Dal 10 al 21 novembre 2025 saremo a Belém, in Brasile, per partecipare come osservatori alla 30° Conferenza delle Nazioni Unite sul Clima. Racconteremo quanto avviene dentro e fuori le negoziazioni, porteremo e raccoglieremo le voci dei territori in lotta contro l’estrattivismo, contro il greenwashing e per una transizione ecologica realmente giusta.
Iscriviti al bollettino Sostieni il nostro lavoroL’agenda della COP30
A Belém si discuteranno e valuteranno gli NDCs, i nuovi impegni climatici nazionali che stabiliscono gli obiettivi di riduzione delle emissioni di ogni paese. Accanto alla mitigazione, l’adattamento sarà uno dei temi centrali attraverso il Global Goal on Adaptation (GGA) e i nuovi Piani nazionali di adattamento. Un altro capitolo chiave sarà quello della finanza per il clima. Tra i punti principali il nuovo obiettivo di finanziamento (NCQG), che punta ad aumentare il sostegno ai Paesi in via di sviluppo da 100 a 300 miliardi di dollari l’anno, e la Roadmap Baku-Belém, che traccia un percorso per mobilitare almeno 1.300 miliardi di dollari l’anno entro il 2035.
Temi cruciali, che si scontrano con uno scenario geopolitico ostile, segnato dal negazionismo climatico, dai venti di guerra, dalla corsa al riarmo e dalla violenza istituzionale. Non è un caso che in gioco a Belém ci sia più che mai la credibilità della diplomazia climatica e la sua capacità di tradurre le intenzioni in impegni concreti.
La Cupula dos povos
La Cúpula dos Povos è il grande incontro dei movimenti sociali e delle comunità che vivono in prima linea la crisi climatica. Nata nel 1992 come risposta critica alle negoziazioni ufficiali, propone un’alternativa fondata su giustizia climatica, sociale e ambientale, solidarietà e saperi ancestrali.
Dal 12 al 16 novembre 2025, in concomitanza con la COP30 di Belém, riunirà popoli indigeni, comunità quilombola e tradizionali, giovani e lavorator? in marce, dibattiti e azioni culturali.
La Cúpula mette al centro vite, diritti e territori, non statistiche: unisce chi costruisce ogni giorno soluzioni reali, dall’agroecologia alla difesa dei beni comuni, per spingere i governi ad adottare politiche di vera giustizia climatica.
Dichiarazione della Cupula Dos Povos
Perché A Sud e CDCA alla COP?
Nelle Cop si riuniscono i governi dei 197 Paesi che hanno ratificato la Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (UNFCCC), firmata a Rio de Janeiro nel 1992. Ma la COP30 non è solo un vertice diplomatico: è il terreno di confronto (e di scontro) tra attori diversi e diverse visioni del mondo. Da una parte il business as usual che trasforma la crisi climatica in profitto, dall’altra movimenti e territori che lottano per giustizia climatica, autodeterminazione e diritti della Natura.
La COP30 si terrà nel cuore dell’Amazzonia, a Belém do Pará, in Brasile. Non è un dettaglio geografico ma una scelta politica: è nel Sud globale che l’ingiustizia climatica colpisce più duramente mentre il Nord globale continua a negoziare emissioni e interessi fossili.
Qui non si decide solo il futuro del clima: si decide chi avrà diritto a un futuro.
Per raccontare cosa c’è in gioco, e come finisce la partita.
Andiamo alla COP per osservare da vicino i negoziati, capire quali equilibri politici e di potere si stanno ridefinendo, e portare la prospettiva dei territori e dei movimenti che chiedono giustizia climatica.
La partecipazione di A Sud e CDCA serve a connettere le lotte locali con quelle globali, rafforzare alleanze internazionali e raccontare – con sguardo indipendente e critico – come la diplomazia climatica sta affrontando, o eludendo, le proprie responsabilità.
Perché solo intrecciando voci e resistenze dal basso possiamo costruire un futuro giusto per tutt?.
Per costruire e rafforzare alleanze internazionali
Svolgere la COP in Brasile è un segnale che conta: significa rimettere al centro chi la crisi climatica la subisce davvero. Andiamo a Belém per stare con i movimenti globali per la giustizia climatica. In America Latina oggi si gioca una partita enorme: conflitti ambientali, estrattivismo, repressione, lotte indigene e popolari che resistono da decenni. Con tante realtà — dalla Colombia alla Bolivia, fino all’Amazzonia — abbiamo già lavorato, fatto campagne, costruito ponti. Lì ritroviamo compagn? con cui condividiamo visioni e pratiche.
Per portare una visione radicale dentro la COP
Sì, probabilmente sarà l’ennesimo flop diplomatico. Ma proprio per questo dobbiamo esserci, per non lasciare quei tavoli alle lobby fossili e ai governi che parlano di transizione mentre trivellano.
Da dentro vedi meglio le dinamiche, le crepe, le possibilità di alleanze e di conflitto.
Andiamo per portare la prospettiva della giustizia climatica e delle lotte dal basso, che legano crisi climatica, razzismo, patriarcato e disuguaglianze. La COP non è un punto d’arrivo: è un passaggio. Il resto si fa fuori, insieme, ogni giorno.
Diario dalla COP30
- Giorno 12 – 24 novembre 2025
Belém svela il fallimento della diplomazia climatica, ma apre spiragli: una roadmap anti-fossile e nuove alleanze per la giustizia.
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- Giorno 11 – 21 novembre 2025
Penultimo giorno a Belém: incendio in COP30, stalli politici e pressioni crescenti sul BAM e sull’uscita dai fossili.
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- Giorno 10 – 20 novembre 2025A Belém 85 Paesi spingono per uscire dai fossili, mentre Italia e Polonia frenano. La COP30 è al bivio, il tempo è adesso.
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- Giorno 9 – 19 novembre 2025
Belém rilancia la lotta globale ai fossili: la Colombia guida un fronte che vuole uscire davvero dal modello che brucia il pianeta.
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- Giorno 8 – 18 novembre 2025
Alla COP30 la transizione dai combustibili fossili sembra lontana, mentre i fondi dell’adattamento sono sotto il minimo.
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- Giorno 7 – 17 novembre 2025
Belem in rivolta: popoli indigeni e movimenti sociali spingono per una COP30 che dica finalmente basta ai fossili.
