Dal 10 al 21 novembre 2025 saremo a Belém, in Brasile, per partecipare come osservatori alla 30° Conferenza delle Nazioni Unite sul Clima. Racconteremo quanto avviene dentro e fuori le negoziazioni, porteremo e raccoglieremo le voci dei territori in lotta contro l’estrattivismo, contro il greenwashing e per una transizione ecologica realmente giusta.
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A Belém si discuteranno e valuteranno gli NDCs, i nuovi impegni climatici nazionali che stabiliscono gli obiettivi di riduzione delle emissioni di ogni paese. Accanto alla mitigazione, l’adattamento sarà uno dei temi centrali attraverso il Global Goal on Adaptation (GGA) e i nuovi Piani nazionali di adattamento. Un altro capitolo chiave sarà quello della finanza per il clima. Tra i punti principali il nuovo obiettivo di finanziamento (NCQG), che punta ad aumentare il sostegno ai Paesi in via di sviluppo da 100 a 300 miliardi di dollari l’anno, e la Roadmap Baku-Belém, che traccia un percorso per mobilitare almeno 1.300 miliardi di dollari l’anno entro il 2035.
Temi cruciali, che si scontrano con uno scenario geopolitico ostile, segnato dal negazionismo climatico, dai venti di guerra, dalla corsa al riarmo e dalla violenza istituzionale. Non è un caso che in gioco a Belém ci sia più che mai la credibilità della diplomazia climatica e la sua capacità di tradurre le intenzioni in impegni concreti.
La Cupula dos povos
La Cúpula dos Povos è il grande incontro dei movimenti sociali e delle comunità che vivono in prima linea la crisi climatica. Nata nel 1992 come risposta critica alle negoziazioni ufficiali, propone un’alternativa fondata su giustizia climatica, sociale e ambientale, solidarietà e saperi ancestrali.
Dal 12 al 16 novembre 2025, in concomitanza con la COP30 di Belém, riunirà popoli indigeni, comunità quilombola e tradizionali, giovani e lavorator? in marce, dibattiti e azioni culturali.
La Cúpula mette al centro vite, diritti e territori, non statistiche: unisce chi costruisce ogni giorno soluzioni reali, dall’agroecologia alla difesa dei beni comuni, per spingere i governi ad adottare politiche di vera giustizia climatica.
Dichiarazione della Cupula Dos Povos
Perché A Sud e CDCA alla COP?
Nelle Cop si riuniscono i governi dei 197 Paesi che hanno ratificato la Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (UNFCCC), firmata a Rio de Janeiro nel 1992. Ma la COP30 non è solo un vertice diplomatico: è il terreno di confronto (e di scontro) tra attori diversi e diverse visioni del mondo. Da una parte il business as usual che trasforma la crisi climatica in profitto, dall’altra movimenti e territori che lottano per giustizia climatica, autodeterminazione e diritti della Natura.
La COP30 si terrà nel cuore dell’Amazzonia, a Belém do Pará, in Brasile. Non è un dettaglio geografico ma una scelta politica: è nel Sud globale che l’ingiustizia climatica colpisce più duramente mentre il Nord globale continua a negoziare emissioni e interessi fossili.
Qui non si decide solo il futuro del clima: si decide chi avrà diritto a un futuro.
Per raccontare cosa c’è in gioco, e come finisce la partita.
Andiamo alla COP per osservare da vicino i negoziati, capire quali equilibri politici e di potere si stanno ridefinendo, e portare la prospettiva dei territori e dei movimenti che chiedono giustizia climatica.
La partecipazione di A Sud e CDCA serve a connettere le lotte locali con quelle globali, rafforzare alleanze internazionali e raccontare – con sguardo indipendente e critico – come la diplomazia climatica sta affrontando, o eludendo, le proprie responsabilità.
Perché solo intrecciando voci e resistenze dal basso possiamo costruire un futuro giusto per tutt?.
Per costruire e rafforzare alleanze internazionali
Svolgere la COP in Brasile è un segnale che conta: significa rimettere al centro chi la crisi climatica la subisce davvero. Andiamo a Belém per stare con i movimenti globali per la giustizia climatica. In America Latina oggi si gioca una partita enorme: conflitti ambientali, estrattivismo, repressione, lotte indigene e popolari che resistono da decenni. Con tante realtà — dalla Colombia alla Bolivia, fino all’Amazzonia — abbiamo già lavorato, fatto campagne, costruito ponti. Lì ritroviamo compagn? con cui condividiamo visioni e pratiche.
Per portare una visione radicale dentro la COP
Sì, probabilmente sarà l’ennesimo flop diplomatico. Ma proprio per questo dobbiamo esserci, per non lasciare quei tavoli alle lobby fossili e ai governi che parlano di transizione mentre trivellano.
Da dentro vedi meglio le dinamiche, le crepe, le possibilità di alleanze e di conflitto.
Andiamo per portare la prospettiva della giustizia climatica e delle lotte dal basso, che legano crisi climatica, razzismo, patriarcato e disuguaglianze. La COP non è un punto d’arrivo: è un passaggio. Il resto si fa fuori, insieme, ogni giorno.
Diario dalla COP30
- Giorno 12 – 24 novembre 2025
Belém svela il fallimento della diplomazia climatica, ma apre spiragli: una roadmap anti-fossile e nuove alleanze per la giustizia.
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- Giorno 11 – 21 novembre 2025
Penultimo giorno a Belém: incendio in COP30, stalli politici e pressioni crescenti sul BAM e sull’uscita dai fossili.
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- Giorno 10 – 20 novembre 2025A Belém 85 Paesi spingono per uscire dai fossili, mentre Italia e Polonia frenano. La COP30 è al bivio, il tempo è adesso.
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- Giorno 9 – 19 novembre 2025
Belém rilancia la lotta globale ai fossili: la Colombia guida un fronte che vuole uscire davvero dal modello che brucia il pianeta.
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- Giorno 8 – 18 novembre 2025
Alla COP30 la transizione dai combustibili fossili sembra lontana, mentre i fondi dell’adattamento sono sotto il minimo.
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- Giorno 7 – 17 novembre 2025
Belem in rivolta: popoli indigeni e movimenti sociali spingono per una COP30 che dica finalmente basta ai fossili.
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- Giorno 6 – 15 novembre 2025
Anche quest’anno i dati sulla presenza dei lobbisti Gas&Oil alla conferenza di Belém sono alti: su ogni 25 persone accreditate al vertice, uno è un lobbista dei combustibili fossili, in totale sono oltre 1600.
