivello, indicatori, fondi insufficienti e necessità di giustizia climatica.
Leggi l’articolo
- La Cop30 in Brasile e le politiche industriali green – 11 novembre 2025
Marica Di Pierri per Tutta La Città Ne Parla, Radio3 – È iniziata la Cop30 a Belém, 10 giorni in cui si discuterà su come trovare una via d’uscita alla deriva del cambiamento climatico nonostante le difficoltà politiche che ci circondano.
Ascolta l’episodio
- Road to Belém – 7 novembre 2025
Marica Di Pierri per Valori.it – Verso la Cop30 di Belém, cosa aspettarci dal più importante appuntamento per salvare il clima della Terra? Diretta con Marica Di Pierri, Luca Lombroso, Giovanni Mori e Lorenzo Tecleme.
Guarda la diretta
- Da Parigi a Belém, i conti che non tornano – 6 novembre 2025
Marica Di Pierri per Il Manifesto – Tra tensioni e fragili compromessi, i preparativi alla vigilia della Conferenza Onu. A che punto sono gli impegni nazionali di riduzione e i piani di adattamento dei singoli Paesi.
Leggi l’articolo
- A Sud a Belém alla Cop30 – 6 novembre 2025
A Sud seguirà negoziati e mobilitazioni dalla COP30 di Belém, amplificando le voci dei movimenti per giustizia climatica e sociale.
Leggi l’articolo
- A Sud aderisce alla Global Call to Action della Cúpula dos Povos – 5 settembre 2025
Il 15 novembre scendiamo in piazza: basta disuguaglianze e razzismo ambientale, vogliamo giustizia climatica e un mondo dove la vita sia al centro.
Leggi l’articolo
- Vertice dei Popoli Verso la COP30: Manifesto Politico – 13 giugno 2025
A Sud aderisce al Manifesto dei Popoli verso la COP30: un appello globale per giustizia climatica, anticapitalismo e democrazia dal basso.
Leggi l’articolo
Racconteremo le negoziazioni
Per spiegare cosa accade davvero alla COP30, come si muovono i governi e quali interessi guidano le scelte sulla crisi climatica. Vi offriremo una copertura quotidiana per raccontarvi con le nostre parole e con uno sguardo critico, indipendente e radicale, vicino ai movimenti il dentro e fuori la Cop
Sveleremo le contraddizioni
Tra le promesse ufficiali e la realtà, mostrando lo scontro continuo tra lobby fossili e popoli che difendono la vita e i territori. Denunceremo le responsabilità smascherando la falsa transizione energetica e chi continua a inquinare mentre parla di sostenibilità con greenwashing e false soluzioni
Daremo voce alle comunità
Portando le loro storie, le lotte quotidiane e le alternative concrete alla devastazione ambientale, contro colonialismo ed estrazione. Ci collegheremo con l’Italia per connettere istanze e battaglie
INFO E CONTATTI
Per contatti e interviste con la delegazione:
maricadipierri@asud.net
+ 55 21 967071220
Laura Greco
lauragreco@asud.net
+55 21 997673184
[posted on Special Section of Journal of Political Ecology] In its Volume 24, the Journal of political ecology publishes a special section on Political ecologies of health and disease gather articles from Entitle and Ejolt projects’ team members Panagiota Kotsila, Creighton Connolly, Giacomo D’Alisa, Marco Armiero, Ilenia Lengo and Marcelo Firpo. The section includes: Creighton Connolly, Panagiota Kotsila and Giacomo D’Alisa. 2017. Tracing narratives and perceptions in the political ecologies of health and disease. Journal of Political Ecology 24: 1-10. Jeff Rose. 2017. Cleansing public nature: landscapes of homelessness, health, and displacement. Journal of Political Ecology 24: 11-23. Creighton Connolly. 2017. “Bird cages and boiling pots for potential diseases”: contested ecologies of urban ‘Swiftlet farming’ in George Town, Malaysia. Journal of Political Ecology 24: 24-43. Ilenia Iengo and Marco Armiero. 2017. The politicization of ill bodies in Campania, Italy. Journal of Political Ecology 24: 44-58. Giacomo D’Alisa, Anna Rita Germani, Pasquale Marcello Falcone and Piergiuseppe Morone. 2017. Political ecology of health in the Land of Fires: a hotspot of environmental crimes in the south of Italy. Journal of Political Ecology 24: 59-86. Panagiota Kotsila. 2017. Health dispossessions and the moralization of disease: the case of diarrhea in the Mekong Delta, Vietnam. Journal of Political Ecology 24: 87-109. Marcelo Firpo Porto, Diogo Rocha Ferreira and Renan Finamore. 2017. Health as dignity: political ecology, epistemology and challenges to environmental justice movements. Journal of Political Ecology 24:...