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- Giorno 6 – 15 novembre 2025
Anche quest’anno i dati sulla presenza dei lobbisti Gas&Oil alla conferenza di Belém sono alti: su ogni 25 persone accreditate al vertice, uno è un lobbista dei combustibili fossili, in totale sono oltre 1600.
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- Giorno 5 – 14 novembre 2025
Il TFFF entra nella Cupula tra promesse e contraddizioni: fondi incerti, debiti in aumento e movimenti che denunciano l’ennesima falsa soluzione verde.
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- Giorno 4 – 13 novembre 2025
A Belém la protesta indigena irrompe nella COP30 e svela le contraddizioni del Brasile fossile. Intanto la Cupula esplode di mobilitazioni globali.
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- Giorno 3 – 12 novembre 2025
Adattamento al centro della COP30, ma i fondi restano insufficienti. A Belém arrivano movimenti e comunità indigene: la vera pressione viene dai territori.
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- Giorno 2 – 11 novembre 2025
Lula parla di disuguaglianze alla Cop30, ma il Brasile continua a spingere sul fossile. A Belém torna al centro il nodo tra clima e ingiustizia.
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- Giorno 1 – 10 novembre 2025
Dalla Cop30 alla Cúpula dos Povos: a Belém si apre la sfida per la giustizia climatica tra responsabilità globali, diritti dei popoli e resistenza dei territori.
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Articoli di approfondimento alla COP30
- Cosa resta della Cop30, la battaglia per il clima e i diritti è ancora lunga – 24 novembre 2025
Marica Di Pierri e Laura Greco su Domani – COP30 fallisce su fossili e foreste, ma il Bam e il blocco dei 82 paesi per l’uscita dal fossile aprono spiragli di lotta e nuove alleanze.
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- Sulla fine dei lavori della COP30 – 24 novembre 2025
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Cosa è successo alla 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici? Quali sono le grandi vittorie? Quali le sconfitte?
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- La tabella della discordia – cos’è successo alla COP30 – 23 novembre 2025
Laura Greco su Radio24 – COP30 a Belém annuncia impegni su energia, foreste e adattamento, ma senza una vera uscita dal fossile restano promesse vuote da incalzare con lotte dal basso.
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- “A resposta somos nós”. Ma alla COP30 le richieste dei popoli indigeni non fanno breccia – 23 novembre 2025
Laura Greco su EconomiaCircolare.com – Alla COP30 le voci indigene restano ai margini mentre la foresta corre verso il punto di non ritorno. Senza giustizia, non c’è futuro.
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- La “Dichiarazione di Belém” e il multilateralismo del phase out dai fossili spinto dal basso – 21 novembre 2025
Laura Greco su Altreconomia – Da Belém arriva una spinta dal basso per uscire dai fossili: governi e movimenti uniscono le voci per un phase out reale, giusto, globale.
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- Cop30: senza il Gender action plan ogni azione climatica è limitata – 21 novembre 2025
Marica Di Pierri e Laura Greco su Valori – Nonostante le ambiziose premesse il Gender action plan ha trovato diversi ostacoli sui tavoli negoziali della Cop30
- Cop30: senza il Gender action plan ogni azione climatica è limitata – 21 novembre 2025

- Alla Cop30 arrivano le storie di migrazioni climatiche – 21 novembre 2025
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30, in vista delle negoziazioni finali, si parla del fenomeno crescente degli sfollamenti forzati dal cambiamento climatico.
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- Belém, la foresta degli indigeni si ribella a Lula – 20 novembre 2025
Laura Greco su Il Manifesto – Le nazionalità dell’Amazzonia denunciano l’inagibilità politica alla Cop e chiedono una mobilitazione internazionale guidata direttamente dai popoli indigeni per proteggere i loro territori e affrontare la crisi climatica alla radice
- Alla Cop 30 i movimenti si riprendono la scena – 20 novembre 2025
Marica Di Pierri su Il Manifesto – Era dalla Cop 26 di Glasgow che non si vedeva così tanta società civile. Accanto al vertice ufficiale, in più di 50 mila hanno animato la «Cupula dos povos» per una svolta vera sul clima e i diritti
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- COP30, BELÉM | Italiani in mobilitazione – 20 novembre 2025]
Il Climate Pride in azione alla COP30: l? attivist? chiedono all’Italia una roadmap chiara e ambiziosa per uscire dai fossili.
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- A Belém torna il protagonismo sociale – 19 novembre 2025
Marica Di Pierri su Collettiva – Alla Cop30 movimenti, organizzazioni, popoli e sindacati riacquistano centralità: proposte e campagne dal basso sono arrivate nelle stanze dei negoziati.
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- Come procede la COP30 in Brasile? Intervista a Laura Greco da Bélem – 19 novembre 2025
Laura Greco su Scienza e Pace Magazine – COP30 tra repressione, lobby fossili e resistenze indigene: la giustizia climatica la costruiscono i territori, non i negoziati.
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- Lifegate dalla COP30 – 18 novembre 2025
Marica Di Pierri su Lifegate – Dalla COP30 il racconto dell’inedita comunicazione tra dentro e fuori la COP, tra le richieste indigene e l’ambiguo governo di Lula.
Ascolta su Lifegate
- Il Fondo per le foreste e la falsa soluzione del biocapitalismo si ripropone alla Cop30 di Belém – 18 novembre 2025
Laura Greco su Altreconomia – Il Tropical forests forever facility lanciato da Lula è l’ennesimo dispositivo finanziario che viene presentato come innovazione.
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- Attivismo e giustizia climatica: se il diritto alla protesta diventa un reato – 17 novembre 2025
Marica Di Pierri su Valori.it – Alla Cop30 emerge un allarme globale: in molti Paesi il diritto alla protesta viene represso e l’attivismo ambientale è sempre più criminalizzato
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- Alla Cop30 di Belèm il fondo per l’adattamento resta senza fondi – 17 novembre 2025]
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30 fallisce, per il terzo anno di fila, l’obiettivo di raccolta minima per finanziare l’adattamento dei Paesi del Sud globale.
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- Massiccia partecipazione popolare a Belém – 16 novebre 2025
Marica Di Pierri su L’aria Che Respiri – Alla Cúpula dos Povos tantissime voci per reclamare la fine dei combustibili fossili e una giustizia climatica guidata dai popoli, non dalle multinazionali.