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- Giorno 5 – 14 novembre 2025
Il TFFF entra nella Cupula tra promesse e contraddizioni: fondi incerti, debiti in aumento e movimenti che denunciano l’ennesima falsa soluzione verde.
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- Giorno 4 – 13 novembre 2025
A Belém la protesta indigena irrompe nella COP30 e svela le contraddizioni del Brasile fossile. Intanto la Cupula esplode di mobilitazioni globali.
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- Giorno 3 – 12 novembre 2025
Adattamento al centro della COP30, ma i fondi restano insufficienti. A Belém arrivano movimenti e comunità indigene: la vera pressione viene dai territori.
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- Giorno 2 – 11 novembre 2025
Lula parla di disuguaglianze alla Cop30, ma il Brasile continua a spingere sul fossile. A Belém torna al centro il nodo tra clima e ingiustizia.
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- Giorno 1 – 10 novembre 2025
Dalla Cop30 alla Cúpula dos Povos: a Belém si apre la sfida per la giustizia climatica tra responsabilità globali, diritti dei popoli e resistenza dei territori.
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Articoli di approfondimento alla COP30
- Cosa resta della Cop30, la battaglia per il clima e i diritti è ancora lunga – 24 novembre 2025
Marica Di Pierri e Laura Greco su Domani – COP30 fallisce su fossili e foreste, ma il Bam e il blocco dei 82 paesi per l’uscita dal fossile aprono spiragli di lotta e nuove alleanze.
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- Sulla fine dei lavori della COP30 – 24 novembre 2025
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Cosa è successo alla 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici? Quali sono le grandi vittorie? Quali le sconfitte?
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- La tabella della discordia – cos’è successo alla COP30 – 23 novembre 2025
Laura Greco su Radio24 – COP30 a Belém annuncia impegni su energia, foreste e adattamento, ma senza una vera uscita dal fossile restano promesse vuote da incalzare con lotte dal basso.
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- “A resposta somos nós”. Ma alla COP30 le richieste dei popoli indigeni non fanno breccia – 23 novembre 2025
Laura Greco su EconomiaCircolare.com – Alla COP30 le voci indigene restano ai margini mentre la foresta corre verso il punto di non ritorno. Senza giustizia, non c’è futuro.
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- La “Dichiarazione di Belém” e il multilateralismo del phase out dai fossili spinto dal basso – 21 novembre 2025
Laura Greco su Altreconomia – Da Belém arriva una spinta dal basso per uscire dai fossili: governi e movimenti uniscono le voci per un phase out reale, giusto, globale.
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- Cop30: senza il Gender action plan ogni azione climatica è limitata – 21 novembre 2025
Marica Di Pierri e Laura Greco su Valori – Nonostante le ambiziose premesse il Gender action plan ha trovato diversi ostacoli sui tavoli negoziali della Cop30
- Cop30: senza il Gender action plan ogni azione climatica è limitata – 21 novembre 2025

- Alla Cop30 arrivano le storie di migrazioni climatiche – 21 novembre 2025
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30, in vista delle negoziazioni finali, si parla del fenomeno crescente degli sfollamenti forzati dal cambiamento climatico.
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- Belém, la foresta degli indigeni si ribella a Lula – 20 novembre 2025
Laura Greco su Il Manifesto – Le nazionalità dell’Amazzonia denunciano l’inagibilità politica alla Cop e chiedono una mobilitazione internazionale guidata direttamente dai popoli indigeni per proteggere i loro territori e affrontare la crisi climatica alla radice
- Alla Cop 30 i movimenti si riprendono la scena – 20 novembre 2025
Marica Di Pierri su Il Manifesto – Era dalla Cop 26 di Glasgow che non si vedeva così tanta società civile. Accanto al vertice ufficiale, in più di 50 mila hanno animato la «Cupula dos povos» per una svolta vera sul clima e i diritti
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- COP30, BELÉM | Italiani in mobilitazione – 20 novembre 2025]
Il Climate Pride in azione alla COP30: l? attivist? chiedono all’Italia una roadmap chiara e ambiziosa per uscire dai fossili.
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- A Belém torna il protagonismo sociale – 19 novembre 2025
Marica Di Pierri su Collettiva – Alla Cop30 movimenti, organizzazioni, popoli e sindacati riacquistano centralità: proposte e campagne dal basso sono arrivate nelle stanze dei negoziati.
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- Come procede la COP30 in Brasile? Intervista a Laura Greco da Bélem – 19 novembre 2025
Laura Greco su Scienza e Pace Magazine – COP30 tra repressione, lobby fossili e resistenze indigene: la giustizia climatica la costruiscono i territori, non i negoziati.
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- Lifegate dalla COP30 – 18 novembre 2025
Marica Di Pierri su Lifegate – Dalla COP30 il racconto dell’inedita comunicazione tra dentro e fuori la COP, tra le richieste indigene e l’ambiguo governo di Lula.
Ascolta su Lifegate
- Il Fondo per le foreste e la falsa soluzione del biocapitalismo si ripropone alla Cop30 di Belém – 18 novembre 2025
Laura Greco su Altreconomia – Il Tropical forests forever facility lanciato da Lula è l’ennesimo dispositivo finanziario che viene presentato come innovazione.
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- Attivismo e giustizia climatica: se il diritto alla protesta diventa un reato – 17 novembre 2025
Marica Di Pierri su Valori.it – Alla Cop30 emerge un allarme globale: in molti Paesi il diritto alla protesta viene represso e l’attivismo ambientale è sempre più criminalizzato
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- Alla Cop30 di Belèm il fondo per l’adattamento resta senza fondi – 17 novembre 2025]
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30 fallisce, per il terzo anno di fila, l’obiettivo di raccolta minima per finanziare l’adattamento dei Paesi del Sud globale.
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- Massiccia partecipazione popolare a Belém – 16 novebre 2025
Marica Di Pierri su L’aria Che Respiri – Alla Cúpula dos Povos tantissime voci per reclamare la fine dei combustibili fossili e una giustizia climatica guidata dai popoli, non dalle multinazionali.