read moreWatergrabbing– A Story of Water
[su BioEcoGeo] È uscito Watergrabbing, An Atlas of Water, il nuovo atlante geografico mondiale sull’acqua e l’accaparramento idrico con approfondimenti tematici su vari Paesi nel mondo. Pagine ricche di testi, immagini suggestive e molte mappe per un quadro completo e aggiornato della situazione idrica a livello mondiale, toccando anche temi inerenti la geopolitica dei paesi e le sempre più difficili condizioni di vita delle popolazioni che già soffrono a causa degli effetti del cambiamento climatico. Con l’espressione watergrabbing, o “accaparramento dell’acqua”, ci si riferisce a situazioni in cui attori potenti sono in grado di prendere il controllo o deviare a proprio vantaggio risorse idriche preziose, sottraendole a comunità locali o intere nazioni, la cui sussistenza si basa proprio su quelle stesse risorse e quegli stessi ecosistemi che vengono depredati. Gli effetti di questo accaparramento sono devastanti. Famiglie scacciate dai loro villaggi per fare spazio a mega dighe, privatizzazione delle fonti idriche, inquinamento dell’acqua per scopi industriali che beneficiano pochi e danneggiano d’acqua, controllo delle fonti idriche da parte di forze militari per limitare lo sviluppo. Nel cosiddetto sud nel mondo, ma anche in alcuni paesi industrializzati, da bene comune liberamente accessibile, l’acqua si trasforma in bene privato o controllato da chi detiene il potere. Sotto la spinta della crescente domanda d’acqua dovuta all’aumento di popolazione e alla crescita industriale dei paesi in via di sviluppo e sotto la morsa del cambiamento climatico, sempre più visibile nella nostra quotidianità, l’acqua diventa fonte di conflitto, bene scarso per cui è fondamentale accaparrarsene a spese del vicino, a discapito anche di donne e bambine che si occupano della raccolta giornaliera sottraendo tempo all’educazione e al lavoro. Lo speciale Watergrabbing – a Story of Water vi racconta il fenomeno dell’accaparramento dell’acqua, ogni storia declinando un tema specifico (Watergrabbing – a Story of Water acque transfrontaliere, dighe, accaparramento per scopi politici e per scopi economici) e mostrando gli attori coinvolti, paese per paese. Foto, testi e carte geografiche vi accompagneranno in questo viaggio. Come strumento di riferimento si è realizzato anche un atlante geografico scaricabile, per il lettore curioso, lo studente, il ricercatore. Prendetevi tempo per leggere e scoprire il tema dell’accaparramento all’acqua. Perché l’acqua diventi un diritto per tutte e tutti. Testi e ideazione: Emanuele Bompan e Marirosa Iannelli © Mappe: Riccardo Pravettoni Infografiche. Progetto grafico: Federica Fragapane. (Pubblicato il...
read moreShell in Nigeria: fragili vittorie contro le multinazionali petrolifere
[di Angele Minguet – CDCA, dottoranda in Scienze Politiche, La Sapienza] La Shell, impresa petrolifera anglo-olandese, mostrò interesse per i giacimenti di petrolio della Nigeria a partire dal 1936 e iniziò le estrazioni nel 1956, quando il paese era ancora una colonia inglese. Dopo l’indipendenza, il governo nigeriano, tramite la Nigerian National Petroleum Development Company, diventò l’azionario principale di un Consortium con la Shell. Oggi la Nigeria è il più grande produttore di greggio dell’Africa Sub-Sahariana. Uno dei principali oleodotti nel Delta del Niger – la Trans-Niger Pipeline – attraversa le terre del Popolo Ogoni, chiamate “Ogoniland”. La Shell possiede nella regione altri cinque campi non produttori e una rete di circa 100 pozzetti e infrastrutture. Benché altre imprese americane (Chevron, Exxon Mobil), francesi (Total) o ancora italiane (Agip) siano presenti sul territorio, la Shell è stata particolarmente criticata per l’inquinamento delle sue attività estrattive, per il suo coinvolgimento nella repressione durante la dittatura e per la corruzione odierna di funzionari nigeriani. L’impresa, che dimostra pochi scrupoli nel suo modus operandi nella regione, beneficia di una grande impunità perché la sua presenza è considerata come fondamentale per l’economia del paese. Il petrolio del Delta del Niger rappresenta l’ottanta per cento delle entrate pubbliche e il novanta di quelle in valuta estera, di cui approfittano alti funzionari del governo e dell’esercito alle spese della popolazione nigeriana. Inoltre, lo stato attuale del mercato del petrolio distrugge quasi ogni altro tipo di attività economica in Nigeria, senza contare l’avvelenamento di acque e terra, pericoloso per la salute e la vita degli abitanti. Nel 2011, l’UNEP stimava un bilione di dollari americani come costo iniziale per rimediare