Ascolta su Radio Rai1
- In diretta da Bele?m – Aggiornamenti sulla prima settimana di COP30 – 15 novembre 2025
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – In diretta da Belém, per raccontare in diretta i lavori della 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici. ?Foto di Oliver Ninja e Midia Ninja
Guarda la diretta
- Cop30: chi difende i combustibili fossili dentro i negoziati sul clima – 14 novembre 2025
Marica Di Pierri per Altreconomia – Alla Cop30 un lobbista fossile ogni 25 delegat?: il vertice che dovrebbe chiudere l’era fossile continua a farsela scrivere da chi la profitta.
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- Giustizia climatica, questa dimenticata – 13 novembre 2025
Marica Di Pierri su Il Manifesto – Il legame tra clima e disuguaglianze è ormai assodato. Ma dopo 30 anni di conferenze, i ricchi continuano a fare grandi affari con i fossili.
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- L’adattamento secondo la COP30: “Adattarsi è sopravvivere” – 13 novembre 2025
Marica Di Pierri per EconomiaCircolare.com – COP30 punta a rendere operativo il Global Goal on Adaptation, tra governance multilivello, indicatori, fondi insufficienti e necessità di giustizia climatica.
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- La Cop30 in Brasile e le politiche industriali green – 11 novembre 2025
Marica Di Pierri per Tutta La Città Ne Parla, Radio3 – È iniziata la Cop30 a Belém, 10 giorni in cui si discuterà su come trovare una via d’uscita alla deriva del cambiamento climatico nonostante le difficoltà politiche che ci circondano.
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- Road to Belém – 7 novembre 2025
Marica Di Pierri per Valori.it – Verso la Cop30 di Belém, cosa aspettarci dal più importante appuntamento per salvare il clima della Terra? Diretta con Marica Di Pierri, Luca Lombroso, Giovanni Mori e Lorenzo Tecleme.
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- Da Parigi a Belém, i conti che non tornano – 6 novembre 2025
Marica Di Pierri per Il Manifesto – Tra tensioni e fragili compromessi, i preparativi alla vigilia della Conferenza Onu. A che punto sono gli impegni nazionali di riduzione e i piani di adattamento dei singoli Paesi.
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- A Sud a Belém alla Cop30 – 6 novembre 2025
A Sud seguirà negoziati e mobilitazioni dalla COP30 di Belém, amplificando le voci dei movimenti per giustizia climatica e sociale.
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- A Sud aderisce alla Global Call to Action della Cúpula dos Povos – 5 settembre 2025
Il 15 novembre scendiamo in piazza: basta disuguaglianze e razzismo ambientale, vogliamo giustizia climatica e un mondo dove la vita sia al centro.
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- Vertice dei Popoli Verso la COP30: Manifesto Politico – 13 giugno 2025
A Sud aderisce al Manifesto dei Popoli verso la COP30: un appello globale per giustizia climatica, anticapitalismo e democrazia dal basso.
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Racconteremo le negoziazioni
Per spiegare cosa accade davvero alla COP30, come si muovono i governi e quali interessi guidano le scelte sulla crisi climatica. Vi offriremo una copertura quotidiana per raccontarvi con le nostre parole e con uno sguardo critico, indipendente e radicale, vicino ai movimenti il dentro e fuori la Cop
Sveleremo le contraddizioni
Tra le promesse ufficiali e la realtà, mostrando lo scontro continuo tra lobby fossili e popoli che difendono la vita e i territori. Denunceremo le responsabilità smascherando la falsa transizione energetica e chi continua a inquinare mentre parla di sostenibilità con greenwashing e false soluzioni
Daremo voce alle comunità
Portando le loro storie, le lotte quotidiane e le alternative concrete alla devastazione ambientale, contro colonialismo ed estrazione. Ci collegheremo con l’Italia per connettere istanze e battaglie
INFO E CONTATTI
Per contatti e interviste con la delegazione:
maricadipierri@asud.net
+ 55 21 967071220
Laura Greco
lauragreco@asud.net
+55 21 997673184
Autismo, tumori e disabilità: quanto influisce l’inquinamento sulla nostra salute?
[di Antonio Marfella su Il Fatto Quotidiano] In questi giorni stiamo presentando in tutta Italia l’ultimo libro firmato anche da Umberto Veronesi che vede importanti capitolo scritti anche da me e dal Dr Luigi Montano, Medici dell’Ambiente della Campania L’inquinamento Ambientale: riflessioni normative e bioetiche Edizioni Utet a cura della Fondazione Veronesi. Il 2 aprile è stata commemorata la Giornata Mondiale dell’Autismo. Nel capitolo introduttivo, scritto da me e intitolato La Patocenosi delle malattie da lapidazione ambientale, la lezione della Terra dei fuochi, cerco di spiegare quanto la medicina sia profondamente cambiata negli ultimi decenni, in tutto il mondo e in Campania in particolare, anche per il grave quanto misconosciuto danno all’ambiente di vita e di lavoro. Ormai in troppe famiglie siamo costretti a notare quanta angoscia ci sia e quante risorse economiche manchino oggi per assistere i disabili, per patologie in gran parte provocate dal mancato rispetto delle regole di sviluppo sostenibile nella nostra (in)civiltà dei consumi, con metropoli e industrie che hanno profondamente alterato l’Ambiente e quindi anche le patologie cronico degenerative sinora conosciute. I tumori sono, purtroppo, soltanto l’ultimo e oserei dire oggi persino il meno grave dei problemi alla salute pubblica da danno all’ambiente. La nostra attenzione di medici, e quindi anche quella dei politici, deve essere proiettata a chiedere studi e indagini epidemiologiche vaste e approfondite, ma molto di più sul danno agli organi della riproduzione, alla fertilità, alle malformazioni neonatali, ai parti prematuri, ai tumori infantili (quindi da danno ereditato dai genitori), alle terribili e ingravescenti disabilità e invalidità come l’autismo che ormai stanno logorando non solo le nostre famiglie, ma l’intero sistema di welfare italiano. Questo nel libro è ben illustrato dal ricercatore Dr Luigi Montano, del Cnr – Isde Campania, con il suo progetto di ricerca internazionale Ecofood Fertility. Patocenosi è il termine coniato dallo Storico della Medicina Mirko Gmerk dell’Università di Parigi in epoca di scoppio della epidemia di Aids per spiegare come le malattie dominanti di ogni epoca storica siano sempre diretta conseguenza della contemporanea pressione di danno ambientale e microbiologico specifico di quella epoca storica. Le vere terribili epidemie che stiamo già vivendo da alcuni decenni sono ormai di autismo per i nostri figli e di Alzheimer per i nostri genitori. Malattie che alla mia laurea in Medicina nel 1980 praticamente erano rarissime (autismo 1 bambino ogni 7500 nati, oggi 1 ogni 78) sono esplose in modo epidemiologicamente significativo creando problemi di cura e di assistenza addirittura più gravosi del cancro. Noi Medici dell’Ambiente della Campania abbiamo scelto di impegnarci al massimo alla ricerca della verità, interpretando i dati scientifici, non nascondendoci dietro di essi. La medicina non è scienza. La medicina è un’arte che usa la scienza. Parte da noi Medici dell’Ambiente Campani, la rivoluzione in prevenzione, ricerca ed epidemiologia che vede prioritari i dati ambientali (Arpa e Ispra) specie sui rifiuti speciali e non urbani, e poi quelli di igiene (impianti e concentrazioni di inquinanti) e infine gli studi epidemiologici ma sui parametri della fertilità e della riproduzione più che sui tumori per comprendere ma soprattutto per prevenire i danni alla salute pubblica e quindi al Sistema Sanitario Nazionale e al welfare. Per noi ad esempio il dato epidemiologico più grave di questi giorni lo ha fornito ufficialmente il Miur attestando la necessità di incremento di insegnanti di sostegno nelle nostre scuole: “In occasione della Giornata internazionale delle persone con disabilità il Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca rende noti i dati statistici sulla presenza di alunni diversamente abili nella scuola italiana. Si tratta di quasi 235.000 studenti, il 2,7% del numero complessivo degli alunni...