Ascolta su Radio Rai1
- In diretta da Bele?m – Aggiornamenti sulla prima settimana di COP30 – 15 novembre 2025
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – In diretta da Belém, per raccontare in diretta i lavori della 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici. ?Foto di Oliver Ninja e Midia Ninja
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- Cop30: chi difende i combustibili fossili dentro i negoziati sul clima – 14 novembre 2025
Marica Di Pierri per Altreconomia – Alla Cop30 un lobbista fossile ogni 25 delegat?: il vertice che dovrebbe chiudere l’era fossile continua a farsela scrivere da chi la profitta.
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- Giustizia climatica, questa dimenticata – 13 novembre 2025
Marica Di Pierri su Il Manifesto – Il legame tra clima e disuguaglianze è ormai assodato. Ma dopo 30 anni di conferenze, i ricchi continuano a fare grandi affari con i fossili.
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- L’adattamento secondo la COP30: “Adattarsi è sopravvivere” – 13 novembre 2025
Marica Di Pierri per EconomiaCircolare.com – COP30 punta a rendere operativo il Global Goal on Adaptation, tra governance multilivello, indicatori, fondi insufficienti e necessità di giustizia climatica.
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- La Cop30 in Brasile e le politiche industriali green – 11 novembre 2025
Marica Di Pierri per Tutta La Città Ne Parla, Radio3 – È iniziata la Cop30 a Belém, 10 giorni in cui si discuterà su come trovare una via d’uscita alla deriva del cambiamento climatico nonostante le difficoltà politiche che ci circondano.
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- Road to Belém – 7 novembre 2025
Marica Di Pierri per Valori.it – Verso la Cop30 di Belém, cosa aspettarci dal più importante appuntamento per salvare il clima della Terra? Diretta con Marica Di Pierri, Luca Lombroso, Giovanni Mori e Lorenzo Tecleme.
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- Da Parigi a Belém, i conti che non tornano – 6 novembre 2025
Marica Di Pierri per Il Manifesto – Tra tensioni e fragili compromessi, i preparativi alla vigilia della Conferenza Onu. A che punto sono gli impegni nazionali di riduzione e i piani di adattamento dei singoli Paesi.
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- A Sud a Belém alla Cop30 – 6 novembre 2025
A Sud seguirà negoziati e mobilitazioni dalla COP30 di Belém, amplificando le voci dei movimenti per giustizia climatica e sociale.
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- A Sud aderisce alla Global Call to Action della Cúpula dos Povos – 5 settembre 2025
Il 15 novembre scendiamo in piazza: basta disuguaglianze e razzismo ambientale, vogliamo giustizia climatica e un mondo dove la vita sia al centro.
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- Vertice dei Popoli Verso la COP30: Manifesto Politico – 13 giugno 2025
A Sud aderisce al Manifesto dei Popoli verso la COP30: un appello globale per giustizia climatica, anticapitalismo e democrazia dal basso.
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Racconteremo le negoziazioni
Per spiegare cosa accade davvero alla COP30, come si muovono i governi e quali interessi guidano le scelte sulla crisi climatica. Vi offriremo una copertura quotidiana per raccontarvi con le nostre parole e con uno sguardo critico, indipendente e radicale, vicino ai movimenti il dentro e fuori la Cop
Sveleremo le contraddizioni
Tra le promesse ufficiali e la realtà, mostrando lo scontro continuo tra lobby fossili e popoli che difendono la vita e i territori. Denunceremo le responsabilità smascherando la falsa transizione energetica e chi continua a inquinare mentre parla di sostenibilità con greenwashing e false soluzioni
Daremo voce alle comunità
Portando le loro storie, le lotte quotidiane e le alternative concrete alla devastazione ambientale, contro colonialismo ed estrazione. Ci collegheremo con l’Italia per connettere istanze e battaglie
INFO E CONTATTI
Per contatti e interviste con la delegazione:
maricadipierri@asud.net
+ 55 21 967071220
Laura Greco
lauragreco@asud.net
+55 21 997673184
Covid-19, cambiamenti climatici e migrazioni
Crisi congiunte in un pianeta sempre più caldo [di Maria Marano per A Sud] “L’equilibrio ecologico del Pianeta si è rotto”…l’umanità ormai “sta facendo la guerra alla natura”. È quanto affermato da António Guterres nel suo discorso “Lo stato del Pianeta”, pronunciato a cinque anni dalla stipula dell’Accordo di Parigi sul clima. Le parole dal segretario generale delle Nazioni Unite mettono chiaramente in luce la responsabilità dell’uomo sulla crisi climatica in corso e trovano conferma nei dati illustrati in due importanti report pubblicati a dicembre: “Lo stato del clima globale nel 2020” dell’Organizzazione Metereologica Mondiale (WMO) e il Production Gap Report, del Programma per l’Ambiente delle Nazioni Unite (UNEP), sulla produzione dei combustibili fossili. Quest’ultimo evidenzia che contrariamente alla necessità di puntare sulla riduzione della produzione di carbone, gas e petrolio alcuni Paesi del G20 e multinazionali la aumenteranno con forti conseguenze sul clima. Un chiaro segnale che ai proclami in occasione dei summit mondiali seguono azioni che portano invece a disattendere gli impegni presi. Nonostante l’entusiasmo per i benefici sull’ambiente nel periodo di lockdown, imposto dall’emergenza covid-19, il cambiamento climatico nel 2020 ha continuato la sua inarrestabile corsa. Gli effetti dei cambiamenti climatici: ondate di calore, inondazioni, incendi e uragani sempre più violenti hanno colpito già milioni di persone. Guardando al continente asiatico, in Bangladesh, Cina, India, Giappone, Pakistan, Nepal, Corea del Sud, Turchia e Vietnam quest’anno le piogge monsoniche hanno provocato inondazioni massicce, crolli di dighe, smottamenti e lo sfollamento di milioni di persone. Le inondazioni e le frane in Cina sono state particolarmente intense, 29.000 case sono state distrutte e oltre 2.2. milioni di persone sono state evacuate a luglio. Benché non sia ancora noto a tutti, il numero dei rifugiati climatici è di gran lunga superiore a quello dei rifugiati per persecuzioni e guerre. Secondo i dati del Global Report on Internal Displacement 2020 (Grid) dell’Internal Displacement Monitoring Center (Idmc), nel 2019 su 33,4 milioni di nuovi spostamenti interni 24,9 milioni sono stati sfollati a causa di tempeste, cicloni, uragani e alluvioni. Si tratta del numero più alto dal 2012 e tre volte superiore agli sfollati per conflitti e violenze (8,5 milioni). A questi dati va aggiunto che quasi ogni Paese conosce ulteriori delocalizzazioni dovute a contaminazioni e disastri, o trasferimenti forzati per scelte urbanistiche e produttive. Tutto ciò va ad ingrossare le fila dei migranti climatici. Va però precisato che ancora una volta sono le comunità più vulnerabili, principalmente nel sud del mondo, che hanno fatto meno per causare il problema a pagarne maggiormente le conseguenze. Se la pandemia da covid-19 ha bloccato i negoziati sul clima (la COP26 è stata rimandata a novembre 2021) non ha di certo fermato gli eventi climatici estremi e la conseguente fuga delle persone che, purtroppo, ne sono colpite. È inoltre evidente che in piena pandemia vivere in realtà con sistemi sanitari già deboli, con economie locali fragili, con scarsa accessibilità alle fonti di approvvigionamento (per le persone e per il bestiame) significa stressare fortemente problemi già esistenti e ampliare ancora di più la forbice della disuguaglianza. Il rischio è di contrarre più facilmente il virus, vivendo in contesti sovraffollati, con scarse condizioni igienico-sanitarie, dove le misure per spezzare la catena del contagio come il distanziamento sociale e l’igiene risultano alquanto complicati da mettere in pratica. Alla luce...