ai danni ambientali del petrolio nell’Ogoniland. La reazione a queste ingiustizie sociali e ambientali iniziò nel 1990 quando venne presentata al governo nigeriano l’“Ogoni Bill of Rights”, scritta in grande parte dall’autore Ken Saro-Wiwa. In quel documento, gli Ogoni chiedevano una maggiore autonomia politica e rappresentazione nelle istituzioni nazionali, il diritto di controllare e utilizzare una proporzione equa di risorse economiche per lo sviluppo degli Ogoni, nonché il diritto di proteggere l’ambiente e l’ecologia delle loro terre da ulteriore degrado. L’”Ogoni Bill of Rights” si rivolge principalmente allo stato nigeriano ma nella parte finale c’è un appello comunità internazionale, una richiesta di aiuto per la sopravvivenza del popolo. Per condurre questa battaglia, venne creato il Movimento per la Sopravvivenza del Popolo Ogoni (MOSOP), di cui Ken Saro-Wiwa era uno dei principali attori. Data l’assenza di risposte da parte del governo nigeriano, nel novembre 1992, i leader del MOSOP si rivolsero a Shell, Chevron-Texaco e alla società nazionale petrolifera nigeriana emettendo un ultimatum di 30 giorni affinché pagassero l’uso della terra e il risarcimento per l’ambiente devastato, oppure lasciassero le terre Ogoni. Questa ingiunzione minacciava gli interessi privati e politici delle compagnie petrolifere e dei poteri chiamati in causa. Per evitare tutti rischi, il capo di stato nigeriano, Sani Abacha, mobilizzò una task force militare che, durante tutto il periodo della sua dittatura (1993-1998), fu responsabile della morte di oltre duemila Ogoni, di violenza sessuale su donne e ragazze, della mutilazione di centinaia di persone e dello sfollamento altre centomila preoccupate per la propria sopravvivenza. Il culmine del conflitto fu segnato dall’impiccagione di Saro-Wiwa, incastrato dalla Junta per aver architettato l’omicidio di quattro leader Ogoni nel maggio 1994. La sua esecuzione, insieme a quella di altri otto membri del MOSOP, ha innescato una catena di processi in Africa, US ed Europa. L’evoluzione...
read morePrimo sì alla riorganizzazione delle autorizzazioni ambientali: tempi stretti e termini perentori.
[di Giuseppe Latour su Il Sole 24 Ore] La nuova Via si chiude in 13 mesi, Galletti: riforma strategica per il Paese In attesa opere per 21 miliardi. Una nuova procedura unificata, che ingloberà tutte le autorizzazioni in campo ambientale. Un riordino delle regole in materia di valutazione ambientale delle opere, che rimoduli il ruolo delle Regioni. Termini perentori per le procedure, con la Via statale limitata a un massimo di 390 giorni. E una corsia preferenziale per gli investimenti energetici, che passeranno sotto la competenza statale. Sono queste le novità principali del decreto legislativo, esaminato in via preliminare dal Consiglio dei ministri di venerdì scorso, che recepisce, su proposta del ministero dell’Ambiente, la direttiva europea 2o14/52/Ue. E che, di fatto, guarda a un obiettivo: semplificare il meccanismo della Via, una procedura per la quale oggi si possono perdere fino a sei anni. Per il ministro dell’Ambiente Gian Luca Galletti, questa riforma «dovrà essere un asset strategico per lo sviluppo sostenibile del nostro paese. Soltanto oggi ci sono in attesa di un responso progetti per 21 miliardi di euro: arrivare a una valutazione rigorosa con un procedimento efficiente e definito con tempi certi, in linea con la direttiva europea,è una vera necessità per un paese che punta sulla crescita sostenibile». Il decreto modifica, nel merito, tutti gli istituti legati alla Via. Il problema principale è che, al momento, i tempi medi di conclusione dei procedimenti Via sono di circa tre anni, mentre per la verifica di assoggettabilità alla Via (la fase prodromica che serve a decidere se portare un progetto in Via) sono necessari 11,4 mesi. Nonostante la normativa vigente preveda termini più ridotti (da un minimo di iso a un massimo di 390 giorni), le attuali tempistiche minime per lo svolgimento di una valutazione di impatto ambientale sono di circa 300 giorni, fino ad un massimo di 6 anni. Serviva quindi una riorganizzazione. Per questo obiettivo nasce, anzitutto, un nuovo procedimento che incorpora nella Via tutti i titoli abilitativi e autorizzativi riconducibili a fattori ambientali. Il procedimento unico ambientale assorbirà tutti i procedimenti paralleli, consentendo di risparmiare tempo. Viene, poi, semplificata la verifica di assoggettabilità a Via: non ci sarà più l’obbligo per il proponente di presentare gli elaborati progettuali, ma sarà sufficiente presentare il solo studio preliminare ambientale. Vengono