read moreAcqua, la fabbrica dei veleni che allarma il Veneto
[di Corrado Zunino su La Repubblica] Nella giornata mondiale che si celebra oggi, due storie di segno opposto: la prima, di inquinamento delle risorse idriche. L’altra, virtuosa, in un rapporto dell’Unesco.3 Il pesce preso all’amo a Creazzo, una scardola da fiume, aveva nei tessuti 57,4 nanogrammi (per grammo) di Pfas, composto chimico nato dalla fusione di solfuro di carbonio e acido floridico. Settecento volte sopra la soglia del pericolo. Nel sangue di un operaio che ha lavorato per undici anni nella fabbrica a sedici chilometri da Creazzo – la fabbrica è la Miteni di Trissino, Nord Ovest di Vicenza – analisi private hanno contato 91.000 nanogrammi dello stesso Pfas. In un uomo della modernità, sono studi nordamericani, ci dovrebbero essere dai due ai tre nanogrammi di questo impermeabilizzante per giacconi e smartphone, prodotto dal 1938 e usato nel mondo anche per le pellicole antiaderenti delle padelle, la carta da pizza, la sciolina dei fondisti. I controlli ambientali, ecco, offrono numeri fuori controllo. Serve capire – e al lavoro ci sono tre procure, una delle quali, quella di Vicenza, ha già indagato nove persone per inquinamento di acque e ambiente – se quantità straordinarie di perfluoroalchilici presenti nel corpo producono danni alla salute. Stefano De Tomasi, ex operaio della Miteni, azienda chimica in perdita e oggi nel portafoglio di due imprenditori tedeschi, ha 49 anni. Vive con una pensione da 840 euro al mese in un appartamento sotto tetto di Valdagno. Due cani e tredici pasticche al giorno gli fanno compagnia. “Ho lavorato undici stagioni, e con grande impegno, nel reparto produzione Pfas e Pfoa”, racconta: “Sono stato un uomo allegro fino ai quaranta, ma nel 2007 la depressione mi ha catturato. Una depressione clinica, difficile da spiegare. Avevo accumulato giorni di malattia e l’azienda mi ha licenziato. La salute è peggiorata e nel 2010 mi è scoppiato il cuore. Poi il diabete, l’ipertensione arteriosa. Non ho studiato abbastanza per dire se è colpa del C8, i composti a catena lunga, so che ne producevamo tonnellate e di corsa. Nel 2011 sarebbero stati vietati e i capireparto ci costringevano a lavorare con le macchine in movimento, gli sbuffi dei fumi in faccia. In azienda facevamo controlli del sangue, ma il medico interno mi ha sempre detto che i valori superiori a 40 nanogrammi non si potevano conoscere. Con trecento euro ho scoperto, da solo, che sono a quota 91.000”. La seconda battaglia del Pfas – la prima, nella seconda metà dei Settanta, portò alla chiusura della fabbrica allora del Conte Marzotto – si è combattuta a partire dal marzo 2013, quando l’Unione europea definì il Po il fiume più inquinato del continente. Un epidemiologo di Valdagno, Vincenzo Cordiano, ha iniziato allora a incrociare i dati Istat su morti e malattie e oggi può tracciare una virgola di centottanta chilometri quadrati comprendente 79 comuni a sud di Trissino: è l’area rossa, contaminata dal Pfas. Nel reparto della Miteni, già, sono morte ventuno persone su sessantanove, dal 1965. Nessuna di morte naturale. Con un’azione di controllo delle fonti – il caso DuPont nell’Ohio, una transazione monstre a favore delle vittime della multinazionale chimica – il dottor Cordiano ha scoperto che esiste “una probabile correlazione” tra il cancro al rene nelle donne, il cancro ai testicoli negli uomini e gli iperdosaggi del composto. Dopo...