read moreAthamanta: il cuore della montagna
[di Infoaut] Abbiamo intervistato un attivista di Athamanta, percorso che punta a produrre coscienza critica e cambiamenti sistemici attraverso le pratiche di autoformazione, informazione ed azione sul tema dell’estrattivismo nel territorio Apuano, in vista delle iniziative che li vedranno impegnati il 24 ottobre. Raccontateci cosa sta succedendo alle Alpi Apuane. Qual è la storia dell’estrattivismo nelle cave di marmo per la provincia di Massa Carrara – com’è cambiato il livello di occupazione per la manodopera locale nel tempo ? A chi conviene questo tipo di produzione ? Quello che sta succedendo sulle nostre montagne è a tutti gli effetti un ecocidio. Non a caso la devastazione prodotta dall’escavazione del marmo è stata inserita fra uno dei 43 disatri planetari messi in luce dal documentario Antropocene. Le Apuane , montagne uniche per la loro conformazione geologica, sede della più grande riserva idrica della Toscana, habitat per numerose specie vegetali endemiche (Athamanta è il nome scientifico di una di queste) , dotate di una biodiversità elevatissima e attraversate dal più esteso sistema carsico d’Italia, sono quotidianamente vittime di un’escavazione selvaggia che ad un ritmo quantomai impressionante le sta distruggendo; basti pensare che dalle cave, esistenti sin dall’età romana, è stato estratto più materiale negli utimi 30 anni che in tutti i loro 2000 anni di storia. Questa attività ha dunque una storia lunghissima nel nostro territorio, ma l’innovazione tecnologica portata dallo sviluppo dell’industria moderna prima, e la velocità esponenziale delle produzioni e dei commerci imposta dalla fase economica del tardocapitalismo poi, ne hanno irrimediabilmente portato alla luce le conseguenze catastrofiche non solo sul piano ambientale, ma anche su quello lavorativo. L’avanzamento della tecnica estrattiva ha causato una drastica diminuizione della mandodopera in cava, e la deregolamentazione economica del settore, attivissima nell’esportazione globale del materiale, ha portato irrimediabilmente alla diminuizione degli occupati anche nell’economia di indotto, fatta di segherie e laboratori di lavorazione del marmo. Ad oggi le cave ed il suo indotto garantiscono lavoro a poco più di duemila persone, circa l’1% della popolazione della provincia di Massa Carrara. Ciò che però colpisce sono invece i fatturati milionari delle grandi aziende del settore, che crescono di anno in anno grazie al monopolio dell’esportazione e al decentramento della manodopera e dei costi. É notizia delle ultime settimane che la prima società di questo settore ha fatto il suo debutto in borsa. La società in questione è la Franchi Umberto Marmi, una società con un valore di produzione di oltre 65 milioni di euro nel 2019, un netto sopra ai 16 milioni e 40 dipendenti. Quali sono le conseguenze ambientali e sociali di questo tipo di attività estrattiva? Le conseguenze ambientali più note causate dall’estrazione del marmo, sono anche quelle più evidenti: una catena montuosa fatta a pezzi il cui paesaggio muta irrimediabilmente lasciando spazio a scenari lunari che non sono altro che territori desertificati, ambienti sottratti a ecosistemi di importanza ecologica unica al mondo. La devastazione è sotto gli occhi di tutti e tutte, è visibile anche all’osservatore più distratto, ma ci sono conseguenze sull’ambiente meno note ma altrettanto importanti, e che mettono a rischio la salute e a volte la vita delle persone: la lavorazione del marmo mette a rischio la conformazione carsica delle Apuane, causando interruzioni delle falde acquifere che contribuiscono ad alimentare le grandi riserve idriche che ci offrono queste...