introdotte regole omogenee per il procedimento di Via su tutto il territorio nazionale, con la rimodulazione dei poteri delle Regioni: tutti i progetti relativi a infrastrutture e impianti energetici passano al livello statale. E viene alleggerita la procedura per l’autorizzazione dei progetti di livello statale. A supporto di questi cambiamenti, arriva anche una riorganizzazione delle modalità di funzionamento della commissione Via, che sarà supportata da un Comitato tecnico. Tutta la procedura di Via statale si chiuderà nel giro di 390 giorni, poco più di un anno: 6o per la presentazione delle istanze, no giorni per la consultazione del pubblico e i pareri, izo giorni per la valutazione e l’adozione del provvedimento vero e proprio. In caso di procedimento unico ambientale statale, si potrà invece salire fino a 445 giorni, ma ottenendo tutte le autorizzazioni in ambito ambientale con un procedimento unificato. Tutti i termini, nel nuovo sistema, diventeranno perentori: il loro sforamento comporterà responsabilità disciplinare in capo ai dirigenti. E, a richiesta delle parti, ci sarà un regime transitorio...
read moreIl fascino dell’unico modello di sviluppo
[di Tonino Perna su Il Manifesto] Stadi di Roma e di Firenze, Tav Val di Susa, Ponte sullo Stretto: «mega progetti presentati come la panacea di tutti mali, unica prospettiva per il rilancio dell’economia, l’immagine e il futuro di un territorio. Bisognerebbe invece partire dalla manutenzione come bisogno primario per aprirsi a piani, anche ambiziosi, ma sostenibili». L’esito del duro scontro acceso intorno alla questione del nuovo stadio a Roma, e magari le dimissioni del prestigioso assessore Berdini, non riguarda solo la capitale. È una battaglia che ha un valore simbolico per tutto il nostro paese. È da almeno vent’anni che si discute animatamente e si lotta duramente in alcuni casi (come per il Tav in Val Susa) sulle grandi opere prospettate di volta in volta come la panacea di tutti mali, unica prospettiva per il rilancio dell’economia, l’immagine e il futuro di un determinato territorio. Purtroppo, bisogna dire che la resistenza dei movimenti ambientalisti e di una parte della sinistra (a cui negli ultimi anni si era aggiunto il M5S) non è stata finora sufficiente a bloccare questa hybris che si manifesta con più forza nei momenti di crisi economica come quello che stiamo attraversando. Poco prima di perdere il Referendum l’ex premier ha tirato nuovamente in ballo il Ponte sullo Stretto come prospettiva realistica con cui rilanciare quest’area del nostro Sud che presenta altissimi tassi di inoccupazione giovanile ed una fuga da questo territorio che ormai è diventato un esodo. Ci piaccia o no, le Grandi Opere esercitano un fascino sulla gran parte della popolazione perché il modello di sviluppo che abbiamo visto ed interiorizzato è questo e non riusciamo a immaginarne un altro. Uno dei migliori contributi che ci ha dato Serge Latouche, soprattutto nei suoi primi scritti, è stato appunto questo: non usciamo da questa crisi, ambientale e sociale, se non cambiamo immaginario, se non la smettiamo di ridurre tutto il mondo a merce, un paesaggio o un bosco. Che non significa abbracciare tout court una nuova religione della “decrescita”, ma essere capaci di creare posti di lavoro, di autorealizzazione, spazi vivibili e progetti/visioni del futuro entusiasmanti, senza continuare a massacrare di cemento il nostro paese. E questo vale ovviamente anche per la capitale. Lo si può fare recuperando il già costruito e magari abbandonato, come giustamente ci ricordava Piero Bevilacqua rispetto al caso dello stadio Flaminio, lo si può fare utilizzando nuove tecnologie, dando spazio agli artisti di ogni ordine e grado. È questo lo snodo fondamentale per costruire una alternativa a questo sistema, altrimenti non importa chi ci governa perché la forza degli interessi in gioco unendosi a questa subalternità culturale, a questa mancanza di fantasia, sarà sempre vincente. Come spesso viene ricordato la Politica come la Fisica non sopporta il “vuoto”, e quando si crea c’è sempre qualcuno o qualcosa pronto a riempirlo. E questo è vero anche per il territorio, non nel senso dello spazio vuoto, ma del vuoto culturale che lascia un territorio senza prospettive. A Saline Joniche in provincia di Reggio Calabria venne inaugurata nel 1975 la Liquichimica, una fabbrica che doveva produrre dal petrolio proteine per l’alimentazione animale. Assunse 500 addetti, gli fece fare sei mesi di formazione con soldi pubblici, ma non un solo giorno di lavoro. Il prezzo del petrolio era salito alle stelle rendendo non competitive...