read moreRapporto Onu sui pesticidi: 200.000 morti l’anno. Il grave impatto sui diritti umani
[di Beniamino Bonardi su Il Fatto Alimentare] I pesticidi non sono necessari per garantire l’aumento della produzione agricola per una popolazione in crescita, mentre causano 200.000 morti all’anno nel mondo per avvelenamento acuto, quasi tutti nei paesi in via di sviluppo, dove la salute, la sicurezza e l’ambiente sono meno tutelati. Lo sostiene un rapporto dei relatori speciali dell’Onu per il diritto al cibo, Hilal Elver, e per le sostanze tossiche, Baskut Tuncak, presentato al Consiglio per i Diritti umani delle Nazioni Unite, in cui chiedono un nuovo trattato internazionale per regolare ed eliminare progressivamente l’uso di pesticidi pericolosi in agricoltura, muovendosi verso pratiche agricole sostenibili. “L’uso eccessivo di pesticidi è molto pericolose per la salute umana e per l’ambiente, ed è fuorviante affermare che i pesticidi sono vitali per garantire la sicurezza alimentare”, affermano i due relatori speciali dell’Onu in una dichiarazione congiunta al Consiglio per i diritti umani a Ginevra. La denuncia continua evidenziando le grandi differenze di standard tra i vari paesi, per quanto riguarda la produzione, l’uso e la protezione dai pesticidi pericolosi, che sta avendo un grave impatto sui diritti umani. Inoltre, dichiarano i due relatori dell’Onu, “è tempo di sfatare il mito secondo cui i pesticidi sono necessari per sfamare il mondo e bisogna creare un processo globale per passare ad una produzione agricola e alimentare più sicura e sana”. I due relatori speciali delle Nazioni Unite puntano il dito contro le tecniche di marketing aggressive e senza etica dell’agroindustria, che nega la pericolosità e gli impatti di alcuni pesticidi. L’industria chimica attribuisce la colpa dei danni all’uso improprio che ne fanno gli agricoltori, e spende enormi quantità di denaro per influenzare i decisori politici e contestare le prove scientifiche. In Italia, Agrofarma, l’Associazione nazionale imprese agrofarmaci che fa parte di Federchimica, ha replicato al rapporto dell’Onu, affermando che “gli agrofarmaci sono strumenti indispensabili per ottenere livelli di produttività delle coltivazioni sufficienti a sostenere la crescente popolazione mondiale; sforzi per una migliore distribuzione degli alimenti e per la riduzione degli sprechi sono doverosi, ma senza l’impiego degli agrofarmaci non si avrebbe abbastanza cibo per tutti. L’esempio virtuoso dell’agricoltura italiana ed europea conferma che l’agricoltura integrata, che prevede l’utilizzo della chimica, può essere pienamente sostenibile; il problema non sono dunque i prodotti fitosanitari in sé stessi, ma il loro corretto utilizzo”. (Pubblicato il...
read moreAdottata la “Dichiarazione di Roma” per limitare le emissioni navali nel Mediterraneo
Una coalizione di associazioni ambientaliste ha adottato una dichiarazione finalizzata a designare nel Mar Mediterraneo una zona di controllo delle emissioni per limitare l’inquinamento atmosferico prodotto dalle navi. L’alleanza, rappresentata per l’Italia dalla Onlus Cittadini per l’Aria, è operativa dal 2016 e raccoglie principalmente le ONG della regione del Mediterraneo, e in particolare Spagna, Francia, Italia, Malta, Grecia, oltre all’associazione europea con sede a Bruxelles Transport & Environment e l’associazione tedesca NABU. La “Dichiarazione di Roma” – questo il nome scelto per la dichiarazione – è stata adottata all’esito della Conferenza internazionale “Reducing air pollution from ships in the Mediterranean Sea” tenutasi il 28 marzo a Roma. L’iniziativa è tempestiva dopo che, all’inizio di marzo, nel corso di una riunione del gruppo di lavoro del Consiglio d’Europa, la Francia ha intrapreso un coraggioso tentativo di spingere per l’istituzione di un’area ECA nel Mediterraneo. Idealmente questa proposta comprende l’istituzione di aree di controllo delle emissioni di zolfo (SECA) e ossidi di azoto (NECA) e, allo stesso modo, affronta esplicitamente le emissioni di particolato e di black carbon. “La designazione del Mar Mediterraneo come area ECA è un passo atteso da tempo per ridurre l’inquinamento atmosferico prodotto dalle navi nella regione in modo significativo. È inaccettabile – ha detto Anna Gerometta, presidente di Cittadini per l’Aria – che le persone e l’ambiente dell’Europa meridionale debbano ancora soffrire a causa delle emissioni dei gas di scarico del settore marittimo, mentre il Mar Baltico, il Mare del Nord e la Manica hanno standard molto più stringenti da anni.” Il CEO di NABU, associazione capofila del progetto Europeo, Leif Miller, ha aggiunto che gli ambientalisti e i gruppi di riferimento delle comunità nelle città portuali dei vari paesi del Mediterraneo hanno accolto con favore l’iniziativa del governo francese e hanno invitato i rispettivi governi a intensificare l’impegno a sostegno di questo approccio. È opinione condivisa dalla coalizione che non possano esservi più scuse per consentire un ulteriore rinvio di norme più severe alle emissioni delle navi in ??Sud Europa considerando che le principali rotte marittime dall’Asia verso l’Europa e l’America attraversano il Mar Mediterraneo e che, secondo le previsioni, il traffico navale è destinato a crescere fino al 250% entro il 2050. Inoltre il Mediterraneo è sede di alcune delle destinazioni di crociera più popolari in Europa, con un numero sempre crescente di scali e conseguenti problemi di inquinamento atmosferico locali. In aggiunta, durante il periodo estivo, l’intensa radiazione solare in combinazione con gli inquinanti atmosferici delle navi genera un inquinamento da ozono troposferico dannoso per la salute. L’istituzione di un’area ECA mediterranea ripristinerebbe parità di condizioni nel mercato unico europeo dove, finalmente, gli armatori e i porti del sud sarebbero sottoposti agli stessi requisiti normativi vigenti nei mari del nord. Infine, sarebbe uno stimolo per l’adozione di tecnologie a basse emissioni e il trasferimento del know-how necessario all’interno dell’Unione Europea, migliorando la leadership europea nella tecnologia e la creazione di posti di lavoro nel settore marittimo. Pertanto, standard di emissione più severi nel Mediterraneo sono anche di vitale importanza per garantire la sostenibilità del settore marittimo dell’UE e la sua competitività economica. Maggiori informazioni sul progetto per un’area ECA nel Mediterraneo: http://www.cittadiniperlaria.org/vista-mare Documentazione della conferenza: http://www.cittadiniperlaria.org/blog-post/trasporto-marittimo-e-inquinamento-un-convegno-internazionale-roma-il-28-marzo Scarica la Dichiarazione di...