read moreDisastri naturali: cause, effetti e strumenti di contrasto
[di Maria Marano per il CDCA] I disastri naturali sono in continuo aumento, con un impatto sempre maggiore a livello locale e una forte complessità su scala globale. Tra alluvioni, uragani, tempeste, siccità, incendi, il costo dei danni, in termini economici, ambientali, sociali e di vite umane, è aumentato in maniera esponenziale negli ultimi anni. L’intensificarsi di questi eventi, come sottolineano gli scienziati, è strettamente correlato ai rapidi e continui cambiamenti climatici di origine antropica. Gli stravolgimenti climatici come mostra l’ultimo studio pubblicato da Oxfam “Confronting carbon inequality” (2020) sono da imputare in primis ai consumi dell’1% più ricco della popolazione mondiale, responsabile di oltre il doppio delle emissioni inquinanti rispetto al 50% della popolazione più povera, sulla quale paradossalmente grava in maggior misura il peso degli effetti della crisi climatica. Dinanzi alle catastrofi, povertà e diseguaglianze socio-economiche, principalmente nei Paesi in via di sviluppo ma anche nelle periferie del nord più ricco, si traducono in inadeguatezza delle infrastrutture, scarse risorse finanziarie, insufficienza di conoscenze e mezzi sia per intervenire nella gestione dei rischi che per mettere in campo misure di prevenzione. La situazione oggi è aggravata dalla pandemia da covid-19 (espressione anch’essa della crisi ecologica), che ha ridotto i servizi della cooperazione internazionale, così come gli aiuti finanziari, e ha reso più difficile gli spostamenti. Uno sguardo ai dati dei disastri naturali: le ricerche delle ONG e del mondo accademico Secondo i dati pubblicati nel rapporto annuale “Counting the Cost 2019: a year of climate breakdown”, realizzato dalla ONG inglese Christian Aid, solo nel 2019 – dall’Africa meridionale al Nord America, dall’Australia all’Asia, fino all’Europa – inondazioni, tempeste e incendi hanno causato la morte di oltre 4.500 persone, con danni economici per miliardi di dollari, come mostrano i numeri di seguito riportati. Le inondazioni in Argentina e Uruguay hanno costretto 11 mila persone a lasciare le proprie abitazioni e causato 2,5 miliardi di danni; il ciclone Idai ha procurato la morte di 1.300 persone in Zimbabwe, Mozambico e Malawi e fatto danni per 2 miliardi; il ciclone Fani, che ha colpito l’India e il Bangladesh, ha provocato 89 vittime e danni per 8,1 miliardi. I tifoni Faxai e Hagibis sono costati al Giappone oltre 20 miliardi di dollari, mentre gli incendi in California hanno causato danni per oltre 25 miliardi. Gli autori del report hanno collegato tutte queste catastrofi ai cambiamenti climatici. Il nesso con gli stravolgimenti del clima viene evidenziato anche dagli autori dello studio “Evidence for sharp increase in the economic damages of extreme natural disasters” (2019), condotto dalla Scuola Superiore Sant’Anna e dalla Pennsylvania State University. focalizzato sulla quantificazione dei danni economici prodotti dagli eventi naturali estremi. Secondo questa ricerca sul piano economico i danni sono aumentati di 20 volte negli ultimi 50 anni. Sulla base del 5% degli eventi più catastrofici registrati, lo studio ha dimostrato che il costo dei danni provocati è aumentato ogni anno di circa 5 milioni di dollari. A fronte di tutto ciò, milioni di persone si ritrovano senza mezzi di sostentamento e sono costrette a spostarsi in cerca di condizioni di vita migliori. Secondo il rapporto “Forced from Home Climate-fuelled displacement” (OXFAM 2019) cicloni, inondazioni e incendi hanno 3 volte più probabilità di causare migrazioni rispetto a guerre e conflitti. Gli sfollati per catastrofi naturali superano quelli di guerra. La conferma arriva dai numeri riportati nel “Global Report on Internal Displacement 2020”...
read moreAtlante Italiano dell’Economia Circolare
Storie di Economia Circolare è innanzitutto un Atlante web, una mappa interattiva in continuo aggiornamento che raccoglie le esperienze italiane di Economia Circolare, al fine di renderle note e fruibili gratuitamente ai cittadini e di promuovere la collaborazione e la costruzione di filiere “circolari” tra attori economici che orientano la propria attività a principi di sostenibilità e circolarità. A ogni punto sulla mappa corrisponde una scheda che riassume storia e caratteristiche delle singole realtà. SCHEDA METODOLOGICA I nostri indicatori per l’Economia Circolare 10 dimensioni e 57 indicatori per valutare la circolarità Con particolare attenzione alle ricadute sociali oltre che agli standard ambientali Il nuovo paradigma dell’Economia Circolare valorizza il principio dell’efficienza, non solo per le scelte energetiche, ma anche nell’uso o riuso razionale e appropriato di tutte le risorse durante tutte le fasi del ciclo produttivo: alla progettazione in chiave sostenibile e circolare del prodotto (durabilità, parti modulari e scomponibili, biodegradabilità, produzione con risorse rinnovabili e non tossiche) a monte e a una gestione corretta dei rifiuti a valle; alla sostituzione di materie prime vergini con materie prime seconde e di materie prime provenienti da fonti fossili con biomateriali; al controllo e alla gestione dei flussi di ritorno dei prodotti a fine vita e dei resi; alla scelta e alla creazione di una filiera sostenibile. Nella sua applicazione, l’Economia Circolare presta particolare attenzione anche ai temi della verifica degli impatti socio-economico-ambientali e della valorizzazione dei benefici che le attività economiche possono apportare ai territori in cui si collocano e alle comunità che coinvolgono. Questo viene fatto attraverso l’applicazione del principio dell’inclusione sociale dei soggetti in condizioni di difficoltà, attraverso la comunicazione dei dati ambientali e la disseminazione dei risultati ai fini di creare maggiore consapevolezza e condivisione del valore delle scelte operate dai singoli, anche in riferimento alle ricadute sui beni comuni. Per questa ragione, assieme al Comitato Scientifico, l’equipe di ricerca del progetto Storie di Economia Circolare ha lavorato all’elaborazione di una Griglia di Indicatori di Circolarità Ambientale e Sociale. Le 10 dimensioni della Circolarità La griglia degli indicatori del progetto Storie di Economia Circolare individua 10 dimensioni della Circolarità, divisa ciascuna in un numero variabile di indicatori. La griglia é divisa nello specifico in sette dimensioni di circolarità economica ed ambientale e tre dimensioni di sostenibilità sociale. Ad ognuna delle dimensioni sono stati associati criteri specifici per la valutazione delle esperienze mappate, riportati in sintesi nel paragrafo precedente e per il dettaglio dei quali si rimanda al testo delle Linee Guida per la Mappatura delle Storie di Economia Circolare, validate dal Comitato Scientifico. L’identificazione delle dieci dimensioni ha tenuto conto della valorizzazione delle ricadute sociali delle esperienze mappate, ponendo come presupposto la saldatura tra la dimensione della giustizia sociale e quella della giustizia ambientale. Il valore condiviso di un’esperienza economica e, in particolare, la sua ricaduta territoriale rappresentano dunque importanti elementi di valutazione delle esperienze economiche che consentono di uscire da valutazioni esclusivamente econometriche. In particolare sono state individuate: 7 dimensioni di circolarità – ECODESIGN – Progettazione di prodotti che possano durare a lungo, il cui smontaggio sia semplice, in modo da permettere facilmente la riparazione e/o il riutilizzo e/o il recupero dei prodotti nella loro interezza o nei loro frazionamenti (circular design, design-out waste, etc.). – UTILIZZO MATERIALI – Utilizzo efficiente delle risorse in tutte le fasi...