read moreGli abitanti di Fukushima cercano di tornare alla normalità
Un gruppo di operai ripara una casa danneggiata, nel municipio della città, rimasto intatto, circa sessanta dipendenti comunali si preparano ad accogliere il ritorno dei residenti. Non molto lontano, due cinghiali si sono intrufolati nel giardino di qualcuno, in cerca di cibo. I primi segni di vita stanno tornando a Namie circa sei anni dopo il disastro dell’11 marzo 2011, quando un terremoto e uno tsunami hanno colpito le località adiacenti e lo stabilimento nucleare vicino alla città. In origine i residenti di Namie erano 21.500, ma solo poche centinaia progettano di tornare nelle loro case. A partire da novembre è stato permesso ad alcune persone di passare la notte in città. Ma quando sarà revocato l’ordine di evacuazione – che comprende alcune aree della città di Namie e altri tre centri abitati adiacenti – i residenti non avranno bisogno di permessi per restare. È probabile che il provvedimento diverrà ufficiale alla fine di marzo. Ad appena quattro chilometri di distanza dallo stabilimento nucleare, Namie è stata la prima città a essere bonificata per il ritorno dei residenti. Ma la vita in città non sarà più la stessa: le radiazioni hanno contaminato molte aree che non saranno mai più abitabili. Inoltre più del 50 per cento degli abitanti ha deciso di non tornare. Le loro preoccupazioni riguardano le radiazioni e la messa in sicurezza dell’impianto nucleare. La maggior parte di chi ha già deciso di non tornare ha meno di 29 anni, di conseguenza la popolazione futura sarà costituita da anziani e la città sarà senza bambini. “I giovani non torneranno”, dice Yasuo Fukita, un ex abitante di Namie che ora gestisce un ristorante a Tokyo. “Non ci sarà lavoro e neanche istruzione per i ragazzi”. Fujita è tra i tanti che non vogliono vivere in un territorio contaminato. Il livello di radiazioni a Namie è di 0,07 microsievert (un milionesimo di sievert) per ora, simile al resto del Giappone. Ma nella vicina città di Tomioka, un dosimetro segna 1,48 microsieverts per ora, trenta volte quella segnalata nel centro di Tokyo. Perché l’annullamento del piano di evacuazione sia ufficiale, il livello deve essere inferiore a 20 millisievert (un millesimo di sievert) per anno. Nuovi e vecchi mestieri Namie contava sei scuole elementari e tre scuole medie, ora progetta di aprire una sola scuola che comprenda i tre livelli d’istruzione. Così i ragazzi non avranno bisogno di spostarsi in altre città per frequentare le lezioni. Un ospedale aprirà questo mese, il personale sarà costituito da dottori che lavoreranno a tempo pieno e part time. Gli sforzi per la ricostruzione della città potrebbero creare molti posti di lavoro. Il sindaco di Namie Tamotsu Baba è fiducioso, spera di riuscire a riattivare l’industria e l’economia attirando imprese di ricerca e robotica. Le prospettive per la rinascita del business non si realizzeranno a breve, ma il presidente della compagnia di legnami Munehiro Asada ha riaperto la sua fabbrica per favorire la ripresa economica della città. “Ora le vendite non raggiungono nemmeno il decimo di una volta, ma aprire la fabbrica era la mia priorità. Se nessuno tornerà, la città sparirà”, afferma Asada. Shoichiro Sakamoto fa un lavoro insolito: caccia i cinghiali che invadono le aree urbane vicino a Namie e Tomioka. La sua squadra composta da 13 persone, cattura gli animali per poi...