read more[posted on Special Section of Journal of Political Ecology] In its Volume 24, the Journal of political ecology publishes a special section on Political ecologies of health and disease gather articles from Entitle and Ejolt projects’ team members Panagiota Kotsila, Creighton Connolly, Giacomo D’Alisa, Marco Armiero, Ilenia Lengo and Marcelo Firpo. The section includes: Creighton Connolly, Panagiota Kotsila and Giacomo D’Alisa. 2017. Tracing narratives and perceptions in the political ecologies of health and disease. Journal of Political Ecology 24: 1-10. Jeff Rose. 2017. Cleansing public nature: landscapes of homelessness, health, and displacement. Journal of Political Ecology 24: 11-23. Creighton Connolly. 2017. “Bird cages and boiling pots for potential diseases”: contested ecologies of urban ‘Swiftlet farming’ in George Town, Malaysia. Journal of Political Ecology 24: 24-43. Ilenia Iengo and Marco Armiero. 2017. The politicization of ill bodies in Campania, Italy. Journal of Political Ecology 24: 44-58. Giacomo D’Alisa, Anna Rita Germani, Pasquale Marcello Falcone and Piergiuseppe Morone. 2017. Political ecology of health in the Land of Fires: a hotspot of environmental crimes in the south of Italy. Journal of Political Ecology 24: 59-86. Panagiota Kotsila. 2017. Health dispossessions and the moralization of disease: the case of diarrhea in the Mekong Delta, Vietnam. Journal of Political Ecology 24: 87-109. Marcelo Firpo Porto, Diogo Rocha Ferreira and Renan Finamore. 2017. Health as dignity: political ecology, epistemology and challenges to environmental justice movements. Journal of Political Ecology 24:...
read moreWatergrabbing– A Story of Water
[su BioEcoGeo] È uscito Watergrabbing, An Atlas of Water, il nuovo atlante geografico mondiale sull’acqua e l’accaparramento idrico con approfondimenti tematici su vari Paesi nel mondo. Pagine ricche di testi, immagini suggestive e molte mappe per un quadro completo e aggiornato della situazione idrica a livello mondiale, toccando anche temi inerenti la geopolitica dei paesi e le sempre più difficili condizioni di vita delle popolazioni che già soffrono a causa degli effetti del cambiamento climatico. Con l’espressione watergrabbing, o “accaparramento dell’acqua”, ci si riferisce a situazioni in cui attori potenti sono in grado di prendere il controllo o deviare a proprio vantaggio risorse idriche preziose, sottraendole a comunità locali o intere nazioni, la cui sussistenza si basa proprio su quelle stesse risorse e quegli stessi ecosistemi che vengono depredati. Gli effetti di questo accaparramento sono devastanti. Famiglie scacciate dai loro villaggi per fare spazio a mega dighe, privatizzazione delle fonti idriche, inquinamento dell’acqua per scopi industriali che beneficiano pochi e danneggiano d’acqua, controllo delle fonti idriche da parte di forze militari per limitare lo sviluppo. Nel cosiddetto sud nel mondo, ma anche in alcuni paesi industrializzati, da bene comune liberamente accessibile, l’acqua si trasforma in bene privato o controllato da chi detiene il potere. Sotto la spinta della crescente domanda d’acqua dovuta all’aumento di popolazione e alla crescita industriale dei paesi in via di sviluppo e sotto la morsa del cambiamento climatico, sempre più visibile nella nostra quotidianità, l’acqua diventa fonte di conflitto, bene scarso per cui è fondamentale accaparrarsene a spese del vicino, a discapito anche di donne e bambine che si occupano della raccolta giornaliera sottraendo tempo all’educazione e al lavoro. Lo speciale Watergrabbing – a Story of Water vi racconta il fenomeno dell’accaparramento dell’acqua, ogni storia declinando un tema specifico (Watergrabbing – a Story of Water acque transfrontaliere, dighe, accaparramento per scopi politici e per scopi economici) e mostrando gli attori coinvolti, paese per paese. Foto, testi e carte geografiche vi accompagneranno in questo viaggio. Come strumento di riferimento si è realizzato anche un atlante geografico scaricabile, per il lettore curioso, lo studente, il ricercatore. Prendetevi tempo per leggere e scoprire il tema dell’accaparramento all’acqua. Perché l’acqua diventi un diritto per tutte e tutti. Testi e ideazione: Emanuele Bompan e Marirosa Iannelli © Mappe: Riccardo Pravettoni Infografiche. Progetto grafico: Federica Fragapane. (Pubblicato il...
read moreShell in Nigeria: fragili vittorie contro le multinazionali petrolifere
[di Angele Minguet – CDCA, dottoranda in Scienze Politiche, La Sapienza] La Shell, impresa petrolifera anglo-olandese, mostrò interesse per i giacimenti di petrolio della Nigeria a partire dal 1936 e iniziò le estrazioni nel 1956, quando il paese era ancora una colonia inglese. Dopo l’indipendenza, il governo nigeriano, tramite la Nigerian National Petroleum Development Company, diventò l’azionario principale di un Consortium con la Shell. Oggi la Nigeria è il più grande produttore di greggio dell’Africa Sub-Sahariana. Uno dei principali oleodotti nel Delta del Niger – la Trans-Niger Pipeline – attraversa le terre del Popolo Ogoni, chiamate “Ogoniland”. La Shell possiede nella regione altri cinque campi non produttori e una rete di circa 100 pozzetti e infrastrutture. Benché altre imprese americane (Chevron, Exxon Mobil), francesi (Total) o ancora italiane (Agip) siano presenti sul territorio, la Shell è stata particolarmente criticata per l’inquinamento delle sue attività estrattive, per il suo coinvolgimento nella repressione durante la dittatura e per la corruzione odierna di funzionari nigeriani. L’impresa, che dimostra pochi scrupoli nel suo modus operandi nella regione, beneficia di una grande impunità perché la sua presenza è considerata come fondamentale per l’economia del paese. Il petrolio del Delta del Niger rappresenta l’ottanta per cento delle entrate pubbliche e il novanta di quelle in valuta estera, di cui approfittano alti funzionari del governo e dell’esercito alle spese della popolazione nigeriana. Inoltre, lo stato attuale del mercato del petrolio distrugge quasi ogni altro tipo di attività economica in Nigeria, senza contare l’avvelenamento di acque e terra, pericoloso per la salute e la vita degli abitanti. Nel 2011, l’UNEP stimava un bilione di dollari americani come costo iniziale per rimediare ai danni ambientali del petrolio nell’Ogoniland. La reazione a queste ingiustizie sociali e ambientali iniziò nel 1990 quando venne presentata al governo nigeriano l’“Ogoni Bill of Rights”, scritta in grande parte dall’autore Ken Saro-Wiwa. In quel documento, gli Ogoni chiedevano una maggiore autonomia politica e rappresentazione nelle istituzioni nazionali, il diritto di controllare e utilizzare una proporzione equa di risorse economiche per lo sviluppo degli Ogoni, nonché il diritto di proteggere l’ambiente e l’ecologia delle loro terre da ulteriore degrado. L’”Ogoni Bill of Rights” si rivolge principalmente allo stato nigeriano ma nella parte finale c’è un appello comunità internazionale, una richiesta di aiuto per la sopravvivenza del popolo. Per condurre questa battaglia, venne creato il Movimento per la Sopravvivenza del Popolo Ogoni (MOSOP), di cui Ken Saro-Wiwa era uno dei principali attori. Data l’assenza di risposte da parte del governo nigeriano, nel novembre 1992, i leader del MOSOP si rivolsero a Shell, Chevron-Texaco e alla società nazionale petrolifera nigeriana emettendo un ultimatum di 30 giorni affinché pagassero l’uso della terra e il risarcimento per l’ambiente devastato, oppure lasciassero le terre Ogoni. Questa ingiunzione minacciava gli interessi privati e politici delle compagnie petrolifere e dei poteri chiamati in causa. Per evitare tutti rischi, il capo di stato nigeriano, Sani Abacha, mobilizzò una task force militare che, durante tutto il periodo della sua dittatura (1993-1998), fu responsabile della morte di oltre duemila Ogoni, di violenza sessuale su donne e ragazze, della mutilazione di centinaia di persone e dello sfollamento altre centomila preoccupate per la propria sopravvivenza. Il culmine del conflitto fu segnato dall’impiccagione di Saro-Wiwa, incastrato dalla Junta per aver architettato l’omicidio di quattro leader Ogoni nel maggio 1994. La sua esecuzione, insieme a quella di altri otto membri del MOSOP, ha innescato una catena di processi in Africa, US ed Europa. L’evoluzione...