read moreAtlante: eradicazione degli ulivi in Salento
Eradicazione degli ulivi in #Salento Nell’immaginario collettivo e nella mente di chi ha attraversato quelle terre, il Salento è spesso ricordato per le sue distese di ulivi, alberi antichi, simbolo di saperi e tradizioni. Da diversi anni il paesaggio salentino è però tristemente mutato, l’arrivo e la diffusione della #Xylella Fastidiosa, patogeno batterico delle piante trasmesso da insetti vettori, ha spinto le #istituzioni nazionali e sovranazionali ad optare per l’eradicazione delle piante malate. Da una parte gli studi poco incisivi condotti sul batterio, dall’altra la scelta radicale e calata dall’alto di non trovare strade alternative per salvare gli alberi, hanno spinto numerosi #cittadini e associazioni del territorio a portare avanti una mobilitazione in difesa delle terre affette dal patogeno. Prima fra tutte l’#associazione Spazi Popolari, da anni impegnata sul territorio, ha fin da subito criticato la poca apertura delle istituzioni locali ed europee per aver bruscamente respinto il ricco dibattito scientifico che si era aperto sull’origine del fenomeno. Per approfondire questo conflitto ambientale puoi consultare la scheda sull’Atlante Italiano dei Conflitti Ambientali cliccando qui. Qui trovi il sito di Spazi...
read moreGreEni Tour in Sicilia
Il #GreEni tour è finito! In quest’ultima settimana abbiamo girato la Sicilia per presentare il dossier “Follow the green – la narrazione di Eni alla prova dei fatti”. Siamo stati a Palermo, Gela, Licata e Catania e in ognuno di questi posti abbiamo trovato persone curiose e attente che ci hanno fatto tantissime domande e con cui abbiamo affrontato discussioni, pranzi, cene e con cui ci siamo interrogati insieme su come fare forza comune per smontare la narrazione green di Eni. E’ stato un momento di costruzione comune, oltre che di diffusione e divulgazione del dossier, perché di fatto scrivere e documentare per noi significa essere a supporto delle realtà locali. Costruire queste iniziative insieme a loro per noi è punto di forza, è una boccata di ossigeno ma anche punto fermo da cui ripartire per immaginare insieme nuovi percorsi. Per questa ragione ringraziamo NoTriv Licata @Trame di Quartiere Associazione culturale SMAF e Arci Porco Rosso....
read moreEnvironmental Humanities 2020 – Master studi dell’Ambiente e del Territorio
Conflitti ambientali e crisi climatica A Sud Onlus CDCA – Centro Documentazione Conflitti Ambientali Università degli Studi “Roma Tre” 16 Ottobre – 7 Novembre IL MODULO Il modulo conflitti ambientali e crisi climatica curato dall’associazione A Sud all’interno della cornice del Master environmental humanities 2020 propone un approfondimento sulla crisi ecologica in atto, partendo dall’analisi dei conflitti ambientali in Italia e a livello internazionale per mezzo di un approccio interdisciplinare, critico e politico. I problemi ambientali verranno analizzati nella loro connessione con le diseguaglianze economiche, sociali e con il sistema politico, senza tralasciare la conflittualità generata dall’opposizione tra modelli di sviluppo e valori alternativi. Il modulo è diviso in due sezioni. La prima parte sarà dedicata all’ecologia politica e allo studio dei conflitti ambientali, partendo dal presupposto che le conoscenze dei territori sono fondamentali nella costruzione di una narrazione per la giustizia ambientale. Verranno approfondite le dinamiche che portano alla nascita di conflittualità ambientali e si analizzeranno i conflitti per mezzo di una lente interdisciplinare che permetterà di far emergere l’importanza della conoscenza post-normale delle comunità per mezzo di ricerche sociali, scientifiche, racconti storici e voci delle comunità. Tra gli altri, saranno presenti docenti, ricercatori e attivisti fra cui Salvo Torre, Ilenia Iengo, Salvatore Paolo De Rosa. Nella seconda sezione invece si affronteranno questioni legate all’emergenza climatica, le connessioni tra la giustizia ambientale e la giustizia climatica, con un focus dedicato alla difesa dei diritti umani e alla criminalizzazione degli attivisti ambientali e climatici. Tra gli altri, saranno presenti accademici, professionisti e attivisti fra cui Marica Di Pierri, Michele Carducci, Paolo Carsetti. Tutte le sezioni sono caratterizzate dalla docenza di accademici, ricercatori, esperti e attivisti locali al fine di rappresentare e raccontare i conflitti ambientali e la crisi climatica per mezzo di una visione plurale. ISCRIZIONI APERTE FINO AL 13 OTTOBRE COSTI ISCRIZIONE AL SINGOLO MODULO 400 € CONTATTI: segreteriacorsiasud@gmail.com specificare nell’oggetto della mail “Master 2020“ MODALITÀ E DATE: Il corso ha una durata di 60 ore di cui 36 frontali Il corso è si svolgerà prevalentemente online con sole due lezioni in presenza in luoghi di conflittualità ambientale (nel parco di Centocelle e lungo il Lago di Bracciano). Orario delle lezioni: Venerdì: ore 14:00-19:00 Sabato: ore 09:00-13:00 Sezione 1: Ecologia politica e conflitti ambientali: dalle basi accademiche ai casi studio 16 ottobre | 14:00 – 19:00 Lo storytelling e la mappatura partecipata nel racconto dei conflitti ambientali Con interventi di Daniela Del Bene, Andrea Turco, Martina Motta e Maura Peca 17 ottobre | 9:00 – 13:00 Leggere le crisi ambientali con le lenti dell’ecologia politica: uno sguardo integrato e interdisciplinare Con interventi di Lucie Greyl, Salvo Torre, Marco Armiero, Chiara Certomà e Emanuele Leonardi 23 ottobre |14:00 alle 19:00 Geografia critica, movimenti sociali e post modern science Con interventi di Serena Tarabini, Ilenia Iengo, Elisa Priviterra, Salvatore De Rosa e Samadhi Lipari 24 ottobre | 9:00 – 13:00 Le criticità della gestione degli spazi verdi a Roma. Il caso emblematico del Parco di Centocelle Con interventi di Maura Peca e rappresentanti di comitati territoriali Sezione 2: Dalla giustizia ambientale alla giustizia climatica 30 ottobre |14:00 alle 19:00 Il Climate change tra evidenze scientifiche e lotte sociali Con interventi di Cecilia Erba, Maura Peca, Giuseppe Barbera e rappresentanti di lotte locali per la giustizia climatica 31 ottobre | 9:00 alle 13:00 Governance, teoria e diritto. Verso un diritto umano al clima?...