read moreNasce Toxic Bios: raccontare è resistere
Raccontare è resistere Nasce Toxic Bios, il progetto che mira a raccontare le storie “tossiche” di chi ha subito ingiustizie ambientali e di chi le combatte, un progetto sostenuto dall’Università di Stoccolma e promosso da Marco Armiero e Ilenia Iengo, due ricercatori che si occupano di conflitti ecologici e giustizia ambientale. Questo progetto intende il racconto delle ingiustizie ambientali subite come una forma di resistenza: se è vero che l’ingiustizia ambientale si impone attraverso la violenza della criminalità, dello stato e del capitale, è anche vero che c’è un altro tipo di violenza: quella narrativa. Tante volte le comunità che hanno subito contaminazione sono state anche intossicate da una narrazione tossica che le ha definite comunità colluse con la criminalità organizzata, incivili o, nel migliore dei casi, con stili di vita sbagliati. Toxic Bios è un appello a reagire alla violenza della contaminazione raccontando storie diverse, che facciano emergere il prezzo pagato e la voglia e la capacità di lottare. Se siete interessati, se volete avere più informazioni e collaborare alla costruzione del progetto scrivete a: ilenia@kth.se Per maggiori info, potete visitare il sito web. Autobiografie tossiche, domande frequenti Che cosa cerchiamo? – Stiamo cercando persone che vogliano raccontarsi, narrando il proprio rapporto con la contaminazione in ogni sua forma e i modi in cui hanno reagito ad essa. Che significa raccontarsi? – Non stiamo cercando analisti della crisi rifiuti in Campania. Non è necessario il resoconto di tutto quello che è successo. Per noi contano le biografie personali. Ad esempio, non ci serve la storia dell’inceneritore di Acerra ma invece la storia di un@ cittadin@ di Acerra, del suo rapporto con la contaminazione / mobilitazione, etc. Quali temi da affrontare? – Questo non è un progetto solo sui rifiuti, quindi ci interessa qualunque storia di contaminazione / mobilitazione (ad esempio: quelle connesse all’inquinamento industriale) Ma in concreto che volete? Potete raccontare le vostre storie, scegliendo uno o più di uno dei seguenti formati: – Testi: scrivete la vostra storia e se avete bisogno di un aiuto per costruire il vostro testo, abbiamo dei suggerimenti qui. Lunghezza? Quanto volete, ma non meno di 3 pagine. – Video: se preferite, filmate la vostra storia e mandatecela. Lunghezza: quanto volete, ma non meno di 15 minuti. – Foto: raccontatevi anche attraverso delle foto. In questo caso, scriveteci una didascalia per ogni immagine, per costruire un filo del vostro racconto. Lunghezza: utilizzate 5 foto almeno. – Audio: invece di scrivere, potete registrare la vostra storia come un file audio. Lunghezza: come per il video, minimo 15 minuti. – Qualsiasi altro formato: se avete altre idee per raccontarvi (disegni, diari, scambi epistolari, film etc.,) proponetecelo! Tutte le idee sono benvenute! Ma dove finiscono le storie? – Tutti i materiali saranno disponibili online, nel sito web in costruzione che comprenderà non solo storie dall’Italia, ma anche da altri paesi europei. Le storie saranno anonime? – Ciascuno deciderà per sé, se vorrete pubblicare la storia con il vostro nome o no. Scarica il manuale Guarda il video Pagina facebook del progetto...
read moreGrandi navi a Venezia: avanti il progetto che le ferma al Lido
[di Jacopo Giliberto su Il Sole 24 Ore] È stato scelto il progetto del nuovo approdo cui far ormeggiare a Venezia le grandi navi da crociera: è il progetto Duferco alla bocca di porto del Lido, a fianco delle paratoie mobili del Mose contro l’acqua alta. Mesi dopo l’approvazione data al progetto dalla commissione Via, il ministro dell’Ambiente Gian Luca Galletti ha firmato il decreto di approvazione ambientale del progetto e ha mandato il decreto al ministro dei Trasporti e infrastrutture, Graziano Delrio, per avviarne la procedura. Costo stimato (con un po’ di ottimismo), 127 milioni. Tempo di costruzione stimato (con un po’ di ottimismo), 2 anni e mezzo. Inoltre, il ministro Galletti ha bocciato in via formale il progetto concorrente, il cosiddetto Sant’Angelo Contorta e varianti, che era stato proposto anni fa come progetto di riferimento indicato dal Governo e poi era stato modificato con un diverso tracciato dal Comune di Venezia. La questione riguarda le circa 600 grandi navi da crociera che ogni anno entrano in laguna, attraversano il centro città e ormeggiano alla stazione marittima. Quello è l’unico percorso possibile per il pescaggio delle grandi navi moderne attraverso il labirinto di canali che serpeggiano tra i bassifondi della laguna. Il passaggio di questi colossi del mare è amatissimo dai viaggiatori a bordo e dalle compagnie di navigazione, ma per questioni di gigantismo è odiato da legioni di intellettuali, da coorti di foresti, da quasi tutti i turisti non crocieristi e da diversi abitanti di Venezia. Nel 2012, Governo Monti, il ministro dello Sviluppo economico, trasporti e infrastrutture era Corrado Passera; quello dell’Ambiente era Corrado Clini. Insieme emanarono un decreto che vieta il passaggio di navi giganti lungo quel percorso, che viene tollerato finché non c’è un’alternativa, alternativa che viene però imposta. L’Autorità del Porto presentò un progetto sponsorizzatissimo per lo scavo di un