read morePrimo sì alla riorganizzazione delle autorizzazioni ambientali: tempi stretti e termini perentori.
[di Giuseppe Latour su Il Sole 24 Ore] La nuova Via si chiude in 13 mesi, Galletti: riforma strategica per il Paese In attesa opere per 21 miliardi. Una nuova procedura unificata, che ingloberà tutte le autorizzazioni in campo ambientale. Un riordino delle regole in materia di valutazione ambientale delle opere, che rimoduli il ruolo delle Regioni. Termini perentori per le procedure, con la Via statale limitata a un massimo di 390 giorni. E una corsia preferenziale per gli investimenti energetici, che passeranno sotto la competenza statale. Sono queste le novità principali del decreto legislativo, esaminato in via preliminare dal Consiglio dei ministri di venerdì scorso, che recepisce, su proposta del ministero dell’Ambiente, la direttiva europea 2o14/52/Ue. E che, di fatto, guarda a un obiettivo: semplificare il meccanismo della Via, una procedura per la quale oggi si possono perdere fino a sei anni. Per il ministro dell’Ambiente Gian Luca Galletti, questa riforma «dovrà essere un asset strategico per lo sviluppo sostenibile del nostro paese. Soltanto oggi ci sono in attesa di un responso progetti per 21 miliardi di euro: arrivare a una valutazione rigorosa con un procedimento efficiente e definito con tempi certi, in linea con la direttiva europea,è una vera necessità per un paese che punta sulla crescita sostenibile». Il decreto modifica, nel merito, tutti gli istituti legati alla Via. Il problema principale è che, al momento, i tempi medi di conclusione dei procedimenti Via sono di circa tre anni, mentre per la verifica di assoggettabilità alla Via (la fase prodromica che serve a decidere se portare un progetto in Via) sono necessari 11,4 mesi. Nonostante la normativa vigente preveda termini più ridotti (da un minimo di iso a un massimo di 390 giorni), le attuali tempistiche minime per lo svolgimento di una valutazione di impatto ambientale sono di circa 300 giorni, fino ad un massimo di 6 anni. Serviva quindi una riorganizzazione. Per questo obiettivo nasce, anzitutto, un nuovo procedimento che incorpora nella Via tutti i titoli abilitativi e autorizzativi riconducibili a fattori ambientali. Il procedimento unico ambientale assorbirà tutti i procedimenti paralleli, consentendo di risparmiare tempo. Viene, poi, semplificata la verifica di assoggettabilità a Via: non ci sarà più l’obbligo per il proponente di presentare gli elaborati progettuali, ma sarà sufficiente presentare il solo studio preliminare ambientale. Vengono introdotte regole omogenee per il procedimento di Via su tutto il territorio nazionale, con la rimodulazione dei poteri delle Regioni: tutti i progetti relativi a infrastrutture e impianti energetici passano al livello statale. E viene alleggerita la procedura per l’autorizzazione dei progetti di livello statale. A supporto di questi cambiamenti, arriva anche una riorganizzazione delle modalità di funzionamento della commissione Via, che sarà supportata da un Comitato tecnico. Tutta la procedura di Via statale si chiuderà nel giro di 390 giorni, poco più di un anno: 6o per la presentazione delle istanze, no giorni per la consultazione del pubblico e i pareri, izo giorni per la valutazione e l’adozione del provvedimento vero e proprio. In caso di procedimento unico ambientale statale, si potrà invece salire fino a 445 giorni, ma ottenendo tutte le autorizzazioni in ambito ambientale con un procedimento unificato. Tutti i termini, nel nuovo sistema, diventeranno perentori: il loro sforamento comporterà responsabilità disciplinare in capo ai dirigenti. E, a richiesta delle parti, ci sarà un regime transitorio...