read moreCorso di videomaking e giornalismo ambientale d’inchiesta 2020 – VI EDIZIONE
Teorie e tecniche per la comunicazione e informazione in campo ambientale A Sud Onlus CDCA – Centro Documentazione Conflitti Ambientali in collaborazione con Filmaker – Associazione Nazionale dei Film-makers e Video-makers Italiani VI Edizione 20 ottobre – 11 dicembre 2020 IL CORSO In collaborazione con Associazione Nazionale dei Film-makers e Video-makers Italiani, A Sud e il Cdca – Centro Documentazione Conflitti Ambientali continuano la propria proposta formativa nel campo del giornalismo d’inchiesta e della comunicazione ambientale con la sesta edizione del Corso di videomaking e giornalismo ambientale d’inchiesta, per la seconda volta in versione online. Un percorso didattico ampio, che spazia dalla proposta e costruzione di un’inchiesta alla ricerca delle fonti, dalla carta stampata alla scrittura per il web e al giornalismo digitale, fino al linguaggio video e al data journalism. Non verrà tralasciata l’analisi del contesto giuridico in materia d’ambiente e dei dati scientifici su inquinamento, cambiamento climatico e impatti sulla salute. Verranno fornite le basi di wordpress per la creazione di un proprio blog su tematiche ambientali e una lezione sarà dedicata all’utilizzo dei social media per la comunicazione in campo ambientale. ISCRIZIONI APERTE FINO AL 16 OTTOBRE! IL CORSO PARTIRÀ AL RAGGIUNGIMENTO DI ALMENO 10 ISCRITTI COSTI ISCRIZIONE ALL’INTERO CORSO (15 moduli teorici + 5 moduli di ripresa e montaggio video per il Mobile Journalism) 500 € ISCRIZIONE AI SOLI MODULI TEORICI (con esclusione del modulo di ripresa e montaggio video) 300 € CONTATTI: Salvatore Altiero 3342270795 Donatella Liuzzi 3333120854 segreteriacorsiasud@gmail.com (specificare nell’oggetto della mail corso di videomaking e giornalismo 2020) MODALITÀ E DATE: Il corso si terrà online, Martedì e giovedì dalle 18:30 alle 21:00 dal 20 ottobre all’11 dicembre in diretta streaming con possibilità di interagire con i docenti PROGRAMMA DETTAGLIATO Martedì 20 Ottobre h. 18:30-20:30 | Strumenti di comprensione: dall’emergenza globale al sintomo locale a cura di A Sud Onlus Temi: L’emergenza globale: • I report dell’IPCC – International Panel on Climate Change ? Il protocollo di Kyoto e la Convenzione quadro sui Cambiamenti climatici ? L’accordo di Parigi ? Il depauperamento delle risorse: land grabbing, consumo idrico, modello energetico, estrattivismo, traffico di rifiuti • Analisi critica di casi studio. L’emergenza italiana: ? La storia dello sviluppo industriale italiano ? I Siti di interesse nazionale per le bonifiche ? Ambiente e salute: lo studio S.E.N.T.I.E.R.I. – Studio Epidemiologico Nazionale dei Territori e degli Insediamenti Esposti a Rischio da Inquinamento ? Gli impatti della produzione di energia ? La Strategia Energetica Nazionale ? Gli ultimi anni di legislazione ambientale e lo “Sblocca Italia” ? Analisi critica di casi studio. Gli impatti sui territori: ? La gestione dei rifiuti ? Le grandi opere infrastrutturali ? Le centrali elettriche ? Petrolio e petrolchimica ? Analisi critica di casi studio. Giovedì 22 Ottobre h. 18:30-20:30 | Crisi ambientale e migrazioni forzate. Nuovi esodi al tempo dei cambiamenti climatici. a cura di Salvatore Altiero | Giornalista, Phd in diritto ambientale, collabora con le associazioni A Sud e CDCA Temi: ? I flussi migratori mossi dal cambiamento climatico ? Le altre cause ambientali di migrazione ? Lo spostamento forzato di popolazione a causa dell’impatto delle grandi opere ? La tutela dei migranti ambientali Martedì 27 Ottobre h. 18:30-20:30 | La scienza e le crisi globali: il caso dei cambiamenti climatici Antonello Pasini | CNR – Istituto sull’Inquinamento Atmosferico Temi: Il clima come sistema complesso ? Gli impatti presenti e futuri del riscaldamento globale ? Conseguenze sociali ? Impatti sanitari ? Clima, conflitti e migrazioni ? Conseguenze in Italia ? Clima, equità e democrazia. Giovedì 29 Ottobre h. 18:30-20:30 | Ambiente, salute, diritto: un bilanciamento difficile ma necessario Stefano Palmisano | Avvocato ambientale e alimentare, blogger de...