vasto passaggio attraverso i bassifondi della laguna per collegare la stazione marittima con il mare aperto attraverso la bocca di porto di Malamocco. Il Comune si aggregò con una variante: il canale avrebbe sfiorato il polo industriale di Marghera. Un politico storico del Pd veneziano, Cesare De Piccoli, insieme con l’azienda siderurgica e ingegneristica Duferco propose invece un terminale nuovo al limite fra laguna e mare, fuori dalle dighe del Mose, da collegare con la stazione marittima con vaporini a basso impatto ambientale per far arrivare crocieristi e valigie. Questi e altri progetti furono sottoposti al vaglio della commissione di Valutazione di impatto ambientale del ministero dell’Ambiente che promosse solamente il progetto Duferco. Promozione e bocciature sono rimaste nel cassetto fino all’altro giorno, quando le acque sono state mosse dall’interrogazione parlamentare del senatore veneziano Felice Casson (Pd). Ieri Delrio ha detto che con i ministri Dario Franceschini (Beni culturali) e Galletti «stiamo studiando una soluzione a brevissimo per la regolazione delle crociere a Venezia». Appena nominato presidente dell’Autorità portuale, il nuovo provveditore al porto Pino Musolino ieri ha espresso perplessità sul progetto approvato dal punto di vista ambientae. Ha detto che la Via è «un requisito di legge, ma è solo un parere sulla compatibilità ambientale, non dà valutazioni di merito. Quelle spettano al Cipe, ai comitati ministeriali, all’Autorità portuale». (Pubblicato il...
read more[posted by Laura Fano Morrissey on TheJournal.ie, March 11, 2017] Fear of an incinerator in the city of Dublin is not irrational – and we need to demand better controls and monitoring before it begins to burn. Life goes on as normal in Sandymount, Dublin, where the sea front bustles with life, people jogging, children running around on the beach when the tide is out. Such a beautiful spectacle of nature, one you would hardly find in any other capital’s city centre. But for me, an Italian who has been an environmental activist for many years and has recently moved to this part of the world, the Poolbeg incinerator is a very ominous presence. In my country incinerators have been around for a couple of decades and a few more are in the pipeline. Almost everywhere, the presence of incinerators has generated widespread protest among the local population. I remember visiting one in Acerra, in the South of Italy, while I was accompanying a delegation of international activists. Local protestors were escorting us, recounting the experience of their fight against what they considered a serious danger to their health. Theirs was not an irrational fear, nor an example of the NIMBY syndrome. There are national and international studies that link the presence of incinerators to an increase in a series of pathologies, ranging from respiratory diseases to tumours. A study conducted in Tuscany confirmed the epidemiological evidence on health effects and the increased risk of cardiovascular and respiratory diseases. Similar studies also confirmed increased risks of miscarriage and preterm births among local populations exposed to incinerators in different sites in Italy. According to Patrizia Gentilini, an oncologist with the organization ISDE-Medici per l’Ambiente (Doctors for the Environment) the link between incinerators and tumours cannot be denied, especially for those tumours primarily affecting women and children. That is why, sadly, many of the protest groups fighting these plants are called “Moms against the incinerators”. Cocktail of toxic elements Despite this incontrovertible data, incinerators are presented by governments and local authorities, desperate to find a solution to a growing waste disposal problem, as the green alternative for a bright future. The reality however is that they release into the air a cocktail of toxic elements such as arsenic, lead, cadmium, nickel, chromium, and even more worryingly dioxins and furans, whose effects on human health can be transmitted to future generations. Dioxins in particular get into the soil and water, entering the food chain, and take decades to be eliminated from the environment. It is estimated that they remain in the soil for 100 years and in the human body for seven years. The problem of incinerators and the conflicts they have generated is in no way confined to Italy. The case of Detroit, the largest solid waste incinerator in the United States, is one of the most iconic environmental and social justice fights in the country. In France, the Association for Research and Treatments Against Cancer (ARTAC) has also linked incinerators to cancer and its President Dominique Belpomme even went as far as describing environmental pollution, including chemical air pollution, as a crime against humanity. Grave concern All this explains my total dismay when I found out, accidentally, that an incinerator had been built in the centre of Dublin. I felt even more dismayed when I realised how little awareness exists in Ireland around the dangers of incinerators. I found out there had been some protests before the plant was built but now that it is set to be fully operational by August and will start burning some waste next month,...
read moreBiomasse: sono fonti rinnovabili davvero low carbon?