read moreIl fascino dell’unico modello di sviluppo
[di Tonino Perna su Il Manifesto] Stadi di Roma e di Firenze, Tav Val di Susa, Ponte sullo Stretto: «mega progetti presentati come la panacea di tutti mali, unica prospettiva per il rilancio dell’economia, l’immagine e il futuro di un territorio. Bisognerebbe invece partire dalla manutenzione come bisogno primario per aprirsi a piani, anche ambiziosi, ma sostenibili». L’esito del duro scontro acceso intorno alla questione del nuovo stadio a Roma, e magari le dimissioni del prestigioso assessore Berdini, non riguarda solo la capitale. È una battaglia che ha un valore simbolico per tutto il nostro paese. È da almeno vent’anni che si discute animatamente e si lotta duramente in alcuni casi (come per il Tav in Val Susa) sulle grandi opere prospettate di volta in volta come la panacea di tutti mali, unica prospettiva per il rilancio dell’economia, l’immagine e il futuro di un determinato territorio. Purtroppo, bisogna dire che la resistenza dei movimenti ambientalisti e di una parte della sinistra (a cui negli ultimi anni si era aggiunto il M5S) non è stata finora sufficiente a bloccare questa hybris che si manifesta con più forza nei momenti di crisi economica come quello che stiamo attraversando. Poco prima di perdere il Referendum l’ex premier ha tirato nuovamente in ballo il Ponte sullo Stretto come prospettiva realistica con cui rilanciare quest’area del nostro Sud che presenta altissimi tassi di inoccupazione giovanile ed una fuga da questo territorio che ormai è diventato un esodo. Ci piaccia o no, le Grandi Opere esercitano un fascino sulla gran parte della popolazione perché il modello di sviluppo che abbiamo visto ed interiorizzato è questo e non riusciamo a immaginarne un altro. Uno dei migliori contributi che ci ha dato Serge Latouche, soprattutto nei suoi primi scritti, è stato appunto questo: non usciamo da questa crisi, ambientale e sociale, se non cambiamo immaginario, se non la smettiamo di ridurre tutto il mondo a merce, un paesaggio o un bosco. Che non significa abbracciare tout court una nuova religione della “decrescita”, ma essere capaci di creare posti di lavoro, di autorealizzazione, spazi vivibili e progetti/visioni del futuro entusiasmanti, senza continuare a massacrare di cemento il nostro paese. E questo vale ovviamente anche per la capitale. Lo si può fare recuperando il già costruito e magari abbandonato, come giustamente ci ricordava Piero Bevilacqua rispetto al caso dello stadio Flaminio, lo si può fare utilizzando nuove tecnologie, dando spazio agli artisti di ogni ordine e grado. È questo lo snodo fondamentale per costruire una alternativa a questo sistema, altrimenti non importa chi ci governa perché la forza degli interessi in gioco unendosi a questa subalternità culturale, a questa mancanza di fantasia, sarà sempre vincente. Come spesso viene ricordato la Politica come la Fisica non sopporta il “vuoto”, e quando si crea c’è sempre qualcuno o qualcosa pronto a riempirlo. E questo è vero anche per il territorio, non nel senso dello spazio vuoto, ma del vuoto culturale che lascia un territorio senza prospettive. A Saline Joniche in provincia di Reggio Calabria venne inaugurata nel 1975 la Liquichimica, una fabbrica che doveva produrre dal petrolio proteine per l’alimentazione animale. Assunse 500 addetti, gli fece fare sei mesi di formazione con soldi pubblici, ma non un solo giorno di lavoro. Il prezzo del petrolio era salito alle stelle rendendo non competitive...
read moreGli abitanti di Fukushima cercano di tornare alla normalità
Un gruppo di operai ripara una casa danneggiata, nel municipio della città, rimasto intatto, circa sessanta dipendenti comunali si preparano ad accogliere il ritorno dei residenti. Non molto lontano, due cinghiali si sono intrufolati nel giardino di qualcuno, in cerca di cibo. I primi segni di vita stanno tornando a Namie circa sei anni dopo il disastro dell’11 marzo 2011, quando un terremoto e uno tsunami hanno colpito le località adiacenti e lo stabilimento nucleare vicino alla città. In origine i residenti di Namie erano 21.500, ma solo poche centinaia progettano di tornare nelle loro case. A partire da novembre è stato permesso ad alcune persone di passare la notte in città. Ma quando sarà revocato l’ordine di evacuazione – che comprende alcune aree della città di Namie e altri tre centri abitati adiacenti – i residenti non avranno bisogno di permessi per restare. È probabile che il provvedimento diverrà ufficiale alla fine di marzo. Ad appena quattro chilometri di distanza dallo stabilimento nucleare, Namie è stata la prima città a essere bonificata per il ritorno dei residenti. Ma la vita in città non sarà più la stessa: le radiazioni hanno contaminato molte aree che non saranno mai più abitabili. Inoltre più del 50 per cento degli abitanti ha deciso di non tornare. Le loro preoccupazioni riguardano le radiazioni e la messa in sicurezza dell’impianto nucleare. La maggior parte di chi ha già deciso di non tornare ha meno di 29 anni, di conseguenza la popolazione futura sarà costituita da anziani e la città sarà senza bambini. “I giovani non torneranno”, dice Yasuo Fukita, un ex abitante di Namie che ora gestisce un ristorante a Tokyo. “Non ci sarà lavoro e neanche istruzione per i ragazzi”. Fujita è tra i tanti che non vogliono vivere in un territorio contaminato. Il livello di radiazioni a Namie è di 0,07 microsievert (un milionesimo di sievert) per ora, simile al resto del Giappone. Ma nella vicina città di Tomioka, un dosimetro segna 1,48 microsieverts per ora, trenta volte quella segnalata nel centro di Tokyo. Perché l’annullamento del piano di evacuazione sia ufficiale, il livello deve essere inferiore a 20 millisievert (un millesimo di sievert) per anno. Nuovi e vecchi mestieri Namie contava sei scuole elementari e tre scuole medie, ora progetta di aprire una sola scuola che comprenda i tre livelli d’istruzione. Così i ragazzi non avranno bisogno di spostarsi in altre città per frequentare le lezioni. Un ospedale aprirà questo mese, il personale sarà costituito da dottori che lavoreranno a tempo pieno e part time. Gli sforzi per la ricostruzione della città potrebbero creare molti posti di lavoro. Il sindaco di Namie Tamotsu Baba è fiducioso, spera di riuscire a riattivare l’industria e l’economia attirando imprese di ricerca e robotica. Le prospettive per la rinascita del business non si realizzeranno a breve, ma il presidente della compagnia di legnami Munehiro Asada ha riaperto la sua fabbrica per favorire la ripresa economica della città. “Ora le vendite non raggiungono nemmeno il decimo di una volta, ma aprire la fabbrica era la mia priorità. Se nessuno tornerà, la città sparirà”, afferma Asada. Shoichiro Sakamoto fa un lavoro insolito: caccia i cinghiali che invadono le aree urbane vicino a Namie e Tomioka. La sua squadra composta da 13 persone, cattura gli animali per poi...
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Marica Di Pierri per Valori.it – Verso la Cop30 di Belém, cosa aspettarci dal più importante appuntamento per salvare il clima della Terra? Diretta con Marica Di Pierri, Luca Lombroso, Giovanni Mori e Lorenzo Tecleme.