read moreTra gole erosive e discariche informali nella megalopoli di Kinshasa, R.D.Congo
[di Francesco Casella] Scarica l’approfondimento completo. ABSTRACT: Kinshasa, scoperta nel 1881 dall’esploratore inglese H.M. Stanley, e nominata inizialmente Léopoldville in onore del sovrano belga Leopoldo II, confina a nord con il fiume Congo, a sud e a ovest con la provincia del Bas-Congo e a est con la provincia di Bandundu. Questo mostro urbano si estende per più di 60 km sulla riva sinistra del fiume Congo, espandendo le sue bidonville senza limite. La grave situazione di emergenza ambientale che la capitale congolese si trova oggigiorno ad affrontare, in seguito ad un massiccio fenomeno di sprawl urbano, porta però ad un’importante riflessione che coinvolge differenti problematiche. Dall’indipendenza del paese nel 1960, la popolazione kinoise è passata da 450 mila abitanti a più di 12 milioni al giorno d’oggi. La mancanza di gestione di tale fenomeno e la fragilità del territorio che ne fa da palinsesto, hanno portato ad alcune importanti conseguenze tra cui l’incapacità di gestione dei rifiuti della città e la nascita di fenomeni erosivi nel cuore del tessuto urbano. Nella megalopoli di Kinshasa queste problematiche sono fortemente interconnesse, specialmente nei territori collinari che hanno ospitato il fenomeno di crescita incontrollata della città negli ultimi 50 anni. Qui, in seguito ad un selvaggio disboscamento, si sono generate delle vere e proprie ferite nel tessuto urbano: lo sprofondare dei versanti sabbiosi ha infatti causato l’apertura di numerose gole erosive. La mancanza di capacità gestionale dell’amministrazione kinoise, alla ricerca di uno spazio per la crescente pressione nella produzione di rifiuti urbani, ha favorito – ed in alcuni casi incoraggiato – la nascita di diverse discariche informali all’interno di queste erosioni. Le ripercussioni di questi effetti sull’ecosistema urbano e la proiezione sul lungo periodo di una probabile mancanza di gestione, impongono una riflessione sul futuro di questo paesaggio. Oggi Kinshasa viene infatti chiamata “Kin la poubelle” (Kinshasa la spazzatura, il cestino) dai suoi stessi abitanti. La valle di Selembao, dove gli stessi enti municipali hanno favorito la nascita di discariche informali a cielo aperto, è uno dei casi esempio più eclatanti: quasi 500 000 abitanti vivono in una vallata dove baracche in lamiera si accalcano tra loro, senza alcun servizio (luce, acqua, strade…) . Vallata tagliata da una trentina di gole erosive, delle quali alcune colme di rifiuti solidi urbani. A causa però della situazione estremamente precaria, la catastrofe ambientale è alle porte: in breve tempo la discarica crollerà sotto il suo stesso peso, facendo scendere enormi quantità di rifiuti sul fondovalle e trascinando con sé le abitazioni costruite sul ciglio delle gole erosive. La contaminazione delle acque, del suolo e dei terreni agricoli (importante fonte di sostentamento), sommata ad allagamenti e interruzioni del fiume nel fondovalle, porteranno all’inquinamento e alla distruzione dell’intero paesaggio della vallata. Malattie come la febbre tifoide, causate dall’aria inquinata, si stanno purtroppo già propagando, e il futuro si presenta drammatico. Inoltre, sui fragili cigli delle gole erosive vanno ad abitare, soprattutto per la presenza di lotti più economici, molti dei profughi di guerra fuggiti dai conflitti in Nord-Kivu e Kasai (l’RDCongo è infatti il primo paese in Africa per numero di sfollati: 4 milioni). Le divergenze presenti nel “waste-scape” kinois mostrano un paesaggio controverso: da un lato una megalopoli dinamica e in espansione, un’estesa area periferica, un vasto sistema idrico, tantissime risorse e una popolazione giovanissima;...
read moreIl Sarno è di nuovo il fiume più inquinato d’Europa: l’effetto lockdown è già finito
[di Fabrizio Gatti per Espresso] Durante la quarantena le sue acque erano cristalline, ma con la ripartenza sono tornati i veleni e gli scarichi di fogne a cielo aperto. E gli ecologisti continuano a combattere Visto da qui, ai piedi del Vesuvio, lungo uno dei panorami turistici più famosi e redditizi al mondo, il risveglio dalla prima ondata dell’epidemia non sembra aver portato nulla di nuovo. Più che l’ottimistico andrà tutto bene, riappare la desolazione dell’andrà tutto come prima. La plastica è tornata a infestare la campagna. E le condotte industriali a colorare l’acqua di rosso o di nero o dei riflessi arcobaleno dell’olio minerale, alternati a bollicine e batuffoli di schiuma. Mentre gli scarichi a cielo aperto delle fogne urbane non hanno mai smesso di inquinare. Usciti dalle rovine di Ercolano e Pompei, potremmo entrare in un parco letterario, dove ambientare e raccontare le indimenticabili parole scritte quasi sessant’anni fa da Italo Calvino, con le storie di Marcovaldo e le stagioni in città. Questa è invece la spietata realtà di un fiume, il Sarno, e della sua gente costretta a vivere con il diciassette per cento di tumori in più, rispetto alla media di riferimento. Una minoranza di cittadini, organizzati in comitati intorno all’attività di Legambiente, si batte piena di speranza perché le fotografie scattate durante le settimane di blocco totale per fermare il coronavirus tornino a essere la quotidianità: l’acqua di nuovo cristallina, le alghe verdi, perfino qualche pesce, così come il fiume ancora si presenta nei suoi primissimi chilometri. Non è utopia, se solo si spendessero bene i finanziamenti regionali, nazionali ed europei nel realizzare e far funzionare depuratori, collettori e vasche di recupero dei fanghi. Il Sarno è uno dei corsi d’acqua più brevi d’Italia. Soltanto ventiquattro chilometri, con appena trenta metri di dislivello, dal Golfo di Napoli alle sue cinque sorgenti ai piedi dei monti Picentini, tra l’omonimo comune e Nocera Inferiore. Ma il primato che lo rende unico è un altro: il Sarno è il fiume più inquinato d’Europa. Gli abitanti del suo grande bacino idrografico, che interessa le province di Napoli, Salerno e Avellino, pagano pesantemente il prezzo dell’incuria. La notte tra il 5 e il 6 maggio 1998 valanghe di fango smosse dalla pioggia uccidono centosessanta persone e distruggono centottanta case. E poi ecco l’effetto delle sostanze cancerogene disperse lungo la pianura, dove convivono concerie di pelli, fabbriche che trasformano i pomodori in scatole di pummarola e la catena alimentare con le coltivazioni di ortaggi in serra e all’aperto. Una contaminazione invisibile, lenta e quotidiana documentata fin dal 1997, con l’indagine epidemiologica dell’Organizzazione mondiale della sanità che segnalò un diciassette per cento in più dei casi di cancro e leucemie tra gli abitanti della zona. Dalla primavera 2019, con un piano tecnicamente intitolato “Programma degli interventi di mitigazione del rischio idraulico di interesse regionale afferenti il bacino idrografico del fiume Sarno”, la Regione Campania ha finanziato lavori per 217 milioni: poco più di duecento milioni stanziati da Bruxelles attraverso i programmi operativi del fondo europeo di sviluppo regionale 2007-2013 e il resto a carico del bilancio campano. Il fiume Sarno ha infatti anche questo straordinario primato. Dal 1995 ha prosciugato l’equivalente di 666 milioni di euro, attraverso una selva di interventi decisi da autorità, enti, agenzie e commissari straordinari, ai quali...
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Marica Di Pierri per Valori.it – Verso la Cop30 di Belém, cosa aspettarci dal più importante appuntamento per salvare il clima della Terra? Diretta con Marica Di Pierri, Luca Lombroso, Giovanni Mori e Lorenzo Tecleme.