[di Roberta De Carolis su Green Biz] Biomasse fonti di energia rinnovabile, quindi decisamente meno inquinanti delle fonti fossili. Verità indiscussa? In realtà alcuni studi indicherebbero esattamente il contrario. Uno studio inglese (ma non è l’unico) sostiene infatti che molte forme di energia derivante dalle foreste aumentano le emissioni invece che ridurle, e invita i Governi e ridurre gli incentivi per l’uso delle biomasse nell’industria europea. Non è tutto oro quello che luccica quindi? Il quadro è in realtà molto complesso, perché la biomasse sono varie, la loro filiera è lunga e molto articolata e le possibili situazioni veramente svariate. Per saperne di più abbiamo quindi intervistato esperti e portatori di interesse. Le biomasse sono davvero energie rinnovabili low carbon? LA RICERCA Roberto Cazzolla Gatti, Biologo ambientale ed evolutivo, professore associato in Ecologia e Biodiversità, Tomsk State University (Russia): Le biomasse non potrebbero mai rappresentare una fonte più inquinante delle fonti fossili se si considera il puro aspetto delle emissioni, perchè parliamo di componenti di natura prevalentemente biologica (legname, pellet). Queste, nella combustione, generano un residuo che, bruciato ad alte temperature, può essere rappresentato da diossine e furani, classici inquinanti ritrovati nei processi industriali. Inquinamento maggiore delle fonti fossili, però, non sussiste se si considerano solo le emissioni. Al massimo possiamo avere uno stato di parità. A mio parere il problema delle biomasse sta nel tipo e nell’origine della biomassa. Se infatti questa ha origine tropicale, o comunque da deforestazione, il tipo di materia prima utilizzata non è assolutamente sostenibile. Quello che in effetti è emerso ultimamente è che sostituire petrolio, carbone, gas con materiale biologico (che in principio sembrava una buona idea), può avere dei problemi legati all’origine, se legata a deforestazione, in particolare delle zone tropicali o in zone di foreste vergini (come conifere e betulle) totalmente eliminate, cosa che annulla completamente la sostenibilità del prodotto. A mio parere quindi le biomasse potrebbero rappresentare una risorsa sostenibile in piccola scala. In zone rurali per esempio, se i residenti utilizzassero la biomassa generata dal loro stesso terreno (residui di potatura, residui di coltivazione) si otterrebbe un’ottima fonte di energia. Ma quando si inizia a centralizzare il sistema, e si entra in una produzione industriale, si incontrano tutti i problemi dei sistemi globali, tra cui l’importazione estera di materia prima. Naturalmente poi per produrre energia da biomassa è necessario usare camere di combustione, nella maggior parte dei casi vecchi termovalorizzatori (o meglio, inceneritori), che, poiché spesso non hanno più ragione di esistere grazie all’implementazione di sistemi di raccolta differenziata, sono stati convertiti a generatori di energia da biomassa. Il problema però è che, per mantenere attivi questi sistemi energivori, che tra l’altro non possono mai essere spenti per motivi economici, è necessario bruciare altro. Si è verificato che a questo scopo vengono usati spesso residui di plastica, oli vegetali di scarto, legnami, che oltretutto vengono prodotti lontano dal sito stesso, che non riesce a sostenere, da solo, il funzionamento di queste apparecchiature. In conclusione, l’unica possibilità per considerare sostenibile l’energia prodotta dalle biomasse, è utilizzare come materia prima coltivazioni specifiche di alberi, riconvertendo, per esempio, tutti i terreni agricoli abbandonati per produrre alberi da biomassa. Ma questo può realizzato solo su piccola scala. Attualmente sacrifichiamo le foreste per inquinare meno, ma nel frattempo non abbiamo più i polmoni che assorbono quello che immettiamo in atmosfera. I PRODUTTORI Walter Righini, Presidente Federazione Italiana Produttori Energie Rinnovabili: Tutti i prodotti, in base a come vengono utilizzati, possono...
read more


Marica Di Pierri per Valori.it – Verso la Cop30 di Belém, cosa aspettarci dal più importante appuntamento per salvare il clima della Terra? Diretta con Marica Di Pierri, Luca Lombroso, Giovanni Mori e Lorenzo Tecleme.